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Full text of "Storia della Toscana, compilata ed in sette epoche distribuita dal cav. Francesco Inghirami"

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STORIA 

DELLA 


II 


COMPILATA 


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DAL    CAV. 

FRANCESCO  LXGHIRAMI 


TOMO   li 


POLIGRAFIA  FfE&OLANA 

DAI    TOSCHI    DELL*'  AUTORE 

1843 


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STORIA 


DELLA 


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dall'  akwo  1737  al  1800  dopo  g.  cristo. 


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EPOCA     VII. 


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Lì  m 
a  Toscana  granducale, esclusa'Lucca  che 
airincorainciare  del  dominio  austriaco  si  gover- 
nava con  le  proprie  leggi,  era  sempre  divisa  come 
nei  tempi  medicei  (a),  vaie  a,  dire  in  stato  vec- 
chio e  stato  nuovo,  cioè  fiorentino  e  senese;  ma 
nel  regno  di  Pietro  Leopoldo  I  suhì  delle  varia- 
zioni, poiché  in  tre  epoche  diverse  ne  furori  fat- 
ti tre  compartimenti,  dopo  essere  stato  diviso  lo 
stato  senese  in  provincia  superiore  ed  in  inferio- 
re. Non  era  mai  stata  fatta  in  Toscana  una  nuova 
divisione  di  governi,  ma  solamente  alcune  mu- 
tazioni parziali  di  tempo  in  tempo,  restando  sem- 
pre la  confusione  antica  tanto  nei  magistrati  del- 
le città  principali,  (pianto  nel  governo  dei  terri- 
tori, poiché  secondo  i  vari  modi  degli  acquisti  ed 
i  titoli  dei  patti  fatti  dalla  repuhhlica  fiorentina  e 
dai  granduchi  medicei,  erano  restati  distinti  mol- 
ti territori  di  piccole  comunità  con  varie  intral- 
ci Vtd.  tav.  CXXXIV  e  CXXXV. 


C  GEOGRAFIA 

ciate  dipendenze.  Si  mandavano  per  le  provineie, 
governatori,  commissari,  vicari,  potestà,  capitani 
ed  uffiziali,  l'autorità  di  alcuni  dei  quali  era  ridot- 
ta debole,  poiché  in  tempo  di  repubbliche  queste 
erano  cariche  piuttosto  militari  che  civili,  nate 
dal  bisogno  che  le  repubbliche  deboli  avevano 
di  sostenere  continuamente  il  mal  fermo  loro  do- 
minio (i);  ma  a  questo  fu  rimediato  dal  granduca 
Pietro  Leopoldo. 

g.  2.  Volendo  quel  principe  secondare  le  pa- 
terne cure  di  dar  Taiuto  possibile  alla  popolazione 
ed  all'agricoltura  delle  nostre  maremme,  si  deter- 
minò di  formare  un  compartimento  delia  provin- 
cia inferiore  di  Siena,  il  governo  del  quale  di- 
pendesse solamente  dall'autorità  sovrana  e  dagli 
ordini  riservati  a  darsi,  onde  provvedere  alle  cir- 
costanze locali  di  quel  paese  con  quei  stabilimenti 
che  di  tempo  in  tempo  furono  creduti  più  adatti  a 
soccorrerlo,  e  procurargli  quel  miglioramento  di 
cui  era  capace.  A  tale  effetto  fu  emanata  una  leg- 
ge nel  dicembre  del  1766,  colla  quale  si  ordinò, 
che  il  compartimento  della  provincia  inferiore  di 
Siena  fosse  diviso  in  otto  potesterie  ch'erano  le 
seguenti.Grossetopotesterìa  composta  delle  comu- 
nità di  Batignano,  Campagnatico,  Civitella,  Istia, 
M.  Pescali,  M.  Orsaio,Paganico,  Pari,  Casale,  Roc- 
ca Strada .  Sasso  di  Maremma  e  Sticciano  con 
tutti  i  comunelli.  Massa,  potesterìa  alla  quale  eran 
seggette  le  comunità  di  Monte  Rotondo,  Prata, 
Perolla,  Tatti,  Tornielfa,  Rocca  Federighi,  Mon- 
temassi  e  Sasso  Fortino.  Le  comunità  di  Tirli, 
Giuncarico,  Colonna.  Caldana.  Ravi  e  Gavorrano 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI.  7 

appartenevano,  alla  potesterìa  di  Castiglion  della 
Pescaia.  La  potesterìa  di  Scansano  era  compo- 
sta dalle  comunità  di  Monteano,  monte  Orgiali, 
Perela,  Magliano,  Cotone  e  Polveraia.  alla  po- 
testerìa di  Arcidossoeran  soggette  le  comunità  di 
Castel  del  Piano,  Cinigiano,  Monte  Latrone,  Seg- 
giano,  Ponticello,  Monte  Giovi,  Castiglioncello, 
Bandini.  Porrona,  Montenero,CanajStribugliano, 
Triana  e  santa  Fiora.  Pitigliano  era  potesterìa 
composta  delle  comunità  di  Sorano,  Castel  Oltie- 
ri,  Monte  Vitozzo,Catabbio,  S.  Martino  e  Sovana. 
Marciano  era  potesterìa  alla  quale  erano  unite 
le  comunità  di  Capalbio ,  Montemerano  ,  Sara- 
prugnano.  Rocchetta,  Rocca  Albegna  e  Saturnia, 
Isola  del  Giglio  potesterìa  circoscritta  da  se  stessa. 
Quest'ultima  potesterìa  aveva  solo  un  potestà  ed 
un  cancelliere  civile  e  criminale,  mentre  le  altre 
qui  sopra  descritte, oltre  i  due  nominati  giusdicen- 
ti, avevano  degli  uffiziali  civili,  che  risedevano 
nella  prima  potesterìa  in  Campagnatico,  Pari  e 
Roccastrada,  nella  seconda  in  Monterotondo  e 
Prata,  nella  terza  in  Gavorrano,  nella  quarta  in 
monte  Orgiali,  nella  quinta  in  Castel  del  Piane  e 
in  Cinigiano. nella  sesta  in  Sorauoe  nella  settima 
in  Capalbio.  I  territorii  delle  comunità  assegnate 
alle  dette  potesterìe  secondo  i  loro  soliti  e  natu- 
rali confini  formavano  il  circondario  del  compar- 
timento della  provincia  inferiore  di  Siena  (a). 

£.  3.  Gli  abusi  introdotti  nell'abitare  le  cause 
civili,  ed  il  lungo  giro  e  gravoso  dispendio  che 
avevano,  produssero  una  riforma  nello  stato  tior- 
renlino.  Con  legge  del  1 772  Leopoldo  I  stabili  che 


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di  questo  stato  ne  fosse  fatto  un  compartimento, 
e  ordinò  ohe  le  giurisdizioni  fossero  divise  in  vi- 
cariati e  potesterìe  maggiori  e  minori.  I  vicariati 
tutti  volle  che  avessero  la  giurisdizione  civile  nel 
luogo  di  loro  residenza  e  dentro  un  limitato  ter- 
ritorio, e  la  criminale  nel  proprio  territorio  e  in 
quelle  potesterìe  che  si  trovavano  nel  determi- 
nato circondario  di  ciascun  vicariato.  Prescrisse 
poi  che  i  potestà  tanto  maggiori  che  minori  aves- 
sero solamente  la  giurisdizione  civile  in  tutta  la 
estensione  delle  potesterìe  loro  (3). 

g.  <J«I1  compartimento  adunque  fiorentino  era 
diviso  nei  seguenti  vicariati  e  polesterie.  Fi- 
renze capitale  del  granducato,  dove  oltre  rise- 
dervi i  collegi  del  governo  supremo,  vi  era  I-uf- 
fizio degli  otto  di  guardia  e  balìa  che.  presedeva 
agli  affari  criminali  dello  stato.  A.  quest'uffizio 
erar:  sottoposte  nel  criminale  la  potesterìa  mag- 
giore di  Campi  e  quelle  minori  di  Fiesole,  Sesto 
Montelupo,  Galluzzo  e  Bagno  a  Ripoli,  sotto  del 
quale  vi  erano  le  comunità  delPImpruneta  e  Ca- 
stellina. Certalilo  vicariato  maggiore  che  aveva 
giurisdizione  criminale  nelle  potesterìe  minori 
di  Gambassi,  Casteltìorentino,  Montespertoli,  s. 
Casciano  e  Barberino  di  Val  d'Elsa.  Il  vicariato 
minore  di  Radda  aveva  soggetta  nel  criminale  la 
potesterìa  minore  di  Greve.  San  Giovanni  vica- 
riato maggiore,  oltre  ad  avere  giurisdizione  civile 
nel  proprio  territorio,  aveva  la  criminale  nelle 
potesterìe  maggiori  di  Figline  e  Montevarchi:  a 
quest'ultima  fu  riunito  l'uffizialato  di  Montegonzi 
coll'obbligo  che  il  notaio  civile  «Iella   medesima 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI.  «) 

potesterìa  andasse  ogni  sabato  a  render  ragione  nel 
luogo  detto  il  monastero  per  comodo  dei  popolani 
delPuffizialato  soppresso.  Le  potesterìe  minori  di 
Bucine,  Terranuovà,  Loro,  Castelfranco  di  sopra, 
Reggello  e  Laterina  con  le  comunità  di  Gastiglion 
Finocchi  ,  Gellobiscardo  ,  Castiglione  libertini 
e  Penna  furono  pure  sottoposte  nel  criminale  al 
TÌcariato  di  San  Giovanni.  Pontassieve  vicariato 
minore  a*  cui  erano  soggette  nel  criminale  le  po- 
testerie  minori  di  Dicomano  e  s.  Gaudenzio.  Le 
potesterìe  pure  minori  di  Viccbio,  Borgo  san  Lo- 
renzo a  Barberino  di  Mugello  erano  della  giuri- 
sdizione criminale  del  vicariato  maggiore  di  Scar- 
peria. 

£.  5.  Prato  fu  vicariato  maggiore  che  aveva  la 
giurisdizione  civile  nella  propria  potesterìa  e  nei 
popoli  di  s.  Giovan  Battista  Decollato  a  Monte- 
murlo  e  di  s.  Pietro  a  Albano,  e  la  criminale  nei 
detti  popoli  e  nella  potesterìa  minore  di  Carmi- 
gnano.  Empoli  vicariato  minore  al  quale  eràri 
sottoposte  nel  criminale  le  potesterìe  minori  di 
Cerreto  e  di  Vinci.  Al  vicariato  maggiore  di  Sari 
Miniato  fu  aggregata  nel  civile  una  parte  dello 
uflìzialato  di  Cigoli  e  nel  criminale  le  potesterìe 
maggiori  di  Fucecchio  e  Castelfranco  di  sotto,"  e 
quelle  minori  diS.  Croce,  e  Montatone.  Il  detto 
uflìzialato  fu  soppresso  ed  aggregato  alla  giurisdi- 
zione civile  di  S.  Miniato  rispetto  ai  popoli  di  Ct- 
go,  liMontebicchieri  e  Stibbio,  mentre  per  quei  di 
Castelnuovo,  Coiano,  S.  Stefano,  Collegalli,  San 
Quintino  e  Canneto,  appartenenti  pure  aH'ulfizia- 
lalo  di  Cigoli,  era  soggetto  alla  giurisdizione  ci- 


IO  GEOGRAFIA 

■vile  del  potestà  di  Montatone.  Il  vicariato  mi- 
nore di  San  Gemignano  non  aveva  giurisdizione 
civile  e  criminale  che  nel  proprio  territorio.  Col- 
le era  vicariato  maggiore  al  quale  era  sottoposta 
nel  criminale  la  potesterìa  minore  di  Poggibonsi, 
AI  vicariato  minore  di  Sansavino  erano  aggregate 
nel  civile  la  comunità  di  Baticorte  e  nel  crima- 
la  potesterìa  maggiore  di  Civitella.  Lucignano  fu 
vicariato  maggiore,  a  cui  eran  soggette  la  poteste- 
rìa maggiore  di  Foiano  e  quella  minore  di  IVIarlia- 
no.  Cortona,  e  Montepulciano  vicariati  maggiori  e 
Castiglionfiorentino  vicariato  minore  non  avevano 
giuridizione  civile  e  criminale  che  nel  proprio  ter- 
ritorio^ meno  che  al  secondo  di  essi  fu  aggregato 
il  soppresso  uffiziaìato  di  Valiana.  Arezzo  vicaria- 
to maggiore,  al  quale  era  solo  aggregata  nel  cri- 
minale la  potesterìa  di  Subbiano. 

g.  6.  Il  vicariato  maggiore  di  Poppi  aveva  giu- 
risdizione criminale  nelle  poteslerie  minori  di  Ca- 
stel s.  Niccolò,  Ortignano,  monte  Migliaio,  Castel 
Facognano  e  Chiusi, e  nelle  maggiori  di  Pratovec- 
chio  e  Bibbiena:*  quest'ultima  furono  uniti  nel  ci- 
vile! territori»  di  lUoggiona,  Camaldoli  e  Badia  Pe- 
traglia^  mentre  nel  criminale  erano  addetti  al  vica- 
riato di  Poppi.  La  potesterìa  minore  di  Monterchi 
era  soggetta  nel  criminale  al  vicariato  minore  di 
Anghiari.  San  Sepolcro  fu  vicariato  maggiore  al 
quale  nel  criminale  erano  aggregate  la  potesterìa 
maggiore  della  Pieve  s.  Stefano  e  quella  minore 
di  Caprese.  I  vicariali  minori  di  Sestino  e  di  Ba- 
gno avevano  la  loro  giurisdizione  criminale,  il 
primo  nella  potesterìa  minore  della  Badia  Tedai- 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI.  II 

da  ed  il  secondo  in  quelle  pure  minori  di  Sor- 
balio  e  Yerghereto,  e  le  fu  aggiunto  nel  civile  la 
comunità  di  Vessa.  Alla  Rocca  s.  Casciano,  che 
era  vicariato  maggiore,  furono  sottoposte  le  pote- 
sterìe  minori  di  Terra  del  Sole^Portico.Premilcuo- 
re  e  Galeata.  Soppressi  gli  uffizialati  di  Dovadola 
e  HI  on  tolto-,  fu  il  primo  unito  nel  civile  al  vica- 
riato della  Rocca  san  Casciano  e  l'altro  pure  nel 
civile  alla  potesteria  di  Premileuore.  Dei  due  vi- 
cariati minori  di  Modigliana  e  Marradi,  il  primo 
nveva  giurisdizione  civile  e  criminale  nel  proprio 
territorio  e  nel  soppresso  uffizialato  di  Tredozio 
ad  esso  aggregato,  e  l'altro  nel  criminale  nella 
potesteria  minore  di  Palazuolo.Firenzuola  vicaria- 
to minore  che  aveva  solamente  giurisdizione  civile 
e  criminale  nel  proprio  teiritorioialtrettanto  era 
del  vicariato  maggiore  della  montagna  di  Pistoia,  il 
di  cui  notaro  civile  però  era  obbligato  di  portarsi 
due  volte  al  mese  a  Cutigliano  per  rendervi  ra- 
gione. Pistoia  era  vicariato  maggiore  a  cui  erano 
aggregate  nel  criminale  le  polesterìe  minori  di 
Seravalle,  Montale  e  Tizzano.il  vicariato  maggio- 
re di  Pescia  aveva  giurisdizione  civile  nel  proprio 
territorio  e  nel  soppresso  uffizialato  di  Lizzano, 
aggregalo  ad  esso  vicariato,  e  crimale  nella  po- 
testeria maggiore  di  Buggiaiio  e  nelle  minori  di 
Montecatini,  Vellano  e  Monte  Carlo.  Barga  vica- 
riato minore  con  giurisdizione  civile  e  criminale 
solo  nel  proprio  territorio. 

g.  7.  Il  vicariaro  maggiore  di  Fivizzano  impe- 
rava nel  criminale  alla  potesteria  di  Albiano,  che 
aveva  soggette  nel  civile  le  comunità  di  Stradano 


1Z  GEOGRAFIA 

e  Caprigliola^  le  altre  podesterìe  delle  castella  e  i 
tribunali  di  danno  dato,  ch'erano  appresso  ai  ca- 
sali <li  dette  castella,  furono  aggregati  al  tribunale 
pretorio  di  Fiviazano,coirobbligo  al  notaro  civile 
di  portarsi  due  volte  al  mese  a  Crespiano  per  ren- 
dervi ragione.  Fu  restituito  al  vicariato  minore 
di  Bagnone  tanto  nel  civile  che  nel  criminale 
tutto  l'antico  territorio  del  capitanato  di  Casti- 
glione del  Terziere,  a  riserva  delle  comunità  di 
Albiano,  Stradano  e  Gaprigliola  sottoposte  nel 
criminale  al  vicarialo  di  Fivizzano,come  abbiamo 
detto  poco  sopra.  Pontremoli  vicariato  maggiore 
con  giurisdizione  criminale  nella  poteslerìa  mi^ 
nore  di  Calice,  alla  quale  eran  soggetti  i  territori 
di  Veppo  e  Madignano.  Calice  era  potesterìa  fino 
dal  1770,  allorché  Leopoldo  I  comprò  il  di  lei 
territorio  e  quello  di  Veppo  dai  marchesi  Mala- 
spina  di  iVlulazzo.  Fu  nel  1777  che  il  granduca 
Leopoldo  appagò  le  domande  fattegli  dai  terraz- 
zani di  Pontremoli,  col  far  loro  ottenere  dalla 
corte  dì' Roma  il  vescovo,  e  col  dichiarare  egli 
stesso  quella  terra  città  nei  1788.  Pietra  Santa 
vicariato  maggiore  con  la  giurisdizione  criminale 
e  civile  nel  proprio  territorio  e  con  facoltà  di  ri- 
sedere tutti  gl'impiegati  nell'estate  in  Seravezza. 
li  vicariato  maggiore  di  Pisa  aveva  soggetta  nel 
criminale  la  poteslerìa  minore  dei  Bagni  di  s.  Giu- 
liano che  portava  il  titolo  di  commissario,  con  fa- 
coltà ed  obblighi  degli  altri  potestà. 

fi  8.  Vico-Pisano  fu  vicariato  maggiore,  alla 
cui  giurisdizione  criminale  appartenevano  la  po- 
teslerìa minore  di  Ponledera  e  la  comunità  di 


DEI    TEMrt    AUSTRIACI.  l3 

Monlecastelli.  AI  vicarialo  maggiore  di  Lari  era- 
no aggregate  nel  civile  le  comunità  di  Riparbel- 
la,  s.  Luce,  Pieve,  e  Pastina,  e  nel  criminale  la 
potesterìa  maggiore  di  Peccioli  e  quella  minore 
di  Palaia.  I  due  vicariati  maggióri  di  Portòferraio 
e  Livorno  avevano  il  primo  giurisdizione  civile  e 
criminale  nel  proprio  territorio,  ed  il  secondo  solo 
nel  criminale  nella  potesterìa  minore  di  Rosigna- 
no.  Campiglia  era  un  vicariato  minore  con  giuri- 
sdizione criminale  nella  potesteria  minore  di 
Guardistallo  e  nelle  comunità  di  Bibbona,  Casa- 
le e  Cecina,  ma  nel  civile  queste  dipendevano  da 
Guardistallo.  41  vicariato  maggiore  di  Volterra 
furono  sottoposte  nel  criminale  le  due  potesterìe 
minori  di  Montepescali  e  di  Pomarance,  ed  a  que- 
sfultima  si  unì  nel  civile  ruftizialato  del  Sasso.'e 
quei  soppressi  di  Montecatini  e  Querceto  furono 
aggregali  nel  civile  al  vicariato  di  Volterra  (4). 

g.  9.  Due  anni  dopo  il  granduca  Pietro  Leo- 
poldo vide  la  necessità  di  riformare  anche  il  si- 
stema governativo  della  provincia  superiore  di 
Siena,  come  aveva  fatto  dello  slato  fiorentino, 
attesi  gli. abusi  che  vi  si  erano  introdotti  in  pre- 
giudizio dei  sudditi  ed  in  offesa  della  giustizia; 
perciò  ron  legge  delP  anno  1774*,  fece  di  quella 
provincia  un  compartimento,  il  quale  fu  diviso 
in  vicariati  e  potesterìe  ch'erano  i  seguenti. 
Siena  capitanato  di  giustizia  con  giurisdizione 
criminale  sopra  le  masse  di  Siena  e  sopra  le 
potesterìe  di  Caslelnuovo  della  Berardenga  e 
Sovicille.  Alla  prima  di  queste  potesterìe  fu  ag- 
giunta la  comunità  di  5.  Gusmè  con  tutti  i  suoi 
Si.   Tose.   Tom.  11.  2 


\\  GEOGRAFIA 

comunelli,  e  alla  seconda  che  aveva  soggette  le 
comunità  di  s.  Colomba,  Tesa,  s.  Lorenzo  a  Men- 
sa, Montereggiooi,  Orgia,  Rosìa,  Stigliano,  Stro- 
vi, Tocchi,  e  Torri  di  Rosìa  con  i  loro  distretti., 
fu  aggiunto  nel  civile  il  vicariato  di  Montereg- 
gioni.  Casole    era  vicariato  che  aveva    soggette 
nella  giurisdizione  civile  le  comunità  di  Mensa- 
nò  e  Monteguidi,  e  nella  criminale  la  potesteria 
di  Radicondoli  composta  delle  comunità  di  Bei- 
forte  e  quella  di  Chiusdino,  alla  quale  eran  sot- 
toposte le    comunità   di  Gerfalco,  Montalcinello 
e  Travale.  IVIontalcino   con    giurisdizione  civile 
nel  proprio  territorio  e  nelle  comunità  di  santo 
Angiolo  in  Colle,  Camigliano,  Castelnuovo  dello 
Abate  e  Torrenieri,  e  criminale  nella  potesteria 
di  Buonconvento,  composta  delle  comunità  di  s. 
Giovanni  d'Asso,  Lucignano  d'Arbia,  Monleron- 
grifoli,  Vergelle  e  Sera  valle,  e  la  potesteria  di 
Casliglion  d*Orcia,a  cui  era  aggregata  la  comuni- 
tà della  Rocca  d'Orcia.  Radicofani  era  un  vica- 
riato che  nel  civile  aveva  la  comunità  di  Conti- 
gnano e  nel  criminale  la  potesteria  della  Badìa  di 
s.  Salvadore,  alla  quale  erano  aggregate  le  comu- 
nità di  Campiglia  cP  Orcia  e  Pian  Castagnaio,  e 
la  potesteria  di  s.  Casciano  dei   Bagni  che  aveva 
soggetta  nel  civile  la  comunità  di  Celle,  mentre 
nel  criminale  tutte  le  comunità  erano  addette  ai 
loro^espetlivi  vicariali.  Chiusi  fu  vicarialo  con  la 
giurisdizione   civile  solo  nel  proprio  territorio,  e 
criminale  nella  potesteria  di  Sarteano,  a  cui  fu- 
rono aggregate  nel  civile  le  comunità  di  Cetona 
e  Chianciano.  Pienza  vicariato  che  aveva  soggette 


Tdei  tempi  austriaci.  l5 

nel  civile  le  comunità  di  Castelnuovo  e  Montic- 
chiello,e  nel  criminale  la  potesterìa  di  A.sciano,alIa 
quale  erano  aggiunte  la  potesterìa  di  Trequanda 
e  le  comunità  di  Chiusuri,  Monte  Santa  Maria, 
Montisi  e  Petroio.  Asinalunga  era  vicariato  con 
giurisdizione  civile  nel  proprio  territorio  e  nelle 
comunità  di  Béttolle,  Farnetella  e  Scrollano,  e 
criminale  nella  potesterìa  di.Torrita,  composta 
della  comunità  di  Ciliano,  e  la  potesterìa  di  Ra- 
polano  alla  quale  erano  aggregate  le  comunità  di 
Armaiolo,  Poggio  s.  Cecilia  e  Serre  (5). 

g.  io.  Oltre  i  vicari  e  potestà,  vi  erano  in 
Toscana  4  governatori  che  avevano  la  suprema 
rappresentanza  del  sovrano  risedenti  in  Pisa,  Sie- 
na, Livorno  e  Pcrtoferraio,  capoluogo  dell'Isola 
dell'Elba,  che  nel  1801  col  trattato  di  Luneville 
fu  riunito  al  governo  toscano  (6).Vera  poi  un'altra 
divisione  che  del  territorio  granducale  solevan 
fare  i  toscani  in  varie  parti  come  in  altrettante 
piccole  provincie  dello  stato,  senza  peraltro  dare 
ad  alcune  di  esse  parti  un  limite  detei  minato:  i 
loro  nomi  erano  i  seguenti}  la  Lunigiana,  il  Mu- 
gello, il  Casentino,  il  Chianti,  il  Valdarno,  il 
Pian  di  Pisa,  la  provincia  senese,  i  Presidii,  la 
Val  di  Chiana,  la  Maremma  e  la  Romagna  toscana. 

g.  11.  Quattro  erano  al  tempo  di  Leopoldo  l 
nel  granducato  le  sedi  arcivescovili  ,  come  sono 
lutfora,  cioè  Firenze,  Pisa,  Siena  e  Lucca,  e  di- 
ciotto sedi  vescovili,  vale  a  dire  Pistoia  e  Prato, 
Fiesole,  San  Miniato,  Colle  ,  Borgo  S.  Sepolcro 
sutì'raganee  di  Firenze  ;  Livorno  e  Pontremoli 
suffraganee  di  Pisa  ;   Chiusi  e  Pienza ,  Sovaua  , 


l6  GEOGRAFIA 

Grosseto,  Massa  Marittima  suffraganee  di  Siena; 
Arezzo,  Cortona,  Volterra ,  Moutalcino,  Monte- 
pulciano e  Pescia  immediatamente  soggette  al 
pontefice  romano:  in  tutte  ventuna  diocesi.  I  ve- 
scovi  però  non  erano  che  19,  poiché  Prato  aveva 
sede  comune  con  Pistoia  ,  e  Pienza  con  Chiusi 
riunite  con  bolla  di  Clemente  XIV  uel  1772  , 
conservando  però,  ad  entrambe  le  cattedrali  ,  i 
loro  privilegi  con  le  respetlive  curie  vescovili.  In 
tal  riunione  furono  cedute  alla  diocesi  di  Mon- 
tanino quattro  pievi  che  Chiusi  conservava  sem- 
pre nei  territori  di  Arcidosso,  di  Monticchiello  , 
di  Montelatrone  e  di  Castel  del  Piano  alla  base 
occìdenlale  del  Munte  A  mia*  a  (5). 

§.  12.  l/arci vescovo. di  Bologna,  ed  i  vescovi 
d'Imola,  di  Faenza,  di  Forlì,  Bertinoro,  di  Sar- 
sina  e  di  città  di  Castello,  tutti  dello  stato  eccle- 
siastico j  avevano  giurisdizione  spirituale  sopra 
alcune  parti  della  Toscana,  nel  maggior  numero 
situate  al  di  là  degli  Appenni ,  e  nella  Valle  Ti- 
berina; come  pure  il  vescovo  di  Città  della  Pieve 
Taveva  sul  territorio  di  Santa  Fiora  ,  e  P  abate 
delle  tre  Fontane  su  quel  d'Orbetelloe  nell'isola 
del  Giglio.  In  tutta  la  Toscana,  eccettuato  il  du- 
cato di  Lucca,  si  trovavano  tre  chiese  metropo- 
litane ,  i<>  cattedrali  ,  a55$  chiese  parrocchiali 
divise  in  diocesi  ,  90  delle  quali  si  conferivano 
liberamente  dal  sovrano  ,  168  dalle  comunità  o 
dal  pubblico,  235  dai  patroni  particolari  ,  ed  il 
resto  dai  vescovi  delle  respettive  diocesi  e  per 
concorso:  la  nomina  degli  arcivescovi  e  vescovi 
spettava  al  Granduca  (8).  I  luoghi  con  sede  arci- 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI.   0030,  1? 

vescovile  e  vescovile  erano  i  soli  che  godevano 
del  titolo  di  città.  Quest'antica  regota  d'uso  sof- 
fre per  altro  d'eccezione  rapporto  alle  tre  piazze 
di  Porloferraio,  d'Orbetello  che  net  1808  furono 
riunite  col  resto  dei  reali  presidi»  al  governo  to- 
scano, e  di  Piombino  e  suo  territorio,  che  nel 
1814  venne  pure  aggiunto  al  granducato,  avendo 
ricevuto  il  nome  di  città  tino  da  quando  fu  de- 
stinato principato  da'gli  Appiani.  Queste  tre  piaz- 
ze trovandosi  decorate,  co/ne  abbiamo  veduto, 
del  titolo  di  città,  hanno  continuato  a  fregiar- 
sene anche  di  poi,  per  quanto  non  siano  state  re- 
sidenze episcopali  (9). 

g.  i3.  Era  la  Toscana  sì  popolata  nei  tempi 
antichi  in  paragone  dei  paesi  a  lei  limi! roti,  che 
nell'anno  1 3oo  il  solo  comune  di  Firenze  armava 
100,000  uomini  ,  3o,ooo  in  città  e  70,000  nel 
contado.  Ma  le  sciagure  comuni  a  tutta  P  Italia 
ne  diminuirono  assai  la  popolazione  (io),  ed  in- 
torno allo  spirare  del  secolo  XVIll  e  di  questa 
storia  si  ritrova  ascendere  la  popolazione  al  nu- 
mero circa  di  1,22.8,000  abitanti,  compresovi  lo 
stato  di  Lucca  e  suo  territorio  (1 1).  Nel  i8o3  la 
Toscana  riprese  l'antico  suo  nome  d'Etruria,  e  lo 
ritenne  fino  al  ritorno  di  Ferdinando  III,  poiché 
Lodovico  I  infante  di  §pagna  venendo  al  di  lei 
governo,  si  fece  chiamare  re  d'Elruria. 


NOTE 

(l)   JJusching,  L'Italia  geografico-stoi  ico-politica,  voi. 


l8  GEOGRAFIA    DEI    TEMPI  AUSTRIACI. 

Iv,  parte  il,  pag.  32.  (2)  Cantini,  Legislazione  tosca- 
na, voi.  xxvm,  pag.  280.  (3)  Ivi,  voi.  xxx,  p.  448. 
(4)  Ivi.  (5)  Ivi  ,  voi.  xxxi  ,  pag.  179.  (6)  Inghirami 
padre  Giovanni,  Geografia  dell'Italia,  cap.  in,  Gran- 
ducato di  Toscana.  (7)  Kepetti  ,  Dizionario  storico  , 
geografico  della  Toscana  ,  art.  Chiusi  .  (8)  Busching 
cit.(9)Inghiramicit.  (10)  Buschili^  cit.  p.13.  (11)Ser- 
ristori,  Statistica  della  Toscana. 


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AVVENIMENTI  STORICI 

EPOCA  VII. 

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Anno  1737  di  G.  Cr. 

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g.  1.  J?  u  mai  sempre  l'Italia  oggetto  di  gare  e  di 
preterizioni  pe^principi  delTEuropa  che  ne  deside- 
ravano o  di  tutta  o  di  parte  il  possesso,  per  cui 
non  raramente  divenne  il  teatro  delle  lor  guerre; 
ed  i  sovrani  dei  piccoli  stati  di  questa  penisola 
eran  sempre  in  timore  dell'odio  delle  potenze  che 
combattevano,  per  cui  doveano  ben  destreggiarsi 
ad  oggetto  di  non  incorrere  nella  di  loro  indigna- 
zione. Ma  finalmente  estinta  nel  1737  la  famiglia 
medicea,  quesfandamentomutò  d'aspetto  a  favo- 
re della  Toscana.  La  pace  conclusa  fra  l'impera- 
tore Carlo  VI  e  la  Francia,  e  i  trattati  che  furono 
maneggiali  in  Vienna  negli  «uni  17^5,  e  1736  ri- 
guardo alla  cessione  della  Lorena  alla  successio- 
ne della  Toscana  ,  regnando  nella  Lorena  Fran- 
cesco Stefano,  e  la  convenzione  che  V  infante 
don  Carlo  di  Spagna  dovesse  pacificamente  rite- 


20  AVVENIMENTI    STORICI  4n.    1 737. 

nere  il  regno  delle  due  Sicilie*  portarono  in  To-* 
scana  una  tranquillità  sì  grande  che  non  conosce- 
vasi  da  più  secoli (t).    fivj 

g.  2.  Erede  ben  degno  della  illustre  casa  me- 
dicea fu  il  duca  Francesco*Slefano  III  duca  di 
Lorena  e  di  Bar,  il  quale  nacque  nel  di  8  di  otto- 
bre delfanno  1708  da  Leopoldo  Giuseppe  Carlo 
dell'antichissima  famiglia  de'duchi  di  Lorena,  di- 
scesa dal  pio  Goffredo  di  Buglione  primo  re  cri- 
stiano di  Gerusalemme,  dichiarato  duca  di  Lore- 
na fin  dall'anno  1048  da  Enrico  III  imperatore. 
La  madre  di  questo  nuovo  granduca  di  Toscana 
fu  Elisabatla  Carlotta  d'  Orleans.  L'imperatore 
Carlo  VI  avendo  conosciuta  nel  giovine  France- 
sco un  indole  mirabile,  ancorché  dell'età  di  so- 
li undici  anni,  lo  volle  seco  a  Vienna,  e  tennelo 
come  figlio,  facendolo  istruire  nelle  scienze  e 
nelle  arti  di  regnare.  Morto  il  padre  nel  marzo 
del  1721*,  egli  ascese  al  trono  di  Lorena,  e  nel 
i'5  di  febbraio  sposò  l'augusta  figlia  di  Carlo  VI 
Maria  Teresa  nata  nel  maggio  dell'anno  1717  (2). 
Nell'anno  1737  divenuto  granduca  di  Toscana, 
della  quale  prese  possesso  a  suo  nome,  come  di- 
cemmo, il  principe  di  Craon,  il  senato  fiorentino, 
non  raenochè  il  magistrato  supremo,  come  anche 
la  città  di  Siena,  credettero  convenir  loro  di  scri- 
vere lettere  officiose  al  nuovo  granduca,  e  com- 
misero al  senatore  Carlo  Ginori  d'esserne  il  la- 
tore, il  quale  perciò  trasferissi  in  Ungheria,  dove 
yllora  trovavasi  il  granduca  al  comando  di  un  ar- 
mata cesarea  contro  il  turco.  Gradì  egli  al  sommo 
quest'atto  d'omaggio  de'suoi  nuovi  sudditi,  come 

*    Ved.    lav.  CXLVIf,  *.*4. 


An.   1737.     DEI  TEMPI  AUSTRÌACI  cip.  h  ai 

lo  attestòal  medesimo  senator  Ginorì,  e  molto  più  ' 
colle  benigne  lettere  che  si  compiacque  di  rin- 
viare. Il  principe  di  Graon  confermò  tutto  il  go- 
verno nella  forma  in  cui  trovavasi ,  ed  il  ma- 
gistrato supremo  emanò  in  data  dei  ia  agosto  un 
decreto,  in  virtù  di  un  biglietto  del  suddetto  prin- 
cipe di  Craon,  nel  quale  autorizzava  tutti  i  magi- 
strati e  giusdicenti  a  continuare  nelle  loro  fun- 
zioni fino  a  nuov'ordine.  Era  già  bastantemente 
a  cognizione  tanto  dei  nuovo  granduca,  quanto 
del  suo  ministro,  di  quale  importanza  si  fosse  il 
mantenere  in  vigore  e  in  ottimo  slato  in  Toscana 
l'arte  della  seta,  essendo  essa  uno  dei  maggiori 
rami  del  commercio  e  gran  sorgente  della  ric- 
chezza di  questo  stato.  Fu  perciò  uno  dei  primi 
suoi  pensieri  l'emanare  editti  acciò  quest'arte  fos- 
se mantenunta  in  tutto  il  suo  credito,  come  anche 
di  pubblicare  una  opportuna  riforma  in  aggiunta 
alle  leggi  già  emanate  da'suoi  predecessori,  per 
evitare  che  accadessero  delle  frodi  nella  fabbrica- 
zione dei  drappi,  il  che.avrebbe  portato  un  di- 
scredito presso  gli  esteri  alle  manifatture  fioren- 
tine e  tolto  un  ramo  di  commercio  il  più  valuta- 
bile. Furono  presi  diversi  savi  provvedimenti  an- 
che in  favore  dell'arte  della  lana,  altra  sorgente 
di  ricchezze  della  Toscana  (3). 

g.  3.  Comparve  frattanto  una  protesta  a  nome 
del  principe  d'Ottaiano  don  Giuseppe  defedici 
napoletano  risguardante  i  beni  allodiali  della  ca- 
sa Medici,  come  a  lui  appartenenti,  essendo  egli 
il  più  prossimo*  agnato  della  famiglia  de\>Iediei.iri 
virlù#del  Gdecoinmisso  ordinalo   dal  dana  Cle- 


2rii  AVVENIMENTI     STORICI  An.  1738. 

mente  VII.  Fu  in  tale  occasione  dal  governo  cre- 
duto espediente  di  riguardare  come  apocrifa  que- 
sta prolesta,  e  perciò  con  decreto  del  magistrato 
supremo,  e  ad  istanza  del  procuratore  fiscale  fu 
dichiarata  nulla  ed  insussistente,  ed  ordinarono 
che  il  medesimo  foglio  fosse  lacerato  sulla  porta 
del  loro  magistrato,  con  intimazione  a  quello  de- 
gli otto  di  procedere  con  tutto  il  rigore  contro 
Tautore  e  propagatore  di  detta  protesta  per  pu- 
nirlo secondo  le  leggi  (5).  Insorse  pure  un  imbro- 
glio fra  il  pontefice  Clemente  XII  e  la  reggenza 
del  granducato  di  Toscana  a  cagione  di  Carpegna, 
Scavolino,  e  IVI ont efeltro,  stati  pretesi  per  ragio- 
ni antiche  dalla  repubblica  fiorentina,  essendo  in 
fatti  passale  le  milizie  lorenesi  a  prenderne  il  pos- 
sesso. Messosi  l'affare  in  disputa  perchè  la  corte 
di  Vienna  abbisognava  in  tal  tempo'dei  soccorsi 
del  papa  per  la  guerra  turchesca,  si  venne  poi 
smorsando  la  lite,  eresiò  libera  quella  contrada 
dalle  armi  del  granduca  (6). 

g.  4-  Volle  Francesco  visitare  i  suoi  nuovi 
stati,  ed  a  quest'effetto  si  parti  da  Vienna,e  tran- 
sitando per  Mantova  e  Modena,  giunse  il  io  di 
gennaio  del  1739  a  Firenze  col  suo  fratello  prin- 
cipe Carlo  di  Lorena,  e  l'arciduchessa  Maria  Te- 
resa sua  consorte,  con  corte  e  grandioso  equipag- 
gio. Quivi  fecero  il  solenne  loro  ingresso  fra  la 
gran  calca  del  popolo  e  della  copiosa  foresterìa, 
fra  le  incessanti  acclamazioni  di  quei  sudditi  che 
con  archi  trionfali,  insigni  illuminazioni  ed  ap- 
parati maestosi,  e  col  giuoco  ancora  del  calcio 
espressero  il  loro  giubilo  verso  i  dominanti,  pieni 


An.    1;39«      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    GAP.  I.  a3 

di  tanta  clemenza  e  di  gentilezza  (7).  Fu  in  que- 
sta occasione  eretto  il  famoso  arco  trionfale  fuori 
della  porta  a  s.  Gallo,  eseguito  col  disegno  e  di- 
rezione del  lorenese  architetto  Giadod.  Maria  Te- 
resa coi  suo  sposo  incantarono  i  cuori  di  tutti 
i  uorentiui  coll'esiliare  quel  fasto  che  si  chiama 
etichetta, che  senza  rendere  il  trono  più  rispetta- 
bile non  serviva  che  a  renderlo  più  odioso,  e 
rompendo  quella  barriera  che  i  cortigiani  d'inaU 
zar  procurano  bene  spesso  tra  il  sovrano  ed  i  suoi 
popoli  (8). 

g.  5. 1  pistoiesi  ai  quali  mollo  premeva  dover 
mostrare  pronta  obbedienza  e  fedeltà  a  questi 
nuovi  loro  sovrani,  non  solo  mandarono  nume- 
rosa cavalleria  per  far  loro  onorevole  incontro, 
ma  spedirono  ancora  quattro  ambasciatori  ad  in- 
chinarli a  nome  di  tutti  i  cittadini.  Riceverono 
questi  regnanti  con  dimostrazione  di  affetto  la 
solenne  ambascerìa  della  città  di  Pistoia,  e  aven- 
do dimostrata  special  premura  pe'suoi  abitatori 
furono  licenziati  gli  ambasciatori  pieni  di  con- 
tentezza. A  questa  pienezza  di  ossequii  dei  pi- 
stoiesi tenner  dietro  quelle  di  lutti  gli  altri  to- 
scani, e  furono  tante  e  si  grandi  le  dimostrazioni 
di  allegrezza  che  fecero  que'popoli  a  questo  nuo- 
vo regnante,  che  vennero  a  compire  non  solo 
all'obbligo  dei  loro  doveri,  ma  anche  a  dimostra- 
re la  stima  che  facevano  di  una  casa  cotanto 
cospicua.  Riconoscendo  il  merito  di  si  gran  prin- 
cipe, il  magistrato  dei  consoli  dei  mercanti  della 
citta  dr*Firenze  che  presiedeva  al  governo  del 
tempio  di  s.  Giovanni  Battista  di  della  città,  gli 


24  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.   1739. 

fece  erigere  un  arco  maestoso  e  riccamente  illu- 
minato, ed  ornò  con  esso  la  facciata  dell'opera  di 
detto  tempio,  e  pose  in  maestoso  trionfo  sopra 
le  basi  di  quelPeilifizio  quattro  statue  rappresen- 
tanti Firenze,  Siena,  Pisa  e  Pistoia,  città  princi- 
pali della  Toscana,  a  pie  delle  quali  si  vedeva 
scolpita  la  particolare  loro  iscrizione  (9). 

g:  6.  Nel  dì  primo  di  marzo  i  sovrani  si  por- 
tarono a  Pisa  e  di  là  a  Livorno,  nelle  quali  due 
città  ebbero  motivo  di  ammirare  i  nobilissimi 
spettacoli  e  divertimenti,  specialmente  nelPulli- 
ma  preparati  a  gara  ed  eseguiti  in  loro  onore  dai 
toscani,  inglesi,  francesi,  olandesi  giudei  ed  altre 
nazioni.  Videro  anche  Siena,  ove  riscossero  ap- 
plausi ed  onori,  e  portarono  poscia  con  loro  un 
alto  concetto  di  sì  belle  e  grandiose  città,simili  alle 
quali  certamente  non  le  polea  mostrare  il  per  al- 
tro ragguardevole  ducato  della  Lorena  (10).  Final- 
mente ai  primi  di  aprile  fecero  ritorno  in  Firenze, 
ove  Francesco  applicossi  tutto  a  rimettere  in 
buono  stato  gli. affari  del  suo  granducato.  Il  de- 
bito pubblico  lasciato  da  Giovanni  Gastone  to- 
glieva allo  stato  quella  floridezza  di  cui  aveva  al- 
tra volta  goduto,  allorquando  erasi  trovato  in 
grado  di  concedere  considerevoli  somministra- 
zioni alle  altre  corti.  Francesco  intento  ad  estin- 
guerlo nulla  omise  per  riuscirvi.  Invocato  ed  ot- 
tenuto il  sentimento  del  pontefice  perchè  gli  ec- 
clesiastici e  tutti  i  luoghi  pii  che  fin  qui  erano 
stati  esenti  da  qualunque  dazio  fossero  assogget- 
tati alle  medesime  imposte  degli  altri  ,  ^»gli  au- 
mentò cosi  le  rendite  della  Toscana}  senza  accre- 


An.    1539.       DEI  TEMPI*  AUSTBIACI    CAP.  I.  25 

scere  le  gravezze  ebbe  agio  di  menomare  il  debi- 
to che  divisava  di  estinguere.  Con  siffatto  inten- 
dimento dispose  pure  generosamente  a  favore 
dello  stalo  dei  beni  allodiali  ricevuti  dalla  ca*a 
Medici  in  compenso  di  quei  ceduti  al  re  di  Polo- 
nia, e  vendutane  una  parte,  volle  il  relratto  (osse 
erogato  in  diminuzione  del  debito  medesimo ( 1 1). 
g.  7.  Dovendo  il  grauduca  abbandonare  pei 
qualche  tempo  la  Toscana,  pensò  anche  al  man- 
tenimento del  buon  governo  di  questo  stato,  e  a 
tal  effetto  stabilì  tre  consigli,  uno  di  reggenza,  lo 
altro  di  guerra,  e  il  terzo  di  finanze,  e  li  riforni 
(Jei  consiglieri  di  stato  ,  e  gli  assegnò  per  loro 
residenza  la  citlà  di  Firenze.  Al  consiglio  di  reg- 
genza fu  data  tutta  l'autorità  del  governo  ,  colla 
cura  *Y  invigilare  che  fosse  amministrata  la  giu- 
stizia senza  eccezione  di  persone  sì  nel  civile  che 
nel  criminale;  di  mantenere  il  commercio,  le  arti 
le  leggi  e  gli  usi  nel  loro  vigore,  insomma  di  so- 
stenere i  dritti  di  suprema  giurisdizione,  le  pre- 
rogative e  tutte  le  ragioni  dei  dominii  e  dei  sud- 
diti. Il  consiglio  di  guerra  ebbe  autorità  e  giuri- 
sdizione sopra  tultociò  che  spelta  al  servizio mi- 
iilare,  col  mantenimento  della  buona  disciplina 
tra  le  truppe  e  la  conservazione  e  difesa  delle 
piazze  e  fortez/.e.  AJ  consiglio  di  finanze  fu  ordi- 
nato presedere  generalmente  alla  direzione  di 
lutto  lo  slato,  con  invigilare  sopra  quei  che  le 
reggono,  o  le  tengono  a  titolo  di  appallo,  e  deci- 
dere tutte  le  difficoltà  che  potessero  insorgere  ri- 
guardo alle  rendile  non  solo  pubbliche,  ma  ezian- 
dio private;,  a  lutti  e  tre  i  predelti  consigli  fu 
Si.  Tose.  Tom.  11.  3 


il)  AVVEMMEVH  STORICI  Ali»    1739. 

concessa  facoltà  di  late,  in  quanto  li  risguardava, 
le  ordinazioni  e  disposizioni,  secondo  che  lo  e- 
sigevano  le  occorrenze  (12). 

g.  8.  Breve  fu  la  dimora  in  Toscana  del  gran- 
duca e  della  granduchessa,  poiché  alla  fine  del 
mese  di  aprile  si  posero  in  viaggio  per  Vien- 
na, dalla  quale  non  volevano  star  lungamente 
lontani  a  cagione  della  vacillante  salute  dell'im- 
peratore Carlo  VI,  al  quale  dovea  succedere  l'ar- 
ciduchessa  Maria  Teresa,  il  che  dopo  molte  guer- 
re seguì  nel  1745.  Lasciò  il  granduca  Francesco 
favorevole  memoria  di  sé  in  Toscana,  ma  era 
comune  il  dispiacere  di  esser  soggetti  ad  un  so- 
vrano che  dovea  risedere  lungi  dai  suoi  stati  (i3). 
.  Dopo  la  partenza  delle  reali  altezze  si  incominciò 
dai  loro  ministri  lasciati  in  Firenze  n  trattare  la 
riduzione  delle  grosse  spese  che  giornalmente  pa- 
liva  il  granducato  di  Toscana  (14).  Furono  pub- 
blicate due  leggi  riguardanti  i  luoghi  di  monte  ad 
oggetto  di  diminuire  il  debito  pubblico,  e  fu  con 
esse  ordinata  l'estrazione  de'luoghi  di  monti  li- 
beri, e  formato  un  nuovo  libro  per  i  vincolati,  ri- 
ducendo il  fruttato  dal  3  e  mezzo  al  3  percento, 
ma  da  questa  operazione  non  se  n'ebbe  un  gran 
profitto  (i5). 

g.  9.  Volendo  il  nuovo  principe  trar  profitto 
pecuniario  da  ogni  parte,  e  ben  conoscendo  che 
ì  molti  impiegati,  talvolta  eziandio  negli  unici 
con  diritto  di  vivere  a  spese  del  principe  dimi- 
nuiscono non  dirado  le  braccia  all'industria,  e 
cagionano  miserie  allo  slato,  pensò  a  diminuirne 
il  numero  che  era  eccessivo,  dando  in  affitto  i 


^f/l.  '1739.      DEI  TEMPI  ALSTEIiCI    CAP.  T.  27 

beni  della  corona,  ed  appaltando  tutte  le  regalie 
e  gabelle  a  lui  stesso  dovute.  Fu  in  questo  tem- 
po che  il  Granduca  avendo  dato  in  appalto  tulle 
l1  entrate  della  Toscana  a  certi  finanzieri  lore- 
nesi,  ne  successe  che  non  più  i  cittadini,  ma 
i  finanzieri  medesimi  esercitavano  le  cariche  per 
la  riscossione  delP  entrate  .  Ne  mormorarono  i 
fiorentini  e  si  lamentarono  ancora  che  l'ammini- 
strazione municipale  non  era  più  che  un'ombra 
del  potere  senza  alcun  dritto,  e  che  tutto  an- 
nunziava o  faceva  temere  un  governo  arbitra- 
rio (16)  ,  tanto  più  si  pretendeva,  che  il  gran- 
duca Francesco  volesse  dalla  Toscana  aver  li- 
beri in  Vienna  cinque  milioni  di  fiorini  di  quella 
moneta.  II  fare  un'appalto  generale  di  tutte  le 
rendite  dello  stato  è  cosa  estremamente  dannosa, 
perocché  se  questa  assicura  un  annua  rendita  al 
sovrano,  è  la  sorgente  però  d'infinite  vessazioni 
ai  sudditi  e  di  diminuzione  anche  all'erario  regio, 
poiché  il  guadagno  vistoso  che  gli  appaltatori  vo- 
glion  fare,  dee  supplirsi  con  nuove  tasse  sopra  i 
sudditi  per  saziare  l'ingordigia  di  pochi  finanzie- 
ri 07)- 

J.  io.  Non  lasciava  il  governo  di  occuparsi 
di  tuttociò  che  poteva  render  felice  la  Toscana, 
e  perciò  in  diversi  tempi  furon  fatti  molti  ten- 
tativi per  favorire  l'agricoltura  della  infelice  ma- 
remma senese,  ma  una  colonia  di  Lorenesi  che 
là  fu  mandala,  rimase  quasi  intieramente  di- 
strutta, e  le  tratte  che  si  accordarono  a  quella 
provincia,  non  furono  di  alcun  buono  effetto, 
giacché  tutto  era  vincolato  da  un  magistrato  della 


2  8  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.    1*739. 

abbondanza,  ohe  sia  per  timore  ò  per  ingordigia 
inceppava  il  commercio,  unico  mezzo  per  facili- 
tare ogni  sorta  d1  industria  nazionale.  II  sistema 
di  aggravare  la  provincia  per  servire  alla  capitale 
è  ingiusto  e  falso:  ingiusto  perchè  han  tutti  i  sud- 
diti gli  stessi  diritti  alle  cure  del  sovrano:  falso 
perchè  depauperata  e  resa  infelice  la  provincia, 
resta  la  capitale  sprovvista  di  qualunque  risorsa, 
né  essa  può  bastare  a  sé  stessa  .  LP  agricoltu- 
ra fu  incoraggiata  allorché  piacque  al  granduca 
Francesco  di  ordinare,  che  per  il  volgere  di  tren- 
ta quattr'anni  la  tratta  dei  grani  dalla  maremma 
senese  fosse  lìbera  da  qualunque  dazio.  Per  hi- 
coraggire  poi  V  industria,  furono  aperte  nuove 
strade  e  migliorate  quelle  già  aperte,  e  segnata- 
mente quelle  di  Bologna  e  di  Pisa;  si  promosse 
la  educazione  dei  bachi  da  seta  piantando  gelsi 
sul  margine  delle  regie  strade,  e  furono  allegge- 
rite le  gabelle  d'estrazione  perle  manifatture  to- 
scane. Fu  quindi  emanato  un  ediìto  dalla  reggen- 
za, e  sottoscritto  dal  conte  di  Richecourt  come 
capo  di  quella,  e  da  Pompeo  Neri  come  segreta- 
rio, con  cui  concedevasi  alla  società  botanica  , 
della  quale  era  presidente  l'abate  marchese  An- 
tonio Niccolini,  il  giardino  dei  semplici  esistente 
presso  le  scuderìe  di  s.  Marco,  ed  altresì  con  an- 
nua pensione  di  scudi  3oo  per  le  spese  di  colti- 
vazione e  mantenimento.  Questa  società  deve  fa 
sua  origine  al  celebre  Pierantonìo  Micheli  nel 
1716,  che  nel  suo  principio  uon  fu  istituita  da 
esso  che  come  un'adunanza  privata,  ma  sotto  gli 
auspici  del  granduca  Cosimo  III  divenne  pub- 


Aìì.    ^40.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CA?.  I.  29 

blica  (18)5  ed  affinchè  le  occupazioni  di  questa 
società  divenissero  anche  più  utili,  la  reggenza 
a  nome  di  Francesco,  volle  che  imprendesse  a 
compilare  la  storia  naturale  della  Toscana,  delia 
qual  cosa  assuntone  l'incarico  il  dottor  Giovanni 
Targioni  Tozzetti  ,  la  condusse  felicemente  ad 
un  certo  termine,  acquistandosi  somma  estima- 
zione (19). 

g.  11.  Morto  P  imperatore  Carlo  VI,  lasciò 
erede  universale  di  tutti  i  suoi  regni  e  stali  la 
arciduchessa  Maria  Teresa  sua  primogenita  e 
moglie  di  Francesco  Stefano  duca  di  Lorena  e 
granduca  di  Toscana  :  principessa  che  siccome 
per  la  beltà  potea  francamente  competere  col- 
le più  belle  del  suo  sesso,  così  per  l'elevatezza 
della  mente,  per  la  saviezza  dei  suoi  consi- 
gli, ed  anche  per  forza  generosa  di  petto  ,  ga- 
reggiava coi  primi  dell'altro  sesso  (ao).  Non  fu 
però  senza  gravi  contrasti  e  guerre  sanguinose 
che  la  nostra  granduchessa  potette  avere  il  pie- 
no possesso  dell'  eredità  paterna,  non  ostante 
che  da  tutte  le  potenze  fosse  stata  precedente- 
mente garantita.  L'elettore  di  Baviera  mosse  del- 
ie pretensioni  sopra  al  regno  di  Boemia:  Augusto 
re  di  Polonia  ed  elettore  di  Sassonia  messe  in 
campo  dei  diritti  sopra  tutta  la  successione  au- 
striaca: la  casa  di  Spagna  promosse  delle  simi- 
li pretenzioni,  come  anche  il  re  di  Sardegna  pel 
ducato  di  Milano.  La  corte  di  Francia  non  meno 
delle  altre  avea  dei  diritti  a  far  valere,  ma  cre- 
dette però  di  non  dovere  apparire  come  compe- 
titore: il  re  di  Prussia  senza  farne  parte  ad  alcu- 


3o  AVVENniF.XTI    STORICI  An.    1740. 

no  pn!rò  nella  bassa  Slesia,  e  fu  allora  che  si  pose 
in  armi  anche  la  Francia  e  si  fece  una  lega  po- 
lentissima  contro  la  casa  tTAustria  che  fu  messa 
all'orlo  del  suo  precipizio,  poiché  T  elettore  Hi 
Baviera  fu  coronato  imperatore  dopo  segnalate 
vittorie  riportate  dagli  alleati;  ma  quello  fu  il 
momento  in  cui  cangiò  la  sua  fortuna  ,  poiché 
Maria  Teresa  amata  da  tutti  e  specialmente  dagli 
ungheresi  fu  da  questi  sostenuta  colle  armi,  e 
dall'Inghilterra  con  i  sussidii*  e  fatte  delle  paci 
separate  superò  i  suoi  nemici  e  dette  un  nuovo 
splendore  alla  casa  oTAustria  (ai). 

g.  la.  Una  grandiosa  piena  fu  in  Arno  nel 
novembre  del  i?4o>  avendo  traboccato  dalle 
sponde  e  cagionati  gravi  e  indicibili  danni  a  molti 
magazzini  di  grasce  e  manifatture  in  Firenze,  ed 
essendogiuuta  anche  a  dei  primi  piani  di  alcune 
case.  Né  solo  in  Firenze  ma  anche  in  altre  parti 
di  Toscana  le  acque  giunsero  all'altezza  di  sette 
braccia,  e  devastarono  quasi  tutte  le  semente,  e 
fecero  altri  mali  gravissimi  .  Di -questa  funesta 
inondazione  parla  il  M arozzi  nella  sua  opera  in- 
titolata: Dello  stato  antico  e  moderno  del  nu- 
me Arno  (aa). 

g.  i3.  In-  proposito  di  quanto  sopra  notammo 
si  aggiunge  ora  che  in  sequpla  del  dannoso  con- 
sueto sistema  di  appalti,  niente  ne  fu  eccettuato, 
e  perciò  fu  roti  date  in  appalto  anche  tutte  le  ga- 
belle e  dazi  soliti  a  risquotersi  dall'  amministra- 
zione delle  dogane,  il  che  apportò  grandissime 
vessazioni  ai  sudditi,  e  non  meno  agli  esteri  in- 
teressati nel  commercio  con  i  toscani:  anche  le 


Ali.    1740.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  1.  3Ì 

«abelle  dei  contratti  subirono  la  stessa  sorte.  In 
tale  occasione  fu  creduto  a  proposito  di  formare 
un  nuovo  tribunale  colla  denominazione  della 
camera  granducale,  la  quale  dovesse  assumere  a 
sé  tutti  i  litigi  e  differenze  che  potessero  esservi 
riguardo  agli  appalti,  tanto  fra  gli  appaltatori  ed 
il  sovrano,  come  tra  quelli  ed  i  particolari,  e  fra 
di  loro  stessi  con  i  subappaltatori  proventieri  ec. 
talmentechè  tuttociò  che  agli  appalti  appartene- 
va, a  questa  camera  riferir  si  dovesse:  con  ciò  si 
venne  a  togliere  i  diritti  che  le  antiche  magistra- 
ture avevano,  ciascuna  rispetto  al  proprio  dipar- 
timento(ti3). 

(>.  14.  Siccome  poi  frano  in  soverchio  numero 
i  giorni  di  feriato  e  molti  quei  festivi,  per  cui 
gran  parte  dell'anno  rimaneva  impedito  alPeser- 
cizio  della  civile  giurisdizione  e  dell'industria, 
così  fu  tolto  l'abuso  di  quelli,  e  quindi  durante  il 
suo  governo  il  pontefice  Benedetto  XIV  applau- 
dendo al  divisamento  del  Granduca  di  Toscana, 
diminuì  pure  i  giorni  festivi:  e  cosi  Francesco  II 
togliendo  un  abuso  nel  suo  stalo,  dette  occasione 
al  pontetice  di  facilitare  ancora  il  modo  di  guada- 
gnarsi il  pane  a  tutti  quei  che  vivono  della  pro- 
pria fatica,  senza  offesa  delle  leggi  divine  (a4). 

§.  i5.  Nel  29  marzo  1741  fu  con  bando  an- 
nunziato al  pubblico  della  Toscana  la  fausta  no- 
tizia che  il  dì  i3  di  marzo  dalParciduchessa  Ma- 
ria Teresa  era  stato  felicemente  dato  alla  luce 
il  tanto  desiderato  arciduca  Giuseppe,  gran  prin- 
cipe di  Toscana,  e  perciò  furono  ordinati  i  rin- 
graziamenti all'altissimo,  e  gran  feste  per  tutta  la 


o2  AVVENIMENTI   STORICI  Jtl.    1  ^41  - 

Toscana  (a5).  Ma  tanta  gioia  fu  turbata,  poiché 
la  Spagna  dettesi  a  formare  un  possente  arma- 
mento e  ordinò  all'infante  don  Carlo  re  delle  due 
Sicilie  di  fare  altrettanto  per  andar  contro  agli 
austriaci.  Ecco  pertanto  cominciare  a  giungere 
verso  la  metà  di  novembre  ad  Orbetello  ed  agli 
altri  porti  di  Toscana  spettanti  ad  esso  re  don 
Carlo,  varii  imbarchi  di  truppe,  munizioni  ed  ar- 
tiglierìe provenienti  da  Barcellona  e  da  Napoli. 
Parimente  ad  esso  Orbetello  arrivò  nel  dì  9  di 
dicembre  il  duca  di  Montemar  destinato  genera- 
le delle  armi  di  Spagna  in  Italia;  e  da  che  nel  re- 
gno di  Napoli  fu  fatta  una  massa  di  circa  12000 
soldati,  fu  chiesto  alla  corte  di  Roma  il  passaggio 
per  gii  stati  della  chiesa.  Gran  gelosìa  ed  appren- 
sione dettero  alla  Toscana  siffatli  movimenti,  e 
come  se  si  aspettasse  a  momenti  un  invasione 
da  quella  parte,  si  presero  le  possibili  precauzio- 
ni per  la  difesa  di  Livorno,  di  Pistoia,  e  d'  altri 
luoghi  della  Toscana.  Ma  poiché  premeva  alla 
Francia  che  non  fosse  inquietato  lo  stato  tosca- 
no, siccome  paese  permutato  nella  Lorena  e 
guarantito  dal  re  Cristianissimo,  ben  prevedendo 
essa  Francia,  che  l'acquisto  di  Lorena  rimarreb- 
be esposto  a  pretenzioni,  se  fosse  occupato  da  al- 
tri il  granducato  della  Toscana,  perciò  fu  sotto- 
mano fatto  intendere  al  granduca  duca  di  Lorena, 
che  non  temesse  sconcerti  a  quegli  stati;  e  que- 
sta promessa  si  vide  di  poi  religiosamente  man- 
tenuta dalla  corte  di  Francia.  Per  conseguenza 
le  speranze  dei  napoli-spani  si  rivolsero  tutte  agli 
stati  della  Lombardia  (26). 


Aìl.    1743.       DEI    TEMPI     AUSTRIACI  CIP.  I.  33 

g.  16.  Furono  in  quei  giorni  ordinate  feste  di 
gioia  in  Firenze  per  la  coronazione  seguita  in  Pra- 
ga della  nostra  granduchessa  arciduchessa  d'Au- 
stria Maria  Teresa  nel  maggio  del  174$,  in  regina 
d'Ungheria  e  di  Boemia  (27).  La  quiete  e  salute 
provata  in  tal  tempo  dai  pistoiesi  fu  di  occasio- 
ne ai  medesimi  d'insinuare  al  granduca  di  To- 
scana una  forma  di  strada  nella  loro  montagua, 
propria  pel  trasporto  delle  mercanzie  dalla  lom- 
bardia  alla  loro  città  ,  della  qual  cosa  ponendosi 
in  dovere  quel  sovrano  di  contentare  i  suoi 
popoli,  fece  colP  indirizzo  delP  ingegnere  Giadò 
francese  por  mano  al  lavoro,  e  terminatone  con 
felicità  una  parte  fu  a  cagione  dei  rumori  della 
pestilenza  di  gran  giovamento  al  corriere  di  Ve- 
nezia e  di  Milano,  quale  passando  per  Pistoia,  e 
prendendo  la  nuova  strada  della  montagna, trovò 
facile  e  comodo  il  passo,  e  il  viaggio  libero  da 
ogni  sinistro  successo  (28).  Aumentatesi  le  voci 
dei  danni  che  Tepidemia  de'bestiami  infieriva,  fri 
emanato  un  decreto  nel  dicembre  del  174^  af- 
finchè si  sospendesse  il  commercio  con  alcune 
delle  potenze  confinanti  (29). 

J.  1 7.  Francesco  Stefano  di  Lorena  granduca 
nostro  fu  acclamato  re  d  eroina  ni  sotto  il  nome  di 
Francesco  I  ai  i3  settembre  del  174 5,  e  nell'ot- 
tobre dell'anno  medesimo  fti  incoronato  impera- 
tore di  Alemagna  in  Francfort. nonostante  la  man- 
canza dei  voti  degli  elettori  di  Brandemburgo  e 
Pdlatino,  i  quali  contrastando  la  successione  a 
Maria  Teresa  non  vollero  dare  i  loro  voti.  I  ta- 
lenti di  questa  principessa  la  ponevano  in  grado 


^4  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.    1745. 

di  governarsi  da  sé  stessa,  ma  associò  nondime- 
no^ il  suo  sposo  alle  cure  dell'amministrazione,  e 
regnò  sempre  tra  Francesco  e  la  figlia  di  Carlo 
VI  il  più  grande  accordo  (3o).  A.  tanta  letizia  fe- 
ce seguito  il  sinistro  avvenimento  che  i  galli-spa- 
ni  fin  dall'aprile  si  avviarono  alla  volta  delle  mon- 
tagne di  s.  Pellegrino.  Un  impensata  fiera  disav- 
ventura arrivò  ad  esse  truppe  net  passare  di  colà 
in  Garfagnana,  perchè  colte  da  un'improvvisa  ne- 
ve che  principiò  a  fioccare  ,  e  trovandosi  sen- 
za foraggi  e  biade  in  quei  monti,  fecero  orri- 
di patimenti:  segui  non  lieve  diversione  di  gente, 
e  più  di  5oo  cavalli  e  muli  lasciarono  le  ossa  su 
quelle  balze.  Calati  poi  nella  Garfagnana  i  galN- 
spani,  si  improvvisamente  arrivano  addosso  alla 
fortezza  di  Montalfouso,  che  quel  comandante 
austriaco  sorpreso  senza  vettovaglia  si  arrendè 
tosto  col  presidio  prigioniere  di  guerra,  ed  aven- 
do poi  fatto  altrettanto  quello  della  "Verrucola, 
tornò  tutta  quella  provincia  all'obbedienza  del 
duca  di  Modena  suo  legittimo  sovrano.  Speravano 
i  garfagnini  un  trattamento  da  amici  dalle  trup- 
pe spagnuole,  ma  provarono  tutto  il  contrario. 
Passò  da  lì  a  poco  quell'armata  sul  lucchese  e 
stesesi  fino  a  Massa,  dando  assai  a  conoscere  che 
essa  era  per  volgersi  verso  il  genovesato,  affine 
di  unirsi  colPaltra  armata  dei  galli-spani,  che  si 
andava  adunando  nella  riviera  occidentale  di  Ge- 
nova. Si  avvide  per  tempo  dr  questo  loro  disegno 
il  generale  austriaco  principe  di  Lobcowiz;  e  per- 
ciò anch'egli  nel  dì  ^,5  di  aprile  sollecitamente 
alzò  il  campo  dai  contorni  di  Modena,  e  si  avviò 


Aìl.    1745.      DEI    TEMPI    AUSTRIACI  Cip.  I.  35 

alla  volta  di  Reggio,  e  di  là  poi  andò  a  porre  il 
suo  quartiere  a  Parma  con  impedire  vari  distac- 
camenti in  Lunigiana,  affine  di  frastornare  ed 
impedire  il  passaggio  dei  nemici  nel  territorio  di 
Genova.  In  fatti  allorché  nel  di  9  di  maggio  si 
misero  i  napoli-spani  a  passar  la  Magra,  ne  ripor- 
tarono una  buona  percossa:  dopodiché  arrivarono 
in  fine  dopo  tante  faticose  marce  a  prender  ripo- 
so nelle  vicinanze  di  Genova  (3i). 

g.  18.  Il  governo  toscano  avea  saviamente  in 
mira  di  rendere  più  proficua  e  meno  infelice  la 
maremma  senese,  ma  gli  espedienti  proposti  non 
ebbero  un  felice  successo.  Credettesi  con  un  edit- 
to in  data  del  di  1  di  dicembre  ij4^>  di  facilitare 
la  coltivazione  di  quella  provìncia,  ma  il  sistema 
adottalo  non  fu  vantaggioso.  Si  voleva  con  que- 
sf  editto  obbligare  i  proprietari  delle  terre  incolle 
in  quella  maremma  a  coltivarle  nel  Termine  di  un 
anno,  altrimenti  s'intendevano  devolute  al  fisco. 
Era  impossibile  ottenere  di  ciò  l'intento,  perchè 
quei  possessori,almeno  per  la  maggior  parte,  non 
aveano  mezzi  per  supplire  alle  gravose  spese  della 
coltivazione  in  un  così  breve  spazio  di  tempo,  e 
perchè  per  quelli  che  ne  avrebbero  avuti  i  mez- 
zi non  permettendosi  la  libera  esportazione  dei 
generi,  i  prezzi  di  questi  erano  cosi  bassi,  che  non 
potevano  in  alcuna  guisa  porsi  a  livello  con  le 
enormi  spese  che  occorrevano  per  le  nuove  col- 
tivazioni in  un  paese  mancante  di  popolazio- 
ne (3a). 

g.  19.  Fu  quindi  emanata  la  famosa  legge  ce- 
sarea sopra  i  iidecommissi,  che  Francesco  II  no- 


3(>  AVVENIMENTI    STORICI  Alt.    1747. 

stro  granduca  volle  ristringere  a  soli  quattro  gradi, 
<la  coniarsi  però  in  capita  e  non  in  stirpe?.  Mol- 
le sono  state  le  questioni  indolle  nei  tribunali 
toscani  per  la  inlerpetrazione  di  vari  articoli  di 
questa  legge  ,  dir  vedendosi  palesi  la  volontà 
del  legislatore  per  la  più  pronta  possibile  libertà 
dei  beni,  senza  però  pregiudicare  a  quelli  che  di 
già  vi  aveano  acquistato  un  diritto,  fu  in  quel  sen- 
so, che  la  maggior  parte  delle  dispule  furono  giu- 
dicate. Una  delle  incongruenze  però,  che  appa- 
risce in  quella  legge,  *siè  il  dar  soltanto  facoltà 
ai  nobili  di  fondare  dei  Gdecommissi,  quando  in 
quel  tempo  non  era  ancor  fissata  'una  gerarchia 
di  nobiltà  decisa,  la  quale  non  ebbe  luogo  che 
nel  1760  (33). 

g.  20.  Animalo  il  sovrano  dallo  stesso  princi- 
pio di  togliere  i  vincoli  che  impedivano  il  libero 
commercio  dei  beni  stabili,  impedi  che  le  cor- 
porazioni ecclesiastiche  e  secolari  aumentassero 
di  più  i  loro  patrimoni  allora  immensi,  vietando 
a  quelle  di  poter  conseguire  eredità  senza  un  pri- 
vilegio sovrano.  Avendo  poi  sua  maestà  Cesarea 
riconosciuto,  o  creduto  di  riconoscere  che  i  feu- 
datari avessero,  o  si  arrogassero  molti  privilegi  di 
più  di  quelli  ch'egli  credette  opportuno  di  lasciare 
loro,  emanò  una  legge  colla  quale  si  venne  som- 
mamente a  ristringere  la  loro  giurisdizione',  e 
concesse  a  quei  disgraziati  sottoposti  V  appello 
delle  loro  cause  ai  tribunali  ordinari,temperando 
così  la  pesante  schiavitù  che  gli  opprimeva.  Por- 
tando i  bisogni  dello  stato  che  si  trovasse  il  modo 
di  accrescerne  le  rendite,  per  non  mettere  un  au- 


Ali.    1749.      DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  I.  3? 

mento  alle  imposizioni  già  stabilite  e  che  erano 
in  appallo,  fu  ordinalo  cbe  gli  alti  giudiciali,  ro- 
giti dei  notari,  e  tutti  gli  atti  pubblici  dovessero 
essere  scritti  in  carta  bollata,  il  che  produsse  un 
aumento  non  piccolo  alle  finanze  regie:  fu  anche 
questo  ramo  di  finanze  dato  in  appalto  (34),  e 
benché  Francesco  imperatore  fosse  soppraccaii- 
cato  dalle  cure  del  suo  impero  ,  amando  i  to- 
scani, cercava  premurosamente  il  loro  bene:  e 
siccome  trovavasi  da  loro  lontano  ed  amava  di 
conoscerli  paratamente,  cosi  ordinò  al  Ruscel- 
lai,  che  allora  copriva  il  posto  di  segretario  del 
regio  diritto,  una  statistica  cosi  particolarmente 
descritta,  ertegli  ne  potesse  comprendere  il  nu- 
mero dei  suoi  sudditi  toscani,  il  sesso,  Petà,  la 
condizione  e  la  religione,  i  nomi  dei  luoghi  nei 
quali  abitavano ,  e  delle  parrocchie  e  comunità 
cui  appartenevano  (35),  e  n'ebbe  in  risposta  che 
il  granducato  di  Toscana  era  popolato  da  un  mi- 
lione H  centomila  uomini.  Lucca  governandosi  a 
repubblica  di  aristocratica  forma  contava  appena 
centomila  abitanti,  e  questi  impiegavansi  special- 
mente neiragricoltura.  Portolungone  nelP  isola 
dell'Elba,  Orbetello  ed  altri  piccoli  luoghi  nella 
costa  di  Toscana,  contenenti  una  popolazione  di 
40,000  anime,  e  note  col  nome  di  stali  de*presidii, 
erano  per  CarloIII  re  delle  due  Sicilie  stabilimenti 
opportuni  per  ingrandirsi  in  Italia  s  qualche  fa- 
vorevole occasione  (36).  Bei  principii  per  una  na- 
zione che  incomincia  a  variare  la  sua  corte!  roa 
Francesco  era  imperatore  <T  Austria  ,  e  sebbene 
animato  da  ottimi  sentimenti, la  lontananza  impe- 
la.  Tose.    Tom.  11.  4 


38  AVVEDIMENTI  STORICI  An.    1849. 

divagli  certamente  di  fare  tutlo  quello  che  i  to» 
scani  da  lui  aspettavano  (37). 

g.  21.  Non  per  anche  in  tutta  la  Toscana  erasi 
adottato  il  computo  dell'anno  giusta  il  calendario 
romano.,  incominciandosi  allora  a  contare  il  pri- 
mo de IPaiuio  nuovo  dal  a5  di  marzo,  cioè  ab  In- 
camatìone.Si  volle  però  cangiare  questo  sistema, 
e  con  legge  del  novembre  1749  Tu  ordinato  che 
si  desse  principio  all'anno  il  primo  gennaio,  come 
ora  e  praticato  quasi  per  tutta  l'Europa.  S4  volle 
nello  stesso  tempo  riformar  pure  l'orologio,  essen- 
dosi contato  tino  a  quest'epoca  di  ventiquattro  in 
ventiquattrore.  Questa  innovazione  trovò  grandi 
ostacoli,  specialmente  nelle  campagne  e  terre,  e 
l'ignoranza  arrivò  a  tal  punto,  che  in  alcune  ter- 
re convenne  per  qualche  tempo  lasciar  contare 
agli  abitanti  alla  Ior  foggia,  come  accadde  iniVIon- 
talcino,  per  evitare  una  specie  d'insurrezione,  che 
a  cagione  di  ciò  andava  formandosi.  Dovette  dun- 
que generalmente  incominciarsi  al  primo  di  gen- 
naio il  nuovo  stile.  (38). 

g.  22.  È  da  sapersi  che  fin  dal  tempo  della  repub- 
blica,sebben  vi  fossero  delle  distinzioni  negli  ordi- 
ni dei  cittadini,  e  molto  più  nel  regno  dei  Medici, 
pure  mai  era  stato  fissato  un  sistema  regolare  per 
la  distinzione  della  nobiltà.  Volle  dunque  rimpe- 
ratore  Francesco  stabilirla,  e  fu  colla  legge  del 
primo  novembre  ;7,.So,  mediante  la  quale  dichia- 
ravasi  che  la  nobiltà  si  dovesse  dividere  in  due 
classi,  vale  a  dire  in  patrizi^  e  nobili.  Tra  i  patrizi 
erano  compresi  i  feudatari,  e  quelli  che  polesser 
provare  per  200  anni  avere  i  suoi  goduto  degli 


An.    1750.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CIP.  1.  09 

onori  della  patria,ed  aver  vissuto  more  nobilitimi 
e  non  aver  contratti  matrimoni  diseguali,  né  eser- 
citate arti  vili.  Nobili  poi  semplicemente  erano 
quelli  dichiarati  tali  per  mezzo  di  qualche  diploma, 
e  che,  o  con  non  convenienti  matrimoni,  o  collo 
esercizio  di  qualche  mestiere  vile  si  fossero  de- 
gradati. I  banchieri,  i  mercanti  all'ingrosso,  e 
specialmente  quei  ch'erano  matricolati  nell'arte 
della  lana,  e  della  seta  non  decadevano  dalla  no- 
biltà e  patriziato,  come  anche  quelli  già  nobili 
che  esercitavano  !a  professione  di  medico,  d'av- 
vocato e  di  giudice,  purché  addottorati  fossero 
nel  granducato.  Fu  anche  dichiarato  che  reputale 
fossero  arti  nobili  la  pittura,  la  scultura  e  l'ar- 
chitettura, qualora  esercitate  da  quelli  che  già  di 
altronde  godessero  la  nobiltà.  Fu  anche  per  la 
stessa  legge  dato  un  regolamento  per  la  cittadi- 
nanza, e  fu  ordinalo  che  non  potessero  esservi  a- 
scritti  quei  che  non  avessero  dieci  fiorini  a  deci- 
ma,© che  esercitassero  arti  vili  ( ^9). 

g.  23. La  corte  di  Vienna,  bramosa  di  consolida- 
re la  tranquillità  dell'Italia,  incaricò  il  suo  mini- 
stro di  Madrid  di  concertare  il  modo  colle  potenze 
contraenti,  onde  togliere  di  mezzo  le  differenze 
intorno  alla  successione  dei  beni  allodiali  defe- 
dici, ed  ogni  altra  questione  che  rimanesse  ad 
ultimarsi  coi  rami  borbonici  dominanti  in  Napoli 
e  Parma,  li  ministro  austriaco  per  adempire  al- 
meno in  parte  le  brame  della  sua  corte,  stipulando 
anche  pel  granduca  di  Toscana,  conchiuse  coi  mi- 
nistri di  Spagna  e  Sardegna  un  trattato  per  prov- 
vedere alla  tranquillità  dell'Italia,   e  fra  le  altre 


40  AVVENIMENTI     STORICI  An.    1756. 

condizioni  stipulate  in  esso,  vi  fu  che  il  gran- 
duca di  Toscana  dovesse  contribuire  il  contin- 
gente di  i5oo  uomini  (4°)-  Fu  P°i  ne'  17SG  con- 
clusa un'alleanza  tra  l'Austria  e  la  Francia,  nella 
quale  si  convenne  che  in  caso  di  guerra  una  po- 
tenza soccorrerebbe  l'altra  con  24000  combattenti. 
L'Austria  però  non  avrebbe  preso  parte  nella  guer- 
ra imminente  tra  la  Francia  e  l'Inghilterra;  e  si 
sarebbero  invitati  altri  principi  ad  accedere  a  que- 
st'alleanza. Si  unì  difatti  l'imperatore  Francesco  in 
qualità  di  granduca  di  Toscana,  e  di  già  l'Austria 
alleala  della  Sassonia  v^iudusse  di  poi  la  Russia,  e 
la  Francia  vi  trasse  la  Svezia,  le  quali  potenze 
tutte  si  collegarono  contro  la  Prussia.  Dalla  To- 
scana marciò  per  tanto  una  banda  di  soldati  a 
guerreggiare  in  Boemia.  Federigo  II  istruito  dei 
disegni  de*suoi  nemici,  e  sollecita  nel4prevenirli, 
sul  fine  d'agosto  entrò  in  Boemia,  dove  combattè 
con  varia  fortuna,*  ma  frattanto  coi  vantaggio  di 
guerreggiare  nell'altrui  territorio  (41). 

g.  a4-  M  conte  di  Ricbecourt,che  ih  qualità  di. 
capo  della  reggenza  e  governatore  regolava  da 
alcuni  anni  la  Toscana,  non  sapeva  farsi  amare 
in  Firenze,  perlocbè  molti  ricorsi  contro  di  lui 
giunsero  all'imperatore,  ed  il  senatore  CarloGi- 
nori  si  portò  a  quest'effetto  in  Vienna;  furono 
attesi  da  Francesco  i  reclami  contro  il  conte  e 
fu  richiamato.  In  sua  vece  fu  nominato  governa- 
tore di  Toscana  il  maresciallo  Botta  Adorno  di 
Pavia,  personaggio  cheavea  già  sostenuto  con  lo- 
de de'luminosi  impieghi  tanto  nel  militare  che  nel 
civile  (4a).  Questo  nuovo  governatore  rese  ben 


Ali.    1757.       DEI    TEMPI   AUSTRIACI    C4P.  I.  f\l 

presto  la  fiducia  al  popolo  toscano.e  fecelo  gode- 
re di  tutti  i  vantaggi  che  poteva  sperare,  poiché 
senz'altro  interesse  che  quello  della  giustizia  si 
conciliò  con  buona,  saggia  ed  esalta  amministra- 
zione la  stima  e  l'attaccamento  di  tutta  la  Tosca- 
na, colla  confidenza  e  la  buona  grazia  dell'impe- 
ratore. Senza  mortificare  le  creature  del  principe 
seppe  far  ritornare  i  toscani  nel  diritto  naturale 
che  avevano  al  conseguimento  delle  cariche,  im- 
pieghi ed  onori  della  lor  patria.  Non  ebbe  egli 
stesso  altri  protetti  che  alcuni  di  quelli  i  quali 
adempivano  più  esattamente  gl'impieghi,  e  Tono- 
re  della  loro  patria.  Egli  incoraggi  Pagriroltura, 
tutte  le  arti  utili,  e  non  ebbe  in  vista  mai  altro 
che  il  bene  generale  del  paese.  A  malgrado  però 
dello  saviezza  di  tale  amministrazione,  la  Tosca- 
na provava  una  specie  di  spossamento  inevitabi- 
le,occasionato  dall'assenza  del  loro  sovrano,  poi* 
che  tenendo  egli  la  sua  corte  a  Vienna  ne  accad- 
de, che  molti  miglioni  sortivano  dalla  Toscana 
annualmente,e  questa  operazione  ripetuta  per  mol- 
ti anni  consecutivi  dovea  per  natura  spossare  il 
paese.  Fu  notato,  ma  forse  troppo  tardi,  questo 
inconveniente,  né  vi  si  poteva  rimediare  conve- 
nientemente che  prendendo  il  panilo  difaredel- 
la  Toscana  un  appannaggio  pei  principi  cadetti 
della  casa  di  Lorena  unita  alla  casa  (T  Austria . 
Seguilo  la  Toscana  ad  essere  regolata  da  un  go- 
vernatore fino  all'anno  17^5,  in  cui  ebbe  la  sorte 
di  divenir  nuovamente  provincia  della  casa  di 
4. U stria  con  granducato  indipendente. 

J.  25.  Le  grandissime  pioggie  che  caddero  ne- 

v 


4*.  AVVÉNIMÉNTI     ST0B1C1  Ali.    1757. 

gli  ultimi  giorni  di  novembre  del  1758  fecero 
sciogliere  le  molte  nevi  ch'erano  sulle  Alpi,  per 
cui  tutti  i  torrenti  alzarono  un  considerabile  cor- 
po di  acque,  alle  quali  nel  dì  primo  dicembre  non 
potettero  resistere  i  ripari  della  campagna,  né 
della  città  di  Firenze,  e  ne  avvenne  una  quasi  ge- 
nerale inondazione.  Le  acque  dell'Arno  in  Firen- 
ze traboccando  dalle  sponde  sommersero  quasi 
interamente  il  quartiere  di  santa  Croce,  parte  di 
quello  di  santa  Maria  Novella,  e  specialmente  il 
Borgo  detto  Ognissanti,  e  di  là  d'Arno  i  borghi  di 
s.  Niccolò  e  di  s.  Frediano,  che  lutto  insieme  era 
quasi  la  metà  della  città.  I/altezza  a  cui  giunse 
l'acqua  fu  minore  di  circa  un  quarto  a  quella 
del  1740  da  noi  descritta,  poiché  essendo  quello 
infortunio  stato  preveduto,  non  mancò  il  tempo 
opportuno  per  levare  dai  magazzini,  dalle  cantine 
e  da  tutte  le  stanze  terrene  le  grasce  e  le  masse- 
rizie^ il  danno  però  che  risentirono  le  fabbriche 
non  £u  minore  di  quello  del  17405  maggiori  furo- 
no i  danni  della  campagna  derivali  da  una  se- 
conda piena  d'Arno  venuta  cinque  giorni  dopo  la 
prima, questo  tìume  ingrossato  da'raolti  influenti.e 
specialmente  dalle  acque  del  canale  della  Chia- 
na ,  entrò  furiosamente  nello  stretto  nominato 
la  Valle  d'inferno,  ed  all'uscire  di  questo  punto 
rompendo  gli  argini  si  divise  in  più  correnti,  al- 
lagando la  campagna  del  Valdarno  superiore,  e 
ricoprendo  d'acque  le  terre  di  s.  Giovanili,  di  Fi- 
gline e  dell'Incisa:  nel  piano  di  Firenze  ristesso 
Arno  comparse  gonfissimo,  ed  aumentato  dalle 
acque  della  Sieve  ruppe  l'argine  dell'Anconella, 


~/i.    1/j/.      UBI  TEMPI  AUSTRIACI   CAP.   I.  4$ 

superando  tutti  i  ripari  ch'erano  stali  fatti  dal 
celebre  matematico  Vincenzo  Viviani,  ed  allagò 
tutta  la  pianura  vicina  a  Firenze  che  resta  fuori 
delle  due  porte  dette  della  Croce  e  di  s.  Niccolò; 
dalla  qual  disgrazia  non  andò  esente  la  campagna 
fuori  della  porta  a  s.  Frediano  e  al  Pratosa  quale 
per  l'estensione  di  sette  miglia  per  le  stesse  cau- 
se restò  inondala.  Anco  la  terra  d'Empoli  ed  il 
piano  che  la  circonda  restarono  ingombrati  dalla 
acqua,  come  anche  nella  maggior  parte  il  paese 
del  Valdarno  inferiore  e  quello  di  Pontedera,  di 
Calcinaja  e  di  Vico-pisano,per  cagione  non  solo 
delle  acque  deir^rno,  ma  ancora  di  quelle  della 
Sterza,  e  deir  Era  che  uscite  da'  loro  alvei  au- 
mentarono i  mali  di  quelle  campagne  che  resta- 
rono devastate.  Questa  inondazione  fu  quasi  ge- 
nerale nella  Toscana,  poiché  il  Serchio  nel  luc- 
chese e  nel  pisano,  la  Cecina,  la  Cornia  e  TOni- 
brone  nel  senese  rompendo  gli  argini  allagarono 
quelle  campagne,  ed  il  canale  della  Chiana  non 
potendo  ricevere  le  acque  dei  suoi  influenti,  ed 
in  specie  quelle  del  Salarco,  della  Foenna  e  del 
Salcheto,  straboccò  in  vari  punticele  acque  inon- 
darono quelle  campagne  (43).  Un'esatta  relazione 
di  questo  infausto  avvenimento  fu  fatta  tino  da 
quel  tempo  per  ordine  del  consiglio  della  Reg- 
genza,che  si  conserva  nell'archivio  della  segrete- 
ria di  stato  di  Firenze. 

§.  26.  Riordinata,  come  lo  permisero  le  cir- 
costanze dei  tempi,  la  pubblica  amministrazione 
in  Toscana  dalle  sollecite  cure  dell'assente  so- 
vrano, vide  egli  essere  ormai  tempo  di  por  mente 


44  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.    1 757. 

ad  eleggersi  un  successore  e  ridonare  alla  To- 
scana un  principe,  che  su  di  lei  vegliando  perso- 
nalmente, perfezionasse  quanto  esso  avea  inizia- 
to, e  facesse  quel  più  che  la  lontanzaa  lui  toglie- 
va il  campo  di  eseguire  (44)-  Frattanto  era  g\k 
nato  fin  dal  5  maggio  del   174°  da  Francesco  e 
Maria  Teresa  dopo  Giuseppe  e  Carlo  il  terzo  ge- 
nito   Pietro  Leopoldo,  il  quale  per    rimmatura 
morte  dei  fratello  Carlo  era  divenuto  il  secondo 
genito  della  nuova  famiglia.  La  prima  educazione 
di  questo  giovine  principe  era  diretta  per  lo  sta- 
to ecclesiastico,  al  quale  parea  che  dovesse  de- 
stinarsi. Fu  suo  aio  il  barone  di  Wanswieten, 
il  nipote  del  medico  celebre  di  tal  nome.  Ma   o 
fosse  che  Leopoldo  non  inclinasse  a  quel  mini- 
stero, o  che  ragioni  politiche  ad  altro  stato   lo 
facessero  determinare,  dopo  la  morte  del  fratello 
Carlo  cangiò  di  pensiero.  Fu  convenuto  poi  fra 
l'imperatrice  Maria  Teresa  e  la  corte  di  Madrid 
che  si  formassero  due    secondo-geniture  da  non 
poter  mai  esser  riunite  nel  capo  delle  due  monar- 
chie, che  una  delle  due  Sicilie  per  il  secondo-ge- 
nito di  Spagna,  e  quella  di  Toscana  pel  secondo- 
genito d^ustria.  Fu  in  sequela  di  ciò  che  appena 
giunto  Leopoldo  in  età  competente  venne  fatta 
per  esso  la  formale  domanda  per  mezzo  del  con- 
te Francesco  Orsini  di   Rosemberg  dell"  infante 
Maria  Luisa  secondo-genita  di  Carlo  IH;  e  quin- 
di fu  effettuato  per  procura  il  matrimonio  in  Ma- 
drid il  16  febbraio  1764.  Era  Maria  Luisa  mólto 
amata  dal  padre,  il  quale  oltre  una  ragguardevole 
dote,  ed  una  ricchezza  immensa  di  gioie,  le  fece 


An.    1764.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CiP.  I.  (fi 

anche  la  formale  cessione  di  tutte  le  sue  preten- 
zióni  sopra  i  beni  allodiali  dell'estinta  casa' Medici. 
Conciliate  dunque  le  cose  Maria  Luisa  fece  il  suo 
ingresso  in  Ispruck  il  dì  5  agosto  1765,  incontra- 
ta dal  suocero  e  dallo  sposo,  e  fu  ricevuto  da 
tutta  la  corte  cesarea  colla  maggiore  magnificen- 
za, il  principe  Clemente  di  Sassonia, in  quel  tem- 
po vescovo  di  Frismga  e  di  Ratisbona,  dette  agli 
sposi  la  benedizione  nuziale  (45). 

g.  27.  Continue  erano  le  feste  ed  i  tratieni- 
menti  in  Inspruek  per  sì  lieta  occasione,  quando 
in  un  punto  lutto  dovette  cessare  per  l'improv- 
visa morte  di  Francesco  imperatore  I  e  grandu- 
ca di  Toscana  li,  sorpreso  il  di  18  agosto  da  un 
colpo  apopletico  in  età  di  57  anni,  dopo  aver  go- 
vernalo otto  anni  la  Lorena,  28  la  Toscana,  ed 
essere  stato  principe  correggente  colla  consorte 
per  lo  spazio  di  venti  anni.  Questo  sovrano,  mal- 
grado delle  calamitose  circostanze  dei  tempi  in 
cui  governò  la  Toscana,  sempre  distratto  dalle 
gueire  che  convenne  sostenere  a  11' ini  mortai  Ma- 
ria Teresa  sua  moglie  per  far  valevoli  i  suoi  diritti 
sulla  eredità  lasciatagli  da  Carlo  VI,  provvide  co- 
me potette  a  render  più  prosperose  le  condizioni 
de'toscani,  migliorando  i  loro  costumi, moderando 
le  leggi,  facilitando  l'industria,  incoraggiando  il 
commercio,  e  proleggendo  gli  studi.  Nacquero  da 
Francesco  e  da  Maria  Teresa  cinque  principi  ed 
undici  principesse  (46). 

}).  28.  L'inaspettato  avvenimento  della  morte 
dell* impera (oie  Francesco  produsse  una  mestizia 
generale.  Giuseppe  li  già  re  de'romani  dopo  aver 


46  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.    176-1. 

fatta  solenne  renunzia  ad  ogni  suo  dritto  per  lo 
stato  di  Toscana,  assunse  subito  il  titolo  d  impe- 
ratore, e  fu  rivestito  dalla  vedova  genitrice  dello 
istesso grado  di  correggente,  come  godeva  il  de- 
funto suo  genitore.  Dettegli  gli  ordini  opportuni 
pel  ritorno  della  corte  a  Vienna,  e  per  la  parten- 
za alla  volta  di  Firenze  degli  sposi,  essendo  stato 
immediatamente  riconosciuto  Pietro  Leopoldo 
come  nono  granduca  ed  assoluto  signore  della 
Toscana.  Seguì  infatti  la  partenza  nel  di  3o  di 
agosto,  accompagnati  gli  sposi  dal  conte  France- 
sco di  Thurn  nella  carica  di  gran  ciambellano,  ma 
ch'era  in  realtà  Paio  del  granduca,  come  la  con- 
tessa di  lui  moglie  lo  era  della  granduchessa;  ed 
il  conte  A.utonio  di  Thurn  dovea  coprire  il  posto 
di  capitano  delle  guardie  del  corpo.  Si  prepara- 
vano in  Firenze  feste  e  spettacoli  pel  ricevimen- 
to dei  governatori,  che  tali  si  credevano  in  essa, 
quando  arrivò  il  corriere  con  la  notizia  della  morte 
deiriniperatore,  ed  in  seguito  un  altro  con  ordi- 
ne al  magistrato  supremo  di  far  proclamare  so- 
vrano della  Toscana  l'arciduca  granduca  Pietro 
Leopoldo  I,  il  quale  confermò  fino  al  suo  arrivo 
in  Firenze  il  maresciallo  Botta  come  capo  del  go- 
verno. Tutte  le  primarie  cariche  di  corte,  come 
anche  il  meresciallo  Botta  credettero  loro  dove- 
re di  portarsi  in  Bologna  ad  incontrare  i  nuovi 
sovrani,  ma  parve  agli  occhi  dei  critici,  che  il 
detto  maresciallo  ricevesse  un  assai  fredda  acco- 
glienza dal  nuovo  sovrano,  non  ostante  che  dal- 
l'imperatrice madre  fosse  a  lui  dato  anche  questo 
per  mentore, unitamente  al  conte  di  Thurn(47). 


DEC  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  1.  47 


NOTE 

(i)  viicciaporci,  Compendio  di  Storia  fiorentina,  lib. 
ili,  pag.  445.  (2)  Guidoni  ,  Compendio  della  Storia 
di  Toscana  ,  toni,  n,  cap.  20.  (3)  Cicciaporci  cita- 
to. (5)  Ivi.  (6)  Muratori,  Annali  d'Italia,  anno 
1738.  (7)  Ivi,  anno  1739.  (8)  Becattiui,  Compendio 
storico  della  vita  di  Maria  Teresa  imperatrice,  tom. 
i  ,  pag.  15.  (9)  Fioravanti  ,  Memorie  storiche  della 
città  di  Pistoia,  cap.  xxxvm  ,  pag.  395.  (10)  Mu- 
ratori citato.  (11)  Ferrini  ,  Compendio  della  Storia 
di  Toscana  ,  Epoca  vi ,  §.  1  .  (12)  Fioravanti  cita- 
to. (13)  Cicciaporci  cit.  (14)  Fioravanti  cit.  (15)Cic- 
ciaporci  cit.  (16)  Fioravanti  e  Ferrini  citato,  e  Ri- 
chard ,  Description  historique  ,  et  critique  d'Italie, 
tom.  Hij  pag.  224.  (17)  Cicciaporci  citato.  (18)  Ivi, 
p.  4)0.  (19)  Ferrini  cit.  $.  2  .  (20)  Muratori  citato, 
an.  1740.  (21)  Cicciaporci  cit.  (22)  Ivi,  e  Fioravan- 
ti cit.  (23)  Cicciaporci  cit.  (24)  Ferrini  cit.  (25)  Cic- 
ciaporci citato.  (26)  Muratori  cit.  an.  1741.  (27)  Cic- 
ciaporci cit.  (28)  Fioravanti  cit.  (29)  Cicciaporci  cit. 
(30)  Ivi,  p.  454  e  Catteau  Colleville,  sta  nella  Bio- 
grafia universale,  articolo  Francesco  I.  (31)  Muratori 
cit.  anno  1745.  (32)  Cicciaporci  cit.  (33)  Ivi.  (34)  Ivi. 
(35)  Ferrini  cit.  (3G)  Coppi,  Annali  d'Italia  ,  anno 
1750.  (37)  Ferrini  citato.  (38)  Cicciaporci  e  Ferrini 
citati  ,  $.  3.  (39)  Cicciaporci  citato.  (40)  Coppi  cit. 
(41)  Ivi,  an.  1750.  (42)  Cicciaporci  cit.  (43)  Cantini 
cit.  voi.  xxvii  ,  pag.  228.  (44)  Ferrini  cit.  (45)  Cic- 
ciaporci cit.  (40)  Ferrini  cit  Ep.  vi,  J.  3,  e  Bio- 
grafi;» universale  ,  art.  Francesco  I.  (47)  Cicciaporci 
cit. 


48  DEI    TEMPI    AUSTRIACI 


CAJIIDl'O    U 


Anno  1764  di  G.  Cr. 

§•  i.  li  el  breve  spazio  di  tempo,  in  cui  l'impe- 
rator  Francesco  amministrò  le  cose  della  Tosca- 
na col  mezzo  di  una  reggenza,  molte  furono  le 
cose  da  esso  cambiale  in  meglio,  ma  grandi  tut- 
tavia rimanevano  i  bisogni  dei  popoli,  e  grandi 
ancora  le  speranze  da  essi  concepite,  essendo 
ormai  sicuri  di  tornare  a  godere  della  presenza 
di  un  sovrano  che  per  sé  e  non  per  altri  reggesse  le 
cose  loro.  Queste  consolanti  speranze  si  conver- 
tirono in  Calli  allorché  il  nuovo  granduca  Pietro 
Leopoldo  I  fece  il  solenne  ingresso  in  Firenze 
unitamente  all'augusta  sua  sposa  Maria  Luisa  il 
di  1 3  di  settembre  del  1765,  giorno  d'eterna  me- 
moria pei  toscani,  perchè  principio  del  viver  lo- 
ro felice.  Gioiva  il  popolo  con  trasporti  d*esullan- 
za  nell'accompagnare  quei  principi  alla  reggia 
loro,  mentr'essi  d'altronde  ordinarono  strada  fa- 
cendo generose  distribuzioni  di  pane  agi"  indi- 
genti, e  dando  somme  considerevoli  alla  congre- 
gazione de'buonomini,  perchè  fossero  distribuite 
ai  bisognosi  (1). 


4il.    1764.      DEI  TF.Mn   ALSTR1ACI  GAP.  II.  49 

§.  2.  Prima  di    entrare    in  città    riposarono 
i  sovrani  nella  real  villa  di  Pratolino.e  la  mattina 
del  dì  i3  di  settembre  giunsero  in  Firenze  fra  le 
acclamazioni  di  un  popolo  imruenso.pieno  di  gioia 
nel   veder  nuovamente  un  sovrano  risedere  m 
Toscana  dopo  circa  3o  anni  che  n'  era  privo.  I 
primi  giorni  del  governo  vennero  impiegati  a  pub- 
blicare le  cariche  di  corte,  capo  della  quale  non 
meno  che  del  consiglio  di  stato  e  del  militare  fu 
nominato  il  maresciallo  Botta.  Si  celebrarono  so- 
lenni esequie  per  l'imperatore   Francesco  I.  che 
fu  secondo  granduca  di  tal  nome  in  Toscana  (2). 
g.  3.  Appena  salilo  Leopoldo  sul  trono  di  To- 
scana delle  i  primi  saggi  della  sua  clemenza,   fa- 
cendo pubblicare  un  grazioso  indulto,   in  cui  di- 
cevasi  che  S.  A.  Reale  dava  perdono  ai  disertori, 
e  ad  altri  sudditi  inquisili,  colla  facoltà  di  poter 
ritornare  nei  suoi  stati,  eccettuati  i  rei  di  enormi 
delitti.  In  tempo  che  il  granduca  dava  le  cariche 
della  sua  curie  mostrò  un  segno  di  cristiana  pie- 
tà, avendo  oltre  molle  religiose  disposizioni,  or- 
dinato   che  ogni  domenica  nella  chiesa  di  s.  Fe- 
licitajparrocchia  di  corte,  previo  un  discorso  mo- 
rale sul   corrente  vangelo.si  cantasse  la  solenne 
messa,  dove  intervenne  per  la  prima  volta  col- 
la reale  sposa  e  tutto  il    nobile    servizio,  pas- 
sando pel  privato  corridoie    del    regio  palazzo:, 
volle  di  più  che  nelle  ore  pomeridiane  vi  si  fa- 
cesse il  catechismo  a  tutta  la  sua  corte.  Frattanto 
vennero  2  riconoscerlo  come    loro   sovrano    le 
deputazioni  di  Siena,    Pisa,  Pistoia,    Volterra 
ed  altre  città  della  Toscana,  oltre  i  capi  dpgli  01- 
Sl.  Tose.   Tom.  11.  5 


5q  avvenimenti  storici  Ah.  1764. 

dini  ecclesiastici  e  militari.  Anche  il  marchese 
JNiccolao  Santi-ni  inviato  straordinario  della  repub- 
blica di  Lucca,  presentate  prima  le  sue  creden- 
ziali, complimentò  a  nome  di  essa  i  reali  sovra- 
ni (3). 

g.  4«  Cadendo,  secondo  il  costume,il  18  otto- 
bre la  festa  di  s.  Luca    protettore    dell'accademia 
del  disegno,  il  sovrano  volle  godere  della  mede- 
sima: fu  questa  celebrata  con  molla  pompa  mila 
cappella  posta  nei  chiostri  della  SS.  Annunziata, 
coirintervento  di  tutti  gli  accademici  ed  alti  a  no» 
bilta.  Fu  recitato  un  discorso  in  lode  delle  belle 
arti  con  alcuni  componimenti  poetici,  e  dopo  fu- 
rono presentati  aS.A..  R.  i  tre  giovani  riconosciuti 
più  abili  nella  pittura,  scultura  ed  architettura, 
i  quali  furono  dalla    reale  altezza  sua  ammessi 
al  rango  di  accademici,  avendo  ricevuta  una  me- 
daglia e  l'onore  del  bacio  della  mano.  Per  dare  poi 
un  attestato  di  giubilo  e  di  dovuta  sommissione  al 
nuovo  granduca,  i  componenti  l'instiluto  dei  no- 
bili fiorentini ,  eretto  fino  dal  1761  da  Francesco 
11,  dettero  un  saggio  del  progresso  che  fatto  ave- 
vano negli  esercizi  cavallereschi,  nelle  lingue  e 
nelle  scienze.  Un  tale  esperimento  fu  eseguito  nel 
teal  teatro  di  via  della  Pergola,  dove  intervenute 
le  RR.  Altezze,  furono  complimentate  dai  nobili 
in    diverse  lingue,  dopodiché  fu  dato  principio 
alla  magnifica  festa  consistente  in  canto,  ballo,  ed 
esercizi  cavallereschi}  ed  il  palco  reale  era  sfato 
adornato  di  diversi  quadri,  disegni,  carte  geogra- 
fiche ec,  opere  tutte  di  vari  studiosi  accademici. 
Fu  tanto  lo  spirilo  che  mostro  nelle  diverse  ope- 


An.    1764.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAF.  IJ.  5l 

razioni  la  nobile  non  nien  che  studiosa  gioventù, 
che  le  loro  altezze  reali  in  segno  di  gradimento 
e  d'approvazione  ammisero  al  bacio  della  mano 
non  solo  tutti  i  cavalieri  operanti,  ma  ancora  i 
loro  precettori  e  maestri  (4). 

g.  5.  All'avvenimento  al  trono  della  Toscana 
dell'arciduca  Pietro  Leopoldo  era  il  tutto  in  uno 
stato  pacifico  e  tranquillo,  accomodata  qualunque 
vertenza  colle  corti  che  vi  potevano  avere  inte- 
resse, e  lungi  ogni  sospetto,  ogni  dubbio  di  mala 
intelligenza.  Non  poteva  dunque  essere  il  gran- 
ducato un  oggetto  luminoso  nell'istoria,  se  si  con- 
siderano le  glorie  ed  i  trionfi  provenire  dallo  stre- 
pilo delle  armi,  e  dalle  sorprendenti  imprese:  ma 
quello  che  mancò  per  questa  parte  lo  supplì  lo 
ingegno  creatore  ed  innovatore  di  Leopoldo.  Par- 
ve a  lui  di  trovare  nella  Toscana  un  complesso 
di  antiche  leggi  che  odorassero  di  quelle  barbarie 
che  inondavan  PItalia  nei  tempi  delle  divise  re- 
pubbliche*, vide,  non  può  negarsi,  molti  abusi  nel 
governo*)  de'inelodi  tralasciati,  e  per  tutto  il  du- 
plice, il  promiscuo:  si  accinse  dunque  ad  operar- 
ne la  riforma  sulla  dolce  lusinga  della  felicità  dei 
suoi  sudditi.  Sono  pertanto  dieci  i  volumi  che 
formano  le  leggi,  i  bandi,  i  motupropri  emanati 
da  Leopoldo  nel  suo  governo  del  granducato  Pro- 
curò frattanto  d'informarsi  esittameute  «li  tutti  gli 
affari  della  legislazione  e  della  marina  allora  esi- 
stente in  Livorno:,  ma  giovine  ancora  nnn  faceva 
che  osservare,  tanlopiù  che  far  non  polea  cosa  il- 
cunh,  senza  Tannuenza  del  conte  di  Thurn,  e  del 
maresciallo  Botta.  Il  conte  di  Thurn  pero  go  lei- 


02  AVVENIMENTI    STORICI  Atl.    1  766. 

le  per  poco  tempo  il  suo  impiego,  poiché  attac- 
ca fo  da  mal  di  petto  cessò  di  vivere  il  dì  14  feb- 
braio del  1776  (S> 

g.  6.  Nel  mese  di  marzo  fu  pensato  a  fare  ese- 
guire il  pubblico  omaggio,  qual  pegno  solenne 
del  reciproco  amore  fra  il  principe  e  i  sudditi:  fun- 
zione che  venne  adempita  nel  salone  del  palazzo 
vecchio  nobilmente  preparato  a  lutto.  Trasferì- 
iovisi  il  granduca  con  tutti  i  senatori  e  i  citta- 
dini del  consiglio  del  dugento,  e  presente  fa  reale 
arciduchessa  come  in  privato  luogo  a  destra  del 
trono,  sotto  del  quale  era  assiso,  il  sovrano,  fu 
letto  il  solenne  imperiale  istrumento,  col  quale 
il  defunto  Francesco  II  aveva  istituito  del  gran- 
ducato di  Toscana  una  secondogenitura  con  la 
cessione  e  rinunzia  fatta,,  e  ratificata  dall'impe- 
ratore Giuseppe  a  favore  dell'arciduca  Leopolda 
Letto  ristrumento, il  consigliere  di  stato  Pompeo 
Neri  fece  una  breve  ma  eloquente  parlata  sopra 
la  perdita  dell'imperatore  Francesco  \}  riguardan- 
done il  cordoglio  dei  sudditi  e  l'alleviamento  di 
esso  per  la  successione  caduta  in  un  principe  si 
pio,  e  saggio::  in  appresso  iUuogotenente  del  ma- 
gistrato supremo  inerendo  con  ristretto  discorso 
agli  slessi  sentimenti,  protestò  a  nome  di  tutto  il 
popolo,  e  promesse  di  riconoscere  per  unico  si- 
gnore e  sovrano  Pietro  Leopoldo  assiso  in  quel 
trono,  e  di  rendere  a  lui  solo  fedele  obbedienza^ 
quale  avevano  i  sudditi  fiorentini  e  la  Toscana 
tutta  prestata  ai  granduchi  predecessori:,  seguì 
poscia  il  giuramento  preso  da  tutti  i  senatori  e 
dui  cil ladini  convocati  sopra  i  sacrosanti  evange- 


jàn>    1  766.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  TI.  53 

li,  che  presso  al  trono  si  tenevano  aperti  dal  ce- 
rimoniere maggiore  della  sarra  religione  di  s. 
Stefano:  quindi  furono  i  senatori  ammessi  al  ba- 
cio della  mano,  ed  a  quello  della  veste  i  cittadi- 
ni (6).  '  oj, 

g.  7.  Passarono  quindi  i  sovrani  a  Pisa,  e  i\i 
là  a  Livorno,  dove  Leopoldo  osservando  ed  in- 
formandosi minutamente  di  tutto,  parve  che  la 
marina  occupasse  il  suo  spirito,  e  in  quella  oc- 
casione fu  ordinata  la  costruzione  di  due  fregate, 
una  denominata  VEtruria  l'altra  V Austria,  ove 
il  granduca  di  propria  mano  conficcò  il  primo 
chiodo,  lo  che  fece  pure  la  reale  granduchessa.  Si 
pubblicò  una  specie  di  codice  di  marina,  e  fu  an- 
che ordinata  l'edificazione  di  un  quartiere,  ove 
S.  à.  col  mezzo  di  una  macchina  vi  pose  il  primo 
sasso,  non  senza  avervi  sottoposte  alcune  meda- 
glie. Restò  il  Granduca  estremamente  sodisfai to 
delle  cordiali  accoglienze  dimostrategli  da  quei 
sudditi  sì  di  Livorno  che  di  Pisa,  con  la  rappre- 
sentazione di  vari  giuochi.  Tornato  a  Firenze  fu 
fissato  per  la  festività  di  s.  Gio.  Battisla  il  solen- 
ne ingresso,  essendo  quello  il  tempo  nel  quale 
ogni  anno  s;  prestavano  gli  omaggi  da  tutte  le 
ritta  e  terre  dello  stato.  Ebbe  luogo  infatti  que- 
sta solenne  funzione  nella  vigilia  di  s.  Giovanni, 
ed  il  granduca  fece  il  pubblico  ingresso  nella  sua 
capitale  a  cavallo,  e  la  granduchessa  essendo  in- 
cinta in  carrozza  di  gala  tirala  da  sei  cavalli:  gran- 
de fu  il  concorso  del  popolo,  ed  ogni  ceto  fece  a 
trira  per  dimoerai  e  il  suo  giubilo.  Fu  in  quella 
occasione  coniala  una  medaglia  col  busto  del  re- 

5» 


^4  AVVENIMENTI     STORICI  Jn.    1 76G. 

gnante  da  una  parte  e  dall'altra  la  veduta  di  Fi- 
renze col  motto  exultat  in  rege  suo  (7). 

J.  8.  Furono  molto  difficili  i  primi  momenti \ 
in  cui  l'ietro  Leopoldo^cominciò  a  regnare,  poi- 
ché la  carestia  aiiliggeva  tutta  l'Italia,  e  fu  d'uopo 
far  venire  a  cari  prezzi  i  grani  da  paesi  lontani. 
Tanto  più  si  rese  difficile  una  tale  operazione, 
quantochè  nelPaceettar  LeopoHo  la  Toscana  fu 
obbligato  eglia  rinunziare  a  qualunque  parte  del- 
l'eredità paterna,  e  perciò  il  di  lui  fratello  impe- 
ratore Giuseppe  volle  per  se  tutto  il  denaro  esi- 
stente nelle  casse  in  Toscana,  come  parte  della 
eredità  paterna  a  lui  devoluta:  perciò  Leopoldo 
restò  esausto  di  qualunque  risorsa  in  'circostanze 
assai  critiche,  dovendo  rimediare  ad  una  carestia 
di  3  anni  consecutivi,  perlòchè  fu  costretto  a  pren- 
dere a  gravoso  imprestito  un  milione  di  scudi  dai 
genovesi:  si  presero  ancora  altri  compensi,  còro© 
quel  di  permettere  a  ciascuno  di  panizzare  senza 
essere  obbligato  alla  gabella  del  bollo  che  vi  era  pei 
lo  innanzi.  Con  editlodel  dì  7  d'aprile  del  1766  fu 
concessa  l'esenzione  dalle  gabelle  di  tutte  le  bia- 
de forestiere  da  macina.  Queste  facilitazioni  pro- 
dussero in  gran  parte  il  desiato  effetto  di  far  ve- 
nire i  grani  in  Toscana,  ma  la  libertà  a  tutti  di 
panizzare  e  vendere  senza  alcun  vincolo  ogni 
sorta  di  commestibili, produsse  un  maggior  prezzo, 
essendo  aumentati  gli  speculatori  e  gl'incettatori. 
Onesto  da  alcuni  è  stato  riguardato  come  un  dan- 
ne rispetto  al  semplice  consumatore,  ma  pare  che 
chi  ha  condannato  questo  sistema  non  abbia  os- 
servalo, che  quando  i  possidenti  hanno  dei  van- 

•  Ved.   uiv.  LXLVii,  i\4«  5. 


Ad.    1766.      DEI    TEMPI    AUSTR1ACICAP.II.  55 

taggi  nella  vendita  delle  loro  derrate,  e  che  i  com- 
mercianti trovano  da  lucrare  nelle  loro  specula- 
zioni, anche  tutte  le  mani  d^opera  crescono  iti 
proporzione.ed  i  manifattori  trovano  maggior  la- 
voro, poiché  è  osservazione  fatta,  che  son  ben  po- 
chi quelli  che  tengono  i!  loro  denaro  infruttifero, 
invece  di  procurarsi  dei  comodi  e  dei  piaceri  (8). 
g.  9.  Tutti  i  sovrani  della  Toscana,  comin- 
ciando dal  Granduca  Cosimo  I,  rivolsero  le  loro 
cure  a  togliere  dallo  slato  infelice  di  desolazione 
e  di  miseria  la  vasta  provincia  della  Maremma 
senese,  nei  remoti  tempi  tanto  tlorida  e  ricca,  ma 
niuno  di  essi  ebbe  la  consolazione  di  vedere  le 
favorevoli  conseguenze  dei  loro  provvedimenti, 
e  d<dle  grandiose  spese  per  tale  importante  og- 
getto. Anche  il  successore  del  granduca  France- 
sco, Pietro  Leopoldo,  si  occupo  a  migliorarla 
deplorabile  situazione  di  quelle  contrade,  è'ifrQ- 
dè  per  ben  riuscirvi  di  separarle  dal  governo  di 
Siena,  é  sottoporle  all'immediaia  autorità  so/vrtf- 
na,  come  fece  con  legge  del  diciolto  mar/o  i:«ió\ 
Da  questo  provvedimento  certamente  ebbe  prin- 
cipio il  loro  risorgimento,  giacché  il  principe  fu 
in  grado  di  conoscerne  più  spesso  i  bisogni  j  e 
di  pensare  al  modo  di  provvedervi  (9).  La  carestia 
che  alìliggeva,  come  si  è  detto  disopra,  Pltalia 
tutta,  e  !a  Toscana  in  particolare  per  tre  anni 
consecul  ivi.  avea  commosso  Panimo  del  graudin -a. 
e  dopo  aver  tenlati  lutti  i  mezzi  possibili  per  solle- 
vaif  i  popoli  dalla  miseria,  come  abbiamo  vedu- 
to, fu  eseguito,  il  progetto  tante  volte  veu'i- 
l.ito  «li  fiiv  mi'i  nuovo  strada  'die  da  Pistoia  con- 


5(5  AVVEStMESTl     STOtltCl  Ali.    1C06« 

«lucesse  a  Modena:  questa  fu  posta  in  esecuzione 
a  forma  dei  disegni  e  direzione  delPabale  Xime- 
nes,  ed  eseguita  dallo  ingegnere  Anastasio  Ana- 
stagi.  Molte  cose  sono  slate  dette  sopra  questa 
strada,  come  che  potea  farsi  in  altra  parte  di  mi- 
nore difficoltà,  ed  anche  che  una  delle  ragioni 
principali  che  fecero  risolvere  il  granduca  a  farla 
eseguire,  fosse  il  togliere  il  commercio  dallo  stato 
pontificio,  col  quale  varano  state  delle  questioni, 
ma  qualunque  ne  fosse  la  ragione  noi  non  ista- 
remo  a  prescrutare}  è  certo  però  che  in  occasione 
di  miseria  generale  fu  di  un  gran  sollievo  alla 
classe  più  indigente  dei  sudditi  il  trovare  la  mi- 
niera di  supplire  col  lavoro  al  loro  bisogno.  Per  Io 
slesso  oggetto  d'aiutare  col  lavoro  la  miseria  del 
popolo,  si  aprì  contemporaneamente  la  strada  che 
tuttora  si  chiama  nuova,  la  qual  da  porta  a  san 
Gallo  va  alla  porta  a  Prato  attorno  a  Firenze  (io). 
g.  io.  Il  maresciallo  Bolla  desiderò  di  ritirarsi 
in  Pavia  sua  palria,  e  perciò  domandò  la  sua  di- 
missione dagTimpieghi  che  copriva  in  Toscana: 
gli  fu  questa  benignamente  accordata,  e  ne  fu 
informato  il  pubblico  con  editto  del  di  2  novem- 
bre del  17G6, come  altresidella  nomina  del  diluì 
successore  in  lutti  gl'impieghi  nella  persona  dei 
conte  Orsini  di  Rosemberg.  Il  suddetto  mare- 
sciallo Botta  tornossene  in  Pavia,  dove  dalla  im- 
peratrice Maria  Teresa  fu  promosso  alla  carie  1 
di  vicario  imperiale  in  Italia:  cessò  egli  di  vivere 
il  dì  3o  di  dicembre  1774  nella  età  di  anni  8<J. 
Giunse  in  quel  tempo  da  Tripoli  alla  corte  rea!  » 
un    inviato,  il  quale  portatosi  alla    udienza  del 


Art*    1767.      DEITEMPIAUSTRUClCAP.il.  5? 

conte  Orsini  gli  spiegò  le  sue  credenziali,  che  e- 
sprimevano  le  capitolazioni  di  pace  tanto  per  la 
imperiai  corte  di  Vienna,  quanto  per  la  Toscana; 
e  a  quest'inviato  furono  consegnate  le  lettere  di 
risposta  da  portare  al  suo  Pascià  (u). 

g.  ii.  Al  principio  dell'anno  1767  la  grandu- 
chessa dette  alla  luce  la  sua  prima  figlia  arcidu- 
chessa Maria  Teresa,  che  fu  poi  data  in  consorte 
al  principe  Antonio  di  Sassonia.  Il  nuovo  ministro 
conte  di  Rosemberg  fece  spiccare  in  questa  oc- 
casione la  sua  magnificenza  e  generosità,  tanto 
per  quello  che  apparteneva  alla  corte,  quanto  an- 
che per  suo  proprio  conto.  Per  manifestare  il  sen- 
timento di  consolazione  pel  detto  fausto  avveni- 
mento del  parto,  i  nobili  che  godevano  V  onore 
dell'anticamera  dettero  una  magnifica  festa  sui 
fine  del  carnevale,  consistente  in  cento  doti  de- 
stinate ed  altrettantante  fanciulle  che  dovean 
portarsi  in  un  determinato  giorno  nella  chiesa 
Metropolitana  a  ricevere  la  nuziale  benedizione. 
Fatta  l'estrazione  delle  nuove  spose,  furono  tra- 
sferite coi  loro  sposi  dallo  spedale  di  s.  Paolo, e  con- 
dotte alia  Metropolitana,  ove  da  monsignore  ar- 
civescovo furono  lutti  uniti  in  vincolo  matrimo- 
niale, essendo  stati  assistiti  da  dame  e  cavalieri. 
Terminata  la  funzione  ebbe  ciascheduna  coppia  il 
promesso  sussidio  dotale  oltre  al  vestiario,  e  gode^ 
runo  poi  di  una  graudiosa  festa  di  ballo  fitta  nel 
gran  salone  di  Palazzo  vecchio,  e  riuscì  ollremodo 
brillante  per  essere  slata  onorata  dalla  presenza 
delle  imIì  altezze    mascherate  (12). 

£.  12.  >el  mese  di  maggio  andò  il  granduca  per 


58  AVVEDIMENTI    STORICI  An.    17G7. 

la  prima  volta  ad  assistere  in  Pisa  al  capitolo 
triennale  dell'ordine  di  san  Stefano  in  qualità 
di  gran  maestro.  In  questa  occasione  fu  dato  il 
troppo  serio  divertimento  del  giuoco  del  ponte, 
in  cui  essendo  accaduti  dei  disordini,  ed  anco 
rimasto  morto  alcuno  deigiuocatori,  furono  ordi- 
nate delle  savie  riforme.  Da  Pisa  i  sovrani  passa- 
rono a  Siena  e  di  lì  il  granduca  si  portò  a  Grosseto 
per  visitare  molti  luoghi  circonvicini,  e  vedere 
gl'incominciati  lavori  ordinati  in  Maremma,  che 
approvò,  convien  però  «lire  nella  buona  fede  del 
Ximenes,  poiché  né  il  granduca  ne  alcuno  di  quel- 
li che  lo  seguivano  erano  ancora  in  grado  di 
conoscere  questo  genere  di  lavori.  Al  ritorno  dal- 
la Maremma  si  trattenero  in  Siena  a  godere  della 
festa  preparata  nella  bella  e  singolare  di  leipiazz3. 
Fecero  in  seguito  ritorno  a  Firenze,  dove  fu  or- 
dinato il  tutto  per  la  morte  delPelettrice  di  Ba- 
viera. Leopoldo  proseguì  il  suo  giro  per  tutta  la 
Toscana,  oltre  l'averne  visitate  le  citta  principali, 
Pistoia,  Prato,  Volterra,  Cortona,  Arezzo  e  Mon- 
tepulciano (  i3). 

g.  i3.  Sempre  intento  il  granduca  al  miglio- 
ramento dello  stato,  ed  a  procurare  la  più  spedita 
amministrazione  della  giustizia,  delle  delle  nuove 
disposizioni  pel  magistrato  dei  pupilli  :  diminuì 
ed  abolì  diverse  magistrature,  affidando  a  pochi 
ed  onesti  giusdicenti  l'esecuzione  delle  leggi.  Due 
oggetti  di  grande  importanza  aveano  esse}  uno 
fu  la  più  pronta  asecuzione  ed  amministrazione, 
l'altro  la  parte  economica  ,  poiché  in  questa  ri- 
forma veni  vauo  diminuiti  gl'impiegati. Se  per  tanti 


Afl     1767.        DEI  TEMPi    AUSTRIACI    CAP.  II.  .09 

capi  si  scemavano  le  rendile  del  pubblico  erario, 
per  le  diminuzioni  e  soppressioni  di  molte  tasse, 
conveniva  ben  pensare  ad  economizzare  per  altra 
perte.  II  commercio  avea  tanti  vincoli,  che  im- 
poveriva la  Toscana ,  e  restava  inceppata  parti- 
colarmente l1  agricoltura.  Siccome  questa  ed  il 
commercio  eranoil  centro  a  cui  miiavano  tutte 
le  linee  di  Leopoldo,  d>4  videsi  la  Toscana  inon- 
data di  libri  di  simil  genere  ,  volendo  mostrarsi 
ognuno  agricoltore,  o  speculatore  sopra  mercan- 
tili materie.  1/  accademia  dei  Georgofili  ottenne 
a  tale  oggetto  la  real  protezione  e  luogo  d"1  adu- 
narsi a  Palazzo  vecchio  .  Si  stabili  che  desse  in 
premio  una  medaglia  doro  del  valore  di  a5  zec- 
chini a  chi  sciogliesse  un  problema  agrario  che 
dovea  proporsi  ogni  anno,  e  perchè  i  soci  l'ossei  o 
assidui  ad  intervenire  alle  adunanze,  si  assegnò 
loro  per  ciascheduna  volta  una  medaglia  di  ar- 
geuto.  Fu  poi  prescritta  una  regola  certa  da  os- 
sarvarsi  dai  ministri  dell'ordine  di  s.  Stefano  nel 
ricevere  le  pruve  di  nobiltà  delle  famiglie  tosca- 
ne. Nominò  il  sovrano  una  deputazione  composta 
dei  primari  professoii  delluuiversilà  di  Pisa  per 
concertare  un  piano  di  proposizioni,dirette  a  for- 
mare un  regolamento  e  metodo  degli  studi  più 
coerenti  alle  scienze  e  facoltà  che  s'insegnavano 
nelle  università,  scuole,  dottorati  ed  altre  acca- 
demiche funzioni.  Fu  data  per  due  anni  P  esen- 
zione della  gabella  di  estrazione  su  i  lini,  canape 
ed  altri  simili  oggetti  ;  altra  per  la  meta  in  per- 
petuo della  gabella  d*1  estrazione  delle  ceneri  di 
soda  ,  cenci  ed  olio  di  faggio  :  furono  abolite  le 


60  AVVENIMENTI      STORICI  jill.    1707. 

tasse  delle  matricole  appartenenti  alla  cassa  dei- 
Parie  dei  vaccai  e  cuoiai,  e  vennero  obbligati  i 
professori  di  medicina  ,  chirurgia  e  farmacìa  a 
giustificare  i  crediti  delle  loro  visite  e  medicine*, 
inoltre  venner  date  in  affìtto  varie  tenute  e  fat- 
torie reali  (i4). 

g.  i4  •  Non  ostante  tre  anni  consecutivi  di 
carestia,  Leopoldo  soppresse  il  così  detto  magi- 
trato  deH'abbondanza,ed  intanto  con  diversi  editti 
accordò  il  commercio  libero  per  l'interno  del  gran- 
ducato: tolse  qualunque  vincolo  alla  contratta- 
zione, e  volle  che  nessun  magistrato  dovesse  più 
imbarazzarsene;  furono  però  date  delle  istruzioni 
ai  giusdicenti  ed  alle  civiche  magistrature,  acciò 
non  nascessero  delle  frodi  nelle  qualità  dei  com- 
mestibili, e  fu  fissato  il  peso  del  pan  venale  in 
favore  del  popolo.  Molti  furono  i  sacrifizi  che  si 
fecero  dal  regio  erario  a  vantaggio  del  commercio, 
e  non  fu  il  minore  quello  di  togliere  le  dogane 
che  esistevano  ai  confini  d1  ogni  territorio  che 
furono  ridotte  soltanto  a  quelle  dei  confini  dello 
stato,  ed  alle  porte  delle  principali  città.  Non  fu- 
rono risparmiati  i  possibili  provvedimenti  per  fa- 
cilitare il  commercio,  ed  a  quest'effetto  fu  creduto 
espediente  non  solo  di  dar  degli  ordini  pressanti 
alle  comunità  di  tenere  le  strade  maestre  in  buono 
stato,  ma  ne  furono  fatte  delle  nuove,  oltre  la  pi- 
stoiese già  indicata,  come  quella  che  da  Seravalle 
si  prolunga  fino  al  territorio  lucchese,  quella  da 
Pisa  a  Livorno,  la  strada  lauretana  e  molte  altre 
interne  (i5).  Tali  operazioni  ebbero  per  oggetto, 
che  alcun  suddito  non  avesse  occasione  di  poter 


Ali.    1 768.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  II.  6r 

dire  che  non  trovava  da  impiegarsi  in  alcuna  oc- 
cupazione per  ritirarne  la  necessaria  sussisten- 
za (16). 

g.  i5.  Fu  di  gran  giubbilo  per  i  sovrani  e  pel 
granducato  tutto  la  nascita  dell1  arciduca  Fran- 
cesco gran  principe  di  Toscana  poi  imperatore  : 
avvenimento  che  fu  segnalato  con  brillanti  e 
magnifiche  feste.  In  questa  occasione  il  granduca 
liberò  dalle  carceri  i  poveri  debitori  ,  ai  quali 
pagò  generosamente  i  loro  debiti  (iy).  Appena 
terminate  queste  se  ne  rinnovarono  altre  ugual- 
mente splendide  per  la  venula  delTarciducbessa 
Maria  Carolina  sposa  di  Ferdinando  IV  re  delle 
due  Sicilie.  Si  trattenne  essa  in  Firenze  per  qual- 
che tempo,  ed  il  granduca  e  la  granduchessa  se- 
condo le  istruzioni  ricevute  da  Vienna  dovettero 
accompagnarla  a  Napoli .  Il  conte  di  Rosemberg 
accompagnò  anch'egli  la  corte,  e  nell'assenza  dei 
sovrani  furono  lasciati  air  amministrazione  del 
governo  della  Toscana  l'abate  Pompeo  Neri  nel 
consiglio  di  stato,  in  quel  di  guerra  il  conte  Vin- 
cenzo AJbizi,  ed  in  quello  delle  finanze  il  cavalier 
Francesco  Pecci  senese,  ron  ordine  però  di  non 
decidere  se  non  sopra  le  cose  che  non  ammet- 
tessero dilazione.  Non  fu  lungo  il  soggiorno  in 
Napoli  dei  sovrani  della  Toscana  .  Fecero  essi 
il  loro  ritorno  per  mare  nella  fregala  VEtrurla. 
accompagnata  dalla  Rondinella^  come  pure  da  due 
navi  inglesi,  da  quattro  fregate  napoletane,  e 
quattro  galere  maltesi.  Giunsero  in  Livorno,  e 
dopo  esservisi  trattenuti  un  giorno  tornarono  in 
Firenze  (18). 

Si.   Tose.   Tom.  11.  6 


6z  AVVENIMENTI  STORICI  Afl.   1768. 

g.  16.  In  tempo  che  il  granduca  era  fuori  del 
suo  stato,  S.  A.  serenissima  il  duca  di  Modena  si 
trasferi  a  vedere  la  nuova  strada  per  la  montagna 
di  Pistoia}  dopo  averla  osservata  fece  una  corsa 
a  Pisa  e  Livorno  e  quindi  a  Firenze.  Ben  convin- 
to Leopoldo  del  dannoso  sistema  degli  appalti, 
essendo  questi  di  ostacolo  alla  facilità  che  apportar 
voleva  al  commercio  al  quale  di  continuo  mirava 
abolì  l'appalto  generale,  e  ne  ritenne  per  proprio 
conto  l'amministrazione.  Sempre  intento  il  gran- 
duca al  bene  dei  suoi  sudditi,  niente  sfuggiva  alla 
sua  veduta  e  giustizia.  Trovò  che  vi  erano  da  lun- 
go tempo  dei  possessori  di  luoghi  di  monte  che 
non  avevano  percetti  i  frutti  a  loro  appartenenti , 
e  ciò  non  per  propria  negligenza  ,  ma  per  cora- 
binazione,essendo  per  la  maggior  parte  emigrati  in 
tempi  di  guerre  e  di  fazioni:  volle  Leopoldo  rimet- 
terli in  buon  giorno,  e  ordinò  che  fossero  pagati 
i  fruiti  arretrati  a  tutti  indistintamente,  (issando 
per  Pavvenire  che  qualunque  creditore  non  po- 
tesse pretendere  altro  che  i  capitali,  se  non  esi- 
geva i  frutti  pel  corso  di  treutasei   anni.  Riunì 
Leopoldo  sotto  una  sola  direzione  le  incombenze 
dell'  abbondanza  e  della  grascia,  creando  una  su- 
prema congregazione  detta  dell'annona.  Revocò 
tutte  le  leggi  proibenti  l'estrazione  dell'olio,  e 
dette  piena  libertà  di  venderlo  e  commerciarlo, 
con  altre  particolarità  riguardanti  le  carni.  Abolì 
intieramente  l'appalto  generale,e  concesse  a  tut- 
ti gli  stampatori  di  Firenze  l'esenzione  della  gabel- 
la dei  caratteri  forestieri,  e  ordinò  che  fossero 
esenti  dalla  gabella  anche  i  contratti  dotali   che 


Jn.    1769.      DEI  TEMPI   AUSTRIACI    CAP.  II.  63 

non  oltrepassasser  la  somma  di  scudi  3oo.  Es- 
sendosi promosso  in  Firenze  il  lavoro  delle  fel- 
pe di  stame  e  pelo  di  capre,  S.  A.  R.  gratificò  ge- 
nerosamente il  direttore  di  esso:  ordinò  inoltre 
vari  provvedimenti  sopra  i  pascoli  per  il  bestia- 
me, fece  deregolamenti  a  vantaggio  della  pro- 
vincia inferiore,  e  promosse  con  zelo  i  lavori  in 
tutte  le  maremme:  nuove  istituzioni  vennero  da- 
te a  vantaggio  della  religione  di  s.  Stefano,  come 
pure  fu  falto  un  regolamento  per  V istituto  dei 
nobili,  eleggendovi  illustri  e  dotti  soggetti  per 
professori  (19). 

g.  17.  Avvenne  in  questo  tempo  che  1  impe- 
ratore Giuseppe  II  essendosi  mosso  da  Vienna 
per  viaggiare  privatamente  nell'Italia  ed  altrove, 
ilreal  fratello  Leopoldo  avutane  notizia  partì  an- 
ch'esso alla  volta  di  Roma,  dove  i  due  sovrani 
riunitisi  giudicarono  opportuna  quella  occasione 
par  evitare  l'etichetta  di  corte,  giacché  allora  era 
morto  il  papa  Clemente  XIII,  e  teuevasi  nel  Va- 
ticano il  conclave  per  eleggere  il  nuovo  pontefice 
che  fu  il  Ganganelli  col  nome  di  Clemente  XIV. 
I  due  augusti  sovrani  stavano  in  Roma  incogniti, 
Leopoldo  sotto  il  nome  di  conte  di  Piligliano,  e 
Giuseppe  II  sotto  quel  di  conte  di  Falkenstein. 
Non  ostante  lo  stretto  incognito  che  conservar 
volevano,  pure  accettarono  diverse  feste,  che  dai 
romani  furono  loro  offerte.  Fra  le  altre  il  princi- 
pe Corsini,  di  famiglia  fiorentina,  ma  allora  di 
permanenza  in  Roma,  volle  dare  una  magnifica 
festa,  e  combiuossi  che  la  di  lui  consorte  nata 
principessa  Barberini  era  incinta,  e  piecisamen- 


64  AVVENIMENTI    STORICI  Aa.    1769. 

te  nella  sera  che  davasi  la  suddetta  festa  in  sua 
casa,  dette  alla  luce  il  suo  primogenito,  che  sì 
compiacque  Giuseppe  II  di  tenere  al  fonte  bat- 
tesimale. \a  imperatore  dopo  avere  ammirato 
quanto  di  più  singolare  era  in  quell'antica  e  ma- 
ravigliosa  città  ,  in  compagnia  del  real  fratello 
granduca  Leopoldo,  partì  per  Napoli,  e  Leopoldo 
per  Firenze,  poiché  si  approssimava  il  tempo  del 
parto  della  granduchessa,  ed  infatti  il  dì  6  di  mag- 
gio partorì  il  secondogenito  arciduca  Ferdinando, 
poscia  granduca  di  Toscana.  A.nche  Timperator 
Giuseppe  volle  essere  in  Firenze  in  quella  circo- 
stanza, e  prolungò  anche  di  più  la  sua  permanen- 
za in  questa  città  passando  a  Pisa  da  Livorno  a 
vederne  tutte  le  rarità,  e  volendo  frattanto  assi- 
stere alla  inoculazione  del  vaiolo  che  il  grandu- 
ca fece  fare  sopra  sé  stesso  ed  i  i  suoi  tìgli  (ao). 
§.  1 8.  Partito  l'imperatore  e  ristabilito  Leo- 
poldo dalla  cura  della  inoculazione,  si  portò  colla 
sua  consorte  a  visitare  Portoferraio  e  tutti  i  suoi 
contorni.  E  mentre  la  real  famiglia  godeva  della 
consueta  villeggiatura,  il  granduca  si  dette  a  scor- 
rere le  campagne  della  Toscana,  e  vide  la  nuova 
strada  pistoiese,  ov'è  il  ponte  a  Sestaione,fabbrica 
suutuosa  e  mirabile  che  non  invidia  le  grandiose 
imprese  dei  romani  antichi,vide  i  bagni  di  s.  Giu- 
liano, i  Fossi  di  Pisa,  il  Valdarno  di  sopra  e  parte 
della  Val  di  Chiana.  Frattanto  veduti  i  bisogni 
d'alcune  parti  del  suo  stato,  ordinò  che  si  sca- 
vasse una  nuova  darsena  a  Castiglione  per  la  si- 
curezza dei  bastimenti,  fece  trovare  nuove  sor- 
genti d'acque  bevibili  in  alcune  parti  della  prò- 


An.    1769.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  11.  65 

vincia  inferiore  (ai),  e  concesse  gratis  i  terreni 
paludosi  a  tulli  quei  che  volevano  asciugarli  e 
coltivarli,  venendo  esentati  da  qualunque  tassa 
per  lo  spazio  di  venti  anni,  e  fu  altresì  permessa 
qualunque  estrazione  di  grani  e  contrattazione 
senza  il  minimo  vincolo,  cosicché  se  ne  son  ve- 
duti alcuni  salutari  effetti,  i  quali  però,  tuttoché 
di  molto  incoraggimento  ,  non  sarebbero  stati 
bastanti  ,  qualora  il  governo  non  avesse  fatto 
eseguire  dei  grandiosi  lavori,  come  quello  della 
totale  arginatura  della  destra  sponda  delTOmbro- 
ne,  Tescavazione  del  canale  maestro  della  Molla, 
ed  altri  simili  per  asciugare  per  quanto  fosse 
possibile  il  così  detto  lago  Bernardo.  Tutti  que- 
sti lavori  in  diversi  tempi  eseguiti  hanno  certa- 
mente apportato  dei  grandiosi  vantaggi  a  quella 
infelice  provincia. 

g.  19.  In  tempo  però  che  alla  maremma  senese 
erano  rivolte  le  paterne  cure  delTprovvidosovra- 
no,non  venivano  trascurate  le  altre  province  che 
abbisognavano  di  particolare  provvedimento:  non 
si  omesse  adunque  di  pensare  alla  Val  di  Chiana, 
facendo  ivi  eseguire  molti  lavori,  in  conseguenza 
delle  visite  e  dei  suggerimenti  dati  dal  matema- 
tico Perelli.  Colmate,  canali,  chiaviche  sotto  il 
letto  del  fiume  Foenna,  sotto  il  torrente  Gale- 
gno,  e  sotto  TEsse  nel  cortonese,  e  precisamente 
nella  fattoria  di  Montecchio,  tutto  fu  maestrevol- 
mente eseguito-,  perlochè  è  ridotta  una  delle  più 
fertili  e  belle  provincie  della  Toscana.  Sgombra- 
ta in  fatti  con  tali  lavori  dalle  acque  la  maggior 
parie  della  Val  di  Chiana,  s'intrapresero  le  più 

6* 


66  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1769. 

attive  coltivazioni, e  si  edificarono  molte  case  ru- 
rali: si  soppressero  gli  affitti  contrari  alla  prospe- 
rità dell'agricoltura,  e  fu  in  seguito  formata  una 
deputazione  composta  di  alcuni  possessori  in 
quella  provincia,  acciò  invigilassero  alla  conser- 
vazione di  tante  salutevoli  opere,  ed  in  tal  guisa 
se  ne  affidò  l'incarico  a  quei  che  vi  erano  interes- 
sati (aa). 

g.  ao.  Approvò  in  oltre  il  progetto  di  un  nuo- 
vo lazzeretto  di  Sciorino  da  farsi  nella  spiaggia  di 
Livorno  dalla  parte  di  levante, e  volle  che  si  ese- 
guissero tutti  i  mezzi  possibili  per  purgare  l'aria 
di  Pisa,  col  rimediare  alle  fetide  esalazioni  del 
vecchio  Camposanto,  non  meno  che  col  risanare 
e  rinfrescare  le  acque  stagnanti  neTossi  circondari 
della  città.  Le  belle  lettere,  e  le  arti  ebbero  an- 
ch'esse parte  nelle  provvide  cure  di  Leopoldo.  Ac- 
cordò la  protezione  all'accademia  degl'Ingegnosi, 
accrebbe  lo  stipendio  ai  lettori  delf  accademia 
dei  nobili  e  beneficò  molti  soggetti  degni  di  sti- 
ma (a3). 

g.  ai.  Il  sistema  da  lui  adottato  e  ben  radica- 
to nel  suo  spirito  era  certamente  quello  di  ren- 
der tutto  commerciabile,  vale  a  dire  ch'egli  cre- 
deva utili  le  frequenti  contrattazioni  e  cambi  di 
proprietà.  La  devozione  avea  da  lungo  tempo  pro- 
dotto che  molti  o  donavano  in  vita,  e  mollo  più 
per  ultima  volontà  lasciavano  a  delle  corporazio- 
ni religiose  molti  dei  loro  beni:  questo  portava 
due  dannose  conseguenze;  una  che  bene  spesso 
restavano  defraudati  dei  parenti  bisognosi,  che 
sarebbe  stata  cosa  buona  il  soccorrere,   l'altra, 


Atl.   1769.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  II.  6? 

poiché  riguardava  la  politica  e  la  finanza,  era 
che  una  volta  entrati  i  beni  nelle  corporazioni 
religiose,  mai  più  ne  uscivano.  Inerendo  Leopol- 
do ad  una  legge  dell'augusto  suo  padre  e  prede- 
cessore n'emanò  un  altra  per  togliere  qualunque 
dubbiosa  interpetrazione  di  quella  legge,  iniben- 
do assolutamente  alle  così  dette  mani  morte  Pac- 
quistar  beni  stabili,  sia  per  contrailo,  o  per  ere- 
dità, o  in  qualunque  altra  maniera:  e  sotto  una 
tal  denominazione  s'intendevano  compresi  tutti 
i  corpi  ecclesiastici,  collegi,  universilà  ecclesia- 
stiche, o  laiche,  ed  in  line  tutte  le  corporazioni 
nessuna  esclusa.  Non  è  però  che  il  sovrano  in  al- 
cuni casi  particolari  non  derogasse  dalla  genera- 
lità con  diversi  rescritti  emanati  con  suo  ordine 
dalla  segreteria  del  regio  diritto  (24).  A  norma 
dei  sovrani  comandi  fu  eseguita  una  riforma  e 
soppressione  di  varie  chiese  parrocchiali,  ed  altre 
della  Toscana.  I  popolani  vennero  repartiti  nelle 
più  vicine  parrocchie,  ed  i  vasi  delle  chiese  sop- 
presse conceduti  a  diverse  compagnie  di  secola- 
ri (25). 

g.  22.  Il  granduca  dopo  aver  visitate  le  Ma- 
remme senesi,  i  forni  del  ferro  di  Massa  e  Follo- 
nica, T  allumiere  di  IMonterotondo  ,  Castiglione 
della  Pescaia  e  di  Grosseto  ,  risolvè  di  fare  uu 
viaggio  a  Vienna  unitamente  alla  consorte,  «d  in 
tal  occasione  ol tenne  dalla  madre  di  potersi  re- 
golare in  avvenire  a  suo  talento,  non  dipèndendo 
più  da  alcuno  ,  che  potesse  aver  relazione  colla 
corte  imperiale  .  Tornati  i  sovrani  in  Firenze  si 
vide  il  conte  di  Rosemberg  dimettersi  da  tutti 


G8  AVVENIMENTI    STORICI  Aìl.    1770. 

gl'impieghi  che  occupava  per  tornarsene  a  Vien- 
na ,  il  che  fu  di  sommo  dispiacere  ai  fiorentini  , 
essendo  molto  amato.  Anche  la  contessa  di  Thurn 
domandò  la  sua  dimissione  dall'impiego  di  mag- 
giordoma  maggiore,  e  l'ottenne.  Fece  poi  noto 
Leopoldo  di  aver  formati  due  consigli  ,  uno  di 
slato  ed  uno  di  finanze,  e  fissò  un  giorno  la  set- 
timana per  dare  udienza  a  tutti  i  suoi  sudditi  in- 
distintamente ,  per  poter  da  sé  stesso  sentire  i 
reclami  che  potessero  quelli  avere  contro  qua* 
lunque  ministro  o  tribunale  (26). 

§.  2,3.  Il  debito  pubblico  esistente  in  luoghi 
di  monte  di  diverse  denominazioni  alla  venuta  di 
Pietro  Leopoldo  in  Toscana  ascendeva  a  circa 
ottantotto  milioni  di  lire  toscane;  prese  il  gran- 
duca in  considerazione  questo  affare,  e  volle,  per 
quanto  le  circostanze  Io  permettevano,procurare 
di  estinguerlo.  Ordinò  dunque,  dopo  alcune  ope- 
razionale estrazioni  di  una  parte  de'luoghi  di  mon- 
te, ch'erano  al  3  e  mezzo  per  100,  come  altrove 
vedemmo,  lasciando  in  libertà  i  proprietari  o  di 
ritirare  il  loro  capitale,  o-per  gli  statisti  soltan- 
to di  poter  lasciare  il  loro  capitale  nel  monte , 
ma  ridotto  il  frutto  al  tre  percento.  I  capitali  che 
servirono  a  quesf  effetto  furono  ricavati  dalle 
vendite  di  molti  degli  stabili  appartenenti  alle  am- 
ministrazioni regie  e  pubbliche,  edalle  comunità 
e  luoghi  pii:  con  queste  ed  altre  misure  prese  in 
seguito  ,  se  delle  imperiose  circostanze  non  si 
fossero  di  poi  opposte,  si  sarebbe  veduto  intera- 
mente estinto  il  debito  pubblico  (27). 

g.  24.  Soppresse  i  magistrati  di  parte  e  dei 


Ali.    1770.       DEI    TEMPI    AUSTRIACI  CAP.  il.  69 

nove  ,  come  ancora  la  congregazione  di  strade 
e  ponti,  e  quelle  dell1  imposizione  del  Valdarno 
superiore,  ed  altre  deputazioni  destinate  al  gover- 
no e  direzione  di  altre  pubbliche  amministrazioni: 
fu  creato  un  nuovo  magistrato ,  coirà  denomina- 
zione di  camera  delle  comunità  ,  luoghi  pii ,  e  di 
strade  e  ponti ,  composto  di  tre  soggetti  legali  , 
che  venivano  incaricati  della  cognizione  e  spedi- 
zione di  tutti  gli  affari  contenziosi  ,  i  quali  si  ri- 
solvevano dai  tribunali  dei  soppressi  magistrati: 
e  lasciato  il  soprassindaco  fu  al  medesimo  de- 
ferita tutta  V autorità  che  aveva  il  magistrato  di 
parte  sopra  il  governo  delle  comunità  e  luoghi 
pii  alle  medesime  sottoposi!  (-28).  Vennero  estin- 
te le  tasse  e  pioventi  sul  traffico  del  pane  e  delle 
carnosi  ordinò  che  i  beni  attenenti  alle  regie  pos- 
sessioni ad  alla  religione  di  santo  Stefano  fossero 
sottoposti  a  tutte  le  gravezze;  si  soppresse  la  pri- 
vativa del  pan  fine;  si  dettero  varie  concessioni 
per  i  mercati,  estrazioni  ed  introduzioni  di  panni 
e  sottigliumi.  Rivolto  quindi  lo  sguardo  ad  altri 
vantaggi  dello  stato,  concedè  privilegi  ed  esen- 
zioni a  chi  fabbricasse  intorno  al  borgo,  darsena 
e  porto  di  Castiglione  della  Pescaia.  Né  sfuggen- 
do alla  provida  sovrana  curalo  stato  dei  religiosi, 
volle  che  tutte  le  carceri  claustrali  rimanessero 
proibite,  accordandone  solo  alcune  sotto  diverse 
condizioni  e  dipendenze  dal  governo  (a<j). 

g.  25.  La  vita  di  Leopoldo  fu  un  giornaliero 
travaglio  pel  miglioramento  e  pel  vantsggio  dei 
suoi  sudditi,e  dello  stato:  lo  veggiamo  del  continuo 
viaggiare  in  varie  parti  della  Toscana  ,  non  con 


70  AVVENIMENTI  STORICI  An.    1771. 

altro  fine  che  quello  di  sollevare  ,  provvedere  e 
beneficare:  senza  nominare  particolarmente  i  vari 
luoghi  ove  si  portò,  basterà  il  dire  che  fu  quasi 
sempre  in  moto  ad  osservare  le  comandate  disposi- 
zioni^ ed  a  dar  nuovi  ordini  (3o).  Siccome  avea 
data  non  solo  la  libertà  del  commercio  dei  grani 
neirinterno,ma  eziand  io  permessa  l'estrazione  per 
Testerò,  cosi  diveniva  necessario,  per  impedire 
che  la  mancanza  del  genere  produr  potesse  la 
carestìa  del  granducato,  di  facilitare  È  importa- 
zione dei  grani  forestieri  5  perciò  abolì  la  gabella 
ch'esisteva  sopra  i  grani  e  biade  forestiere ,  ed 
ammesse  la  libera  introduzione  ,  meno  i  piccoli 
diritti  alPuflUio  dello  vettovaglie  a  Livorno,  e  le 
solite  gabelle  alle  porte  di  alcune  città. 

g.  2.6.  Una  solenne  funzione  fu  eseguita  dal  so- 
vrano la  mattina  del  dì  12  maggio, avendo  fattala 
ceremonia  della  collazione  dell'insigne  ordine  del 
toson  d'oro  nella  persona  del  reale  arciduca  Fer- 
dinando poi  granduca  di  Toscana,  Fu  in  questa 
qccasione  che  Leopoldo  volendo  promuovere  le 
scienze  col  somministrare  ai  giovani  i  mezzi  di 
potere  studiare  senza  spesa,  ordinò  che  la  libreria 
palatina,  esistente  nel  palazzo  Pitti,  fosse  riunita 
alla  Maliabechiana  posta  agli  uffizi.  Venne  in  tal 
modo  quest'ultima  ad  essere  una  delle  più  copio- 
se e  magnifiche  biblioteche  d"Europa,sempre  aper- 
ta acoraun  benefizio  e  servita  da  attenti  custo- 
di (3 1). 

g.  27.  Fino  da  tempi  antichissimi  era  data  ai 
litiganti  la  facoltà  di  eleggersi  giudici.Questa  forma 
con  tutto  che  potesse  parer  buona  nella  sua  ori- 


An.     1771.    DEI    TEMPI    AUSTBUCICAP.il.  71 

gine,  pure  avea  molli  inconvenienti.  Converrebbe 
esser  certi  della  onestà  degli  uomini,  della  loro 
integrità  ed  imparzialità.  Col  metodo  ordinato  da 
Leopoldo  si  venivano  a  togliere  su  di  ciò  gli  scon- 
certi, poiché  furono  da  esso  determinati  i  giudici 
necessari,  e  creati  gli  uditori  di  ruota,  che  servi- 
vano di  giudici  di  seconda  istanza,  o  di  appello, 
quando  i  litiganti  volessero  appellarsi  dalla  sen- 
tenza dei  tribunali  di  prima  istanza,  sia  di  Firen- 
ze, o  degli  altri  luoghi:  in  questa  guisa  si  dette 
alla  giudicatura  un  sistema  più  sicuro,  e  scevro 
da  parzialità,  o  da  interesse.  Credette  a  proposito 
il  creare  il  tribunale  della  consultale  dette  a  que- 
sto la  facoltà  di  decidere  se  le  sentenze  pronun- 
ziate dal  tribunale  della  ruota  ammettessero  la 
revisione.  Questo  portava  che  non  fosse  in  po- 
tere d'uno  dei  due  liticanti  V  eternare  le  liti.  Nul- 
la trascurava  Leopoldo  di  quello  che  egli  creder 
poteva  utile  per  i  suoi  stati,  tanto  nel  governativo, 
nel  giudiciale  e  ueireconomico,come  può  osservar- 
si da  diverse  leggi  delle  soprannunziate,emolto  più 
fra  le  moltissime  da  noi  tralasciate  di  annunziare 
per  non  allontanarci  da  quella  brevità  che  ci  sia- 
mo proposti  di  praticare,  indicando  soltanto  quel- 
le che  portavano  un  cambiamento  essenziale  nel 
governo.  Tutte  le  privative  le  credette  ingiuste, 
e  perciò  a  poco  a  poco  le  abolì,  come  fece  nelPan- 
110  1771,  permettendo  generalmente  Pintroduzio- 
ne  dell'oro,  e  delPargento  falso}  tolse  tutto  quello 
ch'era  di  vincolo  al  commercio,  come  di  togliere 
la  | stalla  sulle  vendite  dei  bestiami,  come   pure 
quella  dell'olio  perii  passaggio  da   un  territorio 


?2  AVVENIMENTI    STOBICÌ  Ari.   1772. 

all'altro  e  molte  altre.  Permesse  a  chiunque  di 
piantar  gelsi  in  qualunque  sito,  e  concesse  ed  or- 
dinò infinite  cose  favorevoli  al  comercio  e  all'in» 
dustria  che  egli  proteggeva,  che  credeva  la  sor- 
gente della  felicità  dei  suoi  sudditi  (3a). 

g.  28.  La  flotta  russa  già  stanziala  da  qualche 
tempo  in  Livorno,  dove  svernava  sotto  gli  ordini 
dell'ammiraglio  Orloff,  fu  cagione  di  ricchezza 
per  la  Toscana,  dovendo  essa  approvvisionarsi 
di  tutto,  tanto  per  il  tempo  che  stava  nel  porto 
di  Livorno,  quanto  per  i  viaggi  che  faceva  nello 
arcipelago  per  fare  un  diversivo  nella  guerra  che 
esisteva  fra  la  Russia  e  la  porta  Ottomanna.  Fu- 
rono molto  festeggiati  TA-mmiraglio  e  Tuffizialità 
non  solo  da  Leopoldo  ma  ancora  dai  livornesi  e 
dai  pisani,  avendo  i  russi  fissato  il  loro  quartier 
generale  d'inverno  in  Pisa:  quei  popoli  ricavaro- 
no grandi  vantaggi  per  la  dimora  di  tali  forestieri 
che  spendevano  molto,  e  con  somma  generosità. 
Il  granduca  vendette  loro  due  fregate  di  quaran- 
ta pezzi  di  cannone  ciferano  state  fabbricate  in 
Trieste,  e  a  lui  regalate  dalP  imperatrice  Ilaria 
Teresa  in  aumento  della  marina  granducale:  an- 
che in  Firenze  furono  date  grandiose  feste  da 
Leopoldo,  il  quale  altresì  assistette  a  quelle  che 
l'ammiraglio  dava  in  Pisa.  Anche  il  duca  di  Clo- 
cestei.  fratello  del  re  dlnghilterra.viaggiò  in  Ita- 
lia, ed  egli  pure  fu  ricevuto  con  grandi  onori  e 
magnificenze  in  Firenze,  come  lo  fu  altresì  l'elet- 
trice vedova  di  Sassonia,  che  anch'essa  percor- 
reva contemporaneamente  JTlalia  (33).  Molte  ga- 
le e  ferie  soleva  usare  la  real  corte:  queste  furo- 


jin.    1772.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.   II.  ?3 

no  abolite  e  ridotte  a  sole  tre,  cioè  nel  giorno  di 
capo  d'anno,  Pasqua  di  resurrezione  e  s.  Giovan- 
ni ,  e  fuochi  di  gioia  ad  un  solo  da  incendiarsi  in 
maggior  copia  nella  sera  di  detto  santo. 

§.  29.  Si  abolì  pure  l'appalto  del  pesce:  ven- 
ne ridotta  la  gabella  sulle  materie  necessarie  alla 
conciatura  delle  quoia}  si  revocò  l'ordine  delle 
tasse  e  dritti  che  pagavano  i  venditori  di  comme- 
stibili: fu  permesso  di  erigere  nuovi  edilìzi  per  le 
conce,  e  dato  un  ordine  che  alle  contribuzioni 
che  si  esigevano  col  titolo  di  chiesto  venisse  sup- 
plito con  un'annua  tassa.  Si  dettero  nuovi  regola- 
menti alla  camera  delle  comunità}  divise  le  incom- 
benze e  tolse  le  medesime  da  varie  suggezioni,  ag- 
gregando quelle  del  circondario  d'Arezzo  alla  slessa 
città,  dandole  facoltà  di  dirigere  e  governare  i  pro- 
pri affari  economici  per  mezzo  delle  sue  magistra- 
ture e  ministri,  senza  quella  depeudenza  che  un 
ora  aveva  avuta  dalla  camera  delle  comunità  di 
Firenze.  Con  ciò  venne  a  togliere  molti  abusi  che 
si  erano  introdotti  nell'amministrazione  delle  ren- 
dite di  quella  comunità  (54).  Si  concessero  varie 
facoltà  ai  conciatori  di  quoio.    ed  un  libero  lavo- 
rio delle  cere  gregge  nella  citta  di  Firenze  e  suo 
contado,  la  caccia  e  pesca  fu  permessa  nei  luoghi 
banditi,  e  diminuita  la  gabella  ai  vini   forestie- 
ri (35). 

g.  3o.  Uno  strepitoso  avvenimento  accadde 
nel  presente  anno:  fu  questo  la  soppressione  del- 
la tanto  famosa  compagnia  dei  gesuiti  con  breve 
emanato  da  Clemente  XIV  .  Partecipata  questa 
pontificia  risoluzione  in  Firenze,  si  portò  per  or- 
St.  Tose.  Tom.   11.  7 


;4  AVVENIMENTI      STORICI  Atl.     1775' 

dine  sovrano  l'arcivescovo  al  collegio  de**  gesuiti, 
e  fece  alla  loro  presenza  leggere  il  consaputo  bre- 
ve, e  in  conseguenza  fu  soppressa  in  Toscana  la 
religione  predelta.  Fatto  ciò  fu  preso  possesso  di 
tutti  i  beni  dei  padri,  e  vennero  dal  granduca 
destinati  i  respettivi  economi:  fu  pagata  la  som- 
ma di  scudi  20  a  ciascun  individuo  pel  nuovo 
vestiario  da  sacerdote  secolare,  e  si  assegnarono 
altresì  le  mensuali  provvisioni  pel  loro  manteni- 
mento, e  siccome  di  niente  si  volle  appropriare 
il  regio  fisco,  che  fosse  ad  altri  devoluto,  fu  ema- 
nato un  editto  col  quale  si  dava  tempo  due  mesi 
a  chi  avesse  pretenzione  di  succedere  a  qualsivo- 
glia stabile  della  soppressa  società,  per  giustitkare 
il  titolo  della  successione  al  magistrato  supremo. 
Nel  tempo  medesimo  fu  provveduto  che  tutti  i 
cadaveri  fossero  esposti  ai  suffragi  nelle  proprie 
parrocchie,  e  che  ciascheduno  avesse  dritto  di 
eleggersi  la  sepoltura  per  atti  fra  i  vivi  e  di  ul- 
tima volontà  (36). 

g.  3 1.  Non  lasciava  in  tanto  la  nostra  marina 
toscana  di  dar  frequenti  prove  di  valore  sotto  il 
coniando  deirammiraglio  Alton,  poiché  scorren- 
do questi  il  Mediterraneo  colla  fregata  toscana 
FEtruria,  entrò*  dentro  la  goletta  di  Tunisi  e 
dette  fuoco  ai  legni  barbereschi  che  in  quel  porto 
si  trovavano  ancorati.  La  mattina  del  di  i4  otto- 
bre essendo  sotto  capo  Spartel,  scoprì  due  fregate 
salettine,  una  delle  quali  cominciò  a  dare  la  cac- 
ciata z\V Austria:. questa  senza  tenere  inalberata 
la  sua  bandiera,  quando  fu  a  tiro  di  fucile  le  la- 
scio una  fiancata  di  cannonale,  cominciando  cosi 


An.    1773.       DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  11.  75 

la  tierissima  battaglia,  la  quale  durò  non  breve 
ora}  ma  in  (ine  la  salettina  non  polendo  più  re- 
sistere si  abbandonò,  e  ammainate  le  vele  rimase 
preda  dell*1 Austria  con  84  prigionieri,  compresi 
quattro  uftìziali  ed  il  rais.  In  seguito  la  fregata 
toscana  dette  la  caccia  e  battè  altri  legni  saletli- 
ni;  ma  non  potendo  far  nuove  predesi  volse  ver- 
so Gibilterra,  ove  riposatasi  alquanto  fece  vela 
per  Livorno,  e  vi  giunse  felicemente,  essendo 
stata  ricevuta  con  universale  allegrezza  ed  ap- 
plauso. Il  rais  cbe  si  trovava  sulla  fregata  detta 
la  Tigre  era  il  comandante  di  tutta  la  squadra. 
La  fregata  fu  venduta  al  pubblico  incanto;  i  pri- 
gionieri ebbero  umano  trattamento,  e  quanto  al 
rais,  volle  il  granduca  che  gli  fosse  assegnato  un 
sufììcente  giornaliero  mantenimento  in  vista  di 
essersi  mostrato  valente  ed  esperto  guerriero  di 
marina  (37).  Fu  in  seguito  data  commissione 
all'ammiraglio  Atton  di  unirsi  colle  due  fregate 
toscane  ad  una  flotta  spatrinola,  che  sotto  gli  or- 
dini del  comandante  O-relly  andava  contro  la 
città  e  porto  d'Algeri.  Riusci  infelice  la  spedizione, 
ma  grand'onore  ne  riportarono  le  fregale  toscane, 
poich^eran  esse  che  coprivano  la  ritirata  degli  spa- 
gnuoii,  senza  di  che  tutti  sarebbero  rimasti  vit- 
time di  quei  barbereschi,  e  perciò  Alton  ricevet- 
te molti  ringraziamenti  dal  re  di  Spagna  Carlo 
111(38). 

g.  3a.  Il  granduca  volle  che  tutti  gli  omicidi, 
tradimenti,  e  assassinamenti,  ratti  di  fanciulle,  e 
incendi  si  potessero  punire  dai  tribunali  nello 
spazio  ancora  di  diecianni  dal  di  in  cui  (ai  delitti 


j6  AVVEDIMENTI  STORICI  Art,    1775. 

fossero  stati  commessi.  Concedette  poi  a  tutte 
le  comunità  del  contado  la  facoltà  di  governare 
le  loro  aziende  per  mezzo  dei  respettivi  magistra- 
ti  e  ministri,  senza  dipendenza  dalla  camera  delle 
comunità  di  Firenze.  Fu  emanato  un  nuovo  piano 
di  regolamento  per  gli  esecutori  di  giustizia,  ed  i 
bargelli  dello  stato,  e  venner  date  diverse  dispo- 
sizioni relative  ai  collegi  e  chiese  de*1  soppressi 
gesuiti,  avendo  quel  sovrano  procurato  colla  no- 
mina di  altri  lettori  e  maestri  che  in  tutti  i  luoghi 
fossero  continuati  i  corsi  degli  studi,  come  per  lo 
avanti  (3$). 

g.  3*  Ad  oggetto  di  allontanar  (falla  miseria, 
dal  vizio  e  dai  delitti  il  popolo,  procurò  Leopoldo 
di  dar  principio  e  proseguire  in  seguito  a  miglio- 
rare ed  ingrandire  te  ville  del  Poggio  imperiale, 
ed  imperialino,  Castello,  la  Petraia,  PAntbrógiana, 
e  il  Poggio  a  Catana,  come  pare  t  palazzi  di  Li- 
vorno, di  Pisa,  e  della  Quercia.  Volle  poi  favorire 
le  arti  e  le  scienze,  e  a  quesl\>ggetto  fece  acqui- 
sto del  palazzo  di  un  ramo  della  estinta  famiglia 
Torrigiani  contigua  al  giardino  di  Boboli,  ove 
edificar  fece  una  specola  ,  che  fu  ampiamente 
provveduta  di  macchine  e  dHstrumenti  perfettis- 
simi per  la  fisica,  ed  astronomìa,  per  Pacquistodeì 
quali  fu  spedito  a  Parigi  e  a  Londra  l'abate  Fon- 
tana che  ne  fu  nominato  direttore.  Nello  stesso 
locale  fu  collocato  il  museo  di  storia  naturale. 
Venne  ordinato  che  questo  stabilimento  fosse 
aperto  tutti  ì  giorni,  meno  i  festivi,  a  comodo  tan- 
to dei  cittadini,  che  degli  esteri,  ed  ai  custodi  fu 
proibito  di  prendere  alcun  guiderdone  da  chic» 


j4n.~W15.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    C4P.  II.  77 

chesia.  Fu  comune  l'ordine  per  la  galleria,  Pa- 
lazzo Pitti,  e  la  cappella  di  san  Lorenzo.  Fu  però 
d'uopo  di  trovar  la  maniera  di  supplire  a  sì  gran- 
diosi dispendi,  senza  disastrarne  Peconomia:  de- 
terminossi  perciò  Leopoldo  alienare  una  quatità 
di  ricche  e  magnifiche  suppellettili  esistenti  nella 
real  guardarobba,  ma  che  non  erano  più  d'al- 
run  uso  per  la  diversità  del  gusto  dei  tempi  , 
come  pure  fu  alienato  il  superfluo  delle  armerie 
esistenti  in  Livorno,  Pisa  e  Firenze,  lasciandovi 
il  puro  necessario.  Ciò  che  poi  incontrò  una  cri- 
tica quasiché  universale  fu  la  vendila  della  villa 
di  Careggi,  celebre  per  la  memoria  di  Lorenzo  dei 
Medici,  detto  il  Magnifico,  nella  quale  questi  riu- 
niva i  primari  letterati  del  suo  tempo,  e  dove  era 
stabilita  l'accademia  platonica  sotto  la  direzione 
di  Marsilio  Ficino  (40). 

g.  34.  Diversi  regolamenti  furono  fatti  riguar- 
do alle  cose  ecclesiastiche,  come  quella  di  proibi- 
re ai  frali  di  predicare  alle  monache,  di  non  far 
missioni  pubbliche  in  ore  da  distogliere  il  popolo 
dai  lavori.  Venne  poi  fatto  un  concordato  colla 
santa  sede,  col  quale  fu  convenuto  che  la  corte 
di  Roma  non  potesse  imporre  pensioni  sopra  gli 
arcivescovi  e  vescovi  di  Toscana,  eccettuati  sol- 
tanto que'di  Pisa  e  di  brezzo,  essendo  questi  i 
più  ricchi  del  granducato  ({■).  Frattanto  Pimpe- 
rjtor  Giuseppe  determinatosi  di  riveder  nuova- 
mente l'Italia  si  portò  per  la  parte  di  Trieste  a 
Venezia,  ove  trovò  il  real  fratello  Leopoldo  che 
•,'li  era  andato  incontro,  e  dopo  aver  visitati  con 
esso  molti  luoghi  dell'Italia  superiore,  ritornò  a 

7* 


78  AVVEDIMENTI     STORICI  Aìl.    17-75. 

Firenze,  ove  si  trattenne  a  geniere  le  feste  del 
Corpus  Domini  e  s.  Giovanni,  ed  osservare  i  mi- 
glioramenti fatti  dal  granduca,  stando  sempre  nel 
più  stretto  incognito.  Partito  l'imperatore  Leo- 
poldo procurò  che  reiezione  dello  stato  fosse  li- 
bero in  ciascheduno  individuo,  avendo  rilevalo., 
mediante  i  casi,  che  non  pochi  tìgli  e  figlie  era- 
no sacrificate  dall'avidità  dei  padri.  Per  togliere 
queste  ed  altre  seduzioni  emanò  due  motupropri, 
coi  quali  ordinava,  che  non  si  potessero  collo- 
care le  ragazze  in  educazione,  se  non  compiti  gli 
anni  dieci,  e  che  non  vestissero  l'abito  religioso 
in  qualsivoglia  monastero,  se  non  dopo  gli  anni 
venti,  con  la  condizione  che  prima  di  essere  ac- 
cettate dovessero  stare  sei  mesi  fuori  di  ogni  ri- 
tiro o  convento}  che  quindi  venisse  loro  fatto  un 
lecito  esame  sulla  vocazione  per  rilevare  se  na- 
scesse da  qualche  strana  idea,  o  fosse  sana  vo- 
lontà ec.  Riguardo  poi  ai  frati  stabiliva  che  non 
entrassero  in  religione,  se  non  terminali  gli  anni 
18,  e  che  la  professione  non  potesse  esser  fatta 
«die  compiti  gli  anni  24,  e  chiunque  volesse  illu- 
dere questa  legge  col  vestir  l'abito  religioso  fuo- 
ri del  granducato,  si  dovesse  riguardare  in  tutto 
come  forestiere,  ed  escluso  dagl'impieghi  dell'or- 
dine ec.  Finalmente,  che  le  doti  delle  monache 
converse  non  fosser  maggiori  della  somma  di 
scudi  a5.  oltre  un  piccolo  corredo  (4a)« 

£.  '55.  In  vista  dì  ampliyre  e  stendere  la  liber- 
tà della  estrazione  dei  grani,  ed  altre  derrate,  fu 
soppresso  l'uffizio  dell'annona,  dando  a  ciasche- 
duno la  facoltà  di  vendere,  ritenere,  comprare  e 


An.    1775.      DEI    TE3IP1   AUSTRIACI    CAP.  II.  ^9 

contrattare  qualunque  genere  di  commestibili: 
per  quello  poi  riguardava  le  cause  che  si  agitava- 
no nel  dello  uffizio,  fu  sostituito    il  magistrato 
degli  otto.  Si  abolì  la  decima  ecclesiastica  e  si 
richiamò  tutti  quei  beni  al  pagamento  delle  de- 
cime granducali,  come  i  beni   di  patrimonio  se- 
colare :  rese  uguali  tutte  le  contribuzioni  tanto 
regie  che  comunitative  sopra  i  beni  ancora  della 
religione  di  s.  Slefauo,  università,  e  luogi  pii.  Sic- 
come poi  la  decima  ecclesiastica  serviva  per  la 
conservazione  dello  studio  pipano,  così  S.  A.  R. 
aggregò  il  mantenimento  del  medesimo   al  regio 
erario.  Fu  emanato  un  nuovo  regolamento  pei  ca- 
valieri earovanisti,  e  si  fecero  delle  leggi  per  au- 
mentare hi  manifatture,  dando  ancora  il  sovrano 
dei  premi  ai  fabbricanti,  ed  a  chi  provava  d'aver 
fatte  maggiori  spedizione  fuori  di  stato  dei  gene- 
ri fabbricati  in  esso.  La   maremma  risentì  pure 
l'effetto  delle  provide  cure  di  Leopoldo,  avendovi 
egli  spedito  dei  professori,  per  fare  sulla  super- 
ficie dei  respettivi  luoghi  le  necessarie   osserva- 
zioni per  l'incremento  della  cultura   dei    terreni. 
salubrità   delParia  e  popolazione.  Fu  conceduta 
la  facoltà  della  caccia  e  pesca  in   molte   bandite, 
soppressa  la  privativa  delle  conce,  dando  la  facol-  ■ 
tà  al  macellaio  di  vendere  e  contrattare  le  quoia 
a  piacere;aboliti  i  pioventi  detti  di  piazza  o   mer- 
cato, e  de'pesi  e  misure,  e  tolta   la  privativa  dei 
mulini  e  dei  frantoi  da  olio  (  {'> j. 

'(>.  36i  In  materie  ecclesiastiche,  oltre  quanto 
si  e  detto. vennero  soppressi  in  Firenze  i  canoni- 
ci Wgu|an  di  s.  Vnlouio.  il  conservatorio  del  meri- 


8o  AVVENIMENTI     STORICI  Atl.    1  >76« 

dicanti,  aggregandone  le  rendite  agli  spedali;  la 
chiesa  e  collegio  degli  estinti  gesuiti  fu  comprata 
dai  padri  scolopi  per  continuare  l'insegnamento 
della  lingua  latina  e  le  scienze. e  la  chiesa  di  que- 
sti, detta  dei  Ricci,  fu  conceduta  ai  padri  del  bel 
morire,  ed  i  secolarizzati  religiosi  ebber  la  grazia 
di  ritirare  le  loro  pensioni.  Avendo  quindi  stabi- 
lito il  sovrano  di  portarsi  a  Vienna,  (ece  partenza 
da  Firenze  insieme  colla  r.  consorte,  conducendo 
seco  loro  il  conte  di  Thurn,  e  la  contessa  di  Col- 
loredo:  da  Bologna  giunti  a  Ferrara,  colà  ebbero 
il  contento  di  vedere  ed  abbracciare  l'arciduca 
Ferdinando  Carlo  d'Austria  fratello  del  granduca, 
non  meno  chela  reale  arciduchessa  Maria  Beatri- 
ce d'Este  di  lui  sposa,  che  dalla  loro  residenza  di 
Milano  eransi  in  detta  città  di  Ferrara  per  lo 
stesso  fine  tresferiti:  giunti  il  giorno  appresso  le 
LL.  A4.  RR.  nella  città  di  Padova,  trovarono,  se- 
condo il  concertato,  i  reali  coniugi  di  Saxe  Te- 
shen,  coi  quali  trattenutesi  a  godere  di  alcuni  di- 
vertimenti, continuarono  la  mattina  del  dì  8  il 
loro  cammino  alla  volta  di  Vienna:  nella  sera  de! 
di  i3  giunsero  all'imperiai  villa  di  Schembrun  in 
compagnia  della  R.  arciduchessa  e  duca  Alberto, 
essendo  stati  ricevuti  con  particolar  tenerezza 
dalla  maestà  cesarea  e  dall'augusta  imperatrice 
regina.  Il  soggiorno  che  fecero  alla  corte  impe- 
riale di  Vienna  fu  magnitico,  e  continuato  nei 
divertimenti  e  negli  spettacoli:  particolarmente 
furono  fattele  grandiose  militari  evoluzioni  nella 
pianura  di  Luxemburgo.  Leopoldo  non  lasciò  pe- 
raltro di  osservare  colla  su3  perspicacia  quanto 


Ali.    1776.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CIP.  II.  8*1 

di  nuovo  eravi  in  quella  capitale  sì  nel  civile  che 
nell'ecclesiastico,  così  passando  fino  alla  mattina 
del  19  settembre;  in  essa  partirono  di  ritorno  per 
la  Toscana  ,  accompagnati  venendo  a  Neustadt 
dall'imperatrice  regina  madre,  dall'arciduca  Mas- 
similiano, dal  duca  Alberto  e  sua  sposa,  e  dalla 
arciduchessa  Elisabetta:  giunti  a  Neustadt,  città 
dell'Austria  inferiore,  distante  i a  leghe  da  Vien- 
na, si  trattennero  sino  al  dì  aa,  e  dopo  i  teneri 
scambievoli  congedi,  gli  augusti  personaggi  si  re- 
stituirono a  Scbembrun  e  le  loro  altezze  reali  pro- 
seguirono il  viaggio  terso  l'Italia.  Un  altro  pia- 
cevole incontro  ebbero  a  Venezia,  ivi  giunte,  po- 
co dopo  vi  arrivò  da  Parma  la  reale  Arciduchessa 
consorte  del  duca  Ferdinando  I  di  Borbone,  co- 
la espressamente  portatasi  per  avere  la  prima 
volta  il  contento  di  conoscere  d'appresso  la  gran- 
duchéssa sua  cognata.  A  Bologna  furono  altresì 
visitate  dal  prelodato  infante  duca  di  Parma.  Fi» 
miniente  il  dì  i5  si  restituirono  a  Fiienze,accol- 
te  dai  reali  figli  e  dal  pubblico  colla  massima 
gioia  (44). 

§.  37.  Si  fissò  dal  granduca  una  tariffa  gene- 
rale dei  dritti,  e  molumenti,  e  mercedi  dovuti  ai 
rettori,  ministri  di  giustizia:  soppressi  i  tribunali, 
o  corpi  d'arti  della  città  di  Prato,  con  tutte  le 
loro  magistrature  e  cariche,  aggregando  le  cause 
e  regolamenti  al  vicario  della  stessa  città:  *i  ac- 
cordò la  libera  introduzione  ed  estrazione  delle 
lane,  transito  di  pannine  ed  altro,  pe'quali  ge- 
neri fu  dato  il  necessario  regolamento.  Furon 
proibite  le  scommesse  in  giuochi  pubblici  di  qua- 


Slfc  AVVEDIMENTI     STORICI  An,    1"76. 

Itmque  sorta,  come  cause  di  disordini,  frode  e 
risse}  si  permise  il  diboscamento  e  il  taglio  sen- 
za chiedere  alcuna  permissione:  altro  regolamen- 
to si  dette  per  P  estrazione  del  bestiame,  tolte 
molte  privative  e  tasse  nel  contado  e  montagne 
di  Pistoia,  e  particolarmente  quella  detta  delle 
teste,  come  pure  a  riserva  di  tre  bandite,  cioè 
del  Poggio  imperiale,  delle  Cascine  dell'Isola,  e 
di  Cerreto  Guidi,  fu  permesso  in  ogni  altro  luo- 
go di  cacciare  e  pescare.  Nella  città  di  Livorno, 
come  nelle  altre  città  e  luoghi  del  granducato, 
venne  data  facoltà  a  chiunque  d^aprire  decorni; 
vender  pane,  e  fabbricarlo  senza  limitazione  di 
peso  o  di  prezzo,  ed  altresì  libertà  ai  venditori  sul 
prezzo  delle  carni  freche  e  salate,  ed  egualmen- 
te libero  il  prezzo  del  pesce.  Con  lunga  legge  di- 
visa in  16 1  paragrafo  fu  pubblicato  un  nuovo  re- 
golamento economico  generale  per  tutte  le  co- 
munità della  provincia  pisana;  mediante  questa 
s>  instituirono  le  nuove  comunità,  abolendo  le 
antiche  e  loro  amministrazioni  ,  cancellerìe  ec. 
I  magistrati  di  Firenze  ebbero  delle  istruzioni 
sulle  cause:  fu  soppresso  il  magistrato  del  bigal- 
lo,  e  la  deputazione  di  Bonifazio  con  la  sostitu- 
zione d1  una  particolare  congregazione:  abolito 
T  obbligo  di  portare  a  vendere  nel  mercato  di 
Firenze,  e  di  pesare  alle  pubbliche  stadere  del- 
l'arte della  seta  tutti  i  bozzoli  della  città  e  cir- 
condario, potendo  ognuno  venderli,  e  pesarli  li- 
beramente. 

§.  38.  Tutte  queste  ed  altre  libertà  di  com- 
mercio, che  si  estese  fino  al  ghiaccio  ed  ai  chiodi. 


An.    1776.      DE!  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  II.  8$ 

mossero  una  società  di  zelanti  sudditi,  i  quali, 
affine  di  perpetuarne  la  gramTepoca,  fecero  coniare 
una  medaglia  in  onore  della  R.  A.  S.cbe  fu  umiliata 
alla  medesima  dal  consigliere  Angiolo  Tavanti. 
Questa  rappresentava  da  una  parte  il  ritratto  del 
sovrano  e  dall'altra  una  figura  in  piedi  esprimente 
l'abbondanza  col  cornucopio  nella  sinistra  e  una 
fiaccola  nella  destra,  in  atto  d'incendiare  i  volu- 
mi delle  remote  leggi.  A  piedi  della  figura  vede- 
vasi  un'antico  moggio,  entrovi  con  manipolo  di 
spighe  col  repigra  fi  Liberta!  e  frumentarìa.  Opes 
auctae,  e  nelPesergo  Principi  providentissimo 
MDCCLXXV.  Fu  assegnato  ad  ognuno  dei  quar- 
tieri delle  ciltà  toscane  un  chirurgo  perito  nel- 
l'ostetricia che  assistesse  gratis  le  povere  parto- 
rienti, fu  soccorso  accora  con  sussidi  e  cura 
particolare  negli  spedali,  si  condonarono  molti 
debili  a  diverse  comunità,  si  pubblicò  un  indulto 
pei  i  disertori  ed  altri  rei ,  e  si  eressero  nuovi 
spedali  in  diversi  luoghi  della  Toscana.  L'ordine 
olivetano  ebbe  nuovi  regolamenti, rimanendo  sop- 
presse le  due  abbazie  di  s.  Maria  di  Rapolano,  e 
di  s.  Maria  di  s.  Gemignano.  Fu  estinto  il  conven- 
to di  monache  detto  del  Paradiso,  posto  fuori 
della  porla  a  s.  Niccolò,  fondato  fino  dal  1400  e 
le  monache  passarono  nel  monastero  di  s.  Am- 
brogio. 

g.  39.  Siccome  col  consenso  del  pontefice  Pio 
VI  furono  abolite  tutte  le  pensioni  solite  oppor- 
si alle  chiese  vescovili  e  parrocchiali  del  grandu- 
cato, cosi  fu  ordinato  che  i  sacerdoti  avessero 
una  congrua  non  minore  di  scudi    100  all'anno, 


84  AVVENIMENTI     STORICI  Art.    1776. 

per  rimediare  all'abuso  delle  ordinazioni  sacre 
fatte  su  i  semplici  obblighi  di  messe;  fu  coman- 
dato che  non  fosse  ammessa  l'ordinazione  a  tito- 
lo di  ufficiatura,  se  non  quando  vi  fosse  altro  be- 
nefizio di  rendita  eguale  alla  congrua  stabilita:  si 
proibirono  le  missioni  alla  campagna,  senza  la 
licenza  della  segreteria  del  regio  diritto.  I  romiti 
attuali  vennero  tollerali,  ma  ordinato  che  in  av- 
venire non  si  facessero  più  questue  e  non  vi  fos- 
ser  più  romiti.  Finalmente  con  real  motuproprio 
rimasero  fissate  le  tasse  da  pagarsi  per  V  Eoce- 
quatur  alla  cancellerìa  della  regia  giurisdizio- 
ne (45). 

g.  40.  Fu  inoltre  formata  la  deputazione  tanto 
per  la  parte  della  corte  di  Toscana  che  della  pon- 
tifìcia per  ultimare  le  antiche  vertenze  sussistenti 
per  i  contini  dei  respeltivi  dominii,  riguardo  al 
paese  adiacente  alla  Chiana.  Abolì  il  sovrano  la 
guardia  nobile  ,  provvedendo  graziosamente  i 
componenti  della  medesima.  Proseguendo  il  me- 
todo della  estinzione  dei  corpi  delle  arti,  abolì  S. 
Altezza  quelli  della  città  d'Arezzo,  ed  in  conse- 
guenza tutte  le  matricole  e  tasse  e  qualsivoglia 
contribuzione,  offerta  o  canone  a  luoghi  pii-  al 
magistrato  supremo  della  città  di  Firenze  aggiun- 
se tre  auditori  per  la  sola  cognizione  e  decisione 
delle  cause:  concedè  in  feudo  alla  famiglia  Ghe- 
rardesca  le  comunità  di  Castagneto,  Bolgheri  e 
Donoratico:  condonò  il  debito  delle  spese  di  sa- 
nità occorse  dal  primo  aprile  i?65  a  tutto  l'an- 
no scorso,  e  che  non  era  meno  di  scudi  484oo; 
non  volendojcol  massimo  tratto  di  generosa  ole- 


Art.    1777.      DEI    TEMPI    AUSTRIACICAP.il.  85 

menza  che  fossero  aggravati  i  sudditi  di  nuove 
imposizioni.  Si  vide  in  seguito  emanala  una  leg- 
ge sopra  la  pesca  dei  mari  toscani,  colla  quale 
restavano  soppressi  tutti  gli  appalti  e  privative 
veglianli  nel  molo  di  Livorno:  abolì  la  spedizione 
dei  brevetti  nelle  reali  segreterìe,  le  tasse  che  si 
pagavano,  la  spesa  dei  passaporti,  il  prender  man- 
ce dagl'  impiegati.  Per  ampliare  la  popolazione 
nel  circondario  di  Firenze  fu  concedula  facoltà 
di  fabbricar  case  fuori  delle  mura  della  città:  pre- 
scrisse un  freno  ai  debiti  contralti  e  da  contrarsi 
dagli  uflìziali  per  tutto  il  granducato:  ampli  pri- 
vilegi e  facoltà  si  accordarono  a  chiunque  avesse 
voluto  stabilirsi  nelPisola  della  Gorgona,  avell- 
ilo il  sovrano  acquistato  tulte  le  fabbriche,  ma- 
gazzini e  terreni  che  ivi  trovavansi  di  pertinenza 
del  monastero  della  Certosa  di  Pisa.  L'abolizio- 
ne de'romiti  promossa  Panno  1776,  fu  del  tutto 
ultimala  nel  1777  „  comandando  che  i  soggetti 
di  tale  specie  vacanti  dovessero  deporre  V abito: 
rimase  annullato  qualunque  provento  di  piaz- 
za per  le  contrattazioni  delPolio.  Si  dichiarò  che 
per  le  cause  dei  miserabili  non  si  potesse  esigere 
qualunque  benché  minima  spesa  in  tutti  i  tribu- 
nali del  granducato  .  Fu  abolita  la  proibizione 
delle  incette  dei  fieni,  strami  e  paglie, e  resa  libera 
la  vendita  del  tabacco:  con  generosa  munificen- 
za il  sovrano  condonò  a  tutti  gli  artieri  del  gran- 
ducato il  loro  debito  per  matricole  e  tasse,  che 
fondeva  a  scudi  7000,  e  viceversa  volle  che  si 
pacassero  tutti  i  creditori  della  magona:  ordinò  un 
nuovo  regolamento  per  le  comunità  dello  stato 
St.   Tose.   Tom.  11.  S 


86  AVVENIMENTI     STORICI  Ali*    1>?> . 

di  Siena,  volle  che  la  scrittura  dei  tribunali  fos- 
se tenuta  in  giorno,  e  riunì  la  cognizione  dei  fro- 
di ai  giusdicenti  locali  (46). 

g.  4*.  Oltre  queste  innovazioni  soppresse  il 
granduca  il  magistrato  degli  otto  di  guardia  e  di 
balia,  e  creò  jn  luogo  di  esso  un  supremo  tribu- 
nale di  giustizia,  al  quale  riunì  fa  giurisdizione 
criminale  degli  altri  tribunali  della  città,  compo- 
nendolo di  un  auditore,  di  tre  assessori,  e  di  un 
cancelliere  maggiore;  inoltre  ne'quattro  quartieri 
della  città  pose  un  commissario  per  ciaschedun 
quartiere;  ed  a  questi  dipartimenti  dette  le  istru- 
zioni pel  regolamento  di  polizia,  obbligando  inclu- 
sive il  corpo  militare  a  prestar  manforte  a  richie- 
sta ec,  venne  a  tal  effetto  formala  la  carica  di 
ispettore  di  polizia  diversa  dal  bargello,  e  dipen- 
dente dall'auditore  fiscale,  concedendo  a  tale  ispet- 
tore ampie  ed  immense  franchigie  e  privilegi .  In 
sequela  di  detto  editto  altri  tre  ne  comparvero, 
roi  quali  rimasero  soppressi  i  due  magistrati  e 
tribunali  detti  dell'archivio,  e  dei  conservatori  di 
leggi;  tenuto  fermo  ma  varialo  nelle  sue  incom- 
benze il  tribunale  del  proconsolo,  dandogli  no- 
me di  conservatore  delle  leggi;  ebbe  una  nuova 
forma  il  magistrato  de'pupilli;  si  creò  un  avvoca- 
to regio  per  la  difesa  delle  cause  interessanti  il 
fisco,  le  regalie  e  il  patrimonio  del  sovrano,  e  fi- 
nalmente estinse  come  inutili  i  magistrati  dei 
sindacatori  della  ruota,  dei  procuratori  di  palaz- 
zo e  dei  collegi:  abolì  la  camera  granducale,  e  creò 
invece  la  carica  di  un  solo  auditore  delle  sue  re- 
galie e  possessioni.  Ordinò  che  non  si  potesse 


Ali.    1777.      DEI  TEMPI  AUSTR11CI  CAT.  II.  87 

procedere  per  debiti  meramente  civili  in  somma 
minore  delle  lire  trenta  alTesecuzione  personale 
di  alcun  suo  suddito,  o  domiciliato  nel  grandu- 
cato (47). 

§.42.  Nella  marina  si  eseguirono  due  innova- 
zioni: fu  abolito  il  battaglione  dei  granatieri, e  fu 
aumentata  la  marina  toscana  di  due  grosse  bar- 
che armate,  e  due  mezze  galere,  talché  si  formò 
una  squadra  di  sette  bastimenti  da  guerra  per  do- 
vere scorrere  contro  i  barbereschi,  e  garantire  la 
navigazione  e  commercio.  Per  mezzo  della  pratica 
segreta  fu  dichiarato  che  i  castelli  e  territori  della 
Trappola,  rocca  Guicciardina,e  Sagona  dovevano 
considerarsi  a  tutti  gli  effetti  come  il  rimanente 
del  granducato,  ed  osservarvi^  le  leggi  e  ordini. 
Le  monete  romane  furon  chiamate  a  sindacato, 
si  dette  il  valore  ad  alcune  di  esse  ed  altre  furo- 
no proibite. 

g.  43.  Per  evitare  il  gravissimo  disordine  che 
qualcuno  credutosi  estinto  fosse  inumato,  prima 
che  tutte  l'esperienze  assicurassero  della  indubi- 
tata morte,  fu  ordinato  che  non  si  potesse  dar 
sepoltura  ai  cadaveri,  se  non  erano  scorse  veu- 
tiquatt'ore  dal  punto  della  morie;  non  si  facesse- 
ro in  tal  tempo  sezioni,  ma  rimanesse  il  corpo 
nello  stato  suo  naturale  (4$)' 

g.  44-  È*er  le  vestizioni  delle  cosi  dette  mona- 
nache  di  conservatorio  fu  tolta  ogni  funzione, 
formula  e  cerimonia;  agli  esami  delle  monacande 
si  volle  che  vi  assistesse  il  giusdicente  del  domi- 
cilio, venne  comandalo  a  tutti  i  confessori  de'mo- 
nasteri  che  non  facessero  né  discorsi, ne  prediche, 


88  AVVENIMENTI    STORICI  Aìl.   1777. 

né  fervorini  dagli  altari  o  comunicatorii,  che  le 
forestiere  che  si  volessero  vestire  nei  monasteri 
del  granducato  dovessero  pagare  la  dote  doppia: 
i  preti  forestieri  inabilitali  all'esercizio  della  cura 
d'anime.  Fu  riunita  V  opera  di  san  Giovanni  in 
quella  del  Duomo-,  e  con  circolare  del  segretario 
del  regio  diritto  S.  A.  R.  comandò  che  non  fosse 
dato  Vexequatur  alle  dispense  di  Roma  che  scio- 
glievano gl'impedimenti  canonici  per  abilitare  le 
persone  ad  esser  ricevute  nel  clero,  a  conseguir  be- 
neGzi,  ad  esser  promossi  agli  ordini  sacri  ed  alle 
chiese  curate, o  per  difetto  d'età  o  fuori  dei  termini 
prescritti  (4<))«  Ordinò  poi  diversi  regolamenti  ri- 
guardanti il  clero  regolare  e  secolare,  fra  gli  altri 
emanò  degli  ordini  affinchè  i  benefizi  semplici  va- 
canti fossero  conferiti  ai  parrochi  più  poveri. 
Raccomandò  molto  ai  vescovi  di  non  aumentare 
più  dell'occorrente  il  numero  degli  ecclesiastiche 
di  non  ammettere  agli  ordini  che  quelli  i  quali 
ne  fossero  veramente  meritevoli.  Stante  la  guerra 
ch'esisteva  tra  la  Francia  e  l'Inghilterra,  il  gran- 
duca dette  i  più  savi  provvedimenti  per  conser- 
vare una  esalta  neutralità,  tanto  nel  porto  di  Li- 
vorno, quanto  in  tutti  i  porti  della  Toscana  (5o). 
§.  4 5.  I  notabili  danni  sofferti  da'marrocchini  a 
cagione  della  fregata  toscana  delta  X* Austria^  fece- 
ro risolvere  il  loro  imperatore  con  raro  esempio  a 
spedire  un  ambasciatore  in  Toscana  per  riscattare 
alcuni  suoi  sudditi  con  il  rais  che  vi  erano  in  qua- 
lità di  schiavi.  Arrivato  a  Firenze  quell'inviato  fu 
ammesso  da  sua  alte/.za  realea  pubblica  udienza, 
ed  aperto  il  negozialo  sì  passò  a  discorrere  di  pa- 


Jn.     \"j'S.       DElTEMFlAUSTRlACICAP.il.  89 

ce,  e  nel  di  6  di  febbraio  si  concluse  un  trattato 
in  cui  si  convenne  che  cessasse  ogni  ostilità 
tanto  in  mare  che  in  terra  fra  i  sudditi  del  grandu- 
cato di  Toscana  e  quei  dell'impero  di  Marocco} 
talché  fossero  gli  uni  e  gli  altri  vicendevolmente 
sicuri,  dovendo  essere  tra  essi  la  migliore  intel- 
ligenza e  pace  inalterabile^  che  in  avvenire  fosse 
libero  il  commercio  fra  le  due  potenze,  e  se  se- 
guisse qualche  mala  intelligenza,  si  dovessero 
prendere  tutte  le  più  opportune  misure  per  con- 
ciliare le  differenze  prima  che  si  passasse  ad  al- 
cuna ostilità,  né  potersi  procedere  ad  alcuna  rot- 
tura di  pace,  se  non  previo  un  armistizio  di  sei 
mesi  (5i  ).  La  proposizione  fu  accettata,  e  graditi 
furono  altresì  i  regali  che  il  re  barbaro  avea  man- 
dati, consistenti  in  sei  cavalli  bellissimi  per  S.  A. 
R,  ed  alcune  stoffe  e  tele  e  niossoline  per  la 
granduchessa.  Stabilito  e  conchiuso  il  trattato  di 
pace,  il  granduca  regalò  gli  schiavi  senza  alcun 
riscatto,  avendoli  fatti  anzi  prima  rivestire  a  sue 
spese^  ed  all'imperatore  predetto  mandò  ricchis- 
simi regali  in  gioie,  stoffe  ed  anni,  avendone  pur 
dati  altri  simili  all'ambasciatore  e  suo  equipag- 
gio (5a). 

J.  4^.  Dopo  che  il  granduca  ebbe  visitato  i 
santuari  di  Vallombrosa,  Alvernia  e  4  lama  Idoli  , 
intraprese  una  nuova  gita  per  Vienna  in  compa- 
gnia del  conte  di  Goes,  e  giunse  a  Schembrnn, 
avendolo  seguito  la  real  di  lui  consorte,  Egli  si 
trattenne  incognito  in  questo  luogo  stando  in 
frequenti  «conferenze  con  langusta  sua  genitrice. 
S'incammino  di   poi  alla  volta   della  gran  A*  Ir- 


90  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.    177S. 

mata  austriaca  in  Boemia  per  parlare  di  affari  cou 
cesare,  ch'era  alla  testa  della  medesima:  tredici 
giorni  stette  alla  detta  armata,  ed  il  rimanente 
dell'  anno  fu  da  esso  passato  in  Vienna  (53). 

g.  47»  Fissato  che  fu  l'uffizio  per  i  cancellieri 
foranei,  il  granduca  permise  a  tutti  la  vendita  del- 
la caria. bollata;  accordò  agli  osti  di  potere  eser- 
citare nei  loro  siti  altri  mestieri  ,  abolì  le  tasse 
delle  aziende  dei  beni  civili  in  Arezzo,  Volterra, 
Radicofani,  Borgo  s.  Sepolcro  ed  altroverdichiarò 
quando  doveva  procedersi  alla  personale  contro 
i  falliti  debitori  di  lettere  di  cambio:  stabilì  una 
regola  per  le  lettere  della  posta,  che  andavano 
nelle  mani  de'procaccini,volendo  che  pervenissero 
al  loro  destino  colla  massima  sicurezza;  ed  altro 
sistema  fu  fatto  per  la  posta  generale  delle  lettere: 
abolì  il  diritto  di  prelazione  di  ritratto  nell'alie.- 
nazione  dei  beni,  che  in  lai  caso  si  servassero  le 
disposizioni  del  gius  comune  romano.  Con  altro 
editto  soppresse  il  magistrato  ,  tribunale  e  can- 
cellerìa di  sanità  di  Firenze,  come  pure  le  depu- 
tazioni e  magistrati  di  sanità  di  Pisa  ,  Siena  ed 
altre  città,  eccettuata  soltanto  la  deputazione  di 
Livorno  e  Portoferraio.  aggregandole  incomben- 
ze ai  commissari  ,  vicari  e  giusdicenti  :  riformò 
l'uffizio  del  segno,  ordinando  che  tutti  i  pesi  e 
misure  fossero  segnati  e  riscontrati  senza  esigere 
lassa  o  mancia:  derogò  alla  proibizione  delf  in- 
cettale! vino,  e  che  il  commercio  di  esso,  tanto 
all'  ingrosso  che  al  minuto,  fosse  in  una  totale 
perfetta  libertà;  soppresse  la  congregazione  del  fi- 
sco, riducendola  ad  una  semplice  amminislrazio- 


Ali.    1778.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  II.  91 

ne  del  patrimonio  fiscale  :  egualmente  abolì  lo 
scrittoio  dell'annona.  Per  facilitare  altresì  i  mez- 
zi a  chiunque  desiderasse  indirizzarsi  per  conse- 
guire impieghi  d'  amministrazione  di  giustizia  , 
istituì  in  Firenze  una  cattedra  di  giurisprudenza 
criminale  pratica  ,  con  privilegio  per  gli  studi 
egualmente  a  quelli  fatti  nelP  università  di  Pisa: 
la  biblioteca  antica  del  duomo  fu  trasferita  nella 
Laurenziana:  estinta  la  gabella  d*  introduzioue  e 
transito  sopra  il  bestiame  e  l'uffizio  de'pascoli  di 
Siena,  ove  pure  fu  soppressa  la  fortezza,  ed  in 
conseguenza  messa  in  piedi  in  quella  città  una 
militare  compagnia  urbana.  Abolita  la  gabella  su! 
seme  dei  bachi  da  seta,  e  proibito  ai  camarlinghi 
di  farsi  pagar  la  tassa  in  grasce.  Estese  il  so- 
vrano la  manifattura  della  seta  in  tutto  lo  stato, 
sopprimendo  la  riforma  antica  dell'arte  che  proi- 
biva il<  tesser  drappi  di  seta  e  di  filaticcio  fuori 
«;he  nelle  città  di  Firenze  e  Pisa,  e  nella  prima  di 
esse  per  benefizio  de'poveri.  deputò  quattro  me- 
dici fissi  uno  per  quartiere  per  visitare  e  soccor- 
rere malati  in  qualunque  caso.  Volle  poi  che  la 
provincia  superiore  dello  slato  di  Siena  fosse  un 
sicuro  ricovero  per  tutti  i  delinquenti  statisti  e 
forestieri:  proibì  ai  sudditi  d'interessarsi  in  nego- 
zi e  botteghe  stabilite  negli  stati  esteri,  nelle  qua- 
li si  facesse  smercio  o  traffico  di  sale  e  tabacco: 
riformo  il  dipartimento  della  mercanzia,dichiaran- 
do  di  quali  cause  doveva  prendere  cognizione- 
abolendo  nel  tempo  stesso  tutti  i  posti  di  attua- 
rio. Dichiarò  nulle  le  promesse  di  matrimonio 
fatte  dai  soldati  senza  il  sovrano  assenzo:  onoro 


92  AVVENIMENTI    STORICI  Art*    1;>8. 

Ponlremoli  del  grado  di  città  nobile,  erigendovi 
un  nuovo  vescovado,  che  comprendesse  la  pro- 
vincia «Iella  Lunigiana. 

g.  48.  Stante  poi  le  guerre  che  agitavano  le 
potenze  dell'Europa, \ olle  che  nel  porto  di  Livor- 
no, e  ne^  li  altri  porti  e  scali  della  Toscana  fosse 
osservata  una  perfetta  neutralità.  Moderò  le  pe- 
i»e  deTmdi  del  vino,  confermò  la  diminuzione 
della  gabella  dei  censi,  e  concedè  che  tutti  potes- 
sero dar*  albergo  nelle  proprie  case.  Ritornata 
in  Firenze  la  deputazione  spedita  per  ultimare  la 
causa  dei  confini  fra  il  granducato  e  lo  stato  ec- 
clesiastico, deveunero  le  due  altre  parti  contraen- 
ti alla  stipulazione  del  definitivo  strumento,  no- 
minandosi io  esso  i  confini,  luoghi  ec.  Fu  dimi- 
nuita l'autorità  di  vari  feudatari  della  Tosca- 
na (54). 

§.  49.  Volgendosi  agli  affari  di  chiesa  ottenne 
la  Misericordia  di  essere  considerata  come  esen- 
te, e  non  compresa  india  legge  delle  mani  morte; 
comandò  che  gli  atti  e  processi  delle  curie  ec- 
clesiastiche si  facessero  col  voto  degli  assessori 
secolari,  e  che  le  censure  venissero  sottoposte  al 
regio  excquatur .  Informatosi  Leopoldo  dello 
sialo  economico  dei  beni  ecclesiastici  procurò 
una  decente  congrua  ai  parrochi  e  loro  chiese, 
chiedendo  nota  di  quanto  i  conventi  rimettevano 
a  Roma.  Profuse  nuovi  sussidi  alle  povere  fanciul- 
le, ed  eresse  nuove  scuole  ,per  la  loro  istruzione. 
Soppresse  la  suburhana  Badia  di  s.  Bartolommeo 
di  Fiesole  dei  canonici  lateranensi,  assegnando 
a  ciascuno  individuo  un  annuale  mantenimento, 


Art.    1779.      DEI  TEMPI   AUSTRIACI   CAP.  II.  0,3 

e  la  libreria  di  questo  convento  passò  nella  Lau- 
renziana.  D'allora  in  poi  e  monasteri  e  conventi 
e  cure  e  congregazioni  e  compagnie  laicali  di  lua- 
desi  che  in  Toscana  ollremodo  abbondavano  in 
numero,  furono  da  Leopoldo  in  gran  parte  sop- 
pressi o  riformati,  e  de'quali  tutti  non  è  questo 
il  luogo  di  render  minuto  conto  (55). 

£.  5o.  Dopo  6  mesi  e  venti  tre  giorni  d'assen- 
za, fatti  i  reciproci  congedi  colPaugusta  madre  e 
la  imperiai  famiglia  ritornarono  il  granduca  e 
la  granduchessa.  Avendo  preso  esso  granduca  in 
considerazione  il  regolamento  comunitativo  della 
provincia  inferiore  dello  stalo  di  Siena,  provvide 
a  molti  casi  di  esso  relativi  alle  riscossioni  e  parte- 
cipazioni: riformò  la  curia  pistoiese,  dandole  istru- 
zioni per  i  procuratori  e  causidici.  Considerando 
poi  il  pericolo  di  perdersi  gli  antichi  documenti 
manoscritti  in  carta  pecora  sparsi  negli  archivi 
dei  regolari  e  magistrati,  slabili  un  pubblico  ar- 
chivio diplomatico,  in  cui  si  dovessero  traspor- 
tare tutti  i  detti  documenti  previe  noie  e  ricevu- 
te per  cauzione  dei  possidenti  di  essi}  e  provvide 
con  particolar  legge  alle  cause  di  danno  dato,pre- 
scrivendo  i  termini  delle  sentenze  criminali.  Un 
nuovo  regolamento  si  vide  per  la  comunità  di 
Volterra  diviso  in  75  articoli:  abolì  le  lasse,  che 
l'uffizio  del  sale  esigeva  dai  pontieri.  Favorir  vo- 
lendo il  comercio  del  porlo  di  Livorno,  miligò  il 
sovrano  molti  dazi,  e  tolse  non  pochi  drilli  che 
solevano  pagare  le  navi  che  vi  approdavano.  Pre- 
scrisse un  piccolo  uniforme  ai  cavalieri  di  s.  Ste- 
fano, e  per  mantenere  in  essi  quel  grado  di  no- 


94  AVVENIMENTI      STORICI  Ali,    1779. 

biltà  che  dal  sangue  ritraevano.,  vietò  che  si  po- 
tessero unire  in  matrimonio  con  donne  di  nasci- 
ta inferiore.  Soppresse  le  gabelle  imposte  sul  ta- 
bacco, e  fece  una  rinnovazione  degli  ordini  e 
riduzione  a  memoria  de^doveri  più  essenziali  da 
doversi  osservare  dai  giudici  del  granducato  . 
Riformò  le  matricole  del  tribunale  del  conser- 
vatore delle  leggi ,  dichiarando  le  somme  che 
si  doveano  pagare:  esentò  dalla  gabella  dei  con- 
tralti tanto  regia  che  commutativa  tutti  i  legati, 
donazioni  e  lascili  a  vita  fatti  a  favore  di  povere 
persone:  abolì  le  leggi  dell'arte  della  seta,  proi- 
benti la  libera  contrattazione  della  foglia  di  gelso 
e  de*bozzoli,volendo  che  fosse  permesso  a  chiun- 
que il  fare  acquisto  di  detti  generi,  e  trasportarli 
senza  incorrere  in  pene  o  danni.  Moderò  il  rigore 
dello  statuto  della  gabella  dei  contratti  riguar- 
do alla  dote  promessa  in  contanti,  e  poi  pagata 
in  beni  stabili,  dichiarando  doversi  una  sola  ga- 
bella: ampliando  il  commercio  della  seta,  dette 
facoltà  e  libertà  a  tutti  i  Setaioli  minuti,  grossieri 
e  mereiai  di  fabbricare  qualunque  drappo,  ed  al- 
tro come  i  Setaioli  grossi.  Volgendo  poscia  la  pa- 
terna sua  cura  al  soccorso  de'poveri  carcerati  per 
debito,  fece  separare  le  loro  carceri  da  quelle  dei 
malfattori:  abolì  il  magistrato  delle  slinche,  for- 
mando una  specie  di  deputazione  di  un  provve- 
ditore o  due  residenze,  ed  ingiunse  un  amore- 
vole regolamento  per  i  carcerati  per  debito. 

g.  5i.  Preso  iu  considerazione  il  sistema  delle 
letture  nello  spedale  di  santa  Maria  Nuova,  e  vo- 
lendo porre  le  medesime  in  un  piano  migliore  e 


An.    1779.      DEI  TEMPI   AUSTRIACICAP.il.  95 

più  utile,  ordinò  che  nel  detto  spedale  vi  fossero, 
oltre  la  lettura  della  medicina  pratica,  quelle  pure 
di  anatomia,con  un  dissettore  di  tisiologia,   d'istru- 
zioni chirurgiche,  e  casi  pratici  di  operazioni    chi- 
rurgiche, di  botanica,  e   chimica  e  d'ostetricia. 
sopprimendo  tutte  le   altre  cattedre  ch'erano  per 
lo  avanti  stabilite  in  dello  spedale.  Una   lettera 
circolare  fu  spedita  dal  segretario  del  regio  diritto, 
colla  quale  si  ordinava  che  le  oblate  potessero 
liberamente  uscire  dai  conservatori;  fu  fatto  un 
nuovo  regolamento  sulle  cause  ecclesiastiche  cri- 
minali, dimostrando  il  metodo,  ed  assegnando  al- 
le due  potestà  la  respettiva  giurisdizione:  ordinò 
ai  superiori  claustrali  che  per  contribuire  al  mi- 
glior soccorso  del  pubblico  dovessero  tenere  gra- 
tuitamente una  scuola  di  leggere,  scrivere  e  ab- 
baco (56). 

§.  52.  Essendosi  da  molti  conosciuto  nel 
granduca  un  certo  spirito  d'  innovazione,  fre- 
quenti erano  i  progetti  che  veuivangli  presentati, 
credendo  ciascuno  di  procurarsi  una  fortuna.  Fu 
dunque  presentato  al  granduca  un  progetto  di 
una  nuova  tariffa  di  gabelle  per  la  introduzio 
ne;  estrazione  e  transito  per  il  granducato  di  ogni 
sorta  di  memi,  proponendosi  l'introduzione  delle 
pannine,  manifatture  di  seta  e  sciami.  S.  4.  A. 
volendo  avanti  ben  conoscere  quili  esser  potes- 
sero grinconvenienli  che  derivar  potrebbero  da 
un  tal  sistema,  prima  di  prendere  alcuna  deter- 
minazione, ordinò  alla  camera  di  commercio  che 
rendesse  noto  alla  cancelleria  delle  arti  il  sopram- 
menzionato progetto,  e  che  queste  riunite  colla 


96  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.   1779. 

predella  camera  Io  prendessero  in  esame,  e  in  ter- 
mine di  due  mesi  presentassero  al  medesimo 
Je  loro  riflessioni,  ondagli  potesse  conoscere  gli 
inconvenienti  che  nascer  potrebbero,  adottando 
un  tal  progetto,  e  così  determinarsi  ad  abbrac- 
ciarlo o  nò,  a  seconda  dei  suggerimenti  dati,  e  da 
sé  stesso  poi  ben  scrutinati  (oy).  Per  togliere  al 
popolo  le  occasioni  di  dissipazione,  proibì  il  so- 
vrano ai  ciarlatani  ,  cantambanchi,  cantastorie, 
burattinai,  giocatori,  ed  a  tulli  quelli  che  porta- 
no in  mostra  scherzi  di  natura ,  macchine  ,  ani- 
mali, o  venditori  di  segreti,  ed  a  qualunque  altra 
persona  forestiera  che  andasse  vagabondo  a  pro- 
cacciarsi il  vitto  con  alcun  simile  mestiere  ,  di 
fermarsi  in  qualunque  città,  terra  o  castello ,  o 
altro  luogo  del  granducato,  e  di  esercitare  qua- 
lunque siasi  delle  loro  arti  ed  industrie.  Ordinò 
che  tutti  i  debitori  di  puro  debito  civile  fossero 
trasportati  in  nuove  carceri  costruite  per  loro 
uso,  e  nelle  quali  oltre  la  libertà  di  passeggiare 
alcune  ore  del  giorno  nei  respettivi  loro  cortili, 
fosse  conceduto  ai  medesimi  di  trattare  con  chi 
occorreva  dei  loro  particolari  interessi  (58). 

g.53.  Per  sicurezza  e  quiete  delle  città  e  luoghi 
abitati  del  granducato,  ingiunse  agli  albergatori  e 
locandieri  di  dare  esatte  note  serali  de'forestieri  sì 
sudditi  che  esteri  che  alloggiavano:  tolse  la  facol- 
tà ai  bargelli  o  altri  esecutori  di  poter  rimettere 
un  reo  bandito  di  pena  capitale./)  di  altra  minore, 
e  moderò  pure  la  contìscazione  dei  beni,  trovan- 
dola in  molti  casi  eccessiva  sproporzionata  per 
alcuni  dettagliati  delitti.  Fu  tolta  qualunque  proi- 


J,l,    1730.        DEI  TEMPI   AUSTRIACI    GAP.  II.  97 

bizione  ai  taglio  dei  bosch»,e  permesso  il  lavorare 
quei  terreni  ad  ogni  proprietario,  con  certe  restri- 
zioni riguardo  alla  smossa  delle  terre,  e  traspor- 
tamento per  causa  delle  pioggiejeper  ampliare  il 
commercio  confermò  a  favore  di  tutti  i  fabbri- 
canti lanaioli  del  suo  granducato  la  gratificazio- 
ne di  uno  scudo  per  pezza  sulle  londriue  nostra- 
li che  si  estraessero  da'felicissimi  stati.  La  Chia- 
na risentì  anch'1  essa  gli  effetti  delle  sovrane  be- 
neficenze, poiché  olire  all'essere  stato  ultimato 
il  ritrovamento  del  canal  maestro,  fu  fatto  un 
nuovo  canale  navigabile  pelpadule  delle  chiarine 
di  comunicazione  fra  il  chiaro  di  Montepulciano 
ed  il  detto  canal  maestro  ,  ed  in  seguito  altro  si- 
mil  canale  del  passo  alla  Querce.  Questi  provve- 
dimenti produssero  una  libera  navigazione  per 
tutta  la  Valdichiana,  con  aumento  di  coltivazio- 
ne nei  terreni  frigidi,  e  di  un  aria  assai  più  salu- 
bre. Colla  mediazione  di  S.  Mastà  sarda  rimasero 
terminate  le  vertenze  che  sussistevano  tra  1  gran- 
ducato e  la  repubblica  di  Genova  per  causa  di 
confini.  Premendo  poi  a  Leopoldo  la  disciplina 
ed  esemplarità  dei  religiosi  fece  significare  a 
tutti  i  capi  degli  ecclesiastici  regolari  e  secola- 
ri, che  si  tenessero  nella  più  esatta  osservanza 
delle  costituzioni  degli  ordini  loro,  perciò  niun 
religioso  andasse  fuori  solo  e  mollo  meno  ai 
caffè,  tea'ri,  giuochi  e  ridotti,  ma  frequentas- 
sero le  chiese  e  I  coro;  in  somma  che  avessero 
in  tutto  un  contegno  conforme  agi1  istituti  dello 
ordine  che  osservavano  per  edificazione  ed  istru- 
zione del  pubblico  (69). 

SU   Tose.   Tom.   11.  9 


1)8  AVVEDIMENTI  STORICI  Jn.    1780. 

g.  f>4.  Convinto  ormai  Pietro  Leopoldo  della 
indole  benevole  dei  suoi  sudditi,  credette  di  dar- 
ne uua  pruova  non  equivoca,  abolendo  intiera- 
mente ogni  sorta  di  (ruppe  di  linea,  e  furono 
create  quattro  compagnie  di  truppe  civiche,  com- 
poste di  cittadini  fiorentini,  e  domiciliali,  i  quali 
prestar  dovessero  per  turno  il  R.  servizio,  ed  accu- 
dire alla  pubblica  tranquillità.  La  stessa  misura  fu 
presa  per  tutto  il  granducato,  facendosi  con  ciò 
anche  una  ragguardevole  economia  allo  stato,  e 
non  avendo  nulla  da  temere  dai  nemici  esteri,  ed 
essendo  certo  dell'amor  dei  suoi  sudditi,  all'atto 
inutili  restavano  le  truppe  mercenarie.  Fu  di 
sommo  cordoglio  al  granduca  e  a  tutta  la  fami- 
glia la  trista  nuova  pervenutagli  da  Vienna  della 
morte  seguita  in  quella  città  il  di  39  di  novem- 
bre di  Maria  Teresa  imperatrice  di  Germania,  e 
regina  <T  Ungheria  e  di  Boemia  sua  genitrice  . 
Volle  il  granduca  rendere  nella  forma  più  solen- 
ne gli  ultimi  uffici  all'augusta  genitrice  nella  chie- 
sa di  s.  Lorenzo,  assistendovi  egli  all'esequie  con 
tutta  la  corte  in  gran  bruno.  11  dotto  monsignor 
Costaguti,  vescovo  di  s.  Sepolcro,  recitò  in  tal  cir- 
costanza una  eloquente  orazione  funebre  (60). 

g.  55.  Una  cattedra  di  teologia  si  eresse  per 
comando  sovrano  a  Livorno  nelle  pubbliche  scuo- 
le dei  Bernabiti  5  quella  di  lingua  toscana  in  Fi- 
renze ebbe  una  riforma -nell'antico  metodo,  ed 
altra  ne  fu  stabilita  nel  regio  spedale  degli  inno- 
centi di  operazioni  e  dimostrazioni  anatomiche^ 
ed  a  questa  fu  promosso  l  illustre  non  men  che 
celebre  Lorenzo  Nannoni,  uno  de*  luminari  del 


An.    1780.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  lì.  99 

nostro  secolo  ed  onore  della  Toscana.  Il  privile- 
gio da  Carlo  IV  già  concesso  ai  lucchesi  tino  dal 
i36q  d'erigere   una  università  di  studi  giaceva 
negletto  pel  solo  riguardo  di  non  aggravare  della 
spesa  a  ciò  necessaria   il  pubblico  erario,  né  la 
istruzione  pubblica  si  estendeva  oltre  l'insegna- 
mento  delle  umane  lettere.  Ma  nel   1780  fu  tro- 
vato il  modo  di  mandare  ad  effetto  l'antico  dise- 
gno senza  gravare  il  pubblico,  perchè  ottennero 
i  lucchesi  dal  sommo  gerarca  Pio  VI,  che  il  mo- 
nastero dei  canonici  lateranensi,  detto  di  s.  Fre- 
diano, ormai  ridotto  agli  estremi  per  mancanza 
di  monaci,  fosse  annullato,  a  patto  che  i  suoi  ave- 
ri servir  dovessero  a  fondare  un  istituto  d'istru- 
zione pubblica,  che  comprendesse  le  facoltà  teo- 
logiche e  civili   non  solo,  ma  le  scienze  altresì 
filosofiche,  ed  anche  le  arti  liberali.  Fu  allora  che 
s'incominciò  ad  insegnar  pubblicamente  in  Lucca 
le  filosofiche  discipline,  non  che  i  rudimenti  in 
divinità  e  in  dritto  (61). 

g.  56.  Regnando  Pietro  Leopoldo  in  Toscana 
più  da  padre  che  da  sovrano  sopra  i  suoi  sudditi, 
e  conoscendo  che  l'eccedente  lusso  introdottosi, 
specialmente  nel  vestiario  delle  donne,produce  va 
molti  sconcerti  economici  nelle  famiglie, ed  in  con- 
seguenza anche  delle  discordie,  volle  procurarne 
il  rimedio,  in  modo  però  da  non  ledere  la  libertà 
individuale.  Non  credette  egli  perciò  a  proposilo 
di  emanare  alcuna  legge,  ma  sicuro  della  buona 
volontà  dei  suoi  sudditi  di  compiacerlo,  lece  scri- 
vere una  circolare  a  tutti  i  giusdicenti  del  gran- 
ducato, non  che  un  biglietto  al  casino  de'nobili 


IOO  AVVENIMENTI   STORICI  jin .    1781. 

«li  Firenze,  ne'quali  due  foglisi  esponevano  i  de- 
siderii  delle  LL.  AA.  RR.  di  vedere  i  loro  sudditi 
e  la  nobiltà  in  particolare,  come  quella  che  dà 
norma  agli  altri  ceti  .vestiti  in  abiti  semplici  e  po- 
sitivi, facendo  saper  loro  di  più  che  anche  ai  cir- 
coli di  corte  sarebbero  stat  i  in  tal  guisa  maggior- 
mente  accetti,  e  le  signore  ancora  vestite  di  nero. 
Aggiungeva*!  poi  che  dalla  compiacenza  che  sa- 
rebbesi  usata  nelPaccedere  ai  desideri  comunica- 
ti da  S.  A.  R.,  avrebbe'egli  giudicalo  della  con- 
dotta e  maniera  di  pensare  de'suoi  sudditi,  il  che 
gli  avrebbe  dato  norma  per  valutare  i  soggetti. 
ed  averli  in  considerazione  per  prevalersene  ne- 
grimpieghi.  Ottenne  Pietro  Leopoldo  in  questa 
guisa  ciò  ch'egli  desiderava,  senza  ricorrere  alla 
potestà  sovrana.  Erano  tanto  apprezzate  nell'Eu- 
ropa tutte  le  leggi  di  Pietro  Leopoldo,  che  in 
quest'anno  furono  in  Francia  compilate  e  stam- 
pate, facendo  precedere  un  onorevole  elogio  (6a). 
g.  57.  Pensò  inoltre  Leopoldo  a  formare  una 
comunità  in  Firenze,  e  poscia  anche  per  tutte  le 
città  e  terre  del  granducato,  alla  quale  molte  at- 
tribuzioni accorda  vansi,  particolarmente  sull'eco- 
nomico, giacché  a  questa  era  devoluta  la  giusta 
repartizione  delle  tasse,  l'amministrazione  degli 
spedali,  le  strade  pubbliche,  il  monte  di  pietà  ec 
Questa  volle  che  fosse  composta  di  possidenti,  co- 
me quei  che  maggiore  interesse  debbono  avere 
al  ben  essere  dello  stato,  e  meglio  ne  conoscono 
la  situazione,  e  gl'interessi.  Con  notificazione  per 
tanto  del  di  a  di  novembre  del  1781  fece  sapere 
questa  sua  intenzione,  ed  ordinò  che  tutti  quelli 


Jìt.    1;81<      DÈI    TEMPI    AU5TBI4CICAP.il.  101 

i  quali  col  motuproprio  delPimperator  Francesco 
del  dì  28  maggio  del  1761  erano  slati  classati  in 
patrizi)  nobili  e  cittadini,  dovessero  nel  termine 
di  4o  giorni  presentare  al  cancelliere  della  me- 
desima comunità  la  fede  di  nascite  ed  altri  do- 
cumenti necessari  a  provare  d'esser  abilitati  ad 
esser  posti  nelle  borze  di  estrazione.  In  data  poi 
del  20  di  novembre  fu  notificato  il  regolamento 
e  le  attribuzioni  della  comunità  di  Firenze,  ed  il 
metodo  per  la  imborsazione.  Questa  magistratu- 
ra fu  composta  di  un  gonfaloniere,  e  di  undici 
priori  che  avevano  il  maneggio  degli  affari  per 
un  anno,  tutti  tirati  a  sorte  fra  {'possidenti,  e  più 
venti  consiglieri  che  si  riunivano  con  i  medesimi 
in  qualche  caso  più  straordinario.  In  virtù  di 
questa  nuova  magistratura  venne  soppresso  in  Fi- 
renze il  consiglio  dei  duecento,  e  quasi  ripristi- 
nata l'antica  magistratura  della  repubblica  (63). 
J.  58.  Stava  tanto  a  cuore  al  granduca  il  per- 
fezionamento delle  arti  nel  suo  stato,  che  conces- 
se nuovi  privilegi  alla  fabbrica  delle  porcellane  . 
L'introduzione  dei  tessuti  di  seta  e  filaticcio  la- 
vorati nello  stato  fu  apertamente  accordata  in  Fi- 
renze^ ridusse  ad  eguaglianza  i  pesi  e  misure  nel 
granducato.  Le  decime  nel  contado  furono  abolite 
come  straordinaria  gravezza  :  soppresse  pure  la 
deputazione  della  camera  del  commercio,  e  liberò 
dalla  gabella  i  vitalizi  con  Santa  Maria  Nuova.  Per 
Assicurare  la  buona  fabbricazione  nell'arte  degli 
orefici  ed  argentieri,  annullò  gl'impieghi  di  vendi- 
tori ,  marchiatori  e  cercatori  ,  ordinando  che  il 
pubblio.»  mai  chio  lo>se  depositato  nella  R.  Z^<ca. 


102,  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1781, 

1  miglioramenti  e  vantaggi  che  risenti  la  Toscana 
non  furono  di  piccola  conseguenza  .  Per  render 
sempre  più  florida  la  provincia  inferiore  di  Siena, 
e  promuovere  con  nuove  grazie  la  popolazione  e 
la  cultura  di  quelle  terre,  ei  concedè  la  facoltà 
alle  mani  morte  di  acquistare  terreni  e  case  , 
senza  necessità  di  precedenti  grazie.  Massa  videsi 
espurgata  di  vari  luoghi  palustri,  e  libera  da  mor- 
tifere esalazioni  che  danneggiavano  la  salute  degli 
abitanti,  essendo  stati  molti  terreni  suscettibili  di 
qualunque  cultura;  e  la  palude  detta  del  Pian  del 
Lago  distante  3  miglia  da  Siena  fu  asciugata,e  le 
acque  introdotte  in  un  gran  canale  sotterraneo,  dal 
che  ne  resultò  il  risanamento -dell'arra  di  tutto  quel 
contorno  .  Firenze  fra  le  altre  cure  dei  provido 
regnante  vide  perfezionare  la  fabbricazione  in- 
trodottavi dei  panni  di  lanaalPuso  inglese  e  fran- 
cese ,  avendo  la  real  munificenza  assegnata  per 
tal  lavorìo  la  soppressa  fortezza  da  Basso.  Venne 
poi  ingiunto  l'obbligo  a  tutti  i  curati  di  rimettere 
alla  camera  del  commercio  ogni  primo  giorno  dei 
mese  le  note  dei  morti  del  mese  precedente.  Con 
circolare  diretta  a  tutti  i  superiori  degP  istituti 
claustrali  fu  comandato  che  Pesclusione  dei  re- 
ligiosi forestieri  dal  governo  de'monasteri  e  con- 
venti nel  granducato,  comprendesse  non  solo  i 
primi  superiori,  ma  anche  i  secondilo  altre  simi- 
li cariche  di  governo  .  Furono  sottoposti  alla  di- 
rezione dei  vescovi  tutti  i  monasteri  di  monache, 
togliendole  da  qualunque  altra  suggezione  di 
frati  e  monaci. 

g.  59.  Non    minore  lode   degli  anni    anlece- 


Ali.    1782.      DEI    TEMPI    AUSTRIACI  CA?.  II,  IoS 

denti  s'  acquistò,  Pietro  Leopoldo  uel  compilare 
Je  leggi  e  formare  regolamenti.  Ognora  intento  al 
sollievo  dei  suoi  sudditi ,  e  premuroso  di  conci- 
liare Tamministrazione  della  giustizia  con  tutti  i 
possibili  riguardi  dovuti  all'umanità,  comandò  con 
una  istruzione  di  XVII  articoli  diretta  a  tutti  i 
tribunali  di  criminale  giurisdizione,  che  ne'giudizi 
criminali  si  dovesse  risparmiare  ed  abbreviare  la 
carcerazione  de*rei,  e  quelli,  i  quali  peri  loro  de- 
litti era  indispensabile  di  tenere  nelle  carceri  se- 
grete non  risentissero  i  perniciosi  effetti  riguardi) 
alla  salute-,  che  avessero  tutti  i  soccorsi  possibili 
anche  di  religione,si  sollecitasse  la  spedizione  delle 
loro  cause,  e  che  le  carceri  fossero  tenute  monde 
mutata  l'aria,  e  qualunque  carcerato  stesse  al- 
meno un  giorno  della  settimana  in  stanze  aperte. 
Proibì  la  carcerazione  per  debiti  meramente  ci- 
vili, volle  che  tutte  l'emancipazioni  e  repudie  si 
pubblicassero  nel  supremo  magistrato:  abolì  Puso 
della  caria  bollata  in  Por  tote  rra  io  (64). 

§.  60.  Emanò  pure  diversi  regolamenti  per  la 
nuova  comunità  fiorentina,  per  le  dogane  di  Pi- 
stoia; pagamento  deYeuualari,  e  circolazioni  nello 
stato  d'alcune  monete  di  Modena.  Fece  una  rifor- 
ma sulla  giurisdizione  del  magistrato  de^mpilli, 
una  legge  su  i  delitti  di  stellionato  e'sui  cambi, 
e  per  incutere  maggior  timore  ai  malvagi  ,  or- 
dinò che  1  rei  di  alcuni  delitti  fossero  esposti  alla 
pubblica  vista  per  l'esecuzione  della  loro  condanna, 
avendo  pur  fatta  stabilire  una  casa  di  correzione 
nella  foltezza  da  basso,  per  racchiudervi  i  vaga- 
bondi e  discoli  dell'uno  e  dell'altro  sesso,  i  quali 


2  04  AVVENIMENTI    STORICI  Jn.    ì;82< 

fossero  costretti  a  lavorare  ed  ascoltare  le  massi- 
me della  nostra  santa  religione,  onde  ritornare  ad 
una  miglior  vita.  Riguardo  agli  ecclesiastici  com- 
mise ai  vescovi  che  non  dovessero  conferire  ca- 
nonicati se  non  a  quelli  che  avessero  studiato 
nell'università  del  granducato,  volendo  che  aves- 
sero tali  premi  soggetti  dotali  delle  migliori  qua- 
lità, senza  riguardo  alla  nascita  in  confronto  del 
maggior  merito.  Sospese  le  solite  tasse  che  si  pa- 
gavano alla  corte  di  Roma  per  spogli  varanti, 
quindenui  ed  altro,  volendo  che  desti ibuite  fos- 
sero ai  poveri  più  bisognosi  delle  respettive  dio- 
cesi, comandò  che  i  monasteri  non  potessero  pat- 
tuire la  dote  per  le  religiose,  prescrisse  la  spesa 
che  far  si  doveva  per  le  vestizioni  e  professioni, 
minorandola  molto  dal  costume  antico.  Ingiunse 
ai  parrochi  V  obbligo  di  ammaestrare  il  popolo 
nella  dottrina  cristiana:  assoggettò  pienamente 
tutti  i  regolari  e  claustrali  alla  giurisdizione  dei 
vescovi:  ordinò  che  non  partecipassero  delle  doti 
solite  darsi  o  per  estrazione,  o  per  elezione  dei 
luoghi  pii,  se  non  a  quelle  fanciulle  che  avessero 
l'attestato  dei  loro  parrochi,  che  frequentavano 
la  dottrina  cristiana.  Inibì  ai  vescovi  esteri,  che 
hanno  giurisdizione  nella  Romagna  e  Lunigiana  , 
di  ammettere  i  chierici  alla  vestizione  dell'abito 
sacro,  senza  permissione  della  R.  A.  S.  In  visti 
altresì  d'una  maggiore  semplicità  nell'ammini- 
strazione dei  beni  delle  comunità  regolari  di  mo- 
nache e  di  oblale,  comandò  che  si  vendessero  al 
pubblico  incanto  le  case  e  botteghe  di  tutti  \ 
monasteri  e  conservatori^  a  riserva  degli  slabili 


Ari.    1782.      DEI  TEMPI    AUSTRIACI    CAP.  II.  I05 

che  abitavano  o  che  erano,  per  loro  uso,  ed  il  re- 
tratto si  erogasse  nel  pagamento  dei  debiti,  fra  il- 
lazioni di  pesi,  ed  acquisto  di  luoghi  di  monte, 
o  altri  crediti  pubblici  del  granducato  (65). 

g.  Gì.  La  più  rilevante  soppressione  che  da 
Leopoldo  si  sperasse  fu  quella  del  sant'uffizio,  os- 
sia tribunale  della  inquisizione,  con  ponderato 
editto,  col  quale  dimostrandole  ragioni  della  ere- 
zione di  quel  tribunale,  e  dei  casi  in  cui  si  tro- 
vavano i  sovrani  per  dover  ricorrere  allo  espe- 
diente di  abolirlo,  comandava  colla  pienezza  del- 
la suprema  assoluta  potestà  che  restasse  abolito 
in  tutto  il  granducato  il  tribunale  della  inquisi- 
zione, e  venisse  tolta  qualunque  insegna  o  divisa 
del  medesimo,  reintegrando  i  vescovi  nella  co- 
gnizione delle  cause  di  fede  e  proeessure  (66).  Fu 
preso  possesso  de'beni  a  quello  appartenenti,  col 
prodotto  de'quali  furono  aumentate  le  congrue 
ad  alcuni  parrochi  poveri,  e  molti  risarcimenti  si 
fecero  alle  chiese  ed  alle  case  di  campagna  (67). 
In  conseguenza  di  questa  soppressione  rimase  pu- 
re abolita  l'antichissima  chiesa  di  s.  Pietro  Sche- 
raggio,  già  prioria  o  poi  benefizio  semplice  dello 
inquisitore  (68).  Frattanto  il  re  di  Marocco  spedì 
per  la  seconda  volta  uu  ambasciatore  straordina- 
rio al  granduca  per  sempre  più  consolidare  seco- 
lui  la  pace.  Il  suddetto  ambasciatore  passò  poscia 
a  Vienna  colle  stesse  istruzioni  (69). 

g.  62.  Abolì  Leopoldo  la  privativa  della  fab- 
brica dei  veti  i:  dei  passi  desumi,  le  antiche  ta- 
riffe delle  gabelle  per  l'introduzione  delle  mer- 
canzie e  generi  nelle  citta  di  Siena,  Pi*a  e  Pistoia, 


I©6  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1783. 

avendo  fatto  pubblicare  le  nuove;  volle  che  in 
qualunque  uffizio  si  dovessero  fare  gratuitamente 
le  copie  dei  decreti,  atti  e  notificazioni, e  prescris- 
se il  metodo  ai  pubblici  pesatori  pel  buon  servizio 
del  venditore  e  del  compratore.  Soppresse  ancora 
tutti  i  corpi  di  compagnie  ecclesiastiche  e  seco- 
lari, istituendo  le  compagnie  della  carità  (70).  Fu- 
rono fatti  sopra  gli  ecclesiastici  molti  regolamenti, 
lo  scopo  dei  quali  era  in  sostanza  di  diminuire  i 
conventi  di  frati  e  di  monache,  e  migliorare  più 
che  fosse  possibile  la  sorte  dei  parrochi. 

g.  63.  Fino  dall' anno  1775  s' incominciarono 
ad  eseguire  i  regolamenti  sopra  le  sepolture,  rico- 
noscendosi esser  contrario  alla  salubrità  dell'aria 
il  seppellire  nelle  chiese  e  con  fosse  murate,  final- 
mente venne  assolutamente  comandato  che  fos- 
sero fatti  dei  campi  santi  fuori  delle  città  e  terre, 
e  quelli  sterrati  e  fatti  in  proporzione  della  popo- 
lazione di  ciascun  paese,  dando  un'assoluta  proi- 
bizione di  seppellire  nelle  chiese  anche  nelle  se- 
polture gentilizie  (71).  Una  convenzione  stabilita 
tra  il  governo  di  Toscana  e  quello  di  Genova  fìs- 
so l'arresto  e  reciproca  consegna  de"1  banditi  e 
malviventi  de'due  stati,  togliendo  così  la  speran- 
za dell'asilo  ai  delinquenti  col  porre  un  maggior 
freno  ai  delitti  (72). 

J.  64.  Calato  in  Italia  Giuseppe  II  imperatore 
ad  oggetto  di  restituire  la  visita  al  pontefice  Pio 
YI  che  nel  1782  s'era  portato  a  Vienna,  passò  in 
Toscana,  e  trattenendosi  in  Firenze  ricusò  co- 
stantemente ogni  dimostrazione  onorifica.  Date 
quindi  nei  suoi  stati  quelle  disposizioni  che  giudicò 


Ali.    1784.         DEITEMPlAUSTBIACICAP.il.  IO7 

opportune  a  migliorare  Pamministrazione,  se  ne 
tornò  a  Vienna.  Bramando  poi,  che  tanto  i  milanesi 
e  i  mantovani,  quanto  i  toscani  sentissero  qual- 
che benefizio  delPesser  sudditi  di  una  stessa  casa, 
concluse  col  granduca  di  Toscana  una  conven- 
zione, in  cui  fu  stabilito  che  i  sudditi  della  Lom- 
bardia austriaca  potessero  liberamente  ereditare 
e  possedere  nel  granducato,  e  Io  sfesso  diritto 
avessero  i  toscani  relativamente  al  milanese  ed 
al  mantovano  (73).  Ritornato  il  grauduca  da  Pisa, 
ove  avea  passata  l'intiera  invernata,  pensò  di  ese- 
guire il  progetto  a  norma  dei  desideri  dello  im- 
perator  Giuseppe,  che  bramava  di  compir  egli  la 
educazione  delParcidnca  Francesco  primogenito 
del  granduca,  ch'era  già  designato  per  succedere 
nell'impero.  Il  dì  ai  di  giugno  lasciò  Pietro  Leo- 
poldo Firenze,  unitamente  al  prelodato  suo  pri- 
mogenito ed  al  conte  di  Colloredo,  già  aio  dei 
principi,  il  quale  fu  rimpiazzato  dal  marchese 
Federigo  Manfredi  ni}  fu  breve  il  soggiorno  del 
granduca  a  Vienna,  poiché  il  di  3o  di  luglio  fece 
ritorno  in  Firenze  {j(\\ 

§.  65.  Proibì  il  granduca  gl'ingressi,  professio- 
ni pubbliche,  ed  altre  feste  monacali,  abolendo  i 
governatori  ecclesiastici,  e  comandando  che  qua- 
lora non  vi  fossero  gravi  ostacoli  s'introducesse 
in  ogni  monastero  la  vita  comune.  Tre  altre  di- 
sposizioni rimarcabili  chiusero  quest'epoca.  La 
prima  riguardante  le  curie  ecclesiastiche,  i  siste- 
mi ed  i  loro  abusi,  venendo  comandato  che  tutte 
le  cause  civili  si  restituissero  ai  tribunali  secola- 
ri, quand'anche  l'ecclesiastico  fosse  attore  o  reo 


108  AVVEDIMENTI    STORICI  Ali.    1784. 

convenuto.  La  seconda  disposizione  fu  la  tariffa 
per  le  curie  ecclesiastiche,  per  tulli  gli  atti  che 
da  esse  sortissero,  e  la  terza  fu  lo  stabilimento  di 
un  patrimonio  ecclesiastico  in  tutte  le  diocesi  per 
mantenere  le  chiese  ed  i  ministri  della  religione. 
Un'altra  provida  cura  di  Leopoldo  fu  Pistituzione 
di  varie  scuole  per  V  educazione  della  gioventù 
dell'uno  e  dell'altro  sesso,ed  in  particolare  a  Fireu- 
se,  Livorno  e  Siena, e  nella  prima  di  esse,  capita- 
le della  Toscana^essendo  determinata  la  grandiosa 
fabbrica  per  riunirvi  tutte  le  scuole  del  disegno  e 
l'accademia. ne  prescrisse  il  regolamento,  e  dette 
i  necessari  assegnamenti  per  le  spese  e  manteni- 
mento denmaestri,  e  professori  di  pittura,  scultu- 
ra, colorito  e  ornato:  stabilimento  che  forma  uno 
dei  più  belli  ornamenti  della  Toscana,  ed  un  bel 
fregio  alla  gloria  di  Leopoldo  (75). 

g.  66.  accordò  quel  principe  ogni  sorta  di  fa- 
cilità a  coloro,  che  o  fabbricavano  nuove  case 
coloniche  o  risarcivano  le  dirute,  ordinando  che 
dal  regio  erario  fosse  contribuito  per  la  quarta 
parte  della  spesa,  che  i  proprietari  avessero  im- 
piegata a  taTeffetto.  Fu  poi  in  quesf  anno  che 
Leopoldo  riunì  ali1  accademia  fiorentina  quelle 
della  Crusca  e  degli  Apatisti  ,  formando  cosi  un 
solo  letterario  istituto  di  tre  che  erano  per  lo  in- 
nanzi. 

g.  67.  Il  Granduca  volendo  viemaggiormonte 
rimediare  alla  dissipazione  dei  suoi  sudditi,  proi- 
bì l'uso  delle  maschere  in  qualunque  citta,  terra 
e  castello,  a  riserva  del  carnevale  nelle  quattro 
principali  città,  determinando  il  tempo  de'giorni 


Un.    1785.      DEI   TEMPI  AUSTRIACI   CAP.  II.  109 

del  carnevale,  i  teatri  ed  altro  relativo.  Pose  poi 
un  freno  alla  scostumatezza  col  proibire  il  giuo- 
co nelle  osteiie  e  bettole 5  ohe  queste  fossero 
sempre  chiuse  la  sera  alle  ore  dieci  in  qualunque 
stagione:  tanto  stavagli  a  cuore  il  buon  costu- 
me in  ogni  celo  e  classe  di  persone.  Con  recipro- 
co consenso  della  R.  Corte  e  di  quella  di  Roma 
vennero  altresì  risolute  ed  ultimate  con  bolla 
pontificia  le  seguenti  riunioni  ed  aggiunte  di 
diocesi.  La  porzione  di  diocesi  di  Bologna,  che 
si  estendeva  in  Toscana,  fu  riunita  parte  alla 
diocesi  di  Firenze  e  parte  a  quella  di  Pistoia;  la 
giurisdizione  di  Galeata  a  quella  di  s.  Sepolcro; 
la  diocesi  d*  Imola  alla  fiorentina  ,  la  porzione 
di  >Iontefeltro  a  quella  di  Borgo  S.  Sepolcro,  la 
porzione  d*  acquapendente  alla  diocesi  di  So- 
vana,  colla  permuta  di  Capalbioe  Manciàno,colle 
due  terre  di  Onano   e  Proceno  (^6). 

g.rt8.  Considerando  poi  il  granduca  gl'inconve- 
nienti e  i  disordini  che  nascevano  dal  miserabile 
ed  indecente  stato  in  «'ui  vivevano  per  ristrettezza 
di  assegnamento  i  molti  sacerdoti  destinati  al 
servizio  spirituale  dei  popoli,  specialmente  nelle 
campagne  ,  volle  porvi  un  efficace  rimedio  col 
permutare  la  destinazione  di  molti  fondi  vinco- 
lati alla  proprietà  ecclesiastica.il  retratto  dei  quali 
veniva  impiegato  in  usi  indifferenti  o  poco  utili 
e  non  analoghi  al  vero  spirito  di  religione.  Fu 
perciò  emanalo  l'ordine  della  totale  soppressione 
di  tutte  le  compagnie,  congregazioni,  congre- 
ghe, centurie  e  confraternite  di  qualunque  spe- 
cie e  denominazione  esse  fossero:  fu  però  ordì- 

St.   Tose.   Tom.  11.  t° 


HO  AVVÉNIMÉNTI     STORICI  Ali.    1786. 

nalo  che  ogni  parrocchia  dovesse  avere  la  sua 
compagnia  intitolata  della  Carità,che  assistesse  al- 
le sacre  funzioni,  conducesse  alla  sepoltura  i  morti 
ec,  essendone  però  sempre  il  parroco  capo  e  cor- 
rettore. Contemporaneamente  fu  dato  ordine  che 
si  facesse  un  esatto  inventario  di  tutti  gli  arredi 
sacri  delle  soppresse  compagnie  per  distribuirsi, 
di  consenso  coi  respettivi  vescovi,  alle  parrocchie 
che  ne  abbisognavano.  A.d  istanza  però  dei  vesco- 
vi fu  permesso  che  sussistessero  alcune  compa- 
gnie, come  quella  della  Misericordia,  che  ei  cre- 
dettero di  certa  utilità,  con  varie  condizioni  però, 
come  quella  di  non  possedere.  Fu  pure  ordinato 
che  non  si  conferissero  benefizi  a  preti  esteri  , 
e  che  goder  non  si  potessero  da'secolari  (77).  Ol- 
tre i  molti  viaggi  fatti  dal  granduca  ne'suoi  stati 
ad  oggetto  di  vedere  personalmente  se  i  di  .lui 
ordini  erano  eseguiti,  e  se  altro  poteasi  fare  a 
vantaggio  de'suoi  sudditi,  che  tanto  stavangli  a 
cuore, ne  fece  uno  assai  esteso  nell'anno  1785, 
portandosi  segnatamente  ad  Arezzo,  Chiusi,  Cor- 
tona, Castiglion  fiorentino,Vollerra,  Siena,  Mori- 
taione,  Fivizzano,Bagnone,  Pontremoli,  Albiano  e 
Barga,  facendo  ovunque  molte  osservazioni,  e 
dando  i  necessari  ordini  e  provvedimenti  (78). 

g.  69.  I  civili  provvedimenti  presi  dal  gran- 
duca furono  per  la  maggior  parte  locali,  ed  i  re- 
golamenti si  estesero  a  certe  piccole  riforme  at- 
tenenti agli  usi  antichi,  o  introdotti  nel  granduca- 
to, del  che  poco  importa  il  parlare.  Ma  il  grande 
editto  che  forma  Pepoca  gloriosa  di  Leopoldo  fu 
il  codice  criminale  accettato  colla  massima  con- 


Ari,    1786.      DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  11.  Ili 

solazione  dai  toscani,  ed  ammirato  col  più  gran- 
de stupore  dall'Europa  tutta.  Conoscendo  pertan- 
to il  sovrano  esser  troppo  severa  la  legislazione 
criminale,  e  conveniente  solo  a  popoli  barbari, 
riformò  colla  più  lodevole  giustizia  e  pietà  la 
medesima}  abolendo  in  primo  luogo  la  pena  di 
morte,  la  mutilazione  delle  membra,  Tuso  della 
tortura,  la  confiscazione  dei  beni  dei  delinquenti, 
e  la  moltiplicazione  dei  delitti  impropriamente 
detti  di  lesa  maestà,  inventali  con  raffinamento 
di  crudeltà  in  tempi  perversi.  Questa  legge  com- 
prende cento  diciannove  articoli  tutti  savi,  giu- 
sti ed  equi.  I  delitti  vi  sono  posti  nel  loro  vero 
aspetto,  e  le  corrispondenti  pene  sono  adeguate 
alla  fragile  umanità:  lutto  respira  dolcezza  e  mo- 
derazione: si  richiama  alla  memoria  dei  giudici  il 
loro  dovere,  a  quella  de'rei  la  compunzione,  la 
religione}  le  carceri  sono  moderate,  i  testimoni 
minacciali  qualora  giurino  o  dicano  il  falso.  In 
somma  quando  altro  fatto  non  avesse  Leopoldo, 
per  questa  soia  sarebbesi  reso  immortale  (79). 

g.  70.  Le  risoluzioni  «li  ecclesiastica  disciplina 
si  aggirarono  intorno  ai  seguenti  soggetti.  Fu  proi- 
bito a  qualunque  persona  di  celebrare  per  qualsi- 
voglia titolo  nelle  case  privale  e  nelle  strade,  feste 
sacre,  tanto  pubbliche  che  private.Ordinò  che  tutti 
i  parrochi  dassero  ogni  mese  discarico  delle  ele- 
mosine fatte  alla  compagnia  della  Carità  e  cura, 
col  tenere  affissa  una  pubblica  nota,  nella  quale 
si  leggesse  V  uso  di  tali  elemosine:  vietò  ai  reli- 
giosi l'obbedienza  de'superiori  stranieri,  e  li  sot- 
topose alla  giurisdizione  dc'vescovi:  con  cristiana 


I  12  AVVENIMENTI    STORICI  Art»   1786. 

pietà  fece  aumentare  dal  patrimonio  ecclesiastico 
la  congrua  a  quasi  duecento  parrocchie  della 
campagna,  molte  delle  quali  con  disdoro  del  pro- 
prio ministero  languivano  nella'indigenza,  volen- 
do così  che  i  loro  pastori  avessero  un  decènte 
trattamento,  e  fossero  assistiti  dai  necessari  cap- 
pellani (80).  Ottimo  provvedimento  pure  fu  quello 
di  procurare  una  buona  educazione  alle  fanciulle 
d'  ogni  ceto  .  Furono  a  quest'effetto  istituiti  80 
conservatori  in  tutta  l'estensione  del  granducato, 
alcuni  de'quali  perle  sole  fanciulle  nobili, ed  altri 
per  ogni  ceto,  dove  si  dava  una  educazione  a  se- 
conda delle  circostanze  degP  individui  .  Per  le 
costituzioni  servirono  di  norma  quelle  delle  si- 
gnore delle  Quiete,  essendo  riconosciute  perfette 
in  ogni  sua  parte:  la  stessa  granduchessa  dichia- 
rossi  protettrice  dei  suddetti  conservatori,  e  so- 
printendente alle  determinate  costituzioni  (81). 
JNè  solo  furon  questi  gli  affari  che  occupata  ten- 
nero nel  1786  la  mente  di  Pietro  Leopoldo;  altra 
innovazione  ancora  di  grande  importanza  vi  si 
aggiunse,  e  questa  si  fu  la  riforma  ecclesiastica 
che  tentò  d'introdurre  in  Toscana  Scipione  dei 
Ricci  vescovo  di  Pistoia  e  Prato.  Favoriva  il 
granduca  le  operazioni  di  questo  prelato,  per  le 
quali  non  poco  dovè  fare,  e  molti  pensieri  le  co- 
starono, come  estesamente  potrà  meglio  sentirsi 
alla  parte  V  dei  costumi  di  quest'epoca. 

g.  71.  Fu  tanto  accetta  ai  toscani  la  provvida 
legge  criminale  emanata  nel  1786  da  Leopoldo, 
che  in  segno  di  riconoscenza  gli  comandarono 
la  permissione  di  erigergli  una  statua  equestre, 


jin.    1787.       DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAT.  II.  Il3 

ma  la  R.  A.  S.  generosamente  ricusò  tale  onore, 
dichiarando  che  avrebbe  gradito  piuttosto  qual- 
che opera  di  pubblica  utilità,  in  vece  d'una  spesa 
inserviente  a  solo  lusso  ed  ostentazione.  Frattanto 
proibì  il  sovrano  il  corso  degli  zecchini  romani 
coniati  avanti  Tanno  1786,  come  mancanti  di 
valore:  fece  ridurre  a  grazioso  parterre  la  piazza 
di  santa  Croce}  prescrisse  la  riattazione  del  pub- 
blico generale  archivio  nel  formale,  dopo  di  aver 
fatta  eseguire  quella  del  materiale  .  Arricchì  la 
R.  galleria  colTacquisto  di  rare  pitture,  e  stabili 
altri  metodi,  per  rendere  uniformi  le  amministra- 
zioni comunitative,  e  per  togliere  ogrringanno  e 
frode  in  vari  articoli  di  commercio  (82). 

g.  72.  Il  tempo  avea  fatto  scorgere  un  vizio 
grande  nel  governo  aristocratico  di  Lucca,  ed  era  1 
un  tarlo  che  a  poco  a  poco  si  rodeva  la  midolla 
dello  stalo.  I  ceppi  delle  famiglie  nobili  lucchesi, 
dette  con  termine  modesto  famiglie  di  cittadinan- 
za originaria,  che  all'epoca  della  le^ge  del  1628 
furono  scritti  al  libro  d1  oro  in  numero  di  224  , 
erano  ridotti  a  soli  88  nel  1787,  e  questi  anche 
poco  diramati.  Già  per  una  tal  successiva  dimi- 
nuzione degli  elegibili  a  governare  eransi  fatte 
di  mano  in  mono  delle  alterazioni  importanti  nel- 
la costituzione  dello  stato  .  A  questo  fine  ,  per 
esempio,  nel  1726  si  decretò  che  fino  a  otto  in- 
dividui della  stessa  consorteria  potessero  essere 
imborsati  insieme  in  luogo  di  cinque  com'  era 
per  lo  innanzi,  e  si  facilitarono  ancora  i  partiti  del 
vincere  .  Nel  1750  fu  detcrminato  che  i  comizi 
tener  li  dovessero  ogni  ironia  mesi  in  vece  di  in' 

10* 


Il4  AVVENIMENTI     ST0EIC1  Alt,   1787. 

come  si  praticava,  e  ciò  perchè  vi  fosse  scelta  di 
soggetti  nei  magistrati,  il  qual  tempo  fu  nel  1 773 
ridotto  di  nuovo  e  stabilito  a  mesi  2.4.  Ma  il  cam- 
biamento più  valutabile  fatto  all'ordine  dell'an- 
tico reggimento,  fu  quello  del  1768,  quando  per 
la  mancanza  di  un  sufficente  numero  di  nobili  si 
tolse  via  la  vacanza  stabilita  per  la  carica  di  se- 
natore attivo  ch'era  d^uu  anno.  Imperocché  è  da 
sapere  che  tino  allora  gli  aristocratici  erano  divisi 
in  due  corpi,  detti  congregazioni,  che  a  vicenda 
componevano  il  senato  un  anno  uno  ed  un  anno 
l'altro.  Savissima  era  la  detta  provvisione,  spe- 
cialmente-per  questo  capo  di  non  perpetuare  il 
comando  in  un  corpo  solo:  e  così  ciascuno  dei 
due  potea  più  facilmente  contenersi  nelle  vie  del- 
.  la  moderazione  e  della  giustizia.,  sul  timore  di 
vedersi  svergognato  e  condannato  l'anno  dopo, 
colla  rivocazione  di  una  legge  o  inconsiderata  o 
tirannica  (85). 

g.  73.  Ma  richiedendosi  90  cittadini  originari 
per  ogni  congregazione,  e  non  essendovene  più 
il  numero  voluto,  bisognava  o  ridurre  a  meno 
questi  corpi,  o  rinunziare  all'avvicendamento.  Fu- 
rono per  avventura  ben  pesate  le  conseguenze 
delPuno  e  dell'altro  progetto,  e  verosìmilmente 
si  apprese  un  maggior  male  dal  primo  che  dal  se- 
condo. Dovetlesi  temere  sopra  ogni  cosa  che  il 
governo  ristretto  in  mano  di  pochi  potesse  una 
volta  o  l'altra  degenerare  in  oligarchico.  E  vero, 
che  facendodi  due  corpi  un  solo,  si  veniva  a  per- 
petuare il  comando  nei  medesimi  individui ,  o 
presso  a  poco-,  ma  l'inconveniente  che  se  ne  ap- 


An.     1787.      DE!  TEMPI  AUSTRIACI    GAP.  II.  Il5 

prendeva,  poteva  essere  temperato  ed  anco  reso 
nullo  dal  molto  maggior  numero  dei  componenti 
il  senato,  e  perciò  dalla  aumentata  difficoltà  di  ot- 
tenere i  partiti.  Che  che  ne  sia,  furono  allora  an- 
nullate le  due  congregazioni,  e  si  decretò  che  il 
senato  sarebbe  stato  composto  di  cento  cinquanta 
cittadini  originari.  Con  tutto  quésto  però  conti- 
nuando le  famiglie  nobili  a  venir  meno,  poiché 
dal  68  all'87,  e  così  in  soli  19  anni,  mancati  un- 
dici ceppi,  erano  ridotti  a  soli  88,  si  decretò  nel 
1787  che  novanta  almeno  esser  dovessero  d'al- 
lora in  poi  gli  stipiti  delle  famiglie  nobili  originarie, 
e  dieci  le  famiglie  dei  nobili  personali,  sostituen- 
do alla  mancanza  delle  originarie  le  personali  di 
mano  in  mano,  e  creandone  di  queste  in  propor- 
zione, col  chiamarvi  coloro  che  si  giudicassero 
degne  di  tale  onore  (84). 

g.  74.  Con  simili  modi  provvedevano  i  padri 
lucchesi  al  bene  interno  dei  concittadini  ,  sia 
con  assicurar  loro  un  governo  giusto  e  paterno, 
sia  col  far  loro  godere  di  nuove  istituzioni,  che  al 
bisogno  ed  all'utilità  del  pubblico  mirabilmente 
servivano.  Quanto  alfesterno  la  condotta  del  se- 
nato lucchese  era  semplice  nei  tempi  quieti,  se 
voleva  guarentirsi  da  ogni  molestia.  Bastava  che 
procacciasse  d'aver  benevolo  di  mano  in  mano  il 
supremo  dominatore  dell'Italia.  E  ciò  fu  costante- 
mente praticato  per  lunghissimo  tempo  verso  lo 
imperatore  dei  romani,  e  sempre  con  ottimo  ef- 
fetto. Ad  ogni  nuovo  avvenimento  al  trono  di 
un  augusto  cercavano  i  lucchesi  di  guadagnarsi 
la  benevolenza  sua,  ed  umilmente  anche  ne  do- 


Il6  AVVENIMENTI     STORICI  A  a,    1788. 

mandavano  una  guarentigia,coI  supplicarlo  di  con- 
fermare quei  privilegi  che  già  Carlo  IV  concesso 
avea  loro,  che  furono  il  preludio  della  successiva 
felicità  lucchese,  e  i  quali  privilegi  furono  confer- 
mati dai  successivi  augusti.  Questa  conferma, do- 
mandata con  istanza  agi1  imperatori  ,   potrebbe 
a  taluno  far  credere  che  Lucca  fosse  allora  un  feu- 
do imperiale.  Non  era  però  così  di  fatto,  poiché 
mancava  il  tributo,  e  mancava  eziandìo  la  inve- 
stitura solita  prendersi  anche  per  i  feudi  così  det- 
ti franchi.  Lucca  era  libera  e  indipendente,  e  co- 
me tale  era  trattata  la  di  lei  repubblica  nelle  ce- 
rimonie della  real  corona,  a  paro  di  qualunque 
gran  potentato,  come  lo  provano  più  particolar- 
mente le   relazioni  tuttora  esistenti  degli  amba- 
sciatori lucchesi.  Che  a  tempo  di  Carlo  IV  la  cosa 
fosse  diversa  par  che  sia  fuori  d'ogni  dubbio  (85). 
g.  75.  Due  cose  erano  sommamente  a  cuore  a 
Pietro  Leopoldo,  una  di  sollevare  nel  miglior  mo- 
do possibile  dalle  tasse  i  sudditi,  e  l'altra  Testin- 
zione  del  debito  pubblicoivenne  a  quest'effetto  im- 
maginato un  espediente,  che  abbracciava  ambedue 
queste  vedute.  Fu  ordinato  prima  alle  comunità,e 
quindi  anche   ai  particolari,  di  affrancare  la  cosi 
delta  tassa  di  redenzione  alla  ragione  del   tre  e 
mezzo   per  cento,  cosicché  ciascuno  che  pagava 
la  tassa  di  redenzione  fu  obbligato  di  sborsare 
scudi  cento  per  ogni  tre  e  mezzo  che  pagava  di 
tassa.  Si  prendevano  i  luoghi  di  monte  per  la  me- 
desima affrancazione  al  loro  originario  prezzo  di 
scudi  cento,  mentre  quelli  non  fruttavano  che  il 
tre  per  cento.  Per  dar  poi  qualche  facilità  a  quei 


Alt.   1788.      DEITEMPIAUSTRI4CIClP.il.  I17 

possidenti  che  pagavano  la  lassa  di  redenzione, 
ma  che  non  possedevano  luoghi  di  monte,  furono 
obbligati  i  luoghi  pii,  che  far  dovevano  rinvesti- 
menti  di  denaro,  a  darlo  ai  particolari  a  censo 
per  affrancare  la  tassa  al  tre  per  cento.  Fu  proi- 
bito che  i  benefizi  semplici  non  potessero  goder- 
si da  persone  residenti  fuori  del  granducato,  ob- 
bligando chi  li  godeva  a  far  ritorno  nel  termine  di 
mesi  6,  e  di  prestar  servizio  alle  chiese  alle  quali 
erano  aggregati  (86). 

g.  76.  Per  giovar  sempre  più  ai  suoi  sudditi, 
ancorché  a  proprio  danno,  diminuì  Leopoldo  no- 
tabilmente il  prezzo  del  sale,  e  tolse  le  gabelle  a 
diversi  generi  che  si  commerciavano  per  la  To- 
scana. Soppresse  il  tribunale  della  consulta,  come 
poco  adatto  e  coerente  al  sistema  e  governo  in- 
trodotto, ed  incaricò  il  magistrato  supremo  ed 
il  presidente  del  buongoverno  delle  ispezioni  che 
aveva  l'accennato  tribunale.  Proibì  alle  fanciul- 
le suddite  toscane  il  vestir  Y  abito  monastico 
nei  monasteri  ìli  slati  esteri,  se  prima  non  ave- 
vano pagato  allo  spedale  di  Toscana  il  doppio 
della  dote.  Ordinò  ai  vescovi  di  non  permet- 
tere in  veruna  guisa  i  matrimoni  segreti,  e  non 
esser  così  facili  nel  dar  la  dispensa  delle  de- 
nunzie. Abolì  per  sempre  ogni  superiorità  ed  in- 
gerenza nella  Toscana  di  qualunque  superiore 
regolare  estero,  fosse  generale  o  procurator  gene- 
rale di  qualunque  capitolo  definitorio  o  congre- 
gazion-,  che  si  tenesse  fuori  del  suo  stato  sopra 
i  conventi  e  monasteri  dei  regolari,  rimanendo 
quest'autorità  nei  iespetlivi  vescovi  «Iella  Tosca- 


Il8  AVVEDIMENTI  STORICI  Art*    1788. 

na  in  quanto  allo  spirituale,  e  in  quanto  agli  af- 
fari secolari  nei  tribunali  laici.  Comandò  in  oltre 
che  nessuno  potesse  vestir  V  abito  ecclesiastico 
senza  il  permesso  del  governo,  e  che  i  vescovi 
ogni  volta  che  tenevano  ordinazione  dovessero 
prima  dar  nota  di  tutti  gli  ordinandi  per  ottenere 
il  regio  exequatur.  Furono  altresì  aboliti  nella 
Toscana  i  nolari  imperiali,  e  prescritto  che  i  loro 
istrumenti  non  avesser  forza  nei  tribunali  (87). 
J.  77.  Cori  un  memorabile  atto  portò  Leopoldo 
un  colpo  fatale  ai  residui  del  governo  feudale, 
stante  che  emanò  legge,  colla  quale  tolse  a  qua- 
lunque individuo  del  granducato  la  facoltà  di 
vincolare  i  propri  beni,  o  con  atti  fra  i  vivi3 
o  con  quelli  di  ultima  volontà  con  ogni  sorta  di 
sostituzioni  fidecommissarie  ,  conosciute  sotto 
nome  di  maiorasco,  primogeniture  ec.  Con  que- 
sta legge  rimasero  sciolti  tutti  i  fìdecommissi 
nou  anco  purificati  secondo  i  respetlivi  vincoli, 
riservando  solo  i  dritti  di  successione  ai  chiama- 
ti e  sostituiti  viventi  al  tempo  della  promulgazio- 
ne della  legge.  Stabilì  con  altro  editto  che  si  po- 
tessero arrestare  i  falliti  sulla  prima  istanza  dei 
creditori,  indi  considerali  i  fallimenti  come  cri- 
minali li  sottopose  alle  leggi  del  nuovo  codice. 
Abolì  la  proibizione  di  coltivare  in  Toscana  il  ta- 
bacco, e  permise  la  libera  fabbricazione  e  com- 
mercio di  questo  genere:  riunì  le  due  segreterie 
di  stato  e  finanze,  creò  un'amministrazione  gene- 
rale del  patrimonio  della  corona,  volendo  che  se- 
guisse la  sorte  di  qualunque  patrimonio  privato 
sotto  le  leggi  veglianti:  a  taP  effetto  soppresse  il 


An.    1788.      DEI  TEMPI  AUSTRIACI   GAP.  II,  119 

tribunale  delle  regalie,  e  regie  possessioni,  e  creò 
una  nuova  carica  col  titolo  di  consultore  re- 
gio. Per  aumentare  l'agricoltura  e  il  commercio 
delle  delle  gratificazioni  per  la  piantazione  dei 
pedali  di  castagno  nella  montagna  di  Pistoia,  ed 
abolì  alcune  gabelle  e  tasse.  All'oggetto  poi  di 
provvedere  al  comodo  pubblico  ed  alla  maggior 
sicurezza  della  esazione  delle  gabelle,  determinò 
di  erigere  nuove  dogane  di  frontiera,  e  ne  fece 
principiare  la  fabbrica;  tinalmente  volle  che  i  cre- 
ditori si  facessero  firmare  le  partite  dai  debitori 
nel  termine  di  un  anno  per  renderle  valide,  po- 
nendo così  un  freno  ed  una  sicurtà  ad  ambedue 
le  parti  (88). 

g.  78.  Riguardo  alla  disciplina  ecclesiastica 
notificò  con  sua  circolare,  che  per  impedire  le 
simonìe  e  sconcerti,  tutte  le  chiese  curate  di  data 
delle  comunità  sarebbero  in  avvenire  considera- 
te di  regio  patronato:  prescrisse  ai  vescovi  le  i- 
struzioni  da  osservarsi  nella  visita  annuale  di 
tutti  i  conventi  regola»  esistenli  nelle  respetti- 
ve  loro  diocesi}  in  particolare  che  visitassero  le 
librerìe  per  vedere  di  quali  libri  si  servivano;  che 
nei  refettori  non  si  leggesse  altro  che  la  sacra 
scrittura  in  volgare;  che  i  regolari  si  servissero  dei 
calendari  delle  cliocesi;che  studiassero  la  teologìa 
su  i  libri  permessi  dal  sovrano,  e  che  ogni  anno  i 
vescovi  dovessero  dar  discarico  della  esattezza 
di  questa  visita  e  dell'obbedienza  dei  religiosi. 
Fu  ordinato  eziandio  che  si  tenessero  scoperte 
tutte  le  immagini,  e  si  togliessero  le  replicate, 
indecenti    ed  inutili:  in  conseguenza  di  questa 


12,0  AVVENIMENTI    STORICI  Art.   1788. 

legge  fu  tolta  ogni  mantellina  e  velo  che  copris- 
se qualunque  sacra  immagine,  e  lo  scoprimento 
in  particolare  della  celebre  e  miracolosa  immagi- 
ne della  SS.  Annunziata  di  Firenze,  essendosi 
portato  la  mattina  dopo  a  venerarla  il  granduca 
in  pubblica  forma.  Avendo  poi  inteso  il  sovrano 
che  la  segreterìa  di  stato  di  Roma  aveva  ordina- 
to alla  daterìa  di  non  dar  corso  a  veruna  dispen- 
sa per  la  Toscana,  qualora  i  documenti  non  fos- 
sero legalizzati  dal  nunzio,  commise  ai  vescovi 
che  vi  provvedessero  col  valersi  dei  propri  Origi- 
nari diritti ,  potendo  esser  certi  del  reale  con- 
senso (89). 

g.  79.  La  rivoluzione  che  scoppiò  in  Francia 
nel  1789  aveva  già  scombuiata  l'Europa  quattro 
anni  dopo,  per  quella  forza  e  morale  e  tìsica  la 
quale  hanno  i  francesi  pur  troppo  sulle  nazioni 
le  più  incivilite.  L'imperatore  già  in  guerra  colla 
Francia  dalla  banda  dell'Alemagna  domandò  alla 
repubblica  di  Lucca  un  sussidio  di  danaro  per  aiu- 
tar con  esso  il  re  di  Sardegna,  entrato  in  guerra 
coni  francesi.  Riuscì  peraltro  ai  lucchesi  di  con- 
vincere Francesco  II  ch'essi  dovevano  osservare 
una  stretta  neutralità,  per  andare  alla  parata  di 
qualche  disgustoso  evento,  ed  il  sussidio  fu  allora 
risparmiato.  iVIa  due  anni  appresso  V  imperatore 
fece  una  simile  domanda  in  conto  proprio,  ed  al- 
lora i  lucchesi  dovettero  pagarlo,perchè  un  tal  sus- 
sidio era  un  obbligo  strettamente  inerente  alla 
costituzione  della  repubblica.  Tenue  però  fu  la 
somma  pagata  per  quel  sussidio,  cioè  di  75o  dop- 
pie all'anno,  a  tenore  di  ciò  ch'erasi  fatto  altre 


An»    1787.      DEITEMPIAUSTRIACICAP.il.  121 

volte,  sicché  la  somma  totale  fu  di  scudi  nove- 
mila  (90). 

g.  So.  Cessò  di  vivere  in  Vienna  nel  giorno 
17  di  febbraio  del  1790  la  sposa  deli1  arciduca 
Francesco, nata  principes'sa  di  Wittemberg,  dopo 
aver  data  alla  luce  una  figlia,  alla  nascita  delia 
quale  non  sopravvisse  che  due  giorni.  Il  dì  2,0  del- 
lo stesso  mese  passò  all'altra  vita  anche  l'impe- 
ratore Giuseppe  II.  Per  quest'infausto  avveni- 
mento si  aprì  la  successione  all'impero  germanico 
in  favore  del  granduca  di  Toscana  Pietro  Leo- 
poldo. Dovett'egli  dunque  lasciar  subito  la  Tosca- 
na per  occuparsi  di  maggiori  affari  nel  trono  au- 
striaco, e  che  erano  di  una  massima  importanza 
nelle  circostanze  dei  tempi.  Lasciò  la  sua  re- 
sidenza in  Firenze  il  di  primo  di  marzo  ,  ma 
prima  di  partire  volle  creare  un  consiglio  di  reg- 
genza,?! quale  lasciare  le  redini  del  governo  nella 
sua  assenza.  Questo  fu  composto  dei  seguenti 
soggetti:  senatore  Antonio  Serristori,  Francesco 
Gianni  ,  consigliere  Luigi  Schmidtweiller,  con- 
sigliere Bartolomineo  Martini,  consigliere  Giu- 
seppe Giunti,  senatore  Luigi  Bartolini,  segretari 
(ìilkenss,  Raiuoldi  ,  l'onteuani ,  Havre.  Questo 
consiglio  ebbe  facoltà  di  spedire  tutti  gli  affari  a 
tenore  delle  istruzioni  e  ordini  di  sua  maestà 
apostolica  colla  firma  del  presidente  senatore 
Serrislori,  e  dei  direttore  del  respetlivo  diparti- 
mento, essendo  incaricato  pure  della  direzione  e 
spedizione  di  tutti  gli  affari  del  granducato.  La- 
sciò in  oltre  l'istruzione  al  medesimo  consiglio 
che  la  maggior  parte  riguardavano  le  materie  ec- 
Sl.   Tose.    Tom.   11.  11 


122  AVVENIMENTI    STORICI  Atl.    1787. 

clesiastiche,  e  le  verlenze  colla  corte  di  Roma. 
Sembrava  a  dir  vero  che  da  qualche  tempo  tes- 
ser queste  le  cose  che  occupassero  maggiormente 
gli  affari  di  Pietro  Leopoldo  (91). 

g.  81.  Spronato  questo  sovrano  da  spirito  di 
vera  giustizia  e  lealtà,  prima  di  partire  volle  dar 
conto  ai  suoi  sudditi  per  mezzo  delle  stampe, del- 
l'amministrazione economica  da  lui  tenuta  nel 
governare  la  Toscana,  Dimostrò  adunque  che  no- 
nostante la  minorazione  dei  dazi  e  la  erogazione 
di  ragguardevoli  spese,  le  rendite  al  principio  del 
suo  governo,  cioè  nel  1765,  erano  di  otto  mi  II  ioni 
e  novecentomila  lire,  e  le  spese  sette  millioni  e 
seicento  mila,  pure  alla  di  lui  partenza  da°  Firen- 
ze, cioè  nel  1790,  l'entrata  ascendeva  a  nove  mil- 
lioni e  centomila  lire,  e  la  spesa  fu  di  otto  mil- 
lioni e  quattrocentomila  lire  toscane.  Aggiunse 
poi  egli  stesso  „  essere  intimamente  persuaso 
che  il  più  efficace  mezzo  per  sempre  più  con- 
solidare la  fiducia  e  la  confidenza  dei  popoli  ver- 
so qualunque  governo,  sia  quello  di  sottoporre 
alla  cognizione  di  ciascuno  individuo  le  diverse 
mire  e  ragioni  che  hanno  servilo  di  fondamento 
alle  ordinazioni  e  provvedimenti  prescritti  se- 
condo l'esigenza  e  opportunità  delle  circostanze, 
e  di  manifestare  senza  riserva  e  colla  possibile 
chiarezza  Irrogazione  dei  prodotti  delle  pubbli- 
che contribuzioni;  e  non  essergli  altresì  ignoto, 
che  la  occultazione  ed  il  mistero  nelle  operazio- 
ni del  governo,  mentre  danno  adito  alla  malafe- 
de ed  al  sospetto,  fanno  anche  torto  ai  plausibili 
e  retti  sentimenti  dello  stesso  sovrano,  non  me- 


Ali.    1790.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  II.  12^ 

nochè  alla  condotta  dei  ministri  prescelti  al  ma- 
neggio dei  pubblici  affari  „.  Dette  egli  pur  conto 
delle  principali  sue  operazioni  e  dei  nuovi  rego- 
lamenti prescritti,  perciò  che  concerne  l'ammini- 
strazione di  giustizia  civile  e  criminale,  non  nie- 
nochè  il  commercio,  le  arti,  Pagricoltura  ed  il  ben 
pubblico,  all'oggetto  che  tutti  indistintamente  i 
suoi  sudditi  potessero  essere  istruiti  della  retti- 
tudine delle  di  lui  intenzioni  e  della  costante  dif 
sposizione  del  suo  animo  in  promuovere,  senza 
sfuggire  pena  o  fatica,  tutto  quello  che  potesse 
contribuire  al  comun  vantaggio  di  «ssi,ed  assicu- 
rare allo  stato  una  permanente  felicità  e  ricchez- 
za, ed  a  migliorare  (  senza  peraltro  accrescere, 
ma  con  diminuire  per  quanto  fosse  possibile  il 
peso  delle  imposizioni  ed  aggravi  )  le  circostanze 
della  regia  finanza  (92). 

§.  82.  Poco  dopo  la  partenza  di  Leopoldo,  lo 
seguitò  alla  volta  di  Vienna  la  granduchessa  colla 
sua  numerosa  famiglia  .  Nel  mese  di  luglio  del 
1790  furono  stabiliti  i  matrimoni  delle  due  prin- 
cipesse di  Napoli  con  i  due  arciduchi  d'Austria 
Francesco  e  Ferdinando.  Fu  fissato  in  tale  occa- 
sione e  nel  contratto,  che  l'arciduca  Ferdinando 
esser  doveva  padrone  assoluto  della  Toscana  sen- 
za dipendenza  veruna  dalla  monarchia  austriaca. 
Ma  sebbene  fosse  stata  fatta  la  detta  cessione  al- 
l'arciduca Ferdinando,  pure  continuò  Panno  nel- 
la Toscana  sotto  il  nome  del  governo  di  Leopoldo. 
Presa  ch'egli  ebbe  la  corona  imperiale,  ne  fu  so- 
lennizzata in  Firenze  la  gradita  notizia  con  fuochi 
d'artifizio,  illuminazione  e  festino  nelle  logge  ile- 


1^4  AVVENIMENTI     STORICI  An.    1791. 

gii  Uffizi,  corsa  dei  cocchi,  dotazione  di  fanciulle 
le  più  bisognose  della  città,  elemosine  di  pane  ai 
poveri  ed  altre  allegrezze.  Sua  M.  gradì  moltissimo 
queste  dimostrazioni  di  giubilo,  e  fece  pervenire 
un  suo  veneratissimo  dispaccio  espresso  nei  se- 
guenti termini.,,  Sensibilissimo  ai  contrassegni  di 
afiVttodimostralo  da  ognunoin  occasione  della  mia 
esaltazione  al  trono  imperiale,  ingiungo  al  consi- 
glio di  reggenza  di  partecipare  convenientemente 
a  chi  occorre  la  mia  perfetta  gratitudine  ,  e  fa 
continuazione  della  mia  benevolenza  a  tutta  la 
nazione  toscana  „ .  In  questo  tempo  erano  già 
slati  pubblicati  in  Firenze  due  editti,  col  primo 
dei  quali  si  faceva  nota  la  renunzia  della  sovra- 
nità del  granducato  di  Toscana  fatta  dalP  impe- 
rator  Leopoldo  II  a  favore  del  real  suo  figlio  se- 
condogenito T  arciduca  Ferdinando.  Col  secondo 
il  nuovo  sovrano  confermava  fino  a  nuov'ordine 
tutti  i  sistemi,  leggi,  impieghi  ed  ordini  vegliane. 
Dimostrò  in  oltre  Leopoldo  nel  di  lui  editto  tutta 
la  sua  benevolenza  al  popolo  toscano,  né  tralasciò 
di  far  rimarcare  la  sua  riconoscenza  per  la  confiden- 
za che  gli  era  stata  da  quello  sempre  dimostrata, 
e  per  la  volontaria  esecuzione  delle  sue  leggi;  as- 
sicurando altresì  che  sempre  gli  sarebbe  a  cuore 
la  felicità  della  Toscana.  In  conseguenza  di  que- 
ste notificazioni  si  cominciarono  a  fare  gran  pre- 
parativi di  feste  per  solennizzare  un'epoca  sì  fe- 
lice, e  Parrivo  di  tanti  illustri  personaggi  ($3). 


DEI  TEMPI  AUSTRI  \CI  CAT.   11.  <a5 


NOTE 

(1)  l  errini  ,  Compendio  della  storia  di  Toscana  , 
epoca  vi  ,  §.  4  .  (2)  Cicciaporci  ,  Compendio  delt.i 
storia  fiorentina  ,  libro  III  ,  capitolo  11,  pagina  461. 
(3)  Memorie  per  servire  alla  vita  di  Leopoldo  II  im- 
peratore dei  romani,  già  granduca    di  Toscana  ,  lib. 

I,  pag.  30  .  (4)  Ivi  .»(r>)  Cicciaporci  cit.  (6)  Memo- 
rie cit.  (7)  Ivi.  (8)  C ice i» porci  cit.  (9)  Cantini,  Le- 
gislazione toscana,  voi.  xxvwi,  pag.  216  .  (10)  Cic- 
ciaporci cit.  (11)  Memorie  cit.  (12)  Ivi.  (13)  Ivi. 
(14)  Ivi  |  pag.  87.  (15)  Cicciaporci  cit.  (16)  Cantini 
cit.  (17)  Ivi.  (18)  Cicciaporci  cit.  (19)  Memorie  cit. 
(20)  Cicciaporci  cit.  (21)  Memorie  cit.  (22)  Ciccia- 
porci  cit.  (23)  Memorie  cit.  (24)  Cicciaporci  cit. 
(25)  Memorie  cit.  pagina  111*.  (26)  Cicciaporci  cit. 
(27)  Ivi  .  (28)  Cantini  cit.  volume  xxix  ,  pag.  280. 
(29)  Memorie  cit.  (30)  Ivi.  (31)  Ivi.  (32)  Cicciaporci 
cit.  (33)  Ivi  ,  lib.  111  ,  pag.  476  .  (34)  Cantini  cit. 
voi.  xxxi  ,  pag.  16  ,  44.  (35)  Memorie  cit.  (36)  Ivi. 
(37)  Ivi.   (38)  Cicciaporci  cit.  (39)  Memorie  cit.   lib. 

II.  (40)  Cicciaporci  cit.  (41)  Ivi  .  (42)  Memorie  cit. 
(43)  Ivi.  (44)  Ivi.  (45)  Ivi.  (46)  Ivi.  (47)  Ivi.  (48)  Ivi. 
(49)  Ivi  .    (50)  Cicciaporci  cit.  libro   ni  ,    pag.   480  . 

(51)  Martelli  ap.   Coppi,  Annali  d'Italia,   anno  1778. 

(52)  Memorie  cit.  pag.  157.  (53)  Ivi.  (54)  Ivi.  (55)  Ivi. 
(56)  Ivi.  (57)  Cicciaporci  cit.  (58)  Memorie  cit.  (59) Ivi. 
(603  Cicciaporci  cit.  pag.  480.  (61)  Mazzarosa  ,  Sto- 
ria di  Lucca,  voi.  li,  lib.  vili,  pag.  124.  (62)  Ciccia- 
porci  cit.  (63)  Ivi  e  Memorie  cit.  (64)  Memorie  cit. 
(65)  Ivi.  (66)  Ivi.  (67)  Cicciaporci  cit.  (68)  Memorie 
cit.  (69)  Cicciaporci  cit.  (70)  Ivi.  (7  I  )  Ivi.  (72)  Me- 
morie cit.  (73)  Martens  ap.  Coppi  cit.  anno  1784. 
('4)Cicciaporci  cit.  (75)  Memorie  cit.  (76)  Ivi.  (77)  Cic- 

n1 


126  AVVENIMENTI      STORICI 

ciaporci  cit»  (78)  Memorie  cit.  (79)  Ivi  .  (80)  Ivi  . 
(81)  Cicciaporci  cit.  (82)  Memorie  cit.  (83)  Ma  zza  rosa 
cit.  pag.  125.  (84)  Ivi.  (85)  Iv«-  (86)  Cicciaporci  cit. 
(87)  Memorie  cit.  (88)  Ivi.  (89)  Ivi.  (90)  Mazzarosa 
cit.  (91)  Cicciaporci  cit.  (92)  Governo  della  Toscana 
sotto  il  regno  di  Leopoldo,  ap.  Coppi  cit.  an.  1789. 
(93)  Memorie  cit.  lib.  iv,  pag.  260  e  Cicciaporci  cit. 
pag.  493. 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI.  127 


E&sairoi©  iu 


Anno  1791  di  G.  Cr. 

5.  1.  Stabiliti  i  matrimoni  tra  la  casa  d'Austria  e 
quella  di  Borbone,  i  sovrani  di  Napoli  si  porta- 
rono a  Vienna  colle  due  principesse  spose  dei 
due  arciduchi.  Si  trattennero  in  quella  capitale 
per  qualche  tempo,  avendo  fissato  di  condurre 
personalmente  la  real  figlia  sposa  colf  arciduca 
Ferdinando  in  Toscana.  Leopoldo  volle  accom- 
pagnare Ferdinando  ,  ed  installarlo  nel  governo 
anche  per  porlo  al  fatto  del  suo  sistema  gover- 
nativo. Partiron  dunque  tutti  questi  sovrani  da 
Vienna  e  per  Trieste  si  recarono  a  Venezia  , 
dove  si  trattennero  alcuni  giorni  per  goder  le  fe- 
ste loro  destinate  da  quella  repubblica  ;  dopo  di 
che  partirono  per  Firenze,  dove  giunti  furono  ri- 
cevuti in  mezzo  alle  acclamazioni  di  un  immenso 
popolo,  che  fuori  di  porta  era  andato  ad  incon- 
trarli (1).  Passati  quasi  tredici  mesi  dalla  partenza 
del  granduca  Pietro  Leopoldo  esaltato  all'  impe- 
ro d1  Austria,  ne'quali  la  Toscana  era  stata  regola- 
ta da  una  reggenza,  il  di  8  d'aprile  fu  il  giorno  del 
solenne  ingresso  nella  capitale,  e  la  sera  del  gior- 


12.8  AVVENIMENTI     STORICI  Ari.    M0Ì . 

no  seguente  cominciarono  le  feste  grandi  ose, e  per 
la  novità  splendide  che  la  popolazione  fiorentina 
avea  preparate  per  dimostrare  la  sua  gioia  e  la  sua 
devozione  alla  famiglia  regnante,  sicura  che  nello 
amoroso  e  saggio  figlio  ritroverebbe  un  degno  suc- 
cessore al  padre.  La  presenza  di  tanti  sovrani  ren- 
dette più  brillanti  i  divertimenti  dati  al  popolo  in 
così  lieta  occasione,  nella  quale,  oltre  a  molle  altre 
beneficenze  compartite  ai  poveri    dalla  sovrana 
munificenza ,  cento  ragazze  fidanzate  furon  soc- 
corse con  dote  in  un  medesimo  tempo,e  con  tutta 
la  solennità  congiunte  in  matrimonio  dall'  arci- 
vescovo nella  cattedrale,  e  quindi  accompagnate 
al  palazzo  vecchio,  ov'era  preparatomi  lauto  con- 
vito, del  quale  godettero  tutti  i  novelli  sposi  as- 
sistiti dalla  famiglia  reale  ,  dalle  cariche  e  dalla 
nobiltà  .  Terminò  così  divertente  giornata  con 
gran  festa  di  ballo,  preparata  agli  sposi  ed  al  po- 
polo sotto  gli  Uffizi ,  ed  alla  corte  sotto  le  logge 
dei  Lanzi,  luoghi  vagamente  ornali  ed  illuminati, 
a  cui  faceva  splendido  accompagnamento  la  piaz- 
za del  granduca  parimente  illuminata  ,  e  ridotta 
in  modo  da  rappresentare  una  ricca  fiera,  perchè 
contornata  di  bene  adobbate  botteghe,  che  i  pri- 
mari negozianti  vi  alzarono  appositamente  (a). 
Terminate  le  feste  il  re  di  Napoli  partì  per  Livor- 
no, ov'essendosi  trattenuto  per  tre  giorni,  pass:» 
a  Siena  per  attendervi  S.  IVI.  la  regina  che  lasciò 
Firenze  la  mattina  del  17  aprile,  ed  in  compagni* 
del  granduca  e  della  granduchessa  si  riunì  colà 
al  real  consorte,  essendo  poscia  partiti  per  Romn, 
accompagnati  dai  prelodali  sovrani  sposi  fino  a 


Jn.    1792.     DEI  TEMPI  AUSTBIACI  CAP.  III.  I29 

Radicofani  (3).  1/  imperatore  fermossi  circa  un 
mese  in  Firenze,  e  quindi  accompagnato  sino  ai 
confini  dal  granduca  se  ne  ritornò  nei  suoi  stati, 
dove  indisposto  alquanto  di  salute  il  dì  29  di 
febbraio,  del  1792  sorpreso  da  fiero  interno  spa- 
simo e  da  insulto  di  vomito,  spirò  l'anima  fra  le 
braccia  della  dolente  consorte  (4). 

g.  2.  Leopoldo  morì  sul  fiore,  può  dirsi,  della 
età  sua, non  avendo  che  quaranta  quattr'anni, no- 
ve mesi,  e  ventiquattro  giorni}  in  un  tempo  al- 
tresì delle  sue  maggiori  grandezze  e  felicità,  poi- 
ch'era stato  coronato  imperatore,  re  d'Ungheria 
e  di  Boemia;  avea  fatta  una  pace  tranquilla  col 
turco,  sedate  tutte  le  turbolenze  dell'impero,  ria- 
cquistale le  provincie  dei  Paesi  Bassi  austriaci, 
collocati  col  massimo  onore  e  stabilità  i  reali 
tìgli,  ed  amato  da  tutti  i  suoi  fedeli  sudditi.  A  lui 
successe  nelP  impero  il  suo  figlio  primogenito 
col  nome  di  Francesco  II.  Fu  difilli  Pietro  Leo- 
poldo un  sovrano  il  più  illuminalo  fra  quanti 
siano  stali  a  suo  tempo,  principe  filosofo,  che  ten- 
tò di  svellere  i  pregiudizi  ed  il  fanatismo,  padre 
amorevole  e  benefico,  il  qual  nulla  tralasciò  per 
render  felici  in  qualsivoglia  aspetto  i  popoli  e  lo 
stato  (5). 

g.  3.  Questo  principe,  il  quale  non  si  potrà 
mai  tanto  lodare  che  non  meriti  mollo  più,  venne 
in  Toscana  giovinetto,  padrone  assoluto,  almeno 
in  apparenza,  imperocché  l'imperatrice  Maria  Te- 
resa lo  avea  sottoposto  a  suoi  precettori  e  ministri. 
Timido  questi  in  principio  lasciossi  alquanto  con- 
durre da  essi, ma  ben  presi o  comincio  a  sentire  mal 


i3o  AVVEDIMENTI  storici  An .   1792. 

volentieri  il  freno,  onde  trovandosi  ben  d'accor- 
do col  fratello  imperatore  Giuseppe,  potette  riu- 
scirgli di  scuotere  alquanto  il  giogo,  e  di  liberarsi 
o  con  un  pretesto  o  con  l'altro  dalla  mal  sofferta 
soggezione  (6).  Resosi  Pietro  Leopoldo  assoluto 
signore  comparvero  in  lui  grandi  lumi  e  grandi 
idee.  Giunto  al  governo  della  Toscana  si  vide  a 
fronte  una  spaventevole  carestia,  che  minacciava 
la  perdita  de'suoi  cari  figli:  egli  vi  oppose  imbrac- 
cio forte,  e  fugando  l'empio  mostro  aprì  l'erario 
delle  beneficenze,  facendo  con  una  liberalità  ge- 
nerosa nascer  dallo  stesso  arido  suolo .  per  così 
dire,  il  frumento}  sacrificando  quanto  aveva  in 
benefizio  della  Toscana,  la  mantenne,  la  sollevò, 
ma  la  parte  indigente  d'un  regno  non  esiste  un  sol 
giorno,  ella  è  continua,  non  apparente.  Qui  dee 
dunque  dimostrarsi  lo  zelo  e  la  cura  di  un  sovrano, 
il  quale  non  altro  è  che  un  padre  dei  sudditi.  Leo- 
poldo conobbe  la  massima  e  fu  tale,  poiché  non 
si  contentò  d'aver  respinta  la  fame,  ma  trovò  i 
mezzi  perchè  i  poveri  avessero  in  lui  un  fonte 
perenne  di  acqua  vitale.  Le  fabbriche,  i  lavori,  il 
riattamento  degli  edilìzi,  l'apertura  di  nuove  stra- 
de, la  costruzione  di  chiese,  palazzi  e  ville  occu- 
parono braccia  infinite  per  mantenere  le  care  lo- 
ro famiglie,  e  per  altra  parte  aggiunsero  ornato, 
vaghezza  e  splendore  alla  Toscana  (7).  Esisteva- 
no nella  capitale  una  quantità  di  piccoli  spedali, 
capaci  per  conseguenza  di  pochi  malati,  e  man- 
canti di  tutti  quei  comodi  che  possono  aversi  in 
un  grande  spedale  ben  ordinato.  Leopoldo  che 
§enliva  un  vero  contento  nel  soccorrere  ai  biso- 


Jn,    1/92.     DEI  TEMPI   AUSTRIACI  CAP.  III.  l3l 

gni  dell'umanità,  soppresse  gli  altri,  eccetto  quel- 
lo dei  lionfratelli,  accrebbe,  ornò  ed  arrichì  i  tre 
principali, cioè  Parcispedale  di  santa  Maria  Nuova 
e  gli  spedali  degl'Innocenti  e  di  Bonifazio,  rifab- 
bricando questi  dai  fondamenti,  e  destinandone 
una  parte  ai  dementi  e  l'altra  agl'invalidi}  e  prov- 
vedutili di  tutti  i  comodi  occorrenti  di  medici,  di 
chirurghi,  e  d'inservienti  necessari,  fece  sì  che  i 
poveri  malati  fossero  meglio  assistitile  che  ai  loro 
mali  fossero  con  più  accuratezza  apprestati  i  soc^ 
corsi  dell'arte.  Il  pensiero  di  cose  tanto  utili  non 
lo  distoglieva  dal  cercare  anche  P  abbellimento 
della  città,  per  cui  con  tanta  munificenza  si  era- 
no adoprati  i  suoi  antecessori}  e  perciò  eresse  dai 
fondamenti  nuovi  edilizi,  abbellì  i  vecchi, aprì  nuo- 
vi passeggi,  ornò  la  loggia  delPOrcagna  con  sta- 
tue dialitico  scalpello,  e  sempre  cercando  di  uni- 
re Putile  al  bello,  le  sue  istituzioni  ed  i  suoi  la- 
vori meritarono  e  meritano  il  suffragio  universa- 
le  (8). 

g.  4-  Quanta  gratitudine  poi,  quanta  venera- 
zione non  dovranno  sempre  attestare  a  Pietro 
Leopoldo  gli  amatori  delle  storie  patrie,  delPeru- 
dizione  e  di  ciò  che  perpetua  gli  antichi  dritti  per 
la  istituzione  da  lui  fatta  dell'archivio  diplomati- 
co in  uno  dei  saloni  del  palazzo  degli  Uffizi!  In 
esso  a  pascolo  di  chi  li  apprezza,  ed  a  lode  di  chi 
provvide  a  tanto  bene,  trovansi  ben  140,000  per- 
gamene contenenti  i  tesori  delle  cose  del  medio 
evo,  e  tante  altre  notizie  importantissime  ai  pub- 
blici stabilimenti  ed  ai  particolari  interessi,  delle 
quali  i35,ooo  sono  stai»;  già  spogliate  ed  illustrate 


l3a  AVVENIMENTI    STORICI  Jtl,    1;92. 

da  quei  valentissimi,  a  cui  da  lui  e  dai  magnanimi 
suoi  successori  fu  affidata  la  cura  di  sì  vantaggiosa 
istituzione.  Fu  a  somma  lode  del  tìsico  Redi,  e  di 
Cosimo  III  de'Medici  che  in  Firenze  fosse  istitui- 
to un  gabinetto  di  fisica,  ma  Pietro  Leopoldo, ohe 
in  tempi  più  felici  poteva  a'  suoi  recar  vantaggi 
maggiori,  e  negli  esteri  destare  ammirazione,  am- 
pliandolo ed  in  più  adattato    luogo    trasportan- 
dolo, acquistò  appositamente  un  edilizio   presso 
il  palazzo  di  sua  residenza,  e  un  gabinetto  vi  aprì 
di  fisica  e  storia  naturale  da  fare  invidia  agli  stra- 
nieri: ed  affinchè  nulla  mancasse  a  corredare  si 
bella  impresa,  un  osservatorio  astronomico  vi  ag- 
giunse per  conservarvi  tutto  ciò  che  al  progresso 
della  fisica  avea  saputo  inventare  l'accademia  del 
Cimento,  ed  un  orlo  botanico  vi  piantò,  perchè 
riscontrar  si  potesse  in  natura  quanto  nel  gabi- 
netto trovavasi  figurato  con  veia  imitazione  del- 
l'arte. Grande   pure  fu  il  favore  ch'egli  accordò 
alle  arti  ed  agli  artisti;  e  di  ciò  sarà  monumento 
perpetuo  la  fabbrica  da  esso  alzata  nella  piazza 
di  san  Marco  per  aprirvi  un'accademia  di  belle 
arti,  la  quale  arricchita  da  lui  di  progevoli  mo- 
delli di  pittura  della  scuola  fiorentina,  e  di  scul- 
tura di  antico  scalpello,  fu  ancora  provvista  di 
maestri  di  disegno,  di  pittura  alla  scagliola,  d'in- 
cisione in  rame  ed    in  pietre  preziose,  ai  quali 
potesse  far  ricorso  chiunque  amasse  di  appren- 
dere le  arti.  Alla  pubblica  gallerìa,  aggiunta  una 
grandiosa  sala  appositamente  fabbricata,  vi  col- 
locò la  famiglia  della  JXiobe  acquistata   già  dai 
Medici,  composta  della  madre  con  dodici  figli , 


Atl.    1792.    DEI    TEMPI    AUSTRIACI  GAP.  III.  l33 

statue  di  sorprendente  bellezza,  non  tanto  per  la 
precisione  del  lavoro,  quanto  per  la  varietà  ed 
espressione  degli  atteggiamenti.  Queste  istituzio- 
ni, questi  lavori  ed  altri  di  minore  entità  prova- 
no abbastanza  che  Leopoldo  non  mancò  di  pro- 
muovere tutto  ciò  che  fosse  utile  a*suoi  sudditi, 
come  nel  fisico,  così  nel  morale;  né  avvi  ramo  di 
sociale  prosperità  che  da  lui  non  abbia  ricevuto 
valevole  incremento  (9). 

g.  5.  L'agricoltura  risorse,  le  campagne  fiori- 
rono, non  vi  è  angolo,  non  vi  è  punto  della  To- 
scana, in  cui  Leopoldo  non  spargesse  grazie  per 
promuoverla,  liberando  i  coloni  ed  i  coltivatori 
dagli  aggravi,  soggezione  e  pesi,  e  dando  loro 
amplia  libertà  per  far  triplicare  le  rendite  o  dei 
trascurati  o  degli  scarsi  terreni.  Egli  vi  concorse 
colle  maggiori  spese,  somministrando  grandi  som- 
me, ed  aprendo  in  favore  di  essa  tutti  i  tesori 
delle  reali  beneficenze.  Si  può  forse  dire  in  que- 
sta parte  che  T  esito  ha  eguagliato  e  forse  sor- 
passato il  sovrano  desiderio.  Convenne  poi  a  Leo- 
poldo il  frenare  gli  abusi,  richiamare  al  dovere  i 
propri  figli,  togliere  uh  rilassamento  nei  seguaci 
del  santuario,  e  di  cercare  la  purità  nella  eccle- 
siastica disciplina.  Vi  pose  la  mano,  lo  tentò,  ma 
non  ne  ottenne  quel  resultamento  ch'egli  bra- 
mava (10).  Licenziò  la  milizia  come  inutile  e  co- 
stosa. Avendo  egli  aboliti,  con  vistoso  scapito 
dell'erario,  gli  appalti  che  trovò  in  gran  numero 
nel  prender  le  redini  del  governo,  accrebbe  non 
ostante  le  pubbliche  rendite,  mentre  alleggerì  i 
pesi  del  popolo,  e  per  conseguire  un  tale  intento 

SU   Tose.   Tom.  11.  12 


l34  AVVENIMENTI  STOBlCl  ^/l.   1792. 

rivolse  le  sue  cure  al  debito  pubblico.  Ed  in  fatti 
nel  1 76^  ascendeva  il  medesimo  alla  somma  di 
87  millioni  e  mezzo  di  lire,per  cui  si  pagava  l'an- 
nuo interesse  di  due  millioni  e  160  mila  lire. 
Colla  vendita  degli  stabili  appartenenti  alle  regie 
e  pubbliche  amministrazioni,  ed  alle  comunità  e 
luoghi  pii,  iVeslinse  a  poco  a  poco  la  somma  di  67 
millioni,  dimodoché  pei  residuali  venti  millioni  lo 
stato  non  rimase  gravato  che  di  un  annuo  peso 
di  seiceut  ornila  lire  (11). 

g.  6.  Si  \ide  in  Leopoldo  il  savio  legislatore  ed 
il  buon  sovrano,  ma  per  la  verità  bisogna  dire  che 
la  sua  condotta  non  fu  scevra  di  contradizioni.  Im- 
perocché mentre  intraprendeva  ad  eseguire  gran- 
diosi sistemi,  era  poi  molto  dedito  ai  piccoli  det- 
tagli, e  volea  conoscere  a  fondo  la  condotta  di 
ciascun  suddito:  due  mali  da  ciò  ne  avvennero, 
poiché  in  primo  luogo  le  grandiose  idee  davan 
luogo  a  molti  progettisti  di  entrare  nelle  grazie 
del  granduca,  dal  quale  avidamente  veniano  a- 
scoltati.  La  brama  poi  di  conoscere  interamente 
la  condotta  dei  sudditi  dette  luogo  allo  spionag- 
gio, che  in  gran  timore  e  cautela  tenea  tutti  i  to- 
scani, poiché  ben  sapevano,  o  almeno  di  sapere 
credevano,che  nulla  asconder  si  potesse  alla  vigi- 
lanza degli  esploratori,  dai  quali  al  granduca  tut- 
to veniva  riferito  (12),  per  cui  sentissi  chiudere 
un  satìrico  sonetto  con  questo  verso 

Ti  son  le  ignude  voci  anco  interdette  (i3). 

Certo  è  tuttavia  che  per  quanto  disgustoso  questo 


uin.    M92.     DEITEMPIAUSTBIACICAP.III.  l35 

metodo  esser  potesse,  pure  l'effetto  ne  fu  che  i 
delitti  erano  divenuti  rarissimi,  ed  il  codice  cri- 
minale molto  mite  del  granduca,  senza  alcun  ri- 
schio potetf  esser  posto  in  esecuzione  con  gran 
lode  di  lui  non  solo  nei  suoi  stati,  ma  nell'Euro- 
pa tutta  (14). 

g.  7.  Prima  di  Leopoldo  le  leggi  di  Toscana 
erano  parziali, intrigate,  incomode, improvide,  sic- 
come quelle  che  parte  erano  state  fatte  ai  tempi 
della  repubblica  di  Firenze,  tumultuaria  sempre, 
piena  di  umori  di  parti,  e  parte  fatte  dopo,  ma 
non  consonanti  colle  antiche,  le  quali  tuttavia 
sussistevano:  altre  ancora  erano  per  Firenze,  al- 
tre pel  contado:  queste  per  Pisa,  quelle  per  Sie- 
na, poche  o  nessune  generali.  Sorgevano  incer- 
tezze di  foro,  contese  di  giurisdizione,  lunghez- 
ze d"*  affari ,  con  tacersi  per  istanchezza  dei 
poveri ,  un  procrastinare  a  posta  dei  ricchi,  in- 
giustizie facili,  rui-ne  di  famiglie,  rancori  inevi- 
tabili (i5).  Erano  altresì  le  leggi  criminali  crudeli 
o  insufficienti*,  un  commercio  mal  favorito,  una 
agricoltura  non  curata,  un  suolo  pestilenziale 
nelle  maremme,  possessioni  mal  sicure,  coloni 
poveri,  debito  pubblico  grave,  dazi  onerosissimi. 
Ma  uopo  le  novità  di  Leopoldo  fu  in  Toscana  una 
vita  felicissima-,!*  costumi  non  solo  buoni  ma  gen- 
tili:, i  delitti  rarissimi,  né  sittoslo'  commessi  che 
puniti*,  le  prigioni  vuote,  ed  ogni  cosa  in  tiore. 
Cosi  questa  provincia  che  già  dato  aveva  al  mon- 
do tanti  buoni  esempi,  venuta  in  potestà  d'un 
principe  umanissimo,  dette  ancor  quello  di  un 
corpo  di  leggi  temperato  in  modo  che  né  il  go- 


l36  AVVENIMENTI    STORICI  Ari.    1792. 

verno    maggior  sicurezza,   né  i  popoli  poteano 
maggior  felicità  desiderare  (16). 

g.  S.  É  da  sapersi  in  olire  che  alquanto  prima 
della  rivoluzione  francese  Pietro  Leopoldo  volea 
dare  alla  Toscana  una  fondamenta!  costituzione, 
il  testo  della  quale  fu  disteso,  ed  il  granduca  me- 
desimo che  in  gran  parte  faveva  ideato,  e  in  par- 
te postillato  intieramente  lo  approvò,  e  di  già  era 
passato  alla  segreterìa,  quando  egli  partì  per  Vien- 
na ad  occupar  quel  trono.  Dalle  leggi  qui  enun- 
ciate non  si  può  fare  a  meno  di  riconoscere  che 
molte  di  esse  erano  al  certo  dirette  al  piano  di 
quella  costituzione.  Per  esempio  i  regolamenti 
comuni  tal  ivi,  lo  scioglimento  del  debito  pubbli- 
co, la  truppa  civica,  la  separazione  del  patrimo- 
nio della  corona  da  quello  dello  stato  e  dal  pa- 
trimonio privato,  l'ordine  di  arringare  pubblica- 
mente avanti  ai  giudici,  e  motte  altre,  che  tutte 
preparavano  una  nuova  costituzione  al  suo  stato. 
Anche  nei  grand^uoraini  spesse  volte  scorgonsi 
delle  contradizioni,  ed  in  vero  Pietro  Leopoldo 
non  ne  era  esente;  poiché  moltissima  religione 
dimostrava,  che  al  bigottismo  alcune  volte  acco- 
starsi parea,  pure  grandissimamente  mal  menava 
la  corte  di  Roma  ed  i  frali.  Grandissima  premura 
ed  attaccamento  dimostrava  per  la  consorte  e  la 
famiglia,  pure  molto  dedito  al  bel  sesso,  non  solo 
alimentava  degli  occulti  amori,  ma  qualche  favo- 
rita ancora  pubblicamente  trattava .  Opera  dei 
tutto  nuova  e  di  un  rispettabile  esempio  per  lutti  i 
governanti  fu  quella  del  conto  reso,  imperocché 
leggendo  quello  soltanto  ed  esaminandolo  si  co- 


~An.   1792.     DE!  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  III.  iZj 

nosce  il  principe  che  nulla  più  ebbe  a  cuore  che 
il  bene  del  suo  stalo,  e  la  felicità  dVsuoi  suddi- 

u(I7). 

§.  9.  A  chiudere  di  lui  ogni  racconto  basti  que- 
sto scritto,  col  quale  egli  annunziando  ai  toscani 
il  successore,  da  loro  congedavasi  dopo  averli  go- 
vernati per  quasi  25  anni.  „  Avendo  io,  a  tenore 
dell'atto  stipulato  in  Vienna  il  dì  21  di  luglio  del 
i790,rinunziato  la  sovranità  della  Toscana  al  raio 
figlio  Parciduca  Ferdinando,  e  terminando  il  mio 
governo  dal  giorno  della  pubblicazione  dell'atto 
medesimo,  ho  credulo  di  dovere,  ed  insieme  di 
giustizia  di  dare  al  militare,  alla  nobiltà,  alla  cit- 
tadinanza, al  ceto  degli  impiegati,  ai  capi  dei  di- 
partimenti, e  nominatamente  al  consiglio  di  reg- 
genza, ed  indi  a  tutta  intiera  la  nazione  e  popolo 
toscano  un  pubblico  contrassegno  del  mio  parti- 
colar  gradimento,  riconoscenza  e  gratitudine  per 
l'attaccamento  che  hanno  dimostrato  alla  mia 
persona,  quanto  ancora  per  lo  zelo,  premura  e 
buona  volontà,  con  cui  è  stato  dagli  impiegati 
contribuito  costantemente  alla  buona  riuscita  di 
quanto  è  stato  operato  nel  tempo  del  mio  gover- 
no. Con  questa  persuasione  mi  lusingo  ancora, 
che  dagli  effetti  ognuno  sarà  rimasto  persuaso, 
che  ben  hwgi  dall'avere  avuti  fini  secondarli,  ed 
oggetti  particolari,  tutte  le  pene  che  mi  son  dato 
sono  state  sempre  dirette  al  pubblico  vantaggio, 
ed  all'adempimento  de'miei  doveri.  È  vero  ehe 
sono  state  le  mie  cure  largamente  ricompensai* 
dallo  zelo  e  premura  del  ministero  e  del  pubbli- 
co, il  quale  si  e  interessato  alla  felice  1  iuscilu  del- 


l38  AVVENIMENTI  STORICI  Art.    1792. 

le  mie  operazioni,  rna  quesf  appunto  mi  porge 
tutto  il  motivo  a  sperare  che  il  mio  figlio,  al  quale 
non  ho  tralasciato  d'inculcare  gli  stessi  sentimen- 
ti, troverà  pure  in  ogni  celo  quell'attaccamento, 
affetto  e  docilità  che  formano  il  carattere  della 
nazione  (18)  „. 

g.  10.  Ferdinando  III*aveva  venlun*  anno 
quando  la  partenza  di  suo  padre  per  Vienna  pose 
lo  scettro  della  Toscana  nelle  di  lui  mani.  Tutta- 
via non  assunse  il  litolodi  granduca  che  quattro 
mesi  dopo  un  tale  avvenimento.  La  sua  educazio- 
ne solto  la  guida  del  marchese  Manfredini  era 
stala  perfetta,  almeno  in  lutti  quei  rapporti  che 
formar  possono  un  principe  virtuoso,  illuminalo 
e  pacifico.  Può  darsi  che  sarebbe  stato  più  accon- 
cio di  negliger  meno  in  esso  l'educazione  milita- 
re, poiché  vicini  ad  un'epoca,  in  cui  la  spada  sta- 
va per  risolvere  tutte  le  questioni.  Ma  un  tale 
abbaglio  fu  quello  puranche  di  parecchie  altre 
case  regnanti.  I  due  o  tre  primi  anni  del  regno 
di  Ferdinando  trascorsero  in  una  specie  di  tran- 
quillità (19),  poiché  non  dipartendosi  mai  da'con- 
sigli  del  padre  ordinò  un  codice  civile  toscano  al- 
l'insigne giureconsulto  Giovanni  Maria  Lampredi. 
invitando  a  concorrere  a  opera  così  utile  tutti  i 
magistrali  del  granducato.  Fino  dal  1781  Pietro 
Leopoldo  aveva  ordinata  una  riforma  nella  am- 
ministrazione delle  dogane*  ma  non  essendo  an- 
cora perfettamente  eseguita,  pensò  il  di  lui  figlio 
a  perfezionarla,  e  stabilita  una  gabella  unica  ed 
una  tariffa  generale  ,  rendette  più  regolare  la 
dilezione  di  esse.  Desideroso  poi  di  non  trovarsi 
*    Ved.   tav.  CXLVH,  N.*  6. 


Ali.    1/92.    DEI  TEMPI    AUSTRIACI    CAP.  111.  i39 

senza  pane  da  spezzare  ai  suoi  popoli  nei  dolo- 
rosi tempi  di  carestìa  ,  dalla  quale  era  minac- 
ciato Io  stato,  reputò  cosa  utile  proibire  lustra- 
zione dei  generi  frumenlari  dal  suolo  toscano, 
e  ristabilì  gli  uffiziali  dell'1  annona  e  delle  gra- 
sce (2.0).  Raltemprando  il  rigore  delle  leggi  sen- 
za adottare  un  partito  contro  il  vescovo  Ricci, 
seppe  assopire  le  dissenzioni,  alle  quali  le  bizzar- 
re sediziose  riforme  di  quel  prelato  avean  data 
causa  (21). 

g.  11.  Ferdinando  sempre  animato  dallo  spi- 
rilo di  moderazione,  avrebbe  voluto  conservare, 
durante  la  guerra  che  andavasi  preparando  con- 
tro la  rivoluzione  francese,  una  perfetta  neutra- 
lità, e  conservolla  per  qualche  tempo  nel  1792, 
ir  che  vuoisi  attribuire  in  parte  a  saviezza  ed 
in  parte  a  necessità,  poiché  senza  fortezze,  senza 
baloardi  di  veruna  sorte,  non  avendo  allora  per 
esercito  che  alcune  centinaia  d'uomini,  la  fortu- 
nata Toscana  rischiava  soltanto  di  perdere  pren- 
dendo le  armi.  Il  granduca  operò  quindi  di  buon 
senno  nel  resistere  lunga  pezza  ai  tentativi  del 
gabinetto  austriaco,  e  particolarmente  di  quello 
degfinglesi  per  trascinarlo  nella  colleganza.  Tal 
sua  resistenza  era  sincera,  e  benché  di  sovente  i 
giornali  ed  i  club  francesi  rimbombassero  o  a  ra- 
gione o  a  tolto  di  querimonie  contro  gli  oltraggi. 
le  ingiustizie  e  le  espoliazioni  a  cui  si  vedevan  sog- 
getti i  francesi  in  Toscana,  tuttavìa  nessuna  po- 
tenza neutra  della  penisola  italica  ispirava  alla 
convenzione  nazionale  maggior  tìducia  del  gran- 
duca di  Toscana.  Al  tempo  delle  conlese  origi- 


l40  AVVENIMENTI    STORICI  Aìl.    1793. 

nate  dall'assassinio  di  Basville  in  Roma,  Ferdi- 
nando credette  di  poter  offerire  al  santo  padre 
la  sua  mediazione,  ma  Pio  VI  no>i  l'accettò  (22). 
J.  12.  Il  16  gennaio  ricevette  il  granduca,co- 
me  inviato  della  convenzione  nazionale,  La-Flot- 
le.  altra  volta  incaricato  daffari  per  Luigi  XVI  a 
Firenze,  e  fu  in  tal  guisa  il  primo  di  tutti  i  sovra- 
ni europei  a  riconoscere  la  repubblica  francese 
„ alla  quale,  esclamò  egli,  siamo  sodisfaltissimi  di 
poter  dar  delle  prove  della  nostra  scrupolosa  e- 
sattezza  in  osservare  la  più  stretta  neutralità  „. 
Cinque  giorni  dopo  la  testa  di  Luigi  XVI  balzò 
sul  palco.  L'ambasciatore  britannico  lord  Hervey 
non  mancò  di  notare  siffatta  circostanza  in  alcu- 
ne note  diplomatiche,che  contro  ogni  convenien- 
za andarono  poi  pubblicate  col  mezzo  dei  gior- 
nali, ed  ove  biasima  vasi  amaramente  il  granduca 
di  fornire  dei  soccorsi  alle  urgenze  del  nemico 
comune.  La  risposta  da  darsi  era  semplicissima: 
questi  soccorsi  risultavano  dal  sistema  medesimo 
di  neutralità.  I  francesi  col  mezzo  pecuniario  tro- 
varono nella  Toscana  e  granaglie  ed  altre  merci; 
i  collegati  potevano,  sotto  le  medesime  condizio- 
ni, provvedersi  di  eguali  derrate.  Un  altro  agente 
diplomatico,  V  incaricato  degli  affari  esteri  per 
la  Russia,  non  sapea  darsi  pace  che  Ferdinando 
proibisse  la  pubblicazione  nelle  gazzatte  toscane 
del  manifesto  di  Caterina  III  contro  „  i  mostri 
che  per  il  danno  universale  possedevano  in  Fran- 
cia il  potere  „  mentre  permetteva  pubblicamente 
lo  smercio  nella  sua  capitale  della  costituzione 
francese. 


An.    1793.    DEI  TEMPI   AUSTRIACI    GAP.  III.  \^  I 

£  i3.  Del  resto  seguendo  gli  usi  consue- 
ti delle  persone  di  corle  e  degli  esperti  nella  de- 
mocrazìa^ il  granduca  non  era  biasimato  diretta- 
mente, ma  ogni  cosa  veniva  imputata  al  falso  si- 
stema del  suo  ministro  Manfredini.  Il  fatto  sta 
che  il  granduca  teneva  tanto  per  i  francesi,  quan- 
to il  Manfredini,  e  mentre  facevasi  a  disapprova- 
re e  colle  parole  e  nel  suo  interno  il  procedimen- 
to sanguinario  della  rivoluzione,  considerava  poi 
per  cosa  impossibile  e  pericolosissima  all'angusta 
Toscana  di  andare  a  chiudere  il  passaggio  alla  la- 
va, o  di  spengereil  vulcano.  Uno  scambio  di  note 
ebbe  luogo  tra  esso  e  l'ambasciatore  inglese.  Her- 
vey  chiedeva  quasi  imperativamente  de^sussidii per 
l'alleanza,  e  il  granduca,  con  uno  scritto  conse- 
gnato dal  senatore  Serristori,  rinnovava  il  suo  vo- 
to di  stretta  neutralità.Tuttavia  la  forza  delle  cose 
pareva  insensibilmente  trascinarvelo:Ia  neutralità 
rimetteva  della  sua  strettezza.  L'Inghilterra  pro- 
cacciavasi  di  giorno  in  giorno  maggiori  utili  dalla 
Toscana:  signora  assoluta  nel  porto  di  Livorno  e- 
seguiva  un  manupolio  di  fatto,  vantaggioso  al  suo 
commercio  ed  alla  sua  corrispondenza-  e  quando 
Tolone  fu  per  essere  espugnatoci  gabinetto  di  Fi- 
renze determinossi  d'entrare  nell'alleanza  anti- 
francese \  ma  però  sempre  prudente  volle  far 
mostra  agli  occhi  di  tutti  di  cedere  alla  sola  for- 
za (a3). 

g.  14.  Nel  mese  di  settembre  Lord  Hervey 
giunse  a  significare  che  la  Gran  Brettagna  esige- 
va perentoriamente  l'allontanamento  del  ministro 
La-Flotte,  l'espulsione  dei  francesi,  la  punizione 


i4a  AVVENIMENTI   STORICI  An.  1793. 

degl'italiani  rivoluzionari,  l'interruzione  di  qua- 
lunque commercio  tra  la  Toscana  e  la  Francia, 
aggiungendo  che  in  caso  di  rifiuto  o  di  tergiver- 
sazione per  parte  del  granduca,  le  forze  navali  di 
Inghilterra  unitamente  ad  una  squadra  spagnuola 
verrebbero  incaricate  della  realizzazione  di  siffat- 
te misure.  E  siccome  il  granduca  andava  tempo- 
reggiando, le  forze  navali  si  unirono  effettiva- 
mente, ed  agli  8  d'ottobre,  quando  lord  Hood  colla 
sua  squadra  si  vide  in  istato  di  agire,  Hervey  in- 
timò al  principe  di  decidersi  entro  ventiquatt'ore 
alla  rottura  colla  Francia  ,  sotto  pena  di  veder 
bombardare  Livorno,  e  d' eseguire  uno  sbarco 
nella  Toscana.  Ferdinando  III  dopo  aver  raccolto 
il  suo  consiglio,  non  scoprendosi  quanto  all'ac- 
costarsi alla  lega  ed  a  romper  guerra  alla  Fran- 
cia, chiese  una  dichiarazione  scritta,  chMIervey 
non  stette  in  forse  di  rimettergli.  Il  dì  seguente 
9  d'ottobre  il  ministro  La-Flotte  fu  invitato  a  la- 
sciare gli  stati  toscani  con  tutti  i  suoi  aderenti,  e 
l'Inghilterra  trasformò  la  Toscana  in  una  delle 
sue  stazioni  navali  (24).  0  tuono  impetuoso  del 
ministro  inglese,  e  le  pretese  sempre  maggiori  dei 
suoi  agenti  increbbero  dopo  non  multo  al  gran- 
duca, nello  stesso  tempo  che  l'ostinata  resistenza 
della  convenzione  verso  la  fine  del  1793,  e  nel 
corso  dell'anno  seguente,  tornava  per  esso  a  fare 
un  problema  della  caduta  della  repubblica.  E  per- 
ciò, malgrado  il  suo  ministro  degli  affari  esteri, 
cavalier  Serrati ,  il  quale  non  vedeva  per  altri 
occhi  che  per  quelli  degl'inglesi,  egli  non  sodi- 
sfece a  tutti  i  desideri  dei  suoi  potenti  alleatilo). 


^rt.    1795.       DEITEMP1AUSTRIACICAP.1II.  1$3 

Intanto  il  granduca  revocò  l'affrancazione  della 
tassa  di  redenzione  per  togliere  gli  ostacoli  che  si 
incontravano  per  il  riordinamento  del  catasto  io 
Toscana  (26).  I  francesi  stabiliti  in  questa  pro- 
vincia,che  non  porgevano  motivo  a  doglianze  con- 
tro di  essi,  furono  lasciati  in  pace. 

g.  i5.  Le  vittorie  dei  repubblicani  su  i  monti, 
che  davano  probabilità  ch'eglino  avessero  presto 
ad  invadere  Tltalia,  aveano  indotto  il  granduca 
di  Toscana  a  far  nuove  deliberazioni  e  spedire  a 
Parigi  il  segretario  del  suo  consiglio  Neri  Corsi- 
ni (27),  affine  di  trattare  accordo  colla  repubblica 
francese,  e  tornarsene  a  quella  condizione  di  neu- 
tralità, dalla  quale  forzatamente,  e  solo  colfaver 
licenziatoli  ministro  di  Francia,  s'era  allontanato. 
Aveva  sempre  il  granduca,  in  mezzo  a  tutti  quei 
bollori,  conservato  l'animo  pacato  e  lontano  da 
quegli  sdegni  che  oscuravano  le  menti  degli  altri 
sovrani  rispetto  alle  cose  di  Francia,  non  già 
ch'egli  approvasse  l'esorbitanze  commesse  in  quel 
paese, che  anzi  le  aborriva,  ma  si  avvisava  che  fi- 
no a  tanto  che  i  repubblicani  si  lacerassero  fra  di 
loro  colle  parole  e  coi  fatti,avrebbe  lasciato  quie- 
tare altrui,  e  che  il  combatterli  sarebbe  stato  ca- 
gione che  si  riunissero  a' danni  di  chi  esser  volea 
più  padrone  in  casa  loro  ch'essi  medesimi.  Ma 
poiché,  senza  colpa  sua  e  pei  cattivi  consigli  d'al- 
tri, i  francesi  non  che  fossero  vinti  avevan  vinto 
altrui,  così  quella  sede  d'Italia  che  da  tanti  anni 
vedevasi  immune  dagli  strazi  di  guerra,  era  vi- 
cina a  sentire  le  sue  percosse.  Parea  ragionevole 
che  il  granduca  s'  accostasse  a  quelle  delibera- 


l44  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.   1795. 

zioni  che  i  tempi  richiedevano,  e  che  erano  con- 
formi sì  alla  natura  sua  quieta  e  dolce,  e  sì  agli 
interessi  della  Toscana.  Quello  dunque  che  la  na- 
tura ed  una  moderata  consuetudine  davano,  vol- 
le il  governo  confermare  col  fatto:  la  memoria 
del  buon  Leopoldo  operava  in  questo  efficace- 
mente. Oltre  a  ciò  il  porlo  di  Livorno  era  dive- 
nuto il  principale  emporio  del  commercio  del 
Mediterraneo,  poiché  erano  chiusi  dalla  guerra 
quei  di  Francia,  di  Genova  e  di  Napoli.  Quivi- con- 
correvano gl'inglesi  col  loro  numeroso  naviglio 
sì  da  guerra  cha  da  traffico:  quivi  i  francesi  ed  i 
genovesi  che,  o  sotto  nome  proprio  o  sotto  nome 
di  neutri,  facevano  il  loro  traffico,  massimamente 
di  frumenti,  che  trasportavano  nelle  province  me- 
ridionali della  Francia.  Levavano  gl'inglesi  gran- 
dissimi rumori  per  cagione  di  questi  aiuti  procu- 
rati dalla  neutralità  di  Livorno,  ma  il  granduca 
preferendo  grinleressi  propri  a  quelli  d^  altrui, 
non  si  lasciava  svolgere  e  sempre  si  dimostrava 
costante  nel  non  voler  serrare  i  porti  ai  repubbli- 
cani.Wè  contenti  di  questo,  con  molta  temperanza 
procedendo,  ordinò  che  fossero  aperti  i  tribunali 
ai  francesi,  e  venisse  fatta  loro  buona  e  sincera 
giustizia  secondo  il  diritto  e  l'onesto.  Avendo  poi 
anche  udito  che  alcun?  falsavano  la  carta  moneta 
di  Francia  ,  dette  ordine  acciò  sì  infame  fraude 
cessasse,  e  ne  fossero  gastigati  gli  autori  (28}. 

g.  16.  Ma  divenendo  ognora  più  imminente 
il  pericolo  d**  Italie,  pensò  il  granduca  che  fos- 
se ormai  venuto  il  tempo  di  confessare  aperta- 
mente quello  che  già  eseguiva  con  tacita  mode- 


An.      1795.    DEI  TEMPI   AUSTRIACI    CIP.  III.  l./{5 

razione,  sperando  ài  meglio  stabilire  in  tal  modo 
la  quiete  e  la  sicurtà  di  Toscana.  Per  la  qual 
cosa  si  deliberò  di  mandare  un  uomo  apposta  a 
Parigi,  affinchè  fra  i  due  stati  si  rinnovasse  quel- 
la pace  che  più  per  forza  che  per  deliberazione 
volontaria  era  stata  interrotta.  Ed  in  effetto  non 
andò  mollo  che  il  conte  Carletti  recossi  incarica- 
to de'suoi  poteri  da  trattare  col  comitato  di  salu- 
te pubblica.  La  scelta  di  questo  inviato  dovea  riu- 
scire tanto  più  gradita  alla  convenzione,  in  quan- 
tochè  il  Carletti  detestava  gl'inglesi;  ed  avea  avuto 
con  Hervey  una  questione  ch'era  poi  terminata 
in  un  duello.  Molte  furono  le  querele  che  si  fe- 
cero iti  quei  tempi  di  questa  risoluzione  e  della 
scella  del  Cartelli.  Coloro  a  cui  piaceva  più  la 
guerra  che  la  pace  chiamarono  il  conte  giacobino, 
e  per  poco  stette  che  non  chiamassero  giacobino 
anche  il  granduca.  Quello  che  fece  per  solo  amore 
dei  sudditi  Ferdinando  ILI  il  fecero  altri  principi 
assai  più  potenti  di  lui.  iVIa  era  fatale  che  in  quel- 
la volubilità  cle'governi  francesi  quesf  atto  del 
granduca  non  preservasse  la  Toscana  dalle  cala- 
mità comuni,  perchè  vennero  tempi  nei  quali  la 
forza  e  la  malafede  ebbero  il  predominio, e  l'inno- 
cenza divenne  allettamento  e  non  scudo  (29). 

§.  17.  I  repubblicani  fecero  al  conte  Carletti 
grandissime  accoglienze  non  solo  per  acquistar 
miglior  fama,  ma  anche  per  allettare  aldi  principi 
a  negoziare  con  quel  governo  insolito  e  terribile. 
Debole  era  il  granduca  a  comparazione  di  Fran- 
cia, ma  era  pe*  francesi  di  non  poco  momento 
che  un  principe  d'Europa  riconoscesse  quel  nuovo 

òt.   Tose.   Tom.  11.  13 


l46  AVVENIMENTI     STORICI  An  .    1795. 

reggimento,  e  concludesse  un  accordo  con  lui, 
perchè  superala  quella  prima  repugna nza  si  do- 
vea  credere  che  altre  potenze,  seguitando  l'esem- 
pio di  Toscana,  si  sarebbero  più  facilmente  con- 
dotte a  fare  accordo  ancor  esse.  Per  lo  che  fu  udito 
con  facili  orecchie  il  conte  a  Parigi,  ed  appena 
introdotti  i  primi  negoziati,  fu  concluso  il  9  febbra- 
io tra  la  Francia  e  la  Toscana  un  trattalo  di  pace  e 
d,amicizia(3o),  pel  quale  il  granduca  rivocava  ogni 
atto  di  adesione,consenso  od  accessione  che  avesse 
potuto  fare  colla  lega  armata  contro  la  repubblica 
francese,  e  la  neutralità  della  Toscana  fu  restitui- 
ta a  quella  condizione  in  cui  era  il  di  8  ottobre 
del  1793.  Giunte  in  Toscana  le  novelle  della  con- 
clusionedel  trattato, si  rallegrarono  grandemente 
ipopoli,  massime  i  livornesi,  per  l'abbondanza  del 
traffico,e  con  somme  lodi  celebrarono  la  sapienza 
del  granduca,  il  quale  non  essendosi  lasciato  tra- 
sportare agli  sdegni  d'Europa^  solo  mirando  alla 
felicità  dei  sudditi,aveva  loro  acquistato  un  quieto 
vivere  ed  uno  stato  sicuro.  Si  bandi  la  pace  pub- 
blicamente colie  solite  forme,  ma  a  suon  di  canno- 
ni in  Livorno,  e  al  cospetto  dell'armala  inglese 
che  quivi  avea  le  sue  stanze.  Pubblicò  Ferdinan- 
do, che  la  Toscana  non  doveva  ingerirsi, nelle 
turbolenze  d1  Europa,  perchè  non  fidava  la  sua 
integrità  e  salute  alla  preponderanza  di  alcuno  fra 
i  principi  in  guerra,  ma  bensì  al  dritto  delle  gen- 
ti, ed  alla  fede  dei  trattati.  Imperocché  non  avea 
mai  dato  motivo  ad  alcuno  di  offenderla,  ma  era 
stata  imparziale  e  neutrale,  giusta  la  legge  fon- 
damentale del  granduca,  pubblicata  nel  1778  dal- 


Alt»    1795.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  III.  1 47 

la  sapienza  di  Leopoldo.  Era  pubblicamente  no- 
to all'Europa  come  e  quando  il  principe  ne  fosse 
stato  violentemente  per  una  estrema  forza  svolto, 
e  con  tutto  ciò  non  aver  altro  tollerato  il  grandu- 
ca sennonché  il  ministro  di  Francia  si  allonta- 
nasse dalle  terre  di  Toscana:  ed  avendo  conosciu- 
ta la  nazione  francese,  perciò  la  Toscana  colla 
conclusione  del  nuovo  trattato  era  stata  reinte- 
grata di  quei  beni  che  per  forza  gli  erano  stati 
tolti,'  per  la  qual  cosa  Ferdinando  voleva  e  ordi- 
nava che  si  eseguisse  il  trattato,  e  si  osservasse 
l'editto  di  neutralità  del  1778. 

g.  18.  Perchè  poi  i  buoni  uffizi  conservassero 
quello  che  la  sapienza  aveva  accordato,  Ferdinan- 
do spedì  nuovamente  il  conte  Carletti  suo  mini- 
stro plenipotenziario  in  Francia  .  Introdotto  il 
conte  al  cospetto  della  convenzione  nazionale  dis- 
se essere  stalo  mandato  dal  granduca  affine  di 
ristabilire  la  neutralità  preziosa  al  governo  tosca- 
no. Allora  il  presidente  con  magnifico  discorso 
rispose  aver  prese  in  vero  le  armi,  non  col  desi- 
derio della  conquista, ma  con  quello  della  sua  in- 
dipendenza, intendendo  d'esser  libero  e  di  rispet- 
tare i  governi  altrui.  Piacendogli  poi  la  toscana 
moderazione,  le  cure  avute  dei  perseguitati  e  le 
dimosl razioni  amichevoli  del  suo  grauduca, accor- 
dava alla  Toscana  lutto  ciò  che  offrivagli  quell'in- 
viato in  di  lei  nome  (3 1).  Finalmente  la  cerimonia 
si  terminò  con  fraterni  abbracciamenti,  ma  una 
nube  si  sollevò  dopo  aualche  giorno.  La  figlia  *li 
Luigi  XVI  stava  per  dipartirsi  dal  tempio,  ed  il 
Carletti  impetrò  dal  ministro  dell'interno  il  per- 


i48  AVV&Nìtfr-NTl     STORICI  An.  1795. 

nesso  di  presentare  i  suoi  doveri  all'illustre  pri- 
gioniera. Quest'omaggio  di  convenienza  spiacque 
al  direttorio,  e  rinviato  toscano  ricevette  Tordi- 
ne  di  dover  tantosto  abbandonare  la  Francia.  Pe- 
rò nel  decreto  del  direttorio  stava  dichiarato  che 
un  tal  contrassegno  della  indignazione  nazionale 
non  ricadeva  che  sopra  il  solo  conte,  ed  in  verun 
modo  andava  a  ferire  il  suo  padrone  col  quale  la 
repubblica  desiderava  di  nonavere  che  delle  ami- 
chevoli relazioni  (3a). 

g.  19.  Fu  di  mestieri  a  Ferdinando  il  mostrarsi 
sodisfatto  di  siila!  te  proteste,  e  disapprovare  il 
conlegno  del  suo  inviato,  in  luogo  del  quale  spedì 
cjon  Pieri  Corsini  nel  gennaio  del  17^6.  Alquanti 
mesi  dopo  il  generale  in  capo  dell'armata  francese 
in  Italia,  Napoleone  Bona  parte,  era  il  padrone  di 
tutta  l'Italia  superiore.  Quantunque  la  condotta 
di  Ferdinando  non  fosse  riuscita  ostile  ai  france- 
si dopo  il  trattato  del  179S,  e  sebbene  avesse 
più  che  adempito  ai  doveri  della  sua  neutralità 
col  dare  agli  emigrati  d£  Francia  l'ordine  di  usci- 
re dai  suoi  stati,  pure  la  di  lui  condiscendenza 
noi  poteva  garantire  interamente  dagP inconve- 
nienti della  guerra,  ftonaparte  troppo  destro  e 
troppo  ambizioso  per  fermarsi  a  mezza  via,  mal 
poteva  accomodarsi  della  sola  neutralità:  volea  che 
tutti  parteggiassero  per  esso  lui,  e  che  tutti  da  lui 
dipendessero.  GT inglesi  procedevano  nella  stessa 
guisa,e  Livorno  ormai  caduto  quasi  intieramente 
nelle  loro  mani,  valeva  a  meraviglia  pe'loro  proget- 
ti. Agli  occhi  del  generale  Francese  importava  anzi 
tutto  d'imporre  un  leonine  alla  loro  onnipotenza 


Art.    1396.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI   CAP.    llf.  1/^9 

in  quei|)orto*  Non  già  che  agli  occhi  di  Bona  par- 
te fosse  buon  consiglio  di  obbligare  il  granduca 
di  Toscana  con  vessazioni  di  sommo  pregiudizio^ 
ma  ciò  ch'egli  pretendea,  erano  le  vessazioni  van- 
taggiose, cioè  Livorno,  pecunia  ed  influenza  de- 
cisiva nella  Toscana;  di  maniera  cbe  nelle  sue 
lettere  spedite  al  direttorio  francese  soleva  scri- 
vere „  La  politica  della  repubblica  verso  il  gran- 
duca è  detestabile  (33)  m 

g<  io.  Correva  voce  da  lungo  tempo  che  Tar- 
mata francese  nel  procedere  sopra  Roma  stava 
per  entrare  in  Firenze,  e  già  Bonaparte  avea  ra- 
dunata una  divisione  di  truppe  sotto  gli  ordini 
di  Vaubois,e  quindi  rapidamente  diretta  a  Pistoia. 
Il  granduca  spedi  subito  il  Manfredini  ed  il  prin- 
cipe Corsini  al  suo  alloggiamento  per  dar  opera 
a  farlo  cambiare  di  determinazione.  „  La  To- 
scana, dicevano  essi,  ha  negato  il  passaggio  alle 
truppe  papali  e  napoletane,  come  potrebb'ella 
concederlo  alle  truppe  francesi? «Bonaparte  tìnse 
allora,  quasi  riguardo  al  ministro,di  modificare  gli 
ordini  ricevuti,  ma  a  condizione  che  avrebb'oc- 
cupato  Pisa,  Una  carta  dell1  Italia  stava  spiegata 
innanzi  agli  interlocutori  „  eccovi,  dicea  Bona- 
parte, qui  ogni  via  è  buona  per  condurmi  a  Ro- 
ma, ma  io  anderò  per  Pisa,  e  farò  un  gomito, co- 
me questo  „  e  in  cosi  dire  poggiava  il  gomito 
sopra  Livorno,  accennando,  ma  senza  nulla  pro- 
nunziare, (jual  fosse  il  gomito,  eh"1  e^li  meditava 
di  l'are.  Il  marchese,  quantunque  consumato  nelle 
scaltrezze  diplomatiche,  non  seppe  comprender 
quella,  ed  ali  io  non  vide  nel  gesto  di  Bonaparte 


l5o  AVVEDIMENTI     STORICI  Ali.    1706. 

che  una  mancanza  del  saper  vivere  ,  coirebbe  a 
dire  molto  bonariamente  col  suo  sovrano  nel  pro- 
gettargli che  la  Toscana  ne  anelerebbe  assoluta 
colla  sola  occupazione  di  Pisa,  e  lutto  al  più  del 
territorio  circonvicino.  Gl'inglesi  però  non  dritte!* 
così  facilménte  nella  refe,  poiché  prevalendosi 
di  alcuni  giorni  che  ad  essi  ancora  rimanevano-, 
sfornirono  le  Officine  ed  i  magazzini,  dirigendo 
le  loro  merci  verso  s.  Fiorenzo  nella  Corsica,  eoi 
mezzo  di  cento  bastimenti  ben  carichi  e  dispo- 
sti alla  vela;  bastimenti  sopra  i  quali  Bonapartè 
avea  fatti  i  suoi  conti,  è  là  cui  preda  non  era 
straniera  all'adottata  determinazione  (34). 

g.  ai.  Recatosi  Bonapartè  a  Pistoia  nel  dì  a$ 
di  giugno,  inviò  parte  delle  sue  truppe  verso  Li- 
vorno, e  nel  tempo  slesso  scrisse  a  Ferdinando 
IH  quanto  appressò  4  La  bandiera  della  repub- 
blica francese  è  costantemente  insultata  nel  porto 
di  Livorno:  le  proprietà  dei  negozianti  francesi 
sono  violate:  siccome  poi  la  Toscana  trovasi  nel- 
l'impossibilità di  reprimere  gl'inglesi  e  far  rispet- 
tare i  dritti  di  neutralità,  così  il  direttorio  ve- 
dendosi nel  dovere  di  respingere  la  forza  con  la 
forza,  aveva  ordinato  di  far  marciare  una  divisio- 
ne a  Livorno,  dove  sarebbesi  condotta  coi  pri  il- 
ei pi  i  di  neutralità  che  veniva  a  mantenere,  e  però 
si  desiderava  dal  governo  francese  che  si  conti- 
nuasse P  amicizia  tra  i  due  stati  ,,.  Il  granduca 
dunque  non  avendo  forze  da  resistere,  si  limitò 
a  fargli  rispondere  „  Nulla  aversi  a  rimproverare 
della  condotta  leale  tenuta  colla  repubblica  tìi 
Francia ,   ma  che  non  poteva  riguardare  senza 


Ali.    1796.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI    C 4P.  111.  l5l 

sorpresa  il  partilo  ordinalo  dal  direttorio  esecu- 
tivo: egli  però  non  avrebbe  opposto  alcuna  forza, 
ed  avrebbe  ancor  conservata  verso  la  repubblica 
francese  ogni  buona  corrispondenza,  colla  lusin- 
ga che  dopo  migliori  informazioni  fosse  per  ri- 
vocare  la  sua  determinazione,  mentre  avea  data 
facoltà  al  governatore  di  Livorno  per  accordare 
condizioni  dell'ingresso  „  (3.S). 

§.2^.  Frattanto  i  francesi  celeremente  marcian- 
do condotti  dal  general  Murat  comparvero  passato 
TArno  presso  a  Fucecchio  con  una  banda  di  ca- 
valli alla  porla  di  Pisa,  avendone  già  spediti  altri 
a  Siena.  E  mentre  salpavano  gli  inglesi,  fuggendo 
in  Corsica  colle  lor  merci,  arrivarono  i  francesi 
in  Livorno.  Poco  dopo  entrò  Bonaparte  medesi- 
mo ,  contento  d*  avere  scacciato  da  quel  porlo 
tanto  opportuno  gli  odiali  inglesi  .  Vi  furon 
teatri,  applausi  ed  illuminazioni  non  per  voglia, 
ma  per  ordine  e  per  paura.  Il  chiamavano  Scipio- 
ne, ed  era  per  continenza  delle  donne,  e  non  già 
«Ielle  ricchezze  ,  per  arte  di  guerra  ,  non  per  ri- 
spetto alla  libertà  della  patria;  degno  rampollo  in 
tutto  di  un  secolo  grande  per  armi ,  e  non  per 
virtù.  Furono  immediatamente  presi  i  bastimenti 
e  le  mercanzie  degl'  inglesi  e  degli  altri  nemici 
della  repubblica,  i  quali  non  s^eran  potuti  colla 
fuga  salvare.  Furono  staggiate  le  napoletane  so- 
stanze, e  confiscate  le  inglesi  ,  le  austriache  e  le 
russe  ;  furono  inclusive  investigati  i  livornesi 
conti  per  iscoprirle,  disarmati  i  popoli,  ed  occu- 
pai»* le  fortezze,  e  per  far  colme  le  insolenze  fece 
Ilonapnrte  arrostare   il    governatore    di  Livorno 


l5a  AVVENIMENTI     STORICI  Alti    1  CO^rf 

Spannocchi  ,  supponendo  che  avesse  favorito  la 
evasione  de^baslimenti  inglesi,  e  lo  spedi  al  gran- 
duca, scrivendo  esser  egli  ben  persuaso  che  S.  A. 
R.  avrebbe  dati  deg.fi  ordini  per  punirlo.  Si  co- 
stringevano frattanto  i  negozianti^  affinchè  sve- 
lassero le  proprietà  dei  nemici,  ed  eglino  per  Io 
men  reo  partito  offerirono  cinque  millioni  di  ri- 
scatto.  Le  conquistale  merci  si  venderono  con 
molte  frodi  da  coloro  che  presedevano  alla  ven- 
dita cou  grave  discapito  della  repubblica  conqui- 
statrice, che  vinceva  i  soldati  altrui.e  non  poteva 
vincere  i  ladri  propri  del  che  si  mossero  a  grave 
sdegno  e  fecer  grandi  querele  Belleville  console 
francese  in  Livorno  per  onestà  di  natura ,  e  Bo-* 
Raparle  nel  vedere  che  quanto  succia vansi  i  pre- 
datori era  tolto  ai  soldati.  Se  ne  vergognò  anche 
Yaubois  generalesche  da  una  parte  era  stato  pre- 
posto al  governo  di  Livorno,  e  se  ne  lavò  le  mani 
come  di  cosa  infame.  In  somma  fu  rèa  nel  prin- 
cipio P  occupazione  di  Livorno,  ma  non  fu  mi- 
gliore negli  effetti:  solo  risplendè  più  chiaramente 
la  virtù  di  Vaubois  e  di  Belleville  (36). 

g.  a3.  Lasciato  in  Livorno  il  generale  Vaubois 
con  2800  uomini  di  guarnigione,  Buonaparte  re- 
cossi a  s.  Miniato,  dalla  qual  terra  si  crede  oriun- 
da la  sua  famigliarsi  recò  in  seguito  accompagnata 
da  Berlhiei  ,  dalla  moglie ,  dallo  zio  Fesche  ija 
una  parte  dello  stato  maggiore  nella  stessa  Fi* 
renze  ,  ove  il  granduca  avea  tolto-,  poc*  avanti  r| 
portafoglio  della  guerra  ai  Serrati  per  rinvestirne 
il  cavalier  Fossorabroni  ,  Ferdinando  III  Io  ac- 
colse coi  più  grandi  onori,  e  gli  dette  un  pranzo 


An.    1796.    DEI    TEMPI   AUSTRIACI    CAP.  111.  1 53 

magnifico;  e  condueendolo  nella  celebre  gallerìa 
di  Firenze  ,  Io  servi  da  iuterpetre  ai  capolavori 
dell'arte  italiana;  ma  fin  d'allora  era  stabilito  che 
tra  le  indennità  da  pagarsi  alla  Francia  vi  avreb- 
bero parte  i  quadri  ed  i  monumenti  di  scultura 
di  quel  museo,  non  esclusa  la  Venere  defedici. 
Queste  violenze  ben  dure  a  tollerarsi^  non  anda- 
vano neppnr  raddolcite  dalla  iattanza  colla  quale 
Bonaparte  alle  frutta  dei  pranzo  e  dopo  la  lettura 
di  un  dispaccio,  si  era  posto  a  dire,  stropiccian- 
dosi le  mani  „  eh!  trattasi  della  resa  della  citta- 
della di  Milano  e  di  Mantova,  la  sola  fortezza  che 
vostro  fratello  ancora  possegga  nella  Lombardia  „ 
Ma  ad  onta  di  tutto  ciò  era  intenzione  di  Bona- 
parte che  gli  agenti  dei  direttorio  francese  si  com- 
portassero nella  Toscana  il  nién  tirannicamente 
che  fosse  possibile,  e  nei  suoi  dispacci  a  Parigi 
mosse  non  lievi  parole  in  questo  argomento.  Era 
intenzione  poi  di  Bonaparte ,  come  scrisse  al 
diteti  orioli  toglier  lo  stato  a  Ferdinando  IH,  a 
cagione  ch'egli  era  principe  di  casa  austriaca.  In 
tal  maniera  voleasi  trattare  un  principe  amico  ed 
alleato  della  Francia  dal  generalissimo  e  da  certi 
agenti  della  repubblica,  che  in  Italia  non  cessa- 
vano di  accusare  la  perfidia  italiana  e  la  malva- 
gità del  Machiavelli.  E  pei  che  questo  tradimento 
del  Bonaparte  verso  il  granduca  avesse  in  sé  tutte 
le  parti  di  un  atto  vituperoso,  mandò  al  direttorio 
che  conveniva  starsene  quietamente,  né  dir  pa- 
rola che  potesse  dar  sospetto  della  cosa  ,  insino 
a  che  il  momento  fosse  giunto  di  cacciar  Fer- 
dinando (67).  Il  suo  scopo  dovea  consistere  in 


1  54  AVVÉNIMÉNTI     STORICI  Atl.    1796. 

addormentare  il  principe  sino  al  momento  in  cui 
si  avesse  il  destro  di  prendere  una  risoluzione 
sul  di  lui  conto.  Egli  è  con  eguali  vedute  che  in 
un  rapporto  al  direttorio,  dopo  aver  detto  che  il 
granduca  vivamente  pressato  ad  abbandonare  la 
Toscana,  era  nulladimeno  restato  nei  suoi  stati, 
aggiungeva  „.  Questo  contegno  gli  ha  meritato 
un  posto  nella  mia  stima  „.  Questa  stima  per  al- 
tro non  impediva  che  il  Bona  par  te  non  fosse 
soddisfattissimo  di  avere  in  certa  guisa  un  ostag- 
gio nel  fratello  dell'imperatore,  e  non  si  sentisse 
disposto  ad  usare  di  un  tal  vantaggio  secondo  le 
occorrenze.  Fu  egli  stesso  quegli  che  suggerì  al 
direttorio  l'ordine  ricevuto  di  poi  in  un  dispaccio 
confidenziale  di  rapire  il  granduca,  se  l'impera- 
tore veniva  a  morire,  e  se  il  fratello  ,  ovvero  il 
suo  erede  presuntivo  si  mettesse  in  via  per  Vien- 
na .  Il  dispaccio  direttoriale  conteneva  eziandio 
l'ordine  di  occupare  militarmente  la  Toscana.  Il 
Bonaparte  mandò  al  ministro  di  Francia  Miot 
residente  in  Firenze  di  tenerlo  avvisato  del  mo- 
mento in  cui  Ferdinando  sarebbesi  incamminato 
alla  volta  di  Vienna,  ma  l'imperatore  non  morì, 
e  Ferdinando  non  si  mosse  di  Toscana  (38). 

g.  24.  Presidiato  Livorno. i  commissari  Salice- 
ti e  Garrau  proposero  al  loro  governo  di  occupa- 
re eziandio  Portoferraio  nelP  isola  dell'  Elba,  ed 
il  direttorio  nel  giorno  11  di  luglio  scrisse  a  Na- 
poleone che  „  se  credeva  ciò  utile  lo  eseguisse  „. 
Wa  gl'inglesi  furono  più  solleciti,  e  nel  giorno  o 
dello  stesso  mese  Nelson  si  presentò  con  impo- 
nenti forze  sotto  quella  piazza,  e  nel  di  seguente 


Jil.    1796.    DEI    TEMPI   AUSTRIACI    CAP.  III.  1 55 

chiese  che  „  si  pennellesse  l'ingresso  alle  truppe 
britanniche,  le  quali  avrebberla  presidiata  per  im- 
pedire che  l'occupassero  i  francesi  „.  Il  governa- 
tore toscano  cedendo  alle  imperiose  intimazioni, 
consegnò  la  fortezza,  ed  il  granduca  fecesi  allora 
a  protestare  contro  siffatta  violenza  di  uno  stato 
neutro.  II   generale  Bonaparte   di  ciò  informato 
disse  al  granduca   „  che  il  direttorio  esecutivo 
sarebbe  stato  certamente  autorizzato  ad  impadro- 
nirsi per  rappresaglia  della  Toscana,  ma  fedele 
ai  sentimenti  di  moderazione  non  avrebbe  per 
nulla  alterato  la  buona  armonia  „.  In  questi  sen- 
si poi  acerbi  ed  insieme  tranquillizzanti  scriveva 
appunto  quel  condottiero,  poiché  avea  suggerito 
al  direttorio  che  „  conveniva  aspettar  la  decisio- 
ne della  campagna,  prima  di  prendere  un  partito 
conforme  ai  veri  interessi  della  repubblica,  giac- 
ché allora  sarebbe    certamente    convenuto   alla 
Francia  di  lasciare  il  granducato  al  fratello  dello 
imperatore  „.  Il  direttorio  acconsentì  a  tali   sug- 
gerimenti (39).    Intanto  il  Manfredini  volò  a  Pia- 
cenza per  decidere  sull'esistenza  della  Toscana. 
Bonaparte  le  permise  ancora  di  vivere  mediante 
una  contribuzione  di  due  millioni,  e  la  chiusura 
de'suoi  porti  agl'inglesi,  formula  avventurosa,  al- 
l'appoggio della  quale  la  Francia  era  sempre  sicu- 
ra di  poter  dire  „  voi  ne  avete  infrante  le  clau- 
sule!  „  imperocché  volesse  o  non  volesse  Ferdi- 
nando, gì'  inglesi   mettevan  sempre  il    piede  in 
qualche  parte  (4o). 

g.  a5.  La    occupazione  di   Livorno  fatta  dai 
francesi  mise  in  gran  costernazione  la  vicina  re- 


l56  AVVEDIMENTI  STORICI  Aìl.    1>96. 

pubblica  di  Lucca,  la  quale  considerandola  cata- 
strofe a  cui  vedea  soggiacere  per  raccesa  guerra 
la  misera  Italiani  propose  di  evitarne  per  quauto 
possibile  fosse  i  mali  che  seco  recava.  Determinò 
primieramente  quella  repubblica  di  procacciarsi 
la  benevolenza  dei  francesi  con  ogni  sorla  di  uf- 
fici, ed  anche  colla  forza  dell'oro  se  fosse  stato 
di  bisogno.  Secondariamente  fu  sollecita  di  allon- 
tanare qualunque  motivo  di  lagnanza  col  fare  am- 
ministrare pronta  ed  imparziale  giustizia,  e  con 
alleggerire  le  miserie  del  basso  popolo.  In  terzo 
luogo  finalmente  dette  cura  d'invigilare  che  le 
massime  francesi  non  prendessero  piede  fra  i 
lucchesi,  o  almeno  non  allignassero  in  quel  suolo. 
X  vantaggi  di  tal  metodo  erano  potenti,  percioc- 
ché si  ritardava  per  lo  meno  lo  scoppio  della  tem- 
pesta, e  non  si  dava  campo  ai  francesi  di  usare 
il  pretesto  di  sollevare  l'oppressione.  Venne  in 
quel  tempo  uno  straniero  a  Lucca,  e  si  esibì  oc- 
culto mediatore  tra  la  repubblica  e  l'armata  fran- 
cese, promettendo  egli  di  impegnare  i  capi  della 
armata  a  non  occupar  Lucca,  né  farvi  passare  le 
truppe  se  non  in  modo  amichevole,  il  che  si  oU 
tenne  in  vero  dalla  repubblica  lucchese  mediante 
per  altro  l'occulto  sborso  di  sessantamila  zecchi- 
ni. In  questo  mentre  il  direttorio  francese  incul- 
cava ai  lucchesi  il  mantenimento  di  neutralità  tra 
le  due  repubbliche  francese  e  lucchese.  Ma  poi 
domandatosi  dal  Bonàpai'te  seimila  fucili  a  titolo 
di  requisizione,ed  il  passaggio  di  millecinquecento 
uomini,  i  quali  a  spese  della  repubblica  lucchese 
si  dovettero  provvedere  dei  bisognevole,  ciò  di- 


An.    1796.   DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  HI.  1§J 

spiacque  oltremodo  ai  lucchesi,  essendosi  accorti 
della  falsità  della  mediazione  mal  pagata  allo  stra- 
niero che  la  promise.  Volea  poi  Napoleone  che 
Lucca  fosse  feudo  imperiale  ,  ma  due  rinomati 
senatori  lucchesi  Garzoni  e  Mazza  rosa,  spediti  a 
lui  per  implorarne  la  protezione,  il  disingannaro- 
no per  modo  ch'egli  mostrossene  convinto,  trat- 
tando quella  repubblica  siccome  libero  stalo  e  del 
tutto  indipendente  da  Vienna.  Afa  se  le  parole  del 
generalissimo  potevano  alcun  poco  racconsolare 
i  padri  lucchesi,  i  fatti  che  succedevano  in  Italia 
gli  uni  dopo  gli  altri  affliggevano  al  sommo.  Tra 
queste  afflizioni  per  altro  non  v'era  quella  di  te- 
mere che  si  volesse  cambiare  il  governo  di  ari- 
stocratico in  democratico,  poiché  pochissimi  la 
pensavano  allora  diversamente,  essendo  in  fine  la 
nobiltà  amata  ed  il  suo  governare  stimato  pater- 
no; e  ad  oggetto  di  porsi  in  perfetta  regola  colle  an- 
tiche costituzioni  dello  stato  crearono  molti  no- 
bili che  rimpiazzassero  quei  mancanti  per  le  spen- 
te famiglie  (4  i). 

g.  26.  Il  direttorio  francese  avrebbe»  desiderato 
di  acquistare  Pisola  dell'Elba,  nella  quale  il  gran- 
duca di  Toscana  possedeva  Portoferraio  con  un 
piccol  distretto;  nel  restante  il  re  di  Napoli  ne 
aveva  la  supremazia  col  dritto  di  presidiare  Por- 
tolungone,  e  la  famiglia  Boncompagni  (  signora 
del  vicino  principato  di  Piombino  )  vi  possedeva 
con  giurisdizione  feudale  un  abbondante  miniera 
di  ferro.  Era  intenzione  del  direttorio  di  cedere 
in  cambio  al  monarca  delle  due  Sicilie  l'isola  di 
Corfù,  con  Pobbligo   però  che    indennizzasse  la 

Su  Tose.   Tom.  11.  14 


l5^  AVVENIMENTI     STORICI  Atl.   1797. 

Toscana  con  una  parte  dello  stato  dVPresidii,  ed 
il  principe  di  Piombino  con  una  rendita  corri- 
spondente (42).  I!  ministro  napoletano  acconsentì 
alla  cessione  dell'Elba,  ma  in  vece  di  Gorfù  chiese 
in  compenso  la  Marca  d'Ancona,  lasciandosi  al 
suo  sovrano  l'incarico  di  farvi  acconsentire  il  pa- 
pa. Ma  Bonaparle  nelTintendere  tal  proposizione 
rispose  semplicemente  „  non  potersi  dalla  Fran- 
cia cedere  ciò  che  non  gli  apparteneva  (43)».  An- 
che il  general  Clarke  avea  l'istruzione  „  di  pro- 
porre la  cessione  dei  Paesi  Bassi  alla  Francia,  re- 
stituendosi in  cambio  all'Austria  le  provincie  di 
Lombardia}  oppure  se  più  le  fosse  piaciuto,  in  ve- 
ce della  Lombardia,  avesse  la  Romagna,  la  Mar- 
ca d'Ancona  ed  il  ducato  di  Urbino.  Si  assegnasse 
la  Marca  di  Fermo  al  re  di  Napoli,  Roma  al  gran- 
duca in  cambio  della  Toscana,che  sarebbesi  unita 
al  Parmigiano  per  interessare  la  Spagna.  Lascias- 
se eziandio  traspirare  che  la  Francia  non  si  sa- 
rebbe opposta,  se  TAustria  avesse  unita  ai  suoi 
stati  la  Baviera,  dando  per  compenso  all'elettor 
palatino  Roma  col  senese  (44)  »  In  mezzo  a  tan- 
ta disparità  di  voleri,  i  toscani  gioirono  per  esser 
nato  nel  3  d'ottobre  dei  1797  l'erede  dello  stato 
loro,  qual  fu  l'augusto  Leopoldo  II  felicemente  re- 
gnante. 

g.  -2,7.  La  creazione  della  repubblica  cisalpina 
ordinata  da  Napoleone  angustiò  le  altre  potenze, 
ed  appena  si  annunziò  loro,  meno  che  a  Lucca, 
fu  subito  riconosciuta  dalle  confinanti  corti  di 
Turino,  di  Firenze  e  di  Parma.  II  senato  lucche- 
se,che  non  era  stato  avvisato  della  creazione  del- 


An,    1797.      DEITEMPIADSTRIACICAP.III.  1  5o, 

la  nuora  repubblica  cisalpina,  dubitò  di  qualche 
mala  intenzione,  e  determinò  di  passar  sopra  alle 
forme  ordinarie,  e  mandò  senz'altro  a  complimen- 
tare il  direttorio  di  Milano  per  averlo  se  uon 
amico  almen  non  nemico,  al  qual  messaggio  fu- 
rono deputati  i  senatori  Santini  e  Garzoni.  Ciò 
non  ostante  dopo  la  partenza  dei  due  rispettabi- 
li deputati  ,  una  mano  di  soldati  cisalpini,  par- 
tendo da  Massa  ducale,  entrò  nel  lucchese  e  si 
portò  ad  occupare  il  Campacelo,  porzione  del  di- 
stretto di  Montignoso  (45).  Avvenne  ancora  che 
alcuni  malcontenti  della  dominante  aristocrazìa 
lucchese  si  unirono  in  società  segreta, e  scrissero 
al  direttorio  di  Francia  esser  la  repubblica  tiran- 
neggiata da  pochi  oligarchi.  Onde  affettar  costoro 
amicizia  per  i  francesi,  ma  poi  odiarli  segretamen- 
te, avevano  una  cura  grandissima  di  tenere  a  fre- 
no i  patriotti.  Per  ovviare  a  questi  mali,  chiede- 
vano che  Lucca  fosse  unita  alla  repubblica  cisal- 
pina. Il  direttorio  comunicò  quella  rappresentan- 
za al  Bonaparle,  invitandolo  ad  informarsi  se  il 
voto  espresso  nella  medesima  era  veramente  quel- 
lo dei  lucchesi,  ed  in  questo  caso  facesse  quello 
che  credeva  conveniente  per  aiutarli:  ma  Bona- 
parle informato  d'altronde  che  i  francesi  erano 
ben  liattati  in  Lucca,  trascurò  questo  piccolo  af- 
fare (46). 

g.  a8. 1  francesi  continuarono  frattanto  a  pre- 
sidiare Livorno,  ma  erasi  di  già  conosciuto  che 
mediante  uno  sborso  di  denaro  l'avrebbero  sgom- 
brato^ cosa  in  quella  circostanza  moderatissima. 
Molto  si  negoziò  su  quest'articolo,  e  lilialmente 


l6o  AVYEK1MEHTI    ST0E1CI  Atl.    1797. 

il  Manfredini  concluse  con  Bonaparte  una  con- 
venzione in  Bologna,  nella  quale  fu  stabilito,,  che 
le  truppe  francesi  ed  italiane  si  sarebbero  rilira- 
te  da  Livorno)  col  patto  che  gl'inglesi  sgombras- 
sero Portoferraio}  che  il  granduca  non  permettes- 
se il  passaggio  per  la  Toscana  ad  alcune  truppe 
delle  potenze  belligeranti,  ed  il  porto  di  Livorno 
goderebbe  nuovamente  la  franchigia  di  neutralità, 
e  che  il  governo  toscano  pagasse  alla  Francia  un 
millione  di  lire  tornesi,e  rimborsasse  alle  diverse 
comunità  il  prezzo  delle  somministrazioni  fatte 
alle  truppe  francesi  (47)  »v  Gl'inglesi  sgombraro- 
no di  poi  da  Portoferraio  nel  giorno  16  d'aprile, 
e  Bonaparte,  non  volendo  più  differire  la  spedizio- 
ne che  da  tanto  tempo  bramava  sopra  Roma,  de- 
terminò che  partissero  i  francesi  da  Livorno  (4 8), 
coirordine  di  traversare  la  Toscana,  e  marciare 
sopra  Foligno.  Quattrocento  dei  romani  ch'erano 
stati  inseguiti  e  bàttuti  rimasero  prigionieri  e  al- 
trettanti si  sbandarono,  e  per  la  terra  del  Sole 
penetrarono  in  Toscana  e  vi  si  dispersero.  Cer- 
tamente in  quella  sovversione  dell'Italia,  nono- 
stante la  convenzione  fatta  ed  eseguita,  il  gran- 
duca non  si  credeva  sicuro  e  viveva  in  continui 
timori.  E  di  fatti  se  proseguiva  la  guerra  colTini- 
peratore,  il  direttorio  francese  avea  già  stabilito 
che  „  non  sarebbe  stato  conveniente  di  lasciare 
il  granduca  a  Firenze:  gli  si  permetterebbe  di  ri- 
tirarsi in  Austria,  e  si  lasciasse  che  i  toscani  da 
sé  stessi  e  senza  turbolenze  adottassero  un  libe- 
ro reggimento,,.  Ma  col  trattato  di  Gampoformio 
svanì  un  tal  disegno, e  allora  Bonaparte  limitale 


Alt*    1797.      DEI  TEMPI   AUSTRIACI  CAP.  IIL  l6l 

sue  operazioni  a  chièdere  a  Ferdinando  IH  un'al- 
tra contribuzione  di  due  millioni  di  franchi,  col 
pretesto  che  agevolasse  le  negoziazioni  di  altret- 
tante cambiali  per  simile  somma  (49). 

g.  29.  Comparivano  di  fatti  in  questo  tempo 
nella  Toscana  persone  da  tutte  le  parti,  che  da 
nessun  altro  scopo  sembravano  qui  richiamate, 
se  non  da  quello  di  fare  parlitanti  alla  Francia,  e 
di  alienare  i  toscani  dalla  suggezione  del  proprio 
sovrano,  facendo  loro  sentire  i  sognati  beni  della 
libertà.  Mosso  Ferdinando  da  sì  torbido  principio, 
e  convinto  dalla  esperienza  che  le  leggi  crimina- 
li così  moderale,  come  lo  erano  state  dal  suo  au- 
gusto padre  proporzionatamente  all'indole  della 
nazione,potevano  essere  di  un  incitamento  ai  faci- 
norosi dei  popoli  vicini  di  condursi  in  Toscana 
con  danno  della  pubblica  quiete,  richiamò  un 
maggior  rigore  nei  giudizi,  ed  aggravò  le  pene 
per  prevenire  i  mali  e  scoraggire  i  male  inten- 
zionali (5o).  La  pace  di  Campoformio  rese  final- 
mente un  qualche  raggio  di  sicurezza  alla  misera 
cotte  della  Toscana  si  crudelmente  dilacerata 
in  tutti  i  sensi  da  circa  tre  anni.  E  tino  a  che  fri 
possibile  di  prestar  fede  a  quella  pace  mentitrice, 
il  granduca  seppe  ben  comportarsi  colla  trionfan- 
te repubblica.  Alcuni  francesi  erano  stati  insul- 
tati a  Livorno  ed  a  Pisa,  ed  egli  fece  punire  gli 
autori  di  siffatti  oltraggi.  Dei  propagandisti,  geno- 
vesi specialmente,  tentavano  di  comporre  una 
rivoluzione  nei  suoi  stali:  prima  d'infliggere  i  ca- 
stighi mandò  a  chiedere  a  Bonaparte  s'egli  inteu- 

•4' 


l6a  AVVENIMENTI    STORICI  Ali.    1798. 

deva  di  proteggerli,  e  non  esegui  gli  arresti  ,  i 
processi,  gli  esilii  che  dietro  le  riportate  licenze. 
Il  governo  provvisorio  delia  Liguria  domandò  so- 
disfazione,e  questa  le  venne  accordata  col  permet- 
tere ai  non  turbolenti  e  temperati  genovesi  il 
potei  portare  la  coccarda  nazionale  ligure  anche 
in  Toscana  (5i). 

g.  3o.  Intimato  dal  commissario  Haller  al  pa- 
pa Pio  VI  di  partire  da  Roma,  essendo  i  suoi  slati 
instituili  in  repubblica,  s'incamminò  col  seguilo 
di  pochi  familiari  alla  volta  di  Toscana,  ed  ac- 
compagnato dai  francesi  tino  ai  contini  giunse  a 
Siena,  accolto  quivi  in  un  convento  di  religiosi 
agostiniani,  vi  dimorò  tre  mesi,  fintantoché  per  e- 
vitarei  frequenti  terremoti  che  accaddero  in  quel- 
la città  passò  ad  abitare  nel  chiostro  della  Certo- 
sa presso  Firenze,  dopo  che  peraltro  il  granduca 
n'ebbe  avvisato  il  direttorio.  Ma  la  presenza  del 
pontefice  sul  continente,  particolarmente  in  paese 
sì  vicino  a  Roma,  dava  sospetto  ai  repubblicani; 
per  lo  che  ordinarono  che  si  trasferisse  in  Cagliari 
di  Sardegna.  Le  benigne  persone  a  lui  sempre 
affezionate  rappresentarono  che  né  la  sua  età  né  le 
infermità  permettevano  che  a  quel  viaggio  maritti- 
mo s,accomodasse.A.uche  il  le  di  Sardegna  procurò 
di  esimersi  dal  divenire  custode  del  papa;  per  ia 
qual  cosa  Pio  VI  fu  lasciato  stare  nella  Certosa 
insino  a  che  venuti  in  Italia  i  tempi  pericolosi 
pei  repubblicani  lo  trasferirono  in  Francia.  Ap- 
pena scaccialo  da  Roma  il  papa,  si  pensò  a  fare 
altrettanto  dei  cardinali,  i  quali  furono  arrestati, 
rinchiusi  in  un  chiostro,  e  quindi  condotti  a  Ci- 


Aa.  1798.     dei  temp;  austriaci  cap.  ih.  iG3 

vita-vecchia,  e  trasportati  e  dispersi  sulle  coste 
di  Toscana,  delle  due  Sicilie,  e  del  veneziano  (5a). 
g.  3 1.  Risolutasi  in  Napoli  la  guerra,  Mack  for- 
mò il  vasto  disegno  d'invadere  lo  stato  pontificio 
in  diversi  punti,  e  intanto  spedire  per  mare  una 
divisione  in  Toscana  per  minacciare  i  francesi 
alle  spalle.  Quest'opera  fu  da  lui  commessa  ad 
una  schiera  di  napoletani  sotto  il  comando  del  ge- 
nerale Naselli  in  numero  di  circa  6000  uomini  e 
posta  su  navi  inglesi  e  portoghesi  governate  da 
Nelson,  sbarcò  a  Livorno  (53).  onde  fare  insorge- 
re la  Toscana,  e  prendere  le  comunicazioni  tra 
l'esercito  di  Roma  e  quello  dell'Italia  settentrio- 
nale. Il  loro  generale  Naselli  non  omise  dal  perse- 
guitare Tuna,  e  di  porre  a  rubagli  altri,  mentre  il 
granduca,  tìngendo  di  cedere  alla  violenza  d'una 
forza  maggiore,  spedì  un  corriere  straordinario  a 
Parigi,  ed  implorò  l'aiuto  de'francesi  perisbrigarsi 
da'violatori  della  neutralità.! soccorsi  giunseropiù 
improvvisamente  ch'ei  non  credeva,  poiché  Cham- 
pionnet  entrò  in  Roma  ed  in  Napoli,ed  i  napoletani 
abbandonarono  Livorno.  Essendo  stato  intimato 
ai  napoletani,  menli'erano  vicini  aRorna,  di  de- 
porre le  armi,  Damas  fuoruscito  francese  rispose 
militarmente,  e  retrocedette  per  la  via  Cassia  col 
disegno  di  recarsi  ad  Orbetello.  Due  squadroni 
francesi  l'inseguirono  sino  alla  Storta,  e  con  una 
scaramuccia  gli  toUero  cinque  cannoni.  Keller- 
man  ch'era  in  posizione  a  Ponte-Felice  ,  intesa 
la  direzione  di  Damas,  marciò  lateralmente  a  de- 
stra, e  ne  raggiunse  la  retroguardia  presso  To- 
scanella.  Si  combattè  quivi  per  due  ore  con  varia 


l64  AVVENIMENTI    STORICI  Art,    1793. 

fortuna, e  fratturilo  la  maggior  parte  della  divisio- 
ne napoletana  essendo  giunta  ad  Orbetello,  Da- 
mas  si  ritirò  colla  retroguardia  in  questa  debole 
fortezza,  e  convenne  con  liellerman  di  potersi 
imbarcare  tranquillamente,  abbandonando  Tarti- 
glierìa.  II  distaccamento  che  occupava  Civita-vec- 
chia s'imbarcò  égli  pure,  e  così  i  napoletani  es- 
sendosi allontanati  da  ogni  parte,  Viterbo  ch'era 
rivolto  rientrò  in  ossequio,  ed  i  consoli  da  Pe- 
lugia  ritornarono  a  Roma  (54).  In  pari  tempo  il 
re  del  Piemonte  con  i  suoi  reali  dovendo  abban- 
donare la  sede  dei  loro  antenati,  scortati  da  80 
soldati  a  cavallo  francesi  e  altrettanti  piemontesi 
giunsero  a  Livorno.  Condussersi  gli  esuli  princi- 
pi in  Parma,  poi  in  Firenze,  e  quivi  furono  ac- 
colti dal  granduca,  come  si  conveniva  al  grado  , 
alla  parentela  ed  alla  disgrazia .  Partitosi  poi  da 
Livorno  lo  sventurato  re  arrivò  al  cospetto  di 
Cagliari ,  dove  potette  fare  una  protesta  d'essere 
stato  improvvisamente  assalito  da  una  potenza 
alleata,  senza  averle  mai  dato  motivo  d'essere  in 
simil  guisa  trattato  e  spogliato  a  forza  del  regno 
avito  (55). 

§.  3a.  I  nuovi  rumori  che  facevansi  intorno 
alio  stato  toscano,  ed  i  nuovi  preparativi  di  guer- 
ra che  minacciavano  ogni  giorno  più  i  principi, 
fecero  provvedere  alla  comune  sicurezza.  Ferdi- 
nando adunque  tanto  per  vegliare  al  manteni- 
mento dell'ordine  pubblico,  quanto  per  far  rispet- 
tare la  sua  neutralità,  si  pose  a  levar  delle  truppe 
e  ad  organizzare  delle  milizie,  arruolando  nuovi 
corpi  di  volontari  da  unirsi  ai  battaglioni  delle 


Ali.    1798.    DEI    TEMPI    AUSTRIACI  GAP.  HI.  l65 

bandepreseduledagPuffiziali  della  truppa  regolata 
per  opporsi  colla  forza  alla  forza  (56):  il  suo  primo 
bando,  ancora  assai  misurato,  uscì  il  aa  novem- 
bre deiranno  1798.  Due  otre  giorni  dopo  con  un 
altro  scritto  fece  un  appello  ai  possessori  di  terre 
ed  ai  coltivatori,  invitando  i  primi  ad  indanniz- 
zare  i  secondi  dell'abbandono  in  cui  lasciavano 
i  loro  lavorile  promettendo  di  fornir  loro  le  armi: 
poscia  fu  pubblicato  un  indirizzo  ai  capitoli  ec- 
clesiastici ed  ai  conventi,  per  indurli  a  consegna- 
re quanto  essi  possedevano  di  effetti  in  oro  ed 
argento:  chiamaronsi  quindi  le  comuni  dello  stato 
a  voler  concorrere  in  un  imprestito  di  800,000 
scudi  (57). 

g.  33.  Fu  grande  in  quest'anno  il  terrore  dei 
senatori  lucchesi,  sapendo  che  la  milizia  cisalpina 
si  accostava  alla  lor  patria  dalla  parte  di  Massa. 
Quella  soldatesca  per  ahro  in  numero  di  soli  600 
uomini  non  fece  che  pernottare  nei  contorni  di 
Lucca,  e  la  mattina  partì  per  la  via  delia  Garfa- 
gnana  per  tornarsene  a  Massa*,  e  pare  che  Pog- 
getto  di  tale  spedizione  fosse  di  dar  mano  ad  una 
rivoluzione  in  Lucca.  In  questa  guisa  la  saviezza 
del  governo,  e  la  piccolezza  del  numero  dei  no- 
vatori fecer  sì  che  la  quiete  non  fu  niente  alte- 
rata in  quel  frangente.  Un  passo  più  sfacciato  fe- 
cero i  cisalpini  di  Massa,  poiché  occuparono  ar- 
mata mano  la  terra  di  Monlignoso,  e  vi  pianta- 
rono l'albero  così  detto  della  libertà.  A  questo 
male  però  era  pronto  il  rimedio,  l'orciocchè  il 
Berthier,  allora  generale  in  Italia,  avendo  chiesto 
ai  lucchesi  un  millione  di  franchi,  sotto  il  mode- 


l66  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.    1798. 

sto  titolo  di  prestanza  fruttifera  per  soli  tre  mesi, 
e  con  offrire  cauzioni  a  piacimento,  sebbene  per 
le  cure  del  Garzoni  convenisse  di  accettarne  soli 
quattrocentomila,  il  Berthier,  dico,  dette  órdini 
i  più  assoluti,  i  più  perentorii  al  governo  di  Mi- 
lano per  la  restituzione  della  terra  di  Montignoso 
come  tosto  accadde.  Sennonché  ei  non  volle  che 
la  gratitudine  si  mostrasse  soltanto  dalla  sua  par- 
te, ma  costrinse  eziandio  i  lucchesi  a  dimostrar- 
gliela dalla  parte  loro  col  pagargli  altre  aoo.ooo  lire 
tornesi.  Il  Berthier  nelfassestare  i  lucchesi,  ser- 
viva anche  ai  tini  ed  espressi  voleri  del  governo 
francese.  Non  erano  per  allora  maturi  i  destini 
di  Lucca,  poiché  essendo  Bonaparle  stato  consul- 
tato dal  direttorio  sulle  cose  dltalia,  aveva  detto 
espressamente  „  che  una  mutazione  nel  governo 
lucchese  non  arrecherebbe  verun  vantaggio  alla 
Francia,  la  quale  nel  presente  sistema  ha  il  mag- 
gior predominio  sulla  Toscana,  egualmente  che 
sopra  Lucca,  e  che  il  conservarla  intatta  poteva 
essere  una  prova  della  generosità  e  lealtà  france- 
se verso  quei  governi  che  la  rispettavano  e  si 
fidavano  in  lei  (58)  „. 

g.  34.  Si  comandò  frattanto  dal  governo  mi- 
lanese al  Garzoni,  inviato  dei  lucchesi  a  Milano, 
di  lasciare  quella  capitale  della  repubblica  cisal- 
pina in  termine  di  i(\  ore5  e  &  esser  fuori  degli 
slati  entro  lo  spazio  di  tre  giorni.  Rotto  così  ogni 
freno  verso  i  lucchesi,  non  è  da  maravigliarsi  se 
viepiù  i  cisalpini  insolentivano,  siccome  fecero 
dal  lato  di  Montignoso  .  La  cosa  andò  tanto  in- 
nanzi, che  cinque  in  seicento  uomini  andarono  da 


u4tt.   M9S.    DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  IH.  167 

Massa  ducale  ostilmente  sopra  la  detta  terra:  il  go- 
verno lucchese  avea  colà  mandalo  una  mano  di  sol- 
dati stanziati,  a  cui  s'erano  unite  le  bande  paesane 
per  difendere  in  caso  di  aggressione  il  territorio. 
Ma  i  lucchesi,  quando  videro  impostarsi  i  cisalpini 
per  lo  sparo  della  loro  moschetterìa  ,  fuggirono 
come  non  assuefatti  al  fuoco,  lasciando  la  terra 
indifesa,  che  fu  tosto  occupala  dal  nemico.  Lo 
spavento  che  nacque  da  questo  fatto  scemò  per 
altro  ben  presto,  poiché  i  cisalpini  abbandonaro- 
no la  preda  e  se  ne  ritornarono  in  quel  di  Massa. 
Un  tal  procedere  al  tutto  ostile,  anzi  più  proprio 
dei  masnadieri  che  d^un  governo ,  determinò  il 
governo  lucchese  di  mettersi  sulle  difese,  invian- 
do della  forza  regolare  a  Camaiore  e  Viareggio  , 
terre  vicine  al  punto  inquietato  per  coprirle  da 
ogni  insulto.  Su  di  che  poco  si  poteva  sperare; 
come  l'esperienza  avea  fatto  vedere,  quantunque 
soldati  e  paesani  mostrassero  tutti  delle  eccellenti 
disposizioni,  perciocché  il  paragone  del  governo 
cisalpino  col  lucchese  serviva  a  mette»  questo  in 
una  più  bella  luce  (59). 

g.  35.  Il  senato  lucchese  fece  note  le  sue  scia- 
gure ai  capi  francesi  in  Italia,  e  siccome  le  stesse 
ragioni  di  mesi  innanzi  vigevano  sempre  presso 
il  governo  francese  per  non  far  cangiare  allora  le 
sorti  di  Lucca,  così  il  generalissimo  Brune  ed  il 
ministro  francese  presso  il  granduca  di  Toscana 
proposero  ai  lucchesi  di  spedir  nuovamente  un 
oratore  alla  repubblica  cisalpina  ,  assicurandoli 
che  sarebbe  slato  ascoltato.  Per  le  slesse  ragioni 
non  irovarono  protezione  presso   il  Talleyraud 


l68  AVVEDIMENTI  STORICI  Ali.    1798. 

due  soggetti  che  si  dicevano  deputati  del  popolo 
lucchese,  i  quali,  trasferitisi  in  quella  metropoli, 
chiedevano  in  nome  della  nazione  lucchese  la 
unione  della  repubblica  cisalpina  .  Il  ministro  li 
cacciò  via,  dicendo  non  volersi  la  Francia  impac- 
ciare degli  affari  dei  governi  stranieri,  il  che  era 
vero  allora  quanto  a  Lucca  soltanto.  Questi  due  si 
facevano  forti  nella  loro  dimanda  sopra  una  lista 
di  circa  tremila  nomi  di  persone  consenzienti.  Fu 
però  verificato  che  false  erano  quelle  firme  nella 
generalità,  pochissime  le  vere,  e  di  queste  la  mag- 
gior parte  estorta  colla  seduzione  del  denaro  . 
Frattanto  il  Brune  ritenne  le  truppe  massesi 
dallo  insultare  ulteriormente  i  lucchesi  nel  ter- 
ritorio di  Montignoso  ,  figurando  di  proteggerli, 
per  avere  uno  dei  soliti  pretesti  di  ottenerne  in 
ricompensa  dell'oro.  La  domanda  fu  di  due  mil- 
lioni  e  trecentomila  lire  tornesi,  parte  in  contante, 
parie  in  cannoni  e  munizioni  do  guerra,  olio,  co- 
rami, tele  e  panni.  Frattanto  promettevasi  mari 
e  moDti  alte  repubblica,se  dava  il  domandato  con- 
tingente ,  e  minacciavasi  in  caso  contrario  di 
avere  colle  armi  quello  che  adesso  domandava 
cortesemente  e  con  offerta  di  largo  compenso,  t 
padri  dopo  molti  inutili  sforzi  consentirono  che 
fosser  pagati  ai  francesi  franchi  ottocentomila  a 
diverse  scadenze  dietro  V  obbligazione  scritta  , 
che  la  Francia  assistesse  nel  congresso  di  Ra- 
sladtalla  conservazione  dello  stato  di  Lucca  nella 
solita  sua  forma,  con  altre  obbligazioni  di  minore 
entità  (60). 

g.  36.  I  frequenti  forti  sal.issi  che  dai  francesi 


An.    1798.     DEI  TEMPI    AUSTRIACI    CAP.  111.  1 69 

facevansi  al  tesoro  lucchese,  lo  avevano  da  qual- 
che tempo  assai  impoverito,  sicché  per  far  fronte 
a  nuovi  obblighi,  se  mai  non  si  fossero  potuti 
evitare,  avea  il  senato  prudentemente  invitato  i 
facoltosi  ad  un  imprestito,  e  stabili  di  fondere  il 
vasellame  d'argento  destinato  al  servizio  del  pa- 
lazzo pel  valore  di  scudi  i5,ooo,  e  s'invitarono  i 
luoghi  pii  a  spogliarsi  a  prò  del  pubblico  degli 
argenti  lavorati,  promettendo  di  pagarne  un  fruito 
conveniente  sul  capitale  da  restituirsi  a  tem- 
po debito,  ed  a  somministrare  del  contante  alle 
stesse  condizioni.  Ma  i  commissari  francesi  non 
erano  mai  sazi  di  denaro,  ed  infatti  si  tornò  verso 
la  fané  del  1798  a  tentarla  repubblica  di  Lucca 
per  aver  oro  e  molto.  Questa  volta  però  i  senatori 
ricusarono  di  consentire  alla  proposta  non  che  in 
tutto  ma  neppure  in  parte,  né  si  lasciarono  svol- 
gere per  lusinghe  o  per  minacele.  Da  che  venisse 
questa  fermezza  di  una  negativa  assoluta  non  si 
può  dire  per  certo,  ma  forse  la  infondeva  il  vede- 
re in  mala  condizione  le  cose  di  Francia  nella 
penisola  (fi  1  . 

§.  37.  In  tempo  che  incominciarono  le  ostilità 
in  Italia,  il  general  francese  Scherer  attese  imme- 
diatamente a  disporre  il  suo  esercito  per  recarsi 
sulle  offese}  spedì  Gauthier  con  una  divisione  ad 
occupare  la  Toscana,  e  così  proteggere  la  ritirata 
di  Wacdonald.  Partito  questi  a'7  di  maggio  da  Ca- 
sari a.  con  17  mila  uomini  giunse  a'i4aRoma,  ai 
:*4  a  Firenze,  ed  8^2,9  a  Lucca.  Egli  avea  lasciati 
deboli  presidi i  nelle  fortezze  che  occupava  nella 
bassa  Italia,  ed  uniie  a  sé  le  truppe  di  Gauthier 
SI»   Tose.   Tom.   11.  15 


1^0  AVVENIMENTI    STORICI  Art.    1799. 

sul  principio  del  giugno,  erasi  accampato  a  Pi- 
stoia,inviando  frattanto  il  generale  Dombrowscki 
per  la  valle  di  Magra  ad  impadronirsi  di  Pontre- 
moli.  allora  Moreau  diresse  il  generale  Lapoype 
con  un  distaccamento  di  liguri  e  francesi  ad  occu- 
pare Bobbio;  e  mandò  la  divisione  di  Victor  a 
Pontremoli,  mettendola  sotto  gli  ordini  di  Mac- 
donald.   Propose  quindi  a  costui  di  recarsi  con 
tutte  le  sue  truppe  per  la  valle  della  Marra  sulla 
Trebbia,  mentresso  contenendo  i  collegati  sulla 
Bormida  sarebbe  marciato  per  Tortona  ad  unirsi 
secolui  a  Bobbio.  Macdonald  però  avrebbe  prefe- 
rito che  Moreau  stesso  si  portasse  coi  suo  eser- 
cito a. Pontremoli,  e  discendesse  per  la  valle  del 
Taro,  mentresso  marciando  per  Modena  sarebbe 
venuto  ad  incontrarlo  fra  Parma  e  Piacenza.  Con 
questi  movimenti  egli  sperava  di  battere  separa- 
tamente Tarmata  dei  collegati,  sparsa  sopra  una 
vasta  superfice,  tagliar  la  loro  linea  di  operazione, 
togliere  il  blocco  di  Mantova,  e  forse  ricuperare 
quanto  i  francesi  aveano  in  due  mesi  perduto.  I 
due  condottieri  fra  loro  distanti  non  stabilirono 
alcuno  di  questi  disegni,  e  frattanto  Macdonald 
incominciò  ad  eseguire  il  suo,  e  s'incamminò  ver. 
so  la  Trebbia,  ove  non  potendo  sostenersi,  tro- 
vandosi privo  del  soccorso  che  aspettava,  e  non 
avendo  notizie  precise  della  marcia  di  Moreau, 
ordinò  la  ritirata  in  due  colonne,  e  ne  diresse 
una  per  le  valli  del  Taro  e  della  Macra  sopra  Luc- 
ca, e  l'altra  per  Modena  a  Pistoia.  Ma  il  Macdo- 
nald sul  principio  di  luglio  abbandonò  la  Tosca- 
na, e  consegnò  a  Moreau  i3ooo  uomini  che  gli 


^«.1799.        DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  III.  I?i 

erano  rimasti,  e  con  questi  Tarmata  francese  in 
Italia  ascese  e  4^000  combattenti  (62). 

§.  38.  Appena  sul  fine  del  precedente  anno 
s'intese  lo  sbarco  dei  napoletani  a  Livorno,  Fou- 
bert  ingiunse  subito  a  Serruiier  di  radunare  la 
sua  divisioue  a  Modena,  e  per  Pistoia  recarsi  a 
Lucca,  mentre  Miollis  con  tremila  cisalpini  vi  si 
sarebbe  portato  dalla  parte  di  Massa.  Serrurier 
pubblicò  da  Modena  un  bando,  in  cui  annunzian- 
do che  entrava  nel  granducato  unicamente  per 
discacciare  i  napoletani  e  gTinglesi  da  Livorno, 
diceva  ancora  che  portavasi  nel  lucchese,  non  già 
per  distruggere  il  governo,  ma  con  promessa  di 
far  rispettare  le  persone,  le  proprietà  e  la  religio- 
ne. Giunse  difatti  a  Pistoia  il  Serrurier  generale 
di  divisione  con  varie  migliaia  di  soldati.  I  padri 
lucchesi  mandarono  tre  senatori  ad  incontrarlo 
per  istornare  almeno  l'ingresso  delle  soldatesche 
in  città.  Adunavasi  pure  nel  medesimo  tempo  a 
Massa,  sotto  il  comando  del  generale  di  brigata 
Miollis,  ed  anche  a  questo  furono  mandati  amba- 
sciatori pel  suddetto  effetto.  Nei  giorni  2  e  3  del 
1799  entrarono  in  Lucca  le  soldatesche  dal  lato 
di  Pistoia  sotto  il  comando  del  Serrurier,  e  il  dì 
4  le  altre  dal  lato  di  Massa  sotto  gli  ordini  del 
Miollis,  che  in  tutto  sommavano 6000  uomini  tra 
fanteria  e  cavallerìa.  Grande  lo  sbigottimento  di 
ogni  ordine  di  persone,  e  deserta  pareva  Lucca 
nell'entrare  delle  truppe.  Appena  giunto  in  Luc- 
ca il  Serrurier  ripetè  al  popolo  le  cose  medesime 
promesse  col  bando  pubblicalo  da  Modena,  assi- 
curando di  più  che  ciascuno  sarebbe  stato  man- 


iyH  AVVENIMENTI    STORICI  j£n.    1799*. 

tenuto  nei  suoi  diritti,  e  che  niun  cambiamento 
di  governo  sarebbe  accaduta  Nel  punto  però  che 
faceva  noti  al  pubblico  tai  sentimenti,  teneva  al- 
tro discorso  con  quei  che  a  nome  del  governo  lo 
attorniavano  per  onorarlo.  *  O  date  tostor  ei  di- 
ceva loro,  cinquemila  zecchini,  e  in  seguito  due 
millioni  di  franchi,  ed  avrete  libera  la  città  come 
prima  ,  subito  che  i  napoletani  abbiano  abban- 
donato Livorno,  oppure  esponetevi  a  vedere, giu- 
sta gli  ordini  che  ho,  cangiare  il  governo  d'aristo- 
cratico in  democratico,  ed  esigere  sulla  sola  no- 
biltà le  somme  richieste,  e  guarentire  l'osservanza 
de'miei  comandamenti  con  quattro statichi  della 
vostra  condizione  ,„  Mentre  fu  sodisfatto  colla 
prestezza  voluta  alla  prima  richiesta  dei  5ooo 
zecchini,  il  generale  dichiarò  con  una  sua  lettera 
che  l'imposizione  dei  due  millioni  dovea  pagarsi 
dalla  sola  nobiltà,  ed  aggiunse  che  doveano  som- 
ministrare artiglieria,,  fucili,  e  le  corrispondenti 
munizioni  necessarie  alla  difesa  delle  coste  e  del 
golfo  della  Spezia:  panni  per  vestire  3aoo  soldati, 
dodicimila  camice,  altrettante  paia  di  scarpe.  E 
come  se  tutto  questo  fosse  poco,  mandò  i!  Serru- 
rier  a  suggellare  le  pubbliche  casse,  dicendo  es- 
ser proprietà  francese  il  danaro  che  vi  si  conte- 
neva, dopo  averne  presa  perse  una  buona  somma 
in  oro  come  per  mancia  (63). 

g.  39.  Tante  richieste  spaventarono  i  senatori 
lucchesi,  e  quel  che  più  ^affligge  va  e  sgomentava, 
era  l'ingiustizia  insopportabile  che  la  sola  nobiltà 
dovesse  contribuire  ad  una  gravezza  si  enorme. 
Ma  pure  in  tanta  piena  di  mali  non  si  smarrì  il 


jill.    1y99.    DEI  TEMP/  AUSTRI  VCI    CAP.  III.  1  70 

senato  lucchese,  poiché  comandò  una  colletta  «li 
oro,  d^argento,  di  gioie,cJi  numerario  da  tutti  i  nobili 
senza  distinzione  di  sesso,nè  di  stato:  domandò  al- 
trettanto alle  chiese^  ai  corpi  ecclesiastici  e  luoghi 
pii  per  approntar  denaro.  Spedì  un  senatore  al 
Joubert  generalissimo  per  impetrare  di  poter  di- 
sporre delle  somme  sequestrate  nelle  pubbliche 
casse,  in  conto  di  due  millioni.  Joubert  conde- 
scese  a  questa  inchiesta,  ed  i  lucchesi  pagarono 
di  quel  del  pubblico  seltecentomila  lire  tornesi, 
e  per  un  millione  e  trecentomila  dovette  corri- 
spondere la  nobiltà  in  men  di  un  mese,  con  ag- 
gravio pesantissimo  de'singoli  nobili,  alcuni  dei 
quali  ebbero  a  dare  oltre  il  valore  della  rendita 
di  un  anno  del  patrimonio  loro.  All'agonìa  di  quel 
pagare  così  esorbitante  altre  cose  unironsi  per 
viepiù  addolorare  i  senatori.  Le  umiliazioni  che 
pativano,  erano  grandi,  ed  inuniti  erano  gl'imba- 
razzi a  cui  si  trovavano.  I  novatori  lucchesi  quan- 
tunque in  piccol  numero,  e  col  nome  di  patriot  - 
ti,  incoraggiti  dalla  presenza  di  una  forza  protet- 
trice alzarono  il  capo,  parlando  contro  Paristo- 
crazìa  e  contro  i  nobili,chiamando  tirannide  la  pri- 
ma e  tiranni  i  secondi  .  Era  in  sostanza  P  am- 
bizione e  Pinteresse  che  faceali  sparlar  cosi  nelle 
piazze,  nei  caffè  e  nei  pubblici  ridotti,  sperando 
da  un  cambiamento  di  governo  impieghi  ed  ono- 
ri. Costoro  fermentarono  tanto,  che  fecero  deter- 
minar Serrurier  dj  proporre  ai  senatori  lucchesi 
una  vaiiazione  di  governo.  Egli  peraltro  non  vol- 
li* (wr  allora  porre  la  mano  fraiv.a  in  questa  ma- 
teria, forse  per  andar  cauto,  non  essendo  anche 


1J/}  AVVEDIMENTI    STORICI  Ali.    1799. 

sicuro  dell'etfetlo  che  un  violento  cambiamento 
nell'ordine  politico  avesse  colà  ingenerato,  e  spe- 
cialmente sulla  numerosissima  popolazione  delle 
campagne  ch'era  affezionala  alla  nobiltà  ed  al  go- 
verno, ed  odiava  i  francesi.  Questa  popolazione  a 
tanto  arrivò  che  si  lagnava  alla  scoperta  di  non 
essere  stata  chiamata  in  tempo  a  difesa  della  cit- 
tà, stimando  per  avventura  nella  semplicità  sua 
che  fosse  la  forza  di  Francia  quella  e  non  altra 
che  occupava  Lucca  (6£). 

g.  4o.  Finalmente  il  dì  j  5  di  gennaio  del  1799. 
stanziò  il  senato  quanto  appresso  „.  Si  faccia  ri- 
torno all'antica  costituzione  democratica  d^lTo 
stalo  lucchese,  e  perciò  s'  intenda  annullata  la 
legge  del  1 556, detta  martiniana  (  per  cui  era  stato 
limitato  il  numero  degli  eligibili  al  governo  )  co- 
me altresì  quella  del  162,8  (  che  determinava  le 
famiglie  su  cui  cader  doveva  la  scelta  dei  gover- 
nanti ).  Ogni  titolo,  ogni  distinzione  che  sollevi 
un  cittadino  sopra  l'altro  si  tolga  di  mezzo.  Do- 
dici senatori  vedano  se  intiera  o  modificata  deb- 
ba riassumersi  l'  antica  popolare  costituzione,  e 
se  ne  consiglino  anche  con  chi  piacesse  loro.  Il 
presente  governo  seguiti  a  modo  di  provvisione 
lino  a  che  il  nuovo  non  sia  in  atto  „  I  senatori 
scelti  al  fine  suddetto  si  accinsero  all'opera  con 
molto  zelo,  e  chiamarono  a  consulta  i  patriot  ti 
per  vedere  di  conciliare  te  diverse  opinioni.  Fu 
dunque  decretato  il  dì  2,8  gennaio  che  per  la  cit- 
tà fossero  eletti  dalle  parrocchie  quarantaquat- 
tro soggetti^  e  per  la  campagna  dalle  vicarie  cin- 
quantaqualtro  uniti  a  sei  scelti  nel  suo  numero 


Atl.    1799.     DEI    TEMPI     AUSTRIACI  CAP.  IH.  tj'5 

dal  senato  dovessero  esser  gl'interpetri  della  vo- 
Ionia  universale  in  ordine  al  futuro  reggimento, 
purché  democratico,  ed  in  ordine  ai  futuri  leg- 
genti. I  nobili,  ì  preti,  i  frali  ed  i  servitori  furo- 
no tutti  esclusi  dalfintervenire  alle  sessioni  delle 
parrocchie  e  delle  vicarìe  (65). 

§.  4  ••  Giunse  il  dì  prescritto  per  le  adunanze 
di  quei  delle  parrocchie  e  delle  vicarìe.  La  scelta 
dei  deputati  cadde  sopra  soggetti  degni  della  co- 
mune fiducia.  Propalate  le  elezioni,  i  patriot  ti  se 
ne  rammaricarono,  perchè  videro  così  finita  per 
essi  ogni  speranza  d'impieghi,  ci' onori,  e  di  iucru 
pecuniario,  primo  e  forse  unico  scopo  delle  mas- 
sime che  professavano.  Quindi  si  misero  atlorno 
al  Serrurier,  scongiurandolo  a  provvedeie  alfa 
causa  loro.  Il  generale  mostrò  di  lasciarsi  vincer»-*; 
promise  aiuto.  Il  dì  seguente  ristrettosi  egli  con 
alcuni  patrioti!,  nei  quali  aveva  maggior  fiducia, 
disegnò  un  nuovo  governo  alla  foggia  di  quello 
di  Francia,  ad  imitazione  della  costituzione  delia 
repubblica  ligure,  e  destinò  i  suggelli  che  dove- 
vano amministrarlo  come  più  gli  piacque, burlando- 
si cosi  della  data  fede  e  del  giudizio  proferito  da 
una  intiera  nazione  col  suo  assenso.  Compiuta 
l'opera  nei  segreto  ili  pochi,  il  Serrurier  portossi 
a  palazzo,  accompagnato  dai  maggiori  suoi  uffi- 
ciali, e  presentatosi  a  qu«  i  eh'erano  destinati  al 
nuovo  governo,  unitamente  ai  senatori,  pronun- 
zio in  presenza  degli  uni  e  degli  altri  un  discorso, 
col  i|imJe  comandava  che  in  Lucrasi  organizzai* 
le  un  governo  intieramente  democratico,  ed  in- 
tanto presentò  ..i  governanti   ini   ifstema  di  or- 


1?6  AVVENIMENTI  STORICI  Att.    1  79$, 

ganizzazione  provvisionale,  al  quale  invitò  i  luc- 
chesi a  conformarsi.  Al  gonfaloniere  e  senatori 
parlò  in  questa  guisa  „  Gli  ordini  del  generale  in 
capo  dell'esercito  d'Italia  mi  conducono  oggi  ìq 
questo  luogo  per  dichiararvi  una  gran  verità,  e 
farla  mettere  in  pratica.  L'uomo  è  nato  libero  e 
domanda  di  entrare  nei  suoi  diritti.  In  conseguen- 
za o  signori,  da  ora  in  avanti  non  esiste  più  fra 
voi  condizione  alcuna  privilegiata  di  persone,  e 
tutti  gli  uomini  sono  eguali.  Ho  scelto  dalla  mas- 
sa i  cittadini  destinati  a  governare  per  modo 
provvisorio  la  repubblica  di  Lucca  (66)  ,,. 

g.  4^.  Dolenti  i  senatori  per  l'imminente  di- 
sastro della  patria  ,  ma  non  avviliti }  cedettero 
alla  necessità,  e  lasciaron  vuoti  quei  seggi  che 
onoratamente  occupalo  avevano  essi  ed  i  loro 
antenati  per  circa  due  secoli  e  mezzo:  così  termi- 
nò il  governo  aristocratico  a  Lucca  .  Il  governa 
dal  Serrurier  istituito  in  quella  città  per  modo 
di  provvisione,consisleva  in  un  potere  legislativo, 
con  due  consigli,  uno  detto  dei  giuniori  di  qua- 
rantotto membri,  e  l'altro  chiamato  dei  seniori 
di  ventiquattro,  ed  un  potere  esecutivo  nominato 
direttorio  di  cinque  soggetti.  In  oltre  cinque  mi- 
nistri furono  creati,  cioè  per  le  finanze  ,  per  gli 
affari  esteri,  per  Pintemo,  perla  giustizia,  guerra 
e  marina.  La  scelta  di  questi  nuovi  moderatoli 
benché  presi  dalla  massa,come  il  Serrurier  annun- 
ziò, non  fu  fatta  peraltro  senza  giudizio.  Si  ebbe 
un  talqual  riguardo  ai  talenti,alla  civiltà  della  con- 
dizioue.ed  anche  al  buon  nome.  Molti  erano  vera- 
mente cabli  democratici,  ma  non  pochi  professava- 


An.    1799.    DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  III.  177 

no  dei  principii  moderati,  ed  i  nobili  non  furono 
totalmente  esclusi.4ppena  accaduto  il  cambiamen- 
to,! democratici  non  capivano  in  sé  dall'allegrezza. 
Dicevano  d'esser  rigenerati ,  lodavano  a  cielo  i 
francesi  per  tanto  bene,  ed  avrebber  voluto  mol- 
tiplicare quel  giorno  come  il  più  bello  della  lor 
vita  .  Partecipato  che  ebbe  il  nuovo  governo  lo 
esultamento  suo  alle  repubbliche  ed  alle  potenze 
italiane  ,  dalle  quali  per  altro  non  sappiamo  se 
avesse  Lucca  risposta  veruna  ,  scrisse  a  Parigi , 
ma  con  egual  sorte:  di  tal  cosa  dovettero  sentire 
i  lucchesi  una  non  lieve  amarezza.  Una  legge. che 
riuscì  nell*  insieme  la  più  salutevole  per  quello 
stato,  fu  l'abolizione  dei  tidecommissi.  come  otti- 
ma fu  pure  la  provvisione  di  proibire  ogni  tor- 
mento negli  esami  di  cose  criminali.  Questo  bar- 
baro costume  trova  vasi  tuttavia  in  Lucca,  sebbene 
per  l'applicazione  dei  tormenti  fosse  allora  men 
crudele  di  quello  ch'era  in  antico.  Furono  in  ol- 
tre invitati  dal  nuovo  governo  i  regolari  dell'uno 
e  dell'altro  sesso  ad  uscire  dai  loro  conventi,  do- 
mandando per  altro  la  secolarizzazione  nelle  for- 
me prescritte  dalla  chiesa,  ma  nessuno  secondo 
tale  invito  (67). 

g.  43-  Frattanto  sotto  il  nuovo  governo  luc- 
chese niuna  libertà  regnava  ne'consigli  pubblici, 
che  ogni  cosa  dovea  farsi  a  voglia  dei  francesi  , 
volendo  il  governo  servo  e  pieghevole  ad  ogni 
ingorda  e  strana  dimanda  .  Oppressi  i  nobili  per 
causa  dello  sborso  di  due  millioiii, furono  gravati 
di  un  mezzo  millione  gli  ecclesiastici,  J  più  ricchi 
possidenti  dopo  di  loro.  La  risoluzione  di  attor 


1?8  AVVENIMENTI    STORICI  Atl.    1799. 

zare  e  vettovagliare  la  città,  servì  di  pretesto  a 
questo  gravissimo  peso,  ma  la  versa/ione  di  quella 
somma  non  corrispose  al  destino  che  avean  detto 
d'impiegarla.  La  libertà  civile  in  Lucca  era  nulla, 
com'era  la  politica.  L'alta  polizzia  stette  per  alcun 
tempo  in  mano  dei  francesi,  quindi  regnava  il  so- 
spetto, la  paura,  il  terrore.  A  chi  tra  i  nobili  non 
rimpatriava  si  minacciava  di  confiscare  i  beni  ;  a 
chi  tra  i  contribuenti  non  pagava,  si  diceva  che 
sarebbe  condotto  al  castello  di  Milano.  Tanto  nu- 
merario levato  di  circolazione,  che  si  calcola  a 
circa  tremillioni  di  scudi,  tanto  spavento  incusso 
negli  animi  dei  facoltosi,  avean  fatto  quasi  cessa- 
re ogni  traffico,  ogni  lavoro.  Da  ciò  ne  venne  la 
pubblica  miseria,  e  le  lamentevoli  voci  degli  ar- 
tigiani e  dei  giornalieri.  In  (ine  da  una  felicità 
genera  le, i  lucchesi  eran  venuti  ad  una  generale 
miseria.  Il  governo  non  era  amabile,  ma  dolce 
più  per  necessità  che  per  volontà  (68). 

g.  44*  Sparsasi  voce  d'essere  entrati  i  tedeschi 
nella  Toscana,  i  lucchesi,  specialmente  quei  di 
campagna,  fecero  notabili  dimostrazioni  di  gioia 
con  fuochi  ed  illuminazioni,  e  con  abbattere  il 
piantato  albero  della  libertà,  dove  dai  partitanti 
francesi  era  stato  inalzato.  I  francesi  d'altronde 
ed  i  patriolti  temendo  di  una  popolare  insurre- 
zione contro  di  loro,  procurarono  di  sedare  il  tu- 
multo, ma  svanito  quel  moto  per  aver  saputo  che 
vana  era  la  notizia,  vollero  i  francesi  nonostan- 
te avere  in  mano  una  guarentigia,  e  impadronen- 
dosi di  un  certo  numero  di  nobili,  furono  spediti 
all'isola  di  s.  Margherita,  ove  soffrirono  privazioni 


An.    1799.     DEITEMPIAUSTRIACICAP.III.  179 

d'ogni  genere,  e  quindi  mandati  a  Digione  luogo 
stabilito  loro  per  confina  Vari  arresti  furon  fatti, 
ed  una  commissione  militare  francese  prese  ad 
esaminare  i  supposti  rei, ma  tutti  rimaseroassoluti, 
salvo  un  prete  condannato  a.  due  anni  di  prigio- 
nìa.Il  passaggio  della  soldatesca  del  IVIacdonald  per 
Lucca  finì  di  rovinare  il  tesoro  di  quella  repub- 
blica, e  fu  d^uopo  al  governo,  per  riparare  ai  biso- 
gni urgentissimi,  ricorrere  ai  mezzi  straordinari 
generali,  ciò  che  finallora  non  avea  fatto.  Fu  dun- 
que posto  un  balzello  su  tutte  le  finestre  delle 
fabbriche  abitate  tanto  urbane  che  rurali.  Ma  le 
battaglie  perdute  dal  Dlacdonald  alla  Trebbia, 
combattendo  cogli  austriaci  e  coVussi,  troncarono 
ogni  speranza  ai  francesi.  Finalmente  essendo  gli 
austriaci  arrivati  a  Firenze  col  generale  Schneider, 
ed  avanzandosi  già  verso  Lucca,  faceva  d'uopo  ai 
francesi,  deboli  com'erano,  di  lasciar  quel  paese 
pigliando  la  via  di  Genova. 

g.  45.  In  tal  frangente  congregatisi  i  due  con- 
sigli decretarono  che  il  dì  17  di  luglio  si  des- 
se mena  potestà  al  direttorio  di  far  tutto  ciò  che 
convenisse  alla  quiete  ed  alla  sicurezza  dello  sta- 
to. Fatto  il  colloquio,  nel  giorno  medesimo  ne 
risultò  che  si  elessero  dieci  soggetti  nobili  presi 
tra  i  più  accetti  alPuniversale,  al  fine  di  governar 
lo  stato  a  modo  di  provvisione.  Un  bando  del  di- 
rettorio annunziava  questa  determinazione  al 
pubblico,  raccomandando  nel  tempo  stesso  mo- 
derazione e,  tranquillità.  Appena  peraltro  che  fu- 
ron parliti  i  francesi,  lo  che  fu  verso  la  sera  del  ìy 
luglio,  s'incominciò  a  folleggiare  con  gioia  tumul- 


l8o  AVVENIMENTI  STORICI  An,    1799. 

tuosa.  Nel  giorno  del  18  fu  anche  più  grande  il 
clamore  per  la  gente  di  campagna  venula  in  folla 
a  prender  parte  a  quella  sregolata  allegrezza.  Molti 
de'patriotti  minacciati  dal  popolo  si  nascosero, 
e  molti  soprappresi  dalla  paura  se  n'eran  partiti 
coi  francesi  alla  volta  di  Genova.  In  mezzo  a  tali 
schiamazzi  giunse  nel  giorno  stesso  dal  lato  di 
Firenze  qualche  centinaio  di  soldatesca  austriaca, 
la  qual  servì  a  tranquillizzare  gli  onesti  cittadini 
nemici  delle  violenze  e  delle  reazioni.  I  tedeschi 
furono  accolti  come  liberatori,  come  salvatori. 
Certamente  parve  un  bellissimo  preludio  agli  ari- 
stocratici che  il  generale  RIenau  nel  creare  una 
nuova  reggenza  il  24  luglio,  la  quale  intitolò  reg- 
genza provvisionale  della  città  e  dello  stato  di 
Lucca,  la  componesse  dei  dieci  soggetti  che  for- 
mavano appunto  il  collegio  ultimo  degli  anziani 
della  repubblica  aristocratica  (69). 

g.  46.  Ferma  la  reggenza  nel  principio  adot- 
talo di  sostenere  in  genere  l'indipendenza  e  la 
libertà  lucchese,  conservò  primieramente  il  no- 
me non  solo,  ma  le  forme  altresì  della  repubbli- 
ca. Richiamò  gli  uffizi  e  i  comitati  per  le  diverse 
attribuzioni,  come  al  tempo  passato.  Si  rivolse 
quindi  a  Vienna  per  ottener  patrocinio  alla  spi- 
rante repubblica  lucchese,  ma  non  ottenne  sodi- 
sfacenti risposte.  INon  fu  neppur  trascurata  l'oc- 
casione di  raccomandare  la  sorte  di  Lucca  ai  due 
generalissimi  in  Italia  tedesco  e  russo,  il  Melas 
cioè  ed  il  Suwarow,  ma  non  ne  ottennero  i  luc- 
chesi inviali  che  buone  parole.  Qui  fa  d'uopo  il 
sapere  che  fino  dal  3o  luglio  era  venuta  ai  lue- 


An.    1 799.  dei  tempi  austriaci  cap.  in:  181 

chesi  l'intimazione  dal  general  Klenau  di  conse- 
gnare al  comando  tedesco  tutti  i  cannoni  e  tutte 
le  armi  della  nazione  per  portarsele  via.  Ma  non 
ostante  che  dal  generale  Suwarow  fosse  stato 
promesso,  che  cessato  il  bisogno  quelle  armi  da 
guerra  sarebbersi  restituite  ai  lucchesi,  pure  rav- 
viso dato  loro  dal  Klenau  fu  di  tale  amarezza 
neiruniversale  dei  lucchesi  da  credersi  appena. 
Dicevasi  da  essi  che  l'artiglierìa  lucchese  non  po- 
teva essere  d'uso  alcuno  né  per  campagna  né  per 
fortezza,  perchè  troppo  pesante js  di  un  calibro 
affatto  fuori  di  uso,  e  che  gli  schioppi  per  questa 
ragione  e  per  esser  logri  dal  frequente  nettarli, 
erano  pure  inutili;  ma  non  valsero  né  ragioni  né 
lamenti,  e  bisognò  cedere.  Erano  i  cannoni  da 
cento  venti,  tutti  di  grosso  calibro,  e  due  ve  ne 
erano  di  oltre  libbre  dodicimila  Puno.  Eran  tutti 
di  bronzo,  e  alcuni  distingue vansi  per  la  ricchez- 
za degli  ornati  e  delle  figure.  Il  valsente  di  questa 
artiglierìa  fu  stimato  di  un  millionee  centosedici- 
mila  lire  lucchesi,  compresi  gli  schioppi,  per  la 
più  parte  inutiIi,ch',erano  nella  pubblica  armerìa, 
la  quale  altresì  rimase  spogliata  del  tutto.  Se  par- 
ve durissimo  quello  spoglio,  insopportabile  riu- 
scì il  comando  de'medesimi  tedeschi. che  le  spese 
di  trasporto  dovessero  soffrirsene  dai  lucchesi. 
Ne  andarono  in  circa  ventiseimila  lire  lucchesi 
per  questo,  la  qual  somma  aggiunta  alla  prima  e 
ridotta  in  franchi  fa  856, 5oo  (70). 

5.  47.  Per  corrispondere  alle   inchieste  della 
soldatesca  straniera, fu  d'uopo  che  ognuno  degli 
impiegati  nei  comitati  esercitasse  gratuilanit'nte 
SI.   Tose.   Tom.  11.  16 


l82  AVVENIMENTI    STORICI  Alt*    1709. 

il  proprio  uffizio,  e  fu  comandato  che  si  pagassero 
i  resti  delle  contribuzioni  imposte  su  i  nobili  e 
su  i  preti.  Lagnanze  suscitaronsi  contro  il  gover- 
no ma  a  torlo,percbè  la  soldatesca  molto  doman- 
dava, ne  le  si  potea  negar  cosa  alcuna.  Si  dovet- 
ler  mettere  imposizioni  su  tutte  le  rendite  dello 
stato,  si  accrebbe  il  prezzo  del  sale,  e  l'appalto 
del  tabacco  e  dei  liquori  fu  pur  ceduto,  al  line  di 
ottenere  un  imprestilo  di  ventimila  scudi  \  così 
d'altri  debiti  assai  rilevanti  si  aggravò  il  pubblico 
erario.  Si  fa  pertanto  ii  calcolo,  che  da  Lucca  nello 
spazio  di  28  mesi,  cioè  dai  1798  fino  al  maggio 
del  1800,  i  francesi  aveano  avuto  pel  valsente  di 
novecento  quarantaduenne  seicento  cinquanta 
francesooni,  ed  i  tedeschi  pel  valore  di  duecento 
cinquanlacinque  mila  duecento  settanta,  tanto- 
ché il  piccolo  stato  di  Lucca  si  trovava  impove- 
rito di  un  1,197,920  francesconi  ,  che  formano 
franchi  6,708,352. 

g.  4^«  Lo  spirito  di  parte  fece  sì  che  furono 
sospese  con  bando  del  17  ottobre  1799  tutte  le 
leggi  sancite  sotto  il  passalo  demopratico  go- 
verno. Da  ciò  nacque  T  inconveniente  di  molti 
danni  cagionati  per  la  ripristinazione  dei  tìdecom- 
missi,  che  reputavansi  già  aboliti,  e  sopra  i  quali 
eran  corsi  dei  rilevanti  imprestiti.  Fu  al  seguito 
di  questa  sospensione  che  videsi  collocar  di  nuovo 
al  palazzo  di  giustizia  la  trave  per  dar  la  corda  e 
la  gogna:  cose  che  dalla  democrazìa  erano  state 
tolte.  IVIa  già  le  corti  d'Italia,  anzi  dell'intiera  Eu- 
ropa,stavano  un'altra  volta  in  pendente.  Per  quel 
genio  immenso  del  Bonaparle  un  cambiamento 


Alt,   1799.      DEITEMPIAUSTRIACICAP.III.  1 83 

grandissimo  era  accaduto  in  Francia  nel  1799. 
Spento  da  lui  in  un  soffio  il  direttorio,  egli  si  re- 
cò in  mano  la  somma  delle  cose,  sotto  il  titolo  di 
primo  console  (71). 

§.49.  Alla  distruzione  dell'antico  governo  di 
Lucca  successero  gravi  disastri  in  tutta  la  To- 
scana. Imperciocché  appena  si  ruppe  la  guerra  fra 
l'Austria  e  la  Francia,  il  direttorio  francese,  co- 
me già  div'sato  avea  da  due  anni  (72),  fece  subito 
scacciar  da  Firenze  il  granduca.  Scherer  general 
francese  prescrisse  a  Miollis  di  avanzarsi  da  Luc- 
ca a  Livorno,  e  nel  tempo  stesso  dalla  Lombar- 
dia diresse  il  generale  Gauthier  con  tremila  uo- 
mini a  Firenze.  Per  adombrar  poi  alquanto  l'in- 
vasione, addusse  il  pretesto  dello  sbarco  dei  na- 
poletani. Quindi  nel  20  di  mano  pubblicò  un  ma- 
nifesto, in  cui  disse  ai  toscani  „  I  nemici  del  loro 
riposo  e  della  repubblica  francese  aver  meditato 
di  assicurarsi  di  Livorno,  è  di  accendere  da  quel- 
la parte  la  guerra  in  Italia:  i  francesi  aspettarsi 
allora  che  il  granduca  avrebbe  preso  le  opportune 
misure  per  ripararvi;  ma  esso  al  contrario  essersi 
disposto  alla  guerra  con  segreti  apparecchi  me- 
diante un  tacito  assenso  nel  ricevere  le  truppe 
straniere.In  tale  stato  di  cose  il  governo  francese, 
tanto  per  la  sua  dignità,  quanto  per  la  sicurezza 
delle  repubbliche  italiane,  avere  stimato  conve- 
niente di  occupare  la  Toscana  (73)  „.  Il  granduca 
non  avendo  mezzi  di  difesa  pubblicò,,  che  avreb- 
be consideralo  come  una  pròva  dell'affezione  dei 
suoi  sudditi  fedéli,  se  secondando  le  sue  paterne 
intenzioni  nell'ingresso  delle  truppe  francesi  es- 


l84  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.   1799. 

si  conservassero  la  più  perfetta  tranquillila,  ri- 
spettassero quei  militari  e  si  astenessero  da  ogni 
atto  che  potesse  occasionare  qualunque  lagnan- 
za (;4> 

g.  5o.  Dietro  tali  disposizioni  il  generale  fran- 
cese Gauthier  da  Bologna  entrò  nella  felice  To- 
scana, e  il  dì  a5  di  marzo  conducendo  seco  un 
grosso  corpo  di  cavalleria  con  qualche  nervo  di 
fanteria  e  col  solito  corredo  di  artiglierìa  e  di  sal- 
mone, fece,  qual  trionfatore,  il  suo  ingresso  ar- 
mato per  la  porta  di  san  Gallo  nella  pacifica  città 
di  Firenze,  e  così  la  sede  di  civiltà  venne  occu- 
pata da  insolite  e  forestiere  soldatesche.  I  trionfa- 
tori disarmarono  i  soldati  toscani,  s^impadronirono 
delle  fortezze,  del  corpo  di  guardia  del  palazzo 
vecchio,  delle  porte \  e  quindi  il  generale  inli- 
mò al  granduca  di  partile  al  più  presto  possibile. 
Al  tempo  medesimo  Miollis  assaltala  ed  occupa- 
ta Pisa  passò  a  Livorno,  e  quivi  pur  disarma- 
te le  truppe  del  granduca,  pose  presidio  nei  por- 
ti, guardie  sul  porto,  mano  sui  magazzini  inglesi 
e  napoletani,  occupando  poi  anche  Portoferraio. 
Un  Reinhard,  commissario  del  direttorio,  recò  in 
sua  potestà  la  somma  delle  cose,  ed  ordinò  che 
i  magistrati  continuassero  a  fare  gli  uffizi  in  no- 
me della  repubblica  francese.  Disfatto  dai  repub- 
blicani il  governo  toscauo,  partì  per  Vienna  con 
tutta  la  sua  famiglia  il  granduca,  e  potette  con 
mezzi  pecuniari  ottenere  il  permesso  di  passare 
senza  ostacolo  co'suoi  in  mezzo  alle  legioni  fran- 
cesi. Gli  fu  concesso  dagli  occupatoli  del  suo  sta- 
to di  portar  seco,  olire  quella  porzione  di  tesori 


Alt.    1799.      DElTEMPlADSTBlACICAP.nl.  1 85 

che  gli  venivan  lasciati,  anche  alquanta  mobilia 
del  palazzo  Filli,  alcuni  quadri,  e  molte  statue  di 
sommo  pregio  (75).  Egli  partì  per  Vienna  il  17 
marzo,  dopo  avere  in  un  ultimo  bando  esortati  i 
suoi  sudditi  a  rimanersene  tranquilli.  Questo  in- 
vito non  fu  molto  gustato  dalla  moltitudine,  la 
quale  ogniqualvolta  n'ebbe  il  destro  ebbe  ad  ir- 
rompere contro  l'occupaxione,  ed  a  stabilire  le 
proprie  magistrature  framezzo  alle  grida  Viva 
Ferdinando  (76).  Si  piantarono  i  soliti  alberi 
sulle  piazze,  sì  fecero  discorsi  e  gridarono  libertà, 
ma  non  si  fecero  grandi  schiamazzi  come  altro- 
ve (77). 

g.  Sii.  II  dominio  dei  francesi  in  Toscana  in- 
cominciò da  opere  spietate.  Gli  esuli  francesi,  o 
preti  o  laici  che  fossero,che  sotto  il  placido  dominio 
di  Ferdinando  si  erano  ricoverati,  furono  senza 
remissione  cacciati,  e  fra  questi  vi  fu  il  papa  Pio 
VI,  che  abitò  nel  monastero  della  Certosa  pres- 
so Firenze,  come  dicemmo (78).  Intanto  il  com- 
missario francese  Reinhart  istituì  in  Firenze  un 
governo  provvisorio,  al  quale  nominò  Chiarenti, 
Degores  e  Puntelli:  mise  in  vendita  molti  beni 
allodiali  del  granduca  e  dell'ordine  di  Malta,  e 
forzò  i  particolari  a  comprarli:  confiscò  a  Livorno 
le  mercanzie  degl'inglesi,  portoghesi  e  delle  altre 
nazioni  nemiche  della  Francia.  Estrasse  quanto 
potè  dalla  Toscana,e  prese  sattautadue  quadri  dal 
palazzo  de'Pitti.  Lasciò  per  altro  inlatta  la  galleria 
«li  Firenze,  essendo  quello  stabilimento  una  pro- 
prietà municipale  e  non  del  governo.  Frattanto 
il  Puccini,  direttore  di  essa  galleria,  avea   salvata 

i6-> 


l86  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.    1799. 

la  Venere  de'Medici  con  tutti  gl'intagli  in  pietre 
preziose  di  essa  galleria,  trasportando  il  tutto  a 
Palermo,  da  dove  poi  furono  tali  oggetti  riporta- 
ti in  Firenze  dopo  la  partenza  dei  francesi.  In 
Toscana  non  essendovi  dritti  feudali,  e  molte  co- 
se essendo  state  rinnovate  da  Leopoldo.  la  rivo- 
luzione non  produsse  nell'  interno  dello  stalo 
gravi  sconcerti.  Le  contribuzioni  che  imposero  i 
francesi  nello  spazio  di  tre  anni  non  oltrepassa- 
rono ottomillioni  di  franchi.  Rimase  bensì  gene- 
rale l'avversione  contro  i  francesi,  e  perciò  le  no- 
tizie delle  loro  disfatte  in  Lombardia  suscitarono 
facilmente  nel  basso  popolo  lo  spirito  di  solleva- 
zione e  di  vendetta.  Difatti  nella  metà  di  aprile 
l'aspetto  di  alcuni  giovani,  ornati  alla  foggia  pa- 
triottica, eccitò  un  tumulto  in  Pistoia,  ed  i  mot- 
teggi irreligiosi  di  simili  giovanastri  ne  suscita- 
rono un  altro  in  Firenze.  Fu  il  primo  sedato 
dagli  ecclesiastici,  ed  il  secondo  dissipato  da  po- 
che pattuglie  (79). 

g.  5a.  Giunsero  i  francesi  in  Cortona  in  poco 
numero  il  dì  9  d'aprile  sotto  il  capitano  Jacobè, 
uomo  d'oneste  e  piacevoli  maniere,  destinato  a 
comandare  il  presidio.  Lo  stabilimento  del  nuovo 
governo  però  fu  differito  fino  al  i5,  e  al  ao  l'ere- 
zione dell'albero  della  libertà  nella  piazza  di  san 
Andrea.  Questa  festa  non  ebbe  ne  spettatori  né 
applausi}  le  finestre  che  guardavano  la  piazza  ri- 
masero chiuse:  la  festa  di  ballo  che  nella  sera  del 
ai  ebbe  luogo  al  teatro  restò  spopolata  e  senza 
brio  ,  .sebbene  non  si  fosse  perdonato  a  spesa 
per  renderla  bella.  Pochi  volontariamente  corsero 


Ali.    1799.     DEI    TEMPI  ÀUSTE1ACI    CIP.  III.  1 87 

a  dare  il  nome  loro  nel  ruolo  della  guardia  na- 
zionale, lo  che  fece  adottare  misure  di  coazione, 
onde  il  popolo,  che  per  la  carestìa  ed  epidemìa  di 
queir  anno  appena  colP  assiduo  travaglio  potea 
supplire  ai  moltiplicati  bisogni,  sempre  più  si  a- 
lienò  dai  francesi  (80). 

g.  53.  Intanto  nel  giorno  6  di  maggio  un  uo- 
mo, di  cui  mai  si  è  saputo  il  nome,  corse  a  ca- 
vallo da  s.  Giovanni  per  Montevarchi  e  Figline 
sino  ad  Arezzo,  portando  una  banderuola  austria- 
ca, e  gridando  „  essere  i  francesi  dovunque  di- 
sfatti e  gli  alleati  entrati  in  Firenze  „.  A  tale  an- 
nunzio quelle  popolazioni  si  sollevarono  e  distrus- 
sero gli  emblemi  repubblicani.  II  capitano  Mari  di 
Montevarchi  si  eresse  capo  di  quei  sollevati,  gli 
ordinò  per  quanto  potette  in  una  specie  di  mili- 
zia, ed  ebbe  compagna  in  ogni  impresa  la  spiritosa 
Alessandra  sua  consorte.  Albergotti,  Romanelli 
e  Brozzi,  nobili  aretini,assunsero  la  parte  governa- 
tiva di  quei  paesi, e  intanto  la  piccola  guarnigione 
francese  fu  arrestata  e  scortata  tino  a  Siena,  do- 
ve potette  unirsi  alle  altre  truppe  ài  sua  nazio- 
ne (81). 

g.  5$.  I  cortonesi  al  vedere  i  fuochi  di  gioia 
che  brillavano  in  tutta  Pestensione  della  Val  di 
Chiana  si  esaltarono,  e  sulla  fede  di  un  corrière 
aretino  giunto  a  Cortona  colla  nuova  dell'ingres- 
so dei  confederati  in  Firenze,  e  della  già  operata 
rivoluzione  toscana,  corsero  in  folla  e  furibondi 
ad  abbattere  e  bruciare  fra  mille  insulti  P  albero 
della  libertà:  si  armarono  come  meglio  poterono, 
occuparono  le  porte  e  le  piazze,  e  formando  una 


l88  AVVENIMENTI  STORICI  Ali»   1/99. 

milizia  civica  chiusero  in  carcere  il  comandante 
francese,  e  i  pochi  soldati  che  l'obbedivano.  Il 
vescovo  cantò  il  Te  Deum  e  predicò  del  debito 
di  riconoscenza  al  cielo  che  avea  voltate  in  meglio 
le  cose.  Né  per  la  smentita  notizia  dell'arrivo  dei 
confederati  in  Toscana  cessò  il  fervore  e  l'ardi- 
mento djel  popolo  di  Cortona,  che  ormai  conci- 
tato, non  udiva  più  consigli  di  prudenza  e  di 
moderazione.  Molti  onesti  furono  arrestati  e  in- 
giuriati per  sospetto  di  attaccamento  alle  france- 
si novità;  l'odio  personale  si  procacciò  i  soliti 
sfoghi,  designando  alla  plebe  come  giacobini  e 
come  miscredenti  gli  odiati  (8aj. 

g.  55 .  AH1  improvviso  fu  noto  per  lettere 
private,con  atroce  abuso  usurpate  e  lette  dal  go- 
verno provvisorio,  che  4000  pollacchi  delle  trup- 
pe francesi  poco  innanzi  giunte  in  Perugia  si  spe- 
divano in  Cortona  per  ricondurla  al  governo  re- 
pubblicano. Fu  dapprima  creduto  spauracchio  dei 
francesiste  ne  crebbe  l'odio  del  popolo  cortonese 
contro  quelli  ai  quali  erano  dirette  le  lettere;  ma 
non  andò  guari  che  la  notizia  rimase  accertata. 
Allora  consigliavano  i  prudenti  ad  abbandonare 
ogni  atteggiamento  ostile,a  ricevere  i  francesi,  ad 
attendere  un  momento  più  favorevole  per  squo- 
térne  il  giogo.  La  voce  del  pastore,  convocato  il 
popolo  a  S.Francesco,  persuadeva  e  pregava  a  di- 
portarsi pacificamente.  In  vano!  ogni  parola  che 
suonasse  quiete  e  pazienza,  accresceva  il  furore 
del  popolo.  Ognuno  che  fosse  sospetto  di  tali 
pensieri  era  oggetto  de'suoi  insulti  e  delle  sue 
minacele.  Furono  raccolte  quante  armi  e  quanti 


Ail*    1799.    DEI    TEMPI    AUSTRIACI  CAP.  III.  l8g 

strumenti  atti  non  destinati  ad  offendere  si  tro- 
varono, togliendoli  con  violenza  dalle  case  dei 
cittadini:  furono  le  mura  preparate  alla  difesa, 
provvedute  munizioni,  e  fabbricato  un  cannone 
di  legno,  chiesti  aiuti  agli  aretini,  e -ordinalo  il 
suono  della  campana  a  stormo  per  tutto  il  distret- 
to. Giunsero  alcuni  aretini,  giunsero  i  campagnoli 
armati  più  di  roncbe  e  di  falci  che  di  archibusi, 
e  andarono  incontro  alla  schiera  francese  al  di  là 
di  Terontola  .  Ivi  sulla  via  maestra  e  presso  il 
ponte  di  un  umile  rivo  fecero  in  fretta  qualche  ri- 
paro. I  pollaceli!  intanto  avanzavano,  e  istrutti 
della  posizione  e  della  forza  de'cortonesi  eransi 
parliti  in  tre  schiere  col  disegno  di  circondarli. 
Ala  avvisatine  i  cortonesi  si  ritrassero  in  fretta, 
parte  agli  aguati  lungo  la  strada  al  Gampaccio, 
parte  iu  città,  favoriti  dalla  cognizione  dei  luo- 
ghi e  dalla  stagione  che  avea  coperti  i  campi  di 
foltissimi  ed  alti  grani.  Intanto  i  soldati  francesi 
irritati  correvano  la  campagna  bruciando,  predan- 
do, insultando  ed  uccidendo.  Una  parte  di  loro 
inviatasi  alla  città  ad  assaltarla,  s'abbattè  nell'a- 
gliaio degfinsurgenti,  che  da  luogo  sicuro  facen- 
do fuoco,  offendevano  senza  essere  offesi.  Molti 
furono  gli  uccisi  di  quella  schiera^  pure  avanzava 
e  giunse  sotto  Cortona,  ove  in  mezzo  alla  coster-. 
nazione  ed  al  terrore  eransi  pure  preparale  le  di- 
fese. Quattrocento  uomini  della  città  e  del  con- 
tado vegliavano  sulle  mura,  e  cento  aretini  giun- 
ti sulla  sera  confortavano  coir  esempio  e  colle 
parole  gli  sbigottiti.  I  soldati  di  Francia  si  prepa- 
ravano a  forzare  contemporaneamente  la  porla  a 


190  AVVENIMENTI    STORICI  An.    1799. 

s.  Domenico  e  quella  di  s.  Agostino,  ma  il  vivis- 
simo fuoco  che  fu  fatto  dalle  mura  e  con  moschet- 
ti e  con  spingarde  ne  l'impedì  (83). 

g.  56.  Tre  ore  durò  il  conflitto,  tutta  notte  il 
terrore  per  colpi  di  archibuso  ad  intervalli  spa- 
rato} ma  fosse  difetto  di  munizione,comé  fu  detto, 
o  legge  militare  che  chiamava  altrove  i  póltacchi; 
essi  abbandonarono  il  pensiero  di  occupar  Cor- 
tona, ed  il  14  màggio  alla  punta  del  giorno  dalle 
alture  della  città  furon  visti  inviati  in  ordinanza 
alla  volta  di  Firenze.  Di  quanti  soldati  fossero  ap- 
punto scemate  le  loro  file  non  fu  noto,  ma  certo 
il  numero  non  ne  fu  leggero.  Quattordici  caddero 
vivi  in  mano  degli  insurgenli,  colti  alla  spiccio- 
lata dopo  la  partenza  del  grosso  della  schiera.  La- 
crimevoli tracce  lasciarono  nella  campagna  per 
furti,  omicidii,  incendi  e  stupri  (84),  non  esclusa 
la  vocazione  delle  suore  benedettine  di  s. Miche- 
langiolo  presso  la  città.  Ma  benché  la  fortuna  a- 
vesse  preservato  Cortona  dall'ultimo  esterminio 
in  questa  occasione,  non  avvisò  di  poter  resiste- 
re alla  avanguardia  di  Macdonald,  che  composta 
di  i5oo  soldati,  e  preceduta  da  severe  minacele 
del  generale,  si  era  avviata  alla  volta  di  quella 
città.  A.  lei  fu  spedito  pregando  pace  e  perdono  , 
e  fu  concesso.  Giunse  la  schiera  a  Cortona  il  16 
maggio,  ov'era  già  stato  nuovamente  eretto  Pai- 
nero  della  libertà, e  scarceralo  Palifico  comandan- 
te e  presidio  francese}  fu  accolta  piacevolmente, 
e  piacevolmente  trattò  coi  cittadini.  Ristabilì  il 
governo  repubblicano  e  si  partì  da  Cortona  dopo 
due  giorni,  lasciandovi  un  presidio  di  ottanta  sol- 


Atl.    1799.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  III.  J$I 

dati  sotto  nuovo  e  più  severo  comandante  .  La 
ritirata  di  Macdonald  coll'armata  di  Napoli  per 
Radicofani  e  Firenze  sul  fine  di  maggio,  e  la  po- 
sizione presa  da  Yignoles  a  Siena  con  una  brigata 
francese  per  proteggerla,  impedirono  per  poco  i 
progressi  della  insurgenza  toscana  (§5). 

§.  57.  Appena  per  altro  cessò  il  timore  della 
forza  imponente,  che  Arezzo,  con  ogni  miglior 
modo  che  alle  guerre  tumultuarie  si  appartiene, 
si  fortificò,  anzi  ogni  casa  ed  ogni  edilizio  era  for- 
tezza: vedevansi  feritoie  aperte  in  ogni  muro,  i 
tetti  la  maggior  parte  levati,  le  sommila  delle 
case  appianate,  acciocché  i  difensori  potessero 
insistervi  a  ferire  il  nemico;  i  capi  delle  strade 
munite  di  cannoni,  ed  assicurati  con  isbarre  e 
con  isteccati.  Numerose  squadre  di  gente  venuta 
dal  coutado,  e  variamente  armata  custodivano  le 
porle,  e  curiosamente  e  diligentemente  esamina- 
vano chi  entrava  e  chi  usciva.  Uflizi  divini  cele- 
bravansi  ogni  giorno  nella  cattedrale  dal  vescovo 
e  dal  clero  in  ringraziamento  delle  vittorie  acqui- 
state dagli  alleali  e  dai  toscani  contro  i  francesi. 
Stava  appeso  a  guisa  di  trofeo  alla  Tolta  della 
chiesa  un  cappello  con  gallone  in  oro,  ch'era  stato 
di  un  aiutante  generale  pollacco,  ucciso  nelle  vi- 
cinanze di  Cottona  con  una  coltellata  per  ingan- 
no da  un  prete  mentre  era  venuta  a  parlamento 
con  lui.  Si  niovevan  sospetti  ad  ogni  tratto  in 
mezzo  a  quei  contadini  infuriati  per  voci  date  o 
a  ragione  o  a  torlo  di  giacobino;  e  mal  per  chi 
non  aveva  i  capelli  in  coda,  e  chi  non  gli  aveva 
gli  metteva.  Ad  ogni  tratto,  e  quando  più  l'ardore 


1()2  AVVENIMENTI    STOBICl  A*.    1?99. 

li  trasportava,  si  avventavano  alle  persone  che 
non  conoscevano,  gridando:  „  se  sapessi  che  lei 
è  giacobino  gli  passerei  il  cuore  con  questo  col- 
tello „}  e  sì  brandivano  il  coltello  che  facevano 
Tatto  di  ferire.  Era  in  somma  lo  stare  cattivo,  il 
viaggiare  peggiore  (86). 

g.  58.  Tuttavìa  questi  uomini  tanto  sfrenati 
contro  i  francesi,  e  contro  coloro  che  avevano 
o  che  pareano  aver  odore  di  essi,mostravansi  ob- 
bedientissimi  al  nome  di  Ferdinando.  Erasi  in 
mezzo  a  questi  tumulti  creato  in  Arezzo  un  ma* 
gistrato  supremo  sotto  titolo  di  suprema  regia 
deputazione,  in  cui  entravano  preti,  nobili  e  no- 
tabili. Un  cavaliere  per  nome  Angiolo  Guillichi- 
ni  n'era  il  presidente:  uomini  né  sfrenati  né  fe- 
roci non  potevano  impedire  il  furore  del  po- 
polo, solo  ingegnavansi  di  dargli  regola  e  legge. 
Dì  e  notte  sedevano  per  esser  sempre  pronti  ai 
casi  imprevisti.  Facevano  disegni  di  nuove  som- 
mosse in  favore  del  granduca  continuamente, 
traevano  a  suo  nome  tutti  i  magistrati,  mandavano 
ordini  alle  città  tornate  a  divozione,  mescolavano 
ai  contadini  sollevati  le  guardie  urbane,  ed  alle 
guardie  urbane  i  soldati  regolari,  che  già  vestito 
avevano  Tabito  e  le  insegne  del  governo  grandu- 
cale; e  poiché  pensavano  a  far  vera  guerra  avevan 
calato  certo  numero  di  campane  con  intendimento 
di  fonderle  ad  uso  di  cannoni.  Tra  quelle  turbe 
tumultuarie  chi  portava  la  coccarda  di  un  colore, 
chi  d'un  altro,  chi  l'immagine  d"un  santo,  chi  d'un 
altro,  chi  della  Madonna,  chi  del  papa,  chi  decus- 
si, chi  degli  austriaci,  chi  del  granduca,  chi  tutte 


Ah.    1794.».    DEI  TEMPI   ATSTR1ACI  C\P.  111.  ig3 

queste  insegne:  e  chi  era  stalo  tinto  nelle  faccen- 
de precedenti  più  ne  portava,  col  fine  di  allonta- 
nare da  se  quel  nembo  tanto  pericoloso.  Questa 
fu  la  mossa  dWrezzo  per  la  quale  Macdonald  pri- 
ma di  partire  mandò  contro  gli  aretini  un  bando 
terribile,  che  passerebbe  a  fil  di  spada,  che  da- 
rebbe la  città  alle  fiamme,  che  eleverebbe  sulla 
piazza  d^Àrezzo  una  piramide  con  queste  parole: 
Arezzo  punita  della  sua  ribellione.  Ma  tutto  fu 
indarno,  poiché  gli  aretini  non  si  sbigottirono, ed 
il  francese  non  si  accinse  a  domarli,  lasciando 
pendenti  le  cose  loro,  perchè  non  era  parata  la 
occasione,  e  perchè  Arezzo  era  città  forte  fuori 
di  strada,  ed  ei  volea  camminar  veloce  ad  altra 
impresa.  Un  Andrea  Doria  mosse  Àlbiano,  terra 
vicina  al  genovesato,  a  sollevazione  contro  i  fran- 
cesi, non  senza  commettere  i  soliti  atti  di  cru- 
deltà (87). 

g.  5g.  Simili  spaventi  succedevano  in  altre 
parli  della  Toscana,  e  specialmente  nella  Val  di 
Chiana,  che  si  teneva  tutta  apertamente  pel 
granduca  ,  e  mandava  le  sue  bande  or  qua  or  là 
dove  si  temeva  che  la  paura  o  altra  causa  ope- 
rasse alcuna  defezione  .  ]>è  eran  contente  alle 
minacce  e  ai  conforti}  persecuzioni,  multe,  rapin  e 
ed  anco  la  morte  dei  sospetti  segnavano  la  via  da 
essi  corsa.  FI  giorno  8  di  giugno  giunse  presso 
Cortona  una  banda  d'insurgenti,  e  mandò  inti- 
mando al  presidio  francese  di  rendersi  prigio- 
niero. Non  era  tale  la  forza  raccolta  a  Carauctn 
da  poter  volere  di  per  sé  stessa  quanto  chi  'deva, 
ma  essendo  in  arme  Hutto  il  paese  all'ini  orno  con- 
Si.   Tose,   Tom.  11.  17 


11)4  AVVENIMENTI     STORICI  Aìl,    1799. 

tro  i  francesi,  il  comandante  loro  in  Cortona,  che 
temeva  non  poco  anco  degli  abitanti  di  essa,  eva- 
cuò la  città  e  condusse  quei  pochi  suoi  soldati 
verso  Perugia.  Entrarono  poscia  gl'insorti  non 
per  assalto  ma  per  favore  dei  partigiani.  Guai  a 
chi  era  sospetto  di  francesismo!  (  ed  i  più  ricchi 
e  i  più  quieti  n'era n  sempre  accusati  )\  insulti, 
strapazzi,  danni  d*ogni  specie  non  gli  mancarono. 
Cadde  ogni  segno  della  repubblica}  il  governo  fu 
ordinato  nella  forma,  e  sotto  la  dipendenza  del- 
l'aretino furono  erette  strane  ed  in  un  dispen- 
diose fortificazioni,  e  si  ordinò  una  leva  che  frut- 
tò oltre  duemila  soldati,  i  quali  andarono  cogli 
altri  taglieggiando  e  concitando  i  paesi  vicini:  la 
paura  o  la  speranza  trascinava  nella  insurrezione 
anche  molti  dei  più  tranquilli.  Fu  imposto  a  Cor- 
tona dalla  deputazione  aretina  per  i  bisogni  della 
guerra  un  tributo  di  grani  e  di  cinquemila  scudi 
ridotti  poi  a  duemila:  furono  vestiti,  equipaggiali 
e  nutriti  molti  soldati  e  del  distretto  e  d'altro- 
ve (88). 

g.  60.  GPinsurgenti  della  Toscana  pei  venner 
poi  al  colmo  dell'entusiasmo,  allorquando  rice- 
vettero manifesti  degenerali  austriaci  e  russi,  che 
li  animavano  a  cooperare  alla  liberazione  d'Ita- 
lia, e  quando  nella  metà  di  giugno  vider  giugne- 
re  fra  loro  il  colonnello  tedesco  Schneiderf  con 
un  centinaio  di  austriaci  qua  mandati  da  Rray. 
Accorsero  allora  ad  unirsi  cogli  aretini  diversi 
officiali  delle  disperse  truppe  toscane,  e  negl'in- 
contri coi  distaccamenti  francesi  spediti  qua, spes- 
so si  combattè  con  varia  fortuna  (8^*).  Siccome  poi 


Jll.    1799.    DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  III.  I$5 

la  fortuna  francese  in  Italia  andava  sempre  de- 
clinando, il  colonnello  Schneiderf  con  pochi  sol- 
dati tedeschi,  gl'Insorgenti  aretini  e  quei  di  tutta 
la  Val  di  Chiana  stabilirono  di  andare  contro  Pe- 
rugia, città  cirera  tenuta  amicissima  dei  francesi. 
Partirono  dunque  per  quell'impresa  il  20  di  luglio, 
e  la  fortezza  resistè  6no  al  giorno  ultimo  d^ago- 
sto.  Non  fu  combattuto,  e  la  rovesciata  fortuna, 
più  che  la  potenza  degli  assediatori,  persuase  i 
francesi  a  render  la  piazza  con  onorevoli  condi- 
zioni (90).  Venti  giorni  prima  gli  aretini  si  erano 
avanzati  con  forte  distaccamento  a  Siena,  neavea- 
no  atterrate  le  porte  col  cannone,  e  costretto  il 
presidio  francese  a  ritirarsi  nella  fortezza.  Dopò 
la  disfatta  della  Trebbia  e  la  ritirata  di  Macdorrald 
per  Modena,  Pistoia  e  Lucca,  i  francesi  compre- 
sero di  non  potersi  più  sostenere  in  Toscana.  Es- 
si per  tanto  sgombrarono  Firenze  il  di  cinque 
di  luglio,  e  nello  stesso  giorno  la  piccola  for- 
tezza di  Siena  si  arrese  ai  sollevati  aretini  (91). 
Rimasta  Firenze  vuota  d'  ogni  presidio  e  priva 
affatto  di  pubblico  danaro,  si  trovò  in  tumulto,  e. 
non  pochi  disordini  accaddero  in  quei  giorni,  nei 
quali  si  tenne  in  anarchia  .  I  cittadini  uniti  ai 
contadini  infierivano  contro  quelli  che  conosce- 
vano aderenti  ai  francesi,  saccheggiavano  le  loro 
case,  li  maltrattavano,  e  molti  li  chiudevano  in 
carcere  (92). 

g.  61.II  giorno  8  di  Inolio  entrò  in  Firenze  i! 
colonnello  austriaco  barone  d1  Aspre  con  forte 
distaccamento,  e  non  molto  dopo  sopraggiuns*- 
Clenau  con  altre  truppe.  I  francesi  intanto  esatte 


196  AVVÉNIMÉNTI     STORICI  An.    1 599. 

gravi  contribuzioni  abbandonarono  Pisa,  e  nel 
giorno  16  luglio  cedettero  per  capitolazione  Li- 
vorno (93)., Il  popolo  volterrano  animato  dallo 
esempio  degli  aretini,  sotto  la  condotta  del  cav. 
Marcello  Inghirami  e  d'altri  cavalieri  volterrani 
spiegate  le  bandiere  toscane  militò  contro  i fran- 
cesi di  concerto  con  gli  aretini  medesimi  .  Fino 
dal  dì  5  di  luglio  partissi  dalla  patria  PInghirami, 
comandando  una  mano  di  gioventù  armata,  chey 
forte  più  in  coraggio  che  in  numero,  non  vedeva 
il  momento  di  affrontare  il  nemico.  AJ  comando 
della  avanguardia  era  il  cav. Curzio  di  lui  fratello. 
Prese  egli  la  via  della  maremma  lungo  il  litorale 
toscano,  dove  s'erano  fortificati  i  francesi,  ed  in- 
grossatasi canna  facendo  quella  truppa  di  cavalle* 
ria  e  d'infanterìa  giunse  alla-  fortezza  e  scalo  di 
Cecina*  ove  ne  fese  prigioniera  la*  piccola  guar- 
nigione francese,  e  potette  inclusive  predare  un 
corsaro  francese.  Di  là  passò  quel  comandante 
con  pai  te  de'suoi  al  forte  di  B4bbona,ed  impadro- 
nitosene, la  guarnigione  francese  si  rese  a  lui  pri- 
gioniera* Tornato  per  affari  il  cavaliere  Marcello 
a  Volterra,  facea  le  sue  veci  il  cavafiere  Curzio 
Inghirami,  che  s'unpadronì  delle  torri  di  Vada  e 
Castiglioncello,  da  dove  prese  la  fuga  fa  guarni- 
gione francese*  e  solo  si  reseroprigionieri  di  guer- 
ra alcuni  piemontesi  stanchi  di  seguire  le  pusil- 
lanimi bandiere  dei  fuggitivi  francesi.  In  quello 
stesso  giorno  i  maremmani  £ecera  prigioniera  la 
guarnigione  francese  di  Grosseto  e  Piombino  , 
forte  di  i5o  uomini,  con  dodici  cariaggi,  duepez- 
zi ili  cannone  ed  una  bandiera,  che  incammina-. 


Jtl.    i  799.    DEI  TÈMI»!  AL1  STHUC1    CAP.   117.  197 

vansi  verso  Pisa.  Gl'insorgenti  per  altro,<lovendo 
in  piccol  numero  disarmare  i  francesi, usarono  la 
astuzia  in  difetto  della  forza,  mentre  potettero 
persuadere  il  comandante  francese,  che  le  vicine 
colline  erano  per  ogni  dove  occupate  da  gente  ar- 
mata, decisa  di  battersi  finoalPultimo  sangue,mzi- 
chè  lasciare  avanzare  il  nemico.  Frattanto  il  capi- 
tano dei  piemontesi, ch'erano  uniti  coi  maremma- 
ni al  comando  degPInghira-mi.si  trincerò  alla  for- 
tezza di  Cecina,  con  operazioni  altrettanto  pronte 
quanto  regolari  e  sicure.  Non  vi  erano  infatti  che 
diciotto  fucili  nelle  mani  della  truppa  volterrana- 
piemontese,  onde  con  soli  18  fucilieri  si  dovean 
disarmare  i5o  uomini  provvisti  di  fucili  e  canno- 
ni. Gli  strattagemmi  usati  dal  savio  capitano  Bru- 
neri  per  fare  apparir  molli  armati,  mentre  pochi 
ne  aveva,  furon  tali  che  meritano  ogni  lode.  Da 
Cecina  passarono  grinsurgenti  a  Rosignano  per 
recarsi  a  combattere  il  forte  detto  il  Romito, 
marciando  in  ordine  di  battaglia  con  artiglieria  e 
pochi  bagagli.  >Ia  una  imboscata  del  nemico  fece 
loro  una  scarica  sì  tenibile  che  l'obbligò  a  retro- 
cedere, e  presa  altra  via  per  accostarsi  al  forte, 
obbligarono  i  francesi  a  fuggirsene  a  Lantignano. 
dove  con  artiglieria  e  moschetlerìa  ben  si  dife- 
sero, talché  gl'insorti  si  ritirarono  al  forte  «lei 
Romito  (9^). 

§.  6a.  In  questo  medesimo  giorno  fu  spedito 
dal  domandante  cavaliere  Curzio  Inghirami  l'aiu- 
tante Ardimi  a  Portoferraio,  con  lettera  dirett  I 
a  quH  contentante  francese,  intimante  la  resa  di 
quella  fortezza.  Disprezzo  il  francese  una  tale  in- 

•?* 


198  AVVENIMENTI     STORICI  Jn.    1  ;99. 

timazione  ,  ma  poi  si  arrese  al  governatore  na- 
poletano del  presidio  di  Portolungone.  Nel  gior- 
no i4  il  cav.Curzio  s'incamminò  verso  ÌVIont^nero 
per  ivi  accamparsi  e  fare  altre  spedizioni  contro  il 
nemico.  Marciò  per  tanto  la  cavalleria  e  l'infante- 
rìa volterrana  e  maremmana,  alla  quale  era  sem- 
pre unito  un  piccol  corpo  d'aretini,  ed  un  corpo 
considerabile  di  piemontesi  coi  loro  ufficiali,  che 
il  comandante  Inghirami  avendoli  trovati  in  di- 
Terse  torri  e  fortezze  del  littorale,  e  conosciutili 
degni  della  di  lui  confidenza, gli  aveva  accolli  fra 
le  sue  truppe.  Occupate  dagP  insurgenti  le  mi- 
gliori posizioni,  e  situata  V  avanguardia  in  una 
collinetta  la  più  prossima  al  forte  di  Lantignano, 
si  die  principio  a  delle  scoirerìe  per  varie  parti 
della  campagna,  che  si  avanzarono  fin  sotto  le 
porte  della  città  di  Livorno.  Nel  giorno  16  a  not- 
te avanzata  i  volterrani  si  determinarono  di  at- 
taccare il  forte  di  Lantignano  dissali o,  ma  la 
guarnigione  francese  avea  nascostamente  evacua- 
to per  timore  quel  fotte.  Scorso  in  questa  guisa 
il  littorale  toscano  a  mano  armata,  seppero  i  no- 
stri Tevacuzione  dei  francesi  di  Livorno  e  assai 
ne  gioirono.  Si  sparse  allora  la  voce  per  le  vicine 
contrade  che  la  truppa  del  comandante  Inghirami 
aveva  occupato  la  città  e  porto  di  Livorno,  di  con- 
certo col  governatore  della  città  il  generale  La- 
villette,  ed  un  popolo  numeroso  accorsevi  per 
esternare  a  quella  truppa  il  suo  giubilo.  Pochi 
momenti  dopo  l'ingresso  delle  truppe  volterrane 
in  Livorno,  l'arcivescovo  di  Pisa  vi  entrò  pubbli- 
camente, e  furono  ripetuti  universalmente  gli  ev- 


j4rl.    1799  .      DEI  TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  111.  199 

viva  dai  popolo.  Dei  piccoli  tumulti.,  inevitabili  ivi 
una  sovversione  sì  repentina  di  stalo,  che  nacque- 
ro nel  paese,  furon  tosto  sedati  dalla  prontez- 
za delle  nuove  truppe,  non  meno  che  dalla  pru- 
denza dei  suoi  comandanti  (95). 

g.  63.  La  sagaeità  dei  medesimi  fu  posta  pure 
a  profitto  per  fare  altre  prese  nel  mare  .  Nei  4 
primi  giorni  da  quella  guarnigione  furon  falle  nel 
porto  altre  prede.  iNel  dì  1 8  di  giugno  con  inattesi 
strattagemmi  suggeriti  dal  cav.  Curzio  Inghirami, 
fu  preso  uno  sciabecco  forte  di  14  pezzi  di  can- 
none, sei  ilei  quali  erano  di  bronzo  ,  con  più  4 
petrieri  a  cavalletto  ,  e  con  dei  soldati  francesi 
di  passaggio  della  guarnigione  di  Portoferraio  e 
suo  equipaggio.  Nei  dì  seguenti  furon  predati  al! ri 
considerabili  bastimenti  r.ol  metodo  stesso,  cioè 
una  nave,  una  tartana,  una  pollacca,  una  brigan- 
tina, e  tutti  bene  armati  di  cannoni,  trasportando 
la  guarnigione  di  Portoferraio  eh"1  evacuava  quel 
forte.  In  questi  bastimenti  furon  trovati  circa  80 
cantara  di  polvere  da  botta  e  mille  palle  da  can- 
none, con  altre  munizioni  da  guerra.  Nel  dì  21 
furono  condotti  a  Pisa  e  consegnati  al  comando 
austriaco  700  prigionieri  francesi,  scortati  da  117 
dei  nostri  soldati  fra  cavallerìa  ed  infanteria  sotto 
il  comando  dello  scrivente  ,  allora  capitano  dei 
cavalleggieri  del  litlorale  toscano(96).  Cessato  il 
timore  di  un  sollecito  ed  improvviso  ritorno  <tfi 
francesi  in  Livorno,  questa  truppa  tumultuaria  fu 
ringraziata  e  congedata.  Sottratta  così  la  Toscana 
ai  francesi.  Ferdinando  III  dal  fondo  dell'Ausilia. 
e  sollo  i  ispirazione  del  gabinetto  austriaco,  uo- 


200  AVVENIMENTI     STORICI  Ali.    1  >9& 

minò  una  reggenza  alla  cui  testa  vi  era  il  general 
Sommari Vt't  .  Incaricato  al  tempo  slesso  Jet  c.o± 
mando  di  tutte  le  truppe  austriache  nel  grandu- 
cato, Sommariva  andava  organizzando  le  truppe 
toscane  ,  mettendo  in  questa  missione  un  zelo 
infaticabile  (97).  Gli  aretini  tornati  da  Perugia  e 
da  altre  spedizioni,  rientrarono  sul  finire  del Pa  11- 
no  nei  loro  focolari.  Piacque  a  molti  l'energia  di- 
mostrata in  tale  occasione  da  quei  popoli}  i  mafi 
però,  che  sono  inseparabili  dalle  guerre  popolari, 
ne  resero  lungamente  funesta  la  rimenìbranza(g8). 
§.  64.  Reduce  dalla  spedizione  in  Egitto  Na- 
poleone Buunaparte  ,  e  recata  in  sua  mano  la 
somma  delle  còse  della  Francia  col  titolo  di  pri- 
mo console,  distrusse  il  direttorio,  e  concepì  il 
disegno  di  conquistare  V  Italia.  Mossesi  con  pò-* 
derosa  armala  alla  volta  di  essa  ,  riuscì  mirabil- 
mente a  valicare  il  Sambernardo  con  tutta  la  sua 
genie,  coi  bagagli  e  con  le  artiglierìe,  e  scese  in 
Italia.  Scontrati  in  vari   punti  i  confederali,   gli 
battè  ,  e  finalmente  riportata   completa  vittoria 
sopra  di  loro  nelle  pianure  di  Marengo,  i  destini 
della  penisola  -passarono  nelle  di  lui  mani  (99. 
A  tali  notizie  stupirono  tulti,ed  i  lucchesi  in  par- 
ticolare furono  i  primi  a  sentirne  i  danni,  poiché 
il  dì  7  di  luglio  un  proclama  del  Launay  generale 
di  brigala,  in  data  da   Castelnuovo  della  Garfa- 
gnana,  annunziava  il  suo  prossimo  arrivo  in  Luc- 
ca, alla  quale,  per  quanto  ei  diceva,  era  di  nuovo 
resa  la  libertà.  Difatti  vi  entrò  il  dì  9  alla  testa  di 
un  corpo  di  soldatesche  repnbblicane.  ed  il  primo 
passo  ch'ei  fece  fu  di  creare  un  nuovo  governo 


^«.1800.       DEITEMP1AUSTRIACICAP.III.  201 

provvisionale,  che  compose  per  la  maggior  parte 
di  parziali  della  Francia.  Il  Ma  ssena  generale  in 
capo  prometteva  da  Genova  protezione  ai  luc- 
chesi} ma  non  si  tardò  a  ordinare  da  lui  che  gli 
ex-nobili  pagassero  un  millio.ne  di  lornesi,  tempo 
24  ore  una  metà,  e  io  l'altra,  ma  era  impossibile 
il  soddisfarvi,  perchè  mancavano  i  modi.  Vedendo 
il  Massena  che  le  cose  non  andavano  secondo  la 
sua  volontà  per  l'affare  importante  della  contri- 
buzione, spedì  a  Lucca  un  prefetto  militare,  con 
piena  autorità  anche  sul  governo,  e  chiamavasi 
l'Anglès.  Appena  arrivalo  il  20  agosto  cambiò  in 
parte  il  governo  ,  e  ne  ristrinse  il  numero  dei 
membri  sulla  speranza  di  averli  più  pieghevoli  ai 
suoi  cenni.  Poscia  si  mise  in  sul  volere  riscuotere 
ad  ogni  costo:  provò  le  buone  maniere  ,  e  non 
frullarono,  ed  egli  venne  alle  cattive.  Tutto  il 
paese  era  in  trambusto  per  le  avanìe  di  costui}  si 
mormorava  e  si  parlava  anche  alto  ,  perche  gli 
austriaci  prossimi  ne  davano  coraggio  ;  ma  il 
timore  prevaleva,  ed  ognuno  sforzavasi  di  pagare 
qualche  cosa.  Il  governo  lucchese  offriva  crediti 
della  nazione  in  saldo  delmillione;  pregava  e 
scongiurava  perchè  si  desistesse  da  quelle  avanìe, 
ma  tutto  era  inutile  col  prefetto.  Col  mezzodì  un 
tal  Cotenna  spedito  a  IVI  ilano,  qualche  moderazio- 
ne si  ottenne.  Il  generale  Brune  delle  ordine  eh© 
si  sospendessero  le  esazioni  per  verilicare  frat- 
tanto i  pagamenti  già  falli  ,  e  rimosse  da  Lucca 
l'odioso  prefetto.  Ottenne  in  oltre  il  Cotenna  una 
diminuzione  di  centomila  fraixbi  alla  imposizio- 
ne del  iiiillioiie,  ed  un  tal  qual  respiro  al  |  ■».;•> 


»0a  AVVENIMENTI     STORICI  Alt.    1800. 

mento  delle  rate,  ed  altri  notabili   alleviamen- 
ti (100). 

g.  65.  Pochi  dì  questo  governo  stette  in  ca- 
rica per  essere  da  Lucca  partiti  i  francesi,  ed  aver' 
dato  luogo  agli  austriaci  d<i  rientrarvi.il  generale 
Launay  pubblicò  il  dì  9  settembre  che  i  francesi 
erano  pel  momento  obbligati  ad  abbandonar  Luc- 
ca per  motivi  militari. Nel  giorno  suddetto  il  Lau- 
nay nominò  una  commissione  di  governo  di   11 
soggetti,  prendendone  cinque  da  quella  creata  dal 
prefetto,  e  poscia  allo  spuntare  del  giorno  undici 
se  ne  parti  colla  sua  soldatesca  in  numero   di 
circa  tremila  uomini,  prendendo  la  via  della  Gar- 
fagnana.  Alla  nuova  di  questa  partenza   tutti    gli 
spiriti  di  subito  si  sollevarono.  La  guardia  civile 
chiamata  dal  governo  a  sopravvedere  la  quiete 
pubblica,  tenne  in  freno  gli  umori,  ma  nella  cam- 
pagna traboccarono  orribilmente,  e  si  venne  a 
questo  di  voler  dare  addosso  ai  francesi.  Le  caro- 
pane delle  parrocchie  vicine  alla  strada,  per  dove 
passar  doveva  la  soldatesca,  suonarono  a  martel- 
lo ,  ed  i  contadini  armati  fucilavano  a  furia  la 
mattina  del  10  assai  per  tempo  ad  un  luogo  sulla 
strada  chiamata  Vinchiana:  passo  brutto  ,    perchè 
da  un  lato  ha  il  Serchio  profondo,  e  dall'altro  la 
montagna.  La  cosa  parve  d'importanza  al  generale 
Launay,  e  prima  di  porsi  in  marcia,  volle  che  la 
strada  fosse  spacciata  dai  sollevati.   Andarono  a 
questa  spedizione  un  buon  numero  di  francesi  , 
e  la  compagnia   lucchese  à'  artiglierìa  con   due 
pezzi  da  campagna.  Al  varco  or  descritto,  il  quale 
è  sei  miglia  distante  dalia  città,  i  villani  comin- 


An.    1800.     DEI  TEMPI  AUSTRIACI    C4P.   III.  2o3 

ciarono  dalle  allure  e  dall'altra  sponda  del  fiume 
a  bersagliare  i  repubblicani  :  parecchi  francesi 
caddero  estinti,  ma  in  fine  più  potette  la  maestrìa 
che  il  furore,  ed  i  villani  furono  cacciati,  o  si 
sbandarono.  Casi  veramente  compassionevoli  ac- 
caddero iu  quella  parapiglia  :  innocenti  e  colpe- 
voli, armati  e  disarmati,  quanti  francesi  trova- 
vano, uccidevano  (101). 

g.66. Il nuovogovernoannullava  ciò  ch'era  sta- 
to fatto  o  stabilito  intorno  alle  confìsche,  lascian- 
do ognuno  iu  libertà  di  starsene  o  tornare,  come 
più  gli  piaceva,  raccomandando  quiete  e  modera- 
zione.Venne  poscia  un  capo  di  soldatesca  austriaca 
ad  occupar  Lucca  per  ordine  del  generale  Somma- 
ma, il  quale  nominò  un  uuovo  governo,  composto 
tutto  di  nobili.  Le  allegrie  nel  rivedere  i  tedeschi 
furono  ben  più  moderale  della  prima,  volta;  no- 
nostante si  rividero  con  piacere  dalla  generalità, 
come  quei  che  venivano  a  cacciare  gli  odiati  fran- 
cesi. IVIa  tali  dimostrazioni  di  gradimento  si  con- 
vertirono ben  presto  in  atti  di  dispetto  e  di  rab- 
bia, allorché  partirono  i  tedeschi  alla  volta  di  Fi- 
renze, dando  luogo  ai  francesi  che  in  mollo  mag- 
gior numero  venendo  sopra  Lucca  dal  lato  della 
Garfagnana  tosto  vi  entrarono  chetamente  per 
effetto  di  una  convenzione,  condotti  da  un  gene- 
rale di  brigata  Clement.  Tale  sollecito  ritorno 
dei  francesi  devesi  attribuire  alla  risoluzione 
presa  dal  primo  console  segretamente  d^nvadere 
la  Toscana  innanzi  che  la  tregua  spirasse  (102.). 
£.  67  .  Colla  vittoria  di  Marengo  P  Italia 
essendo   ritornala  alla    discrezione    della    Fran- 


ao4  avvési-westi   STORICI  Jn.   1800. 

eia  ,  Bonaparte  riassunse  i  negoziati  colla  Spa- 
gna per  avere  la  Lunigiana  ,  purché  si  potesse 
traslatare  e  ingrandire  il  ramo  borbonico  ili  l'ar- 
ma, e  si  concluse  un  trattato  in  Madrid  nel  gior- 
no primo  di  ottobre,  ^ingrandimento  poi  che  si 
adocchiò  fu  la  Toscana,  e  se  ne  fece  proposta 
all'infante  duca  di  Parma.  Questi  peraltro  vi  si 
ricusò  decisamente,  e  manifestando  la  cosa  al 
granduca  Ferdinando  soggiunse  „  che  mai  avreb- 
be acconsentito  ad  acquistare  con  un  cambio  gli 
stati  altrui,  ed  aspettarsi  che  anch'esso  non  avreb- 
be mai  fatto  alcuna  cessione  se  gli  fosse  stalari- 
chiesta  „.  Frattanto  la  Toscana  era  ancora  in  po- 
tere degli  austriaci,  ed  il  generale  Soromariva, 
che  vi  comandava  un  distaccamento  tedesco,  ave- 
va in  oltre  ordinato  seimila  italiani  (  io3)  e  teneva 
nel  tempo  stesso  in  riserva  delle  formidabili  ban- 
de di  montanari.  Nel  momento  in  cui  il  gene- 
ral Pino  abbandonava  la  linea  del  Rubicone  per 
riunirsi  a  IT  esercito  della  Cisalpina  in  Bologna,  i 
villici  di  Arezzo  e  dei  distretti  circonvicini  costi- 
tuironsi  in  bande  irregolari,  e  si  mostrarono  nel 
ferrarese  e  nel  modanese.  Il  general  Pino  potet- 
te sorprenderli  a  Faenza,  e  dopo  averli  messi  in 
scompiglio,  ripartite  le  sue  truppe  in  tre  corpi, 
li  annichilò  a  Lugo  e  Ravenna,  e  sulla  strada  di 
Arezzo,  Sornmariva  non  poteva  apparentemente 
approvare  siffatta  insurrezione,  ma  quando  un 
messaggio  di  Brune  venne  a  rinfacciarlo  di  aver- 
la provocata,  ed  in  conseguenza  gli  significò  di 
disarmare  le  sue  truppe,  egli  fece  resistenza,  ed 
invadendo  la  Cisalpina,  s'impadronì  di  s.  Leo,  di 


Atl.    1800.    DEI    TEMPI  AUSTRIACI    CAP.  III.  205 

Castiglione,  e  levò  delle  contribuzioni  iti  quella 
contrada  posta  sotto  la  protezione  francese(io4). 

§.  68.  Ciò  dette  occasione,  movendolo  anche 
l'esca  di  Livorno,  al  console  di  fare  risoluzione 
«T'occupare  sforzatamente  la  Toscana.  A  questo 
fine  ordinò  al  Dupoat  che  varcasse  prestamen- 
te gli  Appennini  e  sf  impadronisse  di  Firenze-, 
al  Monnier  che  andasse  a  combattere  e  disfa- 
re in  Arezzo  quel  nido  infesto  di  sollevati;  a 
Clenient  che  marciasse  più  sotto,  e  s*  impadro- 
nisse di  Livorno.  Né  fu  diverso  l'esito  dalle  in- 
tenzioni, poiché  il  primo  occupò  facilmente  la 
capitale  della  Toscana  ,  e  V  ultimo  partendosi 
da  Lucca  giunse  a  Livorno,  dove  pose  mano  ad- 
dosso a  cinquanta  bastimenti  inglesi,  e  ad  una 
quantità  grandissima  di  frumento.  Le  cose  non 
andarono  quiete  dalla  parte  di  Arezzo.  Gli  areti- 
ni nou  udendo  alcuna  propostasi  risolvevano  ad 
una  ostinata  resistenza.  I  francesi  bersagliarono 
con  cannoni  e  con  granate  reali  duramente  la 
città  ed  il  castello,  ma  quei  di  dentro  si  difen- 
devano virilmente.  Cara-San-Cir  si  aliali*  ava  in- 
darno: gli  aretini  con  tiri  a  scaglia,  con  grana- 
te, con  pietre  tenevano  lontani  gli  assalitori.  Il 
generale  repubblicano  mandava  i  suoi  ad  un 
assalto  :  già  con  fuochi  artifiziali  avean  bruciale 
alcune  porle,  ma  essendo  fortilicale  con  grosse 
lastre  di  rame  e  terrapianate,  furono  costretti  ad 
abbandonare  l'impresa  non  senza  mollo  strazio 
e  sangue  loro.  Il  seguente  giorno  che  fu  ai  19  di 
ottobre  avendo  meglio  ordinata  la  fazione  si  ac- 
costarono   la   mal  ti  11»    mollo  [tei    tempo  con  le 

St.   Tose.   Tom.   11.  18 


206  AVVENIMENTI    STORICI  Aft.    1800. 

scalo  alle  mura,  vi  salirono  sopra,  ed  impadroni- 
tisi delle  porte  le  apersero  ai  loro  compagni.  Al- 
lora tutta  la  brigala  repubblicana,  fatto  impeto 
nella  città,  la  occupò}  non  però  senza  nuovi  con- 
trasti e  nuovo  sangue,  perchè  dalle  finestre,  dai 
tetti,  dalle  feritoie  aperte  a  quell'uopo  in  tutte 
le  case,  gli  abitanti  secondati  anche  da  qualche 
nodo  di  genti  regolari  toscane,  piovevano  addos- 
so ai  repubblicani  ogni  sorta  darmi.  Finalmente 
prevalse  il  valoreordinato  alla  rabbia  disordinata: 
Arezzo  venne  tutta  in  mano  di  chi  l'assaltava. 
Seguitò  una  strage,  una  insolenza,  un  sacco  tale, 
qual  doveasi  aspettare  da  soldati  irritali  per  in- 
giurie nuove,  che  avean  risuscitata  la  memoria 
delle  antiche  .  Vari  salvaronsi  ritirandosi  nella 
fortezza^  poco  dopo  chiesero  i  patii  e  l'ottennero, 
e  quindi  la  fortezza  fu  smantellata  e  le  mura  ca- 
stellane in  alcuni  luoghi  abbattute.  Il  terrore 
pel  concetto  caso  di  Arezzo  (Vrisolvere  in  gran 
parte  le  masse  toscane.  A  ciò  successe  una  quie- 
te apparente,  ma  covavano  pessimi  umori,  pros- 
simi a  prorompere  se  una  nuova  occasione  si 
appresentasse;  ed  è  singolare  come  il  paese  più 
pacifico  d*1  Italia  perseverasse  più  d'  ogni  al- 
tro ostinatamente  nel  desiderio  di  guerra.  Sora- 
mariva  e  i  suoi  tedeschi  ritiraronsi  nel  ferrare- 
se (io5). 

g.  69.  Sottomesso  lo  stato  di  Toscana,  Du- 
pont  ritornò  con  parte  delle  truppe  in  Lombar- 
dia, e  qua  vi  rimase  Miolliscon  circa  seimila  uo- 
mini, la  maggior  parte  cisalpini  e  piemontesi.  In 
Livorno  furono  sequestrati  i  bastimenti  inglesi,  e 


Ali.    1800.    DEI  TEMPI    AUSTRIACI    CIP.  III.  207 

sul  fine  dell'anno  essendovisi  recato  il  Petiet,mini- 
stro  residente  a  Milano,  vi  chiese  una  contribu- 
zione di  due  niillioni  di  franchi  (106).  Caduta  h 
reggenza  che  dirigeva  le  cose  della  Toscana  per 
Ferdinando  HI,  un  triumvirato  francese  a  lei  su- 
bentrò, e  fino  al  9  febbraio  delPi8o2  amministrò 
gli  affari  dello  stato.  Merita  particola!*  menzione 
la  fedeltà  colla  quale  gli  elbani  conservavansi  de- 
voti a  Ferdinando  III,  benché  le  cose  della  Tosca- 
na fossero  tanto  variale.  Eglino  opposero  validis- 
sima resistenza  alla  flotta  francese,  che  si  sforza- 
va di  occupare  la  loro  isola,  uè  cedettero  se  non 
quando  furono  assicurati  dallo  stesso  Ferdinan- 
do, che  a  lui  nessun  torto  avrebber  fatto,  e  che 
acconsentiva  alla  loro  resa.  Ritornando  allora  da 
Napoli  il  general  Mura',  cognato  di  Napoleone, 
fermò  sua  sede  in  Firenze,  e  preso  il  governo  di 
tutta  la  Toscana  fece  mostra  della  sua  autorità 
e  della  sua  vanagloria,  recandosi  ora  in  una  città 
ora  in  un'altra  di  essa  a  ricevere  le  onoranze  che 
sapeva  a  lui  prepararsi  (107). 

g.  70.  Il  Glement,  allorché  fu  in  Lucca,  confer- 
mò in  quella  città  provvisionalmente  il  governo 
eletto  dal  Sommariva,  e  promise  un  contegno  dol- 
ce e  tal  quale  portava  il  suo  nome.  Ma  presto  si 
tornò  alle  solite  domande  di  denari,  poiché  un 
commissario  si  mise  ad  insistere  sul  residuo  del- 
la imposizione  del  inillione  tassato  dal  Massena. 
Furono  mandati  degli  ambasciatori  per  avere  il 
minor  male,  e  cercare  di  diminuire  la  soldatesca. 
Ma  quantunque  queste  domande  fossero  mode- 


'J.  08  AVVENIMENTI  STORICI  Jn.    1800. 

rate,  pure  cran  sempre  esorbitanti.  Per  la  qual 
cosa  fu  comandato  un  prestito  di  venticinquemila 
scudi  ai  più  facoltosi  lucchesi  per  corrispondere 
ad  un  ordine  assoluto  e  perentorio  del  ìVIurat,  di 
pagare  in  conto  del  millione  imposlodal  Massena 
i5o,ooo  franchi.  Durissimi  e  rovinosi  erano  i  mo- 
di che  s1  impiegarono  per  Irar  denaro,  special- 
mente in  un  paese  ridotto  alla  miseria  più  deplo- 
rabile^ fu  mostrato  al  IVIurat  che  il  piccolo  stata 
di  Lucca  avea  pagalo  nei  corso  dai  cinque  ai  sei 
ultimi  anni  P  enorme  somma  di  22,  millioni  di 
franchi.  IVIa  frattanto  volea  il  Murat  ordinaria- 
mente da  Lucca  trecentomila  franchi  al  meso, 
ed  il  mantenimento  pure  di  iooo  soldati  france-, 
si  (108). 

g.  71.  Nella  pace  fatta  a  Luneville  fra  PAustria 
e  la  Francia  fu  rinnovato  il  trattato  di  Campo- 
formio  „  circa  la  cessione  dei  Paesi  Bassi  alla  Fran- 
cia, il  possesso  dei  dominii  veneti  a  favore  della 
Austria,  e  Passegnamento  della  Brisgovia  al  duca 
di  Modena  in  compenso  degli  stati  ceduti  in  Iia- 
lia;  il  granduca  rinunziare  alla  Toscana  ed  alla 
porzione  dell'isola  dell'Elba  che  ne  dipendeva, 
non  che  a  tutti  i  dritti  e  titoli  derivati  dai  mede- 
simi stati,  i  quali  sarebbero  posseduti  in  tutta  so- 
vranità dall'Infante  duca  di  Parma.  Esso  poi  aves- 
se in  Germania  una  piena  ed  intiera  indennità 
perii  stati  d'Italia;  disponesse  a  suo  beneplacito 
dei  beni  che  possedeva  particolarmente  in  To- 
scana, tanto  per  acquisti  personali  degli  impera- 
tori Leopoldo  II  suo  padre  e  Franceso  I  suo  avo. 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI  CAP.  III.  209 

I  crediti,  gli  stabilimenti  e  le  altre  proprietà  del 
grandueato,non  che  i  debiti  ipotecati  sullo  stato, 
passassero  ai  nuovo  sovrano  ,,(109). 

§.  72.  Ricominciale  le  ostilità  nella  Lombar- 
dia il  conte  Ruggero  Damas  si  mosse  colle  trup- 
pe napoletane,  e  traversalo  Io  stalo  romano  era 
entrato  in  Toscana  alloggiandosi  in  Siena.  Dallo 
alno  lato  il  marchese  Sommariva  con  qualche 
squadrone  di  tedeschi  e  coi  fuoruscili  aretini  si 
era  ancor  egli  fatto  avanti  ed  aveva  levate  a  ru- 
more le  parti  superiori  del  granducato.  Al  qua! 
moto  sollevati  gli  aretini,  siccome  quei  che  mal 
volentieri  sopportavano  il  nuovo  dominio^  di  nuo- 
vo eraii  corsi  alle  armi,  ed  avean  condotto  ingra- 
ve  pericolo  Miollis,che  con  poche  genti  custodiva 
la  Toscana,  e  che  da  principio  lascio  un  debole 
presidio  in  Firenze,  e  concentrò  le  sue  forze  a 
Pisa,  per  ritirarsi  secondo  le  circostanze  verso 
Modena  ola  Liguria.  Messi  in  confusione  e  scon- 
quasso i  contini  ,  s*1  incamminarono  Sommariva 
da  una  parte,  ed  il  conte  Damas  dall'altra  alPac- 
quisto  di  Firenze,  ove  il  generale  francese  avea 
lasciato  il  suo  debole  presidio.  Disperava  Miollis, 
perchè  sentiasi  più  debole  pel  poco  numero  dei 
suoi  soldati  misti  di  francesi,  cisalpini  e  piemon- 
tesi, di  far  forte  ad  un  tratto  a  due  nemici:  ma 
poi  animato  dal  progresso  dei  francesi  verso  redi- 
ge, non  dubitò  di  recarsi  anch'esso  sulle  difese  e 
bi  avvicinò  a  Siena.  Il  general  Pino  che  coman- 
dava la  avanguardia  composta  di  un  distaccamen- 
to cisalpino  e  di  uno  squadrone  piemontese,  in- 
contrò l'avanguardia    napoletana    al  castello  di 


2,10  ÀVVEK1MENTI    STORICI 

Montereggione,  distante  9  miglia  da  Siena,  e  Fa 
respinse  sotto  le  di  lei  mura.  Quivi  Damas  avea 
quattro  o  cinquemila  uomini  in  posizione,  ma 
Pino  non  dubitò  di  attaccarli  immediatamente 
colla  avanguardia  senza  attendere  V  arrivo  di 
Mioliis.  Ne  vana  riuscì  l'impresa,  poiché  dopo  bre- 
ve combattimenlo,i  napoletani  refugiaronsi  confu- 
samente dentro  le  mura.  Pino  fece  subito  aprir  le 
porte  a  colpi  di  cannone,  e  penetrato  in  città  li 
scacciò.  Damas  si  ritirò;  poi  fece  opera  di  ranno- 
darsi su  i  poggi  vicini, ma  pressando  viemaggior- 
mente  i  cisalpini  e  piemontesi,  fu  costretto  ad 
abbandonare  totalmente  i  territori  toscani,ritiran- 
dosi  in  quei  di  Roma  per  l'oscurità  della  notte. 
Il  marchese  Sommariva  udito  il  sinistro  caso  del 
conte  ritrasse  prestamente  i  passi  e  si  ricovrò  in 
Ancona.  In  tal  modo  Mioliis,  pel  valore  de^suoi  e 
per  la  previdenza  propria,  ridusse  di  nuovo  in  ar- 
bitrio di  Francia  le  cose  di  Toscana  (no). 

g.  ?3.  Nel  congresso  tenuto  a  Firenze  tra  la 
Francia  ed  il  re  delle  due  Sicilie,  fra  le  altre  co- 
se fu  stabilito  che  „  il  re  rinuoziasse  a  Portolun- 
gone  nelPisola  dell'Elba.,  ed  a  tutto  ciò  che  gli 
spettava  nelPisola  medesima, agli  stati  dei  Presidii 
nella  Toscana  ed  al  principato  di  Piombino,  dei 
quali  paesi  la  repubblica  francese  potesse  dispor- 
re a  suo  piacimento:  questo  stato  fu  poi  ceduto  da 
Napoleone  a  Felice  ed  Elisa  Baciocchi  poi  so- 
vrani di  Lucca.  Inoltre  Bonaparte,  non  ostante 
quanto  avea  stabilito  in  Luueville  riguardo  allo 
stato  di  Toscana,  fece  in  Madrid  conchiudere  un 
hattato  col  re  cattolico,  tenuto  per  allora  segre- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI   CAP.  III.  21  l 

Co.  nel  quale  fu  stabilito  che  il  duca  reggente  di 
Parma,  colla  guarentigia  della  Spagna,  rassegnas- 
se quel  ducato  alla  repubblica  francese,  ed  il  suo 
figlio  in  sequela  di  questa  cessione,  ed  in  eàecu- 
zione  del  precedente  trattato  concluso  fra  il  mo- 
narca cattolico  e  la  repubblica  francese,  con  cui 
la  Spagna  avea  ceduto  la  Lunigiana,  avesse  in 
compenso  il  granducato  di  Toscana.  Il  principe  di 
Parma  nel  recarsi  a  Firenze  assumesse  il  titolo  di 
re  di  Toscana^  il  primo  console  Io  riconoscesse  in 
tal  qualità,  e  si  adoprasse  per  farlo  riconoscere 
dalle  altre  potenze.  Il  nuovo  sovrano  rinunzia sse 
in  favore  della  Francia  alla  parte  delPisoladelTEI- 
ba  appartenente  alla  Toscana,  ed  il  primo  console 
gli  avrebbe  dato  in  compenso  il  principato  di  Piom- 
bino, spettante,  in  quanto  alla  supremazìa,  al  re 
di  Napoli.  La  famiglia  regnante  in  Ispagna  avesse 
la  Toscana  in  proprietà,  e  nel  caso  che  la  linea 
del  divisalo  sovrano  si  estinguesse,  vi  succedesse 
un  altro  infante  di  Spagna.  11  primo  console  poi 
ed  il  monarca  a  favore  del  suo  figlio  gli  avrebbe- 
ro procurato  una  indennità  conveniente  in  pos- 
sessioni, oppure  in  rendila  (n  i)  w. 

g.  74.  Il  duca  di  Parma  persistette  nel  dissen- 
tire da  quanto  si  era  convenuto de'suoi  stati}  ma 
non  ostante  la  sua  renitenza  i  francesi  entrarono 
in  possesso  «Iella  Lunigiana,  che  poi  vendettero 
nel  i8o3  agli  stali  uniti  d'America  per  sessanta 
milioni  di  franchi,  ed  il  figlio  del  duca  ebbe  la 
Toscana.  Questi  informato  del  suo  nuovo  desti- 
no àssuuse  il  nome  di  Lodovico  I  re  d'Etruria. 
Partito  adunque  egli  da  Madrid  passò  colla  sua 


aia  IVVENlMENTt    STORICI 

consorte  a  Parigi,  da  dove  mandò  a  Firenze  il 
marchese  Ventura  che  in  qualità  di  ministro  pie- 
nipotenziario,prese  possesso  dejla  Toscana  col  no* 
medi  regno  d'Etruria, titolo  che  ritenne  tino  al  ri- 
torno di  Ferdinando  III.  Pochi  giorni  dopo  arrivò 
Lodovico  nella  sua  capitale  e  vi  fu  ricevuto  con 
militar  pompa  dal  general  Murat  comandante  Tar- 
mala francese.  Applicandosi  quindi  il  nuovo  so- 
vrano a  riordinare  uno  stato  sconcertalo  dalla 
guerra  e  dalla  insorgenza,  avrebbe  primieramente 
desiderato  che  i  francesi  l'avessero  subilo  sgom- 
brato, ma  con  lutto  che  facesse  delle  istanze  a 
Parigi  ed  a  Madrid,  non  potette  ottenere  se  non 
che  le  truppe  uscissero  da  Firenze,  restando  però 
in  Pisa  e  Livorno,  adducendo  il  pretesto  che  vi 
dimoravano  perchè  la  guarnigione  britannica  oc- 
cupava Porloferraio  nelh'sola  dell'Elba. Questi  in- 
glesi poi  sgombrarono  da  quelTisoIa  per  mezzo  di 
un  trattato  stipulato  a  Londra,  ed  i  francesi  colla 
occupazione  di  Portoferraio  ebbero  in  loro  potere 
tutta  t'isola  dell'Elba  (na). 

§.  75.  Salito  al  soglio  reale  di  Toscana  Pin- 
fanle  Lodovico  di  Parma  fece  sperare  un  prossi- 
mo sollievo  ai  lucchesi.  Difatti  per  ordine  di  Na- 
poleone Lucca  restò  indipendente  e  libera,  ed  il 
generale  Saliceti  fu  incaricato  da  lui  per  far  le 
sue  veci  nelTordinamento  del  nuovo  .governo,? 
intanto  avvertivansi  da  Murat  i  lucchesi  che  per 
ordine  del  primo  console  non  dovesse  restare  in 
Lucca  soldatesca  francese,  se  non  quanta  e  per 
quanto  domandar  ne  potesse  il  Saliceti,  e  lo  sta- 
to lucchese  non    dovea  più  gravarsi    d1  alcuna 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  IH.  %lZ 

contribuzione.  Enlrò  il  potere  esecutivo  in  atti- 
vità il  primo  o*i  gennaio  180^,  e  il  di  3  si  adunò 
il  gran  consiglio.  Furono  poscia  praticati  con  di- 
versi governi  gli  uffici  solili  usarsi  in  simili  circo- 
stanze, e  le  risposte  dei  potentati  furono  tutte 
le  più  obbliganti,  perchè  un'opera  del  primo  con- 
sole ancorché  piccola  comandava  rispetto.  La  pa- 
ce appoco  appoco  si  ristabiliva  nella  repubblica  di 
Lucca}  ma  una  lettera  del  Belluonrini  ministro 
lucchese  presso  Napoleone  Bonaparte  incominciò 
a  destare  qualche  inquietudine,  poiché  essendosi 
egli  presentato  a  Napoleone  in  compagnia  d'altri 
due  deputali  pel  governo  lucchese,  il  19  maggio 
iSo5  si  sentirono  dire  „  so  che  a  Lucca  non  sie- 
te troppo  uniti,  questo  non  dev'essere,  bisogna 
stare  uniti  e  d'accordo  „.  Ci  vien  poi  riferito  che 
Napoleone  aveva  ordinato  al  Saliceti  di  far  si  che 
i  lucchesi  come  da  loro  lo  supplicassero  d"1  un 
principe  della  sua  famiglia  per  governarli  con  una 
costituzione  (  1  1 3). 

g.  76.  Vedutasi  Lucca  nella  necessità  di  con- 
formarsi al  generale  esempio  delle  nazioni  ad  essa 
legale  con  dei  vincoli  po!itici,noti6cò,  che  sareh- 
besi  pregato  Napoleone  a  dare  una  nuova  costitu- 
zione a  Lucca,  confidando  il  governo  ad  un  prin- 
cipe della  sua  famiglia  ed  ai  di  lui  successori 
maschi,  escluse  le  femmine.  Napoleone  pose  il 
suggello  all'atto  costituzionale  lucchese  con  que- 
sta dichiarazione  „  guarentiamo  la  indipendenza 
e  la  presente  costituzione  della-  repubblica  dì 
Lucca.  Acconsentiamo  che  i  nostri  carissimi  ed 
amatissimi  cognato  e  sorella,  il  principe  e  laprin- 


ai4  AVVENIMENTI  STORICI 

cipessa  di  Piombino,  e  la  loro  discendenza  occu- 
pino il  principato  di  Lucca  e  vi  sì  stabiliscano, 
promettendo  e  riservandoci  dì  rinnovare  ad  ogni 
cambiamento  di  principe  la  slessa  garanzìa.  Vo- 
gliamo in  virtù  del  diritto  da  noi  acquistato  sopra 
tutta  la  nostra  famiglia  che  ne  il  principe,  né  la 
principessa,  nei  loro  tìgli  in  genere  possano  ma- 
ritarsi che  col  nostro  consenso.  Promettiamo  col- 
Paiuto  di  Dio  di  allontanare  per  la  nostra  prote- 
zione tutto  ciò  che  potesse  nuocere  alla  prosperità 
del  popolo  lucchese,  alla  sua  indipendenza  ed  alla 
felicità  dei  nostri  carissimi  ed  amatissimi  sorella 
e  cognato,  e  dei  loro  discendenti  „.  Di  tal  maniera 
ebbe  termine  la  lucchese  libertà,  poiché  i  princi- 
pi Felice  ed  Elisa  Baciocchi  nel  luglio  del  180S 
si  stabilirono  in  Lucca  in  qualità  di  sovrani  (n^)- 
§.  77.  Frattanto  essendo  slato  dichiarato  e 
coronato  imperatore  de" francesi  e  re  d'Italia  Na- 
poleone nel  1807  mediante  il  trattato  di  Fontai- 
neblau,  Carlo  1Y  re  di  Spagna  acconsentì  che 
r  imperatore  Napoleone  aggregasse  la  Toscana 
alla  Francia,  e  che  Carlo  Lodovico  re  d'  Elruria 
avesse  il  regno  del  Portogallo  settentrionale,  e 
cosi  partili  gli  spagnuoli  nel  dicembre  del  1807 
tornarono  in  Toscana  i  francesi,  e  vi  costituirono 
un  nuovo  governo.  Divenuta  l'anno  dopo  la  To- 
scana parte  del  nuovo  impero,  le  truppe  francesi 
tornarono  a  presidiarla  ,  ed  i  generali  Reilie  e 
Miollis  ne  ressero  il  governo,  ntantochè  ai  i5 
di  maggio  1808  pubblicato  il  codice  napoleonico, 
Menou  fu  eletto  presidente  di  una  giunta  di  go- 
verno, e  ne  prese  Tassoluta  direzione.  Allora  il 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAP.  III.  ai  5» 

territorio  toscano  fu  diviso  in  Ire  dipartimenti 
cioè  dell'Arno,  delPOmbrone  e  del  Mediterraneo, 
e  i  popoli  furono  dipendenti  da  un  prefetto  e  da 
aiuti  nella  capitale   e  in  Siena  e  in   Livorno;  da 
sottoprefetti  nelle  altre  città,  e  da  maires  e  sotto- 
maires  nelle  terre  e  nei  paesi  diversi  dello  sta- 
to, rimanendo  però  l'onore  d'una  corte  iu  Firen- 
ze, avendo  Napoleone    concesso   ad    Elisa    sua 
sorella  di  risedere  nella  reggia  della  Toscana  col 
titolo  di  granduchessa.  Dopo  tanti  dolorosi  cam- 
biamentijcomposle  così  alla  meglio  finalmente  le 
cose,  Elisa  governò  la  Toscana  tino  al   14  aprile 
del    1814 ;  nel   qual  tempo,    caduto    dopo  tanti 
trionti  Napoleone. questo  stato  tornò  in  potere  del 
suo  legittimo  sovrano  il  granduca  Ferdinando  111} 
non    facendo  conto  de' pochi  giorni  che  le  trup- 
pe   napoletane  soggiornarono  in  Firenze,  lusin- 
gandosi   d*1  aver  conquistata   la   Toscana  per  il 
loro  re,  allora  Murat  col  solo  traversarla.  Fuggi- 
ti però  questi  nella  oscurità  della  notte  e  a  gran- 
di   giornate  ricondottisi  a  Napoli  pel  timore  che 
in  loro  poneva  l'avvicinarsi  degli  austriaci,   ai  19 
del    detto  mese    il   principe  don    Giuseppe  Ro- 
spigliosi prese  solennemente  il  possesso  del  gran- 
ducato in  nome  di  Ferdinando  IH,  e  nel  set- 
tembre di  questo  medesimo  anno,  dopo  molte 
variazioni  sofferte  da  questo  paese,   il  quale  fu 
cambiato  coll'elettorato  di  Salsburgo,  e  di  nuovo 
poi  nel  i8o5  con  quello  di  Vursburgo  (t  »5),  i  to- 
scani tornarono  a  godere  della  desiderata  presen- 
ta del  loro  amalissimo  sovrano  (116). 
g.  78.  Ecco  passato  un  tratto  di  tempo  non  lun- 


Ìl6  AVVENIMENTI    STORICI 

go,  ma  veramente  calamitoso  per  le  tante  e  cosi 
dolorose  vicende,  nelle  quali  i  popoli  toscani  tre 
varonsi  disgraziatamente  avviluppati.  V  invasio- 
ne dei  repubblicani  cagiouò  tra  noi  ribellioni 
sconsigliate,  e  azioni  così  atroci,  che  disonorano 
la  dignità  degli  avi  nostri.  Le  contribuzioni  for- 
zate imposte  dai  nuovi  conquistatori  rendevano 
spogliate  le  chiese,  le  case,  e  tutti  i  luoghi  ove 
conservavansi  ricchezze,  e  Pinvidia  di  vedere  nel- 
le nostre  città  non  pochi  capo-lavori  di  belle  arti 
facevali  arditi  a  rapirli.  A.  tanto  guaio  poco  fu  di 
sollievo  il  breve  e  pacifico  governo  degli  spa- 
gnuoli,  ed  un  misto  di  beni  e  di  mali  apportò  il 
nuovo  ordinamento  delle  cose  sotto  l'imperatore 
INapoleone.  Migliorò,  è  vero,  i  vari  rami  di  ara. 
ministrazione,  ed  i  sistemi  giudiciari  tanto  crimi- 
nali che  civili  e  commerciali,  sia  per  la  sollecitudi- 
ne nella  esecuzione  dei  processi,  sia  per  le  pubbli- 
cità delle  discussioni,  sia  per  la  bontà  delle  leg- 
gi: più  belle  e  più  comode  rendette  le  strade  che 
potevano  facilitare  il  commercio: le  città  ed  i  ca- 
stelli furono  illuminali  in  tempo  di  notte,  la  na- 
zione maggiormente  incivilita,  le  scienze  e  i  dotti 
protetti,  le  arli  e  gli  artisti  non  trascurati.  Ma 
tutto  ciò  non  compensava  il  duolo  che  i  genitori 
a  causa  delle  frequenti  coscrizioni  sentivano, 
per  cui  vedevansi  strappar  dal  seno  i  loro  tìgli 
nel  fior  delTetà  per  servire  con  valore  italiano 
sotto  le  bandiere  d'uno  straniero;  non  ratteneva 
i  popoli  dal  lagnarsi  per  tanti  titoli  d'imposte,dal- 
le  quali  erano  oppressi,  né  toglieva  Tortore  ed  il 
sentimento  di  esecrazione  nei  buoni  che  vedevano 


DEI   TEMPI    AUSTRIACI   GAP.  III.  217 

sanluari  spogliali  ,  conventi  a  profano  uso  ri- 
dotti, religiosi  soppressi,  la  sanla  religione  sprez- 
zata, e  pertino  ii  pontefice  oltraggiato.  Cadde  però 
1"'  autore  di  tante  sciagure  a  nostro  danno  su- 
scitate, e  la  Toscana  riavendo  il  suo  principe  ri- 
sorse a  vita  novella  (117). 


H    U    1    E* 

JiJJOil    3 

■   .dil   .ih  kJì, 

S-m  ■     l  X         •  U  I  t  « 

(I)  Ciccia  porci ,  Compendio  di  Storia  fiorentina, 
libio  in,  pag.  494.  (2)  Ferrini,  Compendio  di  storia 
della  Toscana  ,  epoca  vi  ,  §.  12  .  (3)  Memorie  per 
servire  alla  vita  di  Leopoldo  II,  lib.  iv  ,  pag.  264. 
(4)  Ivi,  pag.  276.  (5)  Ivi,  pag.  278.  (6)  Cicciaporci 
cit.  (7)  Memorie  cit.  pag.  183.  (8)  Ferrini  cit.  ep.  vi, 
$.   I  .   (9)  Ivi.   (10)  Memorie  cit.   lib.   iv  ,    pag.   185  . 

(II)  Coppi,  Annali  d'Italia,  anno  1 789.  (1  2)  Ciccia- 
porci  cit.  lib.  ih  ,  pag.  498.  (13)  Arlaud  ,  (Jnivers 
pittoresque  ,  Europe,  tom.  11,  Italie,  pasr.  342  . 
(14)  Cicciaporci  cit.  (15)  Leo,  Storia  degli  stati  ita- 
liani, voi.  11,  lib.  xii  .  pag.  558.  (16)  Botta  ,  Storia 
d'Italia,  voi.  1,  lib.  I.  (17)  Cicciaporci  cit.  lib.  in  , 
pag.  499.  (18)  Ferrini  cit.  ep.  vi  ,  $.  11  .  (19)  B.o- 
grafia  universale,  supplemento,  art.  Ferdinando  III. 
(20)  Ferrini  cit.  $.  13.  (21)  Biografia  universale  cit. 
(22)  Ivi  .  (23)  Ivi  .  (24)  Botta  cit.  lib.  ni,  e  Biogra- 
fia universale  cit.  (25)  Biografia  cit.  (26)  Ferrini  cit. 
cp.  vi  ,  $.13.  (27)  Leo  ,  cit.  pag.  574  .  (28)  Botta 
ni.  lib.  v  .  (29)  Ivi  .  (30)  Segur  ,  l)t.>c»dc  istorie*  u 
quadro  politico  dell'Luiopn  dal  1786  ai  1796,  tom. 
u  .    anno  in,    1795,   e.    xm  .   (31)  Botta  cit.    I  *  I>  -   n    • 

'  Si.   Tose.   Tom.  11.  19 


V,|8  AVVENIMENTI    STORICI 

(32)  Biografia  universale  cit.  articolo  Ferdinando.  III. 

(33)  Ivi.  (34)  Ivi.  (35)  Coppi  citalo  anno  1796  e 
Rotta  cit.  lib.  vii.  (36)  Bolla  cit.  (37)  Ivi.  (38)  Bio- 
grafia univ.  cil.  (39)  Coppi  cit.  an.  1796.  (40)  Biogra- 
fìa universale  cit.  (41)  Mazzarosa  ,  Storia  di  Lucca  , 
voi.  li,  lib.  vili,  p.  130.  (42)  Correspondence  de  Bona- 
parte,  voi.  iv,  pag.  24.  (43)  Coppi  cit.  anno  1 7 97 . 
(44)  Ivi.  (45)  Mazzarosa  citato  ,  tom.  u  ,  lib.  vili  . 
(46)  Correspondence  cit.  pag.  225,  271  .  (47)  Coppi 
citato.  (48)  Correspondence  cil.  voi.  in,  p.  13-340. 
(49)  Coppi  citato,  (50)  Ferrini   citato,    ep,  vi,  §.   14. 

(51)  Biografia  universale  citata  ,   art.  Ferdinando  HI, 

(52)  Coppi  citato,  anno  1  798,  e  Botta    cit.    lib.   xin  . 

(53)  Botta  cit.  lib.  xiv  ,  (54)  Coppi,  cit.  an.  1798. 
(55)  Botta  cit.  lib.  xv.  (56)  Ferrini  cit.  ep.  vi,  $. 
li.  (57)  Biografia  cit,  art.  Ferdinando  III.  (58)  Maz- 
zarosa cit.  tom.  ii,  lib.  viu,  p.  147.  (59)  Ivi,  p.  150. 
(60)  Ivi,  pag.  152.  («I)  Ivi  ,  (62)  Coppi  cit.  anno 
1799.  (63)  Mazzarosa  citato,  tom.  n,  lib.  viu,  pag. 
160.  (64)  Ivi,  pag.  104.  (65)  Ivi,  pag.  165,  (60)  Ivi. 
(67)  Ivi.  (68)  Ivi.  (69)  Ivi.  (70)  Ivi.  (71)  Ivi  tom.  n, 
lib.  ìx,  pag.  199,  (72)  Coi  respondeuce  de  Bonapar- 
te,  voi.  iv9  pag.  241.  (73)  Raccolta  di  bandi  pubbli- 
cati in  Bologna,  tom.  xiv,  parie  13,  pag.  62.  (74)  Cop- 
pi citato  anno  1799.  (75)  Bolla,  Storia  d'  Italia  cil. 
lib.  xvi.  (76)  Biografia  universale  cit.  (77)  Botta  cil. 
lib.  16.  (78)  Ved.  §.  30.  (79)  Coppi  cit.  an.  1799. 
(80)  Storia  di  Cortona  cap.  iv,  pag.  88,  (81)  Coppi 
cit,  (82)  Storia  di  Cortoua  chala.  (83)  Ivi.  (84)  Ivi, 
pag.  91,  (85)  Coppi  citata.  (86)  Botta  cit.  lib.  xvii. 
(87)Ivi.(88)Storiadi  CorlOnaciU  p.  92.  (89)  Coppi  cit. 
mi.  1799,  (90)  Storia  di  Cortona  citata  (91)  Coppi  , 
cit.  (92)  Ferrini,  cit.  epoca  vi,  §.  15.  (93)  Coppi  cit, 
(1)4)  Ingliirami,  Relazione  officiale  delle  imprese  fat- 
te dalle  armi  volterrane  nel  territorio  toscano, (95)  Ivi. 
(96)  Ivi,  in  line.  (97)  Biografia  universale  cit.  arlN 
colo  Feidinando  III.  (98)  Coppi  cit.  (99)  Ferrini  cit» 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  CAT.  III.  2,10, 

epoca  vi,  5*  1^.  0°Q)  Mazzaroso  cit.  toni.  11,  lib.  ìk. 
(101)  Ivi.  (102)  Ivi.  (103)  Coppi  citato,  anno  1800. 
(104)  Biografia  universale  cit.  (105)  Botta  cit.  lib.  xx. 
(106)  Memoires  de  Napoleon  par  Gourgaud,  lom.  Il  , 
pag.  18,61,  83.  (109)  Ferrini  cit.  epoca  vi  ,  §.  16. 
(103)  Mazzarosa  citato ,  voi.  11,  lib.  ix  ,  pag.  208. 
(109)  Coppi  cit.  anno  1801.  (110)  Coppi  cit..,  e  Botta 
cit.  lib.  xx.  (111)  Coppi  cit.  (112)  Ivi.  (113)  Mazza- 
rosa  cit.  voi.  11,  lib.  ix.  (114)  Ivi.  (115)  Le-Sage  , 
Atlante  storico,  geografo,  tav.  29.  (116)  Ferrini  cit. 
ep.  vi,  §.  H5.  (117)  Ivi. 


COSTUMI 

EPOCA  SETTIMA 

PARTE  PRIMA 
ALIMENTI  ED  AGRICOLTURA 


g.  i.  JLia  rarità  di  chi  noti  minutamente  e  descri- 
va i  costumi  giornalieri  del  suo  tempo,  dubitando 
di  nauseare  ogni  lettore  che  sa,  senza  leggere, 
quali  siano  gli  usi  che  pratica  giornalmente,  così 
ne  avviene  che  senza  una  voce  tradizionale  ma! 
si  possa  dalle  memorie  scritte  raccogliere  quali 
fossero  i  piti  graditi  cibi  dei  tempi  che  noi  dicia- 
mo in  questa  storia  austriaci.  Sento  dire  per 
altro  che  allorquando  in  Francia  voleasi  accenna- 
re una  tavola  sunluosamenle  imbandita,  dicevasi 
preparata  all'italiana, dal  che  apprendiamo  che  gli 
italiani  superavano  i  francesi  nella  magnificenza 
delle  loro  mense.  Ma  quando  d'allora  in  poi  trovo 
che  i  nomi  della  maggior  parte  delle  vivande  ap- 
prestate alle  nostre  mense  portano  nomi  fran- 
ceij,  come  gatto,  bignè,  ragù/ricandò,  fricassè,co- 

'9* 


222  COSTUMI 

tolette,  culi,  salmi,  antremè,  e  simili  nomi,  ho  ra- 
gione di  credere  che  i  toscani  abbiano  raffinato  il 
gusto  delle  lor  mense  sull'esempio  dei  francesi} 
ma  ciò  sia  detto  dei  facoltosi. 

g.  2.  Tra  le  persone  che  godevano  d'una  cer- 
ta agiatezza  scemò  in  qualche  modo  Puso  del  vi- 
no, perchè  si  abituarono  ad  usarne  in  una  sola 
commestione,  cioè  al  pranzo,  facendo  consistere 
le  altre  refezioni  nei  generi  che  si  spacciavano 
pei  caffè,  trovandoli  ad  un  tempo  più  economici, 
meglio  addicenti  al  gusto  del  giorno,e  in  parte  più 
salubri  del  vino.  Fu  difatti,. come  Io  è  anche  pre- 
sentemente, assai  grande  il  consumo  del  latte, 
del  butirro,  del  caffè,  delle  acque  acconce,  della 
birra  e  di  simili  altre  bevande  di  ristoro.  In  fine 
F  uso  frequente  ed  abbondante  delle  droghe  è 
stato  in  ogni  ceto  di  persone  o  riformalo  o  assai 
moderato.  Nella  classe  popolare,  o  piuttosto  dire- 
mo noi  degli  operanti,  è  scemata  la  consumazio- 
ne del  vino  in  un  modo  ancor  più  notabile  in  pro- 
porzione del  consumo  che  se  ne  faceva  nel  prin- 
cipiar di  quest'epoca,  mentre  allora  bevea  quel- 
la classe  il  vino  non  solo  nella  più  considerabile 
refezione  d'ogni  giorno,  ma  ancora  in  altre,  sebbe- 
ne questa  derrata  non  raramente  fosse  cara  più  di 
quel  che  lo  è  di  presente,  ed  abbenchè  fosse  il 
suo  salario  uguale  a  quello  che  ancora  riceve,  al- 
lorché trova  lavoro.  Ma  negli  ultimi  periodi  dei 
quali  tratto,  vale  a  dire  verso  il  1800,  cresciuta 
la  popolazione,  l'operaio  spesso  ozioso  dovea  coi 
guadagni  d'altri  giorni  provvedere  alle  giornate 
nelle  quali  si  trovava  disoccupato, e  la  prima  ri- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    PARTE   I.  223 

forma   cadendo  sulle  consumazioni    non  neces- 
sarie,quella  del  vino  dovett'esservi  compresa  (»). 

§.  3.  Ora  passando  a  ragionare  dell'agricoltura 
toscana  .  dico  primieramente  che  vedemmo  già 
nell'epoca  antecedente  quanto  i  granduchi  Me- 
dicei si  occupassero  a  favore  di  essa;  ma  la  To- 
scana non  fu  mai  florida  in  quel  periodo,  quanto 
lo  è  stata  nell'ultima  epoca  di  questa  mia  storia, 
poiché  oltre  ad  essere  stata  la  prima  a  formare 
una  società  di  dottissime  persone,  tutte  intente  a 
promuovere  l'utile  maggiore  dell'agricoltura,  cioè 
l'accademia  de'Georgotili,  il  granduca  Pietro  Leo- 
poldo suddivise  in  piccole  frizioni  i  lati  fondi,  e  la 
sua  mano  henetìca  spezzò  i  duri  vincoli  che  incep- 
pavano l'industria.  Ora  lo  stalo  dell'agricoltura 
j  otea  dirsi  prosperante  in  tutta  la  Toscana,  ma 
non  era  florido  veramente  che  in  Val  di  Nievole. 
perchè  l'industria  ivi  era  comune  ed  ereditaria  in 
tutti  gli  agricoltori;  mentre  in  Val  d'Elsa,  ove  Parte 
andava  operando  prodigi  nelle  colmate  de'monti, 
rio  era  dovuto  all'ingegno  e  allo  zelo  di  pochi  len- 
tamente dagli  altri  imitati,  ed  in  tutte  le  altre  lo- 
calità lei  granducato  l'agricoltore  mostrnvasi  ben- 
sì attivo,  ma  raramente  industrioso.  Ben  è  vero 
che  le  antiche  ed  erronee  pratiche  andarono  ap- 
poco appoco  migliorando ,  e  quando  ciò  otfcn- 
nesi  dappertutto,  la  ricchezza  del  suolo  toscano 
potette  emulare  quella  speciale  del  territorio  luc- 
chese limitrofo  (2). 

§.  f\.  Leopoldo  I,  mentr'era  granduca  di  To- 
scana, liberò  i  coltivatori  delle  campagne  da  alcu- 
ne vessazioni  «he  avevano,  e  le  tene  dada   n«t- 


224  COSTUMI 

vitù,  moderando  e  restringendo  il  dritto  d'isti- 
tuire de'tìdecommissi}  e  in  tal  modo  più  libera  di 
prima  divenne  la  divisione  dei  grandi  poderi,  la 
quale  è  sommamente  vantaggiosa  per  l'aumento 
dell'industria  agreste.  Egli  concesse  all'agricol- 
tura il  primato  legale  fra  tutte  le  professioni  nel 
granducato,  il  cui  suolo  per  natura  esige  gran 
diligenza  ed  ingegno,  ed  è  capace  di  produrre  tutto 
ciò  che  può'mai  bramarsi  sotto  il  suo  clima  tem- 
perato, e  comprendendo  che  la  dura  legge  del  pa- 
scolo impediva  ai  proprietari  delle  terre  di  circon- 
darle con  difesa  stabile,  acciò  non  vi  andassero  a 
nutrirsi  gli  animali  insalvatichiticene  notabilmente 
guastavano  tutti  i  vegetabili ,  abolì  questa  antica 
legge,  e  con  ciò  divennero  maggiori  di  prima  i  rac- 
colti, ed  i  bestiami  si  resero  domestici  (3).  Pietro 
Leopoldo,  detto  il  Solone  del  nostro  paese,  favo- 
rì gli  affitti  di  ogni  specie,  ed  in  alcuni  casi  con 
preferenza  dei  contadini  :  ordinando  poi  tutte  le 
leggi  in  armonia  col  principio  di  privilegiare  la 
agricoltura,  conseguì  lo  scopo  politico  di  formare 
del  suo  stato  una  riunione  di  famiglie  patriarcali, 
che  popolavano  le  campagne  a  preferenza  delle 
città,  e  vi  richiamavano  quella  cultura  fisica  e 
morale  che  l'incivilimento  dell'agricoltura,  e  la 
miseria  dei  produttori,  aveano  bandito  dalle  gran- 
di tenute,  amministrate  dalla  inerte  opulenza  cit- 
tadinesca, col  macchinismo  dei  già  servi  della 
gleba  trasformati  in  servi  coloni  (4). 

g.  5.  Né  a  ciò  si  limitarono  le  benefiche  ve- 
dute di  Leopoldo  I  a  vantaggio  dell'agricoltur», 
meulie  si  rivolsero  ancora  sopra  tutte  le  tene 


DEI  TEMPI   AUSTRIACI  PABTE  I.  225 

i  ncolte  della  Toscana,  e  con  tagli,  canali,  colma- 
te ed  argini  secondo  il  bisogno,  cambiò  la  qualità 
istessa  di  quei  luoghi  che  incolti  e  paludosi  per 
lo  innanzi,  divenissero  sani,  fertili  e  ricchi  paesi. 
Tra  le  terre  che  provarono  tali  importanti  van- 
taggi sia  di  esempio  il  piano  di  Pescia.  il  quale, 
per  quanto  estesissimo,  è  stato  so  ggelto  a  sì  forti 
inondazioni,  che  ne  hanno  portate  le  acque  fino 
alle  porte  della  città.  Appoco  appoco  per  altro  que- 
sta pianura  è  stata  per  così  dire  riconquistata,  e 
fu  Pietro  Leopoldo  che  riportò  sì  rilevante  vittoria 
su  quelle  acque  che  la  danneggiavano  ,  apren- 
do uno  scolo  al  padule  di  Fucecchio,  scolo  ch'era 
stato  chiuso  dai  suoi  predecessori  per  formarvi 
una  conserva  di  pesce.  Tra  le  più  belle  colmate 
poi  a  tal  riguardo  eseguite  nella  Toscana  sotto 
il  regno  de'prhicipi  austriaci,  contami  quelle  della 
Val  di  Chiana,  che  han  resa  quella  paludosa  pro- 
vincia la  più  fertile  di  tutto  lo  stato;  quelle  del 
pian  di  Pisa  risanate  per  le  cure  dei  certosini,  e 
finalmente  quelle  della  casa  Ferroni  nella  Val 
di  Nievole  verso  lo  stagno  di  Fucecchio  ,  ed  il 
prosciugamento  di  una  gran  parte  del  pietrasan- 
tino  (5).  Più  difficile  rendevasi  a  quel  sovrano  il 
far  provare  i  medesimi  ottimi  effetti  agli  abitanti 
di  quella  parte  paludosa  del  senese,  la  quale  con- 
finando colla  provincia  pisana,  ed  estendendosi 
lungo  i!  mare  in  larghezze  diverse  da  cinque  fino 
a  diciotto  miglia,  ed  in  lunghezza  di  quasi  dieci 
miglia,  cioè  più  in  là  delle  paludi  di  Castiglione, 
dalle  pianura  di  Grosseto  sino  ai  confini  dello 
*tato  della  Chiesa  ,  presentava  degli  ostacoli  a 


aa6  e  o  s  t  v  m  ut  iaa 

quel  prosciugamento  ,  i  quali  sembravano  insu- 
perabili. Ciò  mosse  il  di  lui  cuore,  e  formò  la  sua 
più  grande  attenzione  fondata  sulla  conoscenza, 
che  i  terreni  quivi  non  sommersi  e  solo  circon- 
dati dalle  acque  erano  per  natura  fertilissimi.  Si 
mandaron  pertanto  dal  sovrano  alcuni  dei  più 
intelligenti  mattematici  ed  idraulici  su  quei  luo- 
ghi; e  le  parti  principali  delle  maremme  di  Siena 
furono  ridotte  in  uno  stato  da  potersi  ben  col- 
tivare dai  paesani  e  dai  forestieri,  i  quali,  rendu- 
tasi  un  poco  migliore  la  qualità  di  quell'aria,  an- 
darono ad  abitarvi.Si  fece  che  questi  pagassero  un 
sol  quarto  del  valore  delle  case}  si  distribuirono 
le  terre  a  piccolissimo  prezzo  e  in  dono,  e  sì 
prestò  danaro  a  chiunque  vi  si  volesse  ricovrare 
per  occuparsi  del  coltivamento  della  terra,  per 
Jo  che  vi  si  cominciava  a  conseguire  l'intento  di 
una  buona  coltivazione  e  della  salubrità  dell'aria, 
e  per  l'aumento  della  popolazione  in  tutti  i  luoghi 
prosciugati.  Ma  frattanto  si  vuole  chela  salubrità 
dell'aria  della  maremma  senese  dal  secolo  XIII 
al  XVIII  sia  sempre  andata  in  deperimento  (6). 
Benché  questi  felici  progressi  allora  si  arrestas- 
sero per  le  vicende  politiche  ,  nulladimeno  tali 
operazioni,  che  mostreranno  sempre  la  saggezza 
e  l'animo  grande  di  Leopoldo,  sono  state  secon- 
date dall'augusto  di  lui  figlio  Ferdinando  III  (7). 
g.  6.  Questo  magnanimo  principe,grande  am- 
miratore ed  imitatore  delle  cure  paterne  a  prò 
dello  stato,  proseguì  con  tutto  Io  zelogPintrapre- 
si  e  già  avanzati  lavori  della  Chiana^  ove  non  ces- 
sano di  ammirarsi  le  operazioni  di  uno  stabile 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  I.  2.1J 

honificamenfo.  La  città  di  Chiusi  deve  a  lui  il  no- 
iabile  miglioramento  dell'  aria  per  il  prosciuga- 
mento delie  paludi,  che  ancor  oggi  conservano  il 
nome  di  bozze.  L'agricoltura  ebbe  da  lui  valevo- 
lissimo incoraggimento,  e  le  pianure  della  Cecina 
ed  in  particolare  della  Chiana,  una  volta  quasi 
infruttifere  a  causa  delle  acque  stagnanti,  furono 
da  esso  cambiate  in  fertilissimi  campi,  d'onde 
ritraesi  considerabile  copia  di  grani  pel  commi 
bene.  Gli  aretini  che  men  degli  altri  risentirono 
tali  vantaggi,  riconoscenti  a  tanto  benefattore, 
mentr'  egli  viveva,  decretarono  di  alzargli  una 
statua,  ed  il  fecero.  L'acquistata  fertilità  delle 
pianure  per  mezzo  di  colmate  allontanò  fatteti- 
zione  e  la  cura  dei  gran  proprietari  della  collina, 
La  quale  di  sua  natura  non  potendo  dare  un  utile 
eguale  a  quello  della  pianura,  molto  meno  polca 
ciarlo  dopo  essere  slata  per  la  mala  diversione 
delle  acque  spogliala  dei  primitivi  e  migliori  stra- 
ti delle  teire  vegetabili, per  cui  le  colline  rimase- 
ro allo  scoperto,  ed  i  massi  calcarei  e  Pargilla  o 
silice  pressoché  in  istato  elementare.  Questo  im- 
menso acquisto  nelle  pianure  di  Toscana. di  pro- 
fittare cioè  delle  terre  che  le  acque  trasportano 
dalle  colline  e  dai  monti  per  rialzare  il  Jivello 
della  pianura,  si  deve  in  origine  alla  felice  idea 
«lei  gran  Torricelli ,  proseguita  poi  senza  inter- 
ruzione dai  sovrani  della  Toscana.  I  poderi  delle 
nostre  campagne  qualche  secolo  indietro  ermo 
quasi  tulli  situati  in  collina,  perchè  le  pianure  es- 
sendo coperte  di  acque  slagnanti,  non  potevano 
esser  popolate  a  motivo  dell'aria  insalubre,  e  per 


228  COSTUMI 

conseguenza  neppur  coltivale.  La  popolazione 
dunque  essendo  limitata  alla  collinare  tene  sole 
dei  colli  erano  sementate  e  coltivale  a  vili  e  ad 
olivi.  E  temendo  sempre  i  deposili  delle  acque 
anche  in  collinari  debbono  esser  determinati  a  re- 
golare le  coltivazioni  delle  viti  e  degli  olivi  presso 
che  perpendicolarmente, piuttosto  che  orizzontal- 
mente. Ecco  fino  al  termine  dei  giorni  che  io  qui 
descrivo  e  più  oltre,  i  fattori  meno  istruiti,  rego- 
lando le  loro  coltivazioni,  altro  scopo  non  hanno 
avuto  che  quello  di  dar  lo  scolo  alle  acque}  pra- 
tica la  quale  portava  danni  grandissimi  alle  col- 
line toscane  (8). 

g.  7.  Mi  si  presenta  peraltro  un  articolo  che 
tratta  degli  alimenti  e  dell'agricoltura  che  fra  i 
contadini  toscani  stettero  e  stanna  in  uso  ne- 
gli ultimi  periodi  della  più  recente  epoca  di 
questa  storia^  articolo  eh"1  io  trascrivo  letteral- 
mente per  essere  importantissimo,  scritto  da  due 
sperimentati  georgotìli.  Welle  borgate,  essi  dicono, 
che  s'avvicinanoalle  mura  delle  città,non  esistono 
opificii  notabili, ma  vi  si  esercitano  principalmente 
le  arti  necessarie  all'industria  agraria.  Il  frumento, 
il  vino,  l'olio,  le  frutta  pel  consumo  delle  città 
son  quei  principali  prodotti,  che  repartiti  minu- 
nateraente  fra  un  gran  numero  di  coltivatori  , 
e  uniti  ai  guadagni  sul  bestiame,  costituiscono  la 
floridezza  della  campagna,  e  procacciano  a  molti 
lina  sussistenza  discreta.  Il  grano  produce  annual- 
mente dalle  scialle  nove  misure  sopra  una  di  se- 
menta. La  rotazione  agraria  è  per  lo  più  la  se- 
guente. Nel  primo  anno  si  semina  il  grano   colla 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  I.  2.1$ 

resta,  nel  secondo  il  grano  gentile,  nel  terz'anno 
la  medesima  sementa,  concimando  il  campo  con 
lupini  rotti  o  arrostili  al  forno,  nel  quart'anno 
fave  e  vecce,  o  erba  da  foraggio. 

J.  8.  La  raccolta  piena  delle  olive  nella  mag- 
gior parte  dello  stato  è  biennale,  ed  è  annua  sol- 
tanto nei  terreni  più  ubertosi  per  la  loro  espo- 
sizione e  meglio  concimati,  per  lo  più  a  spese  dei 
possidente.  Le  fruite  e  gli  erbaggi  per  la  vicinan- 
za della  città  producono  una  rendita  ragguarde- 
vole, cumulata  per  via  di  minuto  dettaglio.  Così 
di  molto  rilievo  è  il  prodotto  del  bestiame  in- 
grassato pel  macello,  in  specie  quando  la  picco- 
lezza del  podere  risparmia  i  bovi  aratori  per  tut- 
to l'anno.  La  media  estensione  dei  poderi  è  fra  i 
18  ed  i  25  quadrati  per  ciascheduno,  o  sia  tra  le 
180.000  e  le  a5o,ooo  braccia  quadrate  fiorentine. 
Sussiste  unicamente  il  sistema  colonico  o  dì 
mezzerìa  annua,  basato  sulla  perfetta  divisione 
a  metà  dei  prodotti.  Il  possidente  dà  la  casa  per 
alloggio  al  mezzaiolo,  e  la  risarcisce  asuo  carico^ 
sborsa  senza  interesse  il  rapitale  pel  bestiame  e 
per  la  compra  dei  letami  5  spende  nelle  pianta- 
gioni d'olivi,  di  viti  e  di  piante  arboree  nella 
manutenzione  del  fondo  quanto  ai  muri,  argini, 
(ossi,  canali  ec,  son  suoi,  e  mantiene  i  tini  per  la 
vendemmia,  gli  attrezzi  e  le  macchine  da  vino  e 
da  olio,  ed  ha  il  carico  di  pagar  la  tassa  prediale 
e  le  imposte  comunitative.  II  mezzaiolo  poi  non 
paga  che  la  tassa  di  famiglia,  dà  al  possidente  una 
indennizzazione  annua  in  grasce  pel  manteni- 
mento dei  vasi  vinari,  e  degli  attrezzi  da  olio: 
St.   Tose.   Tom.  11.  20 


23o  COSTUMI 

apre  una  quantità  proporzionata  di  fosse  da  vi- 
ti; reca  al  possidente  un  determinato  numero  di 
polli,  d^ova  ed  anche  di  frutta  \  gli  traspor- 
ta le  grasce  a  casa  senza  pagamento,  ed  ha  altri 
obblighi  di  servigio  domestico,  variabili  secondo 
la  discretezza  del  possidente,  o  secondo  le  con- 
dizioni dei  poderi.  Nei  più  fertili  per  esempio 
tutto  il  seme  è  a  carico  del  contadino,  e  negli 
sterili  è  diviso  fra  lui  ed  il  possidente.  I  nostri 
contadini  sono  attivi  e  destri  nelle  faccende,  ed 
uniscono  spesso  la  docilità  campestre  all'umana 
cortesìa.  Molti  sanno  leggere  e  scrivere  ,  e  re- 
cansi  a  vergogna  il  non  sapere,  ed  imparano  an- 
che T  aritmetica:  nonostante  non  vi  è  faccenda 
abietta  e  fastidiosa  alla  quale  non  si  sottoponga- 
no volentieri,  quando  giovi  al  miglioramento  dei 
loro  campi.  Le  donne,  che  nei  di  festivi  si  vedon 
vestite  con  graziosa  eleganza,  non  sdegnano  nella 
settimana  dal  vangare,  zappare,  segar  lo  strame 
per  le  bestie,  e  da  ogni  più  faticosa  faccenda. 

g.  9.  I  nostri  agricoltori  si  cibano  di  pane  di 
grano  puro,  e  solo  nelle  annate  le  più  scarse  vi 
mescolano  un  terzo  di  fave.  Quando  è  mite  il 
prezzo  della  carne,  i  più  la  mettono  al  fuoco  due 
o  tre  volte  la  settimana,  contentandosi  negli  altri 
giorni  degli  erbaggi  del  podere  e  delie  civaie  e 
palate.  Sogliono  essere  molto  sobrii,  e  una  volta 
sola  al  giorno,  e  ordinariamente  la  sera,  mangia- 
no la  minestra,  ma  nell'epoca  delle  maggiori  fac- 
cende fanno  più  pasti.  II  consumo  del  vino  per 
ogni  adulto  può  valutarsi  dai  tre  ai  quattro  barili 
di  vino  fanno,  poiché  fanif  uso  del  vino  stretto, 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    PARTE  1.  i3  I 

e  del  vinello,  o  acquarello,  riserbando  in  gene- 
rale pochi  barili  di  vino  buono  alla  mietitura,  e 
quello  che  loro  avanza  lo  vendono  per  le  spese 
comuni  della  famiglia.  Il  consumo  dell'olio,  com- 
preso quello  da  lumi,  può  valutarsi  dai  sei  agli 
otto  fiaschi  a  testa.  Il  salario  d"un  operante  suole 
ascendere  a  un  paolo  al  giorno  per  la  battitura,  e 
mezza  lira  perla  vangatura,  oltre  il  vitto,  e  a  cin- 
que o  sei  crazie  per  una  bigoncia  d^live  raccolte. 
Tutte  le  spese  annue  di  una  famiglia  colonica  di 
6  a  8  individui,  meno  il  fuoco  e  l'abitazione,  soni 
mano  da  i4oo  a  1600  lire,  alla  quale  spesa  non 
provvedono  le  sole  rendite  del  podere,  ma  an- 
che le  opere  che  i  contadini  fanno  per  conto  del 
possidente,  se  questi  volgesi  a  migliorare  il  suo 
fondo,  e  quelle  che  facilmente  posson  fare  nei 
poderi  vicini,  ed  i  lavori  delle  donne  che  tessono, 
filano,  fanno  i  bucati  pei  cittadini  e  la  treccia  da 
cappelli.  II  capitale  dei  mobili  ed  attrezzi  rusticali 
di  una  buona  famiglia  colonica  può  valutarsi  dal 
le  Soo  alle  1200  lire  (9). 


NOTE 


(1)  Kidolfi,  Considerazioni  dell'industria  e  special- 
mnnte  sull'agricoltura;  memoria  che  sta  nella  conti- 
nuazione degli  atti  dell'imperiale  e  reale  accademia 
dei  Georgofili  di  Firenze,  voi.  xn,  pag.  32.  (2)  Zuc- 
cagni,  Atlante  geografico,   fisico  e  storico  del  grandu- 


23a  COSTUMI 

calo  di  Toscana,  tav.  i.  (3)  D'Appozzo,  Sopra  Pagri- 
coJtura  in  ogni  paese  MS.  (4)  Paolrni,  Occhiala  filo- 
sofica ai  saggio  di  un  trattato  teorico-pratico  sul  si- 
stema livellare  secondo  la  legislazione  e  giurisprudenza 
toscana  dell'  avvocato  Poggi  ;  memoria  inserita  nella 
continuazione  degli  Atti  dell'accademia  dei  Georgofiii, 
voi.  Xir,  pag.  59.  (5)  Simonde,  Agricolture  toscane  , 
§.  i.  (6)  Ximenes,  Esame  dell'esame  di  un  libro  sopra 
la  maremmasenese,p.124.  (7) D'Appozzo  cit.  (8)  Chia- 
renti, Riflessioni  ed  osservazioni  sulT  agricoltura  to- 
scana, cap.  iv  e  v.  (9)  Ridolfi  e  Tartini  ,  Notizie  e 
guida  di  Firenze  e  dei  suoi  contorni,,  cap*  in,  indu- 
stria e  commercio» 


d  m 


DEI   TÈMPI    AUSTRIACI  aia 

PARTE  SECONDA 
VESTIARIO 


g.  i.  Prima  che  Francesco  duca  di  Lorena  sa- 
lisse al  trono  di  Toscana  era  già  cangiata  la  fog- 
gia civica  di  vestire  in  questo  nostro  paese,  men- 
tre se  osserviamo  Pabbigliamento  delle  due  figure 
qui  esposte  insieme (a)con  un  uomo  popolare  (£), 
troveremo  che  il  taglio  degli  abiti  dei  due  sessi 
ha  subita  una  molto  notabile  alterazione  dalla 
ultima  foggia  da  noi  mostrata  ai  tempi  del  gran- 
duca Giovan  Gastone.  La  donna  ch>  alla  tav.CLt, 
num.  i,  porta  i  manichini  come  il  suo  amico  ed 
il  resto  ilei  di  lei  abito  incomincia  ad  accostarsi  a 
quella  moda  caricatissima  di  portare  il  guardin- 
fante: ha  le  scarpe  con  fibbie  come  Puomo  ed  i 
tacchi  alti.  Anche  fra  i  contadini  e  le  contadine 
vi  f»ra  Puso  di  portare  scarpe  con  tacchi  e  febbie 
d'argento,  e  variavano  pure  nel  resto  degli  abiti, 
come  lo  mostra  la  coppia  villereccia  qui  dipin- 
gi) Ved.  tav.  CU,  num.  1. 
(*)  Ivi  num.   2. 

io* 


2.^4  COSTUMI 

ta  (a):  te  ragazze  per  altro  vestivano  con  bella  ele- 
ganza (b). 

g.a.Dopolamoda  àVcitladini  e  cittadine  da  noi 
additata^'introdusse  un  altra  foggia  di  vestire  che 
meglio  può  intendersi  dal  vederne  qui  la  copia  {e). 
Di  belle  e  ricche  stoffe  di  seta,  divelluto,  di  raso, 
di  broccato  d'oro  e  dargenlo  erano  le  ampie  ve- 
sti delle  nobili  e  ricche  cittadine,  sotto  dell^  qua- 
li portavano  grandissime  fardiglie,  oguardinfanli. 
Erano  esse  vesti  guarnite  al  basso  per  Io  più  da 
due  ordini  di  fini  merletti  disposti  a  festoni,  ed 
i  merletti  pure  a  più  giri  erano  ai  manichini  che 
uscivano  dalle  maniche,  le  quali  non  oltrepassa- 
vano il  gomito:  in  un  altissimo  tuppè  con  un  no- 
do sulla  sommità  4ei  capelli,  o  o\i  nastri  intrec- 
ciati di  perle,  o  diamanti  e  fiori  con  un  ordine 
continuato  di  grossi  ricci  per  ciascun  lato  che  dal- 
ia cima  giungevano  tino  alle  spalle,  consisteva 
generalmente  Pacconeiatura  di  testa  delle  nostre 
antiche  dame(rf),  che  con  indicibile  pazienza  tolle- 
ravano la  noiosa  operazione  di  un  esperto  parruc- 
rhiere,  il  quale  continuava  per  varie  ore  a  disten- 
dere, arricciare,  increspare  e  mantecare  i  capelli; 
dopo  di  che  usavano  per  Io  più  inbellettarsi  ed 
attaccare  qua  e  là  de^ei  nella  faccia.  Gli  uomini 
a  vean  abiti  grandiosi  di  panno  o  di  velluto,  giub- 

■ 

(a)  Ved.  tav.  GLI,  num.  4. 

(b)  Ivi  num.   5. 

(e)  Ivi  num.  3  e  tav.  CLU,  num.  1. 
[ci)  Ved.  tav.  CUI,  num.   t. 


DEI  TEMPI   AUSTBItCl  PARTE  li.  fc35 

be  della  stessa  stoffa  o  di  seta  secondo  la  stagio- 
ne, ricamale  ed  ornate  d'oro  e  d'argento,  e  sì  lunghe 
che  giungevano  quasi  alle  ginocchia}  bottoni  d\)ro 
odi  madreperla  o  d'acciaio  grandissimi  agli  abiti, 
più  piccoli  alle  giubbe,  e  tanto  negli  uni  che  nel- 
le altre  dal  collo  tino  all'estremità;  calzoni  corti, 
orlati  d'oro  o  d'argento  odi  diamanti  al  cinturino 
dei  medesimi,  ed  alle  scarpe}  spada  al  fianco,  cap- 
pello triangolare  di  feltro  o  di  seta,  grandissima 
zazzera  a  due  o  tre  ordini  di  ricci  e  tutta  polve- 
rizzata di  ciprio:  borsa  nera  di  seta  per  racchiu- 
dere i  capelli  di  dietro  (a)}  colletto  bianco  a  più 
pieghe  allacciato  dietro  al  collo  con  fibbia;  mani- 
chini di  merletti  e  gran  lattughe  al  petto  di  egual 
materia:  nell'  inverno  gran  mantello  di  panno 
bianco  o  di  seta  verde  foderato  di  pelli  (i). 

§.  3.  Conosciutosi  dal  granduca  Leopoldo  I 
ohe  il  lusso  era  dannoso  alle  famiglie  non  facol- 
tose, procurò  di  reprimerlo  con  amorevoli  mez- 
zi (a),  nel  che  felicemente  riuscì,  come  lo  mosti  a 
il  quadro  da  me  riportato  alla  lav.  CLIll  dell'  a- 
tlante  di  quest'opera.  Se  ci  facciamo  ad  osservare 
il  vestiario  degli  uomini,  il  quale,  non  ostante  elio 
qui  sia  alla  militare,  pure  tolte  le  insegne  del  gra- 
do da  essi  occupato,  era  quello  dei  cittadini,  lo 
troveremo  men  ricco,  ma  quasi  simile  al  or  ora  de- 
scritto, mentre  essi  portavano  giubba  lunga  o  abi- 
ti, sottoveste  fino  ai  fianchi,  lattuga  al  petto  o 
manichini  uguali:  calzoni  corti  con  fibbie  d'argen- 
to o  di.  altro  metallo,  e  queste   pure  alle  scarpe; 

(a)  Ved.   tav.   CU,    mini.   3. 


a36  COSTUMI 

spada  al  Banco  e  cappello  triangolare.  I/accorrcia- 
tura  della  testa  era  senza  barba  né  baflV,  un  riccio 
alle  tempie  e  capelli  tirati  dietro,»  quali  veni vara 
legati  con  un  nastro  nero  di  seta  a  guisa  di  coda. 
Le  donne  nobili  e  cittadine  avevano  i  capelli  pu- 
re tirati  dietro  con  sopra  un  crestino  ed  un  gros- 
so riccio  sotto  le  orecchie:  la  loro  sopravveste  dr 
seta  o  d'altra  stoffa  con  maniche  corte  contorna- 
te da  due  file  di  merletti  di  trina,  era  aperta  da- 
vanti onde  far  vedere  il  sottabito  guarnito  in  fon- 
do di  alta  balza  della  medesima  trina:  usa  vari 
sempre  le  faldiglie  o  guardinfanti  ma  un  poco 
più  modificati.  Gli  abiti  dr  appartamento  che  le 
dame  portavano  a  corte  furono  proibiti  nel  1787, 
nella  quaP  epoca  cessò  pure  l'uso  del  baciamano 
e  il  costume  di  fare  alle  AA,  RR.  1»  reverenza 
colla  genuflessione. 

5.4.  Sottoil  regno  di  LeopordoI  si  cominciò  ad 
introdurre  nei  militari  toscani  una  uniformità  di 
vesti  del  tutto  nuova5come  lo  mostrano!  due  mi- 
litari da  me  riportati  (a).  Partito  dal  granducato 
Leopoldo  I  per  andare  a  governare  l'impero  au- 
striaco.e  restato  nel  suo  posto  di  grand,  di  Tosca- 
na Ferdinando  III  di  lui  figlio,  la  foggia  di  vestire 
dei  toscani  cambiò  affatto^  poiché  le  ricchissime 
vesti  dibroccatodivennerosacri  arredi  da  chiesa: 
non  più  ricci:  gli  uomini  si  tagliavano  i  capelli, 
le  donne  arrossirono  dei  caricati  loro  crestini,  e 
tutto  divenne  leggerezza  ed  affettata  semplicità. 
Gli  uomini  usarono  calzoni  lunghi^sopirabiti,  giub- 

(a)  Ved.   tav.    CXXXIX.    un.n.   3,  4. 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  li.  2,Zj 

be  lunghe  e  cappelli  tond  i  di  feltro  con  pastrani 
a  più  baveri  nell'inverno,  portando  allora  nella 
detta  stagione  panni  con  nomi  e  colori  diversi,  e 
nell'estate  le  medesime  forme  d'abiti  con  robe 
più  leggere  (a).  Le  donne  portavano  secondo  la 
stagione  abiti  si  seta,  di  casimirra  o  altro  (b);  ma 
il  lettore  sarà  meglio  informato  dalle  stampe  che 
dalla  mia  narrazione,  giacché  d'allora  ai  tempi 
consecutivi  poco  si  è  variato  sull'uso  dei  panni 
e  delle  stoffe,  come  pure  nel  taglio  degli  abiti. 

g.  5.  I  due  gruppi  da  me  riportati  alla  tavola 
CLII,  numero  4  -  5  ed  all'altra  GLIV  ,  nume- 
ro i,  ci  danno  l' idea  della  maniera  di  vestire 
dei  contadini  dei  due  sessi  sul  finire  del  secolo 
XVIIT,  ma  di  quei  discosti  dalla  capitale,  mentre 
nei  contorni  di  Firenze  vestivano  con  più  elegan- 
za e  ricchezza  (e),  giacché  scorgiamo  nella  don- 
na molti  ori,  anelli  ed  un  bel  manicotto.  Anche 
sotto  il  regime  di  Ferdinando  III  l'uniforme  della 
milizia  toscana  fu  variato,  ed  era  come  presentasi 
nelle  tavole  di  questa  mia  storia  (d). 

(a)  Ved.  tav.  CLII,  num.  2. 

(b)  Ivi  num.  3. 

(e)  Ved.  tav.  CUV,  num.   2,  3. 
[d)  Ivi  num.  4,  5. 


NOTE 

(1)   V  errario,  Costume  antico  e  moderno  ,  Europa  , 


±38  COSTUMI 

pag.  928  .  (2)  Paolini,  Discorso  sul  lusso  dei  conU- 
dini ;  sta  nel  tomo  n  ,  pag.  452  della  continuazione 
degli  Atti  dell'imperiale  e  reale  accademia  dei  Geor- 

gofili. 


*— 30O0CI ■ 


DEI  TEMPI   AUSTRIACI  239 


PARTE    TERZA 
USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI 


§.  i.  .Lia  franchezza  nel  conversare  che  verso  la 
tine  del  secolo  XVI  lì  trova  vasi  in  vigore  nella 
Toscana,  fu  appresa  insensibilmente  dall'esem- 
pio dei  forestieri,  che  concorrevano  in  gran  nu- 
mero in  questa  regione.  I  toscani  avevano  natu- 
ralmente dello  spirito,  della  grazia,  e  della  poli- 
tezza nella  società:  presso  di  essi  trovavasi  della 
affabilità  e  dell'attenzione.  Il  saper  cavalcare  un 
destriero  con  maestrìa  faceva  parte  di  educazione 
per  la  nobiltà*,  e  forse  a  tale  effetto  il  granduca 
di' Toscana,  Francesco  duca  di  Lorena,  fece  inal- 
zare in  Siena  nel  174°*.  a  similitudine  di  quella 
di  Firenze,  la  cavallerizza  a  benefizio  dei  nobili 
convittori  del  collegio  Tolomei  e  di  ogni  altro 
cavaliere  onde  apprendervi  il  maneggiodel  destrie- 
ro sotto  abili  maestri(i).  I  fiorentini  in  particolare 
avean  V  ambizione  di  passare  per  ingegni  acuti 
e  vivaci:  quelli  del  ceto  medio  avean  fama  d'esser 
naturalmente  inclinali  ai  motteggi  ed  alla  sati- 
ra (2).  I  lucchesi  passavano  per  molto  destri  ed 
industriosi:    i  senesi   erano   affabili  e  allegri:    la 


24o  COSTUMI 

loro  conversazione  dolce  e  piacevole;  le  donne 
amabili  e  di  bel  sangue  (3). 

g.  a.  I  toscani  in  generale  vivevano  con  mol- 
ta economia:  essi  avevano,  come  costumavasi  nel 
resto  dltalia,  degli   appartamenti  magnifici,  che 
non  erano  abitati;  delle  carrozze  e  degli  equipaggi 
che  servivano  solo  per  andare  al  passeggio  o  in 
campagna  (4).  II  lusso  di  apprestare  le  mense  era 
assai  diminuito,  e  non  si  può  uguagliare  a  quello 
dei  nostri  più  antichi,  giacché  in  vece  di  una  smo- 
data quantità  di  vivande,  di  massicce  argenterie, 
e  di  una  turba  di  convitati,  vi  era  più  sceltezza 
nei  cibi,  più  eleganza  negli  ornamenti,  e  si  era 
diminuito  il  novero  dei  commensali;  in  ciò  gua- 
dagnò la  filosofia  del  buon  gusto.  Eran  le  tavole 
apparecchiate  con  tovaglie  bianche,  ed  all'intor- 
no ordinatamente  eran  determinati  i  posti  dei 
commensali.  Le  porcellane  sbandirono  in  parte 
i  piatti  d'argento,  ma  di  queste  non  se  ne  vale- 
vano che  i  doviziosi  e  splendidi  personaggi,  men- 
tre il  popolo  usava  Io  stagno  o  le  terre  meno  co- 
stose. Le  imbandigioni  cominciavano  dalle  zuppe 
e  venivan  poste  sulla  tavola  più  vivande,  e  leva- 
te quelle,  altre  ne  sottentravano  nel  numero  stes- 
so dei  piatti  che  furon  posti  la  prima  volta.  Le 
donne  in  generale  godevano  la  preminenza  alla 
tavola,  sia  di  posto,  sia  nella  .presentazione  dei 
cibi.  L'ultima  imbandigione  era  il  così  detto  de- 
sers  dai  francesi:  dopo  i!  pranzo  in  vece  di  lavar 
le  mani  con  acqua  misla  ad  essenze  odorose,  ve- 
niva portata  una  lazza  di  vetro  colorata,  ricolma 
d'acqua  per  l'abluzione  delle  labbra  e  delle  m3ni. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  III.  2.^t 

I  pranzi  villerecci  erano  meri  fastosi  che  quei  di 
città,  ma  se  in  città  splendeva  più  la  ricchezza  ed 
il  lusso,  in  campagna  all'incontro  v'era  l'abbon- 
danza degli  apparecchi,  ed  una  troppo  libera  gaie- 
tà  (5). 

g.  3.  Le  cerimonie  dei  matrimoni  poco  varia- 
rono da  quelle  dei  tempi  medicei,  poiché  succe- 
devano gli  sponsali  dopo  essere  state  fatte  tre 
volte  le  proclame  dal  parroco  della  cura.  Lauti 
pranzi  e  gran  cene  si  usavano  in  simili  circostan- 
ze} parlo  del  ceto  medio  e  del  basso  popolo,  che 
si  atteneva  mai  sempre  alle  antiche  usanze,  e  le 
usanze  del  basso  popolo  formano  la  parte  più  di- 
stinta dei  costumi  nazionali  (6).  Non  minore  sfar- 
zo facevasi  dalla  nobiltà  in  tali  circostanze,  poi- 
ché la  Gazzetta  patria  del  1766  pag.  168  alPocca- 
sione  dello  sposalizio  del  marchese  di  Chianni 
Giuseppe  Riccardi  con  Maria  Teresa  figlia  del  du- 
ca don  Ferdinando  Strozzi  si  esprime  così  „  Do- 
po aver  dato  Panello  alla  presenza  di  due  testi- 
moni nella  privata  cappella  del  palazzo  Strozzi, 
ed  aver  fatta  una  sunluosa  colazione  in  compa- 
gnia della  numerosa  nobiltà  sì  forestiera  che  na- 
zionale invitatavi,  gli  sposi,  entrati  in  una  tanto 
elegante  carrozza  quanto  ricca  col  seguito  delle 
dame  ed  altra  nobiltà,  passarono  alla  visita  della 
Santissima  Nunziata,  e  dopo  breve  orazione  si 
portarono  al  palazzo  Riccardi.  Nella  magnifica 
galleria  di  questo  palazzo  era  apparecchiata  a  qua- 
ranta persone  grandiosa  mensa,  alla  quale  sedero- 
no fra  dulce  armonia  di  strumenti  insieme  con 
gli  sposi,  dame,  cariche  di  corte  e  ministri  esteri. 

SU   Tose.   Tom.   11.  21 


a{a  costumi 

Nel  tempo  di  questo  splendido  banchetto  furono 
dispensate  in  lode  dei  signori  sposi  diverse  poe- 
tiche composizioni  fatte  da  abili  soggetti.  Final- 
mente verso  le  ore  sette  della  sera  si  portarono 
al  palazzo  del  marchese  Corsi  a  godere  di  un  so- 
lenne feslino,al  quale  aveva  precedentemente  in- 
vitala la  nobiltà  tutta  „.  Tra  i  contadini  in  varie 
parti  della  Toscana  si  usava  che  air  occasione 
delle  nozze,  oltre  i  rozzi  ma  lauti  pranzi,  la  sposa 
veniva  accompagnata  dai  parenti  alla  casa  delio 
sposo,  e  avanti  a  loro  precedeva  un  giovane  con 
la  conocchia,  facendo  mostra  di  essa,  forse  per 
far  vedere  che  la  sposa  non  dovea  stare  in  ozio, 
e  quando  eran  giunti  al  destinato  luogo  davan 
fuoco  alla  stoppa  della  conocchia  fra  gli  evviva  e 
lo  sparo  deYucili  o  altre  armi.  Più  frequentemen- 
te per  altro  era  fuso  che  la  suocera,  se  vi  era,  an- 
dava incontro  alla  nuora,  e  sulla  porta  di  casa  le 
consegnava  un  mestolo  da  cucina  in  segno  che  la 
suocera  cedeva  alla  nuora  il  maneggio  delle  cose 
domestiche,  di  che  la  sposa  stima  vasi  oliremo  do 
onorata,  quando  poi  succedeva  il  contrario,  pre- 
sentavate dei  fichi  secchi,  e  delle  noci.  La  sera 
dello  sposalizio  per  lo  più  v'era  la  festa  detta  la 
veglia,  ove  ballavano  al  suono  di  uno  strumen- 
to detto  il  rubeco,  ch'era  fatto  a  guisa  di  man- 
dolino o  chitarra  o  liuto.  Fu  stabilito  dal  magi- 
strato supremo  che  le  promesse  di  sponsali  non 
dessero  azione  alcuna  nel  foro  per  obbligare  i 
promettenti  ad  effettuare  il  matrimonio  (7). 

g.  4»  l*f  donne  di  città  nell'  epoca  di  che 
ragioniamo,  vivevano  con  una  intiera  libertà,  e 
senza  una  gran  bellezza  esse  erano  molto  cortesi 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    PARTE  HI.  2.fò 

ed  amabili  nella  conversazione:  avvezze  a  veder 
sempre  dei  forestieri,  sapevano  riceverli  colle 
attenzioni  le  più  graziose.  Quando  i  teatri  erano 
aperti,  i  palchetti  delle  darne  di  spirito  dovean  es- 
sere riguardali  come  luoghi  di  assemblea  dove 
si  faceva  la  conversazione  (8). 

g.  5.  Le  forze  militari  di  Toscana  nel  1753 
fuiono  regolate  sul  piede  di  ti  e  reggimenti  d'in- 
fanterìa ed  uno  di  dragoni  ascendenti  a  5oo  uo- 
mini: vi  fu  aggiuuto  un  secondo  reggimento  di 
dragoni  due  anni  dopo.  Queste  truppe  furono 
portate  fino  al  numero  di  6000  uomini  (9)  onde 
tenere  il  buon  ordine  per  le  città  di  Toscana,  e 
per  guardare  i  porli  di  mare  ad  essa  appartenenti. 
Per  arrivare  al  dello  numero  di  6000  uomini  e 
così  completare  quel  corpo  che  si  nominava  il 
reggimento  R.  toscano,  ordinò  Pietro  Leopoldo 
nel  1767  che  si  forzassero  al  servizio  militare  quei 
sudditi  che  conducevano  una  vita  licenziosa  e 
scandalosa: queste  reclute  forzate  furon  fatte  con 
poca  precauzione,  e  vennero  violentati  dei  citta- 
dini onesti  e  costumati,  i  quali  avanzarono  i  giu- 
sti loro  reclami  contro  l'arbitraria  violenza  verso 
di  loro,  ff  quel  principe  vi  provvide  perchè  in  av- 
venire non  seguissero  tali  inconvenienti  (io).  Il 
porto  di  Livorno  era  fornito  di  una  numerosa  e 
bella  artiglieria,  come  pure  Tantico  castello  ch'era 
di  faccia  all'altra  parte  del  porto,  in  cui  vedevansi 
12  bei  cannoni  di  bronzo,  che  fece  fondere  Ferdi- 
nando I,  e  che  si  chiamavano  i  11  apostoli.  Io  que- 
sto porto  stavano  all'ancora  ordinariamente  pa- 
recchie centinaia  di  basthnenli,e  sempre  in  Ottg- 


244  COSTUMI 

gior  numero  in  tempo  di  guerra  (n).  Anche  Por- 
toferraio  era  guarnito  di  militari  appartenenti  al 
granduca  di  Toscana!  luoghi  situati  in  campagna 
detti  fortezze,  quali  erano  Pontremoli,  Pistoia, 
Pisa,  Siena,  Arezzo,  Volterra,  Montecarlo,  Ter- 
ra del  Sole,  S.  Martino,  le  torri  lungo  la  spiag- 
gia del  maree  Grosseto^avevanoiloro  comandan- 
ti e  la  guarnigione  ad  essi  subordinata  (12) 

g.  6.  Siccome  la  marina  per  uno  stato  è  la 
parte  forse  più  considerabile  ,  così  Leopoldo  I 
comandò  che  fossero  scelti  dodici  giovani  di  fami- 
glie capaci  di  far  le  prove  dell'ordine  equestre  di 
S.  Stefano,  per  esser  impiegati  nel  servizio  della 
marina  di  guerra  in  qualità  di  guardie  marine. 
Quelli  che  si  fosser  distinti  in  tal  servizio,  erano 
ammessi  all'ordine  di  S.  Stefano,  nel  quale  po- 
tean  godere  l'anzianità  dal  giorno  del  rescritto 
d'ammissione  nel  corpo  delle  suddette  guardie. 
Lo  stipendio  era  di  scudi  200  all'anno,  con  l'ob- 
bligo di  continuare  il  servizio  sopra  le  navi  da 
guerra,  e  che  il  detto  stipendio  doveva  loro  ces- 
sare, allorché  fossero  promossi  al  grado  d'uffiziali 
delle  navi,  nel  quale  goder  dovevano  gli  stipendi 
e  le  commende  che  appartenevano  a  quel  grado  di 
uffizialità  al  quale  erano  giunti  (  i3).  Per  fornir  poi 
la  marina  di  buoni  soggetti,  che  consisteva  in  cin- 
que fregate,  fu  eretta  in  Livorno  una  scuola  per 
le  guardie  marine  nobili,  alla  quale  il  granduca 
aveva  dato  un  ottimo  regolamento:  ivi  la  gioven- 
tù nobile  era  istruita  nella  nautica  ed  in  tutte 
quelle  scienze  ed  arti  che  vi  hanno  relazione  (14). 

g.  7  Ai  tempi  del  governo  austriaco  continua- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE   III.  ^45 

vano  i  giuochi  pubblici,  poiché  recandosi  Leo- 
poldo I  a  Livorno,  furono  eseguiti  nella  piazza 
grande  il  giuoco  del  calcio,  due  corse  di  cavalli, 
ed  una  di  cocchi  a  tre  ricche  bandiere,  con  bella 
illuminazione,e  delle  salve  di  cannone  al  di  lui  ar- 
rivo. Oltre  i  fuochi  artifìziati  ed  altri  divertimenti 
pubblici,  vi  era  in  uso  la  così  detta  festa  delle 
befane  praticata  per  tutta  la  Toscana,  consisten- 
te nel  portare  per  le  strade  deYimuIacri  rappre- 
sentanti diversi  capricciosi  e  talvolta  insignifican- 
ti soggetti  sopra  d'un  carro  decorato  all'intorno 
di  un  gran  numero  di  faci,  tirato  or  dai  cavalli, or 
dal  popolo  festeggiante,  ed  accompagnato  col  suo- 
no di  vari  rumorosi  strumenti.  Un  tal  costume  ci 
è  pervenuto  dai  gentili  romani,  i  quali  eran  soliti 
nei  primi  giorni  dell'anno  celebrare  solenni  feste 
in  onore  della  Dea  Cibele  o  d'altri  Dei^  onde  por- 
tavano in  trionfo  le  statue  di  queste  false  dei- 
tà, accompagnate  dal  popolo  con  fiaccole  accese 
e  precedute  dai  sacerdoti  chesuonavan  calube  e 
sistri  onde  rendere  più  decorosa  e  piò  bella  uni 
simile  funzione  (i5).  Un  altro  divertimento  po- 
polare facevasi  in  Toscana,  edera  il  seguente.  Fu 
comune  favoleggiare  fra  tutte  le  nazioni  cattoli- 
che e  per  sollievo  dei  bambini  il  dire,  che  nella 
notte  di  mezza  quaresima  si  segava  la  vecchia, 
«piasi  per  tal  vecchia  si  volesse  intendere  l'au- 
stera secca  quaresima,  che  per  mezzo  si  dividevi 
nella  sera  di  quel  giorno.  Presso  di  noi  adunque 
dicevasi  che  si  segava  la  monaca,  ed  ogni  anno 
>i  dava  ad  intendere  ai  più  semplici  che  si  segava 
una  vecchia  suora  ormai  annoiata  «li  vita.  Oueslo 

ai* 


246  COSTUMI 

divertimento  consisteva,  «;he  le  brigate  plebee  si 
provvedevano,  per  solennizzare  una  tal  favolosa 
segatura,di  scale,  seghe  e  eampanacci,  e  andava- 
no dopo  le  24  ore  pel  paese,  scampanando  e  bat- 
tendo padelle,  e  trascinando  t'erri  e  metalli  da 
strepito,  ed  il  fine  si  era  di  assaporare  delle  frit- 
telle o  altre  cose,  che  dicevano  essere  state  pre- 
sentate nel  monastero  dalla  vecchia  monaca  per 
non  essere  segata  (16). 

g.  8.  Così  editto  sovrano  del  1779  fu  diminui- 
ta la  frequenza  dei  teatri,  poiché  si  diminuirono 
gli  esteri  commedianti,  e  si  obbligarono  i  nazio- 
nali a  pagar  due  paoli  il  biglietto  per  l'ingresso 
del  teatro.  Questo  prezzo,  allora  straordinario, 
servi  a  rallentare  un  poco  un  divertimento  che 
toglieva  e  tempo  e  denaro  ai  manifattori  (17).  Set- 
te anni  prima  fu  proibito  che  s1  introducessero 
nello  stato  dei  vagabondi  forestieri,  i  quali  quasi 
sempre  trovano  la  sussistenza  nei  proventi  del 
vizio,  poiché  i  così  detti  ciarlatani  sono  sempre 
dannosi,  perchè  distraggono  il  popolo  dalle  sue 
ordinarie  occupazioni,  lo  allettano  all'ozio  e  vi- 
vono col  mezzo  di  un  mestiero  che  promuove  il 
dispendio  e  la  dissipazione  (18):  fu  poi  ordinato 
che  i  teatri  non  si  potessero  aprire  che  nel  car- 
nevale nelle  primarie  città. 

g.  9.  Ogni  città  e  paese  di  Toscana  aveva  il 
suo  santo  protettore,  nel  giorno  del  quale,  oltre 
la  sacra  funzione,  vi  erano  le  feste  popolari:  di 
esse  non  riporterò  che  quella  di  s.  Giovanni  di 
Firenze.essendo  questa  la  città  capitale  del  gran- 
ducato, nienti  e  riuscirebbe  tedioso  per  chi  l^^e 


DEI  TEMPI  AUSTRIiCI  P4RTE    III.  2$J 

l'avere  un  minuto  ragguaglio  di  tutte  le  feste  che 
si  facevano  in  detta  occasione  in  ogni  città  e 
paese,  e  anche  in  ogni  cura.  La  vigilia  per  tanto 
di  s.  Giovanni  verso  la  sera  si  correva  sulla  piaz- 
za di  s.  iMaria  Novella  il  palio  dei  cocchi,  dove  già 
le  altezze  loro  reali  si  erano  poste  a  sedere  sopra 
un  palco  parato  di  velluto  cremisi,  di  ricco  gal- 
lone fregiato  e  ridotto  a  foggia  di  sala.  Dopo  che 
i  nohili  di  Siena  aveano  pubblicamente  fatto  ve- 
dere il  passeggio  con  altre  operazioni  cavallere- 
sche di  alcuni  bei  cavalli  della  scuola  senese, 
quattro  cocchi  di  quattro  diversi  colori  passava- 
no avanti  ai  reali  sovrani,  e  preso  posto  partiva- 
no per  correre  alla  meta.  Nella  sera  si  vedevano 
i  fuochi  di  gioia  per  la  vicina  solennità  del  santo 
protettore.  Sulla  piazza  del  real  palazzo  de'Pitti 
faceva  assai  bella  comparsa  una  macchina  illumi- 
nata parte  a  cera  e  parte  a  olio  con  numerosa  or- 
chestra, come  pure  la  via  dello  sdrucciolo  illu- 
minata alla  maniera  sorprendente  della  luminara 
dei  pisani.  A.nche  la  nazione  ebrea  concorreva  a 
celebrare  la  festa  con  illuminazione  d*  un  arco 
trionfale.  La  mattina  del  santo  protettore  S.  A.  R. 
colla  R.  consorte  scendevano  ambedue  pel  gran 
stradone  della  regia  villa  del  Poggio  imperiale, 
Tuno  a  cavallo  e  l'altra  in  muta  ,  e  giunti  alla 
porta  Romana  venivan  salutati  per  la  prima  volta 
con  101  colpo  di  cannone,  dove  il  rimanente  del* 
la  corte  nobile  aspettavali  per  avere  anch'essa 
l'onore  di  servirli  in  questa  funzione.  Dalla  por 
te  Romana  recavansi  alla  piazza  del  granduca  col 
treno  disposto  nell'ordine  seguente  (19). 


248  COSTUMI 

g.  io.  Dopo  un  battistrada  vestito  di  scarlatto 
cori  soprabito  simile,  ricoperto  Furio  e  l'altro  di 
guarnizione  parte  color  giallo,  parte  verde,  e  cor- 
petto guarnito  di  gallon  d*  oro,  moveasi  una 
guardia  a  cavallo  di  cento  dragoni  preceduta  da 
tre  cavalli  di  maneggio  uno  del  Maggiore  e  gli 
altri  dei  due  capitani:  venivan  poi  due  corrieri 
di  gabinetto  a  cavallo  con  uniforme  di  scarlatto 
guarnito  d'oro,  ai  quali  facevan  seguito  i  cavalli 
di  maneggio  dei  tre  uffiziali  dello  stato  maggiore 
della  guardia  nobile,  accompagnati  dai  palafre- 
nieri a  cavallo,  servitori  e  lacchè  con  livrea  da 
gala.  Seguiva  un  officiale  a  cavallo  della  R.  scu- 
deria in  uniforme  turchina  gallonata  d'oro  con 
dodici  cavalli  di  rispetto  di  S.  A..  R.  in  magnifica 
foggia  bardati,  con  alcune  gualdrappe  alla  turca 
ricoperte  dai  ricami  di  gemme  e  perle,  con  fini- 
menti di  prezioso  metallo:  questi  eran  guidati  a 
mano  da  altrettanti  palafrenieri  tutti  con  livrea 
da  gala.  Ne  veniva  inseguito  la  numerosa  servitù 
parimente  in  gala  spettante  ai  ciarnberlani,  con- 
siglieri di  stato  e  cariche  di  corte.  A.  questa  suc- 
cedevano gli  aiduchi,  i  lacchè,  gli  staffieri  della 
corte  reale  con  livrea  di  scarlatto,  con  pararna- 
ne  di  velluto  color  d'oro,  simile  alla  guarnizione 
raddoppiata  da  tutte  le  parti,  e  framessa  da  altra 
di  color  verde  e  bianca.  Di  poi  si  vedevano  gli 
uffiziali  di  corte  in  uniforme  scarlatto  di  panno 
sopraffine  con  fodera  e  sottoveste  di  seta  verde 
gallonata  d'  oro  a  più  ordiui:  gli  uscieri  cammer 
haitzer^  aiutanti  di  camera,  e  controleur  in  altro 
ricco  uniforme  color  blu,  con  doppia  guarnizione 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    TARTE  III.  2,%$ 

d'oro.  I  paggi  d'onore  occupavano  il  loro  posto 
vestiti  in  abito  uniforme  di  velluto  color  ponsò 
arricchito  di  gallone  d'  oro  :  i  trombi ,  il  tim- 
panista, i  timpani  della  guardia  nobile  a  cavallo 
avevano  il  ricco  loro  uniforme  ed  i  ricchissimi 
drappelli.  L'uniforme  del  timpanista  e  dei  trombi- 
si era  di  scarlatto  con  sottoveste  di  panno  giallo 
guarnito  di  gallone  d'argento,  con  estremità  di 
velluto  a  pedino  giallo,  cappello  bordato  di  gal- 
lone d'argento  e  penna  gialla:  le  gualdrappe  e  mo- 
stre delle  terzette  erano  di  scarlatto  guarnite  in 
due  galloni  simili  alPuniforme.  I  drappelli  erano 
formati  di  drappo  in  opera  celeste,  quasi  tulto 
coperto  da  un  ricamo  di  grottesco  a  bassorilie- 
vo d'  argento,  che  serviva  di  contorno  all'arine 
di  S.  A.R.  fatta  anch'essa  di  ricamo  d'oro  in  bas- 
sorilievo con  tutti  gli  ordini,  e  con  una  quantità 
di  trofei  militari  a  maraviglia  espressi:  finalmente 
questi  drappelli  erano  circondati  da  una  frangia 
a  grillotti  d'  argento,  e  da  una  incatenatura  di 
capponi  similmente  d'argento.  Dopo  due  forieri 
vestiti  di  turchin-blù  gallonati  d'oro,  precedeva» 
no  in  due  file  i  ciamberlani  e  le  cariche  di  cor- 
te (20). 

J.  1 1.  Annunziato  da  tanto  corteggio  sopra  un 
cavallo  spagnolo  compariva  in  aria  maestosa  e 
trionfante  il  grandura  di  Toscana:  l'abito  d'oro 
conlesto  e  gioiellatoci  hastone  di  comando,  gli  or» 
dini  luminosi  di  brillanti,  il  cappello  gemmato,  i 
gemmati  finimenti  del  cavallo,  la  sella,  la  gual- 
drappa, tutto  in  somma  era  maggiore  di  qualun- 
que descrizione.  La  staffa  deatra  era  guardata  dal 


a5o  COSTUMI 

cavallerizzo  maggiore,  e  la  sinistra  dal  vice-gran- 
ciamberlano,  l'uno  e  l'altro  a  piedi,  e  parimente  a 
piedi  ne  venivan  due  altri  cavallerizzi.il  sovrano 
era  seguito  immediatamente  dal  corpo  della  guar- 
dia nobile  a  cavallo,  alla  testa  del  quale  cavalca- 
va il  capitan  comandante  ,  ed  in  seguito  il  ca- 
pitan tenente  a  destra,  e  il  tenente  alla  sinistra: 
le  prime  due  file  della  guardia  erano  cominciate 
da  due  brigadieri,  cui  succedeva  il  restante  del 
corpo,  che  terminava  con  due  file,  dove  erano  im- 
postati due  altri  brigadieri  dalla  parte  oppostale  il 
loro  marescial  de  logis  chiudeva  questa  bellissima 
ordinanza.  La  montura  di  gala  delle  guardie  nobili 
consisteva  nell'uniforme  di  panno  sopraifine  scar- 
latto con  paramane,  sottoveste  e  calzoni  di  color 
blu  chiaro,  o  sia  celeste  parimente  di  panno', 
guarnito  di  gallone  d'argento  alla  borgogna,  con 
alamari  raddoppiali  di  gallone  più  largo  e  botto- 
niera d'argento  gettato,  cappello  guarnito  di  gal- 
lone d'argento  a  merlo  e  penna  bianca.  Il  porta- 
spada  ossia  cinturone  era  di  glasse  d'argento  con 
fiori  in  velluto  riccio  celeste,  guarnito  di  mezzo 
bordo  d'argento,  e  sua  cerniera  d'argento  massic- 
cio con  cifra  in  bassorilievo  di  S.  A.  R.,  bandolie- 
ra composta  di  tre  galloni  d'argento,  che  due  la- 
terali andanti,  e  quel  di  mezzo  a  scacchi  di  vellu- 
to riccio  celeste  e  argento,  con  tibbione,  passante, 
e  lastra  in  punta  d'argento  gettato.  Il  patron 
tasch,  ossia  piccola  padrona  di  velluto  riccio  ce- 
leste, era  guarnita  di  gallone  d'argento,  con  uno 
scudo  in  bassorilievo  d'argento  gettato  che  co- 
priva quasi  tutto  il  coperchio,  dov'era  scolpita 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  III.  a$>I 

Tarme  di  S.  A.  R.  con  tutti  gli  ordini,  e  adorna 
di  vari  trofei,  colla  cintura  d'armacollo  che  l'in- 
crociava colla  bandoliera,  composta  di  tre  galloni 
come  la  detta  bandoliera,  e  con  fibbia,  passante, 
e  lastra  in  punta  d'argento  gettato,  carabina  e 
tersette  con  canne  di  Pistoia  montate  tutlè  in  ar- 
gento; spada  da  fazione  d'argento,  col  forte  della 
lama  inciso  di  grottesco  dorato.  La  gualdrappa  e 
le  mostre  delle  terzette  erano  di  panno  celeste 
guarnite  con  due  galloni  alla  moschetterà  d'ar- 
gento, uno  più  largo  dell'altro,  con  quattro  armi 
di  ricamo  d'oro  a  bassorilievo  ,  dov'era  scolpita 
l'arme  di  S.  A.  R.  con  tutti  gli  ordini  e  diversi 
trofei  militari:  tutto  il  resto  del  finimento  del  ca- 
vallo era  ornato  di  borchie,  fibbie  e  passante  d'ar- 
gento gettalo,  colla  contro  briglia  o  sia  bridone 
fatto  di  passamano  d'argento  e  seta  celeste,  oltre 
il  solito  gallone.  L'uniforme  del  maresciallo  de 
logis  e  dei  quattro  brigadieri  era  gallonata  su 
tutte  le  cuciture,  con  più  un  gallone  che  forma- 
va varie  punte  fra  un  alamaro  è  l'altro.  I  tre  uf- 
fiziali  dello  stato  maggiore,  cioè  capitano  coman- 
dante, capitan  tenente  e  tenente,  avevano  il  loro 
uniforme  di  scarlatto  guarnito  su  tutte  le  cucitu- 
re d'un  largo  ricamo  a  lustrini  di  argento,  il  simi- 
le alla  sottoveste  e  paramane,  ch'era  di  velluto 
alla  ren  celeste,  come  pure  la  gualdrappa  e  mo- 
stra delle  terzette  di  velluto  celeste  eran  guarni- 
te parimente  dello  stesso  ricamo,  e  frangiate  a 
grillotti  di  argento:  le  bardature  pure  dei  loro  ca- 
valli colle  loro  selle  eran  coperte  di  velluto  cele- 


a5a  costumi 

ste,  e  gallonate  d'argento  con  fibbie,  borchie  e 

passanti  d'argento  gettato. 

g.  ia.A.Itro  battistrada  simile  al  primo  prece- 
deva una  muta  di  corte  montata  in  gala  con  i! 
Gran-maitre  della  real  sovrana.  In  altra  più  sun- 
tuosa, servita  da  due  cavallerizzi,  da  due  pag- 
gi a  cavallo  e  da  un  distaccamento  di  sei  guar- 
die nobili  parimente  a  cavallo,  risplendeva  sua 
altezza  reale,  che  nell'abito,  nei  brillanti,  e  nel- 
la maestà  chiaro  vedevasi  la  real  granduchessa 
di  Toscana,  e  di  contro  a  lei  sedeva  la  Gran-mai- 
tresse. Altre  quattro  mute  di  corte  pure  in  gala 
ne  venivan  dietro  colle  dame  di  servizio  della 
granduchessa,  accompagnale  ciascheduna  da  due 
staffieri  allo  sportello,  con  altra  carrozza  di  rispet- 
to tirata  da  sei  cavalli  come  lo  erano  tutte  le  al- 
tre. In  ultimo  vi  era  la  banda  militare  che  con 
una  compagnia  di  granatieri  chiudeva  questo  cor- 
teggiamento. In  tal  maniera  giunto  il  sovrano 
sulla  piazza  detta  del  granduca  v'era  la  numerosa 
nobiltà  fiorentina,  che  aspettava  il  momento  di 
poter  rendere  al  suo  signore  un  tributo  di  servitù: 
intorno  intorno  alla  piazza  si  vedeva  impostata  la 
truppa,  lo  squadrone  dei  dragoni,  il  corpo  della 
guardia  nobile,  i  feudatari,  i  carri,  gli  stendardi,  le 
bandiere,  i  trionfi  ec.  Intanto  il  sovrano  con  altro 
egual  saluto  delle  due  fortezze,  accompagnato 
dal  maggiordomo  maggiore  si  posava  sotto  ma- 
gnifico trono  in  sedia  d'argento  massiccio  lumeg- 
giata d'oro  e  di  gioie.  Questo  trono  era  inalzato 
sotto  Farco  di  mezzo  della  loggia  dei  Lanzi:  a  pie 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  HI.  2.53 

del  medesimo  dalla  parte  destra  v'erano  le  cari- 
che di  corte,  i  consiglieri  di  stato  e  i  ciambella- 
ni, dalla  sinistra  il  vice-gran-ciamberlano,  il  su- 
premo, e  gli  altri  magistrati  più  antichi  della  cit- 
tà. Nel  medesimo  tempo  la  granduchessa  salita 
sul  terrazzino  del  prim1  ordine  di  palazzo  vecchio 
colle  dame  (T  onore,  sotto  aurea  residenza,  era 
spettatrice  agli  omaggi  che  si  offrivano  alla  to- 
scana sovranità. 

g.  i3.  Asceso  al  trono  il  granduca,  un  pub- 
blico banditore  leggeva  ad  alta  voce  un  editto, 
col  quale  intimava  ai  sudditi,  vassalli,  feudata- 
ri, e  luoghi  sottoposti  al  granducato  di  Toscana 
l'obbligo  di  prestare  nella  mattina  consacrata  al 
santo  precursore  la  debita  obbedienza,  recogni- 
zione e  censo  ,  secondo  l'ordine  col  quale  sareb- 
bero stati  chiamali.  Il  primo  era  un  uomo  a  ca- 
vallo rappresentante  la  città  di  Pisa,  vestito  con 
casacca  e  gualdrappa  di  velluto  cremesi,  portan- 
do in  mano  un  paliotto  d'egual  velluto  coll'arme 
pisana,  ed  un  altro  simile  mandato  dai  conti  di 
Maremma  colla  loro  arme  Gherardesca.  Imme- 
diatamente ne  venivano  a  cavallo,  in  numero  di 
i  So,  quei  che  rappresentavano  le  città,  terre  e  ca- 
stelli del  dominio  fiorentino,  a  cui  eia  annesso 
il  pisano:  questi  divisi  in  due  parti  davano  luogo 
nel  mezzo  ai  feudatari,  o  sia  agli  uomini,  pure  a 
cavallo,  mandati  dai  possessori  di  feudi,  i  quali 
portavano  in  braccio  una  sottocoppa  d'argento, 
con  servitore  a  livrea  alia  staila,  o  distinzione  dei 
rappresentanti  le  suddette  città  ec,  che  vestiti  in 
casacca  e  calzoni  rossi  guarniti  di  gallone  periato  e 
òl.   Tose.   Tom.  11.  22 


254  COSTUMI 

berretta  conforme  con  pennacchio,  portavano  in 
mano  un  piccolo  stendardo  o  sia  banderuola  di 
maritino  bianco  con  fregi  e  gigli  rossi,  ove  in  ca- 
ratteri grandi  leggevasi  il  nome  della  terra  o  ca- 
stello dal  portatore  rappresentato*,  tutti  preceduti 
dal  maestro  di  campo  e  dai  trombi  del  pubblico: 
dopo  avere  inchinato  il  granduca  si  avanzavano 
due  adue,seguitandocollo  stesso  ordine  il  viaggio 
tino  alla  piazza  di  s.  Giovanni.  Dopo  la  chiamata 
dei  sopraddetti  passavano  avanti  al  trono  i  quat- 
tro carri  mandati  dalle  terre  di  Barga,  di  Fucec- 
chio,  di  Montecatini  e  di  Montopoìi,  antiche  con- 
quiste del  popolo  fiorentino,  che  servivano  una 
volta  a  portare  un  tributo  di  cera   al  santo.  Le 
macchine  di  questi  carri,  che  erano  di  circa  dieci 
braccia  d'  altezza  di  diversa  antica  architettura, 
venivano  tirate  da  cavalli  con  uomini  vestiti  in 
abito  conforme  ai  soprannominati   rappresentan- 
ti. Altri  piccoli  triouii,  destinati  a  portare  al  santo 
protettore  l'offerta  di  cera  che  si  faceva   da   altri 
diversi  luoghi,  erano  portati  a  bar  ella  dai  giova- 
netti degli  Abbandonati,  i  quali  facevano  in  tale 
occasione  buona  comparsa,  a  differenza  di  prima 
che  mostravano  nell'abito  l'umiltà  della  loro  con- 
dizione. Molto  superiore  a  tutti  gli  altri  compari- 
va un  magnifico  carro  adorno  d'intagli  e  pitture 
(V  illustri  artefici  .  Questa  superba  mole  veniva 
tirala  da  dei  bovi,  o  cavalli  all'uso  antico  bardati, 
con  mantelloni  e  spennacchi,  e  gli  uomini  che  la 
guidavano  erano  similmente  abbigliati  alPantica. 
3X e  1 1  a  sommità  si  vedeva  la  statua  di  s.Giovannì(a); 
[Ì£)  Yed.  tav.  CLV,   num.   ti 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  III.  &55 

sulle  cantonate  uomini  che  figuravano  angioli  con 
cartelle  in  mano,  ove  si  leggevano  lodi  del  santo; 
sul  ripiano  altri  angioli,  e  s.  Giovanni  in  età  pue- 
rile e  santo  Stefano  protomartire.Alcuni  prigioni 
estratti  e  liberati  dalle  carceri  delie  Stinche,  sta- 
vano dietro  al  gran  carro  in  veste  uniforme  con 
rami  d'olivo  in  mano  (ai). 

j).  14. In  seguitosi  avanzava  lo  stato  senese.  Una 
persona  destinata  dalla  città  di  Siena  a  rendere 
quest'atto  d'ossequio  al  suo  signore  compariva  a 
cavallo  avanti  al  regio  trono,  vestito  di  velluto 
bianco  e  nero  tutto  trinato,  con  bardatura  simile, 
nella  quale  erano  quattro  armi  della  stessa  città, 
due  colla  lupa,  e  due  in  campo  bianco  e  nero  con 
un  cappuccio  alla  testa  del  cavallo,  colParme  del 
granduca  in  fronte,  ed  un  uomo  alla  staffa  con 
casacca  simile. La  predetta  persona  portando  con 
una  mano  un  palio!  to  di  velluto  consimile,  e  colla 
altra  un  gran  vaso  d'argento,  dove  si  vedeva  la 
lupa  allattante  Romolo  e  Remo,  si  fermava  avanti 
TA..  S.  R.e  in  brevi  parole  esprimeva  i  sentimenti 
d'obbedienza  che  professava  quel  dominio.  Dopo 
questo  rappresentante  la  città  di  Siena,  preceduto 
anch'esso  da  altri  trombi  del  pubblico,  compari- 
vano in  primo  luogo  due  stendardi,  uno  colla  pe- 
cora, arme  dell'arte  della  lana  in  Firenze,  l'altra 
colla  porta,  arme  dell'arte  della  seta  parimente 
di  Firenze,  sostenuti  da  uomini  a  cavallo  con  pro- 
prietà vestiti  .  Immediatamente  ne  venivano  1 
feudatari  del  dominio  senese  col  medesimo  ordi- 
ne, essendo  pur  questi  a  cavallo,  con  uomo  a  li- 
vrea alla  staffa,  e  con  le  sottocoppe  d'argento  al 


256  COSTU    MI 

braccio:  indi  presso  a  cento  stendardi  di  manto 
bianco  fregiati  di  nero  colfarme  di  Siena,  ove  si 
leggeva  il  nome  delle  terree  castelli  che  rappre- 
sentavano. Questi  pure  eran  portati  da  uomini  a 
cavallo  con  casacca  e  gualdrappa  nera,  guarnita 
Tuna  e  Pal'ra  di  periato^  e  simile  berretta  in  capa 
con  pennacchio.  Compariva  poi  la  gran  carretta 
tirata  da  tre  cavalli,  con  giovanetti  vestiti  all'an- 
tica, che  sostenevano  la  ricca  bandiera  di  s.  Gio- 
vanni, dietro  la  quale  vedevasi  altra  bandiera  de^ 
stinata  per  la  corsa  del  giorno  di  &  Pietro.  In  ul- 
timo passavano  i  barberi  per  la  corsa  del  suddet- 
to giorno,  coperti  di  drappi  nobilmente  ricamati, 
con  barbereschi  e  livree  di  gala  dei  respettivi 
padroni,  portando  anch'essi  offerta  di  cera.  Tutti 
costoro  dopo  essersi  umiliati  avanti  al  trono,  pro- 
seguivano il  loro  viaggio  e  schiera vansi  sulla  piaz- 
za di  san  Giovanni.  Terminato  così  l'ordine  dei 
tributi  s'incamminavano  anticipatamente  per  la 
medesima  via  le  livree,  i  cavalli  di  rispeltos  e  le 
mute  di  corte.  Ne  veniva  poi  lo  squadrone  dei 
dragoni,  la  nobiltà,  i  magistrati ,  il  supremo,  i 
ciamberlani,  le  cariche  di  corte  ec.  per  far  corte 
alle  Reali  Altezze  loro  che  s'incamminavano  an- 
ch'esse a  piedi  verso  s.  Giovanni.  Dietro  le  dame 
di  corte  ne  veniva  una  ricchissima  sedia  sostenuta 
dagli  aiducbi,  il  corpo  della  guardia  nobile ,  la 
muta  di  riserva,  la  banda  militare  ed  in  ultimo 
una  compagnia  di  granatieri  La  piazza  del  duomo 
faceva  mirabile  comparsa,  poiché  lungo  i  fonda- 
menti di  quella  cattedrale  si  vedevano  impostate 
numerose  milizie:  presso  il  campanile  i  cinque 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PABTE   III.  2.5  J 

sopraddetti  carri,  i  piccoli  trionfi  e  le  bandiere; 
intorno  al  tempio  di s/Giovanni  le  sopradescrit- 
te banderuole,  i  feudatari,  lo  squadrone  dei  dra- 
goni e  il  corpo  della  guardia  nobile.  Giunte  le  lo- 
ro   Altezze  Reali  al  tempio,  offrivano  anch'esse 
tributo  di  cera  ai  santo  Precursore, e  dopo  devo- 
ta orazione  Puno  montata  a  cavalla,  l'altra  in  mu- 
ta, col  medesimo  treno,  ordine  e  magnificenzar 
come  dalla  porla  Romana  alla  loggia  de'Lanzi, pas- 
savano nel  regia  palazzo  Pilti,  dove  col  terzo  sa- 
luto dell1  una  e  delT  altra  fortezza  si  terminava 
questa  solenne  funzione.  Circa  un''  ora  dopo  mez- 
zogiorno le  Altezze  Reali  accordavano  al  pubbli- 
co la  grandiosa  vista  del  pranzo,  e  verso  la  sera 
porta vansi  al   corso  di  carrozze  e  corsa  de'barbe- 
ri  ed  in  mie  al  teatro.  La  sera  del  santo  vedova- 
si illuminata  la  via  dello  sdrucciolo  dirimpetto  at 
real  palazzo,  come  nella  sera  antecedente  (»*a). 
g.  i5.  Francesco  I  duca  di  Lorena,  attesa  la 
eccedente  pompa  che  s*era  usala  nei  tempi  me- 
dicei, emanò  nel  1748  una  legge,  colla  quale  proi- 
biva ad  ogni  persona  e  sotto  qualunque  pretesto, 
di  esporre  i  cadaveri  nelle  proprie  case,  di  parare 
le  chiese  di  rasce,  ed  erigervi  catafalchi   o  altre 
macchine  funebri.  Ai   soli  nobili  e  cittadini   era 
premesso  il  fare  funerale  e  bruni:  esponevano  il 
cadavere  in  chiesa  dalla  mattina  (ino  a   mezzo- 
giorno sopra  una  coltre  distesa  in  terra-,  i  nobili 
vi  stavano  attorno  con  dodici  lumi  al  più  di  cera 
bianca,  sei  all'aitar  maggiore,  due  agli  altri,  r 
quattro  alle  cappelle  gentilizie.  Si  accordava  ai  no- 
bili d'ornare  Io  porle  delle  chiese,  l'aitar  madore 

12* 


a58  costumi 

e  cappelle  familiari,  qualora  ve  ne  avessero,  e  di: 
mettere  lo  stemma  gentilizio  sopra  l'altare  o  so- 
pra il  feretro.  Tatti  quei  che  non  erano  nobili  o' 
cittadini,ai  quali  era  vietato  ogni  sorta  di  funerali 
e  bruno,  dovevano  fare  associare  i  loro  cadaveri 
dalla  casa  alla  chiesa  per  le  città  e  luoghi  murati  al- 
l'un'ora  di  notte  con  sole  quattro  torce  a  vento? 
per  la  campagna  dopo  il  mezzogiorno;  l  funerali 
potevano  farsi  proporzionati  allo  stato  e  facoltà 
del  defunto ,  purché  non  eccedessero  la  leggo 
emanata.  I  bruni,  per  rispetto  a  quelli  che  si  per- 
mettevano, erano  ristretti  ai  soli  primi  quattro 
gradi  di  parentela,  cioè  m<arito,moglie,  tigli. patri- 
gno, matrigna  e  figliastri,  e  questi  dovevano  con- 
siderarsi nel  primo  grado.  U  bruno  di  questo  pri- 
mo grado  non  durava  più  di  sei  mesi,  per  tre  dei 
quali  gli  uomini  vestivano  di  un  abito  nero  di 
lana  senza  bottoni,  scarpe  scamosciate,  velo  lun- 
go ai  cappello,  con  spada  e  fibbie  d'acciaio  bru- 
nite: ai  soli  nobili  erano  permesse  le  plorose  so- 
pra i  paramani.  Le  donne  pure  vestivano  di  abi- 
ti neri  di  lana  o  di  seta  coperti  di  velo  nero,  tri- 
ne e  senza  gioie.  Per  glialtri  tre  mesi  facevan  bru- 
no con  gli  abiti  di  seta  neri,  e  le  donne  facevano 
uso  delle  carabraie,  veli  bianchi,  beafiglie,  ac- 
ciai e  simili  ornamenti  che  non  fossero  nel  genere 
delle  gioie:  questi  era  il  bruno  di  secondo  grado 
che  dovea  durare  soli  tre  mesi.  Pel  terzo  grado 
si  facea  bruno  con  qualunque  abito  nero  o  di  al- 
tro colore  guarnito  di  nero,  e  per  le  donne  anche 
il  drappo  di  seta  con  opera  o  tessuta  o  di  ricamo 
nero,  e  dovea  durare  un  sol  mese.  Pel  quarto  gra-, 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  III.  25<) 

cfo  era  in  libertà  di  portare  o  non  portare  il  bruno, 
purché  fosse  leggero,  e  non  durasse  più  che  otto 
giorni.  Era  proibito  di  abbrunare  la  famiglia  o  sia  a 
livrea  o  senza,  e  gli  equipaggi  né  con  fasce,  veli, 
nastri  neri  od  altro.  Generalmente  non  doveasi 
portar  bruno  nei  quattro  gradi,  qualora  il  morto 
non  fosse  di  una  età  al  di  là  di  1 8  anni,  eccettuan- 
te le  donne  che  fossero  collocate  in  matrimonio, 
ed  i  maschi  che  fossero  maritati.  Tutti  i  militari 
potevano  far  bruno  con  portare  un  velo  legato 
al  braccio  manco  sopra  l'uniforme  per  il  tempo 
prescritto  in  ciascun  grado  (*a3). 

§.  16.  Che i  funerali  dei  personaggidistinli fosse- 
rodi  gran  pompa, ne  sia  d'esempio  quello  del  conte 
Francesco  di  Thurn,il  quale  fu  eseguito  con  ma- 
guitìco  lugubre  apparato,  e  maestosa  abbondanza 
di  faci.  Fu  esposto  ai  pubblici  suffragi  nella  chie- 
sa di  santa  Felicita  sopra  un  eminente  e  ben  in- 
teso feretro,  esattamente  rivestito  di  velluto  ne- 
ro, fregiato  tutto  di  copiosi  ricami  d'oro,  il  so* 
pramentovato  defunto  nel  suo  proprio  abito  mi- 
litare, e  colle  sue  distintive  divise  del  bastone 
del  comando  e  spada  nuda  appresso.  Si  vedeva  ii 
di  lui  stemmagentilizio  spesso  replicato,  nontan- 
to  sul  feretro  ed  intorno  alle  fiaccole,  quanto  an- 
cora su  i  neri  drappi  che  quella  chiesa  circonda- 
vano. Nella  parte  superiore  di  essa  veniva  espres- 
so il  suo  nome  e  titoli,  e  nell'inferiore  leggeva*! 
il  di  e  Panno  della  sua  nascita.  Fu  suffragata  la 
anima  di  quell'illustre  personaggio  con  abbon^ 
dante  copia  di  sacrifizi,  notturno  solennemente 
<  mi  ito,  e  inesca  in  mugica,  alla  (piai  sacra  mesta 


2,(x)  eo's-tc  BT  i 

funzione,  oltre  un  gran  numero  di  nobili  e  citta- 
dini, intervennero  tutte  le  prime  cariche  di  corte., 
tutti  gii  ufikiali  delle  milizie  e  tutti  i  ciani-' 
bedani  espressamente  invitati  dal  eiamberlano 
maggiore,  i  quali  facevano  corona  al  maestoso' 
catafalco;  Terminate  le  solenni  esequie  colla  con- 
sueta assoluzione,nelPatloche  si  deponeva  il  cor- 
po da  quella  funerea  macchina  per  doversi  tumu- 
lare, si  udì  il  triplice  sparo  dei  cannoni  a  questo 
oggetto  trasportati  sul  ponte  Vecchio-,  e  tre  volte 
anche  quel  dei  fucili  d'una  numerosa  truppa  di 
granatieri  in  bell'ordinanza  disposti  sulla  piazza^ 
avanti  la  detta  chiesa  di  santa  Felicita.  Anche  per 
un  tenente  colonnello,  o  altra  carica  militare, 
v'intervenivano  alla  funzione  dell'esequie  tulli 
quegli  uffìziali  e  compagnie  di  soldati  che  ad  esso 
erano  state  sottoposte,  e  schierate  vicino  alla* 
chiesa  ove  gli;  si  cantavano  l'esequie,  nell'atto 
dell'associazione  facevano  il  triplice  sparo  dei  fu- 
cili (24  ). 

g.  17.  Oltre  quanto  abbiam  detto,  ponevasi  in 
tale  occasione  sulla  porta  della  chiesa  una  iscri-^ 
zione  che  dichiarava  V  oggetto  di  quella  sacra* 
funzione  ed  i  titoli  emeriti  della  persona  del- 
ibino o  dell'altro  sesso,  la  cui  anima  si  dovea 
suffragare.  Il  feretro  pos^o  in  mezzo  alla  chiesa,  e 
per  lo  più  decorato  da  quattro  servitori  della  fa- 
miglia con  livree  di  gala,  avea  talvolta  iscrizioni 
che  rammentavano  le  virtù  del  defunto:  ai  nubili 
si  aggiungeva  una  gran  ghirlanda  di  fiori  ,  agli 
scenziati  qualche  libro,  ai  militari  spada  e  cap- 
pello, ai  cavalieri  croce  e  cappamagna,  così  altre 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI   PARTE   III.  2G1 

insegne  delle  dignità  che  avevano  occupato  in  vi- 
ta quei  defunti:  più  o  inen  profusione  di  turni  sì 
attorno  al  feretro  che  agli  altari  della  chiesa,  a 
tenore  della  qualità  di  stato  più  o  meno  emi- 
nente del  defouto,  o  defonta ,  ed  alle  persone 
qualificate,  come  vescovi,  principi  e  simili,  sole- 
vasi  fare  una  orazione  funehre  in  loro  elogio, 

g.  18.  L'antico  uso  di  seppellire  i  morti  nelle 
chiese  riconosciuto  di  poca  mondezza  pei  santua- 
ri non  solo,  ma  dannoso  ancora  alla  salute  indi- 
viduale dei  fedeli,  fu  da  Leopoldo  I  proibito,  e 
ordinato  che  tutti  indistintamente  fossero  tumu- 
lati nei  luoghi  a  ciò  appositamente  destinati  (a5). 
Ordinò  in  oltieche  il  cadavere  fosse  portato  sem- 
pre coperto  alle  chiese,  e  non  più  esposto  nelle 
medesime,  benché  coperto,  e  tutte  le  funzioni 
funebri  si  eseguissero  col  solo  segno  di  una  col- 
tre o  catafalco;  che  il  trasporto  dalla  chiesa  al 
camposanto  si  facesse  privatamente,  col  solo  ac- 
compagnamento del  curalo,  e  di  quel  numero  di 
fratelli  della  compagnia  di  carità  che  rimanevano 
necessari  al  trasporto,  senza  lumi,  senza  canto  di 
suffraga  in  somma  senza  verun  seguo  di  cerimo- 
nia funebre  (2.6). 


NOTE 

(1)  VJuida  di  Siena  pag.  1*6.  (2)  Baretti,  Gl'italia- 
ni ,  ossia  relazione  degli  usi  e  costumi  dell'  Italia  , 
cap.  xvin.  (3)  Descrizione  biotica  e  critica  dell'Italia, 


262  costumi 

voi.  iv,  $.  cxvii.  (4)  Ivi,  voi.  ni,  §.  lxxix.  (5)  Fer- 
rarlo, II  costume  antico  e  moderno,  voi.  vili,  pa«t. 
il.  (6)  Bai  etti  cit.  cap.  xxxui.  (7)  Memorie  per  ser- 
vire alla  vita  di  Leopoldo  II  imperatore  de'  romani 
già  granduca  di  Toscaua  ,  pag.  257.  (8)  Descrizione 
istorica  e  critica  d'Italia  cit.  voi.  IH,  $.  lxxx.  (9)Hi- 
stoire  universelle  depuis  le  commencemeut  du  Monti 
jusqu'  a  present,  Hist.  moderne,  tom.  lui,  sez.  x, 
eh.  xi.  (IO)  Cantini,  Legislazione  toscana,  voi.  xxix, 
p.  97.  (11)  Descrizione  istorica  e  critica  dell'  Italia 
cit.  voi.  ni,  §.  lxxiii.  (12)  Buschingj  L'Italia  geo- 
grafico-storico-politica,  voi.  iv ,  p.  27.  (13)  Gazzetta 
patria  dell'anno  1766,  num.  xvi,  pag.  61.  (14)  Bu- 
sching.  cit.  (15)  Gazzetta  patria  cit.  (16)  Gigli,  Dia- 
rio senese,  ap.  Cantini  citato,  voi.  xxvu,  pag.  289. 
(17)  Descrizione  istorica  e  critica  citata,  voi.  ni,  §. 
lxxxi.  (18)  Cantini  cit.  voi.  xxx,  p.  144.  (19)  Gaz- 
zetta patria  cit.  p.  102,  104.  (20)  Ivi,  p.  106.  (21)  Ivi, 
p.  107.  (22)  Ivi,  p.  108.  (23)  Cantini  cit.  voi.  xxvi, 
p.  85.  (24)  Gazzetta  patria  cit.  p.  52.  (25)  Ferrini, 
Compendio  di  storia  della  Toscana  ,  ep.  vi ,  §.  9. 
(26)  Memorie  cit.  lib.  11,  p.  155. 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI  2,63 

PARTE    QUARTA 
LINGUA.  E  LETTERE 


§.  i.  V  enne  a  termine  il  secolo  XVI  che  incolpa- 
vasi  d'aver  dato  adito  al  cattivo  gusto  della  lingua, 
che  col  nome  di  secentismo  se  ne  additano  le  pro- 
duzioni.ma  non  cessò  un  tal  difetto  sia  nelle  lette- 
re, sia  nelle  arti  fino  a  traboccare  nel  secolo  XIX, 
ultimo  termine  di  questa  mia  storia, sebbene  quei 
gusto  avesse  intervalli  di  or  maggiore  or  minore 
depravazione,  e  non  a  tutti  i  parlatori  o  scrittori 
comune,  ed  eccone  a  parer  nostro  i  molivi .  La 
favella  toscana  per  quanto  fosse  un  tempo  pei 
chiarissimi  di  lei  scrittori  divenula  la  lingua  dotta 
d  Italia,  cominciò  a  cangiare  tra  '1  finire  del  XVII 
ed  il  cominciare  del  XVIII  secolo  ,  vale  a  dire 
allorquando  sursero  in  Francia  quei  valorosi 
scrittori  che  detter  nome  e  fama  alPelà  di  Luigi 
XIV  ,  ai  quali  tenner  dietro  nei  tempi  seguenti 
molti  altri  seri! tori  chiarissimi  per  ogni  maniera 
di  scienze,  lettere  e  filosofici  detti,  tanto  che  le 
di  loro  opere  furono  gustate  in  Italia  per  la  loro 
gran  facilità  cP  esser  voltate  nel  patrio  nostro 
idioma.  Difalli  la  lingua  toscana  che  al  terminare 


^$4  COSTUMI 

del  secolo  XVII  si  è  usata  fra  noi,  domando,  è 
(orse  il  puro,  il  nobile,  l'armonioso  linguaggio 
della  divina  Commedia  di  Dante  ,  del  Petrarca  , 
del  Boccaccio,  del  Casa  e  deliri  elegantissimi  an- 
tichi scrittori  toscani?  Nò  per  ecrto,  quelPidioma 
che  per  essi  crebbe  tanto  in  pregio  perla  sua  pu- 
rità, bellezza  e  maestà,  ha  perduto  molto  dell'an- 
tico suo  splendore  (1). 

g.  2.  Noi  sentiamo  che  il  Salvini  si  lagna  co- 
me nei  tempi  suoi  peccassero  molti  italiani,  che 
per  smoderato  desìo  di  vanità  introdussero  tra- 
slati arditi,  improprietà  di  voci,  argutezze  ricer- 
cate e  talora  fredde  e  ridicole;  e  stimarono  che  il 
gonfio  ed  il  turgido  fosse  grande,  lo  sforzato  su- 
blime, l'affettato  galante,  senza  nessun  riguardo 
alla  qualitàdelle  materie  trattate.  Con  questi  colori 
fa  dal  prelodato  scritlor  fiorentino  dipinta  la  im- 
maginedi  quel  tempo  infelice,nel  qual  vide  la  To- 
scana al  buon  gusto  succederne  uno  depravato,  al 
vero  bello  un  bello  apparente,alla  imitazione  del- 
la natura  lo  sforzo  di  una  mal  regolata  immagina- 
zione.Quaute  strane  voci, quanti  vocaboli  di  nuo- 
vo conio  nella  lingua  nostra  d'ogni  leggiadra  ma- 
niera di  dire  ricca  e  feconda,  senza  necessità  in- 
trodotti enei  parlare  si  ascollano,  e  nei  libri  s'in- 
contrano! Questo  nostro  linguaggio  perdendo  a 
poco  a  poco  la  materna  fisonomia  del  latino  pe- 
riodo impressagli  dai  primi  maestri  di  lingua  latina 
del  secolo  XIV,  si  vestì  come  abbiamo  detto  di 
straniere  .spoglie,  cambiando  l'ordine  dei  periodi. 
la  disposizione  delle  frasi  ed  il  portamento  delle 
sentenze  (a).  Mentre  però  favelliamo  in  tal  guisa 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE   IV.  265 

dello  stato  in  cui  si  trovava  la  lingua  toscana,  io 
non  credo  che  in  questo  numero  vogliansi  porre 
le  opere  di  coloro  che  agli  altri  pregi  della  tosca- 
na eloquenza,  quello  ancora  mirabilmente  accop- 
piano di  un  parlar  puro  ,  colto  e  leggiadro,  ma 
possiamo  dolerci  che  scarso  molto  ne  sia  l'ono- 
rato drappello  (3).  Fu  per  altro  ed  è  sempre  in 
uso  non  poca  parte  della  lingua  del  Boccaccio  e 
deliri  antichi  scrittori  ,  poiché  si  conserva  tut- 
tora nei  volgari  artigiani  della  Toscana,  e  non  di 
rado  avviene  che  alcune  parole  di  questi  scrit- 
tori andate  in  disuso  si  ritrovino  nelle  campagne 
in  bocca  dei  contadini,  ove  sussiste  pure  qualche 
barlume  dell'antica  semplicità  dei  costumi   (^). 

g.  3.  In  seguito  la  nostra  lingua  si  formò  uno 
stile  caratteristico  della  Toscana,  diverso  affatto 
dalla  superstiziosa  aridità  de'trect*ntisti,  e  distin- 
to ancora  dalla  imitazione  dei  buoni  secoli  (5).  Il 
dialetto  senese  era  il  più  soave  degli  altri  toscani 
e  per  questo  in  Siena  come  in  altre  città  d'Italia 
consigliò  Giusto  Lipsio.scrivendo  a  Filippo  Lavo- 
nio. doversi  imparare  la  più  dolce  e  graziosa  armonia 
della  lingua  italiana  (6).  Le  lettere  prosperarono, 
attesoché  le  scuole  relegate  per  lo  addietro  nelle 
sole  città  più  popolate,  ed  aperte  soltanto  od  al- 
cune classi  di  persone  si  estesero  in  tutte  Io  citi  a 
e  campagne,  e  si  applicarono  al  comodo  di  qua- 
lunque ordine  di  persone:  queste  sotto  il  nome 
di  tftiole  normali,  ginnasiali  ed  elementari  di- 
latarono in  sommo  grado  ed  accrebbero  i  vanteg- 
gi dulia  pubblica  educazione  (7).  Francesco  1  du- 
ca di  Lorena  e  di  Toscana  per  proteggere  i  buoni 
St.   Tose.   Tom.  11.  23 


Q.66  COSTUMI 

studi  ampliò  il  collegio  dei  padri  scolopi  ,  allora 
posto  nelle  antiche  case  dei  Cerchi,  ed  aprì  al 
pubblico  la  biblioteca  lasciata  dal  Magliabechi  (8). 
La  gazzetta  clfè  tenuta  dagl'ingegni  cari  a  Miner- 
va per  utilissima  fra  le  composizioni  che  per  mezzo 
della  stampasi  danno  settimanalmente  al  pubbli- 
co, videsi  comparire  in  Firenze  per  la  prima  vol- 
ta il  dì  primo  del  1776  pei  torchi  del  Pagani  col 
titolo  di  Gazzetta  patria,  e  fu  accolta  con  molta 
sodisfazioue  da  ogni  ceto  di  persone. 

g.  4-11  granduca  Pietro  Leopoldo  I  pensò  a 
meglio  regolare  le  università  di  Pisa  e  Siena,  che 
per  diletto  dei  sistemi  non  rendevano  alla  società 
quei  vantaggi  che  si  devono  attendere  dai  luoghi 
di  studio.  Riunì  egli  alla  libreria  Laurenziana  lutti 
i  codici  che  possedevano  le  biblioteche  Palatina, 
Gaddiana  e  Strozziana,  e  quel  tesoro  di  molti, 
stupendi  e  rarissimi  codici  antichi  ricevette  no- 
tabilissimo incremento,  e  donati  alla  libreria  Ma- 
gliabechi gli  altri  libri  appartenenti  alle  indicate 
biblioteche  aumentò  Leopoldo  I  i  mezzi  agli  stu- 
diosi di  coltivare  i  loro  ingegni  (9).  Volendo  poi 
questo  principe  rianimare  e  rinvigorire  i  letterari 
istituti  tiorentini,e  trovando  diedi  tre  accademie 
letterarie  stabilite  in  Firenze,  nominate  Tuna  Fio- 
rentina, l'altra  della  Crusca,  la  terza  degli  A.pati- 
sti,  piuttosto  che  contribuire  unitamente  agli  a- 
vanzamenti  della  letteratura  italiana,  non  face- 
vanoche  o  querelarsi  fra  di  loro,  onestare  oziose, 
credette  a  proposito  di  riunirle  in  una  sola  colla 
denominazione  di  accademia  Fiorentina,  ammet- 
tendovi tutti  i  socii  delle  altre  accademie  che  vo- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI   PARTE  IV.  267 

lessero  gradirlo (  io),  ed  assegnandole  per  luogo  di 
riunione  la  biblioteca  Magliabechiana,sotlo  la  di- 
rezione del  primo  e  secondo  bibliotecario.  La 
soppressione  delfaccademia  della  Crusca  dispia- 
cque a  tutti  coloro  che  professavano  ed  amavano 
la  toscana  favella,  e  fu  in  quelfoccasione  che  il 
celebre  Vittorio  Alfieri  scrisse  quel  sonetto  che 
incomincia 

V idioma  gentil  sonante  e  puro  (ti). 
Oo 
Ordinò  Leopoldo  che  i  lettori  dello  studio  fioren- 
tino di  lingua  greca,  di  mattematica  e  d'istruzioui 
civili  vi  facessero  ciascheduno  la  loro  lezione  vfin- 
gresso,  e  due  lezioni  l'anno,  e  volle  che  due  volte 
al  mese  fossero  delle  in  essa  biblioteca  lezioni  di 
lingua  toscana. Dispose  in  somma  quel  sovrano  che 
la  nuova  accademia  seco  lui  cooperasse  al  grande 
scopo  del  prosperar  la  Toscana,  e  fu  del  pari  sol- 
lecita della  purezza  di  quel  linguaggio  che  non  è 
fui  lima  lode  di  essa  (ifc). 

g.  5.  Nel  novembre  del  i?83  si  aperse  solen- 
nemente la  Fiorentina  accademia, che  per  le  utili 
dissertazioni  che  vi  si  leggevano,  e  pel  merito 
delle  poesie  che  vi  si  udivano  ,  ebbe  lodi  ed  ap- 
plausi. Anche  questa  nuova  accademia  rivolse  sul 
primo  le  cure  al  vocabolario  della  Crusca,  e  for- 
mò il  progetto  per  eseguirne  una  quinta  edizione 
che  più  delle  altre  fosse  copiosa  ed  emendata. 
Nel  1786  aggiunse  alla  serie  degli  autori  già  ci- 
tati un  buon  numero  di  altri  che  reputò  egual- 


i68  costumi 

menledegni  (Tessere  scelti  a  tal  uopo.  Ma  in  se- 
guito, qualunque  ne  fosse  la  cagione,  i  deputati 
dell'accademia  si  raffredda rono, e  in  fine  cessaro- 
no affatto  dall'opera.  Intanto  quei  dotti  italiani 
che  agitati  da  fatale  vertigine  esultavano  d'avere 
scosso  ogni  freno  nel  fatto  di  nostra  lingua,  reg- 
gendo che  se  avessero  seguito  a  cosi  adoperare, 
massime  allora  che  straniere  genti  scendevano 
ramosamente  in  Italia,  e  che  dai  nostri  (dolente 
e  vergognosa  rimembranza  ),  in  un  coite  fogge 
delle  vesti  e  d'ogni  suppellettile,  s'adottavano  per 
vezzo  le  loro  parole  e  i  modi  loro  del  dire,  sàreb- 
besi  apportato  alla  nostra  favella  quasiché  Tutti- 
ino  danno.  Fatto  senno  una  votta  si  torsero  lo- 
devolmente il  piede  dal  fallace  sentiero.  Fu  allora 
che  gli  scrittori  del  buon  secolo,  i  quali  prima 
derisi  erano  come  inetti  e  rancidi^  s'incomincia- 
rono a  rileggere,  ad  assaporarsi,  a  raccogliersi,  a 
ristamparsi  con  esaltezza  maggiore,  e  si  tornò  a 
sentire  e  ad  ammirare  il  foro  strie  semplice,ener- 
gico  e  netto.  Ricuperato  in  tal  guisa  il  più  pre- 
gevole retaggio  dei  nostri  maggiori  si  destò  in 
molti  il  desiderio  che  vi  fosse  come  in  avanti  un 
tribunale  che  vegliasse  alla  sua  conservazione. 
La  capitale  di  quel  paese  nel  quale  il  purissimo 
dialetto  si  parl3,e  che  nelle  altre  parti  d'Italia  solo 
collo  studio  s'impara,  Firenze  io  dir  voglio,  che 
sopra  ogni  altra  città  si  distingue  per  idiotismi, 
molti  e  traslati  vivacissimi,  e  che  per  esser  depo- 
sitaria di  pressoché  tutti  i  testi  manoscritti,  può 
dirsi  avere  in  custodia  ParchiviG  della  lingua  ita- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    FARTE  IV.  269 

liana,  avea  dritto  di  sperare  che  questo  tribunale 
si  aprisse  nuovamente  fra  le  sue  mura,  come  poi 
accadde  nel  i8oo  (i3). 

g.  6.  Le  società  scientifiche  le  quali  delle 
lettere  e  della  lingua  occupavansi,  promossero 
notabilmente  i  più  utili  studi  ,  ed  arrecarono 
vantaggi  grandissimi  alle  popolazioni.  Alcuni  cor- 
pi scientifici^  altresì  costituiti  come  una  specie 
di  letteraria  magistratura  ,  furono  dalla  munifi- 
cenza del  governo  destinali  a  raccogliere  le  nuo- 
ve scoperte,  ed  a  perfezionare  i  metodi  dello  in- 
segnamento delle  scienze  e  delle  arti.  Progredì 
Io  studio  col  quale  da  molti  mantener  si  volle  ra 
purità  della  lingua,  e  l'eleganza  della  elocuzione, 
ad  onta  del  pericolo  continuamente  accresciuto 
«lai  troppo  frequente  commercio  cogli  stranieri, 
dall'uso  frequente  dei  loro  scritti,  ed  anche  dal 
passeggiero  loro  dominio.  Accrebbero  le  molte 
produzioni,  sempre  onorevoli  della  italiana  poe- 
sia^ ed  i  numerosi  poeti  alcuni  furono  eccellenti 
tanto  nel  genere  eroico,  quanto  nel  didascalico, 
nel  drammatico  e  nel  pastorale,  ed  altri  si  eser- 
citarono inclusive  nel  cantare  all'estemporaneo. 
Cadde  però  dall'antico  splendore  la  poesia  latina, 
ne  più  sorsero  tanto  frequenti  i  latini  poeti,  perchè 
le  menti  eran  rivolte  a  più  utili  studi}  perchè  gli 
italiani  ingegni  amanti  della  gloria,  disperando 
«li  pareggiare  i  grandi  modelli  dell'antichità,  per 
;dlra  via  s'incamminarono  alla  gloria,  e  cercarono 
d'imitare  piuttosto  il  Dante  ed  il  Petrarca.  Più 
ancora  perchè  i  dotti  s'erano  staccati  dallo  studio 
di  vane  parole  con  troppo  fervore  adottale  ne\«oo- 

a3* 


fiyo  COSTUMI 

li  precedenti,  e  più  studiosi  delle  cose,e  più  zelanti 
nel  promuovere  le  utili  cognizioni,  non  crede- 
vano di  giungere  alla  immortalità  colle  elegìe  e  co- 
gli epigrammi  dei  cinquecentisti  e  seicentisti  (14). 
Le  lettere  ohe  prosperarono  sotto  Leopoldo  I  ed  il 
suo  successore  ebbero  valenti  cultori,  Ira  i  quali 
il  Pignotti,  la  Corilla  Olimpica,  il  Targioni,  Lui- 
sa Maria  Cicci  pisana,  il  Galluzzi  e  tanti  altri  dei 
quali  non  è  qui  luogo  di  ragionare,  parlandone 
nella  biografia  degli  uomini  celebri  toscani  di 
questa  mia  storia. 


NOTE 

(I)  Ooldati  ,  Risposta  ad  un  programma  dato  dalla 
accademia  Italiana.  Sta  negli  Atti  di  essa  accademia  di 
scienze,  lettere. ed  arti,  voi.  1,  parte  11,  memoria  111,  p. 
56.  Zannoni,  Breve  storia  dell'accademia  della  Cru- 
sca. Sta  negli  Atti  di  essa  accademia,  voi.  1.  (2)  Acerbi, 
Quadro  della  letteratura^  delle  arti  d'Italia,  an.  1820, 
parte  1,  lingua  italiana.  (3)  Soldati  cit.  (4)  Pignottì 
ap.  Njccolini  ,  Discorso  in  cui  si  ricerca  qual  parte 
aver  possa  il  popolo  nella  formazione  di  una  lingua, 
pag.  110  .  (5)  Acerbi  cit.  (6)  Giusto  Lipsio  ap.  La 
descrizione  istorica  e  critica  dell''  Italia  ,  voi.  iv,  §. 
cxvn.  (7)  Bossi  storia  d'Italia  antica  e  moderna,  voi. 
xix,  lib.  vi,  cap.  xx,  §.  7.  (8)  Ferrini,  Compendio 
di  storia  della  Toscana,  ep.  vi.  §.  3.  (9)  Ivi,  §.10. 
(10)  Boni  ,  Elogio  dell'abate  Luigi  Lanzi,  pag.   272. 

(II)  Cicciaporci,  Compendio  della  storia  fiorentina  , 
lib.  ih,  pag.  486.  (1  2)  Zannoni  cit.  (13)  Ivi.  (14)  Bos- 
si cit. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  S7I 

PARTE  QUINTA 
RELIGIONE 


g.  1.  V^Juando  il  granducato  di  Toscana  dalla 
estinta  famiglia  defedici  passò  in  dominio  agli 
austriaci  sovrani,  la  religione  era  già  in  parte  tra- 
scorsa in  questo  paese;  non  già  nel  dogma  che 
sempre  rimane  inlatto,  ma  bensì  nella  disciplina. 
Si  dolevano  i  popoli  che  utili  operai  della  vigna 
del  Signore  fossero  poveri,  mentre  gli  ecclesia- 
stici oziosi  se  ne  vivevano  in  grandi  ricchezze, 
delle  quali  non  solo  usavano,  ma  spesso  anche 
abusavano:  dolevansi  essere  i  primi  insufficienti 
per  numero,  o  per  mala  dis!ribuzione  delle  cariche, 
i  secondi  eccessivi:  dolevansi  di  certe  pratiche  reli- 
giose più  utili  a  chi  le  metteva  su,  che  decorose 
pel  divin  culto,  mentre  per  queste  era  ad  un  tem- 
po scemato  maestà  e  frequenza  alle  più  gravi  e  più 
necessarie  solennità  della  chiesa:  scandalizzarse- 
ne le  anime  pie,  darsi  cagione  di  calunnie  agli 
empi  e  agli  acattolici.  Si  parlò  di  doversi  ridurre 
alla  semplicità  anticala  chiesa  di  Cristo;  allaga- 
re Tautorità  dei  vescovi  e  dei  parrochi ,  scemar 


a^a  COSTUMI 

quella  del  sommo  pontefice,  e  non  doversi  più 
tollerare  il  fasto  romano  (i). 

£.  a.  Mancata  di  vita  nell'anno  1780  l'augusta 
donna  Maria  Teresa,  prima  granduchesaa  di  To- 
scana della  casa  d'Austria,  rimase  al  governo  dei 
dominii  austriaci  il  tiglio  Giuseppe  II  imperatore. 
Quel  principe  udite  le  lagnanze  circa  al  governo 
ecclesiastico  già  sopra  esposte,  si  applicò  a  mutar 
vari  sistemi  nell'andamento  degli  affari  pubblici, 
e  fu  stimolato  vie  più  ad  introdurre  cambiamenti 
disciplinari  anche  nell'ordine  religioso,  incitato 
a  ciò  dall'esempio  anche  di  altri  potentati  d'Eu- 
ropa. Parve  che  la  giurisprudenza  ecclesiastica 
dovesse  comparire  sotto  novelle  forme,  e  che  si 
volessero  stabilire  per  sempre  nuovi  confini  e 
termini  fra  la  giurisdizione  ecclesiastica  e  la  giu- 
risdizione civile,  ovvero  che  questa  si  facesse 
compagna  dell'altra  con  diverse  mire.  Il  papa  Pio 
V(  udiva  con  cordoglio  che  tante  novità  s'in- 
traprendessero e  si  eseguissero  a  danno  della 
chiesa  e  della  cattedra  apostolica}  e  conoscendo 
egli  che  le  note  diplomatiche  non  producevano 
i  desiderati  effetti,  determinò  di  andare  a  Vienna 
per  trattarne  personalmente  colfimperatore.  Pre- 
venuto di  ciò  l'augusto  monarca  dichiarò  che  sua 
Santità  sarebbe  ricevuta  con  la  debita  venerazio- 
ne, ma  che  il  suo  viaggio  sarebbe  stato  inutile 
quanto  alle  cose  che  per  lei  erano  pendenti,  per 
lui  decise.  Andarono  in  Italia  diedro  agli  stre- 
pitosi esempi  dell'imperatore  varie  potenze,  fra  le 
quali  fu  anche  la  Toscana  (2),  ed  ecco  in  qual 
modo. 


DEI   TEMPJ   AUSTRIACI    PARTE   V.  Zj$ 

§.  3.  Dopo  la  morte  dell'imperatore  Francesco 
I,  questo  stato  era  divenuto  una  secondogenitu- 
ra  dell'  augusta  casa  Lorenese-Austriaca  ,  e  ne 
avea  prese  le  redini  come  sovrano  un  fratello  di 
Giuseppe  II,  cioè  Pietro  Leopoldo.  Questo  prin- 
cipe fu  ed  è  celebrata  sempre  per  insigne  legisla- 
tore,per  un  promotore  felicissimo  dell'umana  in- 
dustria e  della  pubblica  felicità,  per  un  padre 
amorevolissimo  dei  suoi  sudditi.  Egli  fecesi  per 
così  dire  il  riformatore  del  culto  esteriore  e  della 
disciplina  ecclesiatica  nei  suoi  stati,  avendo  preso 
per  base  di  tutte  le  sue  operazioni  l'invariabile 
risoluzione  di  separare  distintamente  lo  spirituale 
dal  temporale*,  di  non  mescolarsi  mai  in  niente 
dello  spirituale,  nel  tempo  stesso  di  non  permet- 
tere che  il  clero  si  mescolasse  in  modo  alcuno  ne- 
gli affari  secolari.  Egli  si  mostrò  difatti  pronto 
sempre  a  cedere  agli  ecclesiastici  in  materie  ec- 
clesiastiche, deciso  per  altro  a  non  ceder  nulla 
fuori  di  quelle.  In  tutte  le  di  lui  azioni  egli  ebbe 
realmente  in  vista  il  vantaggio  della  religione  e  il 
bene  della  chiesa  a  cui  era  egli  sinceramente  e 
di  buona  fede  attaccato,  e  frattanto  esigeva  che 
il  clero  si  facesse  rispettabile  per  esser  giustamen- 
te rispettato.  Con  espresso  suo  comandamento  or- 
dinò che  non  fosse  lecito  ad  alcuno  degli  uomini 
di  tenere  il  cappello  in  tosta  per  le  chiese,  nep- 
pure in  tempo  della  predica,  come  per  abuso  in- 
trodotto da  taluni  si  costumava  di  fare.  Siccome 
poi  alcune  confraternite  (in  dagli  antichi  tempi 
avevano  il  costume,  specialmente  nella  settimana 
santa,  di  fare  dello  processioni  notturne  di  peni- 


a;;4  costumi 

tenza5nelle  quali  praticavano  alcuni  pubblicarueu- 
te  l'uso  della  disciplina,  così  non  piacendo  que- 
ste vistose  mortificazioni  a  Pietro  Leopoldo,  proi- 
bì egli  tali  funzioni  con  legge  del  1773  (3). 

g.  4-  Correva  Tanno  1782,  quando  per  decreto 
granducale,  come  altrove  abbiamo  veduto,  restò 
abolito  il  tribunale  della  inquisizione  nel  gran- 
ducato. Le  leggi  leopoldine  succedevansi  poi  con 
tanta  velocità  per  la  riforma  dello  stato  in  ogni 
ramo  di  pubblica  amministrazione,  cbe  Pietro 
Leopoldo  comparve  d'aver  quasi  superato  anche 
in  attività  il  medesimo  fratello  augusto  (4). 

g.  5.  Quando  fu  assunto  al  vescovado  di  Pi- 
stoia l'Ippoliti,  i  libri  degli  scrittori  di  Porto-Rea- 
le incominciarono  ad  andare  per  le  mani  degli 
ecclesiastici  .  Questa  inclinazione  verso  quella 
scuola  si  accrebbe  molto  quando  Scipione  dei 
Ricci  successe  all'Ippoliti  nelle  sedi  vescovili  di 
Pistoia  e  Prato  (5).  Entrato  egli  appena  nell'im- 
piego di  vicario  generale  dell'arcivescovo  di  Fi- 
renze, ebbe  ordine  dal  governo  di  formare  il  pia- 
no di  una  accademia  ecclesiastica  ,  e  qui  videsi 
scoppiare  per  la  prima  volta  il  suo  giansenismo 
scopertamente  (6).  Gli  studi  per  quest'oggetto, 
che  restò  senza  effetto  per  allora,  servirongli  poi 
per  usarne  appena  che  fu  innalzato  ai  predetti 
seggi,  per  cui  tutto  adoprossi  onde  ristabilire  le 
antiche  usanze  della  chiesa,  e  spogliare  l'odierno 
culto  dal  suo  splendore.  Sovvertiva  questo  preia- 
to l'attuale  sistema  delle  indulgenze,  e  declaman- 
do specialmente  contro  le  plenarie  ,  cercava  di 
ristabilire  le  massime  de  gli  appellanti ,  intorno 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  V.  2?5 

alle  quali  per  più  di  un  secolo  s'era  disputato  in 
Francia.  Per  tale  effetto  faceva  tradurre  i  loro 
libri,  e  si  studiava  di  spargerli  unitamente  ad  una 
raccolta  di  opuscoli  imprudenti  o  ingiuriosi  a 
Roma.  Gli  editori  dei  medesimi  dicevano  sfac- 
ciatamente „  essersi  proposti  di  svelare  le  ingiu- 
ste pretenzioni  della  Babilonia  spirituale  ,  che 
avea  sconvolto  e  snaturato  tutta  la  disciplina  ec- 
clesiastica ed  attentato  alla  indipendenza  de'prin- 
cipi  „.  Premesse  tali  operazioni  nei  precedenti 
anni,  sul  principio  del  17S6  scrisse  Leopoldo  a 
tutti  i  vescovi  del  granducato  (7)  una  circolare, 
invitandoli,  secondo  il  costume  della  primitiva 
chiesa,  a  tenere  i  sinodi  diocesani  almeno  ogni 
due  anni  .  Contemporaneamente  loro  trasmise 
una  memoria  contenente  54  articoli  di  riforme 
nella  disciplina  ecclesiastica,  dicendo  che  in  ter- 
mine di  sei  mesi,  dopo  averla  esaminata,  doves- 
sero dare  una  libera  risposta,  approvando,  o  ri- 
cusando ,  o  postillando  ciò  che  essi  avessero 
creduto  opportuno (8).  L'invitò  pure  a  ponderare 
il  modo  onde  ricuperare  i  dritti  primitivi  dei  ve- 
scovi usurpati  dalla  sede  romana  in  gran  parto 
e  specialmente  intorno  alle  dispense  .  Potersi 
convocare  i  sinodi,  i  quali  primieramente  si  oc- 
cupassero di  correggere  i  breviari  ,  togliendo  le 
lezioni  false  o  erronee,  e  quindi  esaminassero  se 
fosse  conveniente  l'amministrare  i  sacramenti  in 
lingua  volgare,  affinchè  la  plebe  potesse  entrare 
nello  spirito  delle  preci  della  chiesa  (9). 

£.  6.1  vescovi  di  Colle  e  di  Chiusi  si  affretta- 
rono a  ragunare  i  loro  sinodi  diocesani,  e  nei  me- 


2,j(\  COSTUMI 

desimi  si  decretò  quanto  aveva  insinuato  il  gran- 
duna.  IVIa  queste  disposizioni  rimasero  ecclissate 
dalla  fama  di  quelle  di  Pistoia.  Il  vescovo  Ricci 
radunati  i  principali  del  suo  clero,  e  richiamati 
da  diverse  parti  d')  Italia  teologi  celebri  per  sen- 
timenti liberi,  convocò  in  Pistoia  il  suo  sinodo 
nel  mese  di  settembre-dei  1786,  ed  in  esso  fra  le 
altre  cose  fu  stabilito  „  esser  la  fede  la  prima 
grazia  (  proposizione  condannata  dalla  bolla  Uni- 
genitus  ):   sorgere  talvolta  nella  chiesa  giorni  di 
oscurità  e  di  tenebre,  e  difatti  negli  ultimi  secoli 
essersi  sparsa  una  oscurità  generale  sulle  verità 
piai  importanti  della  religione ,  che  sono  la  base 
della  fede  e  della  morale  di  Gesù  Cristo  (a},  la 
giurisdizione  ecclesiastica  esercitata  dai  pastori 
derivare  dalla  università  dei  fedeli  :  il  papa  non 
avere  la  sua  potestà  da  Gesù  Cristo,  ma  bensì 
dalla  chiesa,  esser  perciò  sottoposto  al  concilio 
generale:  intanto  essere  indubitato  che  abusava 
del  suo  potere  nel  risolvere  sulla  disciplina  este- 
riore: doversi  togliere  dalle  chiese  le  immagini, 
lasciarvi  un  solo  altare,  e  recitarvisi  le  preci  in 
lingua  volgare:  doversi  implorare  V  autorità  del 
sovrano  per  la  convocazione  di  un  concilio  na- 
zionale^ la  riforma  dei  regolari  sulla  base  di  ri- 
durli ad  un  ordine  solo  secondo  le  antiche  regole 
monastiche,  e  di  sopprimere  i  voti  perpetui:  ve- 
niva ivi  riguardata  come  favola  pelagiana  il  limbo 
dei  fanciulli,  ed  il  tesoro  delle  indulgenze  come 
un  trovato  scolastico  chimericamente  applicato 

(a)  Ved.  tav.  LXXX1X. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI   PARTE  V.  277 

ai  defunti,  e  vi  si  approvavano  i  quattro  articoli 
statuiti  nelP  assemblea  del  1682  del  clero  gal- 
licano. Immediatamente  poi  cominciò  a  far  reci- 
tare in  italiano  le  pubbliche  preci,  ed  a  togliere 
dalla  venerazione  del  popolo  le  reliquie  e  le  im- 
magini. Chiunque  ne  legga  tutti  gli  atti  e  decreti 
avuti  subito  a  stampa,  i  documenti  in  appendice 
e  la  bolla  pontificia  colla  quale  vennero  condan- 
nati, può  conoscere  abbastanza  quali  fossero  le 
massime  poste  in  oblio  o  disprezzate  da  una  par- 
te e  fortemente  difese  dall'altra}  quali  fossero  gli 
appoggi  ed  i  partigiani  dell'anzidetto  prelato,  e  fi- 
lialmente quali  i  cambiamenti  fatti  da  lui  nella 
sua  diocesi  (io).  Le  proposizioni,  che  in  quel  si- 
nodo si  volevano  stabilire,  furono  da  Pio  VI  con 
sua  bolla  condannate  come  erronee,  scismatiche, 
temerarie  e  scandalose.  Scrittori  senza  numero 
vengono  alle  prese.  I  sostenitori  della  santa  sede 
mostrano  che  lo  scopo  de!  sinodo  sia  d'introdur- 
re il  luteranismo  in  Italia.  La  fazione  opposta  pre- 
dica la  necessità  di  porsi  un  freno  alla  prepotenza 
di  Roma  (1  1).  Ma  un  altro  avvenimento  fé  cer- 
tamente non  minore  fracasso.  Il  granduca  Pietro 
Leopoldo,  con  lettera  circolare  sotto  il  17  marzo 
1787,  fece  sì  che  poco  appresso  si  adunasse  in 
Firenze  nel  regio  palazzo  Pitti  un'assemblea  dei 
vescovi  del  granducato. 

g.  7.  S'incominciarono  nel  mese  d'aprile  le 
congregazioni  particolari  per  preparare  le  mate- 
rie da  proporsi  di  poi  nelle  sessioni.  Molte  cose 
venner  discusse,  ma  non  se  ne  stabilirono  che 
poche  di  lieve  momento,  poiché  la  maggior  parie 
SU   Tose.   Tom.  11.  24 


278  COSTUMI 

di  quegli  ecclesiastici  non  volle  punto  esaminare 
il  regresso  oVvescovi  agli  antichi  diritti}  ricusò  di 
cangiare  la  formala  del  giuramento  che  i  vescovi 
prestavano   al  sommo  pontefice  ,  e  censurò  gli 
opuscoli  pubblicati  per  cura  del  Ricci.  Da  tali  pre- 
ludi Leopoldo  conobbe  che  non  avrebbe  certamen* 
te  da  quelTadunanza  ottenuto  quanto  bramava,  e 
la  sciolse  nel  mese  di  giugno.  Continuando  per 
altro  le  sue  innovazioni,  proibì  molle  feste  e  pro- 
cessioni, e  vietò  ai  sudditi  di  ascriversi  al  clero 
secolare  o  regolare  senza  sovrano  assenso.Nel  se- 
guente anno  poi  soppresse  il  tribunale  della  nun- 
ziatura di  Firenze,  sostituendone  altri  di  poca 
autorità,  e  dichiarò  al  nunzio  che  non  avrebbe 
riconosciuto  in    lui    altra  qualità  che  quella  di 
ministro    diplomatico  della  corte    di  Roma:   in 
conseguenza  gli  cessarono  tutti    i    privilegi    ed 
esenzioni  e  prerogative,  e  qualunque  autorità  su 
i  vescovi  e  regolari:  fu  stabilito  che  le  cause  agi- 
tate nel  tribunale  della  nunziatura  appartenessero 
agli  ordinari  del  granducato,  e  lilialmente  che  al 
nunzio  non  competesse  altra  facoltà  che  quella 
stessa  dei  respetlivi  ministri  esteri  (12).  Furono 
Tanno  dopo  pubblicati  gli  alti  di  questo  sinodo 
nazionale,  stampati  per  sovrana  munificenza  in 
otto  volumi  di  carta  reale, 

g.  8.  Mentre  i  vescovi  discutevano  in  Firenze, 
si  tumultuava  in  Prato  per  le  medesime  novità 
religiose.  Imperciocché  dubitandosi  che  il  vesco- 
vo Ricci  eseguisse  in  quella  sua  diocesi  quanto 
aveva  operalo  nell'altra  di  Pistoia,  gli  animi  della 
moltitudine  erano  da  qualche  tempo  in  grave  a- 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  V.  279 

gifazione.  Si  sparse  quindi  la  voce  che  fossero 
per  togliersi  le  reliquie  e  specialmente  quella  che 
chiamano  la  cintola  della  Madonna,  che  si  ha 
in  particolare  venerazione.  Allora  una  turba  di 
contadini  armati  di  rustici  strumenti  eutrò  in 
città,  ed  occupò  la  cattedrale  per  difendere  colla 
forza  un  oggetto  così  venerato.  Sfogarono  i  tu- 
multuanti in  istraordinari  modi  la  devozione  loro 
verso  la  Cintola,  e  distrussero  gli  stemmi,  i  libri 
e  quanto  altro  apparteneva  alPodiato  vescovo.  Po- 
che truppe  accorse  da  Firenze  ristabilirono  la 
quiete,  e  alcuni  capi  della  sommossa  furono  ar- 
restatila non  subirono  che  un  leggerissimo  ga- 
stigo,  imperciocché  giudicava  Leopoldo  che  nelle 
cose  di  religione  quanto  meno  si  adopera  la  forza 
tanto  più  si  profitta  (i3). 

g.  9 .  Non  era  più  il  vescovo  Ricci  al  governo 
delle  due  chiese,  in  seno  delle  quali  si  erano  su- 
scitati anche  tumulti  per  le  introdottevi  novità  a 
causa  del  suo  concilio,  ed  era  anzi  passato  qualche 
tempo  dalla  sua  renunzia  alla  doppia  cattedra, 
quando  dal  Vaticano  venne  fuori  la  bolla  Aucto- 
rem  fidei.  Nel  proemio  di  essa  vi  si  accennava 
anche  la  storia  di  ciò  che  avea  dato  motivo  alla 
sua  formazione  e  pubblicazione  solenne, e  poi  vi  si 
leggeva  nel  seguente  modo:„ogni  cosa  pienamente 
e  maturamente  considerata, venuti  siamo  noi  papa 
Pio  nella  determinazione  di  condannare  e  riprova- 
re quelle  molte  proposizioni,  dottrine  e  sentenze* 
tratte  dagli  alti  e  decreti  del  menzionato  sinodi >, 
o  espressamente  insegnate  o  ambiguamente  insi- 
nuate, sotto  le  note  e  censure  apposte,  conforme 


280  costumi 

s'è  detto,  a  ciascuna  di  esse,  come  con  questa  no- 
stra costituzione  di  valere  in  perpetuo  le  con- 
danniamo e  riproviamo  „.  Le  proposizioni  condan- 
nate sotto  numeri  speciali  furono  otlantacinque7e 
dopo  la  loro  indicazione  e  censura  soggiungevasi 
così  „  chiunque  congiuntamente  o  separatamen- 
te insegnerà,  difenderà,  pubblicherà  quelle  o  al- 
cuna di  quelle,  o  anche  ne  tratterà  disputando 
in  pubblico  o  in  privato,  se  pure  non  fosse  im- 
pugnandole, soggiaccia  sul  fatto  stesso  senz'altra 
dichiarazione  alle  ceusure  ecclesiastiche  ed  altre 
pene  stabilite  dal  diritto  contro  chi  ammette  so- 
miglianti cose  „.  Finiva  con  la  condanna  e  prò»* 
bizione  degli  atti  e  decreti  del  concilio  diocesano 
di  Pistoia,  da, noi  nominato,  e  con  le  dichiarazio^ 
ni  atte  a  fare  eseguire  la  bolla  dogmatica  anche 
da  qualunque  contracfiltore  e  ribelle:  quella  co- 
stituzione venne  alla  pubblica  luce  sotto  la  data 
del  dì  ^8  agosto  delPanno   179^  (i4)- 

g.  io.  Le  deliberazioni  del  principe  toscano  a 
favore  del  vescovo  Ricci,  ancorché  molestissime 
alla  corte  di  Roma,non  toccavano  però  la  sostanza 
stessa  di  quell'autorità  pontificia  che  già  da  più 
secoli,  o  tacitamente  consentita  o  espressamente 
riconosciuta  dalla  chiesa,  intendono  i  papi  avere 
piena  e  intera  (i5).  Dopo  che  Pietro  Leopoldo 
parli  dalla  Toscana,  e  divenne  imperatore,  furono 
emanate  nel  nostro  paese  tre  dichiarazioni  eccle- 
sÌ3stiche:eo!!a  prima  si  proibì  alle  compagnie  difà-r 
feste  e  funzioni  ecclesiastiche,fuori  che  quelle  per- 
messe dai  loro  capitoli  e  dai  parrochi^di  prestarsi 
alle  richieste  delle  stesse  compagnie,  senza  aver 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  V.  28  I 

ottenuto  il  regio  beneplacito:  con  la  seconda  fece 
sapere  S.  RI.  che  voleva  esercitare  i  dritti  di  pa- 
dronato sopra  ogni  specie  di  benefìzi  tanto  resi- 
denziali che  semplicità  tenore  degli  ordini  vegliati- 
ti: colla  terza  poi  il  reale  consiglio  di  reggenza,, 
avendo  prese  in  considerazione  le  petizioni  avan- 
zate da  diversi  popoli  per  la  ripristinazione  di  al- 
cune pratiche  di  culto  esteriore  di  religione  e  di 
ecclesiatiche  discipline,  ed  inerendo  al  desiderio 
di  S.  IVI.  per  la  tranquillità  e  quiete  dello  stato,fe- 
ce  le  seguenti  determinazioni.  Permise  la  con- 
ferma delle  compagnie  esistenti,  e  Pistituzioni 
di  nuove  sotto  qual  siasi  titolo  ed  invocazione,  il 
ricoprimento  delle  immagini  che  erano  in  venera- 
zione dei  respettivi  popoli}  la  riedificazione  degli 
altari,  l'associazione  e  trasporto  dei  cadaveri  alle 
chiese  ed  ai  pubblici  campi  santi}  l'ammissione 
alle  occorrenze  di  processioni*,  gli  uilizied  altri  si- 
mili pii  esercizi  e  funzioni  spirituali.  Per  tali  cose 
furono  autorizzati  i  tre  arcivescovi  coi  loro  suffra- 
gane! a  dare  la  necessaria  norma  ed  istruzio- 
ne (16). 

g.  11.  Vari  anni  prima  era  nata  una  setta  ap- 
pellata dei  Liberi  muratori,  consistente,  come 
dai  più  si  è  credulo, nella  unione  di  alcune  perso- 
ne di  spirito  inclinate  a  sollazzarsi  in  maniera  di- 
versa da  quella  del  volgo.  Ora  con  tuttoché  pro- 
testassero costoro  essere  prescritto  dalle  lor  leg- 
gi di  non  parlare  di  religione,  uè  del  pubblici 
governo  in  queste  combriccole,  né  ragionamento 
veruno  di  cose  oscene,  e  fosse  fuori  di  dubbio 
che   non   vi  si  ammetteva  il  sesso  femminile,  ne 

a4» 


282.  COSTUMI 

v'era  sentore  di  altra  sorla  di  libidine. non  di  me- 
no i  sovrani,  e  mollo  più  i  sacri  pastori,  stavano 
in  continuo  batticuore,  che  sotto  il  segreto  di 
tali  adunanze,  renduto  impenetrabile  con  giura- 
mento, si  covasse  qualche  magagna. 

J.ia.We  avvenne  poi  che  (17)  il  grido  d'una  sfre- 
natissima  libertà  risuonò  nell'Europa.  Gli  annali 
«iella  chiesa  non  serban  tutti  i  nomi  di  coloro  che 
nel  vantato  filosofismo  disonorarmi  tanto  la  spe- 
cie umana.  Fino  dai  primi  momenti  rivoltuosi 
videsi  formare  una  quantità  di  conventicoli  sul 
modello  dei  club  inglesi  e  delle  logge  dei  Liberi 
muratori,  i  quali  avean  per  iscopo  d'insorgere 
nel  tempo  slessoe  contro  il  trono  e  contro  il  san- 
tuario. In  breve  tempo  si  ebbe  anche  la  funestis- 
sima società  detta  dei  giacobini,  nelle  cui  ma- 
ni pervenne  in  vari  paesi  la  pubblica  autorità.  La 
rabbia  loro  sì  manifestò  anche  più  atroce  in  Fran- 
cia contro  il  clero,  e  molto  in  odio  della  religione. 
Dicevano  gli  uomini  della  rivoluzion  francese,  ed 
i  proseliti  del  filosofismo  lo  ripetevano  spesso  colla 
stampa,  ch'era  venuto  il  regno  della  ragione,  alla 
quale  furono  inclusive  eretti  templi  ed  altari,  e  ne 
furono  celebrate  le  feste.  Ma  venuto  al  comando 
delle  armate  francesi  in  Italia  Napoleone  Bonapar- 
teT  si  mitigarono  alquanto  gli  spiriti  fervidi  dei  gia- 
cobini, e  dettesi  vita  alle  repubbliche  istituite  in. 
Italia  con  una  forma  di  governo  di  qualche  con- 
sistenza. Ma  non  andò  guari  che  orrende  violenze 
furono  esercitate  contro  papa  Pio  VI,  e  in  con- 
seguenza controia  chiesa  (18). 

§.    i3.  Nel  dì  20  febbraio  dell'anno  1798  il 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  V.  283 

santo  Padre  due  ore  prima  dell'aurora  fu  levato 
via  con  fierezza  militare  dal  Vaticano,  ed  accom- 
pagnato dai  dragoni  fuori  di  Roma.  Pio  VI,  seb- 
bene ormai  ottuagenario,  avea  mostrata  intrepi- 
dezza nel  negare  la  richiestagli  rinunzia  del  prin- 
cipato temporale,  e  non  minor  coraggio  fece  ve- 
dere in  se  quando  dovette  darsi  in  mano  dei 
satelliti.  Siena  l'ebbe  entro  le  sue  mura  per  al- 
cuni mesi,  come  dicemmo  (19),  e  di  là  si  trasferì 
ad  abitare  nella  Certosa  presso  Firenze  .  In 
quel  monastero  ricevette  cordialmente  le  visite 
del  granduca  di  Toscana  Ferdinando  III  e  della 
sua  real  famiglia,  come  pure  quelle  del  ree  della 
regina  di  Sardegna,  principi  cacciali  dai  lorodomi- 
nii  colle  irmi  repubblicane. La  religione,  la'pietà,la 
magnanimità  furono  le  virtù,  cbe  lampeggiarono 
grandissimamente  negli  atti  e  nei  discorsi  di  tutti 
quegli  eccelsi  personaggi .  Governava  allora  la 
chiesa  fiorentina  Antonio  Martini  ,  prelato  vir- 
tuosissimo e  dottissimo.  A  quell'arcivescovo  ot- 
tuagenario comunicava  confidentemente  i  pen- 
sieri suoi  T  ottuagenario  pontefice  5  e  volgevasi 
egli  con  confidenza  uguale  a  monsignore  Odescal- 
cbi  nunzio  suo,  non  che  al  cardinale  de  Lorenzana 
arcivescovo  di  Toledo,  che  lo  assisteva  nel  tempo 
stesso  con  consigli  e  con  denari.  i>la  si  dee  di  più 
narrare,  che  da  quella  Certosa  uscirono  tanto 
lettere  degne  del  successore  dei  Leoni  e  dei 
Gregori  ad  istruzione  e  sostegno  della  chiesa  (2,0). 
g.  14.  Morì  Pio  VI  nell'agosto  dell'anno  1799. 
quando  era  cioè  nel  suo  vigore  e  nella  sua  glori.» 
la  confederazione  dei  monarchi   contro  la  Fran- 


28/j  COSTtIMt 

eia,  e  presto  disparvero  nell'Italia  le  repubbliche 
cisalpina,  ligure,  piemontese,  etnisca,  romana  e 
partenopea,  adunatisi  in  quel  frangente  i  cardi- 
nali a  Venezia,  dov*eransi  refugiati  per  sottrarsi 
alla  persecuzione  francese,vi  tenner  conclave  per 
eleggervi  il  nuovo  pontefice,  che  fu  il  cardinale 
Gregorio  Barnaba  Chiaramonti  nobile  cesenale 
col  nome  di  Pio  VII.  Occupava  Scipione  de'Hic- 
ci  la  cattedra  episcopale  di  Pistoia  e  Prato,  quan- 
do avvenne,  couTegli  scrive  al  pontefice,  che  due 
monache  della  diocesi  di  Prato,  oltre  al  professare 
sfacciatamente  il  quietismo,promulgavano  un  si- 
stema d^ncredulitàjd'empietà  e  d^ndecenza  da  es- 
se professato  in  materia  di  religione,  del  quale  in- 
colpavansi  i  religiosi  che  delle  anime  loro  avean 
cura,  e  si  aggiunse  che  tentavano  d^  indurre  al- 
tre monache  dal  loro  partito  ,  asserendo  loro 
sole  esser  salve,  e  dannate  tutte  le  altre  perchè 
rigettavano  la  loro  dottrina.  Molte  furono  le 
tìnte  abiure  che  ottennero  quei  sacerdoti  che  le 
esorcizzavano,  ma  in  fine  sostennero  i  loro  errori, 
che  ove  poterono  tentarono  di  diffondere,  onde 
aver  proselite  nelle  loro  malvagità,  benché  dal 
governo  fosser  tenute  nei  monasteri  imprigionate, 
finché  venuti  i  francesi  ad  occupare  la  Toscana, 
riacquistarono  la  loro  libertà,  nella  occasiona 
che  furon  soppresse  tutte  le  case  religiose,  uè 
delle  due  monache  sappiamo  altro,  a  meno  che 
si  voglia  supporre  che  di  buona  fede  si  convertis- 
sero, se  non  altro  almen  per  l'età,  e  per  sottrarsi 
ai  continui  esorcismi  che  loro  facevansi  dai  sa- 
cerdoti. 


BEI    TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  V.  283 

g.  i5.  Pio  VII,  dopo  avere  incoronato  Napo- 
leone Bonaparte  come  imperatore,  sperando  di 
ottenere  per  la  religione  quei  vantaggi  che  gli  si 
promettevano,  e  temendo  al  contrario  per  quella 
nuovi  mali  che  forse  minacciavansi,  avea  condi- 
sceso a  tante  istanze  fattegli,  ed  aveva  intrapreso 
il  viaggio  da  Roma  fino  alla  metropoli  della  Fran- 
cia- Nei  suoi  tragitti  dell'andare  e  tornare  da  Pa- 
rigi, passando  per  Firenze,  ebbe  sempre  piissimo 
e  splendidissimo  ricevimento  con  copiosissima 
ed  elegantissima  illuminazione  nelle  chiese  ma- 
gnifiche di  Santo  Spirito  e  di  Santa  Maria  Novel- 
la: anche  la  città  si  vide  spontaneamente  illumi- 
nata, ed  ivi  accorsero  in  una  sola  volta  più  di 
quarantamila  persone  a  ricevere  la  benedizione 
pontificia  sotto  il  regio  palazzo  Pitti.  Governava 
allora  la  Toscana  S.  M.  Maria  Luisa  infanta  di  Spa- 
gna e  regina  reggente  tTEtruria.  Si  debbe  narrare 
in  fine  che  nel  secondo  suo  passaggio  per  Firenze 
il  santo  Padre  ricevette  con  viscere  misericordio- 
se e  con  gaudio  Scipione  de' Ricci,  già  vescovo 
di  Pistoia  e  Prato,  il  quale  fece  una  dichiarazio- 
ne solenne  di  sommissione  e  d'obbedienza  alla 
san' a  sede  ed  alle  sue  costituzioni.  Terminere- 
mo col  rammentarci  che  nel  dì  i6  maggio  dello 
anno  i8o5  Pio  VII  era  tornato  alla  metropoli  del 
cristianesimo  prosperamente  (ai). 

g.  16.  Nell'epoca  di  cui  ragioniamo  correvano 
sempre  certe  massime  che  tendevano,  come  si 
crede.a  distrugger»  le  radici  del  cristianesimo  più 
generali  e  più  profonde,  facendo  vigorosi  pro- 
gressi   il  deismo  e  l'ateismo.  Molti  scrittoli   di 


286  COSTUMI 

libera  penna,  ma  celebri  e  seducenti,  lecer  com- 
parire in  Francia  più  che  altrove  quesla  maniera 
di  pensare  per  opera  <T  una  galanterìa  spiritosa 
che  nei  loro  scritti  adoprarono,ed  eran  conosciu- 
ti col  nome  di  Liberi  muratori,  come  già  dissi 
qualche  pagina  indietro.  Frattanto  era  in  attività 
una  tal  setta,  che  scorrendo  varie  parti  delPEuro- 
pa  giunse  a  penetrare  anche  in  Italia  e  fra  noi  : 
questa  oltre  ad  essere  creduta  in  origine  una  sol- 
lazzevole conversazione,  come  dicemmo  (22),  fu 
poi  sospettalo  che  il  di  lei  scopo  fosse  lo  stabili- 
mento di  un  deismo.  IVIa  siccome  la  società  dei 
liberi  muratori  nacque  e  crebbe  in  un  tempo  in 
cui  germogliò  con  tanta  forza  lo  spìrito  d'incre- 
dulità, siccome  volle  mantener  nascosti  i  suoi 
misteri  per  la  via  del  giuramento,  siccome  adope- 
rò i  vocaboli  sospetti  di  tenebre,  lumi,  profani, 
ec.,siccome  le  persone  pie  n'ebbero  una  comune 
abominazione,  persuadendosi  che  meditasse  sulla 
rovina  degli  altari  e  dei  troni,  così  fino  dal  lyZy 
ogni  dì  più  si  accese,  ancorché  in  vano,  a'danni 
suoi  la  doppia  potestà.  Papa  Clemente  XII  colia 
sua  bolla  In  eminenti,  stimò  suo  debito,  scrive 
l'italico  annalista,  di  proibire  e  di  sottoporre  alle 
censure  la  setta  dei  Liberi  murato/ ii  2.3);  Io  che 
per  altro  non  fu  di  gran  giovamento.  É  poi  nota- 
bile come  i  toscani  abbiano  presa  parte,  e  siansi 
fino  al  terminare  del  secolo  XVIII  fervorosamen- 
te occupati  delle  teologiche  questioni  più  di  un 
secolo  indietro  insorte  tra  i  giansenisti,  e  i  moli- 
nisti,  sostenendone  le  parti,  chi  per  Puiio,  chi  per 
l'altro  di  quegli  erronei  teologi. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  V.  2&J 


NOTE 

(1)  Dotta,  Storia  d'Italia  dal  1779  al  1814,  lib.  I. 

(2)  Prezziner,  Storia  della  chiesa,  voi.  ix,  sec.  xvm, 
pag.  235,  240.  (3)  Cantini,  Legislazione  toscana,  voi. 
xxxix,  pag.  92.  (4)  Potter,  Vie  et  memoires  de  Sci- 
pion  de  Ricci  ,  voi.  i,  eh.  v.  (5)  Botta  cit.  (6)  Pot- 
ter cit.  (7)  Coppi,  Annali  d'Italia,  an.  1786.  (8)  Cic- 
ciaporci,  Compendio  della  storia  fiorentina,  lib.  ih, 
p.  489.  (9)  Coppi  cit.  (10)  Prezziner  cit.  pag.  241. 
(11)  Cacciatore,  Nuovo  aliante  storico,  voi.  il,  Storia 
della  chiesa,  art.  xvu,  avvenimenti  memorabili,  pag. 
113  .  (12)  Memorie  per  servire  alla  vita  di  Leopoldo 
IF  imperatore  de'romani  già  granduca  di  Toscana,  lib. 
ili,  p.  254.  (13)  Coppi  cit.  (14)  Prezziner  cit.  p.  291. 
(15)  Botta  cit.  (16)  Nemorie  cit.  p.  257.  (17)  Mura- 
toti. Annali  d'Italia,  an.  1737.(18)  Prezziner  cit.  p. 
253,  286.  (19)  Ved.  Avvenimenti  storici,  cap.  in,  §. 
30.  (20)  Prezziner  cit.  p.  288.  (21)  Ivi.  p. 339  .(22)  Ved. 
$.11.  (23)  Prezziner  cit.   p,   289. 


aS8  e  o  s  t  u  m 


PARTE     SESTA 
LEGISLAZIONE  E  GOVERNO 


g.  i.  xXllorchè  Francesco  duca  di  Lorena  ebbe 
acquistato  il  granducato  di  Toscana,vi  stabilì  solo 
un  ministro  plenipotenziario  col  titolo  e  Pauto- 
rità  di  governatore  depositario  della  sua  potenza, 
senza  che  la  potesse  esercitare  arbitrariamente. 
Questo  ministro  era  alla  lesta  di  tutti  i  consigli 
ai  quali  presedeva,  di  cui  il  primo  era  il  consiglio 
supremo  distato,  di  reggenza  e  di  guerra,  formato 
dal  governatore  e  da  tre  senatori  di  stato  per  gli 
affari  interni  della  Toscana,  la  guerra  e  gli  affari 
stranieri  che  vi  avevano  rapporto.  Gli  altri  go- 
vernatori particolari  o  commissari  ,  residenti  a 
Livorno,  Pisa,  Siena,  ed  altre  parti  della  Toscana, 
erano  subordinati  al  governatore  generale  dello 
stalo,  ed  avevano  la  loro  corrispondenza  diretta 
con  esso,  o  col  consiglio  sovrano  di  reggenza  (1). 
Considerando  poi  che.  quei  soggetti,  i  quali  dal 
sovrano  sono  elevati  alla  sublime  dignità  di  con- 
siglieri di  stalo,  meritano  un  trattamento  più  no- 
bile e  più  distinto  di  tutti  i  magistrati  e  degli  altri 
ministri  per  la  grandezza  della  carica  ch'esercita- 


DEI  TEMPI  AUSTRUCI  PARTE  VI.      289 

no,  rolle  il  granduca  Francesco  che  avessero  il  ti- 
tolo di  Eccellenza,  il  quale  hanno  sempre  conser- 
vato (2).  Questo  principe  ebbe  il  pensiero  di  ri- 
comporre in  un  sol  codice  le  molte  e  varie  leggi 
municipali  delia  Toscana:  ricorresse  però  mollo 
e  rimodernò  la  vecchia  legislazione.  >Ia  Leopoldo 
di  lui  tìglio  compì  questa  riforma.  Egli  che  anima- 
va gli  uomini  istruiti  ad  esprimere  le  loro  opinioni 
per  poi  seguirle  all'uopo,  nella  Riforma  comuni- 
tativa  del  1774?  a  seconda  dei  pensieri  del  cele- 
bre pievano  Paoletti,  diminuì  le  imposte  comu- 
nali gravanti  su  i  contadini,  ed  ordinò  che  i  beni 
comunali  goduti  da  pochi  a  spese  di  molti  fosse- 
ro venduti  o  allivellati.  Cosi  questi  pensieri  frut- 
tarono alla  Toscana  dei  vantaggi  reali  e  perma- 
nenti (3). 

g.  2.  Leopoldo, che  nelle  riforme  amministra- 
tive, a  guisa  di  alcuni  geni  che  precedono  i  loro 
secoli,  avea  preceduto  di  un  mezzo  secolo  tutti  i 
governi  d'Europa  liberi  o  non  liberi,  dette  una 
libertà  assoluta  al  commercio  dei  grani  che  ih 
Toscana  durò  tino  all'anno  171*2.  La  libertà  del 
commercio  de'grani,  dice  il  Paoletti,  è  un  dritto 
inerente  alla  prosperità  nazionale;  tale  esercizio 
è  utile  alP  individuo ,  alla  nazione,  all'agricoltu- 
ra, perchè  mantiene  sempre  eguali. e  decorosi  i 
prezzi,  ed  evita  gli  sbalzi:  senza  prezzi  decorosi 
non  vi  possono  essere  grandi  ricchezze ,  senza 
queste  non  vi  può  essere  una  vasta  e  bene  intesa 
cultura;  dunque  è  di  precisa  necessità  e  di  som- 
mo vantaggio  per  l'abbondanza  dei  prodotti    del 

St.   Tose.   Tom.  11.  2  5 


1$0  COSTUMI 

suolo  la  piena  e  perfetta  libertà  di  commercio  (4). 
Oltre  di  ciò  Leopoldo,  come  già  si  disse,  pubblicò 
un  codice  criminale  ;  abolì  la  pena  di  morte,  la 
tortura,  il  crimenlese,  la  confisca  de'beni,  il  giu- 
ramento de'rei}  statuì  le  querele  doversi  fare  per 
formale  istanza,  e  dovere  stare  il  querelante  per 
la  verità  dell'accusa:  si  restituissero  i  contumaci 
all'integrità  delle  difese}  del  ritratto  delle  multe 
e  pene  pecuniarie,  cosa  degna  di  grandissima  lo- 
de, si  formasse  un  deposito  separato  a  benefìzio 
e  sollievo  di  quelli  innocenti,  cbe  il  necessario 
libero  corso  della  giustizia  sottopone  talvolta  al- 
le molestie  di  un  procèsso,  ed  anube  del  carcere, 
non  menochè  per  soccorrere  i  danneggiali  per  de- 
litti altrui,  il  cbe  fondò,  cosa  maravigliosa,  un  fì- 
sco che  dava  in  vece  di  togliere,  e  stabili  le  pene 
proporzionate  al  delitto  (5).  Volle  che  nei  giu- 
dizi criminali  si  dovesse  risparmiare  ed  abbreviare 
al  possibile  la  carcerazione  .de'rei,  e  quelli  i  quali 
per  i  loro  delitti  fosse  indispensabile  di  detenere 
nelle  carceri  segrete,  non  ne  risentissero  i  per- 
niciosi effetti  riguardo  alla  salute  }  che  avessero 
tutti  i  soccorsi  possibili  anco  di  religione}  si  sol- 
lecitasse la  spedizione  delle  loro  cause,  e  cbe  le 
carceri  fossero  tenute  monde,  mutata  rana.,  e 
qualunque  carcerato  stasse  almeno  un  giorno 
della  settimana  in  stanze  aperte  (§).  Abolì  gli  ap- 
palti generali  dei  dazi}  soppresse  ogni  privilegio, 
moderò  la  facoltà  d'istituire  tidecomraissi }  abolì 
il  santo  uffizio,  e  nelle  ecclesiastiche  discipline 
fu  più  rigoroso  riformatore  che  non  il  lombardo. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE   VI.  29  l 

Fece  altresì  pubblicare  il  prospetto  delle  rendite 
dello  stato  dal  1765  al  1789,  nuova,  utile  ed  esem- 
plare pubblicità  (7). 

g.  3.  Innumerevoli  sono,  come  pure  osservam- 
mo, i  miglioramenti  fatti  in  Toscana  dopo  il  1700, 
sia  nell'amministrazione,  sia  in  strade,canali,  por- 
ti, abbellimenti  di  cita,  e  stabilimenti  di  pubblica 
istruzione  .  I  buoni  risultamene  furono  anche 
maggiori  in  proporzione  del  maggior  numero  delle 
riforme,  agricoltura,  industria,  commercio,  popo- 
lazione, entrata  pubblica,  tutto  in  somma  crebbe 
e  fiori.  Le  novità  di  Leopoldo  produssero  una 
prosperità  ed  una  vita  sì  felice,  che  ancora  ai  tem- 
pi nostri  la  Toscana  non  ha  d'uopo  di  far  molti 
voti.  L'amministrazione  del  governo  sotto  il  re- 
gime di  Leopoldo  si  cangiò  affatto,  poiché  egli 
creò  de'nuovi  magistrati,  ne  soppresse  alcuni  an- 
tichi, e  ne  riunì  altri,  avendo  sempre  in  mira  il 
vantaggio  dei  sudditi  e  dello  stato.  La  legislazio- 
ne toscana  incominciò  a  servir  di  modello  agli 
altri  governi.  Si  stabilirono  in  Firenze  Un  d'allora 
quattro  commissari  per  ogni  quartiere  della  città, 
che  doveao  considerarsi  alPuso  d'Olanda  tanti  pa- 
cieri, non  giudici  nelle  discordie  de'ciltadini.Si  evi- 
tavano così  delle  liti  dispendiose  ed  incerte,  che 
pel  picco!  valore  della  causa  si  polevan  decidere  o 
accomodare  amichevolmente.  Si  ritrovava  pronta 
giustizia  in  ogni  tempo,  perchè  il  commissario  del 
quartiere  esaminava  Puna  parte  e  l'altra.,  e  dava 
quei  provvedimenti  ch'erano  necessari.  Si  estin- 
guevano nel  suo  nascere  le  discordie  domestiche 
delle  famiglie,  si  .accomodavano  i  piccoli  debili, 


2^2  COSTUMI 

tassando  a  proporzione  delle  forze  del    debito- 
re  (8). 

g.  4.  Ma  gli  abusi  introdotti  neir  agitare  le 
cause  civili,  ed  il  lungo  giro  e  dispendioso  che 
avevano,  produssero  fino  dal  1772  una  riforma 
di  conseguenza  nella  curia  toscana..  I  giudici  che 
erano  prima  elettivi  divennero  necessari  in  tutte 
le  cause  che  si  agitavano  nei  tribunati,  tanto  nel- 
la prima,  che  nelle  ulteriori  istanze.  Le  cause,  a 
tenore  delle  lor  qualità,  competevano  d'allora  in 
poi  piuttosto  ad  uno  che  ad  un  altro  magistrata 
Quelle  che  non  passavano  10  scudi. si  decisero  pet- 
toralmente dai  respetlivi  tribunali,  quelle  poi  che 
non  eccedevano  i  3oo  scudi  da  un  solo  giudice, 
e  le  superiori  alla  detta  somma,  o  non  suscettibili 
di  stima  pecuniaria  da"  giudici  necessari  dei  re- 
spettivi tribunali.  Le  cause  d'appello  de'lribuuali 
delle  provincie  e  de'vicari  feudali,  quando  erano 
appellabili  ai  tribunali  della  capitale,  si  commet- 
tevano dai  respettivi  tribunal^  ov'eranointrodot- 
tej  agli  auditori  della  ruota,  ai  quali  pure  com- 
mettevansi  tutte  le  cause  di  seconda ,  o  ulteriore 
istanza.  Il  tempo  dentro  di  cui  dovevansi  spedire 
le  cause  era  limitato  a  6  mesi,  ed  a  4  Per  quei 
•di  seconda  istanza  o  ulteriore,  e  questi  termini 
potevano  anche  abbreviarsi  dai  magistrati,  quando 
lo  avesser  creduto  opportuno,  e  prorogarsi  dalla 
real  consulta  ad  istanza  di  una,  o  di  ambedue  le 
parti,  o  anco  dagli  stessi  giudici.!  procuratori  non 
erano  ammessi  ad  agire  se  non  previo  un  esame, 
e  dopo  un  esercizio  di  quattro  anni  sotto  un  cau- 
sidico approvato.  I  poveri  dichiarati  tali  per  decre- 


DEI  TEMPI   AUSTRIACI    PARTE  VI.  293 

to  dei  magistrati  pipavano  per  metà  tutte  le  spese 
delle  cause,  ed  i  miserabili  erano  assistiti  gratis, 
né  dovean  pagar  cosa  alcuna  neppure  alle  cancel- 
lerie, i  processi  criminali  si  doveano  agitare  pres- 
so al  tribunale  degli  Otto,  ed  i  rei  non  facoltosi 
eran  difesi  da' un  avvocato  detto  de^poveri,  o  do- 
po la  sentenza  la  regia  consulta  esaminava  se  vi 
era  luogo  alla  grazia  o  alla  permuta  della  pena. 
Anche  riguardo  alle  cose  ecclesiastiche  dopo  la 
metà  di  questo  secolo  furono  fatte  delle  riforme 
di  conseguenza,  e  fu  proibito  specialmente  per  la 
legge  d'ammortizzazione  di  far  qualunque  dispo- 
sizione in  favore  delle  mani  morte,  che  passasse 
il  valore  di  100  zecchini,  seppure  questa  somma 
non  eccedesse  il  ventesimo  del  patrimonio  libero 
del  testatore  (9).  Con  questo  piano  i  cittadini  vi- 
vevano tranquilli  e  felici. 

§.  5.  Quando  la  Toscana  venne  in  poteie  del- 
la famiglia  dei  Medici,  Lucca,  quantunque  ne  fa- 
cesse parte,  non  vi  fu  compresa,  ma  governò  da 
sé  stessa  eia  città  ed  il  suo  piccolo  stato,  finché 
non  fu  dai  francesi  destinata  in  ducato  ai  princi- 
pi Felice  ed  Elisa  Baciocchi  sorella  di  Napoleone 
Bonnpaile.  Fino  a  quel  tempo  Lucca  ritenne  il 
suo  governo  con  poche  variazioni  in  una  forma 
autocratica,  e  la  sovranità  risedeva  in  un  consi- 
glio, composto  di  24°  nobili,  che  si  dividevano  in 
«lue  parti,  e  che  amministravano  semestre  per  se- 
mestre. Essi  avevano  alla  loro  testa  un  gonfalo- 
niere scelto  fra  i  nobili  ,  la  di  cui  dignità  Corri- 
spontieva  a  quella  del  doge  di  Venezia  e  di  Ge- 

*5* 


29Ì  COSTUMI 

nova,  eccettuato  che  questi  cangiavasi  ogni  due 
mesi,  e  non  poteva  essere  eletto  di  nuovo,  se  non 
dopo  un  intervallo  di  sei  anni.  La  iuprema  magi- 
stratura composta  di  nove  anziani  e  del  gonfalo- 
niere si  rinnovava  ogni  due  mesi.  La  rinnovazio- 
ne della  tasca,  o  elezione  di  quelli  ch'erano  de- 
stinati a  divenire  gonfalonieri  o  anziani,si  faceva 
con  molta  solennità  e  precauzione  in  un  consi- 
glio di  trentasei.  Si  sceglievano  i5o,  ovvero  180 
nobili,  fra  i  quali  nove  eran  destinati  a  far  rele- 
zione del  gonfaloniere,  ad  eleggere  i  magistrati 
che  dovevano  due  in  due  mesi  formare  la  supre- 
ma magistratura.  Si  estraevano  ogni  due  mesi 
dalla  borsa  dello  scrutinio  1  o  nomi  a  caso:  uno  era 
il  gonfaloniere  e  nove  altri  formavano  il  consiglio. 
Il  gonfaloniere  rappresentava  e  proponeva,  co- 
me principe  della  repubblica.  Vestiva  d'una  toga 
di  velluto  o  di  damasco  cremisi;  gli  si  dava  il  ti- 
tolo d^eccellenza;  era  mantenuto  a  spese  dello 
stato,  aveva  una  guardia  composta  di  70  svizzeri, 
e  gli  si  davano  tutti  gli  onori  della  sovranità.  La 
premura  di  amministrare  la  giustizia  era  rimessa 
ad  un  potestà,  riguardo  al  criminale,  e  a  quattro 
auditori  riguaido  al  civile:  questi  magistrati  do- 
vean  esser  tutti  forestieri.  Le  sentenze  di  morte 
del  potestà  eran  rimesse  al  senato  per  esser  con- 
fermate: la  pulizìa  esercitata  con  molta  severità. 
Il  consiglio  invigilava  al  ben  pubblico,  e  non  vi 
si  trovava  giammai  alcuna  carestia,  perchè  i  ma- 
gazzini eran  sempre  pronti  al  bisogno.  Nelle  ma- 
lattìe epidemiche  s'inviavano  i  medici  nelle  cani- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE   VI.  295 

pagne,  dovunque  Io  richiedevano  le  circostanze.! 
nobili  erano  fuori  di  stato  di  nuocere,  mentre  le 
ingiustizie  e  le  prepotenze  erano  severamente 
punite.  L'abbondanza  e  la  sicurezza  venivano  ri- 
guardati i  principali  oggetti  dei  magistrati,  ma  so- 
prattutto la  libertà,  e  l'eguaglianza  repubblicana 
regnava  dappertutto.  Vi  si  conosceva  soltanto  il 
lusso  pubblico  ,  mentre  il  lusso  particolare  era 
proibito.  Era  permesso  al  solo  gonfaloniere  di 
portare  dei  galloni.  Nonv'eran  titoli  immaginari, 
o  reali  di  duchi,  di  conti,  di  marchesi}  non  si  sof- 
frivano, né  poveri,  né  oziosi,  né  mendicanti,  né 
vagabondi:  le  leggi  erano  severissime  su  questo 
punto  (io). 

g.  6.  Ora  tornando  al  governo  di  Leopoldo  I, 
diremo  ,  ch'egli  per  popolare  la  IVIaremma  della 
sua  Toscana  promise  nel  1770  con  pubblico  ma- 
nifesto a  coloro  che  volessero  trasferirsi  nella 
Maremma  di  assegnar  de'  terreni  coltivabili,  di 
dar  gratis  il  legname  da  costruir  case,  e  l'esen- 
zione dalle  pubbliche  gravezze  per  venti  anni. 
\d  oggetto  pure  di  aumentare  la  popolazione  e 
l'agricoltura  di  quel  luogo,  e  di  migliorar  la  con- 
dizione di  quegli  abitanti, lo  stesso  sovrano  smem- 
brò questa  provincia  dalla  giurisdizione  di  Siena, 
cioè  i  capitanati  di  Grosseto,  Massa,  Sovana,  Ar- 
cidosso,  Piligliauo,  Sorano,  Castelloltieri,  s.  Gio- 
vanni, Santa  Fiora,  il  marchesato  di  Castiglion 
della  Pescaia,  e  l'isola  del  Giglio,  e  ne  formò  un 
governo  dipendente  immediatamente  da  esso  v. 
dagli  ordini  da  darsi  di  tempo  in  tempo  più  op- 


2C)6  COSTUMI 

portuni  alle  circostanze  locali,  ed  al  migliora- 
mento del  paese.  Le  cause  civili  si  giudicavano 
in  prima  istanza  dagli  uffizioli  subalterni,  e  l'ap- 
pello passava  ai  respettivi  potestà,  e  se  la  senten- 
za non  era  conforme,  la  causa  passava  in  terza  i- 
stanza  al  commissario  dei  fossi  di  Grosseto,  ove 
andavano  pure  le  cause  in  seconda  istanza,  quan- 
do erano  slate  giudicate  in  prima  istanza  dai  po- 
testà} ed  in  questo  caso  non  essendo  conformi  le 
sentenzerà  terza  istanza  era  commessa  alla  ruota 
di  Siena  per  il  canale  del  governatore  di  Grosseto. 
Le  cause  criminali  eran  di  privativa  giurisdizione 
de*1  potestà,  i  quali  in  certe  cause  di  maggiore 
importanza  erano  obbligati  a  trasmetterne  gli  atti 
fino  alla  sentenza  esclusivamente  col  proprio  di- 
segno alla  consulta  di  Siena  per  il  canale  del 
governatore  di  Grosseto,  per  mezzo  di  cui  rice- 
vevano l'approvazione,  o  la  moderazione  del  loro 
disegno  per  pubblicarne  la  sentenza.  Il  magistra- 
to dei  fossi  e  coltivazioni,  che  risiedeva  in  Gros- 
seto, aveva  la  giurisdizione  universale  e  privati- 
va sopra  tutti  i  territori  della  provincia  nelle  co- 
se riguardanti  la  direzione  delle  acque  e  strade 
e  la  salubrità  dell'aria,  soprantendeva  al  patrimo- 
nio delle  comunità  e  luoghi  pii,  alle  opere  e  fab- 
briche pubbliche,e  ad  altre  fondazioni  di  pubblica 
utilità,  con  giurisdizione  privativa  in  tutte  le  cau- 
se, ove  questi  patrimoni  avevano  interesse  diret- 
to o  indiretto,  e  proponeva  al  sovrano  le  istruzio- 
ni che  credeva  più  convenienti  al  buon  ordine  e 
regolamento  di  essi.  Il  capo  di  questo  magistrato 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    PARTE  VI.  297 

era  il  commissario  primo  residente,  a  cui  era  uni- 
to il  criminale  ed  il  politico,  e  faceva  anche  le 
veci  del  governatore  (n). 

§.  7.  Le  comunità  toscane  fino  dai  tempi  di 
repubblica  erano  rappresentale  dai  loro  respettivi 
magistrati,  composti  di  comunisti,  i  quali  oltre  la 
pubblica  rappresentanza  erano  destinati  air  am- 
ministrazione delle  rendite  commutative,  le  quali 
provenivano  nella  massima  parte  dalle  imposizio- 
ni ordinarie,  ordinate  sopra  i  beni  stabili  in  parte 
da  alcuni  beni  ch'esse  comunità  possedevano  per 
causa  di  antiche  confiscazioni.  Questi  magistrati 
avevano  l'amministrazione  economica  delle  loro 
respettive  comunità,  ma  non  erano  indipendenti 
nelle  loVo  deliberazioni,  le  quali  affinchè  potes- 
sero essere  condotte  ad  esecuzione,  era  necessa- 
rio che  fossero  approvate  nei  tempi  più  antichi 
dal  magistrato  dei  nove  di  Firenze,  ed  in  seguito 
dal  soprassindaco  ch'era  il  soprantendente  eletto 
dal  sommo  imperante  al  governo  di  tutte  le  co- 
munità. Questo  sistema  aveva  per  oggetto  d'im- 
pedire le  spese  superflue  che  si  temeva  potessero 
essere  ordinate  dai  magistrati  in  pregiudizio  di 
quella  economia  ,  la  quale  dee  necessariamente 
osservarsi  ,  affinchè  i  comunisti  non  vengano  dì 
troppo  e  inutilmente  aggravati  di  dazzi  e  d1  im- 
posizioni. Una  tal  soggezione  non  piacque  al  gran- 
duca Pietro  Leopoldo  I ,  e  volle  intieramente 
abolirla  con  la  legge  del  1 772,  poiché  il  soprassin- 
daco essendo  un  ministro  che  aveva  la  sua  resi- 
denza nella  città  capitale,  cioè  Firenze ,  non  po« 


aj)8  costumi 

teva  conoscere  i  veri  bisogni  delle  comunità  , 
come  potevano  averne  la  cognizione  i  magistrati 
che  risedevano  nelle  medesime  e  che  li  vedevano 
ocularmente.  Tre  mesi  dopo  accordò  la  stessa  li- 
bertà alle  comunità  del  pistoiese  ,  le  quali  non 
erano  tino  allora  soggette  al  soprassindaco  ,  ma 
al  consiglio  e  pratica  segreta,  che  era  un  diparti- 
mento il  quale  presedeva  al  governo  di  quella 
provincia,  e  perciò  non  comprese  nella  disposi- 
zione del  sovrano  motuproprio  del  1772.  Gii  abusi 
però  introdotti  nel  governo  economico  delle  co- 
munità dettero  occasione  a  Pietro  Leopoldo  di 
riformarne  il  sistema,  ed  incominciò  da  quella  di 
Volterra,  la  quale  più  delle  altre  aveva  bisogno 
di  un  nuovo  regolamento.  Credè  dunque*  neces- 
sario quel  sovrano  di  comporre  i  magistrati  co- 
munilativi  di  soggetti  possidenti  nel  circondario 
delle  comunità  ,  sul  riflesso  che  questi  essendo 
quelli  i  quali  suppliscono  colle  annue  contribu- 
zioni ai  bisogni  pubblici  ,  sarebbe  stato  di  loro 
proprio  interesse  di  procurare  la  maggiore  econo- 
mia e  tutti  i  vantaggi  possibili  alla  comunità  da 
essi  rappresentata  ed  amministrata  (ia). 


NOTE 

(1)  Uescrizione  istorico-critica  dell'  Italia,  voi.  m  , 
§.  Lxxvii  .  (2)  Cantini,  Legislazione  toscana  3  voi. 
Xxvii,  pag.   162.  (3)  Pecchio  ,  Storia  dell'economia 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  TI.  299 

pubblica  in  Italia,  pag.  165  e  301.  (4)  Ivi,  pag.  166. 

(5)  Botta  ,  Storia  d' Italia  ,  lib.  1  ,  ap.  Leo  ,  Storia 
degli    stati    italiani  ,     voi.  lì  ,     lib.  xn  ,    pag.  553  . 

(6)  Memorie  per  servire  alla  vita  di  Leopoldo  II  im- 
peratore dei  romani  già  granduca  di  Toscana  ,  pag. 
195.  (7)  Pecchio  cit.  (8)  Descrizione  istorica  e  critica 
dell'Italia  cit.  voi.  ni,  §.  lxxvii.  (9)  Bu3ching,  L*  Ita- 
lia geografìco-storico-politica  ,  voi.  iv,  part.  II,  pag. 
30.  (10)  Descrizione  storica  cit.  §.  xli.  (11)  Buscbing, 
cit.  pag.  88.  (12)  Cantini  cit.  voi.  xxx,  pag.  248  e 
308,  e  voi.  xxxi,  pag.  268. 


-TNXKM ■ 


. 


300  COSTUMI 


■ 

PARTE  SETTIMA 


COMMERCIO, NAVIGAZIONE  E  MONETA 


g.  i.  «cjl  facilitare  la  libera  vendita  di  tanti  beni 
stabili, che  a  causa  di  fidecommissi  di  troppo  lunga 
durata  era  fin  qui  inceppata,  con  provide  leggi 
fu  questa  da  Francesco  II  già  duca  di  Lorena, 
e  granduca  di  Toscana,  diminuita  e  limitata  al 
solo  quarto  grado,  dopo  quello  del  fondatore.  Ani- 
mato e§li  dallo  stesso  principio  di  togliere  i  vin- 
coli che  impedivano  il  libero  commercio  dei  beni 
stabili,  con  motuproprio  del  primo  febbraio  1751 
impedì  che  le  corporazioni  ecclesiastiche  e  seco- 
lari aumentassero  di  più  i  loro  patrimoni,  allora 
immensi,  vietando  a  quelle  di  poter  conseguire 
eredità   senza  un  privilegio  sovrano  (1). 

g.  a.  Pietro  Leopoldo  I  compiè  il  disegno  con- 
cepito dal  suo  genitore,  di  svincolare  cioè  le  pro- 
prietà fondiarie,  e  tolse  i  fidecommissi  che  ne  im- 
pedivano il  commercio.  Conoscendo  poi  Leopoldo 
che  Pavidità  di  tanti  appaltatori,  che  avevano 
nelle  lor  mani  tutte  le  rendite  dello  stato,  ed  i 
proventi  della  finanza  inceppava  l'industria,  e  che 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI     PARTE  VII.  3oi 

sottoponendo  essi  a  tasse  gravose  le  arti  ed  i  me- 
stieri, la  proprietà  individuale  rimaneva  ingiusta- 
mente vincolala,  con  motuproprio  del  1767  e 
1770  soppresse  ogni  sorta  di  matricole  e  patenti 
delle  arti  e  dei  mestieri}  abolì  le  prestazioni  servili 
che  dalle  comunità  si  esigevano  dai  contadini, 
tolse  qualunque  privativa,  qualunque  incetta,  e 
qualunque  esenzione  dagli  aggravi  sociali,  e  sot- 
toponendo tutti  i  possidenti  indistintamente  al 
pagamento  delle  gravezze  ,  fece  che  queste  fos- 
sero meno  sensibili  e  con  più  giustizia  distribui- 
te (a).  Per  maggiormente  render  V  industria  nel 
suo  stato,  Leopoldo  I,  dietro  la  lettura  del  di- 
scorso scritto  da  Sallustio  Antonio  Bandini  sulla 
maremma  senese,  mandò  a  visitare  quella  pro- 
vincia, la  scorse,  Tesammo  egli  stesso,  e  la  fece 
esaminare  dal  matematico  Ximenes.  Collo  scoloè 
delle  acque  Paria  fu  purgata  5  V  acqua  da  bere 
dai  vicini  monti  fu  con  acquedotti  procurata  alle 
abitazioni  dei  colli  e  dei  piani*,  si  abolirono  le 
gravezze  fiscali  e  le  proibizioni  vincolanti  la  cir- 
colazione; si  migliorò  non  solo  l'amministrazione 
politi™  ,  ma  altresì  quella  della  giustizia  .  Gli 
abitatori  moltiplicarono.acquistarono  rapidamen- 
te col  commercio  libero  dei  generi  e  delle  merci, 
mezzi  d'accrescere  la  fecondità  delle  terre,  e  di 
raffinare  le  produzioni,  e  quindi  divennero  più 
industriosi,  e  più  ricchi,  e  più  felici.  Un  profitto 
pure  non  indifferente  risentì  la  popolazione  pi- 
stoiese per  la  grandiosa  strada  che  serve  di  co- 
municazione tra  la  Toscana  e  il  ducato  di  Mo- 
dena, falla  dal  G.  D.  Pielro  Leopoldo  (3). 
ò't.   Tose.   Tom.  11.  2G 


3oa  costumi 

£.  3.  Quel  principe  dette  una  libertà  assoluta 
al  commercio  dei  grani  che  in  Toscana  durò  fino 
al  1792.  Ogni  specie  di  lineria  ha  i  suoi  nemici, 
per  cui  quella  del  grano  n'ebbe  in  tutti  i  tempi, 
sotto  tutti  i  governi  e  presso  tutte  le  classi.  Il 
Proietti  si  alzò  in  difesa  della  legge  del  suo  so- 
vrano, non  per  amore  di  adulazione,  ma  per  quel- 
lo della  libertà  e  del  pubblico  bene.  Stampò  nel 
1772.  la  sua  opera  sull'Annona,  sotto  il  titolo  di 
Veri  mezzi  di  render  felici  le  società^  e  la  fece 
di  pubblico  drillo  anche  per  fare  un'ammenda  pub- 
blica dell'essere  stato  nei  primi  tempi  un .  contra- 
ri ittore  della  libertà  del  commercio  dei  grani.  Il 
Paoietti  per  incoraggiare  sempre  più  l'industria, 
distribuiva  i  premi  ai  migliori  agricoltori,  come  si 
usava  in  Inghilterra,  ove  davano  dieci,  venti  e 
trenta  ghinee  a  Ghi  aveva  allevati  i  più  bei  caval- 
li, o  meglio  ingrassato  i  bovi,  vacche,  maiali  e  pe- 
core (4).  Anche  l'arie  de- vaiai  e  cuoiai  di  Firenze 
premiava  colui  che  meglio  conciato  avesse  cuoio 
das  suola  all'uso  inglese. 

g.  4»  Fino  dal  1762  il  commercio  dei  grani  in 
Toscana  fu  da  vincoli  vessalo,  per  cui  ne  avve- 
nivano carestìe  frequenti,  ma  dal  1763/  al  1790 
ogni  vincolo  futollo,edil  commercio  divenne  più 
libero.Leopoldo  comprendeva  in  oltre  che  le  buone 
strade  e  le  facili  comunicazioni  tra  un  paese  e  l'al- 
tro rendono  più  animato  il  commercio  e  la  indu^ 
stria,  laonde  poco  curando  V  interesse  suo  privato 
e  tutto  sacrificando  pel  ben  pubblico,  uel  volgere 
degli  anni  ch'egli  restossi  a  governare  in  Tosca- 
na, molte  furono  le  strade  migliorate,  e  molte 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  VII.  3o3 

pur  quelle  da  lui  aperte  di  nuovo  (5).  Sotto  il  di 
lui  regno  fu  di  grande  incremento  al  commercio 
la  seta,  poiché  vi  si  fabbricavano  dei  drappi  d'ogni 
sorta,  la  maggior  parte  di  buon  gusto  e  di  prima 
qualità.  In  Lucca  vi  si  custodivano  con  premura 
i  filugelli  onde  fare  i  nominati  drappi:  la  nobiltà 
lucchese  si  applicava  al  commercio  senza  dero- 
gare al  suo  grado.  Le  manifatture  der  drappi  di 
oro  e  d'argento,  il  velluto  e  gran  quantità  di  buone 
calze  di  seta  erano  generalmente  in  buono  sta- 
to (6).  L'olio  e  le  olive  del  territorio  lucchese  erano 
molto  stimate  ,  e  facevano  grande  oggetto  nella 
mercatura.  Siccome  poi  V  olio  fu  in  ogni  tempo 
un  prodotto  delle  campagne  toscane  abbondan- 
tissimo, il  di  cui  smercio  nei  paesi  esteri  ha  sem- 
pre cresciuto  notabilmente  nello  stato  l'introito 
del  numerario  in  vantaggio  della  ricchezza  nazio- 
nale, così  Pietro  Leopoldo  non  solo  rese  libera 
la  contrattazione  di  questo  genere,  ma  ne  permi- 
se ancora  l'esito  senza  alcun  vincolo,  e  procurò 
con  tal  provvedimento  che  la  nazione  aumen- 
tasse la  massa  del  suo  numerario,  e  i  possessori 
dei  beni  prediali  s'applicassero  alla  coltivazione 
degli  ulivi,  e  migliorassero  in  questa  parte  Pagri- 
coltura,  ch'è  una  delle  principali  sorgenti  delle  co- 
muni ricchezze  (7).  I  vini  di  varie  parti  di  Toscana 
si  trasportavano  nel  resto  d'Italia,  ed  eran  tenuti 
in  gran  reputazione.  Il  governo  tollerava  tutta 
l'industria,  che  la  maggior  parte  delle  sacre  co- 
munità tanto  di  uomini  che  di  donne  ponevano 
in  pratica  per  sostenersi.  Per  questo  si  vede?ano 
delle  monache  porre  dei  filugelli,  preparare  e  fila- 


3o4  COSTUMI 

re  la  loro  seta,  fare  dei  fazzoletti,  e  altre  piccole 
cose,  di  cui  si  permetteva  loro  lo  smercio,  senza 
assoggettarle  ad  alcun  pubblico  aggravio  (8).  Nel 
it5i  dal  patriottismo  degli  aretini  fu  creato  ed 
aperto  un  traffico  di  lanificio  nella  loro  città  , 
col  favore  del  conte  di  Richecourt  prendente  al- 
lora dei  consigli  di  S.  IVI.  l'imperatore  Francesco 
I  nel  granducato  di  Toscana,  che  gli  accordò  per 
nove  anni  la  fornitura  del  vestiario  militare  del- 
lo stato.  Questo  traffico  fu  loro  animato  da  Leo- 
poldo I  e  Ferdinando  IH  (9). 

g.  5.  Il  commercio  e  industria  di  Siena  erano 
poco  considerabili  atteso  che  non  vi  era  circola- 
zione «li  denaro  e  una  moltiplicità  di  lavori  indu- 
striali che  accrescessero  la  popolazione,  ritenen- 
do nel  paese  una  quantità  di  artigiani  che  non 
osavano  farvi  degli  stabilimenti,  perchè  non  tulli 
vi  avrebber  trovato  nel  loro  travaglio  il  mezzo 
di  far  sussistere  la  propria  famiglia.  Non  così  po- 
tettesi  dire  di  Livorno,  giacché  tutto  il  commer- 
cio che  vi  si  faceva  tra  un  vascello  (a)  e  P  altro 
era  libero:  non  si  pagava  un  dazio,  se  non  per  le 
merci  ch'entravano  in  città  per  il  porto  interno,  o 
sia  piccolo  porto,che  si  chiudeva  ogni  sera  con  una 
catena.  Per  la  gran  quantità  di  vascelli  di  tutte 
le  nazioni  che  arrivavano  a  questoporto  si  potet- 
te giudicare  che  vi  si  faceva  un  moto  grandissimo, 
e  che  lo  spettacolo  vi  era  sempre  vivo  e  interes- 
sante. I  consoli  delle  nazioni  straniere  vi  rappre- 
sentavano un  carattere  importante,  evi  facevano 

(a)  Vcd.   tav.  CXL,  num,  S. 


DEI    TEMPI    AUSTRIACI    PARTE    VII.  3o5 

necessariamente  molti  affari.  Il  commercio  di  Li- 
vorno era  un  commercio  di  deposilo,  e  la  sola 
manifattura  che  in  essa  città  *i  trovava,  era  il  lavo- 
ro del  corallo.  Gli  ebrei  e  gli  armeni  erano  qui  i 
sensali  di  quasi  tutte  le  nazioni:  gli  inglesi  e  gli 
olandesi  vi  spedivano  ogni  anno  delle  floltemer- 
cantib',  e  la  Francia  vi  faceva  un  gran  commercio 
di  stoffe  in  seta  di  Lione,  di  mode,  di  chincaglierìa 
vini,  acquavite  ec.  Vi  si  trovavano  delle  persone 
stabilite  di  tutte  le  nazioni,  e  di  tutte  le  Provin- 
cie d'Europa:  tutti  vi  facevano  qualche  commer- 
cicene doveva  loro  esser  utiIe,considerando  l'alto 
prezzo  in  cui  tenevano  le  loro  mercanzie(  io).Quel- 
lo  poi  che  vi  esercitavano  gli  ebrei  arrecava  van 
faggio  tale  al  pubblico,  che  il  granduca  Pietro 
Leopoldo  determinò  di  rinnovare  una  legge  alta 
a  proleggere  la  loro  sicurezza,  ed  impedire  che 
alcun  suddito  cristiano  recasse  ad  essi  pregiudizio 
e  molestia  (i  i).  Rianimato  il  commercio,  e  sno- 
date le  braccia  agl'indusl n'osi,  tanti  vantaggi  in 
poco  tempo  ne  avvennero  a  questi,  che  a  proprie 
spese  coniarono  una  medaglia  a  gloria  del  grau 
Leopoldo  col  di  |,ji  ritratto  da  una  parte,  e  con 
una  figura  esprimente  l'ibbondauza  dall1  altra, 
sotto  cui  legge  vasi  TÀbe.rlate  frumentaria  re- 
stituta  opes  auctae:  prìncipi  providentis situo 
MDCCLXXF  (12). 

•    §.  Ci.  I'ii  liallico  di  non  indifferente  lucro  pei 
J  1    I  <>v  111,1  frano  i  sali  di  Volterra,  di  Portofer- 
faio  e  di  Castiglione  della   Pescaia  :    le  diverse 
qualità  didietre,  come  sarebbero  il  verde  di  mon- 
ti 1   di   Mjcsa  ,   il   verde  di  Prato  ,  il  giallo  «li 


3o6  COSTUMI 

Siena,Pametisto  della  sorte  inferiore  di  Piombino, 
il  bel  diaspro  di  Barga,  la  lavagna  da  fame  tavole 
che  incontrasi  a  Strazzema,  ed  i  minerali  di  fer- 
ro, dei  bei  marmi,  fra  i  quali  lo  statuario,  il  bar- 
diglio,  che  trovansi  nelle  vicinanze  di  Seravezza. 
Di  utilità  pel  commercio  erano  pure    le    pietre 
forti  o  macigni  di    smisurata  grossezza,  ed  una 
specie  di  granito  trovato  a  Fiesole.  Erano  ricer- 
cate le  macine  di  Figline  e  Prato,  e  la  pietra  se- 
rena ed  altre  che  si  cavavano  dalle  cave  delta 
Gonfolina,  presso  san  Francesco  di  Paofa  in  vi- 
cinanza di  Firenze,  nei  monti  di  Malmantile,  di 
Artimino,  della  Lastra,  di  Montebuoni,  nella  gio- 
gana  di  Monte  Scalari ,  nei  monti  pisani  ,  nelle 
montagne  di  Pistoia  e  nella  Garfagnana.  I  marmi 
bellissimi  cavati  nella  contea  della  Gherardesca, 
come  pure  nel  monte  s.  Giuliano  presso  Pisa  ,  i 
diaspri  e  calcedoni  di  Monte  Ruftbli,  le  agate  e 
corniole  trovate  per  tutto  il  territorio  di  Volter- 
ra, e  la  scagliola  cavata  nei  contorni  di  Spirchia- 
iola  presso  Volterra  ed  in  masse  assai  grandi  (  1 3) 
furono  pure  di  lucro  per  i  toscani.  Un  altro  ge- 
nere di  commercio  attivo  erano  le  belle  copie 
che  si   faceano  dagli  artisti  dei   migliori   quadri 
della  real  Galleria  di  Firenze,  e  di  quei  dei  pa- 
lazzo Pitti,  ed  i  lavori  in  miniatura  ed  in  smalto 
fatti  con  gran  proprietà.  Del  marmo  ed  alabastro 
cavati  per  la  Toscana  se  ne  facevano  delle  sfa- 
tue, dei  vasi  e  degli  ornamenti  d'ogni  specie  per 
la  vendita,  che  trovavansi  con  facilità  presso  gli 
sludi  degli  scultori.  Questi  pezzi  erano  imitati,  o 
copiati  dair  anti-  o  ,   e  la  maggior  parte  benissi- 


DEI   TEflPI  AUSTRIACI  PARTE  VII.  $07 

n»o  eseguiti,  come  si  vedevano  le  copie  eccellenti 
della  Venere  de'  M edici  della  stessa  grandezza 
dell'originale.  La  difficoltà  dei  trasporti  fece  arre- 
stare per  qualche  tempo  un  tal  commercio  (i$)i 
ma  in  seguito  riprese  il  suo  corso.  Lo  smercio  dei 
cappelli  di  paglia  fino  dal  1771  era  talmente  ri- 
spettabile in  Toscana,  che  cominciava  a  (ormare 
un  traffico  di  molta  importanza,  che  di  poi  andò 
ci  escendo,  e  circa  al  1807  giunse  alia  sua  maggior 
prosperità.  Questa  si  esercitava  e  si  esercita  nei 
contorni  di  Firenze,  e  principalmente  nelle  cam- 
pagne di  Signa,  ove  un  lalMichelucci  al  principio 
del  secolo  XVIil  la  condusse  alla  sua  perfezione: 
la  sua  memoria  fu  eternata  con  una  iscrizione 
lapidaria  che  si  legge  al  di  lui  sepolcro  nella  chie- 
sa prioria  di  s.  Miniato  di  Signa.  Il  felice  esito  dei 
nostri  cappelli  di  paglia  nei. paesi  esteri  produsse 
la  favorevole  conseguenza,  che  la  loro  fabbrica- 
zione si  estese  grandemente,  e  non  poche  mi- 
gliaia di  persone  ritrassero  dalla  medesima  la  sus- 
sistenza (i5). 

§.  7.  L'amore  per  la  proprietà  terriera,  risve- 
gliato dalle  leggi  di  Leopoldo  I,  divenne  così  po- 
tente fra  noi  ,  da  far  perder  di  vista  ogni  altra 
direzione,  che  l'industria  avrebbe  potuto  dare  ai 
capitali  circolanti.  Era  questo  il  naturale  anda- 
mento che  la  società  toscana  dovea  prendere  al 
comparire  ci i  quelle  leggi  liberali  e  rigeneratrici. 
Per  quanto  non  la  sola  industria  terriera  fosse 
svincolata  ,  ma  le  arti  ,  le  manifatture  fossero 
ugualmente  libere  dai  ceppi  che  da  lungo  tempo 
le  tenevano  avvinte,  e  di  più  il  gnu iliica  Le  >- 


3o8  COSTUMI 

poldo  I  desse  loro  eccil amento  con  premi  e  con 
incoraggimenti,  nonostante  queste  seconde  non 
furon  da  tanto  da  attirare  i  capitali  circolanti  ad 
animarle  e  renderle  attive,  perchè  questi  seguen- 
do quelle  leggi  che  la  natura  ha  imposto  al  na- 
scere ed  al  ricomporsi  della  società,  si  volsero  a 
sviluppare  le  forze  della  industria  agricola.  Quella 
mossa  vigorosa  che  dette  il  primo  impulso  a  que- 
sta macchiua  sociale  vi  lasciò  l'impressione  per 
lungo  tempo,  e  però  l'impiego  dei  capitali  circo- 
lanti, le  forze  dell'1  industria  si  volsero  solo  alla 
proprietà  terriera  ,  e  caldi  di  questo  principio 
tutti  coloro  che  potettero  riunire  tanto  danaro 
da  comprare  il  podere,  la  casa,  il  campo,  lo  im- 
piegarono in  quelli,ovvero  in  miglioramenti  agra- 
ri, preferendo  un  tale  impiego  ad  ogni  altro  ge- 
nere di  speculazione,  al  che  contribuì  ancora  la 
poca  fortuna  che  molti  tentativi  di  manifatturiera 
industria  incontrarono  in  quei  principii  .  come 
non  poteva  essere  diversamente,  giacché  il  felice 
esito  di  questi  sarebbe  stata  inversione  dell'ordi- 
ne economico  naturale  (16). 

g. 8.  Il  pensiero  di  Pietro  Leopoldo  di  rende- 
re libero  il  commercio,  e  toglierlo  dai  vincoli  che 
lo  tenevano  inceppato,  dice  il  Cantini  (17)^  gran- 
demente deguo  di  lode, e  dimostra  ch'egli  era  do- 
tato di  talenti  e  di  vedute  che  sono  necessarie  a 
tutti  quelli  che  tengono  il  reggimento  dei  popoli. 
La  libertà  concessa  al  commercio  dei  grani  fru- 
mentari  fu  per  la  Toscana  una  sorgente  fecon- 
dissima di  nuove  ricchezze  per  l'avanti  non  cono- 
sciute} fu  la  causa  del  dissodamento  di  tante  va- 


DEI  TEMPI    AUSTRIACI    PARTE  VII.  3-OJ) 

ste  campagne  ingombrate  in  addietro  da  putridi 
acque  e  da  infruttiferi  sterpi}  favorì  l'agricoltura 
e  produsse  un  accrescimento  notabile  nei  cam- 
pestri prodotti^  fu  la  cagione  deiraumento  della 
popolazione,  e  tolse  dalPozio  e  dalla  mendicità 
tante  famiglie,  alle  quali  venne  aperta  la  strada 
di  poter  esercitare  la  loro  industria,  e  ritrovare 
nei  proventi  di  quella  la  loro  sussistenza.  Se  ri- 
flettiamo poi  allo  spirito  di  tante  leggi  da  questo 
Granduca  emanate  relative  al  commercio  dei  pro- 
dotti delle  campagne,  ben  si  conosce  che  la  sua 
intenzione  era  di  ridurre  la  Toscana  un  paese 
agricola,  e  ron  questo  mezzo  condurla  alla  pro- 
sperità edalla  ricchezza.  La  libera  estrazione  dei 
grani  dallo  stato,  i  tanti  vincoli  aboliti,  e  le  tante 
disposizioni  fatte  per  favorire  la  libertà  delle 
contrattazioni  dei  generi  destinati  all'umana  sus- 
sistenza ne  sono  una  prova  evidentissima. 

g.  9.  Era  riserbato  alla  gloria  del  granduca 
Ferdinando  III  di  rivaleggiare  col  suo  genitore 
nel  procurare  ai  toscani  dei  vantaggi,  onde  ren- 
dere viepiù  fervido  il  commercio  di  questo  paese. 
Egli  permise  francamente  l'estrazione  delle  lane 
gregge,  la  di  cui  manifattura  erasi  da  lungo  tem- 
po, e  durante  i  più  stretti  vincoli  sostenuti  dallo 
interesse  e  dalla  potenza  della  già  rinomata  arte 
della  lana,  affatto  perduta  in  Toscana,  e  il  conse- 
guente immediato  considerabile  aumento  del 
prezzo  di  questo  genere  invogliò  ed  iuvitò  i  pos- 
sessori a  moltiplicare  e  migliorare  le  razze  delle 
pecore.  Corsero  appena  quattro  anni  dopo  un  si- 
mil  favore  accordalo  all'alabastro,  0  mentre  da 


3  I  O  COSTUMI 

pochi  mal  provveduti  pregiudicati  o  interessati 
sostenitori  dei  vincoli  si  presagiva  la  totale  rovi- 
na di  quella  elegante  manifattura,  che  in  addie- 
tro era  circoscritta  alla  sola  città  di  Volterra, e  ad 
un  solo  negozio  in  Firenze,  si  vide  quasi  raddop- 
piare l'esportazione  di  questo  genere  manifattu- 
ra to,  di  cui  andavano  ogni  dì  moltiplicando  le  of- 
ficine in  Livorno,  in  Pisa  ed  altrove,  e  si  vide  rad- 
doppiare l'attività  dei  possessori,  e  dei  cavatori 
nello  sviscerare  i  monti  che  producono  questo 
bel  minerale,  e  stendendovi  in  seguito  le  colti- 
vazioni  d'ogni  specie,  che  senza  questo  incentiva 
sarebbero  state  trascurate,  e  senza  che  la  limita- 
ta estrazione  di  questo  genere  greggio  potesse 
somministrare  ragionato  fondamento  ai  meticulosi 
di  temere  la  diminuzione  di  questa  industria  na- 
zionale, che  veniva  anzi  eccitata  dalla  naturale 
moltiplicazione  delle  commissioni  (18). 

g.  io.  Oltre  i  generi  e  manifatture  da  noi  de- 
scritti, il  commercio  che  generalmente  facevasi 
in  Toscana  si  reggeva  sopra  i  prodotti  naturali, 
cioè  grano,  vino,  olio,  legumi  e  bestiame,  per  lo 
smercio  dei  quali  si  facevano  delle  fiere  e  mer- 
cati. Con  legge  del  1773  si  riassunse  l'antico  si- 
stema abolito,  relativamente  ai  mercati,  cioè  di 
non  potersi  cominciare  le  contrattazioni  prima  del 
suono  di  una  campana  a  ciò  destinata  .  Questo 
uso  fu  riattivato  perchè  i  lavoratori  non  fossero 
necessitati  a  perdere  tutta  la  giornata  per.  fare  i 
loro  negozi,  mentre  prima  di  quel  segno  né  ec- 
clesiastici, né  secolari  di  qualunque  grado  o  con- 
dizione potevano  aprire   le  contrattazioni  (19). 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  VII.  3il 

Nei  mercati  circolavano  quelle  inondi «*  introdot- 
te già  dai  Medici  e  lasciate  correre  in  questo  sta- 
to dal  granduca  Francesco  duca  di  Lorena.  Egli 
vi  aggiunse  la  moneta  di  paoli  dieci  (a\  detta 
volgarmente  Francescone,  che  ha  Io  stemma 
scolpito  nel  corpo  delinquila  imperiale  a  due  te- 
ste ed  il  busto  del  sovrano  regnante;  la  moneta 
di  paoli  cinque,  o  sia  Franceschiuo,  colla  stessa 
impronta,  e  quella  di  due  paoli  con  slf-mma  e  ri- 
tratto (b).  Queste  monete,  come  le  altre  da  noi  de- 
scritte nell'epoca  antecedente,  non  subirono  va* 
riazione  alcuna  tanto  in  bontà  quanto  in  valore 
sotto  i  regni  di  Pietro  Leopoldo  e  di  Ferdinando 
suo  tìglio  ,  meno  che  in  quelle  fuse  da  essi  vi 
fecero  apporre  il  loro  ritratto  e  stemma  ,  come 
si  può  vedere  dalle  monete  stesse  che  circolano 
anche  di  presente. 

(a)  Ved.  tav.   CXL.   num.  6. 

(b)  Ivi,   num.   1. 


NOTE 


«Fi 


«•irini,  Compendio  di  storia  della  Toscana,  ep. 
vi,  J.  2.  (2)  Ivi.  (3)  Tolomei  ,  Guida  di  Pistoia,  p. 
139  (4)  Pecchio  ,  Storia  dell'economia  pubblica  in 
Italia,  p.  1G5.  (5)  Ferrini  cit.  $.  vili.  (6)  Busching, 
L'Italia  gcografico-slorico-politica,  voi.  IV  ,  part.  II  , 
p.  21.  (7)  Cantini,  Legislazione  toscana,  voi.  nix, 
p.  268,  e  xxx,  p.  153.  (8)  Descrizione  istorica  e  critica 
dell'Italia,  voi.  ni,  $.  82.   (9)  Angelucci  ,  Memorie 


3  12  COSTUMI 

storiche  per  servire  di  guida  al  forestiere  in  Arezzo, 
p.  111.  (10)  Descrizione  cit.  voi.  iv,  $.  78.  (11)  Can- 
tini cit.  voi.  xxvui  ,  p.  304.  (12)  Ferrini  cit.  §.  5  . 
(13)  Descrizione  cit.  §.  29.  (14)  Busching  cit.  p.  5  e 
13.  (15) Cantini  cit. voi.  xxx,  p.  98.  (16)  Lapo  de'Ricci, 
Delle  industrie  commerciali  e  manifatturiere,  conci- 
liabili con  lo  stato  di  proprietario  terriere  in  Toscana, 
memoria  :  sta  nel  tomo  x  della  continuazione  degli 
Atti  della  I.  e  R.  accademia  de'Georgofili  ,  p.  147. 
(17)Legislaziouecit.  p.  17.  (18)  De  Nobili,  Sulla  libeità 
del  commercio  della  seta  ,  memoria  j  sta  nel  tomo  u 
della  continuazione  degli  Atti  dell'I,  e  R.  accademia 
de'GeorgoGli.,  p.  355.  (19)  Cantini  cit.  voi.  xxxi,  p. 
128. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI.  3  l3 


PARTE   OTTAVA 

ARTI 


.e; 


g.  i.  JLjSrtinta  la  famiglia  Medici  sovrana  di  To- 
scana, mancò  l'occasione  d'inalzare  in  questo 
stato  cospicui  edilìzi  di  architettura,  sennonché 
nominato  ad  occupar  questo  trono  Francesco 
Stefano  duca  di  Lorena,  tino  dal  ijZj  si  pensò 
dalla  nazione  toscana  di  far  onore  alla  sua  venuta, 
erigendogli  col  di  lui  consenso  un  arco  trionfale 
alla  porta  a  s.  Gallo  di  Firenze,  il  che  venne  ap- 
provato con  sovrano  benigno  rescritto;  ma  frat- 
tanto un  lorenese  ne  doveU1  essere  l'architetto 
che  lo  eresse  ad  imitazione  di  quello  non  molto 
lodato  di  Costantino  in  Roma.  Nel  1739  col  ili» 
segno,  e  sotto  la  direzione  dell'anzidetto  profes- 
sore lorenese  Giadot,  architetto  del  nuovo  grandu- 
ca, ne  fu  incominciata  Pinlrapresa  ,  ma  v'ebber 
mano  i  toscani  architetti  e  «cultori  contempora- 
nei Foggiui,  Ticciati,  Magoni,  Piamontini  ed  al- 
tri (1).  Da  questo  monuraento(a);tuttora  esisten- 

(a)  Vcd.   tav.  CLV,   tuim.   2. 
SU  Tose.   Tom.  11.  27 


3l4  COSTUMI 

te,  giudichi  ognuno  qual  fosse  il  meschino  stato 
dell'arte  in  quel  tempo,  che  io  frattanto  ripeterò 
col  celebre  architetto  Dei-Rosso,  cioè  che  gli  or- 
namenti che  vi  si  mirano  non  meritano  T  atten- 
zione dei  veri  conoscitori  (i).  In  tale  stato  è  pre- 
sumibile che  si  mantenesse  l'architettura  per  28 
anni  inalterala,  nel  qual  tempo  il  paese  restò  in 
islalodi  provincia  per  esserne  partito  ilsovrano,ri- 
chiamato  a  Vienna  ad  occupare  il  soglio  imperiale. 
Pisa  sola  però  può  vantarsi  di  avere  erette  due 
fabbriche  di  non  spregevole  gusto  nello  spazio 
delP  assenza  del  granduca  dallo  stato    toscano, 
poiché  sotto  il  benefico  governo  dell'imperatore 
Francesco  I,  rappresentato  in  Toscana  dal  con- 
te Manuele  di  Richecourt,  fu  edificato  il  casino 
dei  nobili,  e  si  rifece  dai  fondamenti  la  fabbrica 
de'bagni  di  s.  Giuliano  ad  Oriente}  si  abbellì  quel- 
la ad  Occidente;  si  rinchiusero  ed  assicurarono 
da   qualunque  estranea  mescolanza  le  sorgenti 
delle  acque  minerali,  e  si  distribuirono  in  guisa, 
che  ciascheduno  deliagni  potesse  empirsi  e  vuo- 
tarsi con  separata  operazione  indipendentemente 
da  ogni  altro:  oltre  di  che  fu  pensato  a  costruirvi 
una  magnifica  abitazione  distribuita  in  molti  agia- 
ti ed  ameni  quartieri  per  comodo  dei  ricorrenti, 
e  fu  aperta  unastrada  carrozzabile  e  in  rettilinea 
che  dalla  città  conducesse  ai  bagni  (3) .   (o  ne 
riporto  il  disegno  del  fabbricato  (a),  onde  far  co- 
noscere il  gusto  di  quel  tempo  nel  costruire  edi- 
lìzi  di  qualche  considerazione. 

(a)  Ved.  tav.  CLVI,  man.  1. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  Vili.  3  1  5 

§.a.  Avvenuta  la  morte  di  Francesco  di  Lorena, 
Leopoldo  Idi  lui  figlio  nominato  granduca  di  To- 
scana fece  il  suo  ingresso  in  Firenze  nel  1765  per 
assidervisi.  Tra  i  primi  lavori  in  architettura  che 
vi  si  videro  eseguire  al  tempo  di  questo  sovrano, 
fu  la  facciala  della  chiesa  di  s.  Marco,  inalzata  nel 
1777  °°1  disegno  di  un  frate  carmelitano  riminese 
per  nome  Giovaechino  Pronti  (4).  Il  primo  ordi- 
ne è  corintio,  sopra  del  quale  se  ne  alza  un  altro 
d'ordine  composito,  ma  di  una  figura  informe  5 
evvi  nel  mezzo  un  finestrone  di  sola  apparenza- 
finalmente  ha  termine  la  facciata  col  solito  fron- 
tone acuminato,  con  nicchie  ,  statue  e  bassiri- 
lievi  molto  mediocri:  ma  tutta  questa  facciata  non 
servirà  mai  di  modello  a  chi  vorrà  apprendere  le 
nobili  arti  liberali  (5).  Ora  si  noti  che  P  esservì 
stato  occupato,  per  architetto  uno  straniero  an- 
corché poco  abile,  fa  dubitare  che  non  si  trovava 
in  paese  chi  ne  fosse  più  di  lui  capace. 

g.  3.  Dopo  i  capricci  che  tiranueggiarono  in 
questa  guisa  Parchitettura  per  l'intiero  sec.  XVII, 
e  per  oltre  la  metà  del  XVIII.  l'esimio  professore 
Gaspero  Paoletti  ricondusse  quell'arte  in  Toscana 
alle  buone,  alle  castigate,  alle  ragionate  linee  dei 
tempi  romani,  o  a  quelle  almeno  dei  cinquecen- 
tisti (6),  poiché  paragonando  le  opere  dei  moder- 
ni con  quelle  degli  antichi,  conobbe  manifesta- 
mente che  Parchitettura  voltava  di  nuovo  verso 
la  sua  decadenza,  e  che  era  necessario  ricoudurla 
ai  suoi  principii.  Dietro  l'esempio  del  Brunellesco 
si  pose  il  Paoletti  nell'animo  di  ristabilire  quella 
elegante  semplicità  e  solidità  che  formano  uno 


3l6  COSTUMI 

dei  suoi  bei  pregi,,  togliendo  via  nei  disegni  quan- 
to di  superfluo,  di  assurdo  e  di  stravagante  era 
stato  dal  cattivo  gusto  negli  ornamenti  introdotto, 
talché  superò,  tanto  nella  teorìa,che  nella  pratica,  i 
più  provetti  maestri.Lungo  sarebbe  l'annoverare  le 
opere  di  questo  instancabile  uomo  fatte  in  Firen- 
ze ed  altrove  in  Toscana,  e  solo  ne  accenneremo 
alcune,  cioè  la  facciata  posteriore  della  villa  del 
Poggio  Imperiale,  e  gli  edilìzi  de'bagni  di  Monte 
Catini  (7).  La  facciata  del  quartiere  detto  della 
Meridiana, del  palazzo  Pitti  dalla  [parte  di  Boboli(a) 
quantunque  semplice  e  non  grande  ,  passa  pei 
uno  dei  più  bei  monumenti  di  architettura  ese- 
guiti in  Italia  dal  secolo  XVI  in  poi:  secolo  sì 
celebre  pel  buon  gusto  che  regnava  allora  nelle 
arti;  Gaspero  Paoletti  la  intraprese  per  ordine  di 
Pietro  Leopoldo  fino  dalPanno  1776  (8).  D'allora 
m  poi  si  può  dire  che  tutti  gli  architetti  della 
Toscana  sreno  stati  della  sua  "scuola,  perchè  per- 
suase e  piacque  oltremodo  il  suo  stile  di  uioxiina- 
ture  imitate  sempre  dagli  ordini  architettonici 
del  buono  stile  antico  .  Mera  antica  eleganza  , 
massima  sobrietà  negli  ornati,  belle  proporzioni, 
perfetta  osservanza  dell'euritmia}  sfuggiti  affatto 
gli  ornamenti  capricciosi  ed  inutili,  la  linea  retta 
preferita  ad  ogni  altra  furono  le  regole  stabilite 
ed  osservate  da  questo  professore:  noi  rammen- 
teremo alcuni  che  l'hanno  seguito  con  indicare 
i  principali  edilizi  di  loro  invenzione. 

g.  4*  11  Cacialli  moderno  architetto  della  co- 

(a)  Ved.  tav.  CLYI,  mira.  2. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  Vili.  3l7 

rona,che  nel  secolo  XVIII  e  nel   principio  del 
seguente  molto  disegnò  in  architettura,  e  molto 
pose  in  opera  nell'interno  del  palazzo   de'Pitti, 
dimostrò  colTeffelto  quanto  giovassero  a    bene 
oprare  i  precetti  stabiliti  dal  Paoletti  di  lui  mae- 
stro} e  d'allora  in  poi  Parchitettura  ancorché  trat- 
tata da  semplici  e  pratici  capi  maestri  muratori, 
rinunziando  alla  manìa  di  novità  e  varietà, ha  co- 
stantemente seguilo  Io  stile  semplice  e  ben  ra- 
gionalo dell'immortale  suo  istitutore.  Ma  contem- 
poraneamente al  Paoletti  Parchitettura  avea  fatti 
velocissimi  passaggi  verso  la   perfezione  in  molte 
parti  d'Italia,  e  più  particolarmente  a  Roma  per 
l'influenza   del  Devegni,  colla    differenza  che  a 
Roma  studiavasi  d'imitare  al  possibile  la  classica 
antichità,  mentre  il  Paoletti  avea  preso  a  model- 
lo anche  il  Palladio  (9). Giuseppe  Salvetti  era  uh 
sufficiente  architetto  per  la  decorazione,  ottimo 
poi  per  gli  spartimenti  interni  delle  sue  fabbriche, 
come  lo  mostra  ia  facciata  dello  spedale  di  Bonifa- 
zio in  Firenze  (a), eseguita  per  ordine  del  gr.Pietro 
Leopoldo  fino  dal    1787.    Il   suo  stile    decorato 
sente  un  poco  del  tempo  nel  quale  visse,  ma  per 
altro  è  molto  castigato,  ed  ha  delle  masse  piutto- 
sto gravi  e  decorose,  non  avendo  per  anche  sen- 
tita l'influenza  del  gusto  francese,  che  ridusse  la 
architettura  al  gretto  e  meschino.  (Juesti  è    lo 
stesso  architetto  che  per  comando  del  medesimo 
sovrano  eseguì  la  non  spregevole    fabbrica    del 
monastero,  o  per  meglio  dire    conservatorio  di 
Ri  poli  in  Firenze. 

{a)  Ved.  tav.  CLVH,   num.    I. 

a  7* 


3  iS  COSTUMI 

g.  5.  NelT  epoca  indicata,  cioè  nel  1787  fu 
eretto  dai  fondamenti  per  ordine  di  monsignore 
Scipione  de'Ricci,con  disegno  dell'architetto  Ste- 
fano Ciardi  di  Pistoia  il  palazzo  vescov  ile  di  quella 
città,  te  di  cui  comode  scale,  la  sala,  ed  i  nobili 
appartamenti  lo  fanno  distinguere  tra  i  migliori 
del  paese.  Sono  belle  altresì  e  spaziose  le  sale,  i 
corridori  e  le  camere  del  seminario  e  collegio 
pistoiese,  il  disegno  del  quale  è  del  Gricci  fioren- 
tino e  l'esecuzione  di  Giovanni  Forni  pistoiese; 
edilìzio  eretto  per  le  premure  del  sullodato  ve- 
scovonel  1786  (io).  Per  sovrana  munificenza  di 
Leopoldo  I  fu  ricostruito  in  più  vaste  e  regolale 
forme  lo  spedale  di  Colle  alto  presso  la  porta 
nuova  (11).  L'ameno  passeggio  pubblico  in  Siena 
detto  la  Lizza,  anticamente  borgo  con  una  chiesa 
dedicata  a  s.  Prospero,  dei  cui  nome  era  un  ba- 
loardo  disegnato  nel  i5a7  dal  Peruzzi,  fu  pure 
nel  i55i  il  locale,  ove  l'imperatore  Carlo  V  fece 
fabbricare  una  fortezza  atterrata  poi  dal  popolo 
senese.  In  questa  deliziosa  situazione  col  disegno 
di  Antonio  IVIatteucci  fu  fatto  nel  1779  ^  citalo 
passeggio  pubblico,  unito  a  quello  della  disarma- 
ta fortezza,  e  recentemente  abbellito  nella  con- 
giunzione dei  due  arborei  viali  di  una  decorazione, 
e  di  varie  statue  di  plastica  situate  nel  centro  del 
passeggio  e  nel  grande  stradone  (ia). 

g.  6.  Cooteniporaneo  ai  già  nominati  architetti 
Cacialli  e  Salvetti  fu  il  cav.  Giuseppe  del  Rosso, 
eruditissimo  professore,  al  quale  per  mala  sorte 
mancò  l'occasione  d'operare  in  architettura  nella 
nostra  capitale,  ma  frattanto  ne  capitò  una  in  A- 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  Vili.  019 

rezzo,  per  l'esecuzione  della  rinomata  cappella 
della  Beata  Vergine,  recentemente  aggiunta  al 
duomo  di  quella  città,  dove  l'architetto  del  Rosso 
corrispose  pienamente  alla  profondità  del  proget- 
to, non  che  all'alto  grado  di  devozione  per  Maria 
Santissima  che  vi  si  volea  collocare,  ed  egli  di- 
fatti collegò  con  sorprendente  maestrìa  V  archi- 
tettura da  lui  concepita  coll'antica  del  Duomo, 
senza  turbarne  T  armonìa,  per  modo  che  sem- 
bra fatta  contemporaneamente  alla  chiesa  mede- 
sima. Altrettanto  dovette  fare  il  di  lui  genito- 
re Zanobi  del  Rosso  nel  costruire  nel  1772,  Torà- 
torio  e  chiesa  di  s.  Firenze  da  me  qui  riportato  (a), 
poiché  bisognò  che  si  uniformasse  per  amore  ili 
simelrìa  al  disegno  dell'altra  parte  già  architetta- 
ta da  Ferdinando  Ruggeri,  e  che  appartiene  alla 
chiesa.  Col  disegno  del  medesimo  del  Rosso  fu 
condotta  la  facciata  intermedia  del  convento,  la 
costruzione  del  quale  egli  parimente  diresse  (1?»). 
g.7.Gli  architetti  non  solo  erano  impiegati  nel- 
la costruzione  degli  edilizi  sacri,  civili  e  militari, 
ma  venivano  occupali  a  far  disegni  per  teatri  ed 
assistere  alla  loro  edificatoria, poiché  al  tempo  di 
Leopoldo  I,  dice  uno  storico  (14)1  poche  città  di 
Italia  potevano  vantarsi  di  aver  tanti  teatri  quan- 
ti quella  di  Firenze,ed  eran  tanto  frequentati  che 
quel  principe  emanò  nel  1779  un  editto,  in  cui 
restavano  proibiti  tutti  gli  esteri  commedianti. 
Abbiamo  inteso  che  dopo  il  Paolelti  l'architet- 
tura ancorché  trattata  da  semplici  capi  maestri 


(a)  Vcd.  tav.  GLVH,  miro.   2. 


3ao  costumi 

muratori,  era  di  uno  stile  semplice  e  ragiona- 
to (i5),  perciò  io  dò  in  esempio  la  facciata  di  una 
casa  la  più  semplice,  e  nel  tempo  slesso  Ja  più 
proporzionata  che  si  costumava  alla  fine  del  se- 
colo XVIII.,costruita  dai  muratori  della  Toscana 
senza  il  soccorso  degli  ingegneri.  Sia  dunque 
tutta  la  lunghezza  della  facciala  divisa  in  ia  mo- 
duli di  una  giusta  dimenzione,  e  in  questo  caso 
V  altezza,  compreso  lo  zoccolo  e '1  cornicione, 
suoP  essere  di  moduli  otto  della  stessa  misura , 
delle  quali  parti,  tre  se  ne  danno  al  bugnato,  e 
le  altre  cinque  occupano  la  facciala,  compresovi 
il  cornicione  ch'è  sotto  la  gronda  del  tetto.  Dalla 
gran  fascia  che  sovrasta  al  bugnato  fino  al  corni- 
cione, divisone  lo  spazio  in  sei  parti,  se  ne  lascia 
una  che  la  più  bassa  pei  parapetti  delle  finestre, 
al  vuoto  delle  quali  si  danno  due  parti.  I  para- 
petti delle  finestre  che  sono  in  alto  hanno  la 
stessa  misura  di  quei  delle  finestre  di  mezzo,  ec- 
cettuato che  le  prime  sono  quadrate.  Lo  spazio 
del  bugnato  che  è  sopraccaricato  di  larga  fascia, 
qualora  si  misuri  fino  a  terra,è  diviso  in  sei  parti, 
tre  delle  quali,  dopo  le  prime  due  da  terra,  dan- 
no la  misura  e  la  situazione  delle  finestre  del 
pian  terreno,  le  quali  hanno  il  loro  vuoto  dopo 
il  secondo  filare  di  bugnato.  Ogni  restante  di  or- 
nato architettonico  si  vede  nel  disegno  che  io 
ne  riporto  (a). 

g.  8.  Nel  tempo  che  imperava  il  già  lodato 
sovrano  Leopoldo  l  s'inalzò  fra  gli  altri  nostri 

(a)  Ved.  tav.  CLVHI,  omn.   1. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI    PARTE  Vili.  3a  I 

scultori  Ignazio  Spinazzi  romano  di  nascita  e  dì 
scuola,  che  insegnò  l'arte  in  Firenze,  ove  fu  chia- 
mato dal  nostro  principe  per  maestro  di  scultura 
all'accademia  delle  belle  arti.  Egli  appreso  avea 
dal  Maini  discepolo  del  Rusconi,  e  per  consegueip- 
za  era  imbevuto  dei  principii  falzi  e  corrotti  dei 
suoi  tempi,  ma  dotato  dalla  natura  di  molto  gua- 
sto, e  sentendo  assai  ben  le  bellezze  degli  antiche 
le  quali  lornavanoflad  essere  venerate  e  studiale, 
si  ravvicinò  più  d'ogni  altro  suo  coetaneo  al  buo- 
no stile.  A  ciò  lo  aiutarono  moltissimo  le  occa- 
sioni, ch'egli  ebbe  di  restaurare  le  statue  di  pri- 
m'ordine,  che  il  Granduca  ricuperava  dalla  swa 
villa  medicea  di  Roma,  p^r  abbellirne  la  R.  Gal- 
lerìa di  Firenze.  Le  migliori  produzioni  dello  Spi- 
nazzi che  veggonsi  al  pubblico  in  Firenze  sono 
l'Angiolo  sulla  porla  principale  di  s.  Giovanni^  e 
la  statua  che  si  vede  in  s.  Croce  (a)  sul  deposito 
del  Machiavelli:  opere  che  tengono  però  moltissi- 
mo della  maniera  del  secolo  per  gli  spazi  Larghi  e 
stiacciati,  i  pochi  scuri  e  le  pieghe  ricavate  dai 
modelli  di  carta^  ma  non  senza  grazia,  né  qual- 
che sceltezza  di  forine  ,  ed  essendovi  le  cariw 
trattate  con  moltissima  pastosità.  Il  suo  capo 
d1  opera  peraltro  è  la  Fede  colla  faccia  velata  a 
santa  Maria  Maddalena.  Era  pertanto  in  gran- 
dissima voga  il  trattare  su  i  corpi  umani  un 
panno  o  velo  disteso,  superando  così  colla  mec- 
canica dell'arte  la  difficolta  che  il  marmo  pre- 
senta. Questa  fu  una  delle  migliori  cose  prodotte 

(a)  Yed.  tav,  CLVII1,  num.   2. 


$22  COSTUMI 

dallo  scarpello  in  Firenze,  dopo  cessati  i  maestri 
del  buon  secolo,  e  che  non  manca  di  semplicità 
dignitosa,  e  di  un  certo  gusto  di  piegare,  tenden- 
te alle  antiche  maniere  (16).  Le  statue  ed  i  bas- 
sirilievi,  di  cui  va  ornato  Parco  della  porta  a  s. 
Gallo  testé  rammentato  (a),furono  eseguiti  da  di- 
versi artisti  contemporanei,  cioè  Foggini,  Ticcia- 
ti,  blasoni  e  Pia mon tini.  Mancato  alla  scuola  di 
scultura  il  di  lei  maestro  SrJtnazzi,  vi  subentrò 
Giovacchino  Carradori  professore  meo  lodevole 
per  pratica  che  per  teorica  nelfarte  sua.  Difatti 
non  trovano  gl'intendenti  gran  cose  lodevoli  nel 
deposito  da  lui  scolpito  per  Giuseppe  IJencivenni 
Pelli,  un  tempo  esistito  nella  chiesa  cattedrale 
fiorentina;  ma  frattanto  a  lode  di  quest'uomo  si 
legge  un  libro  utilissimo  per  Parte  ch'ei  profes- 
sava, a  cui  dette  il  titolo  distruzione  elementa- 
re per  gli  studi  della  scultura. 

g.  9 .  Chiude  il  secolo  XVIII  il  nobile  depo- 
sito esistente  nella  cappella  della  Madonna  di 
Arezzo  per  il  defunto  monsignor  vescovo  Nicco- 
lò Marcacci,  (a  cui  bella  statua  al  naturale  che 
sopra  vi  riposa  inginocchio  nelPaccennare  pieto- 
samente il  prezioso  simulacro,  è  opera  dell'egre- 
gio scultore  Stefano  Ricci  fiorentino  (i  7),  che  fu 
l'ultimo  maestro  della  scultura  nelP  accademia 
delle  belle  arti  di  Firenze  nel  chiudere  il  1800. 
Con  saggio  avviso  questo  scultore  rappresentò 
in  una  statua  colossale  la  Filosofia  sedente  davanti 
ad  un'ara  sepolcrale,  che  io  riporlo  (Z>),  e  abban- 

(a)  Ved.  tav.  CLV,   num.  2. 

(b)  Yed.  tav.  CLVIII,  num.   3. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  Vili.  32^ 

donata  al  dolore  per  la  morte  di  Pompeo  Signo- 
rini non  timido  amico  del  vero.  Altri  ammira  le 
severe  bellezze  e  la  dignitosa  mestizia  che  si  ri- 
leva dal  nobile  atteggiamento  della  figura;  altri 
il  carattere  e  l'espressione  della  testa,  il  naturale 
e  ben  inteso  panneggiamento,e  vi  ravvisano  gl'in- 
telligenti un  perfetto  disegno,  e  quel  buono  stile 
che  ricorda  gli  aurei  tempi  delibarle.  La  semplice 
composizione  e  i  parchi  ornamenti  accrescon  pre- 
gio alla  statua  che  non  inganna  gli  sguardi  su- 
perficiali sulla  pompa  degli  accessori  (18). 

g.  io.  L'arte  d'incidere  le  pietre  dure,  tanto 
in  intaglio,  quanto  in  incavo,  come  pure  quella 
delle  monete, non  fu  mai  trascurata  iu  Toscana, 
ma  anzi  sostenuta,  giacché  di  queste  ultime  ab- 
biamo un  beli1  esempio  nella  moneta  di  dieci 
paoli  [a),  che  fece  coniare  per  la  prima  volta 
Fiancesco  duca  di  Lorena  e  granduca  di  Toscana, 
la  qual  moneta  fu  detta  Francescone,  dal  nome 
del  di  lei  istitutore.  L'incisore  che  operò  tanto  in 
gemme  che  in  metalli  sotto  il  regno  auslriaco,dal 
nominato  Francesco  fino  circa  1*  anno  1800,  fu 
Luigi  Siries  ch'era  anche  direttore  dei  lavori  di 
pietre  dure  :  ispezione  che  passò  da  lui  ai  suoi 
discendenti. 

g.  11.  Gl'incisori  in  rame,  nell'epoca  di  cui 
si  parla,  giunsero  a  superare  e  vincere  la  resisten- 
za, diciam  così,  del  ribelle  metallo,  facendo  con 
una  punta  d'acciaio  sul  rame,  ciò  che  a  stento 
far  si  può  col  docile  pennello  sulla  carta.  Tanta 

(a;  Ved.   tav.   CXL,  nura.  6. 


324  COSTUMI 

maestrìa  essi  ebbero  nel  ravvolgimento  dei  tagli 
e  nel  vago  loro  parallellismo,  che  giunsero  a  con- 
seguire il  morbido  impasto,  l'effetto  del  chiaro- 
scuro, i  giusti  contorni  e  l'esatta  espressione  di 
varie  qualità  di  drappi  e  di  altri   oggetti  distinti} 
ma  ad  onta  di  tutto  questo  artifizio,  le  opere  lo- 
ro si  risentono  di  una  lai  quale  asprezza  metalli- 
ca^ né  vi  resta  abbastanza  celata  l'immensa  fati- 
ca per  compirle.  L'acqua  forte  in  vece  offriva  un 
certo  piccante  effetto  di  chiarre d'ombre,  ed  una 
certa   spezzatura  ardimentosa,  ma  però  sempre 
mancante  di  morbido  impasto  e  delicatezza.  Pro- 
va di  tal  miglioramento  ne  sia  l'opera  eseguita 
dall'incisore  Giovali  Battista  Gecchi,  contenente 
i  ritratti  degli  uomini  illustri  nelle  tre  arti  so- 
relle, in  confronto  di  quella  àelV  AHegrini  ove 
purson  ritratti  degli  uomini  illustri  toscani  e  dei 
medicei.  IVIa  prima  che  altri  si  additino  in  questa 
settima  ed  ultima  epoca  della  mia  storia,  fa  d'uo- 
po retrocedere  al  maestro  della  scuola  fiorentina 
Carlo  Gregori,  che  insegnava  sul  principio  del  re- 
gno di  Pietro   Leopoldo:  quell'artefice  fu  in  tal 
tempo  incisore  a  bulino,  e  ne  insegnò  l'arte  a  Fer- 
dinando Gregori  suo  figlio,  il  quale  subentrò  in 
qualità  di  maestro  alla  mancanza  del  padre  (19), 
senza  peraltro  che  ne  il  padre,  né  il  figlio  facesser 
cose  da  meritarsi  gran  nome.  Ferdinando  fu  mae- 
stro del  Cecchi,  sostegno  com'io  dissi,  dell'arte 
in  Firenze,  ne  spregevole  in   confronto  de' suoi 
antecessori,  ma  pure  non  abbastanza  lodevole  da 
sodisfare  il  genio  del  granduca  Ferdinando  IIT, 
che  volea  fiorente  nel  suo  stalo  l'incisione  al  pari 


DEI   TEMPI  AUSTRIACI  PARTE   Vili.  3a5 

che  negli  stati  a  questo  limitrofi.  A.  sodisfare  un 
sì  lodevole  genio  fu  invitato  a  risedere  in  Firen- 
Ee  il  celebre  Raffaello  Morghen,  e  quivi  tenere 
scuola  d'incisione^  arte  che  possedeva  in  grado  e- 
minente,  come  lo  mostra  la  cena  del  Signore  con 
gli  apostoli  dipinta  da  Leonardo  da  Vinci  in  Mi- 
lano. 

J.ia.La  pittura  subì  la  sorte  medesima  delle  al- 
tre nobili  arti,  imperocché  restato  il  trono  di  To- 
scana senza  che  sovrano  alcuno  vi  si  assidesse 
personalmente,  attesa  la  morte  di  Giangastone 
decadici,  dovette  per  necessità  decadere  dallo 
usato  di  lei  splendore.  Infatti  languirono  allora 
le  belle  arti  ed  in  particolare  la  pittura,  perchè  i 
di  lei  operatori  più  non  ebbero,  come  pel  passato, 
specialmente  dalla  famiglia  Medicea,  commissioni 
di  quadri  da  ornarne  ville  e  palagi:  più  non  si  é- 
ditìcavano  chiese,  conventi  e  monasteri.,  per  orna- 
re i  quali  vi  sarebbero  abbisognale  delle  pitture, e 
quelli  già  edificali,  come  pure  i  palazzi  di  como- 
de e  private  famiglie  solite  decorarsi  con  pitture 
se  n'erano  esuberantemente  provvisti,molivo  per 
cui  diminuì  non  poco  l'occasione  di  far  quadri: 
i  ricchi  dello  stato  trovandosi  privi  della  presen- 
za del  loro  sovrano  Francesco  duca  di  Lorena,  ed 
aggravati  dalle  regie  regalie  e  gabelle  da  esso 
cedute  agli  appaltatori,  ristrinsero  il  lusso  di  com- 
metter quadri  per  decorare  i  loro  appartamenti} 
ed  i  pittori  non  ebbero  per  quest'arte  Io  zelo  che 
aveano  avuto  per  Io  innanzi,  quando  le  opere 
pittoriche  producr.vano  gloria  e  guadagno:  final- 
mente più  importanti  cure  a  pio  della   Toscana 

St.    Tose.    Tom.   11.  28 


3a6  costumi 

occuparono  la  niente  del  granduca  Francesco.che 
gli  fecer  porre  in  non  cale  i  meno  urgenti  biso- 
gni circa  l'incremento  delle  belle  arti.  Non  è  pe- 
raltro da  dire  che  la  pittura  mancasse  affatto  in 
Toscana,  poiché  la  scuola  fiorentina  continuava 
con  una  successione  di  maestri  in  discepoli  lutti 
nazionali,  senza  che  straniero  alcuno  insegnasse 
in  questa  scuola,  almeno  da  far  epoca. 

g.  i3.  Venuto  a  regnare  in  Toscana  fino  dal 
1765  Leopoldo  I  segnò  un  nuovo  periodo  non 
solo  al  governo  di  essa,  ina  alle  arti  ancora.  La 
reggia  e  le  ville  del  sovrano  furono  abbellite  o 
rinnovate,  e  fra  i  continui  lavori  ove  gareggia- 
rono i  primi  artefici,  la  pittura  venne  acquistan- 
do sempre.  Opportunissimo  le  fu  poi  il  migliora- 
mento della  real  Galleria,  che  recò  seco  e  nuove 
commissioni  ai  pittori  e  nuovi  esempi  di  pittura, 
avendo  il  principe  fatto  rimuovere  dal  museo  ogni 
pezzo  men  buono  e  sostituito  uno  sceltissimo 
numero  di  pregevoli  tele.  Fu  allora  che  quel  prin- 
cipe,geniale  di  belli  oggetti  in  pittura, mostrò  gradi- 
mento di  ricevere  dai  volterrani  il  famoso  qua- 
dro di  Daniele  Ricciarelli,  dove  con  espressione 
mirabile  è  rappresentata  la  strage  degl* Innocenti, 
e  postolo  nella  tribuna  della  galleria  degli  uffizi, ne 
dette  in  contracambio  a'donatori  una  bella  copia, 
che  tutfora  esiste  nella  chiesa  di  san  Pietro  di 
quella  citta.  Fra  i  pittori  che  si  distinsero  in  que- 
st'epoca vi  fu  Tommaso  Gherardi  fiorentino  sco- 
lare del  M  eucci,  che  fatti  i  suoi  studi  anche  nelle 
scuole  di  Venezia  e  di  Bologna  riuscì  valentissi- 
mo nei  bassirilievi  a  chiaroscuro,  dei  quali  ornò 


DEI  TEMPI  ÀUSTRI4.CI  PARTE  Vili.  32,7 

a  fresco  una  gran  sala  della  R.  Galleria  medicea, 
e  molti  dovette  farne  in  tela,  ora  per  l'imperiale 
galleria  di  Vienna ,  ed  ora  per  altri  particolari 
esteri.  Fu  valente  anche  secondo  i  suoi  tempi  in 
istorie  a  fresco}  ne  fece  iu  molti  palazzi  e  ville  di 
nobili  fiorentini,  e  ivi  meglio,  ove  operò  a  suo 
talento  in  età  vegeta  (ao).  i  pittori  Bernardino 
Nocchi  e  Stefano  Tofanelli  lucchesi  furono  tenuti 
in  molla  considerazione.  II  primo  lavorò  nel  palaz- 
zo Vaticano  a  Roma  con  maestrìa,  e  per  avere  stu- 
diato sulle  sculture  greche,  imitò  nel  dipingere  a 
chiaroscuro  lo  stile  dei  bassirilievi  antichi:  l'al- 
tro dipinse  in  Firenze  nel  palazzo  d'antica  abita- 
zione dei  Torrigiani  in  porta  Rossa,  ove  figurò  le 
nove  Muse  con  Apollo;  in  Lucca  la  cappella  a  tem- 
pera di  santa  Anna  in  san  Frediano  appartenente 
alla  famiglia  Bonvisi,  e  nella  villa  ducale  di  Mar- 
lia  (ai).  L'accademia  fiorentina  che  fino  dal  1785 
era  slata  da  Leopoldo  I  quasi  creata  a  nuova  vita, 
fatta  nuova  sede  e  magnitica,rtuovi  maestri  e  nuo- 
vi regolamenti,  ebbe  per  maestro  di  pittura  Pietro 
Petroni  pontremolese, pittore  a  olio  di  qualche  me- 
rito, da  conoscersi  nei  quattro  quadri  ch'ei  fece 
e  mandò  in  sua  patria,  dopo  avere  studiato  in 
Parma  ed  in  Roma.  Stabilitosi  in  Firenze  lavorò 
poco  e  di  malavoglia  per  la  poca  salute  che  aveva. 
Se  il  giusto  pubblico  non  trova  in  lui  un  raro  pit- 
tore, vi  trova  un  maestro  egregio,  dotto  nelle 
teorie,  facondissimo  e  amorevolissimo  nelPinse- 
gnare  ai  suoi  allievi  (22). 

g.  14.  In  aiuto  del  Petroni   fu   aggiunto   per 
maestro  di  disegno  all'accademia  Giuseppe  Piallo- 


328  COSTUMI 

Ji,  il  quale  si  fece  un  nome  non  spregevole  per 
l'invenzione  di  vari  gruppi  d'uomini  e  donne  cor- 
rispondenti ad  alcuni  proverbi,  che  il  volgo  tiene 
in  gran  conto.  [Via  la  sua  bella  opera  eseguita  per 
ordine  della  Corte  austriaca,  oltre  le  altre  che  so- 
no in  santa  Maria  Maddalena  di  Firenze,  fu  la 
invenzione  di  un  disegno  esprimente  la  real  fa- 
miglia di  Pietro  Leopoldo  I,  dove  pose  i  ritratti 
che  al  vivo  avea  fatti  il  pittore  ritrattista  Giusep- 
pe Fabbrini,  uno  dei  migliori  artisti  che  vivesse- 
ro alla  fine  del  secolo  XVIII  e  di  quesf  epoca 
della  quale  scrivo  la  storia,  lo  ne  riporto  una 
copia  fedele  (a),  onde  si  giudichi  di  che  furon 
capaci  i  pittori  di  quel  tempo,  e  qual  fosse  lo  sti- 
le ed  il  gusto  di  comporre  di  que'maestri.  Il  Fab- 
brini fu  pittore  di  merito  come  ne  fanno  fede  le 
pareti  soprapposte  al  coro  della  cattedrale  d'Arez- 
zo  da  lui  dipinte  nel  1791,  e  921.  Quivi  egli  espresse 
in  una  s.  Donato  che  pontitica  e  restaura  prodigio- 
samente un  calice  di  vetro  rottogli  dagli  infede- 
li, e  nell'altra  la  decollazione  dei  due  protomartiri 
aretini  fiorentino  e  Pergentino  (23).Fratlanto  l'ac- 
cademia ebbe  un  ali  ro  aggiunto  per  maestro  della 
pittura  nella  persona  di  Santi  Pacini,  il  quale  si  di- 
stinse per  le  sue  pitture  a  fresco  eseguite  nella  casa 
dei  marchesi  Gerini,  ov«  esistendo  un  tempo  la 
celebre  raccolta  di  quadri  di  tal  nome,  ne  furon 
fatti  di  non  pochi  i  disegni  e  dati  colle  incisioni 
alle  stampe.  Oltre  i  già  nominati  pittori  maestri 
dell'accademia  del  disegno  di  Firenze  accennerò* 

{a)  Yed.  tav.  CLIII. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI   PARTE  Vili.  32-9 

mo  anche  i  seguenti,che  si  distinsero  in  qualche 
parte  nelle  loro  pitture.Domenico  Stagi  di  Firenze 
fu  valente  nel  dipingere  architetture  e  prospettive, 
come  si  può  vedere  nella  chiesa  del  Cannine  di 
quella  città.  In  quel  tempio  vi  son  pure  varie  ta- 
vole dipinte  da  Francesco  Gambaceiani  fiorentino^ 
lavorate  con  ottimo  disegno,  morbidezza  e  viva- 
cità nel  colorito,  con  disposizione  ed   invenzione 
accompagnate  da  lutti  i  precetti  delfarle.  Gesual- 
do Ferri  e  Giuliano  Traballesi  furou  pittori  fio- 
rentini non  spregevoli,  il  primo  per  le  pitture  da 
esso  eseguite  alla  villa  del  Poggio  imperiale,  ed 
una  tavola  esistente  in  s.  Firenze}  Tal tro  per  aver 
dipinto  l'oratorio  di  detta  chiesa,  una  serie  di 
tavole  sacre  per  la  città  di  Bologna  e  la   Maria 
Vergine  con  Gesù  Bambiuo  in  san  A.ndrea  a  Sie- 
na (24).  Molte  sono  le  pitture  eseguite  da  Giusep- 
pe Romei  fiorentino    e  in  sua  patria  e  in  altre 
parti  della  Toscana}  ma  il  suo  nome  si  fece  noto 
non  tanto  per  le  pitture,  quanto  per  esser  egli 
stato  l'inventore  di  dipingere  sul  panno  bianco 
a  sughi  d'erbe  a  guisa  d'arazzo  (*5).  Gio.  Battista 
Tempesti  pisano  fu  pittore  che  meritò  d  essere 
chiamato  a  dipingere  nel  palazzo  Pitti.  Oltre  i  la- 
vori eseguiti  in  quel  palazzo  vedesi  nell'oratorio 
»H  s.  Vito  a  Pisa  una  di  lui  opera  a  buon  frescone 
forse  la  sua  migliore,  rappresentante  la  morte  di 
s.  Vito  circondato  dai  monaci  di  quell'antico  con- 
vento. Ivi  pure  nell'altare  a  destra  di  chi  emra 
vi  è  un  quadro  esprimente  il  martirio  di  santa  Or- 
sola, ma  delle  prime  cose  di  quell'artista  (26). 
g.  i5.  La  pittura  però  risorse  in  Toscana  per 

28» 


33o  COSTUMI 

le  cure  del  principe  Ferdinando  III,  il  quale  cal- 
cando le  orme  del  padre  ampliò  la  real  Galleria 
e  l'accademia  del  disegno,  e  donò  alla  prima  mol- 
ti quadri,  che  per  opera  dei  cavaliere  Puccini , 
direttore  della  medesima,  furono  disposti  con  sì 
bell'ordine  da  dare  esempio  ad  ogni  altra  galleria. 
Fu  quel  principe  che  olire  i  maestri  stabilì  nella 
accademia  del  disegno  in  Firenze  un  direttore,  e 
la  scelta  cadde  nella  persona  dell'aretino  Com- 
mendator  Pietro  Benvenuti,  essendo  conosciuto 
il  di  lui  raro  merito.  Questi  affidato  alle  cure  dei 
maestri  Petroni  e  Pacini  si  distinse  ben  tosto  tra 
gli  alunni  dell'accademia  di  belle  arti.  Recatosi 
a  Roma  nel  1788  potette,  già  destro  nell'arte  pit- 
torica, attendere  a  darle  quella  perfezione,  a  cut 
giunse  in  ultimo  per  lo  studio  e  contemplazione 
di  quei  sommi  capi  d'opera.  Tra  i  lavori  dal  no- 
stro Benvenuti  eseguiti  fu  opera  singolare  della 
sua  gioventù  il  martirio  di  s.  Donato,  che,  a  bella 
posta  dipinto  per  ordine  del  vescovo  d'Arezzo, 
venne  nell'anno  1794  ad  abbellire  ed  accrescere  il 
lustro  di  quella  cattedrale  già  ricca  di  pregevoli 
monumenti.  Grande  fu  il  successo  di  quesf  opera 
che  l'artista  condusse  a  termine  nell'età  di  24 
anni.  Io  ne  riporto  la  stampa  (a)  onde  far  veder 
al  mio  lettore  quanto  la  pittura  migliorasse  per 
le  cure  e  studi  di  quell'esimio  artista,  ed  infatti 
nulla  fu  omesso  onde  rendere  una  tal  composi- 
zione oltremodo  interessante.  Bello  è  il  contra- 
sto in  che  si  vedono,  tanta  n'è  varia  l'espressione 

(a)  Ved.   tav.  CLIX. 


DEI   TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  Vili.  33 1 

delie  fisonomie,  il  volto  più  che  umano  del  santo 
vescovo  patrono  di  Arezzo,  e  quei  terribili  dei 
carnefici  che  van  preparando  e  ne  minacciano  lo 
irreparabile  sacrifizio.  L'oscurità  del  carcere  tene- 
broso che  principalmente  campeggia,  di  poco  in- 
terrotta da  pallido  raggio  di  luna,  e  da  barlume 
di  fiaccola  che   traluce  dalia  mano  di  un  mani- 
goldo, serve  con  mirabile  artifizio  a  porre  in  mag- 
giore evidenza  la  figura  genuflessa  della  sacra  vit- 
tima splendente  della  molta  luce  che  riceve  dallo 
allo,  ove  aleggiano  con  simboli  acconci  due  se- 
rafini che  chiudono  il  quadro.  In  seguito,  cioè  in- 
torno al  i8oo,dipinse  il  Bevenuli  i  due  loda t issi- 
mi   quadri   rappresentanti  l'uno  il    martirio  del 
beato    Alliata  esistente   nella  chiesa   primaziale 
di  Pisa,  l'altro  la  Giuditta  trionfante  che  ammi- 
rasi tuttora  in  Arezzo  nella  cappella  posto  a  di 
contro  di  altro  quadro  di  egual  grandezza  TAbi- 
gaille  ai  piedi  del  re  David}  lavoro  mollo  pregiato 
del  pittore  Sabatelli  fiorentino  attuai  direttore 
dell'accademia  di   Milano  (27)  Di  altre  opere  di 
esso  Benvenuti,  benché  molte  e  piene  di  merito, 
pure  non  ne  facciamo  qui  motto  perchè  eseguite 
dopo  il  1800. 


NOTE 

(1)  VJuide  de  la  ville  de  Florence,  avec  la  descri- 
ption  de  la  Galene  et  du  palais  Pitti. (2)  Del  Rosso,  Una 
giornata  d'istruzione  a  Fiesole.  (3)  Grassi,  Descrizione 


33a  costumi 

storica  ed  artistica  di  Pisa,  part.  li,  sez.  n,  pag.  96  e 
225.  (4)  Guide  de  la  ville  de  Florence  cit.  (5)  Firen- 
ze antica  e  moderna  ,  voi.  in  ,    pag*  238.  (6)  Ioghi* 
rami,  Notizie  biografiche  del  prof.  Giuseppe  del  Ros- 
so. (7)  Follini  ,  Elogio  di   Niccolò   Gaspero  Paoletti 
architetto  fiorentino.  (8)  Guide  de  la  ville  de  Floren- 
ce cit.  (9)  Inghirami  cit.  (10)  Tolomei,  Guida  di  Pi- 
stoia pag.  122.   (11)  Repetti,  Dizionario  storico  geo- 
grafico della  Toscana  articolo  Colle.   (12)   Guida   di 
Siena  pag.  186.  (13)  Tartini,  eRidolfi,  Notizie  e  Gui- 
da di  Firenze,  pag.  402.  (14)   Descrizione  istorica   e 
critica  dell'  Italia,  voi.  in  ,  §.  lxx.  (15)  Ved.  J.  3. 
(16)  Cicognara,  storia  della  scultura,  tom.  ni,  pag. 
102.  (17)  Memorie  storiche   per  servire  di   guida  al 
forestiere  in  Arezzo.,  pag.   93.  (18)  Gonnelli,  Monu- 
menti sepolcrali  di  Toscana  j  p.  23.  (19)  Gori  Gan- 
dellini  ,  Notizie   istoriche  degli    intagliatori,    articoli 
Gregori  e  Cecchi.  (20)  Lanzi,  Storia  pittorica  d'Ita- 
lia, voi.   I.  scuola  fiorentina.   (21)  Notizie  di  pittori, 
scultori  ed  architetti   lucchesi.   Stanno  nelle  memorie 
e  documenti  per  servire  alla  storia  del  ducato  di  Luc- 
ca,  voi.  vili,  pag.  174.  (22)  Lanzi  cit.  (23)  Memorie 
storiche  di  Arezzo  citate.  (24)  Guida  di   Siena  cit.  p. 
1 88.  (25)  Orlandi.,  Abbecedario  pittorico,   part.   li, 
ai  nomi   respettivi.  (26)  Grassi  cit.  part.  u,     sez.  n, 
pag.  93.  (27)  Faleni,  Cenni  biografici  del  pittor  Pie- 
tro Benvenuti. 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  333 

PARTE     NONA 
SCIENZE 


g.  i.  li  ei  tempi  che  imperavano  in  Toscana  i 
sovrani  di  casa  d'Austria  non  cessarono  di  fiorire 
in  questo  paese  gli  studi  teologici  in  generale,  e 
già  in  Italia  si  continuò  con  particolare  ardore 
lo  studio  delle  lingue  orientali  e  della  ermeneu- 
tica: si  ridusse  la  teologìa  dogmatica  ai  veri  suoi 
principii,  alle  fonti  più  pure  ed  ai  soli  trattati  più 
opportuni:  si  coltivò  grandemente  lo  studio  della 
sacra  scrittura  e  quel  delle  opere  de'santi  padri, 
de'quali  in  Toscana  si  adornarono  o  si  riprodus- 
sero le  migliori  edizioni.  Una  sicura  testimonianza 
della  pratica  di  tali  studi  in  Toscana  posson  es- 
sere i  numerosissimi  autori,  scrittori,  compilatori, 
commentatori  e  traduttori  di  tali  materie,  parte 
de'quali  trovatisi  accennali  nella  biografia  stori- 
ca della  Toscana  aggiunta  a  quest'opera.  Molti 
ingegni, forse  per  disavventura,  occuparonsi  delle 
questioni  già  suscitate  anteriormente  al  dominio 
degli  austriaci  fra  noi,  e  male  a  proposito  com- 
preso sotto  il  nome  iusigniticanledi^ia/if e^iV/no^ 


334  cosi  a  mi 

ma  da  quelle  lotte  polemiche,  spinte  soventi  volte 
con  troppo  ardore,  scaturire  si  videro  lumi  pre- 
ziosi intorno  al  diritto  pubblico-ecclesiastico,  in- 
torno all'antica  disciplinale  intorno  a  molti  punti 
giurisdizionali  (i). 

§.  a.  Quello  che  della  teologìa  si  è  detto  può 
in  parte  applicarsi  alla  filosofia  speculativa,  la 
quale  parimente  inceppata  dai  metodi  e  dalle  for- 
me peripatetiche,  non  presentava  sovente  nelle 
scuole  se  non  un  complesso  d'intralciati  ragio- 
namenti, di  spiegazioni  barbare,  di  vocaboli  e  di 
distinzioni  per  la  maggior  parte  fallaci.  Dall'an- 
tica veste  logra  e  sparuta,  dice  un  moderno  scrit- 
tore, spogliossi  anche  la  giurisprudenza:  liberata 
dalle  vane  circolazioni  e  dal  prestigio  dell'auto- 
rità dei  dottori,  si  ridusse  all'esame  ragionato,ed 
alla  chiara  esposizione  delle  antiche  leggi,  accom- 
pagnata sovente  dai  lumi  preziosi  della  critica  eru- 
dizione e  della  storia.  Si  moltiplicarono  in  questo 
secolo  ultimo  della  mia  opera  scrittori  in  ma- 
teria di  geografia,  di  cronologìa,  di  storia,  di  me- 
dicina} ma  forse  più  glorioso  riuscirà  alla  Toscana 
il  rammentare  non  solo  la  società  botanica  eret- 
ta in  Firenze  circa  il  1 780  a  comodo  e  benefizio  di 
quella  scienza  (2),  ma  i  numerosi  ed  utilissimi  la- 
vori, coi  quali  promossero  in  tutto  il  secolo  i  pro- 
gressi della  erudizione,  della  filologia,  delParcheo- 
logìa,e  non  solo  nuovi  lumi  portaronsi  sugli  antichi 
monumenti,  non  solo  di  copiose  illustrazioni  ar- 
ricchironsi  i  classici  greci  e  latini,  de'quali  nuove 
opere  preziosissime  dagP  italiani  si  pubblicarono, 
tolte  a  gran  fatica  dagli  antichi  codici  e  dai  pa-> 


DEI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  IX.  33£ 

limpsesti,  ma  si  additò  ancora  il  vero  metodo  di 
istituire  quelle  ricerche,  e  di  progredire  nelle 
medesime,  e  nuove  vie  e  nuovi  campi  si  aprirono 
agli  eruditi  dell'Europa. 

§.  3.  Francesco  duca  di  Lorena  contribuì  mollo 
per  fincoraggimento  delle  scienze ,  poiché  per 
di  lui  cura  fu  istituita  nello  spedale  di  Orbe- 
tello  'in  Firenze  la  prima  cattedra  di  ostetricia 
per  servire  di  scuola  alle  levatrici.  Accordò  di 
aprire  in  Livorno  un  istituto  per  la  educazio- 
ne delle  femmine;  la  fondazione  di  un1  accademia 
di  belle  lettere  in  Pistoia,  ed  altre  non  poche  di 
simil  genere  (3).  Nel  1778  furono  istituite  in  Fi- 
renze da  Pietro  Leopoldo  quattro  scuole  pubbli- 
che e  gratuite,  dette  normali,  una  per  quartiere, 
onde  provvedere  all'educazione  ed  al  buono  in- 
dirizzo delle  zittelle  nella  città  di  Firenze,  e  di 
quelle  in  specie  che,altesa  la  loro  miseria,  incuria 
o  mancanza  de'genitori,  sono  le  più  trascurate  e 
meritevoli  di  maggiori  riguardie  provvedimenti. 
Un  anno  dopo  istituì  pure  quattro  scuole  comuni- 
lalive.una  per  quartiere,a  vantaggio  dei  figlioli  dei 
poveri  e  degli  artigiani.  Fino  dal  17S1  sor»  man- 
tenute dalla  comunità  di  Firenze  (4).  Per  ordine 
pure  del  nominalo  principe  furono  istituite  in 
Pistoia  le  scuole  dette  regie  per  le  povere  ragaz- 
ze della  città  e  contado,ove  vengono  istruite  nel- 
la pietà  e  nei  lavori  convenienti  al  loro  stato  (5). 
g.  4.  La  musica,  beli1  arte  indigena  d*  Italia, 
andò  sempre  migliorando,  poiché  trovò  nuovi 
soccorsi  e  dal  perfezionamento  dei  metodi  per 
insegnare,  e  dalla  molliplicità  degli  stabilimenti 


336  costumi 

ed  in  séguito  delle  calcografie,  le  quali  hanno  fa- 
cilitata la  propagazione  delle  composizioni  musi- 
cali d'ogui  genere.  Ed  infatti  sotto  il  governo 
francese  fu  stabilito  in  Firenze  air  accademia 
delle  belle  arti  un  istituto  di  musica  coi  respel- 
tivi  maestri  (6^).  Non  vi  raancaron  soggetti  i  quali 
non  si  distinguessero  in  quest'arte,  ed  i  nomi  di 
un  Mosel,  di  un  Nardini,  di  uno  Sborgi  e  di  vari 
altri  fan  fede  che  la  musica  non  fu  mai  trascura- 
ta nella  Toscana.  Il  Dupaty  parlando  della  Goril- 
la celebre  improvvisalrice  toscana,  così  si  espri- 
me rapporto  amabilità  del  Cardini  nel  suonare  il 
violino  „  LaCorilIa  ha  pregato  il  signore  Nardini 
il  più  famoso  suonatore  dell'  Italia  d'incantarci 
col  suo  violino.  Il  suo  strumento  è  di  una  voce 
veramente  soave  ed  unica,  la  quale  ha  toccato 
così  dolcemente  le  nostre  orecchie  per  modo,che 
noi  siamo  restati  stupefatti  e  toccati  da  estremo 
piacere  (7)  „. 

J.  5.  Il  secolo  decimoltavo  fu  per  la  Tosca- 
na nonché  per  l'Italia  tutta  un  secolo  di  riforma 
in  molte  cose  concernenti  il  culto  esterno,  ban- 
dite essendosi  le  superstizioni,  e  conservata  la 
purità  della  religione:  un  secolo  di  perfezionamen- 
to della  legislazione,  ridotti  essendosi  a  codici  ed 
a  leggi  generali  gli  statuti  particolari,  e  a  forme 
più  semplici  i  giudizi}  un  secolo  di  gentilezza  a  ri- 
guardo dei  costumi,  raddolcite  essendosi  le  ma- 
niere ed  anche  gli  spiriti  senza  discapito  delPanti- 
co  valore}  un  secolo  di  magnificenza  per  le  istitu- 
zioni numerose  ed  importantissime  fatte  o  mi- 
gliorate a  vantaggio  della  umanità,  ad  incremento 


DFI  TEMPI  AUSTRIACI  PARTE  IX.  3*7 

*l<*l!a  beneficenza  e  pubblica  istruzione:  uu  secolo 
di  lumi  pel  felice  impulso  dato  agl'ingegni,  pel 
promosso  collivameiilo  delle  scienze,  delle  arti 
e  delle  più  utili  cognizioni,  per  V  emancipazio- 
ne delle  teologiche  e  filosofiche  discipline  dalle 
sottigliezze  scolastiche,  per  una  più  estesa  appli- 
cazione delle  matematiche  e  delle  scienze  natu- 
rili, anche  alle  arti  meccaniche^per  alcune  granili 
scoperte  nella  fisica,  per  la  filosofia  introdotta 
nella  giurisprudenza ,  pel  miglioramento  della 
letteratura  portato  da  un  più  attento  studio  dei 
grattiti  modelli  dell'antichità,  per  il  ritrovamento 
e  T  illustrazione  di  nuovi  preziosi  monumenti, 
per  la  felice  associazione  degli  scienziati  e  degli 
artisti,  per  nuove  opere  insigni  dell'arte,  e  final- 
mente per  gli  studi  di  molti  particolarmente  ri- 
volti alla  storia,  alla  teoria  ed  alla  filosofia  del- 
l'arte medesima  (8). 


NOTE 

(1)  Dossi,  Storia  d'  Italia  antica  e  moderna,  voi. 
xi\,  lil>.  vi,  cap.  xx,  §.  8.  (2)  Descrizione  istori ca 
e  critica  dell'Italia,  toin.  iv,  §.  IX.  (3)  Ferrini,  Com- 
pendio della  storia  di  Toscan.i,  epoca  vi,  $.  3.  (4)  IU- 
dolli  •Tortini  .  Notizie  e  guida  di  Firenze  c;»p.  iv. 
(5)  Tolomei,  Guida  di  Pistoia,  pag.  52.  (6)  Ridolli  e 
Tartini  e  il.  (7)  Dupaty  ,  Lettres  sur  l'Italie  ,  leltie 
29  Florence.   (8)  Bossi  cit. 


FtJE  DEL  TOMO  XI    E  DELL1  tPOCA   VII. 


SU   Tose.   Tom.  11.  29 


mo  s.    .;>*< 


TAVOLA  SINOTTICA 

DELI/  EPOCA    VII 
Tomo    xi. 


GEOGRAFIA 


g.    i .  O  tato  della  Toscana   aW  incomin- 
ciare degli  austriaci    .         « 
a.  Divisione  dello  stato  senese    . 

3.  Riforma  dello  stato  fiorentino. 

4,  5,  6,  7  e  8.  Sua  divisione. 
9.  Divisione  governativa  della  provin- 
cia superiore  di  Siena .         .         „     i3 

10.  Governatori  primari  del  governo  to- 

scano e  suddivisioni  del  suo  ter- 
ritorio .         .         .         .         .         »     1 5 
ir.  Arcivescovi  e  vescovi       .         .         »     ivi 

1 1.  Giurisdizioni  parziali  spirituali  del- 

la Romagna  sulla  Toscana.         „     16 

i3.  Popolazione  della  Toscana      .         „     17 

Rote „     ivi 


Pag. 

5 

» 

6 

8  e 

7 
4 

34o 


3* 


AVVENIMENTI  STORICI 

CAPITOLO  I. 

i.  Tranquillità  della  Toscana*    .   Pn 

a.  Francesco  Stefano  di  Lorena  gran- 
duca di  Toscana  *         .         .         ,r     20 

3.  Pretenzioni  del  principe  dei  Medici 

su  i  beni  allodiali         -        *         „     ai 

4   Pubblico  ingresso  del  granduca  in 

Firenze         .         .  .         .  „     2a 

5.  Ossequi  delle  città  prestai  i  al  gran- 
duca       „     a£ 

6  Cure  dì  Francesco  per  estinguere  il 

debito  pubblico     ,         k         .         w     24 

7.  Consigli  di  stato      .         .         .         „     2S 

8.  Leggi  su  i  luoghi  di  monte       ♦         w     26 

9.  Appalti  di  finanze  .         „         .         »     ivi 
1  o.  Protezione  accordata  aW  agricoli  u- 

ra> y>      27 

11.  Maria  Teresa  granduchessa  di  To- 

scana sale  sul  trono  d' Austria.    9,     29 

12.  Terribile  inondazione  dell'  Arno.      „     3  o 
i3.  Istituzione  della  camera  granduca- 

le  .  .  .  »  .  .  »  ivi 
i4-  Diminuzione  dei  giorni  festivi.  „  3-» 
i5.  Sbarco  delle  truppe  napoli-spane  in 

Toscana        .         .         .         .         »     ivi 

16.  Incoronazione  di  Maria    Teresa  in 

regina  d^Un  gerla  e  di  Boemia.      „     33 

17.  1  napoli-spani   in   Genova    e    nella 


34l 

Garfagnana.         .         .         .    Pag.  33 
g.  18.  Provvedimenti  per   la   coltivazione 

della  Maremma  senese.  .  „  35 
19.  Dei  fdecommissi  .  .  .  ?,  ivi 
ao.  Statistica  ordinata  da  Francesco.  „  36 
ai.  Riforma  dell' ^orologio  .  .  „  38 
aa.  Regolamenti  per  la  nobiltà  .  „  ivi 
a3.  Trattati  fra  la  Toscana  ed  altre  po- 
tenze      „  09 

a4«  //  maresciallo  Botta  eletto  governa- 
tore di  Toscana    .         .         .         »  4° 
a5.  Spaventosa  inondazione  del  i;58.   „  41 
a6.  Pietro  Leopoldo  destinato  granduca 

di  Toscana   .         .         .         .         „  4 3 
a  7.  Morte  del  granduca  Francesco.       „  45 
a 8.  Piaggia  del  granduca   Pietro  Leo- 
poldo e  della  moglie  verso  la  To- 
scana   .         .         .         .         .         „  ivi 
Mote „  47 

CAPITOLO    li. 

g.    t.  Ingresso  dei  reali  sovrani  in   Firen- 
ze  „     48 

a.  Nomina  delle  cariche  di  corte.         „     49 

3.  Primi  atti  di  clemenza  del  grandu- 

ca   „  ivi 

4.  accademia  di  s.  Luca      .         .  „  £0 

5.  Riforma  delle  leggi  .         .         .  „  5 1 

6.  Giuramento  di  fedeltà   prestato  al 

granduca      .  .  .  .  „     5a 

7.  tfefl/  marina  di  Livorno    .         .         „     53 

29* 


34  * 

}.    8.  Disposizioni  del  sovrano  contro  la 

carestìa         ....    Pag.  54 

9.  Strada  pistoiese,  e  strada  nuova.    „  55 

10.  Dimissione  del  maresciallo  Botta    „  56 

11.  Nascita  di  Maria  Teresa  figlia    di 

Pietro  Leopoldo  .         .         .         »  57 

12.  Viaggi  del  granduca  perla  Toscana,  ivi 
i3.  Varie  rijorme  nel  governo        .         „  5& 

14.  Biforme  sulle  leggi  annonarie.         „  60 

1 5.  Viaggi  dei  sovrani    .        .        .         „  6 1 

16.  Facilitazioni  del  commercio   intro- 

dotto nello  sfato  .         .         .         „  62 

17.  Permanenza  del  granduca  col  fra- 

tello in  Roma        .         .         .         „  65 

18.  Concessione  gratuita  dei  terreni  pa- 

ludosi ai  coltivatori     .         .         „  64 

1 9.  Miglioramento  della  Vài  di  Chiana.,,  65 

20.  Protezione  dal  sovrano   accordata 

alle  lettere  ed  arti         .         .         »  66 

21.  Varie  leggi  sulle  mani  morte  .         „  ivi 

22.  Udienza   del    sovrano   accordata  ai 

suoi  sudditi  .         .         .         .         w  67 

2?.  Regolamenti  sul  debito  pubblico.     „  68 

24.  Variazioni  di  magistrati.         .         „  ivi 

25.  Libertà   aumentata   del   commercio 

fr  amen  far  io .         .         .         .         «  69 

26.  Unione  della  biblioteca  Palatina  al- 

la Ma  gì  iabe  chiana        .         .         „  70 

27.  Disposizioni  relative  ai  tribunali.    „  ivi 

28.  Flotta  russa  stanziata  in  Livorno  „  72 

29.  Regolamenti  favorevali  al  commer- 

cio         „  ;3 


343 

g.  3o.  Soppressione  dei  Gesuiti         .    Pag.  7 3 

3i.  Falere  della  marina  toscana  .         „  74 

3a.  ^/'r/  regolamenti  governativi  .         #  75 

33.  Erezione  della  Specola^  e  vendita  di 

Careggi                                            „  76 

34.  Regolamenti  per  gli  ecclesiastici.    „  77 

35.  Nuovi  regolamenti  a  vantaggio  dei 

sudditi.         .         .         .         .         »  78 

36.  Piaggio  dei  R.  sovrani  a  Vienna.     „  79 

37.  Altri  regolamenti  commerciali.        „  8 1 

38.  Medaglia  coniata  in  onore  del  gran- 

duca       a  82 

39.  Altri  regolamenti  ecclesiastici.        „  83 

40.  Seguono  le  disposizioni  a  favore  dei 

toscani.  .  .  .  .  „  84 
4  1.  Soppressione  ed  innovazione  di  varie 

magistrature         .         .         .         „  86 

42.  Seguono  altre  innovazioni        .         »  87 

43.  Delle  inumazioni  dei  cadaveri.         „  ivi 
44-  Neutralità   per   la    guerra    tra    la 

Francia  e  l'Inghilterra  .  »  ivi 
45.  Articoli  di  pace  fra  la  Toscana  e  lo 

impero  del  Marocco              .         »  88 

4fr.  Permanenza  di  Leopoldo  in  Vienna.  89 

47.  Seguono  altre  disposizioni  governa- 

tive       .......  90 

48.  Definizione  d'i  confini  (hi  grandu- 

cato e  dello  stato  ecclesiastico.     „  92 

49.  Soppressione  ti  Ila  badia  di  s.  Bar- 

tolommeo  di  Fiesole     .         .         „  ivi 

50.  Altri  regolamenti  ri  guardanti  il  com- 

m<  r<  io              ......  93 


344 

g,  5*.  Pubbliche  istruzioni  medico-chirur- 
giche      Pag.     94 

5a.  Nuovi  progetti  presentati  al  gran- 
duca relativi  al  commercio  .         „     95 

53.  Istruzioni  per  gli  ecclesiastici.       „     96 

54.  abolizione  delle  truppe  di  linea.      „     98 
So.  Istituzioni  di  cattedre    scientifiche 

e  letterarie  .         ,         ,         .         53  ivi 

56.  Consigli  suntuari     .         .         .         „  99 

57.  Istituzione  delle  comunità        .         „  iuo 

58.  filtri  regolamenti  per  il  commercio.  101 

59.  Istruzioni  per  i  tribunali  criminali.^  102 

60.  féltri  regolamenti  ecclesiastici.    .    „  io£ 

61.  Soppressione  del  tribunale  deW  in- 

^  quisizione     .         .         *         .         „  io5 

62.  Soppressione  di  varie  congregazio- 

ni ecclesiastiche  e  di  laudesi.       „     ivi 

63.  Regolamento  sopra  il  metodo  disep- 

pellire i  cadaveri.         .         :         „  106 
64-  Accordo  fra  i  sovrani  di  Toscana  , 

Mantova  e  Milano         .         .         »?     ivi 

65.  Regolamenti  per  V  accademia  delle 

belle  arti  .        .         .         „  107 

66.  Incremento  deW  accademia  Fioren- 

tina      .         .  .         .         »     ivi 

67.  Riunione  di  varie  porzioni  di  diocesi 

della  Romagna  colla  Toscana.      „   108 

68.  Istituzione  delle  compagnie  di  cari- 

tà  „   109 

69.  Codice  criminale     .         .         .         „   no 

70.  Provvedimenti  per  T educazione  del- 

la gioventù    .         .         .         .         Jf  iti 


345 
J.  71.  Modestia  del  granduca  circa  gli  o- 

nori  esibitigli         .         .         .    Pag.   j  j  2 
yi.  Diminuzione   delle  famiglie    nobili 

lucchesi         .         .         .         .         „  1 1 3 
7$.  Provvedimenti  presi  contro  tal  di- 

minuzione      .         .     \s^  e     .         w  114 
74-  Condotta  del  senato  lucchese  verso 

^imperatore  d^  Just  ria.      ol  v:     „  1 1 5 

75.  Affrancazione  della  tassa  di  reden- 

zione^ e  luoghi  di  monte        .         99    116 

76.  Sulle  vestizioni  ecclesiastiche.         „   117 

77.  Dei fidecommissi      .         .         .         „   118 

78.  Scoprimento  delle  sacre  immagini.»   119 

79.  Denaro  dato  in  prestito  dalla  repub- 

blica lucchese  aWimperatore       „   lao 

80.  Reggenza  in   Toscana    per    Pietro 

Leopoldo       .         .         .         .         ^   121 
%\.  Conto  reso  da   Pietro  Leopoldo  al 

pubblico  intorno  le  finanze  .         „   122 
8a.  Ferdinando  III  eietto  a  governar  la 

Toscana         .         .         .         .         „   ia3 
Note.         .         .         .         .  .         .         „   ia5 

CAPITOLO   III. 

J.     1.  Venuta  di  Ferdinando  in  Firenze.  „   127 
a.  Morte  di  Pietro  Leopoldo         .         M   129 

3.  Sue  deliberazioni  vantaggiose  a'suoi 

sudditi „     ivi 

4.  Istituzione  dell 'archivio  diplomatico.   1 3 1 
ò,  f>.  7,  8  e  <).  Ili'  j, Ungo  (h-ìle  salutevoli 

operazioni  di  Leopoldo.       n   ij3  e  sg. 


346 

g.  ia.  Prime    operazioni  di   Ferdinando 

III  ....  Pag.  i38 

ii.  Neutralità  di     Ferdinando  tra  la 

Francia  e  V Inghilterra  .  „  i$9 
ia.  //  granduca  è  il  primo  a  riconosce- 
re la  repubblica  francese  .  »  i4° 
i3.  Condotta  politica  del  granduca,  „  141 
14.  La  Toscana  occupata  dagli  inglesi.»  ivi 
i5.  Propensione  di  Ferdinando  per  la 

Francia  „  i43 

16.  Il  Carletti  inviato  dal   granduca  a 

Parigi  .        .         .  .         ,,144 

17.  Trattato  di  pace  fra  la  Toscana  e  la 

Francia         .         .  .         „  145 

18.  Il  Carletti  di  nuovo  inviato  a  Parigi.   147 

1 9.  Don  Neri  Corsini  inviato  in  Francia 

in  luogo  del  Carletti     .         .         „   148 

20.  Progetto  di  Bonaparte  di  passare  in 

Toscana  „  149 

ai.  Entra  in  Pistoia  >  .  .  »  i5o 
aa.  Livorno  occupato  dai  francesi.  „  i5i 
a3.  Bonaparte  in  Firenze  .  .  „  1&2 
a  4»  P ortoferraio  occupato  dagli  inglesi.  1 54 
a5.  /  lucchesi  ingannati  da  un  incognito 

francese        .         .         .        .         ,,   i55 
a6.  Progetti  di  permuta  della  Toscana 

con  altri  stati       .         .         .         „   157 
a 7.  I  francesi  nel  territorio  lucchese.  „     ivi 
a  8.  Evacuazione  dei  francesi  da  Livor- 
no.       ...         •         .         „   159 
39.  Cautele  di  Ferdinando  nel  punire  al- 
cuni facinorosi     .        I         .         n  161 


347 

g.  3o.  Pio  VI  nella  Certosa  presso  Firen- 
ze  Pag.  i6a 

3 1.  Combattimento  dei  napoletani  e  fran- 

cesi presso  Toscanella.         .         „   i63 

32.  Arruolamento  militare  ordinato  dal 

granduca      .        .         .         .         ♦,  164 

33.  Contribuzioni  dai  lucchesi  pagate  ai 

francesi         .        .         .         .         „  i65 
34*  I francesi  a  Montignoso  presso  Luc- 
ca  „  ,66 

35.  Altre  contribuzioni  dai  lucchesi  pa- 

gate ai  francesi  „   167 

36.  Negativa  data  alla  richiesta  di  nuo- 

ve contribuzioni    .         .  .         ,,168 

37.  Truppe  di  Macdonald  in  Italia.       „   169 

38.  Estorsioni  di  contante  dal  Serrurier 

fatte  ai  lucchesi  .         .         .         9?   1 7 1 

39.  Umiliazioni   sofferte  dai  lucchesi.    „  172, 

40.  Riforma  del  governo  in  Lucca  fatta 

dai  senatori ,         .         .         .         »   174 

4 1.  Mira  riforma  del  Serrurier  .  '  „  175 
4 a-  Articoli  di  questa  riforma  .  ,,176 
43.  Miseria  di  Lucca  .  .  .  „  177 
44-  Ultima  rovina  del  tesoro  lucchese.  „  178 

45.  /  tedeschi  a  Lucca  .        .         .         „  1 79 

46.  Artiglieria  di  Lucca  presa  dafran- 

cesi „  180 

47.  Denaro  dai  lucchesi  pagato  ai  fran- 

cesi e  tedeschi      .         .         .         w   1 8 1 

48.  Ripristinazione  del  governo  aristo- 

cratico in  Lucca  .        .         .         »  182 

49.  Pretesti  defrancesi  per  occupar  la 


348 

Toscana        ....    Pag.  i83 
J.  5o.  Ferdinando  costretto  dai  francesi  a 

partire  da  Firenze        .         .  „  t84 

5 1.  Governo  provvisorio  in  Firenze.       „   1 85 
5a.  Albero  della  libertà  piantato  in  Cor- 
tona    .         „         ,         .         ,         M   186 

53.  Sollevazione  del  Valdamo       .         „  187 

54.  Sollevazione  in  Cortona   .         .         „     ivi 

55.  Resistenza  dei  cortonesi  ai  poi  lac- 

chi       .....  M    188 

56.  Fatto  <tf  arme  /r#  /  pollacchi  ed  i 

cortonesi  .  .  .  .  »  190 
bj.  Fortificazione  di  d rezzo.  .  „  191 
58.  Resistenza    degli    aretini   contro   i 

francesi         .         .         .         .         „  192 
5g.  Presidio  francese  scacciato  dai  cor- 
tonesi   .         .         .         .         .         „   193 

60.  Fatti  d'arme  degli  insurgenti.         „   194 

61.  Evacuazione  dei  francesi  dalla  To- 

scana .  .  *  .  .  w  195 
6a.  Portojerraio  e    Livorno    occupato 

dagli  insurgenti    .         .         .         w    197 

63.  Reggenza  pel  governo  toscano    no- 

minata di  Ferdinando  III  .         „   199 

64.  Le  truppe  repubblicane  rientrano  in 

Lucca    ....•„  aoo 

65.  Sollevazione  dei  lucchesi  contro  i 

francesi  „  aoa 

66.  Passaggio  degli  austriaci  per  Luc- 

ca .         .         .         .         .         .         „  ao3 

67.  Bande   di  aretini  scompigliate  dal 

general  Pino.         .         .         .         „     ì  v  i 


349 

J.  68.  Sacco  d'Arezzo         »         »         .   Pag.  ao5 

69.  Murat  in  Toscana  „  ao6 

70.  Nuove  richieste  di  denaro  a  Lucca.  ,,207 

71.  Trattato  di  Campoformio         .         „  ao8 

72.  Za  Toscana  caduta  di  nuovo  in  po- 

tere della  Francia         .         .         w  209 

73.  Congresso  in  Firenze       .         .         „  aio 

74.  Lodovico  I  re  d^Etr 'uria  .         .         „  an 

75.  7Z  Saliceti  in  Lucca  .         .         .         ,  a  114 

76.  //  Baciocchi  sovrano  di  Lucca.        „  a  1 3 

77.  Ritorno  di  Ferdinando  in  Toscana.  w  a  14 

78.  Caduta  di  Napoleone  e  della  repub- 

blica francese       .         .         .         „  ai5 
iVòfe .         •• »  ai  7 

COSTUMI 

PAETE    I. 

AUMENTI  ED  AGRICOLTURA. 

g.    1.  Fitto  dei  toscani       .         . .        .         „  221 
a.  £/>o  rfe/  pàio  55  222 

3.  Progressi  delV  agricoltura    in  To- 

scana   .....,,  aa3 

4.  Affitti w     ivi 

5.  Operazioni  idrauliche  fatte  in  varie 

parti  di  Toscana  .         .         .         „  aa4 

6.  Scolo  delle  acque  stagnanti     .         „  226 

7.  Rotazione  agraria  delle  sementi  in 

Toscana        .  .         .  .         „  228 

8.  Obblighi  del  proprietario  e  del  mez- 
St.  Tose.  Tom.  11.  30 


35o 

zaiolo            t  Pag.  229 

g.    9.  Cibarie  rusticali  „  23o 

iVW »  aS  1 


PARTE  11. 


VESTIARIO 


g.    1.  bestiario  nel  principio  del  governo 

austriaco      .         .        .         .        ,,233 

2.  Altro  vestiario  più  sfarzoso    .         „  234 

3.  Alterazione  di  tale  sfarzo        .        ,,235 
4*  Semplicità   ripresa  nelle   vesti    dei 

cittadini         .         .         .         .         33  236 
b.  Festi  dei  militari  e  dei  contadini   al 
tempo  di  Ferdinando  IJ1    .         „  267 
Note t>         .        »     ivi 

,  PARTE    III. 

USI  DOMESTICI,  CIVILI  E  MILITARI 


g.    1.  Carattere  dei  toscani 


2.  Apparecchio  nel  vitto 

3.  Del  matrimonio 

4.  Cortesìa  delle  cittadine 

5.  Della  milizia    . 

6.  Della  marinerìa, 
y.  Divertimenti  popolari 

8.  Dei  teatri. 

9,  io,  11,  12,  i3  e  14.  Descrizione  delle 

così  dette  feste  di  s.  Giovanni.»  246  e  sg 


»  ^9 


„  240 
»  241 
»  a42 
»  a43 

»  244 
„  ivi 
„  246 


35t 

g.  i5.  Del  bruno.         .         .         .         ,   pa».  z^y 

16  e  17.  Pompa  nei  funerali  .         .         ,,  a59 

i£.  Della  tumulazione    .         .         •         w  261 

iVote 


ivi 


PARTE    IV. 


LINGUA  E  LETTERE 


g.    i.  Depravazione  della   lingua  toscana 

nel  secolo  XVII   .         .         .         „  263 

2.  Rammarico  di  tal  dapravazione.      „  264 

3.  Biblioteca    Magliabechi    aperta    a 

pubblica  utilità     .         .         .         „  26  5 

4.  Soppressione  delV  accademia  della 

Crusca  e  degli  Apatisti        .         „  266 

5.  Ristabilimento  delCaccademìa  della 

Crusca.         é         .         .         .         „  267 

6.  Progresso  dello  scibile  umano.        „  269 
iVo/e „  270 

parte  v. 

RELIGIONE 

g.     t.  Disciplina  ecclesiastica  trascorsa  in 

Toscana        .         .         .         .        w  271 

2.  Progetti  su  di  essa  .         .•        .         „  272 

3.  Riformata  da  Leopoldo  1        .         w  273 

4.  Abolizione  della  inquisizione  .         „  274 

5.  Invito  di  vescovi  toscani  al  sinodo.  „     ivi 

6.  Proposizione  del  sinodo  pistoiese.   „  275 


35a 

J.    7.  Innovazioni  della   disciplina  eccle- 
siastica fatte  da  Leopoldo  I.  Pag.  .277 

8.  Sommossa  in  Prato         .         .         w  278 

9.  Condanna  delle  proposizioni  del  si- 

nodo pistoiese      .         .         .         „  279 
io.  Ristabilimento  di  alcune   discipline 

ecclesiastiche        .         .         .         „  280 

11.  Setta  dei  liberi  muratori.         .         „  281 

12.  Dei  giacobini  .  .  .  .  ,,282 
i3.  Pio  FI  alla  Certosa  di  Firenze, „  „  i?i 
14.  Quietismo  professato  in  Prato.  „  283 
i5.  Passaggio  di  Pio  FU  per  Firenze.»  286 
\&.  Massime  dei  liberi  muratori    .         »     ivi 

JVctfe  ........         »  287 

PARTE  TI* 

LEGISLAZIONE  E  GOVERNO 

g,    1.  Reggenza  per  Francesco  di  Lorena.»  288 

2.  Miglioramento  del  governo       .         „  289 

3.  Vantaggi  di  tal  miglioramento.        „  29 1 

4.  Regolamenti  per  le  cause  civili.       »  292 

5.  Governo  aristocratico  lucchese.      M  293 

6.  Regolamenti  governativi  per  la  Ma- 

remma  ......  29$ 

7.  Regolamenti  per  le  comunità  .        „  297 
jyctfe .         ...         .        *        *        •         »  299 


353 

PAfcTE    VH. 

COMMERCIO,  NAVIGAZIONE  E  MONETA 

g.     i.  Velie  mani  morte     \         .         .   Pag.  3oo 
a.  Vantaggi  arrecati  al  commercio  da 

Leopoldo  I  .         .         .         .         „     ivi 

3.  Gare  (T'industria  agricola        .         „  3oi 

4.  Principali  prodotti  del  territorio  to- 

scano    .        .         .        .  „  3oa 

5.  Commercio  marittimo      .         .  „  3c»4 

6.  Industria  del  popolo  toscano  .  „  3o5 
■j.  Della  proprietà  terriera»         .  „  307 

8.  Vantaggi  arrecati  dalla  libertà  del 

commercio  „  3oS 

9.  Della  lana  e  dell'alabastro       .        „  3 09 
io.  /?e//a  moneta   .         .         .        .         „  3io 

Note »  3n 

parte  ym. 
ARTI 

g.    1.  Gusto  neir architettura  sotto  il  regno 

di  Francesco  duca  di  Lorena.       »  3 1 3 
a.  Facciala  della  chiesa  di  s.  Marco 

in  Firenze     .         .        .         .         „  3i5 

3.  Architettura  risorta  per  opera  del 

Paoletti        .         .        .         •        »     ivi 

4.  Opere  architettoniche  del  Cacialli  e 

Sateetti.        .        .        .        .        »  3 16 


354 

J.    5.  Velia  Lizza  di  Siena  e  palazzo  ve- 
scovile di  Pistoia.         .         .    Pag.  3i8 

6.  Lavori  degli  architetti  Del  Bosso.  ,,     ivi 

7.  Stile  usato  nel  fabbricare  le  case  al- 

la  fine  del  secolo  XV III      ,         99  3 19 

8.  Sculture  dello  Spinazzi  e  Carrado- 

ri »        .         •         .         .         .         „  3ao 

9.  Altre  di  Stefano  Ricci    .         .         „  3 22 

10.  Glittografia     .         .         .         .         „  323 

1 1.  Incisione  in  rame  „     ivi 

12.  Za  pittura  )  decaduta  al  tempo   di 

Francesco  duca  di  Lorena  .  „  325 
i3.  Pittori  capi  della  scuola  fiorentina.»  326 
14.  Maestri   in  pittura  deW  accademia 

di  belle  arti  in  Firenze,         .         „  327 

i5.  Progressi  nella  pittura   •  „  329 

Note  .         .         .         ,         .         .         .         „  33 1 

PARTE     IX. 

SCIENZE 

J.    1.  Cultura  delle  scienze  in  Toscana.    „  333 

2.  Istituzione  della  società  botanica  in 

Firenze         .         .         .         .         „  334 

3.  Cattedra  di  ostetricia  eretta  in  Fi- 

renze      „  335 

4.  Della  musica   .         .         .         .         »     ivi 

5.  Progresso  dello  spirito  umano  sul 

finire  del  secolo  XV HI        .         „  336 
Note  / ,,337 


STORIA 

DELLA 


t 


COMPILATA 

DAL    CAY. 

FRANCESCO  I\  GIURAMI 


TOMO  12. 


POLIGRAFIA  FIESOLANA 

DAI    TOECIIIDELL'  AUTORE 

1843 


a  o  a 


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SI    C 


STORIA 

DELLA 


T  ®  3  (0  A  M  A 


jJÌOSl&^U 


PARTE     PRIMA 


AIH0T8 


Zl'OfS®  Tf 


À£f4fdd££ 


AVVERTIMENTO 


Qualora  la  storia  si  limitasse  a  narrare  cro- 
nologicamente i  nudi  fatti i  senza  scendere  al 
particolare  degli  individui  che  della  storia  me- 
desima suggeriscono  gli  argomenti .  sarebbe 
superficiale  ed  incompleta  V  utilità  che  trar 
ne  vogliamo  $  imperocché  da  costoro  massi- 
mamente dobbiamo  prender  norma,  per  fare 
acquisto  di  un  nome  ricco  di  gloria. 

Questa  importante  massima  hanno  avuto 
in  mira  quei  lessicografi,  che  prese  in  partico- 
lare esame  le  persone,  i  di  cui  fatti  resero  me- 
ritevole il  nome  loro  di  esser  trasmesso  alla 
posterità,  hanno  avuto  poi  cura  di  registrarlo 
colle  loro  opere  in  libri  a  tal  uopo  destinati. 
Di  simil  genere  è  il  presente ,  che  in  seguito 
alla  mia  storia  della  Toscana  oso  presentare 
al  pubblico,  dove  compendiosamente  trascris- 
si quanto  trovai  nelle  antiche  e  moderne  bio- 
grafie ,    notandovi  soltanto  i  toscani  che   eb- 


6 

he.ro  per  qualunque  tìtolo  una  speciale  rino- 
manza. E  poiché  è  dovere  dello  scrittore  il  sop- 
primer gli  articoli  superflui  o  di  poca  entità, 
e  presentare  i  necessari  sotto  un  aspetto  veri- 
tiero e  aggradevole,  ma  conciso  ,  così  è  stata 
mia  cura  di  raccogliere  quanto  di  meglio  può 
giovare  al  mio  assunto  ,  omettendo  i  nomi  di 
non  rilevante  interesse,  e  dandovi  luogo  a  quei 
che  han  jatto  più  onore  al  loro  secolo  ed  alla 
patria' 

Ho  procurato  in  oltre  di  notare  i  nomi  dei 
santi  e  di  un  buon  numero  di  beati,  ma  ho  tra- 
lasciato di  far  menzione  dei  miracoli  e  delle 
cristiane  virtù  delV  animo  loro,  presumendo 
che  mal  si  converrebbe  il  nome  di  santi  e  di 
beati,  se  tali  requisiti  fossero  in  loro  mancati. 
Neppure  mi  sono  impegnato  ad  indicare  le 
produzioni  tutte  dei  belli  ingegni  toscani,  come 
dei  teologi ,  ascetici ,  metafìsici,  matematici, 
poeti)  astronomi ,  legali ,  e  d?  altri  letterati  e 
scienziati,  mentre  in  Toscana  infinito  n'è  il  nu- 
mero ,  ma  non  ne  ho  trascurate  le  principali. 
Ho  posta  particolare  attenzione  di  notare  il 
prodigioso  numero  dei  traduttori  di  libri  sì 
greci,  che  latini,  e  di  altre  lingue  straniere,  co- 
me pure  quello  degli  artisti ,  dei  guerrieri , 
dei  politici  e  d'altri  che  recarono  alla  patria 
lustro  e  decoro. 

Per  dar  poi  a  questo  mio  scritto  un  qualche 
ordine  cronologico,  siccome  ho  tenuto  scrupo- 
losamente nel  corso  di  questa  istoria,  posi  in 
numeri  romani  Vepoca  alla  quale  il  soggetto  in 


7 
esame  appartenne .  Con  tal  mezzo  il  lettore 
potrà  a  prima  vista  conoscere  quaPera  lo  spi- 
rito che  in  ciascuna  delle  sette  epoche  vigeva. 
Gli  uomini  dPinsigne  nome,  de*1  quali  non  è  qui 
accennata  la  patria,  tengansi  per  fiorentini,  e 
le  notizie  di  quei  mancanti  deWepoca  di  loro 
nascita  e  morte  si  abbiano  per  difettose.  Quasi 
ogni  articolo  termina  con  una  cifra  indicante 
il  nome  deW  autore  da  cui  V  ho  tratto,  al- 
P  intelligenza  della  quale  io  rimando  il  letto- 
re alla  pagina  ultima  di  ciascun  tomo.  Senza 
queste  notizie  pare  a  me  che  la  storia  della 
Toscana  resterebbe  incompleta. 


BIOGRAFIA 

DEGLI 

uro  nana  f&moiE&MM  3©siiiiai 


NB»  1  numeri  romani  indicano  le  epoche  nelle  quali 
è  divisa  tutta  V opera. 


AbAN'j 


ite  eroe  condottiero  d'etnisca  milizia.  Sa- 
putosi dagli  etruschi  la  venuta  di  Enea  si  fecer 
pregio  d"1  esibirsi  a  di  lui  sostegno  nella  guerra 
tra  i  troiani  ed  i  latini.  Abante  si  presentò  a  tale 
oggetto  al  pari  di  molti  altri,  conducendo  seco 
seicento  guerrieri  da  Populonia,  e  trecento  dal- 
FElba.  Accesa  la  guerra  Abati  te  restò  sul  campo 
ucciso  da  Lauso  figlio  di  Mezzenzio.  F-g.Epoca  11. 
Aiuti  casa  nobile  fiorentina,  alla  quale  Dante 
dette  celebrità.  Egli  ha  posto  nel  xxxn  canto  del 
suo  inferno  Bocca  degli  Abati  fra  i  traditori  della 
patria,  come  quegli  che  contribuì  alla  disfatta  di 
Montaperti.ed  attirò  sopra  Firenze  la  più  grande 
delle  sciagure  che  abbia  provate  mai  questa  re- 
pubblica. Dante  rappresenta  sé  stesso,  mentre  col- 
pisce e  maltratta  nelP  inferno  la  testa  di  quel 
traditore,  ch'egli  trova  immersa  entro  ghiacci  e- 


10  A    B    B. 

terni,  e  da  cui  svelle  i  capelli  per  fargli  dire 
il  suo  nome.  Bocca  degli  Abati  combatteva  nel- 
la battaglia  di  IVIontaperti  vicino  air  Arbia  nel 
settembre  del  1260  ,  e  sedotto  dai  ghibellini  e 
dai  senesi  troncò  colla  spada  la  mano  di  quello 
che  portava  Io  stendardo  della  repubblica ,  e 
sparse  con  ciò  il  terrore  nell'armata  fiorentina. 
I  guelfi  credendo  perduta  la  giornata  non  pen- 
sarono più  che  a  fuggire,  e  a5oo  fiorentini  re- 
starono sul  campo  di  battaglia  e  più  di  i5oo  fu- 
rono fatti  prigionieri.  La  perdita  degli  alleati  fu 
ancora  più  considerabile,  e  si  fa  ascendere  il  nu- 
mero dei  morti  a  10000.  Firenze  fu  in  preda  ai 
nemici,  ed  i  guelfi  venner  cacciati  da  tutta  la  To- 
scana. Nel  i3o4  un  prete  della  stessa  famiglia  di 
nome  Neri  Abati,  durante  una  sedizione,  appiccò 
il  fuoco  al  quartiere  in  cui  dimoravano  i  ghibellini, 
e  1700  case  furono  arse,  e  le  famiglie  più  ricche 
ridotte  alla  mendicità.  S-s.  Ep.  v. 

Abbaco  (dell' J  Paolo,  fiorentino  del  secolo 
xiv.  È  autore  di  poesìe  inserite  in  alcune  raccolte, 
e  delle  quali  buoni  critici  hanno  approvato  i  pen- 
sieri ed  i  sentimenti,  ma  di  cui  lo  stile  scorretto 
non  può  essere  paragonato  mai  a  quello  di  Dante, 
di  Cino  e  molto  meno  a  quello  del  Petrarca  suoi 
contemporanei.  Egli  morì  qualche  tempo  prima 
del  Boccaccio,  di  cui  la  morte  avvenne  nel  iS^S. 
Fu  celebre  come  aritmetico  e  geometra,  per  cui 
ebbe  nome  deW  Abbaco  (  così  chiamata  in  ita- 
liano l'aritmetica  ).  Si  vede  il  suo  ritratto  in  una 
delle  volte  della  galleria  di  Firenze.  G-g.  v. 

Abbondio  Alessandro  nobile  fiorentino  sco- 


A.    B    B.  II 

lare  del  Buonarroti:  questi  infondendo  i  colori 
nella  cerasi  dilettò  formare  storie  e  ritratti  al  na- 
turale così  simili,  che  Ridolfo  II  imperatore  lo 
volle  a  Praga  per  vederlo  operare;  ma  in  tal  città 
perdette  la  vita.  Lasciò  un  figlio  erede  del  nome 
e  della  paterna  virtù,  il  quale  anch'esso  in  detto 
luogo  restò  sepolto.  S-d.  Ep.  v,  vi. 

Abbracciavacca  Meo  di  Pistoia,  poeta  italia- 
no del  secolo  XIII,  era  contemporaneo  di  fra 
Guittone,ed  i  suoi  versi  scritti  in  un  gergo  com- 
posto d'italiano,  di  francese  e  di  provenzale,  con- 
tribuirono in  que'primi  tempi  ad  arricchire  la  lin- 
gua toscana.  Si  conserva  di  lui  un  sonetto  in 
dialogo  fra'l  poeta  e  l'amore.  Il  Crescimbeni  lo  ha 
stampato  nel  nj  volume  della  sua  storia  della 
poesia  volgare  pag.  58.  G-g.  v. 

Accarigi  Livia  nobile  senese,  nacque  nel 
1719.  Da  giovinelta  studiò  per  ornar  lo  spirito,  e 
non  per  far  di  se  una  letterata,  ma  avendo  pub  - 
biicato  vari  anonimi  componimenti,  questi  furo- 
no accolti  con  gran  plauso,  e  se  ne  volle  saper 
1*  autore.  Incoraggiata  V  Accarigi  dettesi  agli  stu- 
di, specialmente  alla  poesia  alla  quale  sentivasi 
maggiormente  inclinata,  ed  a  ciò  fare  fu  insinua- 
ta dai  dotti  di  Siena.  Nei  primi  suoi  anni  studiò 
le  scienze,  senza  ueppur  pensare  ad  improvvisa- 
re, ma  ve  l'indusse  lanate  Pasquini,  talché  fu  in 
ciò  grandemente  ammirala.  Ella  era  una  caia  de- 
lizia della  sua  patria,  e  molti  andavano  a  Siena 
per  ascoltare  i  canti  della  fanciulla  rara  per  l'estro 
poetico,  non  meno  che  per  morali  virtù.  L'Acca- 


ia'  a  e  e. 

rigi  che  avea  maravigliato  al  carilo  del  di  leicon- 
citladinoBernardino  Perfetti,  ed  avea  sen  tito  delle 
tante  ed  illustri  onoranze  da  lui  ricevute,  prese  in 
tutto  ad  imitarlo  nei  suoi  improvvisi.  In  presenza 
de'  suoi  sovrani  ella  cantò  due  volle  in  tre  distin- 
ti argomenti  di  storia,  di  filosofia  morale,  e  di 
fisica  nel  modo  appunto  che  soleva  tenere  il  Per- 
fetti. Continuò  poi  sempre  ad  improvvisare,  e  a 
scriver  versi,  secondochè  le  si  offriva  occasione. 
Molle  di  lei  poesìe  videro  la  luce  in  varie  occor- 
renze e  molte  ancora  rimasero  inedite .  Quelle 
stampate  si  trovano  sparse  in  varie  raccolte  pub- 
blicate in  Siena  e  in  altre  città  d'Italia,  e  versano 
per  lo  più  sopra  argomenti  di  nascite,  di  nozze  e  di 
morti  ed  altre  tali  materie  secondo  che  portava 
il  genio  del  tempo.  LVAccarigi  ebbe  molto  genìoe 
molte  belle  qualità  che  la  resero  cara  e  stimabile 
anche  agli  uomini  più  famosi,  fra  i  quali  Pietro 
Metastasio  che  più  d'una  volta  le  scrisse  lettere 
onorevoli.  L'Accarigi  rimase  per  tutta  la  vita  fan- 
ciulla, perchè  usando  vergini  le  Muse,  volle  esser 
tale  essa  pure:  morì  nell'agosto  dell'anno  1786. 
7r-n,  Ep.  vi,  vii. 

Accarigi  Francesco  di  nobile  ed  antica  fa- 
miglia senese,  nacque  nelf  ottobre  1634.  Fu  in 
sua  patria  segretario  delle  leggi,  che  vuol  dire 
primo  cancelliere  della  balia.  Fu  ascritto  all'  ac- 
cademia degrintronati,  ed  essendo  in  Roma  fu 
annoverato  in  quella  degli  Arcadi.  In  tal  dimora 
prese  a  volgarizzare  e  commentare  le  morali  di  Se- 
neca. Fatto  ritorno  alla  patria  per  godervi  quella 


A    C    C.  l3 

quiete  che  era  dovuta  alla  sua  età  già  cadente,  ri- 
tirossi  nella  sua  villa  di  s.  Chiinerito  ove  morì 
nell'agosto  1710.  F.d.a.  m.  Ep.  vr. 

S.qcplkigi  Francesco  senese.  Scrive  il  Moreri  nel 
suo  dizionario, che  fu  questi  un  de*più  celebri  giu- 
reconsulti che  abbia  avuti  l'Italia  nel  secolo  XVII. 
Fu  allevato  in  Siena  sua  patria,  quantunque  na 
scesse  in  Ancona  da  CammiJlo  Accarigi .  Profit- 
tò sì  bene  degli  studi  che  meritò  ben  presto  di 
occupare  le  cattedre  lasciate  dai  suo  maestri , 
acquistandovi  gran  reputazione  .  Insegnò  nella 
università  di  Siena  e  di  Pisa,  ed  attrasse  a  sé  tut- 
ti i  forestieri  che  venivano  in  Italia  per  motivi  di 
letteratura.  Rannusio  Farnese  lo  chiamò  a  sé,  ma 
egli  tornò  in  seguitò  a  Pisa,  e  fu  guadagnato  da 
nuove  beneficenze  del  granduca  di  Toscana.  Morì 
a  Siena  nel  settembre  del  i6as-«.  B-s.  vi. 

Acciaiuou  Acciaiolo  dottissimo  cav. a  sprori 
d'oro  fiorì  verso  la  metà  del  XIV  sec.  e  godè  tut- 
ti i  magistrati  di  Firenze.  Dal  re  di  Napoli  Ro- 
berto ottenne  più  baronìe  in  Puglia  e  la  terra  di 
Prato  in  Toscana  a  vita  sua  e  di  messer  Niccola 
suo  figliolo,  che  fu  gran  siniscalco  del  re,  mentre 
il  padre  era  di  esso  re  ciamberlano  e  consigliere. 
Questi  ebbe  da  Guglielmina  de'Pazzi  sua  moglie 
più  tìgli:  una  fu  Mad.  Andrea  moglie  del  Maiche- 
se  Carlotto  Atto  conte  di  Monte-Rosi  e  d'Alta 
Villa,  alla  quale  messer  Giovanni  Boccaccio  in- 
dirizzò il  libro  delle  donne  illustri.  B-s.  v. 
Acciaiuoli  Niccolò  gran  siniscalco  di  Napo- 
li, la  cui  famiglia  stabilitasi  con  un  suo  ramo  in 
Firenze  ottenne  un  grado  distinto,  senza  lasciare 
SU   Tose.  Tom.  12.                                              2 


l4  A    C    C. 

il  commercio}  dal  qual  ramo  provenne  Niccolò  Ae- 
riamoli. La  sorgente  della  fortuna  sua  in  Napoli  fu 
l'ascendente  in  cui  venne  per  le  attrattive  della 
sua  persona  e  del  suo  spirito  sopra  Caterina  di 
Valois  vedova  di  Filippo  principe  di  Taranto,  che 
si  chiamava  l'imperatrice  di  Costantinopoli.  Ella 
gli  affidò  l'educazione  di  suo  figlio  Luigi  di  Taran- 
to. Rimase  fedele  a  questo  principe  nelle  difficili 
circostanze  in  cui  lo  immersero  le  sciagure  della 
regina  Giovanna  I,  cui  egli  condusse  in  Avignone 
allorché  ella  vi  si  venne  arefugiare;e  quando  Luigi 
l'ebbe  solennemente  sposata  fu  egli  che  tutto  dispo- 
se pel  loro  ingresso  in  Napoli,  e  per  l'incoronazione 
loro.  La  regina  Giovanna  lo  creò  gran  siniscalco, 
e  gli  affidò  T  amministrazione  generale  del  regno 
in  ricompensa  di  tutti  i  servigi  ch'egli  resi  le  avea. 
Uno  ei  fu  dei  suoi  più  fedeli  ministri:  solo  incor- 
ruttibile in  mezzo  ad  una  corte  licenziosa  trava- 
gliava con  perseveranza  a  riparare  quei  mali  che 
Giovanna  traeva  sopra  il  suo  regno  coi  suoi  er- 
rori e  colle  sue  imprudenze.  Egli  fu  uno  degli  ul- 
timi a  partire  da  Napoli  quando  la  regina  fu  co- 
stretta a  fuggire,  ed  il  re  dell'Ungheria  invase  il 
regno  per  vendicare  il  suo  fratello  Andrea  sposo 
di  Giovanna,  e  ch'essa  aveva  fatto  perire.  L'Ac- 
ciaiuoli  andò  a  chiedere  soccorso  ai  fiorentini  suoi 
compaf  riotti;  seppe  interessarli  in  favore  della  ni- 
pote del  re  Roberto  loro  fedele  alleato;  con  gli 
aiuti  loro  e  con  l'appoggio  dei  generali  che  aveva 
guadagnati,  ei  ricondusse  Giovanna  in  Napoli,  e 
levò  col  suo  credito  una  armata  ausiliaria  per  di- 
scacciare i  condottieri  che  devastavano  il  regno; 


A    C    C.  IO 

ma  la  corte  sempre  indulgente,  negato  avendo  di 
dare  uno  stipendio  a  tal  esercito,  andò  tutto  a 
congiungersi  ai  nemici.  II  gran  siniscalco  ,  na- 
to nel  i3io  mori  nel  i366  colmo  d'onori  e  di 
ricchezze.  La  sua  vita  scritta  da  Matteo  Palmieri 
fiorentino  è  stata  stampata  nel  XIII  tomo  della 
raccolta  degli  scrittori  storici  d'Italia  del  Mura- 
rat  ori.  Ss.  Ep.  v. 

Àcciaiuoli  Lorenzo  di  Niccolò  fu  cav.  dallo 
spron  d'  oro  ,  luogotenente  del  re  Lodovico,  ca- 
stellano di  Napoli,  e  famoso  capitano  per  aver 
sostenuto  l'assedio  d'Amalfi  sette  mesi  continui 
contro  Lodovico  re  d'Ungheria.  Mori  giovine  a- 
vanti  il  padre  nel  i353,  ed  il  suo  corpo  fu  tra- 
sportalo a  Firenze  alla  certosa.  U-b  v. 

Acci  aiuoli  angiolo  di  Niccolò:  cav.  conte  di 
Amalfi  e  di  Malta,  gran  siniscalco  dei  regni  di  Na- 
poli, Sicilia  e  Gerusalemme-  capitano  generale 
per  terra  e  per  mare  del  re  Lodovico  e  regina 
Giovanna^  vice  duca  di  Calabria  e  vice  re  di  Si- 
cilia  per  detti  re.  U-b.  v. 

Àcciaiuoli  angiolo  di  Monte  Mannino  del- 
l' ordine  dei  predicatori  vescovo  di  Aquileia  poi 
di  Firenze.  Lesse  legge  pubblicamente  in  Aquila, 
e  V  esercitò  .  Fu  intimo  famigliare  di  Roberto 
re  di  Sicilia.  Aggiustò  le  differenze  fra  Lodovico 
re  di  Puglia,  e  fu  fatto  cancelliere  di  quella  città 
Innocenzio  VI  lo  trasferì  alla  cattedra  di  Ridotto 
Cassino,e  mori  nel  iò6j  ovv.  nel  i$5y  d'anni  60  ih 
Napoli.  Fu  capo  della  cacciata  di  Gualtieri  duca  di 
Atene.  Fece  a  sue  spese  il  dormentorio  di  s.  Ma- 
ria Novella  contiguo  alla  sala  del   papa.  Bs.  v. 


j6  a  c  c. 

Acciaiuoli  Angiolo  di  Iacopo  e  Bartolom- 
meo  Ricasoli.  Da  Urbano  VI  nel  1584  fu  fatto 
cardinale,  poi  vescovo  distia,  cancelliere,  e  de- 
cano del  sacro  collegio}  fu  legato  in  regno  e  tu- 
tore del  re  pupillo.  Coronò  Ladislao  re  di  Sicilia; 
fu  legato  in  Ungheria,  Schiavonia  ,  Dalmazia  e 
Croazia.  Nello  scisma  di  Clemente  VI  scrisse  un 
opera,  secondo  TOldrini  nell'Ateneo  romano.  Mo- 
rì nel  concilio  di  Pisa  nel  i^oj,  ovvero  1409-  ft 
trasferito  a  Certosa  nel  i55o.  Di  lui  parla  Biondo 
da  Forlì  nella  sua  Italia  illustrata  dell"  ed.  1542. 
B-s  Ep.  v. 

Acciaiuoli  Banieri  o  Neri  duca  datene  ni- 
pote del  gran  siniscalco  ,  era  stato  chiamato  a 
Napoli  e  adottato  da  suo  zio,  che  lo  collocò  nel- 
la corte  di  Maria  di  Borbone  imperatrice  latina  di 
Costantinopoli.  Gl'imperatori  titolati  rifugiati  a 
Napoli  avean  conservato  la  sovranità  di  alcune 
Provincie  della  Grecia,  ed  essi  le  davano  in  feudo 
ai  loro  ben  affetti,  e  così  Ranieri  Acciaiuoli  ebbe 
con  altri  feudi  il  ducato  d'Atene,  al  quale  era  uni- 
ta la  signorìa  di  Tebe,  Argo,  Micene  e  Sparta,  e 
in  somma  quasi  tutta  la  Grecia  dipendeva  da  lui, 
benché  ridotto  un  principato  assai  povero,  deser- 
to, corrotto.  Ranieri  dette  la  sua  figlia  primogeni- 
ta in  moglie  a  Teodoro  Paleologo  figlio  dall'impe- 
rator  greco,  e  dielli  Corinto  in  dote.  Lasciò  ad 
Antonio  suo  bastardo  la  signoria  di  Tebe;  quella 
d^Ateue  passò  al  re  di  Napoli.  Ma  Antonio  avendo 
fatta  alleanza  col  sultano  Amurhat  e  coi  vene- 
ziani ricuperò  Atene,  in  cui  regnò  pacificamente. 
A  dunò  molte  ricchezze  ed  ornò  la  sua  capitale  di 


à  e  e.  17 

suntuosi  edifizi.  Non  avendo  figli  fece  venire  pres- 
so di  sé  due  suoi  nopoti  da  Firenze,  Ranieri  II  ed 
Antonio  II,  i  quali  regnarono  dopo  di  lui  e  con- 
tesero air  eredità  colle  armi.  Antonio  morì  il  pri- 
mo nel  i435  e  Ranieri  ch'egli  avea  costretto  a 
fuggire  a  Firenze  tornò  a  governare  Atene  dopo 
la  sua  morte.  Ma  quei  duchi  cadevano  sempre  più 
nella  dipendenza  del  sultano  de*turchi,percui  ogni 
guerra  civile  riusciva  occasione  destra  ad  aggra- 
vare il  loro  giogo.  Finalmente  Maometto  II  si 
fece  cedere  Atene  nel  mese  di  giugno  del  i456 
da  Francesco  tìglio  di  Antonio  II  ch'egli  avea  per 
lungo  tempo  protetto,  e  dopo  averlo  relegato  a 
Tebe  lo  fece  indi  a  poco  strangolare.  Ss.  Ep}W.Kl 

•  Acciailo™  Antonio  di  Neri,  secondo  duca  di 
Atene,  illustre  in  guerra  ed  in  pace,  fu  accettato 
al  governo  di  Tebe  e  della  Beozia^  mosse  guerra 
contro  i  veneziani,  e  con  sómma  diligenza  cinse 
di  assedio  la  città  di  Atene.  I  veneziani  stimavan 
facile  il  poterla  liberare  ,  ma  Antonio  deluse  il 
loro  consiglio  ,  quantunque  ottimo,  ed  esso  in- 
feriore di  forze.  Con  arte  pertanto  ed  avvedutez- 
za li  pos-e  in  fuga,  parte  ne  uccise,  ed  altri  ne 
fece  prigionieri,  unitamente  ai  primati  che  co- 
mandavano quella  regione.  Si  rivolse  quindi  al- 
Passediu  d'Atene^  dopo  essersi  egli  impadronito 
di  varie  città,  ridusse  finalmente  in  suo  potere  an- 
cora questa,  e  pacificamente  vi  regnò.  Fatta  pace 
coi  veneziani,  si  dette  ad  una  vita  pacifica  in  se- 
no della  propria  famiglia,  dopo  aver  bene  e  decen- 
temente  stabilito  il  suo  impero,  ed  accumulate 
immense  ricchezza.  Ornò  la  città  quanto  ;»iù  potè 


18  A  e  e. 

di  fabbriche,  ed  oltre  gli  editìzi  e  strade,  coman- 
dò pure  che  posti  fossero  nel  porto  del  Pireo  due 
leoni  di  marmo:  fu  liberale  verso  i  suoi,  nonché 
verso  la  patria,  accordando  ai  fiorentini  tutto  il 
privilegio  di  poter  navigare  per  i  suoi  mari,  ed 
essere  esenti  da  ogni  gabella.  Antonio  pertanto 
si  meritò  lode  di  prudente  condottiero  e  di  otti- 
mo cittadino,  e  principe  senza  esempio  stato  sa- 
rebbe ,  se  colui  che  vinti  aveva  prepotenti  ne- 
mici ,  non  fosse  stato  vinto  da  indegno  amore, 
avendo  condotta  in  moglie  la  figlia  di  un  privato 
tebano,  della  quale  follemente  s'innamorò  in  tem- 
po di  un  nunziale  convito.  Morì  egli  di  repentina 
morte  colpito  dall'apoplessia  circa  il  i435  in  età 
mollo  avanzata.  G-d.  Ep.  v. 

Acciaiuoli  Neri  II,  fratello  di  Antonio  II,  fu 
dopo  la  morte  di  questo  richiamato  dal  popolo 
atenese  al  ducato  di  Atene,  statogli  frau/lolente- 
mente  tolto  dal  fratello.  Guerreggiò  costui  lungo 
tempo  coi  greci  suoi  vicini  ,  poiché  avevano  a 
sdegno  che  avesse  fatto  accordo  col  re  dei  tur- 
chi. Ebbe  egli  un  figlio  che  fanciullo  lasciò  sotto 
la  tutela  della  madre  ,  e  del  quale  non  si  seppe 
notizia  alcuna  dopo  che  la  madre  di  lui  si  unì  in 
seconde  nozze  con  un  gentiluomo  veneziano,  a- 
vido  di  dominare,  e  d'impadronirsi  del  governo 
del  figliastro.  G-d.  v. 

Acciaiuoli  Franco  ,  figlio  di  Antonio  II  , 
fu  elevato  al  principato,  ma  poco  visse  lieto  di 
tal  dono,  poiché  avendo  egli  fatta  racchiudere  in 
carcere  e  quindi  uccidere  la  vedova  di  Neri  II,  per 
le  scellerate  nozze  che  contralte  aveva  con  uu 


A    C    C.  19 

giovine  veneziano,  dal  re  della  Porta  per  questo 
fatto  gli  fu  tolta  la  città  di  Atene  ed  il  principa- 
to, non  senza  però  lunga  resistenza  per  la  parte 
di  Franco.  Da  questo  re  per  altro  gli  fu  accor- 
dato il  dominio  di  Tebe  e  della  Beozia  ,  ove  si 
ritirò,  seco  portando  tutte  le  ricchezze  e  sup- 
pellettili .  Ma  né  pur  qui  ei  goder  potette  si- 
curezza, poiché  il  re  dei  turchi  non  si  giudicando 
abbastanza  sicuro,  finché  discacciati  non  avesse 
dalla  Grecia  i  cristiani  tutti ,  decretò  di  togliere 
a  Franco  insiem  coli'  impero  la  vita  ,  e  di  ciò 
fu  causa,  che  essendo  in  Atene  alquanti  stranieri, 
sparsero  che  alcuui  cittadini  avevan  congiurato 
«li  rendere  a  Franco  la  città,  il  quale  essendo  a 
combattere  col  regio  esercito,  ed  essendosi  por- 
tate* presso  Zogano  parente  del  rede'turchi,  duce 
deir  esercito  della  Tessaglia,  e  celebre  per  cru- 
deltà, fu  fatto  da  esso  strangolare  per  ordine  dei- 
Io  stesso  re  ,  dopo  averlo  cortesemente  accolto 
e  fatto  sedere  seco  a  mensa.  Tale  fu  la  fine  di 
questo  infelice  principe ,  non  che  del  lungo  do- 
minio degli  Acciaiuoli,  poiché  Mehemed  saputa 
la  morte  di  Franco,  occupò  subito  Tebe ,  e  tutta 
la  Beozia.  G~d.  Ep.  v. 

Acciainoli  Donato  di  Neri  di  messer  Donato 
di  nobile  antica  famiglia  di  Firenze  ove  nacque 
nel  14^8,  fu  scolare  dell' Argiropolo,  di  Leonardo 
aretino  e  Carlo  Marsuppini.  l'er  la  peste  del  i44# 
dovette  tralasciare  i  suoi  studi  che  riprese  nel 
i454>e  non  ostante  fu  in  estremo  grado  sapien- 
tissimo ed  elegantissimo  oratore,  lirico,  filosofo 
aristotelico  e  matematico  profondo.  Fu  assai  co- 


ao  a  e  e. 

stumato ,  e  nella  toscana  favella  assai  erudito. 
Pose  alle  stampe  molte  sue  opere3  e  molte  si  tro- 
vano manoscritte  nelle  biblioteche  pubbliche  e 
private,  perchè  trattano  di  materie  che  ora  più 
non  interessano,  specialmente  le  sue  orazioni  in 
occasione  di  elezioni  a  cariche  onorifiche  o  di 
funerali.  Scrisse  però  molte  vite  d'uomini  illustri 
neirantichi(à,mostrando  di  sapere  imitar  Plutarco 
e  Cornelio,  e  forse  superarli.  Trasportò  pure  dal 
greco  varie  antiche  produzioni  ,  e  molto  scrisse 
e  con  eleganza  anche  in  latino. Tra  le  altre  cose 
un  trattato  dVconomia  ,  nel  quale  dimostra  che 
grandi  facoltà  e  loro  uso  senza  le  scienze,  e  scien- 
ze senza  facoltà  sono  inutili.'  StèriSsé?  afi\2h&6fièré 
sacre  e  morali.  Fu  un  di  quei  letlerati  che  «dsfc?-' 
stevàno  alla  conversazione  letteraria  a  cui  pvé- 
sedeva  Fiorenzo  dei  Medici  nel  bosco  di  'Carnai- 
uoli. IVIa  le  opere  sue  principali  sono:  Eocpositìo 
super  libro s  Ethécorum  Aristotelis  in  nolani 
tradutionem.  Firenze  1478}  In  Aristotelis  libros 
Vili politicorum.  commentarli ,  Venezia  i566. 
Nelle  raccolte  delle  vite  di  Plutarco  tradotte  in 
latino  da  molti  autori  ,  le  versioni  di  quella  di 
Alcibiade  e  di  Demetrio  sono  di  questo  Acciaiuo- 
li.  Gli  si  attribuiscono  altresì  le  vite  d'Annibale 
e  di  Scipione;  e  siccome  v1ha  dubbio  che  Plutar- 
co non  abbia  altrimenti  scritte  queste  due  vite, 
così  credesi  che  PAcciaiuoli  sia  stato  l'autore  ed 
il  traduttore  di  esse.  La  storia  latina  di  Firenze 
di  Lionardo  aretino  dall'  Acciaiuoii  tradotta  in 
lingua  volgare,  Venezia  1475  è  stata  ristampata 
più  volte.  Sostenne  egli  molte  illustri  cariche  nel- 


A    C    C.  21 

la  sua  patria,  che  lo  distrassero  dai  suoi  studii 
oratori!1,  filosofici  e  matematici.  Fu  più  volte  am- 
basciatore e  commissario,  sempre  con  merito.  Nel 
i473  fu  fatto  gonfaloniere  della  repubblica  fio- 
rentina, e  morì  nel  1478  in  Milano  dove  era  andato 
per  chieder  soccorso  ai  fiorentini  contro  il  papa 
ed  il  re  di  Napoli .  Il  suo  corpo  fu  portato  a  Fi- 
renze, ed  i  suoi  funerali  furon  fatti  in  questa  cit- 
tà a  spese  del  pubblico  erario. LTestremo  disinte- 
resse dell' A.cciaiuoIi  fece  si  che  i  suoi  figli  rima- 
sero senza  beni  di  fortuna  ;  i  fiorentini  ricono- 
scenti maritarono  e  dotarono  le  sue  due  figlie,  e 
dettero  ai  suoi  tre  figli  per  tutori  tre  ricchi  cit- 
tadini, tra  i  quali  era  Lorenzo  dei  Medici.  Il  suo 
ritratto  è  fra  que^che  adornano  le  volle  della  real 
galleria  di  Firenze,  e  trovasi  anche  nella  facciata 
del  palazzo   Valori  in  borgo  degli  A.lbizi.  S-s. 

Ep.  v. 
Acciaiuoli  Agnolo  di  Iacopo,  creato  cava- 
liere da  Iacopo  re  di  Puglia  e  dal  pontefice 
Eugenio,  ebbe  assai  buona  notizia  delle  lettere 
latine,  e  della  storia  che  egli  studiava  con  gran 
piacere.  Fu  molto  onorato  nella  sua  repubblica 
e  nella  città,  essendogli  stali  attribuiti  tutti  gli 
onori  e  legazioni  che  attribuir  si  possono  ad  un 
cittadino.  Era  egli  amicissimo  di  Cosimo  defe- 
dici il  vecchio,  ed  allor  che  questi  fu  esiliato  da 
Firenze  anche  Agnolo  incontrò  la  medesima  sorte, 
essendo  stato  confinato  in  Cefalonia,  né  potè  ri- 
tornare in  patria  se  non  dopo  che  fu  richiamato 
Cosimo,  cioè  nel  1434.  Era  molto  volto  alla  reli- 
gione, ed  assai  pietoso  verso  i  poveri,  nou  ces- 


aa  a  e  e. 

sando  mai  in  casa  e  fuori  di  fare  elemosine.  Fu 
mandato  ambasciatore  al  re  di  Francia  pei  fio- 
reni  ini  ,  e  conchiuse  una  lega  con  riputazione 
grande  della  suaciltà.  Altre  molle  ambasciate  egli 
sostenne  con  felicissimo  esito  in  più  occasioni, 
come  allor  quando  impegnò  il  re  Ranieri  di  Pro- 
venza a  passare  in  Lombardia  in  favore  del  duca 
Francesco  contro  i  veneziani:  allorché  condusse 
in  soccorso  di  Firenze,  che  Irò  va  vasi  in  sommo 
pericolo  pelPav  vicinamente  del  Piccinino,  Gui- 
duccio  da  Faenza  ed  altri  signori  di  Romagna  : 
quando  trattenendosi  per  più  giorni  presso  papa 
Eugenio,  riuscì  a  placarlo  dal  suo  sdegno  conce- 
pito verso  i  fiorentini  per  i  mali  trattamenti  da 
essi  ricevuti  ,  ed  in  altre  molte  occasioni  che 
troppo  lungo  sarebbe  il  volerle  or  tutte  accenna- 
re .  Fu  tenuto  in  grandissima  reputazione  dal 
duca  di  Milano, -che  lo  volle  alla  sua  corte,  asse- 
gnandole ampia  provvisione  e  grandi  onori  . 
Questa  dimora  deirAcciaiuoli  a  Milano  fu  di  uti- 
lità grande  per  il  re  Ferdinando  di  Napoli,  poi- 
ché egli  solo,  opponendosi  al  consiglio  degli  al- 
tri ,  persuase  il  duca  Francesco  a  perseverare 
nella  lega  con  esso  re  per  aiutarlo  contro  il  duca 
Giovanni.  Per  tale  servizio  prestato  a  Ferdinando, 
ricevè  in  dono  dal  medesimo  la  terra  di  Quarala. 
Stabilito  Ferdinando  nella  pacifica  possessione 
del  reame  tornossene  a  Firenze,  ove  concepì  un 
odio  implacabile  conlro  Cosimo  dei  Medici  ,  il 
quale  morto  lo  estese  al  resto  della  famiglia  ,  e 
fu  uno  dei  principali  congiurati  contro  il  di  lui 
figlio  Pietro.  Tanta  era  la  stima  che  avevasi  di 


a  e  e.  a3 

Agnolo,  che  il  nominato  Medici  lo  pregò  ad  in- 
terpoli onde  acconciare  le  differenze  che  vi  era- 
no tra  la  parte  dei  Pitti  e  dei  Medici.  Ingannato 
finalmente  dai  compagni  fu  costretto  di  notte- 
tempo a  partire  da  Firenze,  ed  andar  confinato 
a  Barletta:,  di  là  invitato  dagli  altri  esiliati  a  ten- 
tare il  ritorno  in  patria  portossi  a  Napoli,  quindi 
a  Roma,  ed  invece  di  poter  condurre  a  felice  esito 
il  suo  progetto  gli  fu  dal  re  di  Napoli  tolta  Qua- 
rata  per  non  aver  osservato  i  confini  prescrittigli 
dai  fiorentini  coi  quali  era  in  lega  .  Ridotto  egli 
in  tale  stato  ricorse  alla  maestà  del  re  Pedinan- 
do, il  quale  memore  dei  servigi  da  esso  ricevuti, 
lo  accolse  onoratamente  in  Napoli  colP  assegna- 
mento di  100  ducati  al  mese,  ed  ivi  stette  per 
lungo  tempo,  conducendo  una  vita  tutta  pietà  e 
devozione  presso  i  frati  della  Certosa  ,  nel  qual 
luogo  cristianamente  cessò  di  vivere.  A.  s.  i.  Ep.  v. 
Acciaiuoli  Seracina  ,  donna  savissima  e  ri- 
piena di  singolari  virtù,  di  poche  parole,  attis- 
sima al  governo  e  cura  della  casa.  Era  moglie  di 
Angiolo  Acciaiuoli,  e  nella  lunga  assenza  del  ma- 
rito era  in  essa  riposta  tutta  la  cura  della  casa: 
ali  ri  non  v^era  che  s"1  impicciasse  di  cosa  alcuna} 
tulio  ella  governava  con  tanta  prudenza,  con  lan- 
f  ordine  che  non  potevasi  fare  di  più.  Era  moltissi- 
mo riverita  da  tulle  le  donne  che  la  conoscevano, 
e  non  facevnsi  cosa  alcuna  nella  città  che  apparte- 
nesse all'»  donne  senza  il  suo  consiglio  e  parere. 
Era  in  Ogni  sua  cosa  lemperatissima,  pietosissima 
verso  dei  poveri  e  pronta  a  soccorrerli  nelle  loro 
infermità  e  bisogni}  era  in  somma  donna  dotata 


24  a  e  e. 

di   tutte  le  virtù  ,   e  ben   rara  nel  suo  secolo . 
B-s.  Ep.  v. 

Acciaiuoli  Zanobi  domenicano  nato  in  Fi- 
jrenze  nel  1461  e  morto  in  Roma  nel  i5i9  era 
dotto  nelle  lettere  greche  e  latine ,  ed  amico  di 
Angiolo  Poliziano,  e  di  Marsilio  Ficino.  Leone 
X  lo  creò  nel  i5i8  bibliotecario  della  vaticana, 
e  lo  incaricò  di  trasportare  da  tale  biblioteca  al 
castello  di  s.  Angiolo  i  più  antichi  manoscritti , 
dei  quali  compilò  un  indice  ch'è  stato  pubblicato 
dal  Monfaucon  (  Biblioteca  Bibliotecarum^  voi. 
1  ).  Abbiamo  di  lui  delle  traduzioni  latine  di 
Eusebio  di  Cesarea ,  d'Olimpiodoro,  di  Teodo- 
reto.  Dicesi  che  avesse  tradotto  altresì  la  maggior 
parte  delle  opere  di  Giustino  martire.  Un  discor- 
so latino  in  lode  della  città  di  Napoli,  ed  un  altro 
in  lode  di  Roma  sono  stati,  stampati.  Giraidinel 
suo  primo  dialogo,  (de  Poetis  nostrorum  tempo- 
rum  ),  lo  pone  nel  numero  dei  buoni  poeti.  Molti 
altri  autori  parlano  con  elogio  dei  suoi  versi  latini} 
ma  pochi  di  essi  sono  stampati .  Ei  fu  che  dette 
alla  luce  nel  i4<)5  gli  epigrammi  greci  del  Poli- 
ziano e  di  Alessandra  Scala,  moglie  di  Michele 
Marnilo,  la  quale  morendo,  di  ciò  lo  aveva  in- 
caricalo. G-g.  v. 
Acciaiuoli  Andrea.  Costei  fu  quella  valorosa 
donna  alla  quale  indirizzò  il  Boccaccio  il  suo  libro 
De  Mulieribus  claris.  Or  egli  aveva  intenzione 
di  dedicarlo  alla  regina  Giovanna  di  Napoli,  ma 
parendogli  rispetto  all'opera  tropp'alto personag- 
gio, rivolse  e  questa  illustre  femmina  il  pensiero. 
Fu  ella  contessa  di  Monte  Odorisio  e  d'Altavilla. 


a  c  c.  a5 

Il  Boccaccio  in  quella  dedicatoria  la  loda  moltis- 
simo e  l'acclama  per  donna  singolare  per  le  sue 
virtù.  Dall'avere  questo  autore  composto  quel 
libro  in  latino  si  deduce  ch'ella  fosse  della  lingua 
del  Lazio  intendente.  Vespasiano  fiorentino  nel 
suo  libro  Delle  lodi  e  commendazioni  delle  don- 
ne ne  fa  onorata  memoria,  ma  non  dice  di  più  di 
quello  che  abbia  detto  il  Boccaccio,  se  non  che 
da  lei  discesero  molti  signori  del  regno  di  Napoli. 
B-s.  Ep.  v. 

Acciaidoli  Pier  Antonio,  e  Iacopo  suo  tìglio 
fiorentini  di  origine,  ma  abitanti  di  Ferrara,  com- 
posero entrambi  delle  poesie  latine  nel  XIII  se- 
colo. G.  B.  Giraldi  nel  suo  trattato  sopra  i  roman- 
zile Celio  Calcaguini  hanno  fatto  elogi  ai  versi 
di  Giacomo  Acciaiuoli.  Qualche  autore  li  ha  no- 
minati tutti  e  due  Azioli  ed  in  latino  ActiolLhe 
loro  opere  non  essendo  mai  slate  pubb!icate,siamo 
obbligati  di  attenerci  alle  testimonianze  dei  loro 
contemporanei.  G-g,  v. 

Acciainoli  Salvetti  Maddalena  di  Firenze 
morta  nel  1610  ha  lasciato  due  volumi  di  „  Rime 
Toscane  Firenze  1 590  „,  le  quali  ebbero  ai  suoi 
tempi  molta  celebrità.  Dopo  la  sua  morte  so- 
no stati  stampati  tre  canti  di  un  poema  ch'ella 
avea  lasciato  imperfetto,  e  che  ha  per  titolo  „  Da- 
vidde  perseguitato  ovvero  fuggitivo.  Firenze 
1611  „  libro  assai  raro.  Quantunque  ella  co- 
nosciuta non  sia  che  pel  suo  propio  nome,  avea 
sposato  un  nobile  iiorenlino  chiamato  Zanobi 
Acciaiuoli.  Il  cav.  Cornelio  Lanci  dedicò  a  questa 
(lama  la  sua  commedia  della  Nicolosa.  G-g.  vi 
St,    Tose,   Tom,  12.  3 


26  a  e  e. 

Acciuuoli  Donato  cavaliere  di  Rodi,  colti- 
vatore ed  amatore  della  storia,  fece  uà  compen- 
dietto  accuratissimo,  dove  con  puntualità  più  che 
grande  registrò  tutte  le  cose  in  Italia  seguite 
dall'anno  i5a5  all'anno  i5a8,  la  quale  operetta 
fu  in  grandissima  stima  in  quel  tempo.  Volgariz- 
zò anche  la  „  Vita  di  Niccolò  Aeriamoli  scritta 
da  Matteo  Palmieri  con  l'origine  della  famiglia 
Acciainoli  e  degli  uomini  di  essa  i  più  insigni.  Fi- 
renze 1 588  „.  C-n.  Ep.  v,  vi 
Acciaiuoli  Filippo  natoinRoma  nel  i636  figlio 
di  Ottaviano  senatore  fiorentino,  e  fratello  del- 
l'insigne cardinale  Niccolò.  Fu  cavaliere  di  iVIalta 
e  studiò  nel  seminario  romano,  e  dopo  le  carava- 
11  e  dettesi  nuovamente  allo  studio  delle  monete 
antiche,  e  divenne  celebre  inventar  macchinista 
per  i  teatri,  come  vedesi  nelle  notizie  istoriane 
di  questo  cavaliere  nell'opera  intitolata  Vite  degli 
arcadi  morti .  Fu  anche  eccellente  nel  dirigere 
commedie  de'  teatri,  e  nel  comporta  e  metterle 
in  musica.  Dilettossi  pure  di  pittura  ,  e  dipin- 
se più  quadri  di  capricciose  invenzioni  .  Viag- 
giò per  tutta  l'Europa  e  si  fermò  per  qualche 
tempo  in  Olanda,  e  quindi  noleggiato  a  proprie 
spese  un  vascello,  e  presi  interpetri  d'ogni  lin- 
gua si  portò  in  Inghilterra^  costeggiando  la  Spa- 
gna entrò  nel  mediterraneo,  dove  vestito  all'ar- 
mena visitò  le  principali  città  e  parli  dell'Europa 
e  parte  anche  dell'Asia  e  dell'Affrica;  e  ritornan- 
do nell'Oceano  toccò  anche  l'America.  In  fine 
per  l'Inghilterra  e  per  la  Francia  se  ne  tornò  in 
Italia  carico  d'infinite  notizie  e  di  rare  coguizio- 


JL    C    C.  27 

ni.  Giunto  poi  all'età  di  63  anni  morì  in  Roma  nel 
1700.  Fu  compianto  dalla  celebre  Arcadia,  ove  fin 
dal  pri m'anno  della  sua  fondazione  era  stato  ag- 
gregato col  nome  dlrenio  Amasiano  B-s.Ep.  vi 
Acciaiuoli  Giovarmi  nato  in  Firenze  da  nobili 
genitori.  Fu  lodato  ed  ammirato  da  tutti  per  la 
somma  sua  dottrina.  Abbandonate  le  cure  del 
foro  e  della  mercatura,  alle  quali  da  primo  si  era 
dedicato,  attese  allo  studio  delle  belle  lettere  e 
della  filosofia  in  Bologna  ed  in  Padova,  conver- 
santi© con  uomini  dotti.  Oltre  le  lingue  latina  e 
greca  apprese  egli  l'ebraica,  la  caldaica,  e  l'ara- 
bica con  tanta  diligenza  che  sembrava  un  por- 
tento tutte  le  volle  che  si  fosse  udito  ragionare 
o  discorrere  con  alcuno,  e  ad  esso  come  ad  ini 
oracolo  accorrevano  quelli  che  non  bene  inten- 
devano il  senso  della  lettura  dei  diversi  autori, 
nel  quale  esercizio  egli  molto  apprese  dalle  sa- 
cre e  profane  dottrine,  così  che  per  farsi  maggior- 
mente dotti  con  esso  frequentemente  conversa- 
vano personaggi  ragguardevoli  per  dottrina  ed 
autorità.  In  Bologna  non  solo  ma  in  Padova  an- 
cora somma  era  la  stima  che  per  la  sua  dottrina 
si  era  acquistata,  cosi  che  nelle  pareti  del  pub- 
blico ginnasio,  ove  concorrevano  sommi  dottori, 
spesso  si  leggeva  scritto  Vivai  excelltns  Joan- 
nts  Acciojotus.  Il  merito  dell'Acciainoli  cognito 
ormai  da  per  tutto  fece  sì  che  il  granduca  Fran- 
ti lo  ascrivesse  nel  numero  dei  48,  e  gli  aili- 
dasse  all'ari  importantissimi.  Lascio  scritti  molti 
volumi  «li  «lotti  problemi, ripieni  di  grande  inge- 
gno ed  avvedutezza.    Degli  altri  scritti  delTAc- 


a8  a  e  e. 

ciaiuoli  null'altro  a  noi  resta,  fuorché,  la  memoria 
e  le  lodi  in  chi  li  lesse  e  vi  s'Istruì.  A  dritto  adun- 
que gli  vien  dato  il  posto  tra  le  persone  per  sa- 
pere illustri  per  i  documenti  dì  dottrina  da  esso 
dati  a  quell'età,  e  per  avere  illustrato  la  sua  fa- 
miglia e  se  stesso  di  nobili  discipline.  B~c.Ep.  vi 

Accolti  Benedetto  nacque  in  Arezzo  d'un'an- 
tica  e  nobile  famiglia.  Fu  appellato  il  seniore  per 
distinguerlo  da  altro  ch'ebbe  in  seguito  lo  stesso 
nome.  Fiorì  verso  Tanno  1^46,  in  cui  compose  un 
„  Trattato  legale-politico  „.  In  esso  esortava  Car- 
lo IV  a  passare  in  Italia,  dopo  che  avea  fatto  in- 
coronare Venceslao  suo  figlio  re  dei  romani ,  ad 
oggetto  di  sedare  le  turbolenze  che  agitavano  la 
Toscana,  e  di  arrestare  i  disegni  di  coloro  che 
in  questo  paese  usurpati  aveauo  i  diritti  dell'im- 
pero romano  e  del  papa.  Ma  questo  trattato  non 
venne  mai  a  luce,  sicché  sta  tuttora  tra  i  mano- 
scritti delT  Ambrosiana  di  Milano.  Lasciò  un  tìglio 
per  nome  Michele,  anch'esso  letterato,  che  ap- 
plicossi  nell'esercizio  della  facoltà  legale.  D.s.     v. 

Accolti  Benedetto,  che  dal  Muratori  si  asse- 
risce figlio  del  cardinale  Accolti,  e  che  perciò  ve- 
risimilmente  era  figlio  spurio  del  cardinal  Bene- 
detto, si  fece  capo^una  congiura  tramata  contro 
il  papa  Pio  IV.  Aveva  per  complici  Pietro  Accolli 
suo  congiunto,  il  conte  Antonio  di  Canossa)  il 
cavalier  Pelliccioni,  Prospero  d'Ettore  e  Taddeo 
Manfredi;  tutti  carichi  di  debiti  e  pieni  d"1  uno 
spirito  ardente  ed  inquieto.  Per  motivo  o  piut- 
tosto per  pretesto  della  loro  cospirazione  allega- 
vano, che  Pio  IV  non  fosse  papa  legittimo.  Essi 


a  e  e.  a9 

non  volevano  assassinarlo,  che  per  metterne  un 
altro  in  luogo  dì  lui.  Avea  promesso  di  dar  Pavia 
ad  Antonio,  Cremona  a  Taddeo,  Aquileia  a  Pellic- 
cione, ed  una  rendita  di  cinquemila  scudi  a  Pro- 
spero. Il  loro  progetto  si  traspriò.  Accolti  accu- 
sato di  aver  fatto  dimora  in  Ginevra  cominciò  a 
divenir  sospetto  al  papa,  perchè  troppo  sovente 
chiedeva  udienza.  Fu  preso  co\suoi  colleghi,  e 
furon  tutti  puniti  dell'attentato  loro  coIPulliino 
supplizio  nel  1664.  B.  u.  Ep.  v,  vi. 

Accolti  Francesco  nacque  in  Arezzo  Tanno 
i4i8,e  quindi  viene  denominato  ancora  France- 
sco Aretino.  Il  Filelfo  lo  addottrinò  nella  lette- 
ratura tjreca  e  Ialina.  Le  prime  università  d'Ita- 
lia si  dispularono  l'onore  di  avere  nel  catalogo 
de'loro  professori  un  nome  sì  celebre.  Più  d'un 
sovrano  a  lui  appoggiò  ragguardevoli  incarichi,  e 
fu  onorato  di  titolo  equestre.  L'Accolli  si  vuole 
autore  della  traduzione  d'una  parte  dei  poemi  di 
Omero,  d'alcune  Omelie  di  s.  Gio.  Grisostomo  e 
iti  altri  opuscoli  greci.  Nella  categorìa  legale  scris- 
se trattati,  consigli  e  commenti.  La  cultura  delle 
lettere  umane  che  distinguevate)  dai  suoi  colle- 
glli non  distinse  però  le  sue  opere  dalle  loro, 
regnando  nuche  iu  esse  una  eguale  aridità  e  ru- 
videzza di  stile.  S'inalza  bensì  sopra  *l  volgo  dei 
legisti  colle  sue  morali  virtù.  Mori  l'anno  i483,  e 
la  ài  lui  memoria  venne  fregiala  da  trascendenti 
elogi.  Ecco  un'idea  di  quei  che  furono  tributati 
alla  sua  scienza  legale.  Venne  riputato  comune- 
mente il  principe  de'giureconsulti  del  suo  secolo. 
il  ni  intuii  >  dei  professori, un  etereo  sole  cc.L"  tote 
St.   Tose.   Tom.  12.  4 


3o  A  C  e. 

decisioni  ed  i  suoi  cousuiti  *i  credevano  corre- 
dati da  una  veritàsìirrefragabile,che  da  molti  si  ri- 
guardavano come  altrettanti  evangeli.  Ne  aggiun- 
grremo  degli  altri  che  a  lui  furono  attribuiti  in 
qualità  di  uomo  enciclopedico.  Egli  era  per  cosi 
dire  monarca  di  tutte  le  scienze,  e  veuue  para- 
gonato ad  un  campo  fertilissimo  d^ogni  cosa,  tal- 
ché, se  tu  avessi  bramato  l'ornamento  della  gram- 
matica, l'eleganza  della  reltorica,  l'acutezza  della 
dialettica,  e  la  perfetta  cognizione  della  poesia, 
in  lui  ritrovato  avresti  ogni  frutto,  ogni  messe. 
Egli  era  legista,  canonista,  musico,  cantore  ec. 
C-r.  Ep.  vi. 

Accolti  Benedetto  aretino  e  liorentiuo.  Fu 
il  nonno  del  cardinale  Benedetto,  e  scrisse  la  se- 
guente storia  intorno  alfanno  »45o,  e  poi  stam- 
pata in  Venezia  nel  i53a.„  Benedirti  Accolti  de 
beilo  a  christianis  contra  barbaros  gesto  prò 
C liristi  sepulcro^  et  Judaea  recuperandis,  libri 
IF.  Thomas  Dempsterus  F.  C.  Baro  a  Muresk 
Scotus^cumaliis  scriptoribus  collatos  et  men- 
dis  expurgavit,  et  notis  non  vulgaribus  illu- 
strava^ Florentiae  i6a3  „.  La  sua  vita  e  le  sue  no- 
tizie si  posson  vedere  a  pagina  0*29  del  toni.  XI 
del  giornale  de'letlerati  d'Italia.  B-s.  \. 

Accolti  Bernardo  d'Arezzo,  come  poeta  so- 
pì annominato  runico  Aretino,  era  tìglio  di  Bene- 
detto lo  storico  e  nipote  di  Francesco  il  giure- 
consulto. Fu  assai  stimalo  alla  corte  di  Urbino 
ed  anche  a  Roma  sotto  Leone  X.  Tostochè  la 
voce  spargevasi  che  l'Unico  reciterebbe  dei  versi, 
tulle  si  chiudevano  le  botteghe  e  tutti  correva- 


A    C    C.  3l 

no  in  folla  per  sentirlo,  per  modo  ch'era  d'uopo 
munir  di  guardia  le  porte  .  Forse  riusciva  egli 
più  nei  versi  improvvisati  che  nei  studiati;  ma 
pure  era  elegante  e  concettoso  nelle  sue  poesìe; 
era  peraltro  un  poco  duro  ed  aspro  nel  suo  stile, 
come  usavasi  al  suo  tempo,  cioè  alla  fine  del  XV 
secolo  ed  al  principio  del  XVI.  Le  sue  poesie  so- 
no state  ristampate  molte  volte.  La  prima  volta 
in  Venezia  nel  i5i3  col  titolo:  „  Opera  nuova  del 
preclarissimo  rnes.  Bernardo  Accolti  aretino  scrit- 
tore apostolico  ed  abbreviatola.  „  L'altra  in  Fi- 
renze  i5i6  col  titolo  „  Virginia,  commedia,  capitoli 
e  strambotti  di  i>Ies.  Bernardo  Accolti  aretino,,. 
La  commedia  è  scritta  in  ottava  rima  secondo 
l'uso  di  quei  tempi  ed  in  altri  metri  varii.  Leone 
Xche  molto  lo  amava  gli  conferì  l'ufficio  di  scritto- 
re ed  abbreviatore  apostolico.  Avea  comprato  del 
proprio  la  signorìa  di  Nepi,  e  in  una  lettera  da  lui 
scritta  a  Pietro  Aretino  duolsi  che  gli  sia  stata 
lolla  da  Paolo  III.  Non  si  sa  l'epoca  della  sua 
nascita  e  deila  sua  morte:  sembia  peraltro  ch'ei 
sopravvivesse  all'Ariosto.  Questo  insigne  poeta 
parla  di  lui  nel  IV  canto  del  suo  poema, come  di 
un  cavaliere  reputato  da  molto  nella  corte  d'Ur- 
bino, e  che  accompagnava  le  dame  di  quelle  cor- 
te. G-g.  Ep.  v. 
Accolti  Pietro  erroneamente  confuso  con 
Bernardo  suo  fratello  e  col  cardinal  Benedetto  di 
lui  nipote.  Fu  figlio  di  Benedetto  lo  storico,  e  na- 
cque nel  1455.  Si  applicò  allo  studio  della  giuri- 
sprudenza e  la  insegnò  con  applauso.  Da  (iiulio  II 
venne  fatto  vicario  di  Roma,  e  poscia  crealo  car- 


3  a  4   r.   e. 

dinale  nel  1 5 1 1.  Ebbe  successivamente  i  vesco- 
vadi di  Ancona,  di  Arras,  di  Cadice,  di  Cremona 
e  poi  di  Ravenna.  Morì  in  Roma  nel  i53a,  dopo 
aver  molto  contribuito  air  inalzamento  di  suo 
nipote.  Viene  accennato  da  alcuni  scrittori  che 
lasciasse  vari  trattati  storici.  B.  u.         Ep.  v,  \i. 

Accolti  Leonardo  e  Pietro  ebbero  per  padre 
Fabbrizio.  Leonardo  fu  cancelliere  degli  archivi 
pubblici  di  Firenze  nel  1600.  Non  è  conoscili! o 
fra  i  letterati  che  per  aver  pubblicato  nel  i6a3 
col  suo  fratello  la  storia  di  Benedetto  loro  avolo 
„  De  bello  a  cristìanis  contro,  barbaros  gesto  „ 
colle  note  di  Tommaso  Dempstero.  Pietro  fu  dot- 
tore in  dritto,  e  professore  di  dritto  canonico  a 
Pisa  nel  1609,  membro  dell'accademia  fiorentina 
e  di  quella  del  disegno.  Si  ebbe  da  lui  P  opera 
intitolata  „  L'inganno  degli  occhi,  o  prospettiva 
pratica,  Venezia  1620  „  ed  altre.  Egli  ebbe  dal 
suo  matrimonio  con  Leonora  Spini  due  figlie  ed 
un  figlio  nominato  Iacopo,  V  ultimo  ili  questa 
famiglia  illustre  che  si  spense  con  lui  a  Firenze 
nel  1699.  B.  u.  vt 

Accorso  Francesco  figlio  d'Azzone  anch'esso 
letterato,  imitando  le  vestigiedel  padre  volle  con 
gli  seri!  ti  perpetuare  il  suo  nome,  non  v1  essendo 
mezzo  pili  valevole  ad  eternarsi  che  la  penna  . 
Era  egli  non  solamente  nelle  leg^i  dottissimo, 
ma  in  altre  discipline  non  mediocremente  eru- 
dito, onde  scrisse  „  Glossarium  super  Institut. 
Just  ini  ani ,  Lione  i568  „.  n  Commetar,  super 
Cotlìc.  et  Institut.  „  „  Disputa tionum  libri  duo  *. 
Lesse  pubblicamente  nel  celebre  studio  bologno 


A  c  c.  33 

se  legge  avanti  e  dopo  la  morte  del  padre  molti 
anni,  e  per  quanto  il  padre,  secondo  quel  che 
dice  Bartolo,  di  sua  eredità  il  privasse,  volle  nondi- 
mo  nella  stessa  sepoltura  esser  posto,  e  con  le 
ceneri  di  chi  generato  Paveva  mescolarsi.  Di  es- 
so t'avella  Dante  nel  XV  canto  dell'inferno.  Fu 
chiamato  dal  re   Riccardo  d'Inghilterra  del  quale 
fu  consigliero,  il  che  sapendo  i  bolognesi,  perchè 
non  partisse  gì*  imposer  la  pena  della  contisca- 
zione  dei  beni,  ma  egli  spregiando  la  pena,  dopo 
aver  venduto  i  mobili  andò  alla  chiamata  di  tal 
contiscazione  dei  beni  stabili,  che  gli  furono  ra 
stituiti  al  ritorno.  Lesse  nello  studio  di  Tolosa. 
Fu  contemporaneo  di  Bartolo  nello  studio  di  Bo- 
logna, col  quale  essendo  nata  disputa,  per  lo  scio- 
glimento mandarono  a  Pisa  a  riscontrar  le  Pan- 
dette: questione  letteraria  seguita,  per  detto  *\i 
monsignore  Agostini  nel  trattato  di  sue  emen- 
dazioni sopra  le  Pandette,  fra  Bartolo  e  Bardo. 
Visse  nel  (276  per  attestato  del  glossario  DulV"- 
sno.   Morì  di  68  anni  nel  )3oo,in  Bologna,  e  cosi 
nel  12,76  era  di  35  anni  lettore.  C>n.         Ep.  v. 
accorso  (  o forse)  Corso  da  Bagnolo  presso 
Firenze,  nato  circa  la  metà  del  XII  secolo,  sco- 
lare in  Bologna  di  giurisprudenza  sotto   Azone  , 
tonile  poi  cattedra  di  ragion   civile  per  3{  anni. 
Sulle  leggi  raccolte  da  Giustiniano  formo  quelle 
glosse  che  si  vedono  stampate  nel  corpo  civile 
di  quest'imperatore.  Lo  scopo  di  tali  glosse  fu  di 
Nfiom  il  vero  senso  di  una  datti  legga, di  cicbia- 
i"  11  vi  quelle  simili  ,  di  conciliare  insieme  le  <  011- 
trtrie,  e  di    muovere  intorno  1 ri 1 1 •  ■   medesime  sue- 

4* 


34  a  e  e. 

cintamente  delle  questioni.  Fecero  esse  dimenti- 
care le  antiche  di  coloro  che  in  ciò  loavean  pre- 
ceduto, e  nessuno  dopo  di  lui  prese  a  rifare  la 
cosa  stessa.  I  professori  che  vennero  dopo  di  Ac- 
corso diedersi  a  studiar  le  glosse  in  vece  del 
testo  giustiniano.  Se  in  esse  vi  trovaron  le  al- 
trui censure  di  che  riprenderlo,  ne  fu  colpa  Pigno- 
ro nza  del  suo  secolo,  che  non  gli  somministrava 
maggiori  lumi.  I  quattro  di  lui  figli  Francesco,  Gu- 
glielmo, Cervotto  e  Castellano  lo  seguirono  in 
quello  studio  medesimo,  allora  da  moltissimi  pra- 
ticato, sperandone  gran  guadagno.  Egli  morì  Pan- 
no 1293.  Ebbe  una  figlia  che  dicesi  aver  pure  te- 
nui a  pubblicamente  scuola  di  legge.  Per  colmo 
di  lode  a  favore  di  Accorso  diremo,  che  di  tale  e 
tanta  autorità  furono  le  sue  fatiche  sopra  quelle 
di  tutti  gli  altri  dottori,  che  il  famoso  Gino  da 
Pistoia  non  ricusò  di  chiamarlo  Advocatorum 
idolum^  magnifica  denominazione,  la  quale  spie- 
ga il  culto  cieco,  che  già  uomini  di  lettere  riscos- 
sero quando  la  scienza  era  in  pochi  petti  ristret- 
ta, e  quasi  un  arcano.  E,  (Tu,  i.  Ep.  v. 
Accorso  Cervottoiì  secondo  dei  tìgli  di  Fran- 
cesco, ebbe  come  suo  padre  lapassione  dello  stu- 
dio; egli  ottenne  d'essere  dottor  di  legge  prima 
delPetà  di  17  anni:  cosa  assai  rimarchevole,  per- 
chè dette  luogo  ad  una  lunga  dissenzione  nerfac- 
cademia  di  Bologna,  per  sapere  se  la  legge  lo  per- 
metteva: insegnò  il  dritto,  e  fece  delle  glosse  che 
aggiunse  a  quelle  di  suo  padre,  ma  son  poco  sti- 
male. Glossae  cervotianae  vocatae,  dice  il  Pan- 
ciroli,  ut  plurimum  reicìwitur.  v. 


ADA.  35 

Adalberto  I  figlio  di  Bonifazio  II,  conte  di 
Lucca,  marchese  educa  di  Toscana.  Bonifazio  era 
slato  spogliato  dei  suoi  feudi  dall'imperatore  Lo- 
tario I.  A  suo  tìglio  Adalberto  fu  restituito  il  du- 
cato di  Toscana  fino  dall'anno  847.  Il  regno  di 
questo  principe  fu  lungo  e  glorioso:  egli  fu  che  inal- 
zò i  duchi  di  Toscana  al  primo  grado  tra  i  feuda- 
tari italiani,  siccome  papa  Giovanni  Vili,  troppo 
favorevole  a  Carlo  il  Calvo  ,  pensava  nel  878 
trasmettergli  la  corona  dell'impero.  Adalberto  che 
sosteneva  il  partito  di  Carlomanno  marciò  con- 
tro Roma  con  suo  cognato  Lamberto  duca  di  Spo- 
leto, costrinse  il  papa  a  rifuggirsi  nella  Basilica 
di  san  Pietro,  obbligò  i  romani  a  prestare  giura- 
mento di  fedeltà  a  Carlomanno,  e  dispregiò,  per 
giungere  al  suo  scopo,  la  scomunica  che  gli  fu 
scagliata.  Adalberto  morì  fra  gli  anni  884  e  890, 
ed  ebbe  per  successore  suo  tìglio  dello  stesso 
di  lui  nome.  B.  u.  Ep,  ir. 

Adalberto  II  duca  di  Toscana  regnò  quan- 
do la  famiglia  de'Carlovingi  venne  a  spengersi, 
I  grandi  d'Italia  disnutavansi  le  corone  di  Lom- 
bardia e  dell'  impero  .  Adalberto  II  era  allora 
il  più  potente  dei  gran  feudatari  :  la  sua  corte 
era  delle  più  suntuose,  e  vi  s'  introduceva  già 
qualche  gusto  per  la  letteratura  e  per  le  arti. 
Strinse  amicizia  primieramente  coli'  imperator 
Guido  ch'era  suo  zio,  ma  più  d^una  volta  cambiò 
partito,  talché  Arnolfo  re  tl'Alemagna  fecelo  ar- 
restare nel  8q{  ir.  occasione  ch'era  venuto  e  ren- 
dergli omaggio.  Lamberto  figlio  di  Guido  lo  battè 
1  ••II898  vicino  a  s.  Donnino,  e  lo  fece  prigioniero. 


36  AD    A. 

Luigi  di  Provenza  che  l'avea  chiamato  in  Italia 
nel  900  ben  presto  forzollo  per  la  sua  ingrati  tu-* 
dine  a  scostarsi  da  lui.Credesi  che  Adalberto  mo- 
risse nel  917.  Gli  ultimi  anni  della  sua  vita  e  la 
sorte  della  sua  famiglia  son  coperti  da  molta  o- 
seurità.  Il  Muratori  lo  riguarda  come  un  antenato 
della  casa  d'Este.  Elmengarda  figlia  di  Adalberto 
li  sposò  Adalberto  marchese  d'Ivrea.  Guido  suo 
tiglio  gli  succese  nel  ducato  di  Toscana.  B.  ti. 

Ep.  iv. 
Adami  Iacopo  generale  fiorentino  di  famiglia 
pistoiese  nacque  nel  settembre  del  1606.  Nel  ter- 
zo lustro  della  età  sua  già  avanzalo  nelle  arti  ca- 
valleresche, fu  chiamato  a  militare  in  Germania 
da  un  suo  fratello  colà  onorevolmente  impiegato, 
ed  ottenne  subito  il  grado  di  altiere  nelle  truppe 
del  serenissimo  elettore  di  Baviera,  ove  fecesi 
tanto  merito.che  prima  di  giungere  alPetà  d'anni 
sedici  fu  dichiarato  capitano  di  cavallerìa,  e  sem- 
pre impiegalo  nnlle  più  ardue  e  pericolose  in- 
traprese e  spedizioni  .  Passò  quindi  al  grado  di 
sargente  maggiore,  e  poi  di  tenente  colonnello  . 
Il  granduca  di  Toscana,  Ferdinando  II,  lo  richiese 
all'  elettore  di  Baviera,  al  quale  finalmente  ac- 
consentì. Giunto  appena  in  Firenze  nel  settem- 
bre del  i638  ottenne  il  grado  di  capitano  della 
compagnia  dei  corazzieri  di  Montalcino  e  di  Lu- 
cignano.  L'Adami  ristabilì  in  Toscana  la  militar 
disciplina  già  decaduta.  Nel  i6^3  ebbe  dal  gran- 
duca il  grado  di  colonnello  di  un  reggimento  di 
dragoni  ,  in  tempo  appunto  che  il  duca  Odoar- 
do  di  Parma  inimicatosi  col  cardinale  Francesco 


4   DA.  37 

Barberino  ,  nipote  del  pontefice,  e  sospettando 
che  i  Barberini  meditassero  l'occupazione  di  Ca- 
stro, avea  fatto  lega  per  sua  difesa  con  i  venezia- 
ni, col  duca  di  Modena  e  col  granduca  di  Toscana 
suo  cognato.  In  questa  maniera  s'  era  turbato  il 
colante  sereno  di  pace  goduto  dalla  Toscana 
sotto  il  governo  mediceo,  poiché  i  Barberini  spe- 
dirono Luigi  IVIattei  alla  espugnazione  di  Castro, 
e  don  Taddeo  nipote  del  papa  e  generale  delle 
armi  pontificie  alla  sorpresa  di  Pistoia.  Il  colon- 
nello Adami  aveva  in  questo  medesimo  anno  ese- 
guita T  importante  commissione  avuta  dal  prin- 
cipe Mattias, fratello  del  granduca  e  generale  delle 
armi  toscane,  di  fare  atterrare  V  antica  muraglia 
delle  Chiane  d1Arezzo,  guardata  da  numerosa  sol- 
datesca pontificia,  per  facilitare  le  imprese  dei 
collegati,  dopo  Pespugnazione  di  Citerna  e  di  Pas- 
signano.  Nel  i656  ebbe  l'Adami  il  comando  della 
fortezza  di  Siena  ,  ed  in  fine  ebbe  quello  del- 
la fortezza  da  basso.  Non  mancarono  all'Adami 
quelle  virtù  d'animo  e  di  valore  che  sogliono  ac- 
compagnare le  persone  ben  nate.  Fu  dolentissimo 
d'avere  ucciso  un  suo  avversario  al  duello.  Giun- 
to finalmente  all'età  di  G8  anni,  morì  nel  gennaio 

del  i*>74-  ^*  ^  "•  '•  Ep-  VI- 

AbiMi  Anton  Filippo*  letterato,  nacque  verso 
il  1720  a  Firenze  d'una  famiglia  patrizia.  Abbrac- 
cio il  mesi i ere  delle  anni,  e  negli  ozi  che  questo  gli 
lasciava  coltivò  la  filosofia,  la  storia  e  le  lettere. 
I  suoi  talenti  gli  meritarono  la  benevolenza  del 
granduca  di  Toscana,  che  lo  creò  cavaliere  ci i  s. 
Slefai.o.  Aveva  idealo   di  pubblicare  la  raccolta 


38  A    D    A. 

degli  storici  di  Firenze,  e  nel  1755  ne  dette  fuo- 
ri il  prospetto.  Lo  stesso  anno  fece  stampare  in 
Roma  la  Cronica  delle  cose  d'Italia  di  Paolino 
Pieri.  La  poesia  tenne  occupati  gli  ultimi  anni 
deir  Adami,  e  stava  lavorando  in  una  tragedia 
della  congiura  dei  Pazzi  ,  quando  fu  rapito  da 
immatura  morte  sul  finire  dell' anno  1761.  Era 
membro  dell'accademia  degli  Apatisti,  ed  oltre  a 
vari  opuscoli  sulla  agricoltura  ed  economia  poli- 
fica,  si  ha  di  lui  „  I  cantici  biblici  ed  altri  salmi 
della  sacra  Scrittura  con  i  treni  di  Geremia,  espo- 
sti in  versi  toscani  da  un  accademico  apatista 
Firenze  1748  „}„  Dimostrazione  della  esistenza  di 
Dio  provata  con  quella  della  contingenza  della 
materia,  Livorno  1753  „*,„  Odi  panegiriche  a  Cesa- 
re, Firenze  1755  „$„lrna  traduzione  in  versi  sciolti 
del  saggio  sull'uomo  di  Pope,  Arezzo  17 56,,*,  „  De 
civitate  ac  portu  Liburni,  Carmen  172,3  „.  Que- 
sto libretto  non  rammentato  dal  Mazzucchelli 
nella  sua  storia  degli  scrittori  d^Ilalia  autentica 
la  patria  e  l1  origine  di  un  soggetto  che  si  rese 
celebre  e  che  vestì  la  porpora  senatoria.  B.  u. 

Ep.  vi,  vii. 

Adeodato  pistoiese  scultore  fratello  di  Grua- 
monte  fiorì  nel  1166  e  si  rese  celebre  per  quei 
tempi  in  alcuni  lavori  di  scultura  eh"'  ei  fece  col 
fratello  in  Pistoia.  C-c.  v. 

Adimaui  Forese  cavaliere  fiorentino.  Questi 
ancor  giovanetto  guidando  l'esercito  guelfo,  uc- 
cise Caco  eroe  dei  ghibellini  e  li  cacciò  tosto  dal- 
la città  ,  carico  delle  loro  spoglie  .  Dopo  poco 
tempo  peraltro  richiamati  questi  dal  popolo,  per 


A    D    I.  39 

estinguere  ogni  face  di  discordia  si  unì  in  matri- 
monio colla  liglia  di  Guidone  ghibellino.  Dopo 
di  ciò  essendo  passali  molti  anni  ,  in  tempo  ohe 
egli  era  gonfaloniere,  iu  uno  dei  Ire  condottieri 
che  incitarono  il  popolo  a  non  volere  accettare 
il  magnale.  G~d.  Ep.  v. 

A  ui.il  a  ai  Pagno .  fiori  uel  1267  e  fu  insigne 
dottor  di  legge,  come  s'ha  dagli  scritti  di  M.Gui- 
danlonio  Adimari,  canonico  fiorentino,  che  scrisse 
intorno  al  i55o.  v. 

Adimabi  Ttghìaio  Jldobrandtnì  (degli)  nel 
12.20  fu  considerato  il  più  virtuoso  magistrato  di 
Firenze  in  un'epoca  in  cui  questa  città  abbondava 
d'uomini  grandi.  Dante  lo  colloca  nelT  inferno 
perchè  un  vizio  vergognoso  disonestava  le  nobi- 
lissime sue  qualità:  ma  il  poeta  soggiunge,  che 
non  appena  udito  gli  venne  il  nome  di  Teghiaiò 
volle  gettarsi  ai  suoi  piedi,  esclamando  che  fino 
dall'infanzia  imparata  aveva  a  venerare  la  sua 
memoria.  B.  u.  v. 

AoiMAai  Alamanno,  figlio  di  Filippo  e  della 
Forteguerri,  fu  dottore,  canonico  del  duomo  e 
pievano  di  s.  Stefano  a  Modigliana.  Fu  uno  dei 
«iodici  ambasciatori  fiorentini  che  da  altrettanti 
principi  furono  mandati  al  papa  Bonifazio  VII  a 
congratularsi  delia  sua  esaltazione  al  pontificato» 
Iute:  venne  a  due  concili,  di  Pisa  e  di  Costanza, 
dove  s'oppose  agli  eretici  e  confutolli.  Nel  i4<>" 
fu  fatto  vescovo  della  patria,  qual  chiesa  rinun- 
ziò Idillio  seguente  per  essere  stato  eletto  arci- 
vescovo di  Taranto.  Fu  poi  fatto  cardinale    da 


4o  A    D    I. 

(iio.  XXIII,  e  arcivescovo  di  Pisa.  Fu  mandato 
legalo  al  re  d'Aragona  e  a  quel  di  Cartiglia,  come 
dice  l'Odrini.  Fu  anche  auditore  di  ruota,  on- 
de vi  sono  di  lui  „  Vecisìones,  homae  iG4o„.  co- 
me dice  il  Gantalmaio.  Fu  egli  che  promosse  al 
pontificato  Martino  V  e  morì  nel  1422  in  Roma  . 
B-s.  Ep.  v. 

Adimari  Taddeo,  fu  eremita  di  monte  Sena- 
rio,  storico  e  poeta,  morì  nel  i44°«  Alessandro 
Adimari  ne  fa  menzione  nella  Clio,  ove  riporta 
una  memoria  datagli  da  un  padre  della  Santissi- 
ma Annunziata,  nella  quale  apparisce  professore 
di  sacra  teologia,  storico,  insigne  poeta,  che  mol- 
to ha  lasciato  scritto  in  testimonio  del  suo  in- 
gegno, le  cui  opere  non  per  anche  edite  conser- 
vatisi nella  biblioteca  dei  servi  di  Maria  di  Firen- 
ze. Tra  i  suoi  lavori  il  più  celebre  é  la  storia  del 
suo  ordine.  B-s.  v. 

Adimari  Alessandro  letterato  e  poeta  celebre, 
cóme  le  opere  sue  dimostrano,  nato  nel  1570  det- 
te alla  luce  dal  1637  al  1642.  sei  raccolte  di  5o 
sonetti  Tuna  sopra  i  nomi  di  sei  tra  le  nove  muse. 
Dottissimo  nel  greco  intraprese  la  traduzione  di 
Pindaro, i  cui  versi  sonnacchi,  ed  Apostolo  Zeno 
ha  detto  con  ragione:  cerco  Pindaro  nell' Adima- 
ri, ma  non  lo  trovo.  Vi  aggiunse  erudite  annota- 
zioni, ed  altre  utili  spiegazioni  per  l'intelligenza 
del  testo:  fra  le  altre  degli  argomenti  che  prece- 
dono le  odi,  e  delle  sinopsi  o  tavole  che  presen- 
tano alPocchio  del  lettore  il  disegno  del  poeta  e 
l'ordine   che   regna   nel    suo  apparente  disorJi- 


ADI.  4r 

ne.  Alessandro  Adimari  non  fu  ricco  di  beni  di 
foituna,  e  visse  anzi  infelicemente*  mori  nel 
1649.  B.  u.  Ep.  v,  vi. 

Adimari  Lodovico  celebre  poeta  che  fiorì  nei 
tempi  del  ser.  principe  Francesco  Maria  di  Toscana, 
scrisse  gran  quantità  di  poesìe  che  troppo  lungo 
sarebbe  il  volerle  qui  tutte  riportare.  Di  lui  abbia- 
mo anche  varie  composizioni  in  prosa  molto  slima- 
te. Ecco  pertanto  il  nome  di  alcuni  de'suoi  com- 
ponimenti. „  Il  carceriere  di  sé  medesimo, drammi 
per  musica,  Venezia  168 1  ^  „Le  gare  d'amore  e 
d'amicizia,  commedia,  Firenze  i(>79  »*  »  L'amante 
di  sua  figlia, ovvero  le  generosità  romane  in  amore 
sotto  Fabio  Massimo,  dramma  al  granduca  Cosimo 
IH,,:,  „  Sonetti  amorosi,  Firenze  1672  „*,  „  Poesie 
sacre  e  morali,  Firenze  1696  partel  eli,.*, „ Parafra- 
si de'sette  salmi  penitenziali  spiegata  in  verso  liri- 
co,Firenze  come  sopra,,*,  „  Poesie  dell'Ali imari  sen- 
za segno  d'edizione  „*,  „  Prose  sacre  contenenti  il 
'Vilipendio  della  vita  di  s. Maria  Maddalena  de^Paz- 
zi  e  relazione  delle  feste  fatte  in  Firenze  per  la 
sua  canonizzazione  con  un  discorso  della  passio- 
ne del  Redentore,  Firenze  1706  „*,„  Satire, Firenze 
1716  „*,„  Lezioni  cavalleresche,  Colonia  Agrippina 
M)j)8„;wLa  corona  imperiale,  Firenze  i683„*,  „  Per 
la  felice  vittoria  ottenuta  nell'Austria,  applauden- 
dosi al  valore  del  serenissimo  di  Lorena,  Firen- 
ze i683  „.  lì-s.  vi. 

A.DIMAM  Angiol  Maria  teatino  confessore 
Iella  duchessa  di  Modena,  segretario  di  sua  reli- 
gione, compose  anagrammi  e  ottave  stampate 
nella  r<  ]  i/.ioue  delle  feste  por  la  canonizzazione 

Si,   Tose.   Tom.   12.  5 


^a  adi 

di  s.  Andrea  Corsini.  Mori  a  Modena  nel  i656, 
ed  il  suo  ritratto  è  nel  chiostro  di  quel  conven- 
to. B~s.  Ep.  v,  vi. 
Apimari  Biagio  napoletano  di  nascita,  ma  di 
origine  fiorentino.  Sotto  Carlo  d'Angiò  che  nel- 
l'acquisto del  regno  di  Napoli  fu  dai  guelfi  fioren- 
l ini  aiutato,  l'Adimari  trovò  grande  accoglimento 
e  protezione,  oud'è  che  gli  Adimari  come  guelfi 
ebbero  iti  quel  regno  onori  grandissimi,  trovando- 
si fin  dai  1187  Giovanni  Adimari  posseder  feudi 
nel  regno,  e  nel  1260  sotto  Manfredi  possedè  feudi 
l'andoifo.  In  tempo  di  Carlo  [  Matteo  fu  feuda- 
tario circa  '1  1370  ed  altri  Adimari  andarono  a 
Napoli,  come  racconta  Alessandro  nella  sua  Clio, 
ove  ottennero  cariche  ed  onori  rilevantissimi,  ed 
ebbero,  ancor  questi, feudi  e  vassalli.  Manno  Adi- 
mari  fu  castellano  di  Barletta,  ed  ebbe  signorìa 
in  terra  d"Otranto;fu  ambasciatore  aire  Cartoli, 
ed  altresì  presente  alla  coronazione  di  Bonifazio 
Vili.  Possedè  la  città  di  Cuma  per  metà,  oggi  di- 
sabitala ma  allora  famosa.  La  repubblica  fioren- 
tina richiamò  gli  Adimari  a  rimpatriare,  ma  non 
tutti  vi  acconsentirono,  trovandosi  altri  Adimari 
fiorentini  nel  regno.  Biagio  era  dottor  di  legge, 
avvocato  celebre  ne'supremi  tribunali  di  Napoli. 
Ha  dato  saggio  della  feracità  del  suo  sublime  in- 
gegno con  dare  alle  slampe  le  „  Osservazioni  ai 
consigli  dello  spettabile  reggente  Rovito  al  lib.  1, 
e  11,  Napoli  1672,,.  Osservazioni  al  lib.  111  de'detti 
consigli,  Napoli  1672.  Osservazioni  alle  decisioni 
del  detto  reggente  Rovito,  Napoli  1666  „.  De  nul- 
Htatibus  sententiarum  decretorum  laudor.  et 


ADI.  43 

arbitramentorum  .  Lione  „.  Supplemento  al  com- 
pendio delle  decisioni  di  Gio.  Balta  Toro,,.  Com- 
mentario sopra  il  n,  e  111  tomo  delle  prammatiche 
del  regno,,.  De  numeri 's  legatibus „  e  con  queste 
unì  uu'opera  genealogica  che  comprende  in  com- 
pendio tutte  le  famiglie  dTtalia,  con  la  descrizio- 
ne delle  città,  ed  altre  opere  degne  del  suo  gran 
talento.  Era  tiesolana  la  famiglia  degli  à-dimari, 
come  pure  quelle  de'Salviati,  Corsini, Ughi,  Im- 
portuni, Cavalcanti,  del  Bene,  Portinari,  Bastarì, 
Cipriani,  Ubriachi,  Macci,  Rustichelli,  Valori, 
Cattani,  Tedaldi,  Ruffoli,  Rondinelli,  del  Palagio, 
Folchi,  Baldovinetti,  Guidotti,  Sostegni,  Corsi, 
Cambi,  Covoni,  Ricoveri,  e  5oo  altre  mentovate 
dal  Verino,  famiglie  tutte  fiesolane.  C-n.  Ep.  vi. 
Adimari  Luigi  poeta  storico  fiorentino,  na- 
cque in  Napoli  nel  i644ìefece  >  suoi  studi  alla 
università  di  Pisa.  Visitò  in  gioventù  le  varie 
corti  d'Italia,  ove  si  fece  onore  pe'suoi  talenti  e 
per  le  rare  qualità  del  suo  spirito.  Ferdinando 
Carlo  di  Mantova  lo  nominò  marchese  e  suo  gen- 
tiluomo di  camera:  fu  membro  delle  varie  acca- 
demie fiorentine.  Successe  al  Redi  nella  cattedra 
ili  lingua  toscana,  e  fu  anche  professore  di  scienza 
cavalleresca  in  quella  dei  nobili.  Fu  impressa  una 
sua  raccolta  in  prosa  sopra  argomenti  di  pietà: 
„  Prose  sacre.  Firenze  1706  „.  Tutte  le  altre  sue 
opere  sono  in  versi.  Cinque  satire  da  lui  composte 
sono  la  più  solida  base  della  sua  fama.  Lo  stile 
iTè  elegante,  e  quantunque  i  vizi  siano  in  esse 
severamente  redarguiti,  pur  non  sono  né  acri,  ne 
mordaci,  tranne  sul  canto  delle  donne.  Egli   ha 


44  Ann. 

fiflo  contro  di  esse  uno  satira  che  ha  più  di  ;5oo 
versi,  ed  è  la  quarta  ove  sferza  le  donne  di  teatro, 
ma  l'ultima  è  contro  il  sesso  in  generale  che  non 
ha  meno  di  1000  versi.  Il  difetto  dell'autore  è  un 
eccesso  di  prolissità. Egli  morì  in  Firenze  nel  giu- 
gno del  ijoS.B.u.  Ep.  vi. 
Adriani  Marcello  Virgilio  padre  di  Gio.  Bat- 
tista Adriani  uomo  in  ogni  genere  di  dottrina  am- 
maestrato, di  tre  linguaggi  assai  pratico,  riero 
ipdle  invenzioni,  nel  dispor  l'opere  maraviglioso, 
e  nelle  cose  più  ardue  e  difficili  molto  facile,  le 
cui  insigni  virtù  conosciute,  ed  onorevolmente  ri- 
compensate furono,  sicché  meritarono  che  la  re- 
pubblica fiorentina  dopo  Lionardo.  Poggio,  Barto- 
loraraeo  Scala  alla  onorevole  carica  di  segretario 
il  portasse.  Fu  fedelissimo  investigatore  dei  sem- 
plici, ed  interpetre  di  Dioscoride,  essendo  da  gio- 
vinetto stato  inclinato  alla  bottanica.  ed  avendovi 
in  quell'età  tenera  fatto  studio  particolare.  Fu 
da  Pietro  Castello  annoverato  tra  i  medici  più 
insigni  e  più  dotti. Tradusse  dal  greco  alcuni  trat- 
tati di  materia  medica  e  scrisse  sopra  il  quarto 
libro  di  Dioscoride  „.  Delle  facoltà  dei  semplici  „. 
Scrisse  „  Morborum  atque  fiumani  corporis  stf- 
tiorum  genus  orane,  quorum  subinde  meminit 
Dioscorides  dili genitissime,  Coloniae  1 529.  „  De 
letalìbus  venenis  ec.  Coloniae  i5zg.  „  De  cane 
rabido  squali  opere  interpetròe  vi  fece  dottissimi 
commenti,  ne"quali  oltre  l'erudizione  messe  an- 
che insieme  le  versioni  di  tutti  i  commentatori, 
e  spiegò  lo  stesso  Dioscoride,  dove  tratta  univer- 
salmente dei  mali  e  di  loj  cura,  con  dottissime 


ADR.  45 

annotazioni  accrescendolo,  ed  in  quella  parte 
che  ai  semplici  appartiene  fa  diligentissimo  os- 
servatore, avendola  fin  da  giovinetto  al  deside- 
ralo fine  condotta,  la  qual  opera  fu  stampata  in 
Colonia  nel  1629.  Scrisse  anche  varie  erudite  o- 
razioni  in  diverse  memorabili  circostanze  e  per  fu- 
nerali. Scrisse  altresì  la  „  Vita  Silis  Italici  „  Vita 
Horatii  Flacci  MS.^^kdx  sua  mano  tradotta  dal 
greco  „  Demostenis  orati o  cantra  Aeschinem  de 
mala  legislatione  „  ed  altre  opere  di  minor  conto. 
Morì  nel  \5i\.C-n.  Ep.  v. 

Adriani  Gio.  Battista  per  soprannome  Mar- 
cellino addomandato,  tìglio  dell'erudito  Marcello 
Virgilio  Adriani,  pratico  delle  toscane  e  latine 
lettere,  esperto  poeta,  nel  compor  versi  prontis- 
simo: diligente  ed  assiduo  nelTammaestrare  la 
gioventù:  nell'arte  oratoria  facondissimo,  e  nel- 
lo scrivere  storie  non  meno  erudito  che  fedele 
e  veridico:  annoverato  traVelebri  legisti  dal  Mo- 
naliti. Consacrò  molte  sue  degne  fatiche  alla  im- 
mortalità, fra  le  quali  „  alcune  orazioni  „  assai  lo- 
devoli, e  dai  cultori  delle  lettere  molto  applaudite: 
ed  „  una  lettera  a  Giorgio  Vasari  „  nella  quale  bre- 
vemente si  raccontano  i  nomi  e  le  opere  dei  pio 
eccellenti  artefici  in  pittura,  in  bronzo  0  in  mar- 
mo, la  quale  sta  in  principio  del  secondo  volume 
della  terza  parte  delle  opere  del  Vasari.  Firenze. 
Jì-s.  ▼,  vi. 

Adriani  Marcello  il  giovane  figlio  di  Gio.  Bat- 
tista successore  al  padre  n^lla  cattedra  di  umanità 
nello  studio  fiorentino  ancorché  giovanetto,  e 
riuscì  di  profonda  erudizione  e  d^incredihile  let- 


46  A    G    A. 

teraf  ura  sì  nella  latina  che  nella  greca  favella,  dal- 
le quali  trasportò  nella  toscana  le  opere  morali  e 
miste  di  Plutarco.  Tradusse  „  l'orazione  funerale  di 
Cosimo  granduca  di  Toscana  fatla  in  latino  dal 
padre,  Firenze  „.  Leggonsi  di  lui  ccOratio  in  fune- 
re Petri  Medicis  „.  Or  atto  in  funere  Caroli  de 
Spìnellis  neapoletani  „  ed  altre  orazioni  funerali. 
„  Lezioni  sopra  la  poetica  d'Orazio  e  parte  di  Ca- 
tullo [VIS.,,  Frammenti  di  più  scritti  intorno  alla 
guerra  di  Siena.  MS.  „  Opuscoli  di  Plutarco  1>IS.  » 
e  questa  è  l'opera  più  famosa.  C-n.  Ep.  vi. 

Agazzari  Fra  Filippo  nobile  senese  agosti- 
niano, dagli  scrittori  onorato  col  titolo  di  santo, 
fu  grande  nemico  dell'ozio  e  curioso  antiquario; 
onde  scrisse  un  „  Memoriale  del  convento  di  Lec- 
ceto„ove  inserì  la  vita  del  B.  Niccolò  Marescotti, 
e  molti  altri  libri,  come  attesta  Andrea  Gelsomi- 
ni. U-r.  v. 

Agazzari  Stefano.  Ved.  Stefano  Beato. 

Agazzari  Agostino  senese,  monaco,  vaghis- 
simo e  bizzarrissimo  sonatore  d'organo,  ed  assai 
armonioso  e  risoluto  nel  compor  musica.  Nacque 
di  nobile  casato  verso  il  1578,  e  morì  nel  1640. 
Fu  il  primo  che  introdusse  in  Roma  il  modo  del 
concerto  che  il  P.  Viadana  avea  con  bella  indu- 
stria apparato:  lasciò  per  testimonianza  de-  suoi 
talenti  quantità  grande  di  MS.  in  questo  genere, 
e  ventisei  opere  in  tal  professione  stampate.  Fu 
maestro  di  cappella  a  Siena  ,  nella  qual  carica 
finì  con  dolore  universale  i  suoi  giorni.  C-n.    vi. 

Aggiunti  Niccolò  professore  di  mattematiche 
nello  studio  pisano  nacque  uella  città  di  Borgo  a  s. 


A    G    G.  47 

Sepolcro  circa  il  1600.  Studiò  con  indefessa  fatica 
la  lingua  greca,  la  filosofia,  le  leggi,  gli  elementi  di 
Euclide,  la  geometrìa  e  l'astronomìa,  la  musica 
ed  il  disegno.  Sostenne  la  sunnominata  cattedra 
con  somma  riputazione  ,  e  con  gran  concorso 
di  scolari  e  professori  non  solo,  ma  spesse  volte 
anche  onorato  dalla  presenza  del  cardinale,  dei 
principi  di  Toscana,  deMuchi  di  Lorena  e  di  Guisa 
e  d^altri  illustri  personaggi.  Era  curiosoinvestiga- 
tore  de^iù  nascosti  segreti,  e  con  le  forze  dell'in- 
telletto e  con  la  scorta  de^sens^ora  penetrava  nelle 
viscere  della  terra,  ora  s'innalzava  all'altezza  dei 
cieli,  ora  spazziava  per  l'immensità  del  mare,  e  non 
lasciando  inconsiderato  alcun  efletto  naturale  cou 
replicate  esperienze  e  minutissime  osservazioni 
scopriva  ingegnosamente  molle  cagioni  incognite 
alla  comune  scuola  dei  filosofi.  Basti  poi  per  te- 
stimonianza di  suo  sapere  Tessere  stato  somma- 
mente lodato  dal  gran  Galileo  e  tenuto  in  gran- 
dissimo conto  dal  granduca  Ferdinando  e  dagli 
altri  principi. Nell'età  finalmente  di  circa  35  anni 
morì  l'Aggiunti  compianto  dai  buoni,  dai  dotti 
e  da  chi  si  era  reso  dotto  nella  sua  dottrina  me- 
desima. T-g.  Ep.s\. 
A-gli  Antonio  canonico  nobile  fiorentino,  dot- 
to nella  greca  e  latina  lingua,  facondissimo  ora- 
tore, fu  maestro  di  Paolo  li  in  tempo  del  suo  car- 
dinalato e  dal  medesimo  pontefice  fu  creato  ve- 
scovo di  Fiesole  nel  j466  e  nel  1470  fu  traslatato 
alla  sede  di  Volterra.  Scrisse  con  purgato  stile  le 
„  Vite  dei  santi  „,  e  piamente  morì  nel  i4?&- 
U-g.  v. 


48  AGI*. 

Agnelli  Fra  Guglielmo  pisano  discepolo  di 
Niccolo  pisano,  fu  P;>rchiletto  dell'attuai  facciata 
di  s.  Michele  in  borgo,  e.  lo  scultore  delle  figure 
che  l'adornano,  come  pure  dei  quattro  bissirilievi 
che  decorarono  un  giorno  il  pulpito  di  detta  chie- 
sa e  eh'  ora  trovatisi  in  Duomo.  Mori  nel  1Z11. 
G-s.  Ep.   v. 

Agnello  Giovanni  del  Pera  della  fazione  dei 
Raspanti,  favoreggiata  dalPAguto  capitano  al  sol- 
do dei  pisani,  si  fece  proditoriamente  dichiarar  do- 
ge della  repubblica  pisana,  e  quindi  signore  as- 
soluto. Si  conservò  nell'usurpato  dominio  perso- 
li quattro  anni,    cioè  dal  i364  al  i368.  G-s.        v. 

Agnese  Segni  da  Montepulciano  santa,  si  fé 
monaca  nell'età  di  nove  anni  tra  le  suore  del  Sac- 
co, dette  così  perchè  portavano  una  pazienza  di 
panno  da  sacco.  All'età  di  quindici  anni  fu  chia 
mata  a  fondare  un  monastero  a  Porsenna  ovvero 
Procena  castello  posto  fra  Orvieto  ed  Acquapen- 
dente. Un  altro  ne  fondò  in  seguito  a  Montepul- 
ciano, e  quivi  mancò  di  vita  Panno  i3 1 7.  Nel  Mar- 
tirologio è  encomiala  come  chiara  per  i  miracoli 
e  la  sua  vita  è  cavata  dal  libro  dei  santi  e  beati  del- 
l'ordine di  s.  Domenico,  e  compendiata  dal  Razzi, 
Vite  dei  santi  e  beati  toscani  .  Andrea  pisano 
che  ne  ha  lasciata  la  vita  così  la  intitola,  La  sacra 
istoria  di  santa  Agnese  da  Montepulciano,  tra- 
dotta in  italiano  da  Fra  Andrea  pisano,  Bologna 
1 5  14*  H  Barbieri  scrisse  la  vita  di  santa  Agnese 
Segni  di  Montepulciano  dell'ordine  de'predicalo- 
ri.  Roma  1667.  v. 

Agnolo  del  Tura  senese  fu  curioso  i ovest  ga- 


A    G    f.  49 

foie  dei  fatti  ed  imprese  succedute  in  Siena,  ne 
compose  una  „  Cronica  dall'anno  1166  sino  al 
1084  »,  ne!  quale  collo  scrivere  finì  la  vita.  Que- 
st'opera dai  senesi  é  molto  apprezzata  ,  non  so- 
lamente perchè  scrive  molte  cose  di  veduta,  ma 
perchè  il  suo  stile  è  così  bello,  puro,  schietto  e 
veramente  toscano.  TJ~r.  Ep.  v. 

Agnolo  ed  Agostino  senesi  fiorirono  nel  se- 
colo XIV.  Furono  scultori  che  operarono  con 
Giovanni  pisano  al  duomo  di  Orvieto  negli  or- 
namenti di  marmo.  Come  architetti  fecero  la  por- 
ta a  Tuli  di  Siena,  mettendovi  dentro  il  borgo 
che  era  fuori  la  porla  a  santa  Agata  l'anno  1021} 
e  nel  1 3^5  gettarono  i  fondamenti  in  Siena  della 
chiesa  di  s.  Francesco  alla  presenza  del  cardinale 
di  Gaeta  legato  del  papa:  fecero  in  patria  vari  al- 
tri edilizi  e  lavorarono  nel  loro  duomo.  Furono 
amici  di  Giotto,  il  quale  lodolli  a  Pier  Saccone 
signore  di  Arezzo  per  i  migliori  scultori  di  quei 
tempi*  per  il  che  Saccone  dette  loro  a  far  la  se- 
poltura del  vescovo  Guido  suo  fratello,  che  la 
condussero  a  nobile  vaghezza  ed  ultima  perfezio- 
ne. C-c.  v. 

Agostim  Leonardo  senese  bravo  intagliatore. 
Di  esso  vedesi  un'opera  con  gran  quantità  d'inta- 
gli.che  ha  per  tHoìo „Gemmae  et  sculpturae  anti- 
guae  deplctae  a  Leonardo  Augustine  senense». 
Vii  pubblicata  da  Giacomo  Gronovio  e  data  alle 
stampe  da  Abramo  Bloeleliiigt  in  Amsterdam 
l'anno  i685,  ed  a  ciascuna  gemma  fu  fatta  l'espo- 
sizione a  parie  dal  cavaliere  Paolo  MnfTei.  Ne  fu 
fatta  poi  una  edizione  più  amplia,  ascenden  lo  il 

SU   Toh  ■  Tom.  12.  6 


ho  A    G    U. 

numero  dei  rami  a  4 19  •>  divisi  in  quattro  parti. 
(Questo  celebre  archeologo  fioriva  verso  la  mela 
del  secolo  XVII,  e  sotto  il  pontificalo  di  Urbano 
Vili  viveva  alla  corte  del  cardinale  Barberin  . 
Alessandro  VII  che  molto  lo  stimava  gli  conferì 
la  carica  d'inquisitore,  o  esaminatore  delle  anti- 
chità in  tutto  il  paese  latino  .  Dette  in  luce  an- 
cora e  ristampò  „  La  Sicilia  di  Filippo  Parula,  con 
addizioni  e  medaglie,  Roma  1649  »•  B-  u-  Ep>  VI- 
Agnolo  Baccio  (cT)  fiorentino  nato  intorno 
all'anno  1460  si  pose  a  fare  l'intagliatore  in  legno 
e  l'intarsiatore}  poi  prese  genio  all'architettura 
e  andò  a  Roma  per  oggetto  di  misurare  le  fabbri- 
che antiche.  Rimpatriatosi  ebbe  molte  commis- 
sioni, e  fu  richiesto  da  molti  del  suo  consiglio 
per  le  fabbriche  da  farsi.  Fu  chiamato  inclusive 
a  parte  delle  deliberazioni  che  si  fecero  sopra  la 
sala  grande  del  palazzo  Vecchio  .  ove  intagliò  col 
disegno  di  Filippino  l'ornamento  di  legname  della 
tavola  grande  abbozzata  da  Fra  Bartolornmeo,  e 
insieme  col  Cronaca  fece  la  scala  che  conduce 
al  detto  salone  chiamato  in  oggi  dei  200.  Iuven- 
tò  ancora  molti  ornamenti  per  il  giardino  allora 
di  Giovanni  Bartoli  in  Gualfonda:  proseguì  frat- 
tanto ad  aver  commissioni  di  fare  altri  palazzi. 
Grandissima  perizia  mostrò  Baccio  nel  campanile 
di  s.  Spirito  ,  che  fu  terminato  da  altri  artefici 
per  ordine  di  Cosimo  I,  il  quale  campanile  è  uno 
dei  più  belli  e  ben  formati  dell'Italia.  Finalmen- 
te dopo  aver  durate  Baccio  immense  fatiche.e  per 
le  private  e  per  le  pubbliche  fabbriche,cessò  di  vi- 
vere d'anni  85  in  circa  nel  *  544?  lasciando  tre  fi- 


A    G    O.  5l 

gli  Giuliano,  Filippo  e  Domenico,  i  quali  attesero 
all'arte  dell'intaglio  e  dell'architettura.  S.  d'u.  i. 

Ep.  v,  vr. 
A-gostino  Sanese  nacque  dopo  la  metà  del 
secoloXIlle  fu  rinomato  scultore  ed  architetto, 
e  molto  superò  i  propri  antenati.  In  età  d'anni 
quindici  si  pose  ad  apprendere  la  scultura  da  Gio- 
vanni pisano,  e  col  maestro  operò  nei  lavori  più 
interessanti,  e  tra  gli  altri  nella  tavola  di  marmo 
dell'aitar  maggiore  nel  vescovado  di  Arezzo,  dove 
dette  il  primo  saggio  della  molta  sua  abilità  an- 
che Angiolo  fratello  di  agostino,  ed  ambedue 
appresero  da  Giovanni  pisano  le  regole  dell'ar- 
chitettura. Furon  quindi  ambedue  i  fratelli  no- 
minati architetti  della  città  di  Siena.  Detter  essi 
principio  alla  torre  di  piazza  che  restò  terminata 
nel  i344i  ed  allora  fecero  anche  la  sala  del  con- 
siglio maggiore.  Lavorarono  pure  nelle  sculture 
del  sepolcro  destinato  a  Guido  signore  e  vescovo 
di  àrezzo,  di  cui  Giotto  avea  fatto  il  disegno,  con- 
sistente in  sedici  storie  che  esprimono  le  imprese 
del  nominato  vescovo.  Questi  due  fratelli  ridus- 
sero nei  loro  alvei  le  acque  del  Pò,  che  avevano 
furiosamente  straripalo  con  perdita  di  diecimila 
persone,  e  in  patria  fecero  la  fonte  della  piazza 
principale,  conducendovi  le  acque  per  canali  di 
piombo  e  di  terra  con  artifizio  non  usato  in  quei 
tempi.  Furono  questi  due  artefici  commendabili 
sì  nella  scultura  che  nell'architettura,  ma  più  in 
quella  che  in  questa  si  segnalarono,  poiché  quan- 
tunque nell'  ordinare  le  fabbriche  uguagliassero 
gli  altri  artefici  a  loro  contemporanei  .  non  v'in- 


52  ALA. 

trodussero  però  alcuna  pré  gevole  e  nuova  consf- 
derazione,  imitando  in  ogni  sua  parte  la  moderna 
maniera  gotica,  mentre  nelle  opere  di  scarpello 
mostrarono  una  particolare  morbidezza,  una  dili- 
genza somma  nel  pulire  i  lavori-,  ed  una  finezza 
estrema  d'intaglio  ,  cose  mai  a  quel  tempo  pra- 
ticate neppure  dallo  stesso  Giovanni  pisano,  che 
teneva  il  primo  luogo  fra  gli  scultori  di  quella 
età.  S.  d^u.  L  Ep.  v. 

Alamanni  Luigi  nacque  in  Firenze  net  i4<)5 
da  nobilissimi  genitori.  Fece  in  patria  i  suoi  stu- 
di nella  univprsità  di  Firenze,dimostrando  vivace 
e  pronto  ingegno  :  seppe  erudirsi  anche  nella 
conversazione  degli  amici.  Esisteva  ancora  un 
avanzo  della  celebre  accademia  che  adunavasi 
negli  orti  Oricellari.  Ivi  a  letterario  trattenimento 
S'  univa  il  nostro  Luigi  a  Pier  Martelli  ,  a  Fran- 
cesco Vettori,  a  Zanobi  Buondelmonti,  a  Niccolò 
Macchiavelli  e  ad  altri  valenTuominl.  e  dal  Tris- 
sino  gli  venne  ispirato  Tamore  delle  lettere  gre- 
che. Governava  allora  Firenze  il  cardinale  Giulio 
dei  Medici  spurio  nipote  o  cugino  del  regnante 
pontefice  Leone  X.  Trovato  Luigi  una  notte  col- 
le armi  indosso  fu  dal  cardinale  condannato  a 
notabil  multa  :  dispiacque  al  giovine,  e  pensò  alla 
vendetta.  Gli  zelanti  per  la  repubblica  erano  per 
natura  nemici  delle  soperchierìe  del  paventalo 
stìpite.  Luigi  ordì  coi  repubblicani  una  congiura 
che  fu  scoperta,  ed  a  lui  rimase  appena  tempo  a 
fuggire  in  Venezia.  Ma  nel  i52S  salita  in  cattedra 
Clemente  VII,  Luigi  non  si  tenne  più  sicuro  in 
Venezia,  ma  passò  in  Francia  >  ove  da  Giuliano 


ALA.  53 

Bonaccorsi  fu  cortesemente  accollò  in  Provenza. 
Di  là  tornò  a  Genova  presso  Andrea  Doria ,  alla 
benevolenza  del  quale  aprirono  un  varco  le  let- 
tere che  professava  l'Alamanni  .  Accadde  in  Fi- 
renze che  per  la  prigionìa  di  Clemente  VII  i 
fiorentini  tentarono  di  ricuperare  la  loro  libertà 
popolare,  e  fu  allora  che  f Alamanni  tornò  a  Fi- 
renze ,  ma  per  consigliare  i  rivoltosi  a  cedere 
spontaneamente  la  chimerica  loro  libertà,  che 
non  poteasi  reggere  in  conto  alcuno  5  e  per  tal 
cessione  avrebbero  ottenuto  da  Carlo  V  condi- 
zioni e  patti  assai  vantaggiosi.  Ma  il  cieco  fanati- 
smo repubblicano  fece  riguardare  con  abborri- 
menlo  i  prudenti  sensi  dell'Alamanni,  e  fu  qua- 
lificato d*  animo  servile  e  nemico  della  patria  , 
dalla  quale  nuovamente  si  allontanò.  Passato  in 
Francia  ritrovò,  mediante  la  poesìa,  un  gran  me- 
cenate in  Francesco  I,  che  n'era  amantissimo,  e 
n'ottenne  T  ordine  di  s.  Michele.  Luigi  allora 
pubblicò  le  sue  opere  Panilo  i532.  L1  anno  se- 
guente fu  da  Caterina  dei  Medici  regina  di  Fran- 
cia e  di  lui  concittadina  chiamato  in  corte  come 
suo  maggiordomo,  e  ad  essa  egli  dedicò  il  suo 
poema  della  coltivazione.  Venuto  poi  in  Toscana 
poco  vi  si  trattenne  per  tornar  tosto  in  Francia 
destinato  dal  re  ambasciatore  a  Carlo  V.  Mancato 
di  vita  il  re  Francesco,  allora  il  nostro  Alamanni 
pose  mano  a  terminare  il„Giovine  cortese,  poe- 
ma in  ottava  rima  „,  in  cui  descrive  Pongine,  le 
leggi,  le  imprese  dei  cavalieri  erranti  della  Gian 
Brettagna  celebrati  sotto  il  notissimo  appellativo 
della  Tavola  Rulonda,ed  al  nuovo  monarca  lo  dedi- 


5{  ALA. 

nò.  Questo  re  lo  spedì  ambasciatore  a  Genova  per 
trarla  dal  suo  partito,  senza  però  ottenerne  P  in- 
tento}  ma  non  per  questo  fu  men  grato  al  sovrano. 
Luigi  trovavasi  in  una  villa  con  quella  corte  R. 
quando  infermatosi  nelP  aprile  del  i556  tini  di 
vivere  in  età  d'anni  60.  Ebbe  due  mogli,  ma  non 
per  questo  mancò  d'amore  anche  per  altre  donne, 
cbe  egli  adombra  coi  nomi  pastorali  di  Flora  e  di 
Cinzia.  Quegli  amori  per  altro  mostravausi  casti 
e  puri,  quali  richiedevano  in  persona  nobile  e 
virtuosa  verso  dame  di  ragguardevole  nobiltà  e 
virtù.  Ei  raccolse  in  due  volumi  i  suoi  compo- 
nimenti poetici  di  minor  mole,  i  quali  furono 
pubblicati  in  Lione  P  anno  i53a  con  titolo  di 
„  Opere  toscane  ,,.  Egli  aspirò  ancora  alla  corona 
epica  con  due  poemi}  il  primo  fu  „  Girone  il  cor- 
tese „  ch'è  una  quasi  completa  traduzione  d'  un 
poema  francese  collo  stesso  titolo.  L'altro  poema 
è  „  P  Avarchide  „,  ove  descrive  Passedio  di  Bur- 
ges  capitale  di  quest'ultima  provincia,  che  Cesare 
chiamò  Avaricum.  Omero  vi  è  imitato  per  modo 
che  fu  detto  il  poema  una  toscana  Iliade.  Pel 
poema  della  Coltivazione  PAlamanni  occupa  uno 
dei  più  eminenti  seggi  delP italiano  Parnaso.  Si 
hanno  alla  stampa  ancora  alcune  orazioni  e  let- 
tere dal  nostro  autore  distese  in  lingua  volgare. 
Il  Varchi  amicissimo  delP  Alamanni  ci  dice  che 
ei  fu  di  piacevolissimo  aspetto,  d'animo  cortese, 
modesto,  officioso  ed  anche  nella  pratica  degli 
affari  d'ingegno  pronto  e  sottile  .  Tante  prege- 
voli qualità  non  valsero  a  preservarlo  dall'ester- 
minio,  taP  è  la  fatalità  di  chi  si  avviene  in  tem^i 


A    L    B.  55 

di  esaltamento  di  opposti  parlili, e  sciaguratamen- 
te si  dedica  a  quello  che  riman  vinto  e  schiac- 
cialo. C~n.  Ep.  v,  vi. 
Albergotti  Giovanni  aretino  che  da  Grego- 
rio XI  fu  creato  vescovo,  al  quale  Gregorio  per 
le  doti  dell'animo  e  per  le  sue  rare  virtù  fu  carissi- 
mo, onde  il  fé  suo  consigliere,  e  lo  spedì  contro 
Galeazzo  Visconti  allora  nemico  della  chiesa,  sot- 
toponendo con  sua  prudenza  alla  medesima  molle 
città,  fra  le  quali  una  si  fu  Vercelli,  come  asseri- 
sce il  Tommasini  negli  elogi  degli  uomini  illustri. 
Fu  dal  papa  fatto  legato  in  Toscana,  ma  tentan- 
do far  ribellare  gli  aretini  da'fiorentini,  questi  pre- 
sero le  armi  e  bruciarono  tutti  i  beni  del  vescovo 
e  de'suoi  confederati,  come  dice  Leonardo  are- 
tino. Fiori  Giovanni  nel  1370.  C-n.  v. 
Albergotti  Francesco  giureconsulto  ,  uno 
degli  uomini  più  sapienti  del  tempo  suo,  nacque 
in  Arezzo  nel  sec.XlV^studiò  sotto  Baldo  e  fece  ra- 
pidi progressi  nelle  scieuze,e  principalmente  nella 
filosofia  di  quei  tempi  ,  e  nella  giurisprudenza. 
Egli  esercitò  in  principio  la  professione  di  avvo- 
cato in  Arezzo,  e  portossi  a  Firenze  nel  1^49,  ove 
per  la  sua  grande  erudizione  e  suoi  talenti  e  sua  in- 
t  egri  tè  si  acquistò  il  titolo  di  dottore  della  verità 
solida.  La  repubblica  di  Firenze  gli  aflidò  più 
volle  i  di  lei  interessi  in  varie  importanti  negozia- 
zioni, specialmente  coi  bolognesi  nel  i358,  e  sem- 
pre ebbe  luogo  di  lodarsene,  ed  in  ricompensa 
(fai  mio!  servizi  fu  fatto  nobile.  Egli  mori  a  Fi- 
1  ii/«-  nel  1X76.  Leoppreche  di  Itti  c'  son  restate 
SODO  ..  Commentari  sopra  il  digesto,,  su  qualche  li- 


56  A    L    B. 

bro  del  codice  e  delle  consulte,  di  cui  Bartolo  fa 
grandi  elogi  .  Albergotti  Luigi  tìglio  di  questo 
Francesco  seguì  la  stessa  carriera  del  padre,  e 
fu  un  erudito  giureconsulto.  Marcellino  Albergotti 
vescovo  di  Arezzo  rese  dei  gran  servigi  ad  In- 
nocenzo IV  contro  T  imperatore  Ferdinando  II. 
Giovanni  Albergotti  egualmente  vescovo  di  A- 
rezzo  fu  utilmente  impiegato  dal  papa  Gregorio 
XI  negl'intrighi  che  questo  pontefice  ebbe  con 
Galeazzo  Visconti  duca  di  Milano.  B.  u.    Ep.  v. 

Alberosi  Giulio  nato  a  Firenzuola  npl  1664, 
e  morto  nel  1752.  Fu  cardinal  famoso  politico, 
primo  ministro  di  Filippo  V  re  di  Spagna.  T.  e.  v. 

Alberti  Benedetto  d'una  di  quelle  celebri  fa- 
miglie, la  qualfecesi  distinguere  col  suo  zelo  per 
l'eguaglianza  repubblicana.  Rivale  di  Pietro  de- 
gli Albizi,  e  compagno  di  Silvestro  de"'  Medici, 
Benedetto  Alberti  nel  1378  nel  tempo  che  i  due 
partiti  erano  irritatissimi  Tun  verso  l'altro,  egli 
invitò  il  popolo  a  prender  le  armi,  ed  in  tal  guisa 
ebbe  principio  la  terribile  rivoluzione  dei  Ciom- 
pi. La  plebaglia  sottraendosi  all'autorità  de'suoi 
capi  oltrepassò  il  limite  che  si  era  prefìsso,  e 
per  riformare  il  governo  Io  rovesciò.  Una  orribile 
anarchia  con  grandi  rovine  del  paese,  non  che  il 
supplizio  di  parecchi  dei  più  considerati,  furono 
le  conseguenze  dell'errore  commesso  da  coloro 
che  scatenarono  la  plebaglia.  Lo  stesso  Benedetto 
Alberti  contribuì  alla  morte  di  alcuni  uomini  di- 
stinti del  partito  aristocratico.  Nondimeno  fu  vi- 
sto indi  tosto  mostrare  tanta  forza  e  coraggio 
contro  la  tirannia  del  popolo,  quanto  opposto  ne 


A    L    B.  57 

aveva  a  quella  dei  grandi.  E^li  rimuse  fedele  ai 
suoi  principi,  perocché  nel  mentre  che  tutto  il 
suo  partito,  pervenuto  al  governamene,  trovava 
utile  di  porli  in  oblio,  egli  altamente  si  dichiarò 
contro  quelli  che  abusavano  del  favor  popolare^ 
riè  ebbe  timore  di  abbandonare  a  tutto  il  rigore 
delle  leggi  Tommaso  Strozzi  e  Giorgio  Scali,  due 
dei  primi  suoi  compagni,  che  facevano  un  uso  ti- 
rannico delPusurpato  potere.  La  rovina  di  quei 
due  capi  seco  trasse  quella  di  tutto  il  loro  parti- 
to: nel  i38a  l'antica  aristocrazìa  trionfò  della  fa- 
zione degli  Alberti  e  dei  Medici,  e  fra  gli  amici 
di  Benedetto  Alberti  vi  fu  egli  stesso  proscritto 
nel  1387.  Benedetto  si  portò  a  visitare  il  santo 
sepolcro,  e  nel  ritorno  da  quel  pellegrinaggio 
mori  a  Rodi.  /?.  «.  Ep.  v. 

Alberti  Caterina,  della  quale  Vespasiano  fio- 
rentino nel  suo  libro  delle  lodi  delle  donne  parla 
con  grandissimo  onore,  fu  di  mirabile  vita  e  co- 
stumi-, molto  bella  del  corpo  ed  assai  più  dell'ani- 
mo. S^era  maritala  in  casa  Corsini  ove  slette  a 
marito  diciotto  mesi,  e  rimasta  vedova  molto  gio- 
vine fece  voto  di  castità,  e  per  domar  la  sua  car- 
ne non  portava  camicia,  né  dormiva  in  Ietto,  ma 
giaceva  su  d'un  saccone  vestita.  Conosceva  le  let- 
tere italiane  e  latine,  ed  occupava  non  poco  del 
*uo  tempo  nel  recitare  il  divino  uffizio,  e  nel  re- 
sto attendeva  alle  cose  necessarie  alla  cura  della 
sua  casa.  ì>on  era  veduta  snella  usciva  di  casa  ad 
udire  la  messa,  poiché  vi  si  portava  la  mattina  dì 
buonissim'ora  ed  avvolta  nel  suo  mantello.  Dava 
infinite  limosino  in  modo  che  persona  da  lei  non 
St.  Tose.  Tom,  12.  7 


58  A    L    B. 

partivasi  sconsolata.  Era  modesta ,  temperante, 
prudente  e  di  soavissimo  consiglio.  Coll'autorità 
delle  sue  virtù  fu  cagione  di  far  rivocare  i  fratelli 
dall'esilio.  Perseverò  in  questo  stato  di  vita  esem- 
plare tinche  pervenuta  all'età  d'anni  sessanta  e 
più  cessò  di  vivere.  B-s.  Ep.  v. 

Alberti  Leon  Battista  fiorentino  nato  nei 
primi  anni  del  secolo  XV,  morì  nel  i47a-  In 
lui  si  videro  maravigliosamente  congiunte  non 
solo  diverse  scienze,  ma  anche  le  abitudini  stes- 
se corporali.  Oltre  Tesser  egli  divenuto  molto  e- 
aperto  nella  pittura,  architettura  e  musica,  in 
materia  anche  di  corse,  lotte  e  baili,  di  far  ripide 
salite,  di  giuocare  alla  palla,  di  lanciar  dardi,  ed 
altri  esercizi  ed  armeggiamenti,  faceva  prodigi 
di  forza  e  di  destrezza,  né  vi  era  chi  lo  pareggias- 
se. Cresciuto  negli  anni  dettesi  allo  studio  del 
diritto  civile  e  canonico,  coltivando  nel  tempo 
stesso  le  belle  lettere.  Compose  di  venti  anni  una 
commedia,  che  mollo  avea  dello  stiie  antico.  Nel- 
letà  di  24  anni  una  mortai  malattia  gl'indebolì 
le  forze  e  la  mente,  ed  ei  si  volse  a  quegli  sludi 
che  gli  sembravano  richieder  solo  l'ingegno,  co- 
me la  filosotia,  la  meccanica,  la  mattematica,  l'ar- 
chitettura. Era  uomo  amabile  e  sommamente  pia- 
cevole in  società,  e  teneva  corrispondenza  coi 
più  culti  personaggi  dell'età  sua,  come  lo  atte- 
stano il  Polizziano  ed  il  Landino.  Lasciò  varie 
sue  opere  di  pennello,  di  scalpello,  di  bulino  e 
di  getto  non  poco  pregiate,ed  anche  molte  fabbri- 
che si  annoverano  da  lui  disegnate,  frale  quali  il 
celebre  tempio  di  s.  Andrea  di  Mantova;  il  suo  gè- 


A    L    B.  -  &9 

nio  vivace  e  speculativo  lo  portava  anche  all'in- 
venzione. È  degno  (Tesser  letto  nelle  sue  opere 
il  modo  con  cui  sollevò  dal  fondo  del  mare,  ben- 
ché in  più  pezzi,  una  grossa  nave,  che  di  Traiano 
dicevasi,  ivi  sommersa.  La  descrizione  che  ci  dan- 
no della  invenzione  da  esso  fatta  d'uno  strumento 
per  lucidare  le  prospettive  naturali,  e  diminuir 
le  figure,  ci  fa  concepire  ch'egli  possa  essere  sia- 
to il  primo  autoredi  una  specie  di  camera  ottica, 
o  almeno  di  qualche  cosa  di  analogo  ad  essa,  vi- 
veva scritto  un  libro  elisegli  stesso  chiama  „  Qui 
navis  inscrihitur  „,  ove  avea  spiegati  vari  ritrova- 
menti di  misurare  la  profondità  del  ma  re,  di  scior- 
re  e  di  ricomporre  in  un  momento  il  tavolato 
di  una  nave,ed  altre  molto  giovevoli  massime  per 
la  guerra^  ma  questo  libro  si  è  perduto,  non  altri- 
menti che  altre  sue  opere,  tra  le  quali  l'Egloghe, 
e  l'Elegìe,  che  vediamo  assai  lodate.  Ci  sono  re- 
stati nondimeno  tanti  suoi  scritti,  quanti  bastano 
a  renderci  certa  testimonianza  dell'abile  talento 
e  della  vasta  erudizione  di  lui.  Tali  sono  special- 
mente i  dieci  libri  d'architettura  col  titolo,,  De  re 
aedifìcatoric,^  opera  veramente  dotta  e  celebre. 
Né  minor  plauso  ottennero  „  i  tre  libri  della  pittu- 
ra, tradotti  da  Lodovico  Domenichi  ,  Venezia 
1 547,,.  I  dieci  libri  deirarchiteltura  furono  tradot- 
ti in  italiano, Venezia  i54<3.  »  De  statua»  ove  trat- 
ta cioè  di  scultura  tradotto  poi  in  italiano.  Meno 
interessanti  furono  i  di  lui  opuscoli  morali  poi 
11  ni  otti,  Venezia  i586.  Ira  questi  v'ha  un  dialogo 
intitolato  „  Teogonio  „  ch'era  già  stato  stampato 
prima  separatamente  in  Venezia  nel  i545.  Vi  so- 


6o  .  A    L    B. 

no  pure  „  YHecantofila  „  ossia  Arte  i  ngegnosa  di 
amore.,e  la ,.  Deifira„  cioè  la  foga  del  mal  principia- 
to amore.  Queste  due  operette  furono  scritte  in 
italiano  dalPAIberti.  e  già  erano  state  pubblicate 
nel  1471  sotto  i  titoli  Ialini,  la  prima  „  De  amore 
liber optimus,  e  la  seconda  Opus  preclarum  in 
amoris  remedio  ,r  B.  u.  Ep.  v. 

Alberti  Michele  beato,  Giuseppe  bealo  e 
Caterina  beata,  tre  personaggi  dell'antichissima 
prosapia  degli  Alberti  celebri  per  la  loro  san- 
tità di  vita  e  bontà  di  costumi.  Il  bealo  Michele 
venne  alla  luce  verso  il  fine  del  duodecimo  se- 
colo, e  fu  uno  dei  discepoli  di  s.  Francesco  d'As- 
sisi. Fu  confessore  della  beata  Umiliana  de'Cer- 
cbi,  la  quale  predisse  la  morte  al  suo  confessore, 
e  mori  secondo  la  predizione  della  sua  penitente^ 
lo  che  avvenne  Tanno  ia^caric  o  di  meriti  e  di 
santità.  Il  beato Giuseppe  Alberti  che  venne  alla 
luce  dopo  il  beato  Michele  e  si  vesU  ancor  esso 
frate  di  s.  Francesco,  non  fu  inferiore  in  santità 
al  suo  glorioso  antenato.e  visse  e  morì  santamen- 
te nel  convento  di  s.  G  allodi  Firenze,  essendosi 
acquistato  per  le  sue  sante  virtù  ab  immemorabi- 
li il  titolodibeato^Ultimamente  poi  avanti  latine 
del  secolo XIV  nacque  la  beata  Caterina  Alberti^ 
della  quale  soltanto  sappiamo  ch'ella  si  vestì  re- 
ligiosa nel  monasfeerodi  IVI outed  omini  di  Firenze, 
ove  vivendo  con  somma  esemplarità  arrivò  pre- 
sto al  sommo  della  perfezione  religiosa,  talché 
trovandosi  in  Firenze  nel  14^9=  *1  sommo  ponte- 
fice Eugenio  IV,  e  volendo  egli  ridurre  a  più 
stretta    osservanza   il  monastero  di  Monticelli  t 


A    L    B.  6t 

odila  la  fama  della  di  lei  santa  vita,  la  prescelse 
per  una  delle  riforma trici  mandala  a  quel  mona- 
stero, dove  in  breve  tempo  introdusse  ella  in  quei 
luogo  un  tenor  di  vita  proporzionato  al  serafico 
istituto  di  s.  Francesco,  che  quelle  religiose  ave- 
vano già  professato,  e  indi  a  non  molto  carica  di 
ineriti  se  ne  volò  al  cielo;  perciò  meritamente 
o! tenne  il  nome  di  beata.  Ep.  v. 

Alberti  Leandro  di  famiglia  originaria  fio- 
rentina nato  in  Bologna  nel  i479»-,  fu  provinciale 
de'Domenicani,  tra  i  quali  s'applicò  a  far  fiorire  le 
scienze  e  la  pietà.Puhblicò  una  „  Storia  degli  uomi- 
ni illustri  del  suo  ordine  i5 17  „ una,, Descrizione 
delPItalia,,  alcune  „ Vite  particolari  „e  la,, Storia 
di  Bologna  stampala  cqì  5  libri  d'aggiunte  del  Cao- 
cianemioi  in  Bologna  nel  i58S.  8t>,  90, T  Kiriandro 
ha  tradotta  in  latino  la  di  lui  descrizione  delTIta- 
lia.  la  quale  è  delle  sue  opere  la  più  slimata,  e  lo 
sarebbe  anche  maggiormente  se  non  vi  mescolas- 
se una  quantità  di  creduli  racconti  d'Annio  da 
Viterbo;  nelle  ultime  edizioni  di  quest'opera  tro- 
vansi  aggiunte  le  descrizioni  delle  isole  con  varie 
note  ed  altre  addizioni;  tale  è  quella  di  Venezia 
del  1 58 1.  Dicesi  chVgli  morisse  nel  i55a.  v,  vi. 
Alberti  Cherubino  nato  nel  Borgo  S.  Sepolcro 
Tanno  i55a.  Dalosi  in  principio  alla  incisione  in 
rame  dovette  applicarsi  al  disegno,  com'è  dovere 
degl'incisori,  ed  in  esso  riuscì  molto  abile.  Voltosi 
alla  pittura  in  aiuto  del  suo  fratello  Giovanni  a- 
cquistò  fama  di  abile  artista;  ed  il  pontefice  Cle- 
mente VII!  volendo  ricompensare  i  suoi  meriti 
pittori  cigli  conferì  Cordine  dello  speron  d'oro. 


62  i.    L    B. 

ed  ascrisse  la  sua  famiglia  alla  nobiltà.  Studiò 
Cherubino  anche  Parchitettura,  ed  in  essa  diven- 
ne eccellente,  servendo  in  qualità  d'ingegnere 
civile  e  militare  Enrico  III  re  di  Francia:  di  poi 
per  non  so  qual  vertigine  abbandonate  le  belle 
arti  si  dette  a  far  balestroni.  Che  allora  le  arti 
facessero  una  perdita  ne  fanno  fede  le  pitture  di 
Cherubino  nelle  quali  ritrovasi  vaghezza,  spi- 
rito ed  originalità,  in  specie  nelle  glorie  degli  an- 
gioli, sveltezza  nelle  composizioni  ed  una  manie- 
ra disinvolta  e  spontanea,  come  appunto  riscon- 
transi  nelle  opere  coesistono  nella  sua  patria, 
Nell'intaglio  però  valse  più  che  nella  pittura.  Le 
carte  o  da  esso  inventate  o tratte  dai  migliori  mae- 
stri dimostrano  ch'egli  si  formò  dalle  stampe  del 
Cort,  del  Villomena,  e  di  Agostino  Caiacci:  nelle 
sue  più  celebrate  opere  molto  si  accosta  a  questo 
ultimo.  Intagliò  quasi  tutte  le  opere  del  Polidoro 
da  Caravaggio,  e  dipinse  in  Roma  varie  facciate 
di  case  e  palazzi.  Con  gran  maestria  ed  esquisito 
lavoro  rapportò  in  stampa  alquante  opere  di  !VIi- 
chelangiolo  Bonarroti.  Intagliò  da  Antonio  Tem- 
pesta in  numero  di  56  rami  la  vita  e  miracoli  di 
s.  Bernardo  abate  di  Chiaravalle:  da  Raffaello 
d'Urbino  tutte  le  pitture  delle  logge.  Morì  in  Ro- 
ma nel  i6i5.  R.  g.  d.  F.  Ep.  v,  vi. 
Alberti  Durante,  Cosimo  e  Giorgio  di  Bor- 
go S.  Sepolcro  tutti  e  tre  esercitarono  l'arte  della 
pittura,  ed  i  primi  due  anche  intagliarono  in  ra* 
me  ed  in  legno}  ma  il  terzo  intagliò  soltanto  in 
rame,  e  non  molto,  perchè  morì  giovane  Tanno 
1597.  Durante  visse  75  anni  e  morì  nel  161 3. 
G.  g.  Yt 


A    L    B.  63 

Alberto  e  lli  Mar/otto  fiorentino  nacque  fan- 
no i47^  ed  esercitò  l'arte  del  battiloro  fino  alla 
età  di  venti  anni;  poi  cambiata  idea  attese  alla 
pittura  alla  scuola  di  Cosimo  Rosselli.  In  tale 
occasione  fece  amicizia  con  fra  Bartolommeo  della 
Porta,  e  s'impossessò  mirabilmente  della  di  lui 
maniera,ma  pur  vedendoseli  inferiore  nel  disegno, 
si  dette  allo  studio  delle  statue  antiche,  nel  che  fu 
protetto  da  Alfonsina  madre  di  Lorenzo  deWIedici, 
e  dettesi  allo  studio  alternativo  del  disegno,  del 
colorito,  e  fece  opere  mirabili,  finché  giunse  ad 
imitare  perfettamente  l'amico  Baccio  della  Portale 
terminò  varie  opere  che  questo  Baccio  avea  la- 
sciate imperfette  nel  ritirarsi  al  chiostro.  Disgu- 
statosi di  poi  anche  Mariotto  della  pittura  dettesi 
3I  mestiere  dell'oste  da  lui  esercitato  per  molti 
mesi,  ma  vergognatosi  di  sì  abietto  mestiere  tor- 
nò a  dipingere,  e  lavorò  per  molti  cittadini  diver- 
si quadri,  non  solo  per  Firenze,  ma  fuori  ancora. 
Mentre  dipingeva  una  tavola  pel  convento  della 
Quercia  presso  Viterbo,  gli  venne  in  animodi  an- 
dare a  veder  Roma,  e  là  pure  fu  incaricato  di  al- 
cune pitture,  terminate  le  quali  tornò  alla  Quer- 
cia, dov'era  solito  trattenersi  in  conversazione 
delle  femmine,  dalla  lusinga  delle  quali  fuor  di 
misura  allettato,  restò  privo  di  salute,  e  sperando 
nell'aria  nativa  tornò  in  Firenze,  ma  da  lì  a  non 
molto  passò  all'altra  vita  intorno  agli  anni  ìòao 
•n  eia  d'anni  /{5  .  Ebbe  discepoli  Giuliano  Bu- 
gliardini,il  Franciabigio,  ed  il  Visino  tra  i  pittori 
fiorentini.  Fu  Mariotto  gran  disegnatore  e  imita- 
tore di  Laccio  della  Porta.  Le  sue  pitture  Lauto  a 


64  A    L    B. 

olio  che  a  fresco  sono  condotte  con  somma  dili- 
genza e  maestria,  e  non  vi  manca  rilievo,  forra, 
dolcezza  e  vivacità*  S.cTu.  i.  Ep.  v. 

Albebtihi  Francesco  fu  prete,  doli  or  di  leggi 
canoniche,  insigne  poeta,  erudito  nelle  sacre  lette- 
re, teologo,  antiquario  e  celebre  letterato.  Scrisse 
„  De  mirabilibus  novae  et  veteris  Urbis  Romae, 
seu  descrlptio  de  Roma  veteri  et  nova.  Roma 
1 5 1 5  e  Basilea  i5ao  „.  Scrisse  poi  in  un  sol  volu- 
me una  quantità  d'eruditi  opuscoli  d'ogni  genere, 
un  „  Memoriale  di  molte  statue  e  pitture  che  sono 
nella  città  di  Firenze  per  mano  di  scultori  e  pit- 
tori moderni  Firenze  i5io„.  „  Le  magnificenze  e 
bellezze  di  Firenze  che  van  colle  verità  di  Roma  „ 
„  De  laudibus  jlorentinae  civitat.  De  mirabilibus 
novae  et  veteris  Urbis  Romae,  Lione  i520  „  che 
si  crede  la  ristampa  della  detta  disopra.  Fiorì  nel 
1 5oo.  C-n.  v. 

Albizzi  Bartolommeo  da  Vico  chiamato  al- 
tresì Bartolommeo  di  Pisa,  nato  nel  XIV  secolo  a 
Rivano  in  Toscana,  fu  dell'ordine  dei  francescani 
o  frali  minori,  e  si  rese  celebre  pel  suo  libro 
della  „  Conformità  di  s.  Francesco  con  Gesù  Cri- 
sto „.  cui  presentò  al  capitolo  generale  del  suo  or- 
dine Panno  1699:  morìa  Pisa  nel  dicembre  1401. 
L'erudito  Tiraboschi  nella  sua  storia  della  lette- 
ratura italiana  parla  di  questo  libro  colla  sua  or- 
dinaria sagacità.M  1  tratti  di  semplicità,  ditegli, 
de'quali  il  troppo  credulo  autore  Io  ha  compito 
han  dato  ai  protestanti  occasione  apportuna  a 
menarne  gran  romore  contro  la  chiesa  cattolica, 
come    s'ella  approvasse   tutto  quello  che  viene 


A  t  B.  65 

scritto  da  ciascuno  àVsuoi.  Marchand  nel  suodi- 
zionario  storico  ha  creduto  bene  impiegare  sedici 
grandi  colonne  nel  porre  sotto  aViostri  occhi  tutte 
le  edizioni  che  si  son  fatte,  tutti  i  libri  che  venne- 
ro pubblicati  contro  quell'opera,  tutti  quelli  nei 
quali  venn'ella  o  ristretta  o  estesa. tinalmente  tut- 
te le  ingiurie  de^protestanti  vomitate  in  occasione 
di  essa  contro  i  due  ordini  de'frati  minori,  e  dei 
frati  predicanti.  Si  attribuiscono  altresì  a  Barto- 
lommeoÀlbizzi  le  seguenti  opere  latine.,, I  sei  libri 
della  vita  e  delle  lodi  della  Vergine  e  le  conformi- 
tà della  Vergine  con  Gesù  Cristo,  Venezia  1596  „; 
„  Sermoni  per  la  quaresima  sul  dispregio  del  mon- 
do, Milano  1498  e  Brescia  i5o3  „  ed  altre  cose  ma- 
noscritte. B.  u.  Ep.  v, 

Axbizzi  Anton  Francesco  figlio  di  Luca  fu  di 
quelli  che  non  volevano  in  Firenze  le  palle,  più 
come  nemici  della  casa  Medici,  che  come  amici 
della  repubblica  e  della  libertà  di  Firenze  .  Era 
nobile  ed  assai  animoso,  ma  superbo  ed  incostan- 
te. S'ingegnò  molto  per  far  riaprire  il  consiglio 
grande  e  per  levare  il  gonfaloniere  Antonio  No- 
ri  di  palazzo:  fu  mandato  commissario  a  Pisa,  e 
oratore  a  Utrecht.  Sottoscrisse  una  lega  col  duca 
di  Ferrara,  e  fu  ascritto  neMiecidi  libertà  e  pace 
nel  quartiere  di  santa  Maria  Novella  nel  1624. 
Voleva  egli  parlare  in  ringhiera,  ma  la  signorìa, 
prendendo  sospetto  di  lui  perctTegli  non  suscitasse 
il  popolo  a  spianare  le  casede'Medici,  non  glie  lo 
permise.  Insinuava  staccarsi  dal  re  Cristianissi- 
mo e  attaccarsi  a  Cesare,  il  quale  se  non  amava 
Firenze,  aveva  mio  di  non  averla    nemica.  Fu 

Si.   Tose.    Tom.  12.  8 


66  A    L    B. 

fatto  commissario  generale  della  milizia  di  Fi- 
renze: disposizione  che  da  molti  si  giudica  essere 
stata  T  ultima  rovina  della  libertà  di  Firenze  . 
Andò  a  Lucca  per  timore  di  non  esser  mano- 
messo dai  giovani  fiorentini,  ma  per  uscirsene  di 
Firenze  pagò  mille  fiorini.  Nel  i53o  fu  confinato 
per  tre  anni  a  Napoli,  e  dipoi  a  Spoleto.  Egli  bia- 
simava le  pratiche  fatte  da'fuorusciti  col  cardinale 
de'Medici,  uomo,  com'ei  diceva,  imperiale,  espo- 
nendo manifestamente  che  quello  era  un  dimostra- 
re di  non  voler  la  libertà  di  Firenze,  ma  di  voler 
mutar  signore:  neppure  si  volle  impacciar  troppo 
delle  cose  deTuorusciti.  Ricusò  infino  di  parlar  per 
essi  a  Cesare  per  acquistar  credito  appo  di  lui, 
mostrandosi  amatore  del  ben  comune  della  sua 
patria,  senza  passione  o  pel  duca  o  pei  fuorusciti. 
Nel  i536  venne  in  Firenze  co'tre  cardinalitìoren- 
tini  Salviati,  Ridolfi  e  Gaddi  con  altri  fuorusciti, 
dopo  che  era  stato  eletto  Cosimo  I  capo  della  re- 
pubblica. Il  Varchi  parziale  del  duca  non  mette 
la  decapitazione  delTAIbizzi  con  altri  20  cittadini 
dopo  la  rotta  di  llontemurlo,  perocché  fu  stimata 
troppa  crudeltà.  B-s.  Ep.  v,  vi. 

Albizzi  Tommaso  o  Maso  capo  della  repub- 
blica fiorentina  dal  i38aal  1417.  Durante  il  trion- 
fo degli  Alberti  e  quello  dei  Ciompi,  egli  era  sta- 
to colpito  da  molte  calamità:  un  copioso  numero 
di  amici  era  perito  colPultimo  supplizio  ,  le  sue 
case  erano  state  bruciate,  ed  egli  stesso  proscrit- 
to^ ma  parve  che  la  fortuna  volesse  prendere  di 
lui  una  cura  speciale  per  35  anni,  compensando- 
lo col  dissipare  i  di  lui  nemici,  né  sorgendone  altri. 


A    L    B.  67 

Ini  tal  guisa  non  vi  fu  epoca  nella  storia  fiorenti- 
na, in  cui  sia  stato  il  governo  animato  in  modo 
il  più  costante  da  un  solo  spirito,  nèaltr'epoca  si- 
milmente notata  viene  da  più  gloriosi  successi. 
Le  città  di  Pisa,  d1  Arezzo  e  di  Cortona  furono 
sottomesse:  due  potenti  nemici,  Giovan  Galeazzo 
Visconti  duca  di  Milano  e  Ladislao  re  di  Napoli 
cederono  alla  fortuna  de'fiorentini^il  commercio, 
la  ricchezza,  le  arti,  le  scienze  e  la  eleganza  dei 
modi  inalzarono  Firenze  sopra  tutte  le  altre  città 
d'  Italia  .  Tommaso  Albizzi  ,  P  anima  di  tutti  i 
consigli,  le  di  cui  dovizie  eransi  aumentate  colla 
pubblica  fortuna  sino  alla  fine  della  sua  vita  , 
fu  circondato  e  secondato  da  amici  degni  di  lui, 
senza  contrastargli  mai  quella  preminenza  che 
egli  doveva  alla  superiorità  del  suo  spirito  ed  al 
vigore  del  suo  carattere.  In  mezzo  a  tanta  prospe- 
rità la  morte  lo  rapì,  contando  settantanni  di 
età.  Niccolò  da  Uzzano  amico  e  suo  contempora- 
neo ereditò  il  credito  ch'egli  aveva  esercitato  si- 
no al  tempo  in  cui  Rinaldo  Albizzi  figlio  di  Tom- 
maso potette  prendere  la  direzione  dei  pubblici 
a  (Tari.  B.  u.  Ep.  v. 

Albizzi  Pietro  cittadino  fiorentino  dell'ordi- 
ne popolare  fu  capo  di  questa  famiglia,  ed  ebbe 
parte  principale  nell'amministrazione  del  gover- 
no dal  1373  fino  1378:  divideva  egli  il  suo  potere 
con  Lapo  da  Castiglionchio  e  Carlo  Strozzile  que- 
sto triumvirato  dirigeva  gli  affari  in  un'epoca  la 
piu  gloriosa  per  la  repubblica,  cioè  quella  della 
guerra  contro  Gregorio  XI  chiamata  guerra  della 
liberta  .  Il   partilo  opposto  a  quello  del  trium- 


68  ALB. 

virato  mal  soffriva  di  essere  più  oltre  escluso  da 
esso.  I  tre  del  governo  pensarono  d'altronde  di 
scacciare  dalla  patria  i  loro  avversari  ,  come  li 
flveano  esclusi  dal  governo.  La  congiura  che  poi 
si  disse  dei  Ciompi  scoppiò,  ed  il  partito  demo- 
cratico e  ghibellino  riportò  compiuta  vittoria.  La- 
po da  Castiglionnhio  fu  costretto  alla  fuga:  Pietro 
Albizzi  rimasto  a  Firenze  fu  riserbato  a  più  rigo- 
roso destino.  Un  anno  dopo  la  rivoluzione  egli 
venne  arrestato,  e  fu  accusalo  d'aver  cospirato 
contro  il  partito  democratico  con  gran  numero 
d'antichi  magistrati.  Fu  esaminato  dai  giudici 
senza  che  questi  rinvenissero  motivo  alcuno  per 
crederlo  reo*,  ma  il  popolo  adunato  presso  al  tribu- 
nale chiedeva  ad  alte  grida  la  morte  di  coloro 
ch'egli  considerava  suoi  nemici,  fra  i  quali  pone- 
va TÀlbizzi,  ed  egli,  scorgendo  il  furore  del  popo- 
lo, comprese  che  non  v^era  più  salute  da  sperare 
per  sé;  che  il  suo  supplizio  diverrebbe  più  terribi- 
le se  cadesse  tra  le  mani  di  quei  forsennati,  e  che 
la  sua  morte  trarrebbe  seco  la  rovina  di  tutta  la 
sua  famiglia;  quindi  indusse  i  compagni  suoi  di 
infortunio  ad  accusarsi  con  lui  di  quelle  cospirazio- 
ni nelle  quali  ei  realmente  non  aveva  avuta  parte. 
Chiamò  Canto  dei  Gabrielli  onde  fargli  tale  ina- 
spettata confessione,  e  si  avviò  con  grandezza  di 
animo  al  supplizio.  2?.  u.  Ep.  v. 

Albizzi  Rinaldo  figlio  diBartolornnieo  fioren- 
tino. Costui  riguardava  V  amministrazione  dello 
stato  di  Firenze  come  appartenente  alla  sua  fa- 
miglia per  dritto  ereditario.  Egli  si  associò  nel 
142.0  con  Cosimo  e  Lorenzo  tìgli  di  Giovanni  dei 


A    h    B.  69 

Medici  «il  conquisto  dello  stato  di  Lucca,  ma  il 
colpo  andò  in  (allo.sicchèi  fiorentini  furon  costret- 
ti nel  i433  ad  accordar  la  pace  ai  lucchesi,  senza 
aver  tratto  alcun  fru'to  dai  loro  immensi  sacrifi- 
zi. Nel  corso  della  stessa  guerra  la  rivalità  tra  Ri- 
naldo Albizzi  e  Cosimo  de'Medici  degenerato  ave- 
va in  odio  implacabile,  e  Niccolò  da  lizzano,  eh*? 
vedeva  il  poi  ere  conteso  tra  Cosimo  de'Medici  e 
Rinaldo  degli  Albizzi,  temeva  il  trionfo  delPuno  e 
dell'altro,  quindi  mantenne  la  pace  sino  alla  sua 
morte  accaduta  nel  i433.  Dopo  un  tale  avveni- 
mento veggendosi  Rinaldo  senza  rivali  nel  suo 
proprio  parlilo  fece  arrestar  Cosimo  de'Medici  e 
lo  mandò  in  esilio.  I  due  partiti  sul  punto  di  bat- 
tersi, nel  i434-,  accettarono  la  mediazione  del  papa 
Eugenio  IV,  il  quale  si  trovava  allora  in  Firenze. 
Cosimo  de'Medici  venne  richiamato  in  patria,  ed 
indi  a  poco  Rinaldo  degli  Albizzi  esiliato  con  hit- 
ti  i  suoi  partigiani.  Fu  veduto  dappoi  implorare 
la  prolezione  del  Visconti  duca  di  Milano, e  trarre 
la  vita  alla  corte  e  nei  campi  dei  nemici  della  sua 
patria,  senza  poter  venire  a  capo  d'essere  richia- 
mato in  Firenze.  B.  u.  Ep.  v. 

Albizzi  Antonio  letterato  di  vaglia,  ma  che 
malamente  «lei  propri  talenti  seppesi  servire  . 
Scrisse  un'opera  intitolata.  „  Pricipum  christia- 
norurn  stemmata  ab  Antonio  Mbitio  nobili 
fiorentino  collecta  rum  brcvi1)us  eiusdem  no- 
tationibus  „  a  ciò  sono  aggiunti  44  alberi  dei 
principi,  Argentorati  1627.  Fu  uno  dei  fonda- 
lori  dell1  Accademia  degli  Alterati,  nella  quale 
si  chiamò  il  P ario^  e  fu  ancora   il  quarantasei- 

St.    Tose.    Tom.    12.  V 


JO  A    L    B. 

tesimo  consolo  dell'  Accademia  Fiorentina  fin 
dall'anno  i574,  come  si  trae  dalle  di  lui  notizie 
nei  Fasti  consolari  di  detta  Accademia  del  cano- 
nico Salvino  Salvini  a  pag.  219.  Nella  libreria  del 
principe  di  Forano  in  Roma  v"  è  manoscritto  un 
discorso  d'Antonio  degli  Albi/zi  detto  il  Vario  in 
difesa  di  Dante  delle  accuse  del  Castravilla,  nel 
quale  si  mostra  l'imperfezione  della  commedia 
di  Dante  contro  al  dialogo  delle  lingue  del  Var- 
ehi,ed  è  stampato  dopo  le  annotazioni  ovver  chio- 
se marginali  di  Bellisario  Bulgarini  sopra  lo  pri- 
ma parte  della  difesa  fatta  da  messer  Iacopo  Maz- 
zoni per  la  commedia  di  Dante.  Fa  menzione  di 
quest'opera  anche  Giorgio  Bartoli  in  una  lettera 
scritta  a  Lorenzo  Giacomini  ad  Ancona  nel  1 5^3. 
B-s.  Ep.  vi. 

Albizzi  Tigliamochi  Barbera  il  cui  nome  può 
meritare  di  farsi  strada  nella  posterità  per  un 
poema  intitolato  „  Ascanio  errante  „.  Poema  del- 
la Barbera  Tigliamochi  degli  Albizzi  gentildonna 
fiorentina.  Il  Poema  è  di  oltre  trenta  canti.  Fi- 
renze 1640.  B-s.  vi. 

Aldighieri  Aldighìero  tìglio  di  Cacciaguida 
Elisei  che  da'Frangipanì.  famiglia  nobile  romana, 
discendeva.  Questo  Cacciaguida  per  aver  presa 
per  moglie  una  ferrarese  delia  famiglia  degli  Al- 
dighieri, al  primo  tìglio  che  fece  pose  nome  Al- 
dighiero.  Costui  per  la  sua  eccellente  virtù  venne 
in  tanta  venerazione  nella  repubblica  fiorentina, 
che  siccome  Eliseo,  uno  delsuoi  primi  ascendenti 
mutò  il  cognome  de'Frangipani  in  quello  d'EIisei, 
così  questi  mutò  quel  degli  Elisei  in  Aldighieri  che 


A    L    D.  J\ 

poi'Aldighieri  si  Tennero  a  dire.  Tutto  ciò  è  sen- 
timento del  Landino  nella  vita  di  Dante.  Questo 
Aldighieri  non  solamente  per  le  proprie  virtù, 
delle  quali  memoria  alcuna  non  si  trova  al  pre- 
sente, ma  ancora  per  esser  egli  stalo  padre  del 
mentovato  mentissimo  Dante.merita  d^a  ver  luogo 
in  questa  storia.  Il  profondissimo  ed  inesplicabile 
sapere  del  figliuolo  fa  ragione  dover  essere  stato 
il  genitore  non  tanto  amico  quanto  possessore  di 
gran  sapere  B-s.  Ep.  v. 

Aldo  Taddeo  (d?)  nato  in  Firenze  ed  ivi  pur 
morto  nel  1295  fu  soprannominato  l'Ippocratista 
il  più  gran  medico  del  suo  tempo,  ed  autore  di 
molti  scritti  per  servir  di  commento  ad  Tppocrate 
ed  a  Galeno,  e  di  un  libro  sopra  Parte  di  conser- 
vare la  sanità.  T.  e.  v. 

A ldobrindesca  Beata  senese  del  terzo  ordine 
degli  Umiliati  nacque  nel  1245  dalla  nobile  fami- 
glia de'Ponzi;  ebbe  marito  nella  prima  gioventù, 
ma  restata  vedova  si  votò  a  Dio,  e  visse  da  romita 
in  una  sua  villa  da  dove  in  età  avanzata  usci  per 
tornare  a  Siena,  ed  ivi  esser  utile  agli  spedali,  nel 
quale  esercizio  mori  nel    i3io.  Ii-z.  v. 

Aldobbaudeschi  Aldobrandino  senese,  conte 
di  santa  Fiora,  fu  generale  delle  armi  senesi  nella 
famosa  rotta  di  Moni' Aperto, seguita  Tanno  1260, 
nella  quale  furono  sconfitti  i  fiorentini  con  tutta 
la  fazione  guelfa  di  Toscana,  Romagna  e  Lom- 
bardia .  nella  quale  battaglia  segnalaronsi  gran- 
demente Niccolò  da  Bigazzo  e  molti  altri  capita- 
ni senesi  U-r.  v. 

Aldobh  wdim  Giovanni  fiorenti  no  fu  nel  i554 


JQ,  A     t    t>. 

avvocato  concistoriale;  due  anni  dopo  auditore 
della  santa  romana  rota.  Da  Pio  V  fu  nel  i56u 
eletto  vescovo  d' Imola,  e  tanto  amò  il  suo  gregge 
che  gP  imolesi  comunemente  dicevano,  non  aver 
ricevuto  un  vescovo  dal  pontefice,  ma  un  angelo 
da  Dio;  una  qual  lode  giunta  alle  orecchie  di  Pio 

10  elesse  tosto  cardinale  di  santa  Susanna,  quin- 
di di  s.  Simone.  Fu  eletto  dal  pontefice  a  formare 
in  suo  nome  una  lega  contro  il  turco  tra  Filippa 

11  re  di  Spagna,  e  la  repubblica  di  Venezia,  ed  in 
quest'affare  si  diportò  con  prudenza  ed  avvedu- 
tezza grande.  Morì  in  Roma  nel  settembre  i5j$ 
nel  pontificato  di  Gregorio  XIII,  e  nella  carina 
di  sommo  penitenziere.  Molti  sono  gli  scrittori 
che  hanno  parlato  con  lode  delPAldobrandini.  co- 
me il  Cardinal  Baronio,  Pietro  Aldobrandini.  lo 
Ondedeo,  il  Farinaccio  ed  altri.  B-s.         Ep.  vt. 

Aldobrandisi  SZ/vcrtro  padre  del  papaClemen- 
te  VIII  e  di  Giovanni  e  Tommaso  Aldobrandini 
che  tradusse  Diogene  Laerzio,  fu  uomo  di  gran  sa- 
viezza, grave  negli  affari  della  repubblica  ,  gran 
dottor  di  leggi  e  nelle  buone  lettere  assai  esper- 
to, fancondo  e  pronto  oratore,  non  solo  dalla  re- 
pubblica, nei  consigli  e  gravi  affari,  ma  dai  som- 
mi pontefici  con  molta  sua  lode  e  gloria  loro 
adoprato,  per  le  cui  ragguardevoli  qualità  meritò 
d1  essere  al  governo  di  Bologna  esaltato  .  Fu 
anche  governatore  della  città  di  Fano,  ove  gli 
nacque  Ippolito  che  divenne  poi  papa  Clemente 
VIII,  segretario  della  repubblica  fiorentina  e  del 
onlefice  Paolo  III.  Egli  si  trovò  inviluppato  n^lle 
discordie  civili  che  insorsero  a  Firenze,  ed  et- 


A    L   D.  73 

sendo  stalo  del  partito  opposto  ai  Medici  ,  al- 
lorché quella  famiglia  restò  sovrana  delia  re* 
pubblica,  r  Aldobrandini  fu  astretto  ad  andane 
in  esilio  dalla  sua  patria  .  Spogliata  di  tutti  1 
suoi  beni  condusse  una  vita  errante,  ed  ebbe  vari 
impieghi.  Egli  mori  in  Roma  nel  i558  in  età  di  5& 
anni.  Compose  molte  opere,  fra  le  quali  »Com- 
mentarium  lucuhntum  in  primum  institutio- 
num  Justiniani,  Venezia  i548  e  Lione  i568  e 
i58i  ,,5  „  De  optima  filiorum  institutione  tra- 
etelius  consiliorum  volumen,  Roma  1695  „j 
n  JVotae  in  institutioncs  Just  intani  ,  Venezia, 
i568  „,  lettera  scritta  al  cardinal  Caraffa  Tanno 
i5ò6  Ms.  nella  Magliabechiana  „  Annotationes  in 
institut.  iuris  Ctìril.  Justiniani,  Venezia  1648  „} 
„  Lexicon  Juris  ad  primum  lib.  institution.  „ 
„  Lettera  a  Paolo  Manuzio,,  sta  nelle  lettere  di  di- 
versi raccolte  da  Antonio  Manuzio,  Venezia  1 5 5 (> 
e  da  Paolo  i56^.  C-n.  Ep.  v,  vi. 

Aldobr\ndim  Tommaso  Gglio  di  Silvestro  e 
fratello  del  papa  Clemente  Vili.  S*1  ignorano  le 
circostanze  di  sua  vita}  soltanto  congetturar  si  può 
dietro  le  lettere  de'auoi  contemporanei,  com'egli 
fu  molto  agitato  sotto  il  pontificalo  di  Pio  IV}  sotto 
di  Pio  V  fu  più  tranquillo  ed  ebbe  allora  l'impie- 
go di  segretario  de'brevi.  Mori  giovane  prima  di 
aver  potuto  dare  l'ultima  mano  alla  sua  traduzione 
latina  della  vita  degli  antichi  filosofi  di  Diogene 
Laerzio  con  erudite  annotazioni.  Quell'opera  ven- 
ne pubblicata  a  Roma  nel  i5«){  in  lingua  greca 
e  latina  dal  cardinal  Pietro  Aldobrandini  nipote 
delP  autore  .   Si    trovano  nelle  lettere  di  Pietro 

Si.   Tose.   Tom.    12.  10 


74  A    L    D. 

Vettori  tracce  di  un'altra  opera  di  Tommaso  Al- 
dobrandino cioè  una  parafrasi  Ialina  dell'ultimo 
libro  d'Aristotile,,  De  phisicoaudltu  „ Tommaso 
aveva  inviato  a  Pier  Vettori  quel  lavoro  chieden- 
gli  consiglio,  e  Vettori  gli  rispose  in  data  del  feb- 
braio i568,  dandogli  grau  lode,  Si  noverano  pa- 
recchi cardinali  dello  stesso  nome  e  della  stessa 
famiglia.  Ep.   vi. 

Aldobrandini  Batista  nobile  e  vaga  dama  se- 
nese, in  varie  scienze  peritissima,  specialmente 
nelle  umane  lettere  che  scrisse  dottamente  in 
verso  ed  in  prosa:  compose  fra  le  altre  sue  pro- 
duzioni una  „  Orazione  elegantissima  „,  che  recitò 
ella  medesima. pubblicala  in  lode  dell'imperatrice 
moglie  di  Federigo  imperatore,  ed  alla  presenza 
sua,  alla  quale  piacque  talmente,  che  per  onorarla 
in  premio  di  sì  bell'opera,  spontaneamente  si 
offerse  di  farle  qualunque  grazia  ella  sapesse  ad- 
dimandare:  altre  sue  composizioni  vanno  attorno 
per  le  mani  di  molti.  C.  n.  v. 

At.dobrandini  Aldobrandino  senese,  di  quel- 
la famiglia  però  che  a  distinzione  d'un  altra  Al- 
dobrandini  del  Nero  è  detta,  è  chiamato  volgar- 
mente maestro  Aldobrandino  medico.  Fu  uomo 
nella  professione  molto  accreditato  e  non  meno 
in  essa  esperto  che  della  toscana  favella  perito  . 
Scrisse  in  nostra  lingua  alcune  regole  di  medici- 
na, ed  una  pratica  simile,  che  Ms.  conservasi  nel- 
la Laurenziana.  Trovasi  anche  di  suo  un'altra 
opera  intitolata  „  Della  sanità  del  corpo  umano  „, 
ancor  questa  i>Is.  nella  libreria  Strozzi;  ed  ope- 
re tutte  citate  con  lode  dalla  Crusca.  C-n.       vi. 


A    L    D.  ?5 

Aldobrandino  Teghiaio.  Fed.  Adimari  Ter- 
ghi aio. 

Aldobbandiso  e  per  sincope  Dino  fiorentino 
visse  tra'l  XIII  e  XIV  secolo,  e  morì  a  Firenze 
nel  i3a7.  Egli  avea  studiata  medicina  in  Bologna 
e  vi  professò  in  seguito,  finché  l'invidia  degli  altri 
professori,  de'quali  deserte  lasciavansi  le  scuole 
per  la  sua,  l'obbligò  a  sortirne,  e  andò  ad  insegna- 
re a  Siena,  da  dove  non  volle  più  dipartirsi.  Com- 
pose parecchie  opere  ,  particolarmente  per  ispie- 
gare  Avicena,  Galeno  ed  in  specie  il  trattato  d'Ip- 
pocrate  della  natura  del  feto.  Giovanni  Villani, 
il  quale  narra  la  sua  morte  nel  x  libro  «Iella  sua 
storia,  fa  grandVlogio  della  di  lui  dottrina  e  mo- 
ralità. Coltivava  altresì  le  lettere,  ed  abbiamo  di 
lui  un  „  commentario  della  celebre  canzone  di 
Guido  Cavalcanti  sull'amore  „.  Il  dotto  abate  La- 
mi parla  di  Aldobrandino  nelle  sue  novelle  let- 
terarie del  1748.  B.  u.  Ep.  y. 

Aleso  oHileso  antichissimo  re  etrusco  figlio 
di  Nettuno  fu  re  di  Veii,  ed  in  suo  onore  appari- 
sce essere  stati  ritrovati  i  sacerdoti  salii,  dal  che 
«intende  in  quale  antica  età  questo  re  comandas- 
se, poiché  quei  sacerdoti  eran  soliti  celebrar  sa- 
crifizi prima  della  rovina  di  Troia  e  delParrivo 
di  Enea  in  Italia.  D-p.  11. 

Aleso  o  Haleso  diverso  dall'altro  sopra  indi- 
calo, tiglio  di  Agamennone,  o  secondo  altri  suo 
compagno  di  viaggio,  e  della  celebre  Briseide,  pre- 
so da  orrore  per  Passassimo  del  padre,  commesso 
por  opera  di  Cliteinnestra,  fuggì,  e  dopo  molte 
vicende  approdò  in  Italia, ove  alcuni  vogliono  che 


jG  ADI. 

tì  fondasse  Falena  ed  Aleso;  lo  che  non  è  ben 
provalo,  ma  bensì  che  egli  dalla  Grecia  introdu- 
cesse in  Etraria  i  sacrifizi  alla  Dea  Giunone.  In 
fine  restò  ucciso  da  Pallante  nella  guerra  con- 
ilo di  Enea.  D -p.  Ep.  il 

Alessandro  III  senese  nominavasi  al  secolo 
Orlando  Rainucci.  Fu  papa  dal  7  del  mese  di  set- 
tembre del  n  59  al  3o  agosto  del  11 81.  Sursero 
a  suo  tempo  quattro  antipapi  e  tutti  da  lui  sco- 
municati. Per  toglier  lo  scisma  scomunico  anche 
Federigo;  assolvette  i  sudditi  dal  giuramento  di 
fedeltà,  e  convocò  il  concilio  III  di  Laterano. 
L'imperatore  Federigo  si  riconciliò  con  Alessan- 
dro papa,  essendo  a  Venezia  Panno  1177,  e  ne 
giubilò  tutta  la  chiesa  santa.  Fu  autore  della  ce- 
remonia  dei  veneziani  di  sposare  il  mare  nel  gior- 
no deirAscenzione,poichèin  memoria  d'una  bat- 
taglia navale  vinta  da'veneziani  contro  Federigo, 
papa  Alessandro  dette  il  suo  anello  al  doge  t 
dicendogli  di  gettarlo  nel  mare  ch'egli  a  lui  dava 
in  i sposo.  È  notabile  una  decretale  di  questo  pa- 
pa in  cui  decise  che  il  battesimo  conferito  colla 
sola  invocazione  delle  tre  Divine  Persone,  senza 
proferir  le  parole:  ego  te  baptizo  era  nullo;  e  cosi 
dette  fine  alla  celebre  controversia  cbe  in  questo 
secolo  era  insorta  fra  Stefano  vescovo  di  Tour- 
nai,  il  quale  stava  per  la  validità  di  quel  battesi- 
mo, e  Maurizio  vescovo  di  Parigi  che  la  negava. 
B.  u.  v. 

Aless4ndroVII  nato  a  Siena  nel  febbraio  del 
1699  e  chiamato  Fabo  Chigi,  fu  pontefice  dal- 
l' aprile  dei  i655  al  maggio  del  1667.  Concor- 


ALE.  77 

revano  in  lui  doli  di  pietà,  di  letteratura  e 
di  saviezza:  gran  plauso  riportò  da  tutti  questa 
eiezione  di  Fabio  al  pontificato.  Aveva  egli  anche 
assai  conosciuti  e  molto  detestati  i  disordini  del 
nepotismo,  e  però  per  quasi  tutto  il  primo  anno 
del  suo  governo  stette  fermo  in  non  volere  in 
Roma  il  fratello  Mario  e  i  nipoti,  con  istupore  di 
tutta  Roma.  Egli  confermò  la  condanna  di  cinque 
proposizioni  inserite  nelle  opere  di  Giansenio. 
Emanò  una  bolla  nel  166  i  in  cui.si  dichiarava  a  fa- 
vore dell'immacolata  Concezione  di  Maria  Vergi- 
ne; ma  vieta  di  darsi  la  taccia  d'eretico  a  chi  so- 
stiene il  contrario,  ovvero  di  dire  che  si  pecchi 
mortalmente.  Condannò^  proposizioni  tendenti 
a  rilasciare  la  morale  cristiana.  Aggiunse  alla 
biblioteca  vaticana  quella  dei  duchi  d'Urbino, 
in  cui  vi  era  gran  copia  di  manoscritti,  com- 
pensando largamente  quer  cittadini  .  Canonizzò 
s.  Tommaso  da  Villanuova.  e  dette  il  titolo  di 
beato  a  «.  Francesco  di  Sales .  Questa  fu  la 
prima  solenne  beatificazione  fatta  nel  Vatica- 
no. Alessandro  ebbe  nemici  che  lo  accusarono 
di  poca  sincerità,  ciò  che  apparteneva  forse  me- 
no al  vizio  del  cuore  che  alla  versatilità  della  sua 
condoti  a.  Si  fece  porre  sotto  il  Ietto  una  bara 
onde  abituarsi  colle  immagini  della  morte.  I  ni- 
poti, che  nel  principio  del  suo  pontificato  aveva 
allontanali  da  sé,  ottennero  in  ultimo  favori  gran- 
di «la  lui.  Il  cardinale  di  Retz  nel  suo  secondo 
viaggio  a  Roma  pretende  di  aver  trovato  gran 
mutamento  di  cose.  U.  u.  ti. 

Ali^svmhio  .V.  nativo  e  vescovo  di  Fiesole  al 

io* 


?8  A    L    E. 

tempo  di  Autari  re  dei  longobardi,  da  cui  Fiesole 
dipendeva,  essendo  passato  a  questa  corte  per  re- 
clamare gli  usurpali  beni  della  vescovile  sua  men- 
sa Panno  58o,ed  ottenuta  la  grazia,  fu  poi  dagli  u- 
surpatori  annegato  per  via  nel  passaggio  del  fiume 
Beno  a  Bologna.  Così  narra  monsignor  France- 
sco Cattani  da  Diacceto,  ed  abbreviato  dal  Razzi 
nelle  vite  decanti  e  beati  toscani,  e  rammentasi 
anche  nel  martirologio  come  vescovo  di  Fiesole 
e  martire.  Ep.  iv. 

Alessi  Attilio  aretino  storico  di  molta  au- 
torità, il  quale  ci  lasciò  una  „  Storia  delle  antichi- 
tà d'Arezzo  „  da  esso  scritta  circa  il  i55a,  e  che 
conservasi  tutt"1  ora  inedita  nella  Riccardiana  . 
Questo  scrittore  è  lodato  dal  Lami  nelle  novelle 
letterarie  fiorentine  all'anno  1 744  c°l-  77%  con 
queste  parole  „  per  non  dir  nulla  di  tanti  e  tanti 
altri,  e  di  Attilio  Alessi  aretino  in  specie  che  fino 
dal  secolo  XVI  formò  un  alfabeto  etrusco  ,  e 
riportò  qualche  etnisca  iscrizione;  ed  io  ho  ciò  ve- 
duto nella  sua  storia.  MS.  d'Arezzo,  B-s.  vi. 

Alessi  Giambatista^  scultore  e  intagliatore 
lavorò  per  S.  Maria  maggiore  un  Crocifisso  al  na- 
turale. Altri  d^avorio  ne  fece  per  il  granduca  di 
Toscana,  i  quali  da  esso  furono  mandati  in  rega- 
lo alla  corte  di  Polonia.  P-r.  vi. 

Alfieri  Lodovico  cortonese  fu  celebre  e  de- 
gno nipote  del  famoso  Andrea  Alfieri.  Scrisse  le 
s€,guentiopere„Quaestiones et  responso,  Andreae 
Alfieri  I.  C.  ndnotationibus  illustrata,  additi s 
nonnullis  ejusdem  Ludovici  Conciliis  et  alliga- 
tionibus  cum  repertorio  totius  operis  locuple- 


A    L    G.  79 

tissimo Roma  1 584  ,v  Fece  varie  altre  opere  fra 
Je  quali  „  la  Genealogìa  della  famiglia  altieri,  „ 
e  mediante  i  suoi  meriti  e  virtù  fu  fatto  vescovo 
di  s.  Marco  in  Calabria.  C-n.  Ep.  vi. 

Alghisi  Tommaso  chirurgo  di  Firenze  nato 
nel  settembre  del  1669  studiò  anatomia  sotto  il 
celebre  Lorenzo  Bellini;  ed  attese  particolarmen- 
te alla  litotomia.  Il  papa  Clemente  XI  Pebbe  in 
somma  considerazione,  a  cagione  di  una  opera- 
zione della    pietra    ch'egli  fece   con    felice  suc- 
cesso ad  uno    de'suoi  uffiziali.  Morì  il  giorno  aj 
di  settembre  171 5  da  un  accidente,  un  arme  da 
fuoco  gli  scoppiò  fra  le  mani,  compianto  dai  dotti 
e  non  avendo  ancora  pubblicato  che  „  un  trattato 
della  litotomìa  in  italiano  „  Firenze  1707,  Vene- 
zia 1708;  ed  una  lettera  eruditissima  „  Decermi 
usciti  per  la  verga  „  indirizzata  al  Valisnieri,  dalle 
mani  del  quale  avea  ricevuto  la  berretta  di  dot- 
tore nella  università  di  Padova.  /?.  u.  vi. 
Alighieri  Dante  il  divino  poeta  d'  Italia  na- 
cque in  Firenze  nel   ia65  da  nobile  famiglia,  e 
perdette  il  padre  nell'età  puerile.  Ad   intrapren- 
dere la  carriera  delle  lettere  gli  prestaron  soccor- 
so i  precetti  di   Brunetto  Latini  e  l'amicizia  di 
(ìuido  Cavalcanti,  e  sopratutto  il  >uo  ingegno  va- 
sto e  capace  d'intensissima   applicazione.  L'avi- 
dità sua  di   sapere  lo  trasportò  a  ricercare  le  co- 
gnizioni d'ogni  genere  che  ai  suoi  tempi  si  pote- 
vano conseguire.  I  guelfi  s'erano  allora  insigno- 
riti della  repubblica,  e   Dante  abbracciò  il   loro 
partilo.  I  fuorusciti  ghibellini  riparatisi  in  Arezzo 
attaccarono  i  fiorentini  a   Bibbiena   Panno   1289. 


80  Ut 

Dante  si  trovò  a  quel  conflitto,  e  dopo  anche  in 
altre  battaglie.  Neil'  età  di  dieci  anni  s'  invaghì 
di  Beatrice  Porti  nari  fiorentina  che  amò  fìnch'el- 
la  visse:  nonostante  una  tal  distrazione  s'applicò 
fondatamente  alla  filosofia  che  allora  insegnava*},, 
alla  teologia  ,  alla  mitologia  e  alla  storia.  Amò 
le  belle  arti  unitamente  alla  musica  ,  e  fu  ami- 
co di  valenti  artisti,  cosi  temperando  l'umor  suo 
malinconico.  Nel  1290  si  trovò  ad  una  battaglia 
contro  i  pisani,  e  dopo  s'ammogliò  con  Gemma 
di  Gianetto  Donati  un  dei  più  potenti  guelfi.  Negli 
affari  politici  ebbe  non  poca  uarte,sostenendo  varie 
importanti  ambasciale:  Tanno  i3oo  fu  eletto  uno 
eie"  priori  della  repubblica.  La  pistoiese  famiglia  dei 
Cancellieri  potentissima  nella  Toscana  s'era  parti- 
ta in  due  fazioni  distinte  coi  nomi  bianchi  e  neri. 
I  Cancellieri  neri  strinsero  lega  coi  guelfi  i  più 
ardenti,  i  bianchi  coi  guelfi  moderati  e  coi  ghi- 
bellini: a  quest'ultimo  partito  aderirono  Dante, 
e  tutti  quei  che  professavano  a  Firenze  le  leltere. 
Bonifazio   Vili  che  favoriva  i  neri   commise  a 
Carlo  di  Valois  di  pacificare  la  Toscana,  ma  egli 
pure  s'attenne  al  parlilo  de'neri,e  con  essi  uniron- 
si  le  sue  milizie  a  danno  de'bianchi, e  n'esiliarono 
centinaia  tra  i  quali  fu  Dante,  di  cui  saccheggia- 
rono la  casa  e  confiscarono  i  beni,  mentre  egli 
era  ito  a  Roma  ambasciatore  al  pontefice.  Dante 
allora  venne  a  Siena   per  trattare  più  d'appresso 
la  sua  rivocazione,  ma  in  vano.  Intanto  udì  che 
per  formale  sentenza  fu  condannato  con  diver- 
si altri  non  solo  all'esilio,  ma   inclusive  alla  pe- 
na d'esser  bruciato  vivo  se  cadeva  nelle  mani 


ali.  Si 

d'alcuno  del  comune  di  Firenze.  Nel  i3o7  fu  ac- 
colto da  Marcello  Malaspina  marchese  di  Lunigia- 
na,  ed  a  lui  per  gratitudine  di  averlo  accolto  de- 
dicò la  cantica  del  purgatorio.  Finalmente  trovò 
uno  stabile  ed  onorato  asilo  presso  Cane  si- 
gnore di  Verona  ,  che  fu  il  primario  dei  suoi 
protettori.  Nel  i3i3  Dante  era  a  Parigi  per  istu- 
diarvi  la  teologia,  ed  ivi  scrisse  il  decimo  canto 
del  paradiso  \  né  mancano  documenti  da  farci 
credere  che  quel  poeta  passasse  in  Oxford  per 
continuare  in  quella  celebre  scuola  dell'1  Inghil- 
terra i  suoi  studi  .  Si  portò  in  Germania  a  solle- 
citare Arrigo  Vili  a  portarsi  in  Italia,  confidando 
in  lui  che  potesse,  vincendo  i  fiorentini,  tornare  al 
suo  grado  in  patria,  ma  infermatosi  Arrigo  a  Bon- 
ronvento  vi  morì  nel  i3 1 3,  ed  i  fiorentini  inveiro- 
no maggiormente  contro  il  poeta,  per  Io  che  vi- 
tlpsi  egli  dileguare  ogni  speranza  di  tornare  in 
patria;  ma  non  per  questo  si  abbandonò  all'ab- 
battimento ed  alla  disperazione.  Verona  divenne 
il  punto  centrale  ove  nei  suoi  viaggi  di  quando 
in  quando  ricondueevasi.  Nel  )3ao  venne  Dante 
ì  ivitato  ai  servizi  di  Guido  Novello  signore  di 
Ravenna,  protettore  dei  buoni  studi.  Accettò  la 
offerta  per  sovvenire  ancor  meglio  alla  propria 
indigenza.  Andò  ambasciatore  a  Venezia  in  nome 
e  ppr  commissione  di  Guido,  e  ritornato  a  Ra- 
venna infermò  e  dopo  alcuni  giorni  di  malattia 
termiuò  di  vivere  nel  i3i'.i  in  età  di  56  anni.  Del- 
le diverse  di  lui  opere  alcune  sono  in  prosa  al- 
tre in  versi.  Le  principali  sono  }  „  La  vita  nuova 
d'amore  „,  primo  lavoro  in  prosa  di  sua  giovcn- 


8a  ali. 

tu  sparso  di  platoniche  idee,  nella  quale  narra  il 
cangiamento  che  in  lui  operò  l'amore  da  esso 
concepito  per  Beatrice  che  ce  la  descrive  di  carat- 
tere angelico.  Di  questo  si  ha  una  rara  edizione, 
Firenze  1675,  alla  quale  va  unita  la  vita  del  poe- 
ta scritta  dal  Boccaccio,  e  a  questi  volumi  stanno 
unite  „  Quindici  canzoni  in  lode  di  Beatrice ,,.  „  II 
convito  „,  visione  nella  quale  prelese  l'Alighieri  di 
provare  col  commento  prosaicoa  14  canzoni,  cha 
la  scienza  è  la  più  eminente  perfezione  dell'anima, 
la  quale  viene  dall'autore  co'suoi  platonismi  asso- 
migliata ad  uni  mensa  divina,  ma  invece  di  14  can- 
zoni qui  non  se  ne  vedono  che  3.  Forse  morì  Dan- 
te prima  di  compire  quest'opera ,0  forse  inciampò 
negli  aridi  deserti  del  mondo  ideale,  e  più  non 
seppe  proseguirne  il  cammino.  Di  questo  libro  è 
assai  bella  l'edizione  di  Firenze  ed  ha  pregio  quel- 
la di  Venezia  i53i,  oltre  le  molte  altre  meno  an- 
tiche 5  i  libri  „  De  vulgari  eloquentia,  Venezia 
1629  „}  „  La  traduzione  in  versi  italiani  dei  sette 
salmi  penitenziali,  del  simbolo  apostolico,  della 
orazione  domenicale,  ed  altre  simili  cose  sacre. 
Milano  1762,  „*,  „  De  monarchia  mundi,,,  libro  in 
cui  Dante  sostiene  che  1'  autorità  dei  monarchi 
non  dipende  da  quella  dei  pontefici,  Colonia  1740 
e  Venezia  1744  e  i556  senza  data.  Ma  di  tutte 
le  opere  poetiche  di  Dante  il  suo  più  gran  lavoro 
ch'eccitò  l'universale  maraviglia,  ed  al  quale  il 
consenso  di  più  secoli  ha  nominato  Divino  è  la 
sua  „  Commedia  dell'inferno,  del  purgatorio  e  del 
paradiso,,.  Molti  eruditi  che  pretesero  di  commen- 
tare quest'  opera  Tban  per  lo  più  resa  maggior* 


A    t   L.  83 

mente  imbrogliata  ed  oscura.  In  vece  dunque  di 
smarrirsi  in  interpetrazioni  allegoriche  delle  in- 
tenzioni di  Dante,  giovava  incominciare  dal  cono- 
scere i  fatti  storici  indubitabili  ai  quali  Dante  al- 
lude i  suoi  concetti,  ed  avendo  una  volta  ricono- 
sciuto quel  poema  come  essenzialmente  storico, 
sarebbonsi  dati  a  ben  ponderare  gli  avvenimenti 
del  secolo  di  Dante,  dai  quali  unicamente  si  può 
trarre  un  giusto  commento  alla  intelligenza  di 
quel  poema.  B.  u.  Ep.  v. 

Allegretti  Allegretto  senese  uomo  degno 
di  onorata  ricordanza,  il  quale  scrisse  lungamen- 
te con  purità  di  stile,  e  con  veritiera  penna  una 
bella  e  vaga„Storia  dei  fatti  de'senesi  accaduti  ai 
suoi  tempi  ,r  E  questa  d'alcune  minuzie  e  galan- 
terie ripiena,e  così  puntuale  ne'suoi  racconti,  che 
molte  cose  essenziali  dagli  altri  taciute  distin- 
tamente descrive  e  racconta}  ed  il  non  aver  egli 
dato  alla  sua  storia  lo  incominciarnento.  dall'ori- 
gine di  Siena,  fa  sì  che  i  senesi  rimangono  privi 
di  molte  importanti  notizie  della  città  loro.  Fiori 
questo  pellegrino  ingegno  nelP  anno  1440  per 
quanto  ricavasi  dalle  pompe  senesi.  C-n.  v. 

Allegri  Girolamo  dell'ordirle  de\Servi  di  Ma- 
ria ,  consultore  della  sacra  congregazione  del- 
lindice  e  confessore  ordinario  nel  palazzo  apo- 
stolico, scrisse  „  Lo  spirito  della  corte  apostolica 
e  degli  abitanti  di  Roma  nel  giubbileo  dell'anno 
Malli  1725  „}  Lo  spirito  della  corte  apostolica  e 
«l.-gli  abitanti  di  Roma  nelle  disposizioni  conco- 
mitanti   le  visite  delle  quattro  basiliche  per  lo 


84  À    L    L. 

acquisto  del  giubbileo  nell'anno  santo  172,5,  Ro- 
ma 1725  „.  B-s.  Ep.  vi. 

Allegri  Alessandro  poeta  faceto  compose  in 
un  certo  stil  familiare,  ma  grazioso  e  con  arguzia 
e  facilità  più  che  grande  „  Alcune  rime  piacevoli 
Verona  i6o5  e  Firenze  i6o5  „;  molte  altre  sue 
opere  restarono  manoscritte  presso  i  suoi  nipoti. 
Scrisse  anche  qualche  tragedia,  e  la  „  Fantastica 
visioue  di  Parri  da  Pozzolatico,  Lucca  161 3  „.  Fu 
fondatore  dell'Accademia  della  Borra.  B-s.      vi. 

Allegrisi  Francesco  incisore  in  rame,  ebbo 
il  suo  nascimento  in  Firenze  circa  Tanno  i635. 
Dimostrò  questi  il  valore  del  suo  bulino  in  varie 
cose  a  lui  commesse  di  particolari  persone  ,  e 
specialmente  nei  molti  ritratti  dal  medesimo  ele- 
gantemente intagliati  nella  celebre  opera  degli 
uomini  illustri  toscani  stampata  in  Firenze  -,  e 
nei  ritratti  fatti  all'aggiunta  della  serie  medicea 
stampata  parimente  in  Firenze  in  un  Volume  di 
cento  ritratti  colPalbero  genealogico  della  reale 
famiglia  de1  Medici.  O-L  vi.  vii. 

Allori  Alessandro  di  Lorenzo  Allori  nato 
a  dì  3  maggio  del  :  535  detto  altrimenti  Alessan- 
dro del  Bronzino,  per  essere  stato  di  lui  nipote  e  . 
discepolo,  fu  con  tal  diligenza  istruito  nell'arte 
della  pittura,  che  non  essendo  ancor  giunto  agli 
anni  17  fu  capace  di  lavorare  alcune  tavole  di 
invenzione,  e  passò  a  Roma  per  esercitarsi  sulle 
opere  di  iVIichelangiolo  ed  altre  dei  migliori  pitto- 
ri antichi,  come  pure  sulle  statue  greche.  Dipinse 
frattanto  vari  ritratti  di  personaggi  romani  assai 


A    L    L.  85 

lodevolmente  .  Tornato  in  patria  erudito  nelle 
maniere  romane  ,  fu  occupato  per  le  chiese  e 
pei  palazzi  i  più  cospiscui.  I  ritratti  di  sua  ma- 
no furono  e  saranno  sempre  in  grande  stima.  In- 
tese molto  bene  il  nudo,  e  studiò  assai  sopra 
quelli  del  Buonarroti.  Ebbe  gran  pratica  nell'ana- 
tomia, e  studiò  con  gran  diligenza  le  cose  della 
arte}  e  ne  fan  prova  molte  delle  sue  opere,  fra  le 
quali  splende  in  perfezione  la  bellissima  Cananea 
che  adorna  in  s.  Giovannino  degli  Scolopi  la  cap- 
pella dell'Ammarinato.  Ornandosi  in  quel  tempo 
colle  fatiche  dei  più  insigni  pennelli  il  chiostro 
nuovo  di  s.  Maria  Novella, ebbe  commissione  Ales- 
sandro di  dipingere  nella  cantonata  verso  la  chie- 
sa dalla  parte  del  chiostro  vecchio  il  corpo  morto 
del  Redentore  con  Maria  Vergine  e  s.  Giovanni} 
opera  che  nulla  cede  in  perfezione  alle  altre  sin- 
golari che  vi  si  ammirano.  Né  la  sola  città  di  Fi- 
renze può  gloriarsi  di  possedere  le  molte  e  belle 
opere  dell'Allori,  essendovene  diverse  in  Pisa, 
tra  le  quali  si  rammenta  la  tavola  dell'Ascensione 
alla  chiesa  del  Carmine.  Dipinse  dei  cartoni  per 
l'arazzerla  del  granduca  a  cui  presedeva.  L'anno 
1690  dette  alle  stampe  un  libro  nel  quale  mostrò 
l'arte  ilei  dipingere  a  figure,  principiando  dai  mu- 
scoli, nervi,  ossa,  membra  e  corpo  umano;  final- 
mente mancò  per  vecchiezza  nel  1607.  Si  ravvisa 
nelle  opere  sue  un  ottimo  disegno  ed  un  magi- 
strale colorito,  ma  sopra  tutto  vi  si  scorge  una 
somma  intelligenza  del  nudo,  ch'egli  aveva  nel 
muscoleggiare,  e  dettesi  a  comporre  un  libro  di 
anatomia.  8.  citi.  /.        .  Ejk  vi. 

Su   ToìC.   Tom.    12.  11 


86  A    L    L. 

Allori  Cristo/ano  fiorentino  scolare  del  cav. 
Cigoli  fu  uno  dei  più  famosi  pittori  che  fiorissero 
nel  secolo  X.  Ne  sia  prova  il  s.  Giuliano,  quadro 
maraviglioso,  il  quale  riunendo  beltà,  grazia  e  ve- 
lila di  colorito  e  franchezza  di  pennello,  sostiene 
nella  R.  Galleria  dei  Pitti  il  confronto  dei  capi 
d'opera  dei  maestri  che  vi  si  trovano.  Ne  minore 
è  il  pregio  dei  suoi  piccoli  quadri, non  mancandovi 
né  gramezza  d  invenzione,  né  amore  di  esecuzio- 
ne, ne  verità  di  colore,  né  altre  qualità  sue  carat- 
teristiche, le  quali  appariscono  nel  Gesù  che  dor- 
ine sopra  la  Croce  ed  in  altre  sue  opere.  Elogio 
eziandio  dar  si  deve  a  Cristofano  come  poeta  nel 
genere  bernesco  che  maneggiò  con  maestria  più 
che  grande.  Fu  uomo  di  spirito  e  ricercatissimo 
nelle  società.  Fu  dominato  da  una  femmina  con 
suo  gran  pregiudizio,  e  nella  fresca  età  di  44  an~ 
ni  iiui  di  vivere  fanno  i6ai.  R.  g.  d.  F.Ep.    vi. 

Alluciìngoli  Ubaldo  cardinale.  Vedi  Lucio 
111. 

Alticozzi  Rinaldo  Angellìeri  patrizio  di  Cor- 
tona pubblicò  nel  174°  a  Firenze  1*  „  Epidico  „ 
commedia  di  Plauto  tradotta  in  versi  sciolti  coi 
testo  latino  ed  alcune  note  del  priore  Gaetano 
Alitinoli  5  opera  ch'è  stata  presa  in  considera- 
zione dai  compilatori  della  biblioteca  dei  tra- 
duttori dell''  Argelati  edizione  di  Milano  1767. 
B.  u.  vi,  vii. 

Alticozzi  Lorenzo  di  famiglia  illustre  di  Cor- 
tona, ove  uacque  nel  marzo  del  1689,  entrò  fra  i 
gesuiti  nel  1706  e  mori  nel  1777  a  Roma,  dove 
uvea  soggiornato  parecchi  anni.  Egli  accoppiava 

■ 


A    l    T.  87 

a  vaste  cognizioni  molta  devozione  ,  e  a  dolci  co- 
slumi  una  vivace  e  gradevole  conversazione  :  la 
opera  sua  principale  è  una  „  Somma  di  s.  Ago- 
stino Roma  1761.,,  Egli  seppe  ingegnosamente 
inserirvi  la  storia  della  vita,  dei  maneggi  e  della 
condanna  dei  partigiani  dell'eresia  di  Pelagio,  il 
tutto  appoggiato  a  testimonianze  d'antichi  scrit- 
tori ecclesiastici  i  più  accreditati.  Egli  è  ali  resi 
1  autore  di  varie  dissertazioni  sugli  antichi  e  mo- 
derni manichei,  sopra  le  menzogne  e  gli  errori  di 
Isacco  Beausobre  nella  sua  storia  critica  dei  ma- 
nichei e  del  manicheismo,  ed  altre  produzioni 
piene  di  zelo  ardeulìssimo  contro  i  materialisti  ed 
i  filosofi  moderni.  B.  u.  Ep.  vi,  vii. 

Altissimo  poeta  italiano  del  XV  secolo.  Cre- 
scimbeni  pretende  che  egli  si  nominasse  Cristo- 
foro, che  fosse  di  Firenze  e  ricevesse  a  cagione 
del  suo  merito  la  corona  poetica  ed  il  sopranno- 
me di  altissimo.  Il  Quadrio  crede  che  Altissimo 
fosse  il  nome  della  sua  famiglia,  Angiolo  il  pre- 
nome e  che  fosse  sacerdote.  Era  improvvisatore 
celebre  di  quel  tempo,  ed  i  suoi  versi  furono  tal- 
volta raccolti  ed  impressi.  Egli  viveva  ancora  nel 
i5i4,  e  lasciò  una  traduzione  del  primo  libro  del 
famoso  romanzo  intitolalo;  .,  i  Reali  di  Francia  „, 
che  venne  stampato  in  Venezia  i534-  Non  neri- 
mane  altri  de1  suoi  versi;  bastano  però  questi  a 
provare  come  Altissimo  era  cattivo  poeta;  il  ti- 
tolo di  tale  edizione  è  una  prova  in  favore  della 
opinione  del  Crescimbeni,  relativa  al  nome  dello 
autore;  egli  è  chiamalo  in  essa  messer  Cristoforo 
fiorentino  detto  Altissimo.   D.  u.  v,  vi. 

t 


88  ALT. 

Altovita  Antonio  figlio  di  Bindo  fu  arcive- 
sco  di  Firenze  Bell'anno  i548  per  rinunzia  fatta- 
ne dal  cardinal  Ridoltì.  Fu  distinto  laico,  teologo, 
filosofo  e  gran  letterato,  seguendo  non  ciò  che 
dagli  scrittori  esponevasi,ma  che  dalla  natura  mo- 
stravasi.  Compose  trattati  grammaticali  e  logici,  e 
metafisici  e  fisici,  fra  i  quali  per  esempio  v'è  il 
„  Perchè  l'acqua  del  mare  non  cresce  né  scema  „ 
e  simili}  ma  dei  suoi  scritti  non  ci  son  pervenuti 
che  i  t  il  olì  essendo  manoscritti,  eccettuato  i5 
libri  degli  „  Elementi  di  Euclide  dal  greco  tradotti 
in  lingua  toscana,  Roma  1 54^.  „  Fu  decano  della 
camera  apostolica  e  salì  in  tale  slima,  che  dopo  la 
morte  di  Giulio  III,  ancorché  non  avesse  la  por- 
pora, venne  acclamato  pontefice.  Fu  al  concilio  di 
Trento  gratissimo  a  Pio  V,  ed  a  Gregorio  XIII 
sotto  di  cui  nel  i573  celebrò  in  Firenze  il  tanto 
approvato  Sinodo  provinciale.  Fu  di  vita  inno- 
cente e  di  candidi  costumi  .  Fondò  la  cappella 
della  Visitazione  alla  santa  Casa,  ciré  una  delle 
tre  più  belle  e  pregevoli  per  le  sue  pitture.  Fu 
anche  sfortunato,  perchè  mediante  la  sua  dottrina 
e  politica  si  rese  sospetto  al  Granduca  Cosimo 
I ,  onde  videsi  necessitato  quasi  esule  a  fuggir- 
sene a  Roma,  e  tornando  alla  patria,  poiché  dal 
suo  popolo  teneramente  amato,  fu  sì  applaudito 
che  si  potea  dire  il  di  lui  ritorno  un  trionfo:  morì 
nel   i583.  B-s.  Ep.  v,  vi. 

Altoviti  Bernardo  figlio  di  Paolo  era  uomo 
di  molta  industria  e  naturale  eloquenza  in  isti  ma 
gronde  in  quei  tempi,  il  quale  veniva  da  Tibal- 
duolo  longobardo,  per  quanto  dice  il  Landino  nei 

f 


AMA.  89 

communio  di  Dante  nel  X.VI  del  Paradiso.  Esso 
Tihalduolo  militò  sotto  Alboino  re  dei  longobar- 
di. La  famiglia  prova  oltre  800  anni  di  nobiltà, 
avendo  in  Firenze  poche  che  l'avanzino  in  mate- 
ria d'antichità  ,  poiché  dopo  la  morte  del  re  Al- 
boino pose  il  suo  domicilio  al  Poggio  imperiale, 
e  dal  quale  son  discese  le  famiglie  Altoviti.  Cor- 
inzi e  Squarcialupi.  C-n.  Ep.  v. 

A-tf Anzio  Santo  accennato  dal  Martirologio 
come  prete  di  Todi  e  da  s.  Gregorio  soltanto  co- 
me toscano,  credesi  oriundo  toscano  e  familiare 
di  Florido  vescovo  di  Todi,  come  vedesi  nell'o- 
pera dei  dialoghi  di  s.  Gregorio  lib.  111,  cap.  xxxv 
e  nel  Razzi  Vite  dei  santi   e  beati  di  Toscana,  iv. 

Ambra  Francesco  (d?)  d'elevato  e  bizzarro 
ingegno,  della  poesia  comica  molto  amico,  ond'è 
che  di  compor  commedie  fu  assai  vago  ,  e  molte 
è  fama  che  ne  componesse,  fra  le  quali  tre  sol- 
tanto hanno  il  benefizio  della  stampa  e  sono: 
w  I  Bernardi,,  stampata  dal  Giunti  Firenze  i564  \ 
n  La  Cofanaica  ,  Firenze  i563  e  i6o3  ,,5  „  Il 
Furto*,  le  quali  furono  con  applauso  grandissi- 
mo ascollate  e  specialmente  quest'ultima.  Volga- 
rizzò la  storia  di  Marcantonio  Sabellico  e  di  questa 
soltanto  tutta  la  seconda  Enneade,  che  sono  libri 
18.  ma  rimase  manoscritta.  Morì  nel  novembre 
1 558  in  Roma,  ove  lasciò  altre  opere  che  nella 
Vaticana  conservansi.  C-n.  v,  vi. 

Amiuuh.i  Anton  Maria  ineque  in  Firenze 
mi  171 3.  ed  entrato  fra  i  gesuiti  insegnò  retto- 
li' a  <•  poetica  per  lo  spazio  di  3uamii  nel  colle- 

11* 


90  A    M    B. 

gio  romano  .  Il  più  celebre  dei  suoi  lavori  è  la 
traduzione  di  tutte  le  opere  di  Virgilio  ,  della 
quale  se  ne  fecero  varie  edizioni  con  note  ,  va- 
rianti ed  incisioni  che  le  rendono  pregevoli.  Pri- 
ma di  tradurre  Virgilio  egli  avea  tradotto,,  l'Iride 
e  P  Aurora  boreale  „,  due  eleganti  poemetti  del 
padre  Noceti,  Firenze  1754.  Tradusse  „  PAlzira 
di  Voltaire,  Firenze  1740  „,  la  quale  fu  come  il 
preludio  delle  tragedie  di  Voltaire  tradotte  ad  uso 
del  teatro  italiano  ,  Firenze  1752,.  Egli  tradusse 
ancora  dal  francese  il  progetto  di  Borgofontana 
e  la  storia  del  Pelagianismo  del  Putouillet:  sono 
poi    sue  opere  originali  P  orazione  latina  „  In 
electlone  Josephi  II  romanorum  regis,  Roma 
1764  55}  il  n  Ragguaglio  istorico  della  vita,  virtù 
e  morte  del  P.  Marcello  Francesco  Mastrilli,  Fi- 
renze  1749  »  ed  il  „  Museum  Kircherianum^ 
Roma  1765,,  nella  quaPopera  egli  descrisse  ed 
illustrò  quel  museo  che  fu  per  vari  anni  alla  sua 
cura  affidato.  Si  dice  cb'ei  lasciasse  un  poema  la- 
tino sulla  cultura  dei  cedri,  del  che  ci  dobbiamo 
poco  dolere,  da  poi  che  quell'argomento  fu  de- 
gnamente trattato  in  un  poema  italiano  dal  Bre- 
sciano Niccolini.  LTAmbrogi  morì  in  Roma  nel 
1788.  T-p.  Ep.  VL,  viu 

ambrosio  Beato  nacque  nella  città  di  Siena 
nel  1220,  ed  essendo  alPetà  di  diciassette  anni 
andò  al  convento  di  s.  Domenicoevi  prese  Pabi- 
to  Panno  1237.  Dopo  andò  a  Parigi  a  predicare,  e 
di  là  fu  mandato  in  Colonia  di  Germania,  ove 
imparata  la  lingua  predicò  la  parola  di  Dio.  Ri- 


A    M    E.  91 

chiamato  dal  papa  Innoceuzio  IX  lesse  tre  anni 
teologia,  e  tornato  alla  patria  vi  morì  nel  1286. 
K-z»  Ep.  v. 

Amelio  filosofo  ecletico  nativo  di  Toscana  fu 
contemporaneo  di  Porfirio,  e  prima  ebbe  a  mae- 
stro Lisimaco  3  che  gì"  insegnò  i  principii  della 
filosofia  stoica.  Gli  scritti  di  Numenio  gli  fecero 
poscia  conoscere  e  adottare  i  donimi  di  Platone  } 
finalmente  si  fece  discepolo  di  Plotino  verso 
Tanno  246  dell1  era  volgare,  ma  lasciatolo  dopo 
24  anni  scelse  a  stanza  Apamea  in  Siria:  i  suoi 
discepoli  dettergli  P  epiteto  di  nobile  .  Amelio 
compose  circa  cento  trattati,  de'quali  niuno  per- 
venne fino  a  noi.  Uno  d'essi  avea  per  oggetto  la 
differenza  delle  dottrine  di  Numenio  e  di  Plotino. 
Pose  in  ordine  le  opere  di  quest'ultimo  ,  di  cui 
possedeva  a  tale  i  principii,  che  sovente  Plotino 
lo  incaricò  di  rispondere  agli  argomenti  dei  suoi 
discepoli.  Farà  più  in  particolare  conoscere  P in- 
dole delP  eclettismo  il  rammentare  ch'Eusebio, 
Teodoreto  e  Cirillo  recano  un  passo  d'Amelio,  nel 
quale  cita  il  principio  dell'evangelio  di  s. Giovanni 
a  confermare  la  dottrina  di  Platone  intorno  alla 
natura  divina.  Amelio  ebbe  un  figlio  adottivo,  a 
cui  legò  tutti  i  suoi  scritti  ,  ed  il  di  lui  nome  fu 
Giusliuo  Esichio.  S'ignora  l'epoca  ed  il  luogo  di 
sua  morte.  B.  u.  m. 

Amelisgiii  Girolamo  poeta  burlesco  italiano 
del  secolo  XVI  era  di  Pisa  e  gobbo,  mentre  lo  si 
appella  il  gobbo  da  Pisa.  S'ha  di  lui  un  poema 
intitolato  la  „  Gigantea  „,  la  guerra  dei  giganti 
clic  pubblicò  sotto  il   nume  di  Forabosco,  l'ircn- 


92  AMI. 

ze  1 566, insieme  con  un  altro  poema  dello  stesso 
genere,  chiamato  la  „  Nanea  „  la  guerra  dei  nani 
di  certo  Francesco  Aminta  affatto  incognito.  Quei 
poemi  sono  slati  r impressi  in  Firenze  nel  1612, 
colla  guerra  de'mostri  di  Antonio  Grazzini  detto 
il  Lasca.  Son  queste  le  prime  produzioni  di  un 
genere  in  cui  gl'italiani  si  sono  resi  eccellenti  , 
ma  al  quale  troppo  si  abbandonarono  per  l'ono- 
re della  letteratura  loro  soverchio.  Havvi  pure 
fi  a  i  canti  Carnascialeschi  un  canto  originale  di 
Amelunghi  sotto  il  titolo  „  Degli  scolari  „.  B.  u. 

Ep.  vi. 

Amici  Diomede  medico  assai  erudito  come 
dalle  seguenti  sue  opere  si  raccoglie.  Scrisse  „  De 
morbis  sporadìbus^\ene7Àa  iSof,,.  »  De  mar  bis 
communibus .  Tractatus  de  Variolis  Appena, 
ad  lib.  de  morb.  commuti.  „  stampata  in  Venezia 
i5()6.  C~n.  v. 

Amidei  Bartolommeo  Beato  uno  de  sette 
fondatori  dell'ordine  decervi  di  Maria.  Ved.  set- 
te beati  fiorentini  fondatori  ec. 

Amigoli  Stefano  pittor  fiorentino,  fino  da 
giovinetto  mostrò  una  naturale  inclinazione  ed 
un  gran  genio  per  le  cose  riguardanti  il  dise- 
guo ,  ond'è  che  la  nobilissima  famiglia  Riccar- 
di non  mancò  di  assisterlo,  avendo  conosciuto 
essere  per  riuscire  nell'arte  del  dipingere.  Né  si 
ingannò  certamente,  poiché  le  opere  non  tanto  a 
olio  quanto  a  fresco  dimostrano  Inabilità  di  questo 
artefice  nella  pittura,  come  si  può  ricavare  da  due 
quadri  a  fresco  i  quali  vedonsi  nella  chiesa  dei 
padri  del  Belmoriie  all'aliar  maggiore;  e  da  altri 


A     M    M.  9^ 

lavori  fatti  dal  medesimo  per  persone  particolari. 
O-r.  Ep.  vi. 

Ammansati  Giacomo  Pìccolomini  cardinal 
di  Pavia,  nacque  presso  Lucca  nel  1^22.  Studiò 
in  Firenze  sotto  Leonardo  aretino,  il  Guarino  e 
Giannozzo  Manetti.  Andò  a  Roma  nel  i45o,  e  fu 
primo  segretario  del  cardinale  Capranica,  ma  con 
poca  fortuna.  Callisto  Iti  lo  creò  segretario  apo- 
stolico. Pio  II  Io  elesse  vescovo  di  Pavia  nel  1460 
e  20  mesi  dopo  cardinale.  Sisto  IV  lo  creò  legato 
di  Perugia  e  delPUmbria,  vescovo  di  Tusculo,  e 
in  seguito  di  Lucca.  Morì  nel  1479  per  aver  pre- 
so un  anarcotilo  in  troppa  dose.  Continuò  nei  suoi 
commentari  la  „  Storia  del  suo  tempo  incomincia- 
ta da  papa  Pio  II  dal  giugno  del  i4^4  fino  al  di- 
cembre del  1469.  „  ed  ha  come  l'opera  di  Pio  II 
le  qualità  essenziali  della  storia  .  Fu  stampata 
la  prima  volta  a  Milano  i5o6  con  782  lettere,  le 
une  dello  stesso  autore,  le  altre  a  lui  dirette,  e  con 
la  vita  del  cardinale  scritta  da  Giacomo  da  Vol- 
terra suo  segretario.  L'àmmannati  aveva  compo- 
sto altre  opere  che  son  rimaste  inedite  o  son 
perdute  „  I.  Le  vite  de'papi  ,„  le  quali  tin  da  quando 
egli  viveva  furono  o soppresse  o  nascoste  dai  suoi 
nemici  „  II.  La  legazione  del  cardinal  Capranica 
a  Genova  ,,.  III.  Commentari  sulla  storia  univer- 
sale del  suo  tempo  „  diversi  de'  suoi  commentari 
stampati.  IV.  Un  trattalello  „  Ve  officio  summi 
pontificis  et  cardinalium  „  che  il  Padre  Labhè 
annovera  tra  i  manoscritti  della  biblioteca  reale 
di  Francia  sotto  il  numero  775  „  V.Omelie,  arrin- 
ghe ed  orazioni  recitate  in  pubblico  „.  Compose 


94  A    M    M. 

decersi  latini  di  cui  si  trovano  alcuni  frammenti 
nelle  sue  lettere.  L'autore  stesso  della  sua  vita 
giudicavali  men  soavi  che  ingegnosi.  B.  u.  Ep.v. 
Ammannatini  Manette*  assai  cognito  col  nome 
di  Grasso  Legnaiuolo  nacque  in  Firenze  nel  1 38 1 
e  nel  1409  passò  in  Ungheria  per  evitare  il  con- 
tinuo dileggio  che  «li  esso  si  prendevano,  per  la 
risentita  beffa  fattagli  dal  famoso  Filippo  Bru- 
nelleschi  insieme  con  Donatello,  della  quale  ol- 
tre a  molte  edizioni,  esistono  ancora  vari  codici 
manoscritti.  Egli  non  tanto  per  Parte  di  tarsia  re- 
resi celebre,  quanto  per  la  nominata  beffa  che 
tenne  esercitati  molti  celebri  scrittori.  In  Un- 
gheria egli  fecevi  buona  fortuna,  poiché  in  pochi 
a  uni  vi  arricchì,  e  dallo  Spano  fu  fatto  maestro  in- 
gegnere, il  quale  seco  conducevalo  nel  campo  di 
battaglia,  e  Io  teneva  con  gran  riputazione  ricol- 
mandolo di  grazie  e  di  doni.  M-n.  v. 
Am3ias.na.to  Bartolommeo  architetto  e  scul- 
tore nato  a  Firenze  nel  i5i  1  fu  allievo  di  Baccio 
Bandinelli  e  poi  del  Sansovino  a  Venezia  .  Re- 
duce in  patria  studiò  le  opere  di  Michelangiolo,  e 
scolpì  le  statue  del  sepolcro  di  Sanazzaro  a  Napoli. 
Fece  un  NeUuno  per  Venezia  ,  ed  altra  statua 
colossale  per  Padova  con  altre  sculture:  passò  poi 
a  Roma  per  studiarvi  l'antico.  Il  papa  Giulio  III 
lo  impiegò  nei  lavori  di  scultura  nel  Campidoglio. 
Scolpi  di  concerto  col  Vasari  la  tomba  del  car- 
dinale Monti  a  s.  Pietro  a  Molitorio.  Richiamato 
a  Firenze  fu  stipendiato  dal  Granduca  Cosimo, 
e  creato  suo  ingegnere  si  occupò  a  ristabilire  i 
ponti  rovinati  dalla  inondazione  del  1 55;.  Quello 


A    M    M.  «).'. 

di  santa  Trinità  fu  ricostruito  intieramente  sopra 
i  suoi  disegni  .  La  fontana  di  Nettuno  detto  il 
Biancoue  sulla  piazza  di  Palazzo  Vecchio  è  di 
sua  invenzione  ed  esecuzione;  diresse  in  Roma 
il  palazzo  Ruscellai  ora  Ruspoli  ;  la  corte  e  la 
facciata  del  collegio  romano  furono  di  suo  diseguo. 
Termino  in  patria  il  palazzo  Pitti  comincialo  dal 
Brunelleschi  e  ne  decorò  il  cortile  con  tre  ordini 
di  colonne  a  bozze.  Ebbe  una  celebre  donna  per 
moglie  della  quale  vennero  stampate  le  poesie 
col  titolo  di  „  Opere  toscane  di  Laura  Battiferri  „ 
ed  egli  pure  attese  alla  letteratura.  Esiste  nella 
raccolta  dei  disegni  della  R.  galleria  di  Firenze 
una  sua  opera  intitolata  w  La  città  che  racchiude 
le  piante  di  vari  edilìzi  per  cui  si  rende  comoda 
e  magnitica  una  città  „.  Nelle  sue  opere  di  scul- 
tura apparisce  un  carattere  grandioso  :  i  suoi 
bronzi  sono  eseguiti  con  molta  finezza.  Egli  era 
istruito,molto  pio  e  caritatevole.  Quando  morì  sua 
moglie  egli  consacrò  la  maggiore  parte  delle  sue 
ricchezze  ad  opere  pie.  Gessò  di  vivere  alcun  tem- 
po dopo  in  età  di  78  anni  e  fu  seppellito  nella 
chiesa  di  s.  Giovannino  degli  Scolopi.  ch'era  sta- 
ta costruita  ed  abbellita  a  sue  spese.  B.  u. 

Ep.  v,  vi. 
Ammirato  Scipione  il  Secchio  fiorentino  , 
oratore,  storico  e  poeta.  Nacque  in  Lecce  nel  re- 
gno «li  Napoli  ove  si  erano  ritinti  i  suoi  maggiori 
nel  ia6o  con  altre  fintigli*  guelfe  scacciale  da 
rnvnze.  ini  presto  Scipione  ritornò  alla  sua  pa- 
tria, ove  dal  granduca  Cosimo  I  ebbe  P  incaricò 
Ji    scrivere    la  storia  liorenliuu  .    al    quale  line 


96  A    M    M. 

gli  fu  dal  medesimo  concessa  la  villa  della  Topaia, 
nella  quale  condusse  a  termine  una  buona  parte 
di  tal  suo  lavoro.  Pensava  egli  di  continuarla  tino 
all'anno  1600,  ma  in  taPepoca  appunto  fu  sor- 
preso dalla  morte  .  Scrisse  egli  „  Dissertazioni 
politiche,  ovvero  discorsi  sopra  Cornelio  Tacilo, 
Venezia  1607  „',  „  De  regis  ac  regni  institutione., 
Francfort  1609  „;„  Della  segretezza, Venezia  1599,,} 
„  Della  famiglia  dei  Paladini  di  Lecce,  Fir.  1 5 9 5  „; 
„  Orazione  nella  morte  di  Filippo  li  al  potentis- 
simo re  di  Spagna  Filippo  III  detta  filippica  III 
Firenze  1698  „-,  „  Rime  cioè  sonetti  fra  le  rime 
scelte  di  diversi  autori,  Venezia  1 586  „*,  „  II  Ro- 
ta, ovvero  delle  imprese,  dialogo,  Firenze  i58o, 
i65i  „}„  Poesie  spirituali.  Venezia  1 634  „;„  Rime 
impresse  fra  le  rime  di  diversi,  Venezia  i63/J  »i 
e  varie  opere  storiche.  M-r.  Ep.  vi. 

Ammirato  Scipione  il  giovine  da  IVIontaione 
cambiò  il  proprio  nome  di  Cristoforo  del  Bianco 
in  quello  di  Scipione  Ammirato,poichè  l'Ammirato 
il  Vecchio  venuto  a  morte  lasciò  ad  esso  per  te- 
stamento nome,  cognome,  arme  e  sostanze,quan- 
tunque  non  passasse  tra  loro  parentela  alcuna, 
ina  il  nominato  Cristoforo  fosse  soltanto  giovine 
di  studio  dell'Ammirato.  Ottenne  egli  un  impiego 
nell'ufficio  delle  riformagioni,  ed  in  tale  occasio- 
ne ebbe  campo  di  vedere  e  spogliare  le  scrit- 
ture che  in  quel  dovizioso  archivio  si  conser- 
vano, e  con  esse  distendere  belle  ed  utili  anno- 
tazioni o  giunte  alle  storie  fiorentine  del  Vecchio 
Ammiralo.  Fece  ancora  le  „  Aggiunte  alla  storia 
dei  vescovi  di  Fiesole,   Volterra  ed  Arezzo,  ed 


A    M    M.  97 

all'albero  della  famiglia  dei  conti   Guidi   scritto 
dal  primo  Scipione  „.  M-r.  Ep.  vi. 

Ammonio  Andrea  di  Lucca  poeta  latino  amico 
d'Erasmo  che  molto  il  lodò  nelle  sue  lettere.  Na- 
to nel  1477  egli  si  dedicò  per  tempo  e  con  buon 
successo  allo  studio  delle  belle  lettere,  della  lin- 
gua greca  e  della  latina  poesia.  Visse  alcun  tempo 
in  Roma  e  passò  in  Inghilterra,  ov'ebbe  in  pro- 
tettore ed  amico  il  celebre  Tommaso  i>Ioro.  Do- 
po alcuni  anni  di  noia  e  di  malcontento  divenne 
verso  il  i5i3  segretario  del  re  Enrico  Vili  pel- 
le lettere  latine.  Egli  seguitò  quel  principe  in  tal 
qualità  nella  guerra  controia  arancia,  fu  testimo- 
nio della  scontilla  dei  francesi  a  Guinegate  e  del- 
la presa  di  Tournay  e  di  Therouvenne.  Cantò 
quelle  vittorie  in  un  poema  latino  da  lui  intito- 
lato,, Panegiricus  „  e  di  cui  Erasmo  fa  sommo  elo- 
gio. Leone  X  Io  creò  in  seguilo  suo  nunzio  pres- 
so Enrico  Vili,  carica  ch'esercitò  tinche  visse, 
senza  lasciar  quella  ili  segretario  del  re.  Egli  mo- 
ri a  Londra  nel  1 5 1 7  .  Si  citano  di  lui  alcune 
poesie  latine  delle  quali  per  altro  non  esistono 
ne  edizioni  nò  manoscritti.  Una  delle  sue  eglo- 
ghe soltanto  si  trova  stampala  nella  raccolta  in- 
titolata Bucolicorum  auctores  ,  Basilea  i546. 
Nelle  lettere  d'Erasmo  ne  vennero  inserite  dieci 
o  dodici  d'Ammonio,  bastanti  a  porgere  una  fa- 
vorevole   idea    del    suo  spirito  e  del    suo    stile 

/;.  11.  v. 

Lucilla    Alessandro  fiorentino  dottore   di 
canon  .  1  10 1  ondo  il  Dufresue.  Scrisse  alcuni  vo- 
lumi di  legge  citali  dal  Lambecio,   tììbliot.  Ce* 
St.   Tose.    Tom.    12.  .12 


9&  a  w  e. 

sarea  385:  e  sono:,  „  Decretorum  doctoris 
tractatus  de  permutatione  beneficiorum  eccle- 
siasticorum^  swe  repetitio  etc>  scilicit  de  rer. 
permut,  in  Seoct.  composita  et  absoluta  A.  1 355 
d.  1 1  novembris,  in  studio  paduano  ,,.  Questo  co- 
dice fu  scrillo  nel  1428.  B-s.  Ep.  v. 
Anche  Concini  Cincino  maresciallo  (d")  tìglio 
di  un  notaro  di  Firenze  possidente  in  Terranuo- 
va  del  Valdarnodi  sopra,  fu  debitore  del  proprio 
inalzamento  a  sua  moglie  Leonora  Galigai  tìglia 
della  nutrice  di  Maria  deWIedici.  Audatoin  Fran- 
cia nel  1600  con  questa  principessa,  Concini  da 
semplice  gentiluomo  della  regina  venne  pel  cre- 
dito di  sua  moglie  nel  massimo  favore.  Per  altro 
fu  soltanto  dopo  la  morte  d'Enrico  IV  che  sfogar 
potette  la  sua  ambizione.  Divenuto  necessario 
alla  regina  durante  le  turbolenze  d'  una  debole 
minorità.  Concino  cangiò  tutto  nel  consiglio;  eb- 
be il  marchesato  d"1  Aucre.  Fu  successivamente 
creato  primo  gentiluomo  di  camera,  governatore 
di  Normandia,  ed  alla  fine,  dire  Voltaire,  primo 
ministro  senza  conoscere  le  leggi  del  regno,  e 
maresciallo  di  Francia  senza  aver  mai  tirata  dal 
fodero  la  sua  spada.  Tanti  lavori  compartiti  ad 
uno  straniero  misero  in  apprensione  i  principali 
signori  del  regno  di  Francia,  e  gli  mossero  guer- 
ra, ma  egli  sicuro  del  favore  della  regina  potette 
difendersi,  avendo  inclusive  fatta  leva  di  7000 
uomini  a  proprie  spese,  tanto  era  ricco.  Concini 
non  contento  di  aver  lasciato  a  Luigi  XIII  il  so- 
lo vano  titolo  di  re,  si  assicurò  della  sua  persona, 
gli  vietò  inclusive  di  uscir  di  Parigi,  e  sol  permet- 


asc.  99 

tendogli  d'andare  a  diporto  alla  passeggiata  delle 
Tuilleries.  Cailo  Alberto  di  Luines  riuscì  a  deter- 
minare il  re  di  squotere  il  giogo  impostogli  dal 
Concini,  e  ne  ordinò  Tassassimo,  ma  l'esecuzione 
di  tal  cornando  non  era  facile.  Allora  il  fratello 
ili  Luines  capitano  delle  guardie  propose  insieme 
con  altre  cariche  di  corte  di  attaccare  il  mare- 
sciallo d'Ancre  nella  corte  del  Louvre.  Avviatisi 
pertanto  al  determinato  posto  vi  comparve  il  ma- 
resciallo credendo  di  dovere  andare  alia  caccia 
del  re}  allora  Vitry  seguito  da'suoi  s'accostò  al 
maresciallo  e  gli  disse  ponendogli  la  mano  sul 
braccio  dritto:,,  il  re  mi  ha  comandato  d'assicurar- 
mi della  vostra  persona  ,^  il  maresciallo  stupe- 
fatto disse  in  italiano.,, A  me!,,  ma  Vitry,  da  Hal- 
lier,  e  Perray  scaricano  le  loro  pistole  e  il  mare- 
sciallo cade  morto  ai  loro  piedi:  Vitry  gridò  tosto: 
„viva  il  re,,;  quindi  informato  Luigi  XIII  dell'acca- 
duto esclamò  „  ora  son  re  ,,.  Si  rinvennero  nelle 
tasche  del  Concini  dopo  la  sua  morte  circa  due 
milioni  di  biglietti  di  risparmio  e  di  ordini  «li 
pagamento,  e  due  milioni  e  ventimila  lire  in  casa 
sua;  ciò  che  farebbe  supporre  ciregli  si  attende- 
va alcuna  disgrazia,  e  che  si  preparasse  alla  fuga. 
Il  suo  corpo  fu  seppellito  in  chiesa,  ma  il  popolo 
nel  di  seguente  vi  si  recò,  e  dissotteratone  il  cor- 
po fu  strascinato  tino  al  Pontenuovo,  ed  appeso 
ad  una  forca  che  il  maresciallo  aveva  fatta  inal- 
zare per  quei  che  avessero  parlato  male  di  lui;po- 
s<  ia  fu  smembrato,  fatto  in  mille  pezzi  e  ne  fu- 
rono venduti  i  sanguinosi  brani  che  il  popolo  fu- 
ribondo affretta  vasi  di   comprare  :  la  moglie  fu 


100  AND. 

con  Januata  ad  esser  bruciata  viva.  Si  crede  che 
fosse  progetto  del  maresciallo  di  rendersi  indi- 
pendente iu  caso  di  disgrazia.  Lasciò  immensi  beni: 
oltre  alla  rendita  delle  sue  cariche,  che  ascendeva 
ad  un  milione  di  lire,avea  molti  milioni  assicurati 
in  Francia,  in  Roma  ed  in  Firenze.  Una  fortuna 
tanto  considerabile  non  poteva  fare  a  meno  di 
destare  invidia.  I  suoi  nemici  dovettero  profittare 
della  sua  imprudenza  onde  aggravare  i  suoi  torli: 
egli  ha  nulladimeno  trovati  apologisti.  B.  u. 

Ep.  vi. 
Andrea  del  Sarto  ma  propriamente  Vannu- 
chi  nato  in  Firenze  da  padre  sartore,  perciò  così 
detto,  venne  a  luce  nel  1478.  In  tenera  età  delle 
altissimi  saggi  di  suo  sapere  nell'arte  dell'orefice, 
nel  disegno  sotto  Giovanni  Barile,  e  nel  dipinto 
sotto  Pier  di  Cosimo  Rosselli  .  Qual  fosse  la  sua 
applicazione  e  lo  studio  si  può  dedurre  dalle  ope- 
re sue  giovanili  che  comparvero  aggiustale,  mo- 
deste, ben  disegnate  e  meglio  colorite,  come  si 
può  vedere  nel  mai  abbastanza  lodato  chiostro 
della  santissima  Nunziata,  nel  quale  espresse  sì 
al  vivo  i  fatti  di  s.  Filippo  Benizi,  che  trasse  la 
maraviglia  a  contemplarli.  Cominciarono  pertaulo 
a  crescergli  gl'Impegni  ,  e  sospirarono  le  chie- 
se, i  palazzi  ed  i  mercanti  le  opere  sue  .  Giunse 
la  fama  del  valoroso  pittore  in  Francia,  e  bramo- 
so doverlo  in  corte  Francesco  I,  lo  chiamò  a  sé, 
e  con  trattamento  ben  degno  d'un  tanto  mecenate 
dei  virtuosi  fu  il  merito  d'Andrea  contradistinto. 
Chiamato  alla  patria  dalla  moglie  e  dai  parenti 
con  licenza  di  quel  monarca,  e  con  promessa  e 


AND.  101 

giuramento  di  ritornarvi,  si  parli  carico  di  denari 
e  di  onori.  Fermato  poi  in  Firenze  dai  pianti  della 
moglie,  mancò  alla  promessa  con  sommo  dispia- 
cere del  re.  Terminò  intanto  il  cortile,  e  le  ope- 
re della  compagnia  dello  Scalzo,  che  sono  e  sa- 
ranno sempre  la  scuola  e  l'accademia,  dalle  qmli 
ogni  studioso  potrà  imparare  il  modo  di  disegnare, 
di  colorire  e  d'ombreggiare.  Sono  infinite  le  ope- 
re che  fece,  come  si  può  vedere  da  tante  stampe 
e  dal  Vasari.  Finalmente  di  peste  tini  i  suoi  gior- 
ni in  età  di  42.  anni.  O-r.  Ep.  v. 
Andrea  i/a  Fiesole  dì  casa  Ferrucci  era  architet- 
to e  scultore,  scolare  di  Francesco  Ferrucci,  poi  di 
Michel  Maini  scultori  fiesolani,  sotto  de'quali  la- 
vorava di  folliami  e  ornati;  ma  da  sé  lavorò  di  figu- 
re e  vi  riusci,  senza  avere  studiato  il  disegno.  Fu 
chiamato  a  Imola  e  a  Napoli  per  i  lavori  d"*  ar- 
chitettura e  scultura;  poi  passò  a  Roma  per  os- 
servare le  belle  produzioni  dell1  arte.  Poco  vi  si 
trattenne  perchè  fu  chiamato  a  lavorare  a  Pi- 
stoia ove  fece  il  gran  Battistero  nella  chiesa  di  s. 
Iacopo,  ed  egli  stesso  vi  scolpì  statue,  e  questo 
come  anche  altre  sue  opere  gli  meritarono  una 
fama  non  ordinaria.  Tornato  a  Fiesole  scolpì  lo 
altare  di  mezzo  della  cattedrale:  lavorò  una  ta- 
vola per  s.  Girolamo  che  fece  simile  a  quella  del 
Duomo.  Nella  metropolitana  pose  alcune  sta- 
tue degli  apostoli  che  fece  in  concorrenza  con  i 
migliori  artisti  suoi  contemporanei.  Vi  scolpì  il 
butto  di  Marsilio  Ficino;  lavoro  che  può  dirsi  il 
pin  prefetto  di  Andrea  che  terminò  un  anno  pri- 
ma della  sua  morte  accaduta  nel  i5ai.  I  suoi  lavo- 
ra 


102,  A    N    D. 

ri  falli  a  richiesta  si  sparsero  per  tutta  Europa.  Si 
era  applicato  ancora  all'architettura, 'ma  non  fece 
cose  di  grande  levatura.  II  maggior  merito  di  An- 
drea nella  scultura  fu  quello  di  aver  buona  prati- 
che di  saper  bene  adoperare  i  ferri:  aveva  ancora  il 
Ferrucci  una  somma  felicità  uelTimitare$  e  quin- 
di riuscivagli  felicemente  di  poter  copiare  qua- 
lunque statua  avess'  egli  veduta ,  lo  che  non  a 
molli  suol  riuscire.  S.  (V  u.  i.  Ep.  v- 

Andrea  Pisano  rinomatissimo  architetto  e 
scultore  in  marmo,  in  oro,  in  bronzo  e  in  avorio, 
fu  discepolo  di  Gio.  pisano.  Stabilitosi  Andrea  in 
Firenze  ornò  di  statue  la  cattedrale  e  s. Giovanni, 
e  quivi  con  lavoro  di  aa  anni  condusse  la  porta 
di  bronzo  di  questo  tempio,  che  fu  poi  cagione 
che  gli  altri  venuti  dopo  di  lui  han  fatto  quan- 
to di  buono  e  difficile  e  bello  nelle  altre  due 
porte  si  vede.  Egli  fu  il  fondatore  della  insigne 
scuola,  in  cui  prima  fiorì  TOrcagna,  poi  Donatello, 
e  il  tanto  celebre  Ghiberti,le  cui  porte,  fatte  allo 
stesso  battistero  fiorentino.,  Michelangelo  giudicò 
degne  di  stare  in  paradiso.  Andrea  morì  di  ?5  an- 
ni Tanno  i345.  L~z.  v. 

Andrea  Santo  carmelitano  della  nobile  fa- 
miglia Corsini  di  Firenze  nato  nel  i3oa  erasi  da- 
to in  gioventù  alla  dissipazione,  ma  richiamato  dai 
genitori  a  miglior  vita  si  ridusse  a  voler  vestire 
l'abito  di  carmelitano  Tanno  i3i6:  fu  mandato  stu- 
dente alle  università  di  Pisa  e  di  Parigi,  e  tornato 
a  Firenze  fu  eletto  priore  del  suo  convento,  e  di 
là  passò  vescovo  a  Fiesole  Tanno  cinquantesimo 
dell'età  sua,  e  da  Urbano  V  pontefice  fu  incaricato 


AND.  103 

d'una  straordinaria  nunziaturafin  Bologna. L'anno 
della  sua  età  61  passò  all'altra  vita.  La  vita  di  s. 
Andrea  Corsini  fu  scritta  dottamente,  dice  il  Su- 
rio,  ancorché  nel  libro  non  sia  il  nome  dell'au- 
tore. R-z.  Ep.  v. 

Andrea  Gal  etano  beato  senese  dopo  aver  vis- 
suto in  un  modo  edificantissimo  terminò  di  vivere 
l'anno  ia5i}  sapendosi  di  esso  che  fu  in  Siena  il 
fondatore  dello  spedale  della  misericordia,  cioè 
della  sapienza.  R-z.  v. 

Andrea  Santo,  del  quale  è  ignoto  il  casato,  fu 
quel  vescovo  fiorentino  che  si  trovò  alla  trasla- 
zione dalla  basilica  laurenziana  alla  cattedrale  di 
s.  Salvadore  del  vescovo  s.Zanobi,essendogli  sta- 
to immediato  predecessore.  Si  dice  poi  che  l'ac- 
cennata traslazione  seguisse  nel  gennaio  dell'an- 
no 4^8.  Di  questo  nostro  santo  vescovo  si  fa  e- 
spressa  menzione  nel  Martirologio  romano  sotto 
il  di  ventisei  febbraio.  Abbiamo  dallo  scrittore 
Tolosani  che  s.  Andrea  vescovo  di  Firenze  mo- 
ri nel  di  a6  di  febbraio,  ma  questo  inesatto  scrit- 
tore mancò  di  aggiungere  in  qua  Panno  ciò  accad- 
de. B-r.  in. 
Andrea  del  quale  è  ignoto  il  casato  scrisse  quel 
romanzo  tanto  comune  intitolato  „Guerino  detto 
il  meschino  „,  nel  quale  sono  alcune  storie  e  molle 
favole,  ed  incomincia:  w  Naturalmente  pare  che 
ec.  „.  K  stato  stampato  più  volte  ed  in  più  luoghi: 
questa  favola  e  creduta  per  vera  da  molt;.  Sopra 
la  porta  delPosteria  dove  dicono  che  il  Meschino 
isse  il  cavallo  v1  è  la  memoria  scolpita  in 
pietra,  secondo  il  detto  di  multi  che  Palìermano, 


104  A    N     D. 

ma  forse  ciò  è  slato  tatto  per  dar  credito  alla  fa- 
vola. Vedi  una  lunga  lettera  del  Boi  tari  a  Rosso 
Martini ,  dove  parla  del  purgatorio  di  s.  Patrizio. 
B-s. 

Andrea  Lucchese  abate  di  Monte  Verdi,  re- 
sosi celebre  come  scrittore  del  secolo  Vili,  sol- 
tanto perchè  scrisse  la  „  Vita  di  s.  Gualfredo  ,  o 
Valfredo  primo  abate  di  Monte  Verdi  detto  di 
Palazzuolo  „  intorno  al  765,  ci  è  noto  con  tale 
scritto  mediante  la  pubblicazione  che  ne  han  fatta 
rHenschenio  ,  il  Mabillon  ed  i  Bollandisti  che  la 
dettero  in  luce  ad  illustrazione  della  ecclesiastica 
storia,e  non  ad  esempio  d'eleganza, che  non  vuoisi 
pretendere  a  quell'età  (Mabillon, ^c£a  S.S.  T.  2, 
die  i%fe.br.  Saec,  Bened.  tom.  i9p.  i4*«  Fabric. 
Bibl.  med.  et  infim.  latin.  Vid.  Andreas  Lucen- 
sis.  Soldani,  Hist.  Passin.  p.  17  ),  ove  si  trae 
che  nelP  807  Andrea  tuttavia  era  in  vita.  L-c. 

Ep.  iv. 

A.kdrei!u6t/o.  Battista  fiorentino,  fra  i  comici 
fedeli  detto  Lelio,  scrisse  molti  componimenti 
teatrali:  „  La  Rossella  tragicommedia  boscarec- 
eia,  Bologna  i63a  „,  „  La  Centauro  soggetto  di- 
viso in  commedia  pastorale  e  tragedia,  Venezia 
i633  „}  „  Ismenia  opera  reale  e  pastorale  ,  Bo- 
logna i639  ,j5  „  Lo  schiavetto,  commedia,  Vene- 
zia 1620,,}  „  Ferinda,  commedia,  Parigi  1622  „} 
,,  La  divina  visione  in  soggetto  del  beato  Carlo 
Borromeo  arcivescovo  di  Milano, Firenze  1604  «5 
„  L'Adamo,  sacra  rappresentazione, Milano  1618,,, 
ma  probabilmente  del  i6i3;  „  Della  Maddalena, 
canto  I,  canto  II  „}  „  La  Maddalena  lasciva  e  pe- 


A    >T    D.  105 

nitente,  azione  drammatica  e  divota  „}  „  La  sag- 
gia Egiziana,  dialogo  spettante  alla  lode  delParte 
scenica,  con  un  trattato  sopra  la  stess'  arte,  ca- 
vato da  san  Tommaso  e  da  altri  sanli,  Firenze 
1604,,},,  La  Veneziana.  commedia,Yenezia  1619,5} 
„  Lo  specchio  „,  operetta  in  difesa  dell'1  arte  co- 
mica^  «Teatro  celeste  „,  nel  quale  si  rappresenta 
come  la  divina  bontà  abbia  chiamato  al  grado  di 
beatitudine  e  di  santità  comici  penitenti  e  mar- 
tiri, con  un  poetico  esordio  ai  scenici  professori 
di  esercitar  l'arte  virtuosamente  ,  per  lasciare  in 
terra  non  solo  nome  famoso,  ma  non  chiudersi 
viziosamente  la  via  che  conduce  al  paradiso.  Pa- 
rigi. „  L*  Arno  festeggiante  ai  serenissimi  sposi 
Ferdinando  li  granduca  di  Toscana  e  Vittoria 
della  Rovere,  poesia  drammatica,  Firenze  1606  n\ 
„  Le  due  commedie  in  commedia,  soggetto  stra- 
vagantissimo, Venezia  i6a3  „}  „  I  due  baci,  com- 
media boschereccia  ,  Bologna  i634  „;„  La  Turca, 
commedia  boschereccia  e  marittima  ,  Venezia 
1620  „}  „  La  Campanaccia,  commedia  piacevole  e 
ridicolosa,  Venezia  1627  „} ,,  L'amore  nello  spec- 
chio, Parigi  1622,,;,,  Lelio  bandito,  tragicommedia 
boschereccia,  Venezia  1624  ^  Cristo  sofferente, 
poetiche  divote  meditazioni  in  tre  discorsi  divise 
sopra  tutti  i  misteri  della  SS.  passione  del  Salva- 
tor nostro  Gesù  Cristo, Roma  iG5 1  ^  „  La  Fio- 
ri uda,  tragedia,  Milano  1606  ,,.  B-s.  Ep.  vi. 
Andreini  Pietro  Andrea  nato  nel  secolo 
XVII  fu  un  patrizio  fiorentino.  Dapprima  studiò 
1"  antiquaria  ,  raccolse  statue  ,  gemme  e  pitture  , 
poi  voltosi  auche  ad  altri  studi  viaggiò  per  V  l« 


I06  AND. 

talia.  Dopo  lunghe  meditazioni  e  ricerche  sulle 
materie  cavalleresche,  era  divenuto  tanto  valen- 
te che  di  primo  tratto  scioglieva  tutte  le  più  in- 
tricate questioni.  Se  nascevo  fra  cavalieri  e  oziose 
dame  una  disputa  per  puntigli  di  onore  cavalle- 
resco, si  accorreva  a  lui  come  ad  orocolo,  ed  egli 
metteva  fuori  tutta  la  sua  scienza  riposto,  stam- 
pava opuscoli,  pronunziava  sentenze,  ed  i  grondi 
ed  i  piccoli,  i  dotti  e  gl'indotti,  ed  i  segretari  delle 
accademie  applaudivano.  Lasciò  in  queste  mate- 
rie voluminosi  manoscritti,  che  per  buona  sorte 
mai  non  furono  stampati .  Due  opere  per  altro 
furono  pubblicate  da  lui  stesso,  una  delle  quali 
è  intitolata  :  „  Parere  cavalleresco  intorno  al  ri- 
sarcimento dei  danni  dovuti  dall'offensore  all'of- 
feso, Firenze  172,1  „}  l'altra  è  intitolata:,,  Risposta 
ad  una  lettera  cavalleresca  d'incerto  autore,  Luc- 
ca 1724.  Questa  risposta  provocò  un'altra  replica 
ed  il  chiasso  fecesi  grandissimo.  La  moltitudi- 
ne Io  ammirò  per  la  sua  rara  scienza  cavalleresca, 
ed  a  questa  egli  volse  la  maggior  parte  delle  sue 
cure.  Morì  nel  1729.  T-p.  Ep.  vi. 

Andreiki  Isabella  eccellentissima  comica  . 
Scrisse  il  libro  di  „  Lettere  diverse  „  tante  vol- 
te ristampato  in  più  luoghi  ed  in  varie  edizioni , 
le  quali  sono  state  per  gran  tempo  in  molta  sti- 
ma. Non  è  maraviglia  se  trovasi  qui  inserita  tra 
i  letterati ,  poiché  a  donna  così  insigne  benché 
comica,  il  Marino  ed  altri  celebri  ingegni  le  lor 
poesie  dedicarono,  onde  ben  merita  dVsser  fra  i 
letterati  registrata  .  Alcuni  credono  essere  stato 
il  marito  cittadino  pistoiese.  C-n. 


AND.  IO7 

A:\dreucci  Filippo  di  Siena  ,  nato  nel  1733 
da  onorata  famiglia,  ebbe  una  educazione  diretta 
perle  lettere  e  per  le  scienze}  fu  impiegato  nell'am- 
ministrazione dei  pascoli  doganali  per  conto  dello 
stato  in  qualità  di  computista.  Avendo  egli  per 
questa  collocazione  presa  comunicazione  co'prin- 
cipali  possidenti  e  mercanti  di  campagna  di  quel- 
la provincia  ,  lo  rese  ricco  di  molte  cognizioni 
agrarie,  e  della  nascente  allora  economica  scienza. 
Di  esso  fecero  conto  chiunque  ebbe  a  cuore  il 
miglioramento  della  Maremma  ,  e  chi  vi  pose 
particolare  studio,  come  il  Ximenes.  Fu  pubbli- 
cata in  Firenze  Tanno  1773  per  i  torchi  di  Stec- 
chi e  Pagani  la  dissertazione  scritta  dal  medesi- 
mo, „  Sulla  moltiplicazione  del  bestiame  in  To- 
scana „,  premiata  dall'  accademia  dei  Georgotìli 
1'  anno  1769  .  F.u  uomo  per  le  sue  cognizioni 
ed  ingegno  mollo  stimato  anche  da  diversi  go- 
verni ,  una  quale  slima  gli  procurò  dei  nemici . 
Mori  di  74  anni  nel  1807.  T-p.  Ep.  vi.  vii. 

Aggeli  Antonio  da  Barga  fratello  del  famoso 
Pietro  Angioli  dello  comunemente  il  Barga  o 
Bar  geo.  Compose  tre  epistole  latine  in  versi  esa- 
ni tri;  la  prima  a  Mario  Colonna  ,  la  seconda  a 
Giorgio  Cornelio  vescovo  di  Trevisi,  la  terza  ad 
Angiolo  Niccolini,  e  queste  poesie  meritarono  di 
essere  inserite  nel  tomo  1  intitolato  Carmina 
illustrium  poetarum  italorum  .  Sono  anche 
Stampate  insieme  colle  poesie  di  Pietro  suo  fra- 
tello, Roma  1 585.  Pier  Vettori  ne  parla  assai  con 
lode  e  dice  esser  egli  stato  suo  scolare.  Fu  ve- 
scovo di  Massa  e   Populouia  come    ricavasi   da 


108  i    KG. 

una  orazione  di  Flaminio  Rai  del  1578.  Il  Vet- 
tori in  una  sua  lettera  scritta  a  Pietro  Bargeo  suo 
fratello  mostra  che  questo  Antonio  era  molto 
accetto  al  principe  Cosimo  Iduca  della  repubbli- 
ca fiorentina.  B-s.  Ep.  v,  vi. 

Angeli  Niccolò  dal  Bucine  fiorì  circa  la  fine 
del  i4oo>  e  fu  peritissimo  in  lingua  greca.  Alcune 
delle  sue  opere  sono  tutte  manoscritte  nella  Ric- 
cardiana,  ed  altre  stampate  come  „  Nicolai  An- 
geli de  complexu  partium  oratio  „}  „  Epistola 
ad  Philippum  Strozam  prò  Bhetoricis  Cice- 
ronis  ad  Herennium,  Firenze  i5i5  „;  „  Episto- 
lae  quinque  de  nonnullis  piscium*  avium,  her- 
barum,  animalium^  artifìcum^  vocabulis  MS.  „ 
Un  opuscolo  manoscritto  che  trovasi  nella  Ric- 
cardiana  scritto  da  un  Francesco  Medici,  intito- 
lato,, Proverbiorum  collectanea  Nicolai  Angeli 
Bucinensis  „,  fa  vedere  che  l'Angeli  scrisse  una 
opera  su  tal  materia,  ove  trattavasi  dei  proverbi 
latini  e  greci  colla  loro  spiegazione.  B-s.  v. 

Angeli  ovvero  Angelio  Pietro  detto  il  Bar- 
geo^  perchè  Barga  gli  dette  i  natali  verso  ranno 
i5 1 7,  nella  più  tenera  gioventù  spiegò  un  pro- 
digio d'ingegno,  essendo  a  dieci  anni  già  istrutto 
della  lingua  latina  e  della  greca  .  Mancatigli  i 
genitori  fu  costretto  per  vivere  a  seguire  il 
mestiere  delle  armi  ,  ma  trovò  mezzo  di  prose- 
guire in  Bologna  i  suoi  studi,  e  per  avere  scrit- 
ta una  satira  fuggì  a  Venezia,  e  fu  accettato 
da  Guglielmo  Pellicerio  ambasciatore  del  re  di 
Francia ,  che  di  lui  si  valse  per  correggere  i 
codici  greci  per  commissione  del  suo  sovrano. 


A    |    G.  I09 

Di  là  passò  a  Costantinopoli,  e  di  poi  in  Francia 
all'  assedio  di  Nizza,  occupata  allora  dalle  anni 
imperiali  .  Ma  nel  partirsene  sulle  navi  sentì 
mormorare  contro  l'onore  degli  italiani,  di  che  si 
prese  tanto  sdegno  che  uccise  l'insultante.  Di  la 
si  porlo  a  Genova  e  quindi  a  Milano  accoltovi  dal 
marchese  del  Vasto  governatore  della  città.  Ebbe 
in  seguito  cattedra  a  Reggio  ed  a  Pisa  .  e  venne 
in  fine  chiamato  a  Roma  dal  cardinale  Ferdinan- 
do ilei  Medici  che  gli  fu  assai  liberale.  Passò  gli 
ultimi  suoi  anni  a  Pisa  tranquillamente  in  ri- 
poso ,  e  qui  mancò  di  vita  nel  1Ò96.  Il  valore 
del  Bargeo  nella  poesia  Ialina  è  quello  che  tut- 
tora fa  vigoreggiare  la  sua  fama.  Scrisse  la  „  Si- 
riade  „  ch'é  una  storia  versificata  piuttosto  che  un 
poema  epico,  ed  ha  per  oggetto  le  crociate,  piut- 
tosto che  un'  azione  individua  qual  conviensi 
nell'  Epopeia.  Alilo  poema  sopravanza  di  merito 
la  Siriade.cbe  il  nostro  Bargeo  in  sei  libri  distese 
sopra  la  caccia  de'cani  che  intitolò,,  Cynare gon .„. 
Egli  con  rara  felicità  e  con  somma  eleganza  com- 
prende tutto  ciò  che  all'indicalo  oggetto  appar- 
tiene .  Altro  poema  di  soggetto  al  precedente 
contiguo  è  quello  al  qual'ei  dette  il  nome  di  „  Uc- 
cellatura a  vischio,,.  Questa  natura  di  caccia  sco- 
nosciuta agli  antichi  obbligava  il  poeta  ad  uno 
straordinario  sforzo  d'1  ingegno  a  spiegare  idee 
nuove  con  termini  non  nuovi  e  non  estranei  alla 
purgata  latinità.  Fu  pure  aulore  d'altri  componi- 
m  Dli  di  minor  mole,  e  pareggia  nella  eccellenza 
i  migliori  poeli  moderni  latini. C-r.  Ep.  v.  vi. 
Si.    Toìc.   Tom.   12.  13 


1  10  A    |    G. 

Angelico  Beato  Giovanni  da  Fiesole  dome- 
nicano,  fatto  domestico  e  pittore  di  Niccolò  V, 
dipinse  la  cappella  ove  il  pontefice  celebrava  . 
Nacque  egli  verso  il  i387  e  fu  scolare  come  si 
crede  di  Gherardo  Stamina.  I  suoi  primi  lavori 
furono  alla  Certosa  di  Firenze,  poi  dipinse  a  fre- 
sco in  santa  Maria  Novella  che  più  non  esistono, 
ma  in  sagrestia  vi  sono  delle  tavole  di  sua  mano. 
Delle  arie  si  belle  alle  immagini  di  Maria  Ver- 
gine, delle  sante  e  dei  santi,  che  meritamente  ri- 
porto il  nome  di  pittore  angelico,  e  bealo  si  disse 
per  la  santità  dei  suoi  costumi.  Ricusò  i  governi 
della  sua  religione  e  l'arcivescovado  di  Firenze. 
La  di  lui  maniera  nel  dipingere  incontrò  talmente 
il  genio  del  gran  Cosimo  de1  Al  edici  Pater  patriae, 
che  avendo  questi  fatto  di  nuovo  fabbricare  il 
convento  di  s.  Marco  in  Firenze,  ordinò  a  lui  che 
dipingesse  la  facciala  del  capitolo,  ch'egli  eseguì, 
e  frattanto  dipinse  anche  in  più  altri  luoghi  del 
convento,  come  tult'  ora  si  vede*,  così  in  varie 
chiede  di  Firenze  e  dei  suburbii .  Ma  più  che  al- 
trove fece  noto  il  suo  valore  in  s.  Domenico  di 
Fiesole,  dove  lavorò  la  tavola  dell'aitar  maggiore 
rappresentante  una  Vergine  col  Bambino  e  molti 
santi,  la  quale  ora  è  in  faccia  al  coro,  essendovi 
intorno  diverse  pitture  di  Lorenzo  di  Credi:  così 
altre  sue  opere  di  non  interior  merito.  Dipinse 
Gio.  Angelico  sempre  cose  sacre,  ed  effigiò  volti 
di  santi  con  umiltà  e  dolcezza  mirabile  ,  supe- 
rando in  questo  lutti  gli  a  Uri  artefici  della  sua 
età.  Terminò  poi  con  diligenza  particolare  le  sue 
opere,  nelle  quali  apparisce   esattezza  nel  dise- 


A    ^    G.  HI 

gno  ,  facilità  nel  piegare  e  grazia  nel  colorito  , 
quantunque  in  ciò  stato  non  sia  sempre  uguale. 
Lasciò  molti  discepoli  che  gli  fecero  grande  onore, 
e  tra  questi  Benozzo  fiorentino  ,  Zanobi  Strozzi, 
Domenico  di  Michelino,  Gentile  da  Fabriano,  da 
cui  derivò  la  celebrai issima  maniera  veneta,  es- 
sendo egli  stalo  maestro  d'Iacopo  Bellini,  che  in- 
segnò Parte  a  Giovanni  Bellini,  da  cui  impararono 
Giorgione,  Tiziano  ed  altri  valenti  professori.  E 
noto  il  beato  Angelico  anche  per  aver  miniati 
molti  libri  corali.  Fu  di  costumi  onesti  e  di  som- 
ma semplicità  ,  misericordioso  verso  i  poveri  ,  e 
gentile  con  tutti.  Quando  cessò  di  vivere,  il  che 
avvenne  1*  anno  i4^5  e  della  sua  età  68,  fu  da 
tutti  molto  compianto.    S.  ctu.  i.  Ep.  v. 

Aggelo  Iacopo^)  nato  a  Scarperìa  nella  valla- 
la di  Mugello  nel  XIV  secolo,era  dotto  nella  lingua 
greca.  Ebbe  lezioni  a  Venezia  ove  a  tal  fine  si  recò 
da  Manuele  Crisolora  e  da  Demetrio  Cidonio,  ivi 
spedito  dall'imperatore  Paleologo. Quando  questi 
ritornarono  a  Costantinopoli,  d'Angiolo  partì  con 
essi  e  fece  un  viaggio  nella  Grecia.  Reduce  in  Fi- 
renze andò  poi  a  Roma,  ove  disputò  a  Leonardo 
d'Arezzo  il  posto  di  segretario  apostolico,  e  se  al- 
lora Leonardo  vinse,  d'Angiolo  fu  in  progresso  di 
tempo  insignito  di  quella  carica,  siccome  Io  prova 
un  titolo  con  data  dell'anno  i/\  io.  Da  quell'epoca 
la  storia  letteraria  nulla  più  dice  di  quest'autore, 
il  quale  lasciò  parecchie  traduzioni  latine  d'opere 
greche.  Le  principali  sono:  Cosmographiae  Pto- 
lomtUfi  libri  vin.  Ptolomaei  t/uarfriparti/um  . 
M.  Valli  Ciceronis  vita  a  Plutarcho  conscri- 


1 1  a  \  y  g. 

pta  .  Quattro  altre  vite  di  Plutarco  ,  quelle  di 
Pompeo,  di  31.  Bruto,  di  Marco  e  di  Giulio  Cesa- 
re parimente  tradotte  iu  latino, ma  non  stampate, 
ed  in  manoscritto  conservate  nella  biblioteca  di 
Firenze  e  di  Milano.  B.  u.  Ep.  v. 

Angiolini  era  ministro  del  granduca  di  Tosca- 
na a  Uoma  quando  ebbe  luogo  la  sollevazione 
contro  i  francesi  in  Roma  nel  1797.  La  condotta 
coraggiosa  che  tenne  in  questa  occasione  gli  pro- 
curò la  benevolenza  del  direttorio  di  Parigi.  Egli 
protesse  i  francesi  restati  a  Roma  dopo  la  eva- 
cuazione, e  dette  loro  dei  passaporti  per  tornare 
in  Francia.  Napoleone  Bonaparte,  che  comanda- 
va in  qualità  di  generale  in  capo  dell'annata  di 
Italia,  fece  al  direttorio  un  rapporto  favorevolissi- 
mo della  condotta  delTAngiolini,  che  dipoi  man- 
dato a  Parigi  come  ambasciatore  del  granduca  di 
Toscana  fu  accolto  nella  maniera  la  più  distinta 
dal  direttorio.  Il  suo  sovrano  gli  scrisse  nel  tem- 
po stesso  per  attestargli  la  di  lui  sodisfazione  cir- 
ca la  sua  condotta  nella  sua  missione  a  Parigi, 
elicerà  la  ricompensa  di  quel  di  Roma.  T.  p.    vii. 

Angiolo  monaco  valombrosauo,  che  fiorì  nel 
1496,  scrisse  alcune  opere  che  non  si  trovano., 
fuorché  una  lettera  piena  di  salutevoli  avverti- 
menti alle  matrone  fiorentine,  il  cui  principio  è 
tale:,,  Angiolo  peccatore  anacoreta  ec. „.  Una  epi- 
stola con  questo  titolo:,,  Frate  Angelo  peccatore 
anacoreta  deliberemo  di  Valombrosa  esortagli  ma- 
gnifici senato  e  popolo  fiorentino,  che  reiette  le 
passioni  ed  ogni  dubbio,  perseverino  nell'amici- 
zia del  principe  di  Dio  Carlo  re  di  Francia:  Data 


A    ■    G,  Il3 

e#  heremo  Vallisumbrosae  xv  kal.junius  1496  5V 
Da  questa  e  da  altre  simili  sue  lettere  si  deduce 
che  questo  eremita  scrisse  avanti  alcune  episto- 
le in  esposizione  de'capitoli  dell'apocalisse}  altre 
epistole  al  popolo  fiorentino,  nelle  quali  l'esorta- 
va a  conservarsi  la  benevolenza  di  Carlo  re  di 
Francia}  alcune  al  romano  pontefice  e  al  detto 
Carlo,  e  molte  epistole  latine  al  medesimo  re  ed 
al  suo  esercito  B-s.  Ep.y* 

A.NGU1LLESI  Giovanni  Domenico  poeta,  nacque 
nel  castello  di  Vico  Pisano  nel  28  aprile  1766. 
Studiò  io  L'isa  il  gius  per  volontà  dei  suoi  geni- 
tori, ed  ebbe  lauree  in  ambo  i  dritti  in  età  di  anni 
19.  Seguendo  poi  la  natura  dettesi  alle  lettere  ed 
ali  istoria.  Riprese  quindi  per  volere  de'suoi  fe- 
sercizio  del  foro,  ma  una  compagnia  di  giovani 
col  nome  di  Polenta  Fagi  volle  Giovanni  del  suo 
numero  ad  agitare  il  sacro  fuoco  degli  studi,  ed  a 
Jigger  versi.  Fu  applaudito  tra  gli  arcadi  di  quella 
prima  colonia, dov'ebbe  nome  Areta  Prienense,  fu 
caro  a  Luisa  Cicci,  e  la  encomiò  in  prosa  dopo  mor- 
ta, avendola  pianta  in  versi.  Recitò  nel  1799  una 
orazione  politico-morale  che  piacque  al  Bettinelli^ 
e  poco  appresso  tradusse  con  molto  pregio  il  Ge- 
nio del  Cristianesimo.  Fu  segretario  del  commis- 
sario de' regi  spedali,  e  rinnovatosi  nel  1807  il 
giuoco  del  ponte,  fu  segretario  della  parte  boreale, 
e  io  fu  eziandio  della  principessa  Klisa  sorella  di 
Napoleone  per  la  lingua  italiana,  e  massime  nella 
r»'st;iur.izione  dell*  accademia  della  Crusca  ,  di 
«ni   fu   !>ocio  corrispondente:  ebbe  a  scrivere  le 

i3* 


J  l4  AH     I. 

„  Memorie  deYegi  palazzi  e  l'itinerario  storico 
statistico  per  le  principali  strade  postali  del  gran- 
ducato,,. Questo  lavoro  giace  ancora  inedito,  e 
Patirò  stampato  nel  i8i5.  Fu  da  Napoleone  e- 
letto  alla  direzione  dell'archivio  di  uno  dei  prin- 
cipali uffici  regi,  finché  da  Ferdinando  III  fu 
fatto  cancelliere  delTuniversità.  Essendo  segre- 
tario delPaccademia  di  Belle  Arti  regalò  a  quel- 
la il  bel  gesso  del  monumento  Vacca.  Tradus- 
se dal  francese  opere  di  rilievo:,  compose  molte 
poesìe*  ma  tutto  sé  stesso  dava  al  giornale  de'let- 
terali:  bello  è  l'elogio  di  Selvaggia  Borghi  ni.  e  buo- 
ne le  notizie  della  b»  Chiara  Gambacorti,  figlia  dì 
Pietro  già  signore  di  Pisa,  Firenze  1828  e  i83o. 
Morì  nel  i833,  e  fu  molto  compianto  dagli  uomi- 
ni di  lettere,  tra  i  quali  dal  Ricci,  viuzza  re  ìli,  Ro- 
sani,  Fanterìa  e  Cantini.  T-p.  Ep.  viu 

KyiMucc.ikGiovaimi uno  dei  più  antichi  maestri 
della  scuola  italiana,  le  di  cui  composizioni  si  fe- 
«ero  osservare  per  un'armonia  più  nutrita,  un  di- 
segno di  voce  più  elegante  che  non  le  opere  della 
scuola  di  Osquin.  nacque  in  Firenze  dal  $44o  al 
i5oo.  In  gioventù  strinse  amicizia  con  s.  Filippo 
JNeri,ed  A.nimuccia  fui!  primo  che  compose  le  laudi 
o  inni  a  più  parti  che  si  cantavano  in  quei  drammi 
sacri,  a  cui  vien  dato  il  nome  di  crutorii  inven- 
tati da  esso  s.  Filippa  Divenuto  maestro  di  cap- 
pella della  basilica  di  s.  Pietro  a  Roma,  ne  sosten- 
ne il  carico  tìnoalla  sua  morte  avvenuta  nel  1069, 
o  secondo  altri  nel  1 575.S1  conoscono  di  suo:,,  Ma- 
drigali e  mottetti  a  quattro  o  cinque  voci,  Venezia 


i5}8„:  „  Missae  qulnque  vocum.  Romae  1 667  „} 
^Canticum  li.  F/ .  M.  ad  omnes  rnodos  factum, 
homae  1678,  ed  altri  MSS.  B.  u.  Ep.  v,  vi. 

4\io  o  A.umo  re  dei  toscani  ebbe  una  figlia 
r.hiamata  Salia  ,  che  amò  un  certo  Cateto  etru- 
sco ,  la  rapì  e  n*  ebbe  due  figli,  cioè  Latino  e 
Salio  che  furon  capi  di  due  nobilissime  fami- 
glie. Alex.  Polystor.  ap.  Fiutare,  in  parateli, 
pag.yiò.  Anio  è  nome  gentilizio  non  ignoto  ai 
fasti  di  Etruria.  e  secondo  Sparziano  fu  uno  dei 
nomi  dell'imperatore  Elio  Vero,  la  di  cui  fami- 
glia trasse  origine  dall'  Etruria.  V-m.  11. 

A  insaldi  Innocenzio  nato  a  Pescia  nel  1 734 
studiò  nel  collegio  fiorentino.  La  pittura  e  la  poe- 
sia erano  le  sue  principali  delizie  alle  quali  con- 
tinuamente mirava.  I  genitori  di  lui  che  si  av- 
videro di  questa  sua  inclinazione  non  vi  si  oppo- 
sero ed  anzi  l'aiutarono,  facendolo  istruire  in 
Roma  e  in  patria  ,  e  dandogli  il  denaro  occor- 
rente perche  visitar  potesse  le  principali  città 
df  Italia  .  Da  questi  suoi  viaggi,  dal  suo  conver- 
sare con  i  più  dotti  ed  illustri  artisti,  e  dal  suo 
studio  della  mitologìa  e  della  storia  cavò  il  vantag- 
gio di  diventare  un  pittore  a  cui  vennero  affida- 
li molti  lavori  nella  Toscana  ,  e  si  dettero  lodi 
non  poche  dai  conoscitori  dell'arte.  E  «li  questa 
arte  che  esercitava,  peritissimo  conosceva  la  sto- 
ria come  pure  delle  altre  due  arti  sorelle,  onde 
poiè  dare  assai  belle  cognizioni  a'più  dotti  scrit- 
tori di  quel  tempo,  al  Sardini.  al  Bartoli,  al  Rat- 
ti, al  Ciampi,  al  Cico^n.ir»  ed  .il  Lanzi,  che  tutti 
il  nominarono  con  gratitudine   e   n.n  oimiv.  In 


I  16  A    R   S. 

eziandio  scrittore,  e  pubblicò  la  descrizione  del-» 
le  opere  d"1  arte  della  sua  patria,  e  la  versione 
in  verso  sciolto  del  poema  di  Dusfrenoy  della 
pittura,  e  qualche  altro  lavoro  originale  di  cose 
pittoriche.  Dopo  la  morte  che  lo  tolse  ai  vivi 
nell'aano  82  di  età,  il  benemerito  canonico  Mo- 
relli ne  pubblicò  un  poemetto  didascalico  intito- 
lato},, Il  pittore  originale,,»  libro  di  buoni  precetti 
e  facile  stile*,  con  V  erudite  memorie  della  vita. 
Bini  Ep.  vii. 

Al\saldi  Tommaso  nacque  a  s.  Miniato  nel 
gennaio  del  171  a.e  tino  dall'infanzia  dette  grandi 
speranze  di  sé  per  talento  e  bontà  di  costumi: 
fatto  adulto  passò  a  Roma  nel  collegio  romano* 
Terminati  i  suoi  studi  fu  onorato  dai  grandi,  e 
Lambertini  poi  sommo  pontefice  fonorò  della  sua 
benevolenza}  ma  TAnsaldi  s'involava  a  quello  ono- 
re che  per  le  sue  qualità  gli  avrebbero  procurato, 
e  portatosi  a  Pisa  presevi  la  laurea  in  ambedue 
le  leggi.  Ebbe  prebenda  canonicale  nella  sua  pa- 
tria, e  ne  rinunziò  una  conferitagli  in  Firenze  ot- 
tenuta per  concorso.  Passò  quindi  a  reggere  una 
parrocchia,  e  tale  fu  lo  spirito  della  soda  pietà 
che  insinuò  nel  suo  gregge,  che  mons.  Poltri  lo 
volle  elevato  alla  propositura  della  cattedrale  san- 
niiniatese,prima  dignità  del  capitoloa  cui  la  cura 
d'anime  va  riunita  .  Eravi  appena  asceso  quando 
pubblicò  il  suo  trattato,,,  Ve  Tncarnatìone  ,*  A. 
difesa  della  divinità  di  Gesù  Cristo  teologicamen- 
te da  lui  dimostrata  nel  suo  primo  lavoro,  un 
altro  ne  produsse  intitolato  a  Benedetto  XIV,  e 
fu  stampato  in  Firenze  nel  i  7 5 5 . e  ristampato  nel 


A    ^    S.  117 

1757.  Le  novelle  letterarie,  giornale  che  si  stam- 
pava allora  in  Firenze, sene  congratularono  con 
Fautore,  e  lo  dissero  il  primo  in  Italia  che  quel 
tema  divino  trattasse  con  questo  metodo.  Egli 
vivente  in  fama  di  elevata  virtù  proseguiva  tran- 
quillo la  sua  carriera,  dividendo  il  suo  tempo  tra 
i  cari  studi,  le  opere  di  pietà  ed  il  servizio  del  po- 
polo, al  cui  ben  essere  morale  e  sociale  dedica  vasi 
precipuamente.  Il  di  lui  asse  patrimoniale  divenne 
per  sua  volontà  patrimonio  del  pubblico,  e  de- 
stinato a  dare  alla  chiesa  e  allo  stato  delle  provide 
madri.  Cosi  le  generali  benedizioni  che  lo  avevano 
accompagnato  mai  sempre,  lo  seguirono  anche  ol- 
tre la  tomba,  nella  quale  discese  nel  settembre 
del  1792.  7-/7.  Ep.  vi,  vii. 

Ansaldi  Ansaldo  di  nobile  famiglia  fiorentina 
nacque  nell'ottobre  i65  italiese  con  molto  profitto 
alle  umane  e  latine  lettere,ma  sopra  tutto  alla  giu- 
risprudenza, nella  quale  scienza  ottenne  la  laurea 
dottorale.  Porlossi  a  Roma,  e  sotto  la  direzione 
del  celebre  cardinal  de  Luca  si  acquistò  in  breve 
il  nome  e  la  fama  di  uno  dei  più  saggi  Ira  gli  avvo- 
cati della  curia  romana,  ed  ottenne  in  quella  città 
un  canonicato  in  santa  Maria  Maggiore,  e  molte 
onorifiche  cariche  alla  corte  pontificia.  Dedicò  al 
granduca  Cosimo  III  l'opera;»  De  commercio  et. 
mercatura,  Roma  1689  „  ed  a  Clemente  XI  indi- 
rizzò il  primo  volume  delle  sue,, Decisioni,, stam- 
pate parimente  in  Roma  nel  1711.  Scrisse  pure 
7  canzoni» Della  creazione  dell'uomo  ed  incarna- 
zione del  Verbo,  Firenze  170^  „.  „  II  trionfo  della 
Fede  1717»,  diviso  iu  ab*  canzoni.  Si  trovano  puro 


I  l8  A    N    S. 

di  suo  altri  poetici  componi  nienti,  per  i  quali 
meritò  di  essere  aggregato  nella  celebre  adunanza 
degli  Arcadi  ,  e  varie  opere  manoscritte.  Molte 
illustri  penne  hanno  a  lui  indirizzati  i  loro  com- 
ponimenti, e  celebratolo  per  un  gran  lume  della 
legai  verità.  Fu  in  somma  estimazione  non  solo 
presso  alla  R.  casa  di  Toscana,  ma  eziandio  a  tut- 
ti i  pontefici  suoi  contemporanei:  carico  d'anni  e 
di  gloria  morì  finalmente  in  Roma  nel  dicembre 
1719.  V.  ci.  a.  m.  Ep.  vi. 

Ansaldi  Francesco  oriundo  di  s.  Miniato  al 
tedesco  fu  legista  famoso  e  scrisse.  „  De  jurisdi- 
ctione  traclatu?,  Lione  i643„*,  „  Consilia,  Lione 
i645  ,,5  „  De  fide  jussoribus  „.  C-n.  \\. 

Ansano  di  Matteo  da  Siena, detto  volgarmente 
Sano  di  Matteo  architetto  e  scultore  molto  en- 
comiato, dette  prove  de"1  suoi  talenti  nella  ese- 
cuzione del  battistero  della  città  d'Orvieto:  l'opera 
è  in  marmo  di  vari  colori,  e  passa  per  una  delle 
più  belle  che  in  Italia  si  vedano  in  queste  male- 
rie  attorno  al  battistero:  oltre  al  di  lui  nome  v'è 
scritta  la  data  del  1400.  C-c.  v.  vi. 

Ansano  5.  fu  martirizzato  in  Siena  sotto  Dio- 
cleziano,come  si  legge  nel  di  lui  uffizio  che  si  recita 
nella  chiesa  di  Siena  e  d'Arezzo,  e  nel  Martiro- 
logio al  dì  1  dicembre,  nelle  osservazioni  delBa- 
ronio  al  detto  martirologio  nella  vita  che  di  lui 
scrisse  Gio.  Battista  Gori  di  Siena,  deride  il  det- 
to santo  si  tiene  per  avvocato  nel  Razzi  vite  dei 
santi  e  beati  toscani  enei  Dempstero  De  Etruria 
Regali,  lih  v,  oap.  xvi,  ove  leggesi  che  il  martirio 
di  questo  santo  ebbe  luogo  Tanno  3i3,  come  lo 


A    If    S.  1  T  9 

indicano  gli  atli  decanti  che  si  conservano  MSS. 
in  Siena.  Ep.  ni. 

Anselmo  Santo  vescovo  di  Lucca  successe 
nel  1601  al  papa  Alessandro  II  suo  zio}  ricusò  da 
prima  di  ricevere  l'investitura  dall'imperatore  Ar- 
rigo lV;vi  si  soltoniise  finalmente:poi  n'ebbe  scru- 
polo e  si  ritirò  a  Cluni,  d'onde  non  sortì  per  ri- 
prendere il  governo  della  sua  chiesa  che  dietro 
un  ordine  espresso  del  papa  Gregorio  VII.  Sicco- 
me volle  ridurre  i  suoi  canonici  alla  vita  comu- 
ne, così  provò  da  parte  loro  resistenza  tale  che  fu 
costretto  a  lasciare  l'episcopale  sua  città.  Leone 
IX  lo  fece  suo  legato  in  Lombardia,  e  morì  nello 
esercizio  di  tal  legazione  a  Mantova  il  di  18  mar- 
zo 1086.  Abbiamo  di  lui  una  „  Apologia  di  Gre- 
gorio VII  *  ed  una  „  Confutazione  delle  preten- 
sioni dell'  antipapa  Guiberto  „.  Occorrono  questi 
due  scritti  nelle  Lectiones  antiquae  del  Carisio 
e  nella  Biblioteca  dei  padri .  S.  Anselmo  aveva 
composto  un  terzo  trattato  tendente  a  provare 
come  i  principi  temporali  non  posson  o  disporre 
dei  beni  della  chiesa  .  Il  padre  Roto  gesuita  ne 
pubblicò  la  vita  in  italiano.  li.  u.  iv. 

Antella  Donato  (dtW)^  nato  nel  i53<),  fu 
cavaliere  di  s.  Stefano,  priore  di  Pistoia,  consi- 
gliere distato  dei  granduchi  Ferdinando!  e  Co- 
simo II  ,  soprintendente  di  tutte  le  fortezze  e 
fabbriche  dello  stato, e  mori  nel  16*17.  Il  Braccioli- 
ni dedicandogli  l'Arpa  lice,  sua  tragedia,  loda  nella 
dedicatoria  grandemente  il  di  lui  sapere  e  gusto 
per  Pamena  letteratura,  lì-s.  vi. 

A  \  1  LMii.xLLLi  Arrigo    figliuolo    di    Custiuc- 


12G  A    N    T. 

ciò  lucchese  successe  al  padre  nel  dominio  di 
Lucca. e  Tacerebbe  colTimpadrouirsi  di  Fisa:  ma 
scacciato  poi  per  opera  dei  fiorentini  imploro 
soccorso  da  Luchino  Visconti  signore  di  Milano., 
e  con  lui  venuto  a  campo  presso  Castel  del  Bo- 
sco, mori  nel  1 344-  E&n  ^u  un  dei  niegliori  poeti 
del  suo  tempo  ,  e  poco  innanzi  di  morire  fece 
quel  bel  sonetto. 

„  O  Fortuna  che  tutto  I  mondo  guidi  „. 
L-c.  Ep.  v. 

Aintelminelli.  Fed.  Castracani. 

A-stinori  Bastiano*  nato  in  Firenze  nel  1624 
di  nobile  famiglia,  si  rese  illustre  per  le  dignità  e 
per  le  lettere.  Fu  dalla  natura  dotato  d^n  inge- 
gno atto  a  sostenere  la  fatica  degli  studi  di  dol- 
cezza, di  tratto  e  di  gentilezza  di  maniere  assai 
pregevoli.  Fu  ascritto  all'1  accademia  Fiorentina 
ed  a  quella  della  Crusca,  nella  prima  delle  quali 
ebbe  il  consolalo  nel  i565.  Quanto  poi  si  rendes- 
se benemerito  dei  buoni  studi  in  questo  lettera- 
rio governo,  lo  ha  bene  dimostrato  il  can  Salvino 
Salvini  nei  suoi  Fasti  consolari-  Si  rese  pure  be- 
nemerito delT  accademia  della  Crusca  nelTaver 
faticato  alla  celebre  correzione  e  revisione  delle 
Novelle  di  Gio.  Boccaccio  (alta  fare  con  pubblico 
impegno  dal  granduca  Cosimo  I  per  mantenere 
la  preminenza  che  gode  Firenze  sopra  V  italiana 
favella^  delP  \ntinori  sono  in  parte  i  „  Discorsi 
sopra  il  Decamerone  „  dati  fuori  nel  i5j4  .  e  la 
scelta  che  di  lui  fece  il  granduca  con  Vincenzo 
Borghini  ed  altri  pochi  per  quest'opera  è  una  ir- 
iel'i\ìgabile  testimonianza  del  suo  sapere  e  con- 


A    N    T.  121 

cetto  in  cui  era  ancora  presso  coloro  ai  quali  non 
sempre  arriva  Ja  cognizione  del  merito  dei  pri- 
vati. xel  1686  venne  decorato  della  dignità  se- 
natoria: Ire  anni  dopo  fu  commissario  di  Pisa,  e 
di  lì  a  non  molto  terminò  la  carriera  della  sua 
vita  uelP  età  di  68  anni  nel  iòa,2,,  e  fu  sepolto 
nella  cappella  dei  suoi  in  s.  Michele,  ed  il  suo 
ritratto  fu  dipinto  in  una  delle  volte  della  real 
galleria  nella  classe  degli  uomini  illustri  per  varia 
erudizione,  e  molti  uomini  illustri  del  suo  secolo 
Io  hanno  assai   encomiato.  E.d^u.ì.  Ep.  vi. 

Axtinori  Carlo  uomo  erudito  e  della  lingua 
sì  latina  come  toscana  studioso  non  solamente, 
ma  legista  dotto,  e  per  tale  dal  >Ionaldi  nomina- 
to nella  sua  storia,  fece  molte  fatiche  ed  aggiunte 
di  vocaboli  alla  Cornucopia  d'Aldo  Manuzio  stam- 
pata in  Venezia.  Fiori  nel  1540.  C~n.  vi. 

Antonino  S.  o  Antonio  Pierozzi  detto  il 
Dottine  per  Peccellenza  del  suo  sapere,  nato  nel 
1389  prese  l'abito  dell'ordine  de'predicatori  Tan- 
no i4°2  nel  convento  di  s.  Domenico  di  Fiesole. 
Fu  eletto  arcivescovo  di  Firenze  da  Eugenio  IV 
l'anno  1446.  La  repubblica  lo  impiegò  in  diverse 
ambasciate  a  Niccolò  V  ,  a  Callisto  III  ed  a  Pio 
II.  A  lui  deve  Firenze  il  pio  istituto  dei  buono- 
mini  eretto  nel  i44»?  Per  il  quale  dodici  distinti 
cittadini  vegliano  continuamente  al  sollievo  del- 
le povere  famiglie.  Fu  consideralo  il  primo  scrit- 
!i<"  riducesse  in  uri  corpo  separato  e  per- 
fetto la  scienza  morale,  ed  esso  fu  in  tal  materia 
consultato  dai  sommi  pontefici.  Ha  scritto  pur» 
Si.    Tose.   Tom.  12.  14 


122  A    |    T. 

una  somma  „  Storia  o  cronaca  dalla  creazione 
del  mondo  fino  ai  suoi  tempi  ,,,  ma  più  si  ri  illuse 
in  opere  ecclesiastiche, onde  ilLandini  parlando 
di  lui  disse  non  esservi  stato  alcuno  ai  suoi  tem- 
pi che  abbia  scritto  più  cose  ,  e  queste  ne  più 
utili,  ne  più  dotte.  Mori  nel  14^9.  $-£•       J&p*  v. 

A.NTOMKO  S.  eremita  nel  monte  Pisano,  o  di 
s.  Giuliano,  e  prete,  discepolo  di  s.  Paolino,  pri- 
mo vescovo  di  Lucca  ,  morì  Tanno  83  di  nostra 
salute  dopo  una  vita  anacoretica  di  dodici  anni, 
avendo  in  quel  tempo  di  persecuzione  avuta  cura 
dei  corpi  dei  santi  martiri,  R-z.  in. 

Antonio  Fra  da  Chianciano  ,  fu  questo  uno 
dei  primi  luminari  della  nascente  religione  cap- 
puccina ,  e  fece  chiaramente  conoscere,  che  lo 
spirito  del  Signore  none  alligato  alla  condizione 
ed  alla  qualità  delle  persone,  ma  da  per  sé  pene- 
trando in  un  cuore  Io  dispone  a  grandi  azioni  , 
vincendo  anche  la  contrarietà  che  gli  venga  op- 
posta dalla  natura.  Dtfatti  benché  egli  fosse  laico, 
e  senza  lettere,  fu  più  volle  guardiano  della  pro- 
vincia toscana  ,  maestro  dei  novizi  e  dennitore 
mostralo  avendo  in  tali  incarichi  una  impare 
giabil  prudenza,  singolare  capacità  .ed  interno  ed 
esterno  religioso  raccoglimento  .  Dovè  egli  sof- 
frire molte  persecuzioni  e  calunnie,  delie  quali 
tutte  fu  poi  conosciuta  la  falsità,  e  la  sua  a  torto 
vilipesa  innocenza.  Fu  dotato  ancora  dello  spirito 
di  profezìa  ,  come  ben  si  rileva  dalle  predizioni 
da  esso  falle  ed  avverate,  e  che  registrate  si  tro- 
vano in  varie  opere  stampate  e  mauoscrilie.  Con- 


k    TX    T.  1^3 

sumato  finalmente  dalla  vecchiezza  fu  assalito  in 
Siena  da  gravissima  infermila,  ove  morì  nelT  a- 
prile  del  i58o.  M-g.  Ep.  vi. 

Antonio  da  Siena  beato  de'minori  osservanti, 
lasciati  i  bovi  e  l'aratro  ne  ricevè  P  abito  da  fra 
Tommaso  di  Firenze  a  Scarlino  ,  dove  poi  eser- 
citò sempre  V uffizio  d'ortolano,  e  quivi  mori  assai 
vecchio.  li-z.  v. 

Antonio  di  Mugello  beato  delP  ordine  dei 
padri  ingesuati.  ivi  ascritto  ai  tempi  del  loro  fon- 
datore Colombini,  visse  lungamente.  R-z.  v. 

Antonio  Veneziano.  Fed.  Veneziano  Anto- 
nio. 

Apollonu  venerabile  nata  nel  castello  di  Cen- 
nino  nel  contado  senese,  lasciata  la  matrigna  si 
ritirò  di  9  anni  ad  abitare  con  alcune  pie  donne 
di  Siena.  Ma  ridotto  il  padre  in  gran  povertà  e 
grave  d**  anni  in  Firenze  ,  venne  Apollonia  ad 
assisterlo  per  atto  di  dovere,  mentr' avea  già  16 
anni,  ed  era  stala  a  Roma  con  s.  Caterina  da  Sie- 
na. Venuto  a  morte  il  padre  dopo  6  anni  ella  ebbe 
in  dono  da  pia  persona  una  casella  posta  sulla 
seconda  pila  del  ponte  alle  Grazie  ,  ove  sola  si 
ritiro  nel  1390.  Di  poi  venne  ad  abitar  secolei  nel 
1396  suor  àgata  dal  Ponte  a  Sieve.  Finalmente 
ad  affetto  di  maggiormente  slaccarsi  dal  mondo 
presa  seco  loro  una  fanciulla  di  tre  anni  si  fecero 
murare  in  quella  casuppola  V  anno  i4oo,  e  così 
stellerò  per  lo  spazio  di  ?»  anni  amministrando 
loro  i  sacramenti  il  curato  di  s.  Remigio  ogni  dì 
di  festa,  tinche  vi  fecero  una  cappellina,  ove  a|>- 
peno  entrava  un  prete  a  dir  messa  col  servente; 


i*4  A  p  °- 

eppur  venutavi  un"  altra  giovine ,  presero  tulle 
insieme  la  regola  di  s.  Benedetto,  coli"1  abito  dei 
padri  Olivetani  Panno  i4i3.  E  per  dir  le  ore  ca- 
noniche furono  dal  cappellano  istruite,  mentre 
nessuna  di  loro  sapeva  leggere.  Ma  radunatesi  in 
numero  di  i3,  né  potendo  più  stare  decentemente 
in  sì  piccol  tugurio  ,  passarono  colTaiuto  de'  be- 
nefattori in  altro  più  ampio  locale,  in  fondo  di 
via  Ghibellina  col  nome  di  Murate  ,  e  vi  osser- 
varono in  tutto  la  regola  delle  benedettine  in 
abito  nero  ,  coli'  aunuenza  di  papa  Eugenio  IV. 
Ivi  suor  Apollonia  attese  alla  vita  contempla- 
tiva e  suor  Agata  ali*  attiva.  R-z.  Ep.  v. 

A  polloni  Giuseppe  da  Cliianciano  dol  tor  me- 
dico volgarizzò  una  Storia  rediviva  dell'acque  ter- 
mali di  Chianciano  degli  scritti  Ialini  del  dottor 
Pino  Palei,  Firenze  1676.  C-n.  vi. 

Appiìino  Iacopo  (d?)  nativo  fiorentino  ma 
educalo  e  nutrito  in  Pisa  nella  casa  de'  Gamba- 
corti, e  per  essi  sollevato  all'onore  di  cancelliere 
perpetuo  della  repubblica  pisana  .  Pretribuì  per 
altro  tai  benefizi  colla  più  crudele  perfidia  ,  fa- 
cendo uccidere  1"  infelice  Pietro  Gambacorti  e  i 
due  figli  Benedetto  e  Lorenzo.  Venuto  a  morte 
nel  1398  potette  godere  per  soli  sei  anni  il  frutto 
de!  suo  tradimento  nell'usurpata  qualità  di  capi- 
tano e  difensore  del  popolo  pisano.  G-s.  v. 

Appiano  Gherardo  fd")  succeduto  al  padre 
nel  governo  di  Pisa,  vendette  quella  città  e  suo 
stato  al  duca  di  Milano,  mediante  |?  incasso  di 
200.000  fiorini  d'oro,  riserbandosi  la  signorìa  di 
Piombino,  Populonia,  Scarliuo,  Sughereto,  Bti- 


a  p  p.  ia^ 

riano  e  delle  isole  dell'Elba  ,  di  Pianosa  e  di 
Monte  Cristo,   paesi   tutti  che  facevan  parte  del 
territorio  della  repubblica  pisana.  Stabilite  in  tal 
forma  le  cose,  l'Appiano  montò  sopra  una  galera, 
e  trasferissi  a  Piombino,  che  destinò  a  residenza 
della   signoria  eh*  erasi    riservata  .    Assicuratosi 
Gherardo  d'Appiano,  primo  signore  di  Piombino, 
uno  stato  per  sé  e  per  la  sua  discendenza,  si  gio- 
vò dei  tesori  acquistati  colla  vendita  di  Pisa  per 
fortificar  Piombino  ed  abbellirlo  col  suo  palazzo. 
Cerro  frattanto  di  rendersi  benevoli  quei  popoli 
con  la  concessione  di  alcuni  privilegi,    e  la  con- 
ferma dei  loro  statuti  .  Dopo  si  rivolse  a  cercare 
l'amicizia  della  repubblica  di  Firenze,  dalla  quale 
ottenne,  mediante  una  convenzione,  d'essere  ac- 
colto in  accomandila  per  tutto  il  suo  stato  per 
lo  spazio  di  sei  anni.  Nell'ultima  sua  malattia  con 
testamento  dell'  aprile  i4o5  P  Appiano  destinò 
donna  Paola  Colonna  sua   moglie  signora  dello 
stato  sinché  viveva;  quindi  lasciò  erede  succes- 
sore il  figliuolo  pupillo  Iacopo,  e  credesi  che  a 
Gherardo  d'Appiano  mancasse  la  vita  nel  maggio 
del  i.}o5.  /?-/?.  Ep.  v. 

Appiano  fu  principe  di  Piombino  ,  dopo  che 
Gherardo  d'Appiano  ebbe  cambiata  nel  1398  la  si- 
gnoria di  Pisa  con  quel  principato:  egli  evitò  di 
mischiarsi  nelle  guerre  dei  suoi  vicini  .  TI  suo 
maritaggio  con  Paola  Colonna  sorella  del  papa 
Martino  V,  assicurò  la  protezione  di  quel  ponte- 
tic»*  alla  sua  famiglia  .  Egli  morì  prima  dHl'inal- 
«amento  di  suo  cognato  al  soglio  pontificio;  ma 
iiiop'ii'lo  nven  dichiarati  la  repubblica  fiorentina 

-r 


12,6  A    P    P. 

tutrice  di  suo  figlio  Giacomo  II  d'Appiano.  Al- 
lorché Cosimo  I  defedici  pervenne  alla  dignità 
di  duca  di  Firenze  ,  volle  sottomettere  tutta  la 
Toscana,  ed  il  piccolo  stato  di  Piombino  eccitò  la 
sua  cupidigia  a  motivo  delle  ricche  miniere  di 
ferro  dell'isola  dell'Elba  che  ne  fan  parte;  ma  Gia- 
como V  d'Appiano  che  regnò  fino  al  i5{5  si  era 
posto  sotto  la  protezione  di  Carlo  V.  Spogliato 
più  volte  dei  suoi  stati  sotto  differenti  pretesti 
dai  Medici ,  fu  altrettante  volte  ristabilito  dallo 
imperatore  nella  sua  sovranità.  Giacomo  VI  di 
Appiano,  il  quale  nel  1 546  successe  a  suo  padre, 
stette,  durante  il  suo  regno,  nell'assoluta  dipen- 
denza dei  Medici.  Egli  avea  lasciato  che  i  corsari 
di  Barberìa  conquistassero  le  due  isole  di  Pianosa 
e  di  Monte  Cristo,  le  quali  facevano  parte  del  suo 
principato,  ed  era  in  procinto  di  vendere  Pisola 
dell'Elba  al  granduca  Francesco  ,  allorché  morì 
nel  maggio  del  i585.  Con  esso  fu  estinta  la  linea 
legittima  degli  Appiani ,  ma  aveva  lasciati  due 
figli  naturali,  di  cui  il  maggiore  Alessandro  era 
stato  legittimato  dall'imperatore.  Succedendo  al 
principato  di  Piombino  Alessandro  fu  obbligato 
di  ricevere  guarnigione  spagnuola.  Sua  moglie 
Isabella  di  Mendozza  di  concerto  col  comandante 
spagnuolo  che  amava,  e  cogli  abitanti  di  Piombi- 
no malcontenti  del  loro  principe,  fece  assassi- 
nare Alessandro  d'  Appiano  nel  settembre  del 
1589.  La  casa  d'Appiano  per  tal  modo  essendosi 
spenta  ,  il  principato  di  Piombino  stette  lungo 
tempo  in  sequestro  tra  le  mani  degli  spagnuoli  , 
malgrado  le  istanze  del  granduca  di  Toscana  ,  il 


a  p   p.  my 

qunìf*  voleva  acquistarlo  ad  ogni  costo.  II  consi- 
glio aulico  aggiudicò  verso  Panno  1619  questo 
feudo  dell'impero  alla  casa  di  >Iendozza,come  più 
prossima  erede  degli  Appiani.  I  Lodovici  lo  com- 
prarono in  seguito  e  lo  unirono  al  principato  di 
Venosa.  In  fine  i  Buoncompagni  duchi  di  Sora 
)'  hanno  ereditato  e  nel  1800  lo  possedevano. 
B-u.  Ep.  v. 

Appiano  monaco  e  Policarpo  santi  del  se- 
colo III  della  chiesa,  i  quali  si  credono  promul- 
gatoli o  propagatori  del  vangelo  nella  diocesi 
fiorentina,  e  sepolti  nella  pieve  di  s.  Appiano  in 
Val  d'Elsa.  B-r.  111. 

Aquilani  Scipione  celehre  lettore  di  filoso- 
fia nella  pisana  università  verso  il  i63o,  pubhlicò 
in  Roma  un1  opera  intitolata  „  De  Placitis  phi- 
losophorum,  qui  ante  Aristotelis  tempora  fio- 
ritevi int  w.  G-s.  vi. 

Ardi-vgiielli  Caterina,  della  quale  fa  menzio- 
ne Vespasiano  fiorentino,  fu  donna  veramente 
ammirabile  del  suo  tempo.  Era  ella  uno  specchio 
di  virtù  e  di  buoni  costumi,  e  fu  per  le  singolari 
sue  qualità  in  grandissima  reputazione  tra  le 
donne  della  città.  Fu  bellissima  di  corpo,  ma  non 
meno  bella  ed  ornata  di  animo,  e  quando  andava 
per  Firenze  era  mostrata  da  ognuno  per  un  e- 
sempio  di  virtù,  tanta  era  la  fama  di  cui  godeva. 
A.  tanti  suoi  meriti  non  andava  disgiunta  una 
provvida  cura  delle  cose  famigliari,  cosicché  sola 
nell'assenza  del  marito  disimpegnava  lutto  quello 
che  ad  esso  spettava.  Con  queste  parole  il  nomi- 
nato scrittore  rende  la  dovuta  lode  ad  una  donna 


128  ART). 

piena  «li  quelle  singolari  virtù  ben  rare  nel  suo 
secolo.  B-s. 

Ardinghelli  Niccolò  vescovo  di  Fossombro- 
ne,  e  cardinale  creato  da  Paolo  III  nel  1644*  na* 
eque  nel  marzo  i5o3  e  morì  nel!'  agosto  i£>47« 
Francesco  Giuntini  nelle  notizie  della  sua  vita 
racconta  che  nel  luglio  iò3q  egli  fu  assalito  dal 
furore  di  alcuni  villani  nella  valle  di  Spoleto,  e 
che  ne  riportò  sette  ferite  nel  capo  e  molte  altre 
nel  petto,  onde  stette  quasi  per  due  ore  disteso 
ir»  terra  come  morto.  Fu  molto  stimato  dai  dotti 
del  suo  secolo,  e  di  ciò  fan  fede  le  molte  lettere 
che  trovansi  scritte  in  di  lui  lode  ,  non  che  un 
bel V  epigramma  di  Onorato  Fasciteli!  riportalo 
dal  Biscioni.  B-s.  Ep.  v.  vi. 

Arditi  Andrea  fiorenti  no,  cesellatore  in  me* 
tallo.  lavorò  nella  testa  d'argento  che  racchiude 
il  cranio  di  s.  Zanobù  come  riporta  il  Vasari,  sog- 
giungendo che  questa  fu  tenuta  allora  per  rosa 
bellissima,  che  dette  gran  reputazione  al  suo  ar- 
tefice. TI  Vasari  per  altro  non  ali1  Arditi  attribuisce 
quest'opera,  quantunque  porti  in  un  cartello  di 
smalto  il  suo  nome  Andreas  Arditi  de  Florentia 
me  fecit  ,  ma  a  Cione  che  fiorì  circa  il  1820,  e 
fu  padre  di  Andrea  Orcagna.  Cicognara.  lib.  in, 
cap.  vji.  Ma  la  maniera  larga  con  la  quale  è  la- 
vorato quel  cesello  manifestasi  d^età  più  bassa,  v. 
Aretino  Pietro  nacque  in  Arezzo  nell'aprile 
del  1492  da  Antonio  Bacci  patrizio  di  quella  città, 
e  fu  il  frutto  d'un  illegittimo  amore.  La  marchia 
della  sua  nascita  indusse  probabilmente  Pietro 
ad  occultare  il  cognome  paterno,  e  ad  assumere 


ARE.  129 

quello  soltanto  che  derivava  dalla  sua  patria  . 
Privo  di  educazione  sociale  e  di  fervida  indole 
si  fece  da  giovinetto  scacciar  dalla  patria  ,  e  si 
riparò  in  Perugia,  facendovi  il  legator  di  libri.  Con 
questi  alla  mano  s'istruì  alquanto,  e  passò  a  Ro- 
ma, avventuriere  ,  vivace,  focoso  e  bizzarro  ,  e 
d'illiberale  educazione  esser  dovea  per  natura 
tracotante,  ardito,  libertino  e  ciarliero.  Con  tali 
attributi  era  facile  l'Aretino  di  aprirsi  Pingresso 
a  ragguardevoli  personaggi,  e  con  pari  facilità  di 
venir  loro  a  noia.  Co>ì  gli  accadde  con  Agostino 
Ghigi  celeberrimo  negoziante,  della  cui  splendi- 
dezza tutt'ora  sussiste  un  insigne  monumento  nel- 
la Farnesiana,  che  il  pennello  di  Raffaello  ren- 
dette una  nnraviglia  di  Roma  .  La  stessa  sorte 
incontrò  con  altri  e  singolarmente  col  poni  elice 
Giulio  II  che  il  fece  discacciare  dalla  sua  corte. 
Leone  X  lo  rimise  in  grazia,  e  trovò  favore  an- 
che presso  il  nipote  Giulio  dei  Medici,  poi  Cle- 
mente VII .  Tale  era  in  Roma  a  quei  tempi  la 
scostumatezza,  che  tre  bell'ingegni  ,  un  pittore, 
un  intagliatore  ,  un  poeta  si  unirono  abusando 
dei  loro  talenti  per  rappresentare  sedici  positure 
di  oscenità.  Giulio  Romano  le  disegnò,  Marco 
Antonio  Raimondi  le  incise  in  rame,  e  Pietro  A- 
retino  le  commentò  in  sonetti  .  I  magistrati  ne 
presero  informazione,  e  punirono  i  rei.  Pietro  si 
rifugiò  in  Arezzo,  e  «li  là  trovò  un  fortunato  rico- 
vero presso  Giovanni  dei  Medici  prestantissimo 
cittadino  della  repubblica  fiorentina  .  pache  di 
Cosimo  primo  granduca  di  Toscana.  Giovanni  lo 
l  1   Mulo  al  re  di  Francia,  al  quale  fu  accetlissi- 


i3o  ah  e. 

mo  per  le  sue  facete  maldicenze.  Morto  il  Medici 
l'Aretino  passò  a  Roma,  dove  per  gelosìa  d1  una 
cuoca  fu  pugnalato  dal  suo  rivale,  ma  non  mor- 
talmente ,  ed  avendo  chiesla  vendetta  senza  a- 
verla  potuta  ottenere,  partì  disgustalo  da  Roma. 
Divisò  allora  di  fermare  la  sua  stabile  sede  in  Ve- 
nezia, ove  sciolto  dall'odio  della  servitù  non  vi- 
vere quinci'  innanzi  che  del  sudore  del  proprio 
inchiostro.  Qui  spiegò  il  tenore  di  quella  vita  che 
proseguì  costantemente  fino  al  sepolcro,  e  fu  un 
miscuglio  d'ingiusta  mordacità,  di  vile  adulazio- 
ne, di  sfacciata  millanterìa  e  di  solenne  invere- 
condo libertinaggio.  Era  molto  proclive  alla  mal- 
dicenza ,  ed  intitolava  se  stesso  fastosamente 
„  Pietro  Aretino  per  divina  grazia  uomo  libero  „. 
E  siccome  la  libertà  più  risplende  ,  qualora  af- 
fronta animosamente  i  pericoli,  così  Pietro  aspi- 
rò a  grandeggiare  in  tale  intraprendimento,  mor- 
dendo e  svillaneggiando  i  principi  ed  i  grandi.senza 
dar  segno  di  paventare  la  lor  potenza  ed  il  loro 
sdegno.  Presumeva  quindi  di  affiggere  a  sé  mede- 
simo T  orgogliosa  divisa  di  censore,  anzi  di  fla- 
gello dei  principi.  Ebbe  inclusive  la  tracotanza  di 
millantarsi  che  più  di  un  sovrano  a  lui  pagava 
tributo  per  guarentirsi  dai  malefici  influssi  della 
sua  penna.  Ma  un1  animosità  sì  vantala  si  ridus- 
se piuttosto  ad  un  artificioso  romore  di  quello 
che  avesse  in  sé  stessa  soggetto,  e  producesse 
considerevoli  effetti.  Avendo  1'  Aretino  accredi- 
tato sé  stesso  per  uomo  mordace  e  satirico,  potè 
fare  più  lucroso  traffico  delle  sue  lodi.  Quei  che 
se  ne  vedevano  onoratale  consideravano  dettate 


ARE.  l3l 

da  ingenuo  sentimento  di  verità.  IT  Aretino  mi- 
rava a  mantenersi  in  tale  opinione  cosi  millan- 
tandosi „  Io  nacqui  per  dire  il  vero,  e  colla  verità 
in  bocca  morirò:  io  lodo  chi  merita  ,  biasimo  chi 
n'è  degno  „.  Ad  onta  però  di  tali  vantamenti,  non 
vi  fu  adulatore  più  slacciato  di  lui:  non  v"  è  poi 
nulla  che  agguagli  la  sfacciataggine  con  cui  egli 
encomiò  sé  medesimo .  Ecco  un  dei  suoi  vanti  : 
„  Tanti  signori  mi  rompono  continuamente  la 
testa  colle  visite,che  le  mie  scale  son  consumate 
dal  frequentare  dei  loro  piedi  }  ne  credo  che 
Roma  vedesse  mai  sì  gran  mescolanza  di  nazioni 
come  quella  che  mi  capita  in  casa.  A  me  vengo- 
no turchi ,  giudei  ,  indiani,  francesi,  tedeschi  e 
spagnuoli,  or  pensate  ciò  che  fanno  i  nostri  ita- 
liani „.  Della  sua  dissolutezza  si  vantò  cogli  ami- 
ci e  coi  protettori  ,  i  quali  per  avventura  non 
erano  più  morigerali  di  lui.  Ne  scandalizzò  il  pub- 
blico con  scritti  in  prosa  ed  in  versi,  ne  infettò 
colle  rappresentazioni  le  scene,  e  presso  la  po- 
sterità ne  eternò  colle  medaglie  Fobbrobriosa  me- 
moria. I  ii  vivere  non  solo  voluttuoso,  ma  vizio- 
sissimo importava  a  Pietro  un  enorme  dispendio: 
per  comportare  un  tanto  scialacquo  non  avea  lo 
Aretino  altro  capitale  fruttifero  che  la  sua  penna 
e  la  sua  impudenza.  Neil1  esposto  tenore  di  vita 
continuò  Pietro  sino  al  1672  che  fu  il  sessagesi- 
mo quinto  delPelà  sua,  nel  quale  terminò  i  .suoi 
giorni.  Fu  i_ju;irn  della  lingua  greca  e  della  lati- 
na, e  di  nozioni  scientifiche,  e  non  ostante  seppe 
compone  uno  (terminato  numero  di  bpece  in 
fei'ai  e  |H'OM.  Tra  le  di  lui  poesie  facete   vuoisi 


i3a  ARE. 

che  i  suoi,,  Capitoli,,  abbiano  il  maggior  pregio,  e 
fra  esse  vi  sono  alcuni  enigmi  altre! tanto  felici 
quanto  laidi  .  Se  P  Aretino  scrisse  in  prosa  dia- 
loghi osceni  ed  altre  sconcezza  ,  scrisse  ancora 
delle  opere  pie  e  di  sacro  argomento.  La  mala  in- 
clinazione e  T  avidità  del  denaro  gli  dettò  le  pri- 
me} quesf  ultima  sola  il  trasse  a  scrivere  le  se- 
conde. Sapea  quanto  spaccio  presso  molti  avessero 
i  libri  di  sacro  argomento,  e  come  agli  occhi  del 
volgo  acquistassero  maggior  pregio,  dove  ripieni 
fossero  di  meraviglie.  Egli  pertanto  nella  umanità 
di  Cristo,  nella  Genesi,  nelle  vite  di  Maria  Ver- 
gina,  di  s.  Caterina,  di  s.  Tommaso  sparse  a  pie- 
ne mani  i  favolosi  racconti  ,  le  gratuite  asser- 
zioni, e  le  proposizioni  gettate  alla  ventura.  La 
parafrasi  dei  sette  salmi  penitenziali  si  deve  ec- 
cettuare dal  disprezzo  dovuto  a  tutte  le  altre 
produzioni  sacre  dell1  Aretino  .  Nelle  sue  prose 
egli  uscì  allatto  da'cancelli  della  naturalezza, e  fece 
un  insano  abuso  di  frasi  affettate  ,  di  giganteschi 
traslati  e  d'iperboli  sterminate.  Questa  dissoluta 
maniera  spicca  ancora  nelle  sue  „  Lettere  fami- 
liari „.  Le  sole  sue  „  Commedie  „  vanno  immuni 
dal  l'accennata  macchia  di  espressione  esagerata, 
ma  sono  però  improntate  dalla  macchia  morale 
assai  più  formidabile  e  contagiosa,  la  quale  si  legge 
impressa  nel  titolo  inclusive  di  alcuna  di  esse.  Si 
vede  in  generale  nelle  sue  opere  clrei  fu  fornito 
d'ingegno  vivace  e  fecondo,  ma  sfornito  di  gusto 
sano  e  delicato,  poiché  fu  privo  quasi  affatto  di  let- 
teraria educazione  .  In  una  carriera  mostrò  per 
altro  egli  di  possedere    anche  la    squisitezza  di 


ARE.  l33 

questo  rapido  senso  del  bello,  e  ciò  nella  cogni- 
zione dell  arie  pittorica.  Egli  ne  intese  perfetta- 
mente i  principii,  e  seppe  rilevare  in  tutta  l'esten- 
sione le  bellezze  di  vario  geuere,e  segnare  accor- 
tamente le  più  dilicate  distinzioni  nei  caratteri 
e  negli  accidenti  di  quest'arte.  Egli  diresse  inclu- 
sive coi  suoi  consigli  alcuni  celebri  artisti,  e  fu 
iu  singoiar  modo  l'amico  e  l'ammiratore  di  Ti- 
ziano. C-r.  Ep.  v,  vr. 

Aretino  Francesco  tradusse  dal  greco  in  lati- 
no le  pistole  di  Falaride  con  questo  titolo:  Phala- 
ridis  tj  ranni  agrigentini  epistolae  cara  proae- 
inio  Francisci  Aretini.  A.  i4?5.  F  ranci  sci  A- 
retini  ad  Pium  pont.  max.  in  Diogenis  epistolas 
proaemium\  sono  unite  colle  epistole  di  Bruto  e 
quelle  dTppocrate  tradotte  dal  Renuzio.  Venezia 
1^87.  r>  Capitolo  di  Guiscardo  e  Gismonda  fi- 
gliuola di  Tancredi  principe  di  Salerno  compo- 
sto sopra  un  cuore  per  messer  Francesco  d'Arez- 
zo „:  è  stampato  dopo  i  sonetti  di  Bernardo  Ac- 
colti che  vanno  uniti  con  altre  sue  rime,  dopo  la 
di  lui  commedia  intitolata  la  „  Virginia  „.  Bario- 
lommeo  Fazio  nel  suo  libro  De  viris  iìlustriìms 
a  p.  ià  scrive,  che  Francesco  Aretino  fu  esperto 
nelle  due  lingue  dotte. avendone  dato  saggio  \\\ 
UH  con  varie  poesie  nelle  sue  opere.  U-s.  v. 

Abetino  Spinello  figlio  di  Luca  Spinelli  detto 
aretino  perchè  morto  in  Arezzo,  fu  egli  alla  pit- 
turi talmente  inclinato,  che  mediante  il  solo  suo 
talento  fece  in  essa  non  mediocre  profitto.  Sotto 
-li  indiarti  naia  eoli  poi  'fi  l.i<  opo  du  Casentino 
emulò  i  più  valenti  in  tale  arte.  Per  la  quel   «osa 

W.   Tose.  Tom.  12.  là 


1 34  ARE. 

ei  si  acquistò  una  cosi  gran  riputazione  ,  che  sì 
iu  Firenze  come  in  altri  luoghi  della  Toscana  fu 
invitato  a  fare  varie  pitture,  parte  delle  quali  si 
son  perdute  per  le  vicende  dei  tempi  ,  e  delle 
quali  ne  dà  una  ben  ampia  descrizione  il  Vasari 
nella  di  lui  vita.  Io  ne  citerò  una  dalla  quale  po- 
tere argomentare  il  merito  e  lo  stile  delle  altre,  ed 
è  la  cappella  che  Spinello  dipinse  a  fresco  nella 
chiesa  del  Carmine.  Sono  eziandio  deguedi  som- 
ma lode  le  pitture  fatte  da  esso  fuori  di  Firenze 
nella  chiesa  di  s.  Miniato  al  Monte  :  fu  chiamato 
a  dipingere  anche  in  Arezzo,  a  Pisa  ed  a  Siena  . 
Lavorò  finalmente  nel  Camposanto  di  Pisa,  dove 
dipinse  a  fresco  sei  storie  di  s.  Pietro  e  di  s.  E- 
piro,  nella  qual  pittura  se  si  ha  riguardo  alla  in- 
venzione, alla  vivacità  dei  colori  ed  alla  maestria 
con  cui  ella  è  tirata  a  line,  è  la  più  bella,  la  meglio 
condotta  eia  più  perfetta  delle  altre.  Questo  pit- 
tore oltre  la  sua  abilità  nel  dipingere  fu  molto 
esemplare  e  pietoso,  e  si  esercitò  particolarmen- 
te nelle  opere  di  misericordia  all'occasione  della 
peste  del  1 383.  Giunto  finalmente  alP  età  di  92 
anni  mori  in  Arezzo  col  credito  di  eccellente  e 
pietoso  artista:  gareggiò  Spinello  con  Giotto  nel 
disegno,  e  lo  superò  nella  diligenza  e  nella  ma- 
niera di  colorire;  seppe  per  altro  meglio  disegnare 
che  mettere  in  opera.  Fu  vivace  nella  invenzione, 
e  adoprò  tutto  V  ingegno  per  bene  esprimere  gli 
all'etti,  il  che  gli  riuscì  con  felicità  ,  se  si  consi- 
deri quanto  fosse  priva  nei  suoi  tempi  la  pittura 
di  quei  lumi,  che  poi  la  condussero  al  più  alto 
grado  di  perfezione.  S.  du.  L  Ep.  v. 


A   R   E.  t35 

Aretino  Leonardo.  Veci.  Tirimi  Leonardo. 

Aretino  Francesco.  Ved.  Accolti  France- 
sco aretino. 

Aretino  Guido.  Ved.  Guido  aretino. 

Aretino  Niccolò  scultore.  Ved.  Niccolò  a- 
retino. 

Arezzo  Paolo  (d^)  prima  ebreo,  poi  chierico 
regolare  teatino  fu  convertito  dall'eminentissimo 
Paolo  d'Arezzo  che  da  lui  prese  il  nome  :  vestì 
l'abito  di  converso  nella  sua  religione.  Fu  mirabile 
l'esempio  di  bontà  eh*»  dava  a  tutti  questo  fer- 
vente religioso.,  il  quale  era  devotissimo  n  elfo- 
rare,  umile  nel  conversare  ,  rigido  nel  far  peni- 
tenza, caritatevole  col  prossimo,  e  tanto  zelante 
della  salute  delle  anime,  che,  esercitando  l'ufficio 
di  portinaio  con  grande  umiltà  per  molti  anni 
nella  casa  di  s.  Antonio  di  Milano,  esortava  quei 
che  venivano  a  confessarsi  a  deporre  il  peso  dei 
loro  peccati  col  vomitarli  ai  piedi  del  confessore, 
e  con  tanta  efficacia  il  faceva,  che  bene  spesso  gli 
riusciva,  ed  allora  chiamava  qualcuno  dei  padri 
sacerdoti,  e  motteggiando  diceva  che  aveva  tro- 
vato loro  «Ielle  fiere  da  prendere,  e  guadagnare  a 
Cristo  .  Recitavano  i  padri  nel  tempo  della  sua 
agonìa  Pi  «tori  a  della  passione  del  Signore,  ed  ar- 
rivando a  quelle  parole  Hodie  mecurn  eris  in 
pamdifo,  rese  lo  spirito  al  Creatore,  ed  andò  a 
godere  il  premio  delle  sue  fatiche.  />'-c. 

Ahirghibui  Giovan  Battista  senese  fatto  ca- 
valiere dal  re  Alfonso  d'Aragona  ,  dimostrò  ca- 
nuto senno  in  giovanile  età.  per  cui  di  anni  19 
In  potestà  di  Lucca,  quindi  di   Ferrara  e  di  Mo- 


i36  tu  t. 

dena,  e  Tanno  avanti  la  sua  morte  ebbe  la  pre- 
tura di  Perugia.  Fu  pure  capitano  del  popolo,  su- 
blime dignità  della  repubblica  senese,  sebbene 
non  vivesse  più  che  3o  anni  in  circa.  Questo  ca- 
valiere eccellente  legista  era  stato  eletto  alla  di- 
gnità senatoria  di  Roma  ,  ma  1'  immatura  morte 
tolse  quell'onore  al  suo  merito.  U-r.  Ep.  v. 

Aringhieri  Francesco  nobile  senese  un  dei 
più  gran  soggetti  che  avesse  a  suo  tempo  quella 
repubblica  \  fu  spedito  più  volte  dalla  patria  a 
gran  principi  per  trattare  difficilissimi  negozi.  Nel 
i44*>  Alfonso  re  d'Aragona  e  di  Napoli  s'era  fer- 
mato con  poderosissimo  esercito  al  castello  di 
RI  onta  per  ti  vicino  sette  miglia  a  Siena  ,  d'  onde 
se  non  insidiava,  almeno  ingelosiva  le  cose  dei 
senesi,  i  quali  per  rimuoverlo  di  là  gli  mandaro- 
no ambasciatore  Francesco  Aringhieri  in  compa- 
gnia di  Lodovico  Petroni,i  quali  ammollirono  tal- 
mente quel  regio  cuore,  che  altrove  portò  le  sue 
armi.  L'anno  i449  va  ambasciatore  a  Venezia  con 
Agostino  Borghesi  ,  e  con  grand'  utile  ed  onori 
-dei  senesi  concludono  lega  con  quella  potente 
repubblica  .  Nel  i453  tratta  confederazione  con 
Alfonso  re  di  Napoli  e  felicemente  la  conclude  : 
l'anno  14^9  Tu  oratore  dei  senesi  a  Pio  II  ,  al 
qnnle  anco  ritornò  l'anno  1462,  e  finalmente 
andò  con  altri  a  rendere  obbedienza  a  Paolo  II  a 
nome  della  repubblica  senese:  nelle  quali  amba- 
scerìe mostrò  grandissima  prudenza  \  e  sempre 
ottenne  quanto  seppe  desiderare  e  domandare. 
Nell'anno  i4$4  fu  commissario  del  campo  senese 
contro  il  conte  di  Pitigliano,  ch'era  fomentato  da 


A    R    I.  107 

ormi  potentati,  e  nell'anno  i456  uno  degli  eletti 
alla  difesa  e  conservazione  della  repubblica  dopo 
la  guerra  del  Piccinino  fatta  ai  senesi.  Fu  potestà 
di  varie  e  diverse  città,  nel  qual  grado  dimostrò 
somma  giustizia  e  ne  acquisto  perpetua  lode  , 
dal  che  mosso  Pio  II  Io  creò  senatore  di  Roma 
per  il  primo  semestre  dell'anno  14^9  ed  alla  me- 
desima carica  lo  richiamò,  secondo  alcuni,  Tanno 
i463}  nella  qual  dignità  si  guadagnò  la  benevo- 
lenza del  popolo  romano,  alla  cui  contemplazione 
papa  Paolo  li,  che  pure  poco  amò  i  soggetti  favo- 
riti da  Pio  suo  antecessore,  di  nuovo  lo  chiamò 
alla  dignità  senatoria  Panno  1469.  il  qual  finito  si 
trattenne  in  Roma  alcuni  mesi  per  interesse  del- 
la repubblica  di  Siena,  dove  caduto  infermo  di 
febbre  maligna  rese  Io  spirito  al  Creatore.  U-r. 

Ep.  v. 

Arimno  uno  «lei  regi  o  lucumoni  d"1  Efruria 
si  rese  celebre  per  essere  stato  il  primo  a  spedir 
l'offerta  a  Giove  Olimpico  di  un  trono  d'oro.     11. 

Arlotto  Mainardi  Pievano.  Fed.  Mainar- 
ti}. 

Armiti  Salvino  (degli).  V ed.  Salvino  degli 
.Innati. 

Armellini  Mariano  monaco  benedettino  na- 
to in  Firenze  si  è  reso  ragguardevole  nel  suo  or- 
dine verso  il  principio  dell1  ultimo  secolo  [jet- 
molle  opere  di  cui  la  stessa  sua  congregazione  e 
l'oggetto.  Si  applicò  prima  alla  predicazione  ,  e 
predicò  la  quaresima  in  santa  Maria  di  Trasteve- 
ri*, a  Rieti,  Viterbo,  Ravenna  e  Reggio.  Venne 
fatto  priore  nel   17-2-2.  ed  abate  con  dispensa  nel 


i38  a  n  n. 

172,5.  Fu  successivamente  abaie  in  esercizio  a  Sie- 
na, Assisi  e  Fuligno.  Morì  in  quest'ultimo  mo- 
nastero nel  maggio  del  i;;*;. Ha  pubblicato  ,,/?*- 
bliotheca  benedictino-cas sinensis  „  ,  o  notizie 
della  vita  e  delle  opere  degli  scrittori  della  con- 
gregazione di  Monte-Cassino,  ohe  vi  fiorirono  fino 
al  tempo  deWautore^Catalogi  tres  monachorum, 
episcoporum^  reformat  or  um  et  virorum  sanati- 
tateillustrium  e  congregatione  cassinensi.  Assi- 
,$7*1733  ,.*,„  Continuatio  catalogi  virorum  sanctita 
te  illustrìum  1734  „$w  Additiones  et  corretiones 
bibliothecae  benedictino-cas sinensis  etc.  Fuligno 
1 732,,', „À.'ldizioni  all'appendice  senza  data.Fnligno 
t736  „.  Prima  di  questi  grandi  lavori  Armellini 
si  era  provato  in  una  „  Vita  della  beata  Marghe- 
rita Corradi  fa  scritta  in  italiano,  Venezia  172,6. 
opera  che  non  annunziava  uè  le  stesse  cognizioni^ 
nò  il  medesimo  spirito  di  ricerche.  B.  u. 

Ep.  vi,  vir. 
Arnobio  fiorentino  architetto  de'ternpi  di  Ne- 
rone uomo  di  grandissimo  ingegno  che  alzò  la 
famosa  piramide,  oggi  eretta  nella  piazza  di  s.  Pie- 
tro di  Roma,  nel  circo  di  Nerone,  ov'era  stata 
collocata  prima  in  onor  di  Angusto  e  di  Tiberio, 
condotta  dall'Egitto  per  ordine  di  Caio  Callicola. 
Arnobio  fece  fabbricare  una  nave  pel  di  lei  'l'a- 
sporto la  maggiore  che  in  que'tempi  si  fosse  ve- 
duta, onde  per  alcun  tempo  fu  conservata  intiera. 
Questa  notizia  ha  per  fondamento  soltanto  quan- 
to segue:  nel  j54&  cavandosi  attorno  ad  essa  pi- 
ramide in  una  pietra  si  trovò  scolpita  la  qui  no- 
tata iscrizione,  la  quale  è  citata  da  Pier  Francesco 


ART.  l39 

G  (ambulimi  nel  suo  libro  intitolalo  il  Gello  con 
queste  parole.,,  Non  sono  ancora  sei  mesi  che  il 
nostro  Gello  mi  mostrò  una  lettera  venutagli  di 
Roma  da  un  suo  amico,  il  quale,  dopo  averlo 
avvisato,  come  avendo  all'intorno  della  base  della 
guglia  cavato  vi  si  erano  trovate  lettere  scolpite  , 
e  linee,  soggiunse  la  copia  cosi;  Jrnobius  floren- 
tinus  huius  mirae  magnitudinis  lapidem  ex  E- 
(jipto  navi  argonautica  eductum  suo  ingenio  ad 
astra  erexit.  Trovo  per  altro  nel  manoscritto  da 
onde  traggo  quest'articolo  ia  seguente  nota  margi- 
nale,, quest'iscrizione  puzza  di  falso,,.  B-s.Ep.ui. 

Arnoldi  Alberto  scultore  toscano  operò  tra 
il  td54  e  il  i3?8  in  Milano  a  richiesta  del  du- 
ca Visconti  per  ornarne  la  cattedrale  colle  sue 
statue,  poi  distrutte  al  tempo  di  s.  Carlo  per  so- 
stituirne delle  moderne.  Son  però  note  di  lui  tre 
statue  una  della  santa  Vergine,  e  le  altre  di  due 
angioli  3nche  oggidì  esistenti  sull'altare  del  Si- 
gillo di  Firenze:  opere  che  pel  magistero  «Pese- 
euerorte  gareggiano  colle  migliori  d'Andrea  e  Ni- 
no da  Pisa,  della  cui  scuola  fu  l'Arnoldi.  C-c.  v. 

A  a  nomi  ni  Giovarmi  Attilio  ingegnere  idrau- 
lico nato  in  Lucca  nell'ottobre  del  1733  studiò 
filosofia,  il  diritto  civile  ed  ecclesiastico,  e  le  scien- 
ze esatte.  Queste  per  altro  ebbero  per  lui  un  esclu- 
sivo allattamento,  specialmente  nella  parte  che 
rigu  irda  il  regolamento  delle  acque,  e  vi  si  rese 
cosi  valente  anche  per  lo  studiose  peregrinazioni 
«la  lui  fatte  a  taFuopo  per  tutta  Italia,  che  gli  ten- 
nero uiìd  ile  diverse  pubbliche  e  privale  commis- 
sioni importanti,  e  molti  impieghi  si  in  Toscana 


l4o  A    H    N. 

come  altrove.  Godeva  la  stima  de'dotti  matlemnti- 
ci,  come  di  un  Boscovic,  d'un  Zanetti,  d'un  Xi- 
menes,  e  dello  stesso  celebre  astronomo  Lai  a  od  a. 
Mori  di  58  anni  nel  novembre  del  1791  .  Soo 
conosciamo  di  lui  opere  stampate;  si  afferma  pe- 
rò che  ne  abbia  lasciate  molte  manoscritte  che 
trattano  non  solo  di  tìsica  e  d'idrostatica,  ma  di 
politica  ancora.  B.  u.  Ep.  vii. 

Arnolfo  di  Lapo  nativo  di  Celle  di  Val  d'El- 
sa figlio  di  Cambio  nato  nel  ia3a  condiscepolo 
con  Lapo  erano  ambedue  alla  scuola  e  lavorava- 
no assieme  coi  pisani  sotto  la  direzione  di  Nic- 
cola.  Fu  di  sua  mano  scolpito  sicuramente  un  in- 
signe tabernacolo  ornato  di  statue  e  bassirilievi, 
mostrandovisi  che  l'autore  attese  più  all'architet- 
tura che  alla  scultura.  Infatti  di  lui  si  hanno  ponti, 
palazzi,  logge  e  chiese  innumerabili,  fra  le  quali  s. 
Maria  del  Fiore,  e  s.  Croce  di  Firenze,  bastanti 
ad  assicurargli  fama  presso  i  posteri.  Oltredichè 
gli  fu  affidato  il  cinger  di  mura  e  fortificare^  la 
città,  ed  anche  il  disegno  del  palazzo  della  Signo- 
rìa. Se  no»  adeguò  il  me  rito  del  suo  maestro  nel- 
la scultura,  lo  vinse  nell'arte  edificatoria  e  corri- 
spose alla  fiducia  di  chi  lo  scelse  per  fare  quanto 
di  magnifico  e  grande  dall'arte  umana  inventare 
mai  si  possa.  C-c.  v. 

Arnolfo  fiorentino  scultore  discepolo  di  Nic- 
cola  pisano.  Da  lui  fu  scolpito  il  sepolcro  di  Bo- 
nifazio Vili  in  s.  Pietro  di  Roma.  L-z.  v. 

Aronne  Piero  monaco  della  congregazione  dei 
crociferi,  o  piuttosto  dell'ordine  de  cavalieri  ge- 
rosolimitani.nelle  buone  arti  non  indotto,  ma  ec- 


A    R    R.  l4l 

celiente  armonico,  compose  molte  opere  di  mu- 
sica ,  tra  le  quali  primeggia  quella  con  titolo  : 
„  Il  Tascanello  libri  tre.  Nella  prima  parte  vi  so- 
no molte  Iodi  della  musica,  del  modo  e  valore 
delle  note,  de'punt^  nella  seconda  del  tuono  e 
semituono,  delle  consonanze,  del  genere  diato- 
nico, cromatico,  inarmonico,  del  contrappunto  e 
regole  del  comporre,  opera  più  per  la  pratica  che 
per  la  teorica  :  „  Trattato  di  pratica  di  cantare, 
e  comporre,  Venezia  1 539  »:  *  Lucidano  in  mu- 
sica d'alcune  opinioni  antiche  e  moderne,, .  Leg- 
gesi  ancora  di  suo  un  „  Compendiolo  di  molti 
dubbi  e  segreti  e  sentenze  intorno  al  canto  fer- 
mo da  molti  eccellenti  e  consumati  musici  di- 
chiarate, raccolte  da  esso,  Milano  ,,.  Fu  canonico 
di  Rimini,  e  fiorì  nel  i5  5o.  C-n.  Ep.  vi. 

Arrigiietti  Niccolò ,  nato  in  Firenze  ove  morì 
nel  1639,  fu  isigne  in  parecchi  generi  di  letteratu- 
ra, e  principalmente  nelle  matematiche,  nella  fi- 
losofia platonica,  e  nelle  scienze  naturali  e  nelle 
belle  lettere.  Fu  uno  dei  più  illustri  discepoli  del 
celebre  Galileo,  ed  occupò  un  posto  distinto  nel- 
Tnccademia  fiorentina  ed  in  quella  della  Crusca. 
Nella  prima  IWrrighetti  esercito  la  carica  di  con- 
sigliare dal  ifii/f  sino  al  i6a5,  epoca  in  cui  ven- 
ne crealo  console.  Fu  altresì  uno  di  quelli  che 
formarono  io  Firenze  l'accademia  platonica  rista- 
bilita (I'<1  granduca  Ferdinando  e  «lai  principe  poi 
r.mlinale  Leopoldo  di  Toscana.  Venne  scelto  al- 
tresì ber  comporre  il  discorso  d'introduzione  che 
si  trova  nètte  prose  fiorentine.  In  quel  tempo 
intraprese  a  tradurre  in  lingua  itali  .ma  i  dialoghi 


ì^l  A    U    B. 

di  Piatene;  già  stava  per  dar  fine  a  quel  lavoro 
quando  la  morte  lo  sorprese.  Suo  nipote  il  cele- 
bre Carlo  Dati  pronunziò  il  suo  elogio  nell'acca- 
demia della  Crusca  nel  maggio  del  i643,  che  tro- 
vasi nella  raccolta  delle  prose  fiorentine.  Le  ope- 
re stampate  delTArrighetti  sono  „  Delle  lodi  di 
Filippo  Salviati,  Firenze  i6i4  »  e  nella  prima 
parte  del  terzo  volume  delle  prose  fiorentine. 
„  Orazione  renila ta  al  serenissimo  granduca  di 
Toscana  Ferdinando  II,  nelPesequie  della  gran- 
duchessa sua  madre,  Firenze  i63i„,  sta  pure 
nella  prima  parte  del  quarto  volume  delle  prose 
fiorentine.  „  Orazione  fatta  da  lui  nel  dare  a  spie- 
gar Platone*,  „„  Cicalata  sopra  al  cetriolo,,:,,,  Cica- 
lata in  lode  della  torta,,  tutti  e  tre  stampati  nella 
già  citala  raccolta.  Arrighetti  lasciò  in  oltre  un 
grandissimo  numero  di  opere  manoscritte  in  ver- 
si ed  in  prosa  conservate  in  diverse  biblioteche. 
B.  u.  Ep.  vi. 

Arrighetti  Filippo  gentiluomo  fiorentino  na- 
to nel  i58a  studiò  nell'università  di  Pisa,  e  po- 
scia in  quella  di  Padova,  dove  apprese  la  lingua 
greca, la  filosofia  d'Aristotele  e  di  Platone:,  sotto  i 
più  celebri  professori  ottenne  i  gradi  accademici 
di  teologìa  nelPuniversità  di  Firenze.  Poco  dopo 
Urbano  Vili  lo  creò  canonista  penitenziere  della 
cattedrale  di  quella  citlà,  indi  esaminatore  sino- 
dale sino  alla  sua  morte  avvenuta  nel  novembre 
del  1662,. Egli  fu  uno  dei  più  distinti  membri  del- 
l'accademia Fiorentina  e  di  quella  degli  Alterati, 
tra  i  quali  prendeva  il  nome  di  Fiorito  e  per  divi- 
sa un  grappolo  d'uva  in  fiore.  Arrighetti  nulla 


A    R    R.  l43 

pubblicò.Le  varie  sue  opere  restarono  manoscritte. 
Negri  ne  dette  la  lista,  Storia  degli  scrittori  tio- 
rentini;„La  rettorica  d'Aristotele  spiegata  in  cin- 
quanta sei  lezioni  „*,„  La  poetica  d'Aristotele  tra- 
dotta, spiegata  e  recitata  nelfaccademia  degli 
Svogliati  di  Pisa  „;„  Quattro  discorsi  accademici, 
cioè  il  piacere,  il  riso,  l'ingegno  e  Ponore  recitati 
nell'accademia  Fiorentina  „:;  „  Sermoni  sacri  vol- 
gari e  latini.  „  Vita  di  s.  Francesco  Saverio. tratta 
dalla  relazione  fattane  in  concistoro  da  Francesco 
Maria  cardinale  del  Monte  ec.  „  B.  u.         Ep.  vi. 

Aurighetti  Fortunato  nacque  nel  Borgo  di 
s.  Piero  a  Sieve  nel  1622,  entrò  nell'ordine  dei 
Servi,  e  cambiò  il  suo  nome  in  quel  di  Giulio. 
Lesse  lilosotia  nella  città  del  Borgo  a  s.  Sepolcro^ 
insegnò  teologia  in  Mantova,  in  Vicenza  ed  in 
Firenze,  e  fu  professore  di  teologia  nella  univer- 
siià  di  Pisa.  Fu  fatto  priore  del  convento  di  Fi- 
renze, quindi  eletto  provinciale,  e  da  Innocenzo 
XI  dichiarato  generale  del  suo  ordine  per  sei  an- 
ni. Compite  queste  cariche  si  ritirò  racchiuso  in 
una  cella  nel  convento  di  Firenze,  ove  visse  per 
dieci  anni,  e  mori  nel  1705.  La  sua  vita  fu  scrit- 
ta e  stampata  da  Francesco  Maria  Poggi.  Compo- 
se PArrighetti  una  Novena  in  preparazione  alla 
festa  della  natività  della  SS.  Vergiue,  proposta  ai 
devoti  della  medesima  per  meglio  disporsi  a  ce- 
lebrare la  sua  solennità.  B-s.  vi. 

A.u alo  11  etto  0  Aiuti'io  Ja  Settimello  poeta  la- 
ti::'» dèi  secolo  XII  nacque  da  parenti  agricoltori 
a  Settimello,  villaggio  lontano  circa  sette  miglia 
da  Firenze,  Malgrado  l'umile  alalo  in  cui  nacque, 


i44  a  n  r. 

si  ap[)licò  in  sua  gioventù  allo  studio  delle  arti 
liberali,  della  poesia  e  della  filosofìa:  era  allora  ri- 
dono a  sì  grave  miseria,  che  non  potendo  com- 
prarsi carla,dicesi  che  scrivesse  sopra  una  vecchia 
pelliccia.  Egli  si  fece  prete  ed  ottenne  la  cura  di 
Cadenzano,  benefizio  di  ricca  rendita  che  gli  la- 
sciava anche  il  tempo  d'attendere  alle  lettere, 
ma  tal  dignità  riuscì  per  lui  sorgente  di  sven- 
ture ,  poiché  gli  convenne  sostenere  una  lite 
contro  il  vescovo  di  Firenze,  nella  quale  spe- 
se tutto  il  suo  denaro  per  modo  che  gli  conven- 
ne abbandonare  la  sua  prebenda  e  andar  men- 
dicando un  poco  di  pane.  Narrò  egli  stesso  in  un 
piccolo  poema  in  versi  elegiaci  intitolato.,,  De  di- 
versi!ate  J or tunae  et  philosophiae  consolatio- 
ne  „.  Di  quello  scritto  fu  tale  il  grido  che  vivente 

Fautore  veniva  letto  nelle  squole  e  proposto  per 
modello.  Cessò  poi  tale  opinione  ed  il  suo  poema 
rimase  manoscritto  in  varie  biblioteche.  Venne 
pò  i  pubblicato  la  prima  volta  senza  data  ch'era 
il  1490,  Lione  i5ii.  Andiamo  debitori  della  mi- 
gliore edizione  a  Domenico  Maria  Manni,  Firen- 
ze, 1760  con  una  traduzione  italiana  mollo  ele- 
gante e  spesso  citata  nel  vocabolario  della  Cru- 
sca. B.  u.  Ep.  v. 
Arrighi  Gio.  Battista  delP  ordine  degli  ere- 
mili di  s.  Agostino  peritissimo  nelle  lingue  dotte, 
e  d^ogni  genere  di  erudizione.  Fece  ànolle  opere, 
tra  le  quali  furono.  w  De  elementis  theologiae  lib. 
4.  Firenze  i569  „  Àxiomata^  s'we  conclusiones 
sci entiarum  omnium^  et  Liberatimi!  artium  enu- 
meratio.  „  De  beatitudine  ho  mi  ni  s  libri  tres.  Fi* 


ARS.  l4'5 

renze  i5?5  „.  Ogni  libro  ha  5o  capitoli^  e.per  det- 
to del  Lambardi  nel  trattato  degli  scrittori  è  ope- 
ra utile  per  chi  ha  molto  veduto.,,  Orationes  per 
elegantes  quas  prò  lacorum^atque  per  sonar urn 
opportwiitatibus  habuit.  Satiras  ec.„  Morì  nel 
1606  avendo  per  molti  anni  tenuta  in  Bologna  la 
cattedra  di  teologia,  e  con  grande  erudizione  in- 
segnato. C-n.  Ep.  v. 
Arsocciii  Francesco  senese  fu  per  avventura 
il  primo  die    m  terza  rima  sdrucciola  dettasse 
le  egloghe.  La  principale  e  forse  Tunica  sua  gloria 
quella  è  di  essere  stato  in  certa  guisa  il  precurso- 
re del  Sanazzaro.In  una  raccolta  d'  egloghe  stam- 
pata in  Firenze  l'anno  1494  s' trovano  quelle  an- 
cora dell'Arrocchi.  C-r.  v. 
AausvTE  nipote  di  Tarquinio  Prisco  re  di  Ro- 
ma e  fratello  di  Lucio  Tarquinia  detto  il   super- 
bo. Servio  Tullio  successore  di  Tarquinio  Prisco 
era  tutore  dei  due  giovani  principi.  Risolse  onde 
cattivarseli  di  far  loro  sposare  le  sue  due  liglie, 
ma  egli  ebbe  più  riguardo  all'analogìa  dell'eia  che 
a  quella  deYnralleri.  Lucio  ch'era  il  maggiore  an- 
nunziava già  violenti  inclinazioni,  dolce  e  virtuosa 
ebbe  la  moglie.  Armile  assai  più  umano  del  fra- 
tello trovò  in  Tullia  una  compagna  ambiziosa  e 
capace  il **i  più  grandi  misfatti.  Più  Servio  avan- 
zava in  età,  più  ella  cercava  d'indurre  ad  imprese 
ardimentose  Arunte,  il  quale  non  conosceva  altra 
felicita  che  quella  d'una  vita    pacilica.  lilla  si  la- 
gnava Continuamela  te  del  destino  che  unito  ave- 
\.i  la  sua  sorte   1  qu<  ila  di  uno  sposo  indolente,  e 
desiderava  con  -udore  d'essi'   liberata:  inclini- 
Ut.   Tose.   Tom.   12.                                                16 


i46  ASI. 

zioni  egualmente  perverse  legarono  in  breve  Tar- 
quinio  e  Tullia.  Tarquinio  avvelenò  sua  moglie, 
Tullia  si  liberò  di  Arunte  con  simile  delitto,  e 
questi  colpevoli  si  unirono  in  matrimonio  verso 
Tanno  2.18  di  Roma,  e  4^6  av.  G.  C.  B.u.  Ep.m. 

Asila  si  rese  celebre   nella  guerra  d'Enea  da 
lui  soccorso  contro  i  latini.  Egli  al  dire  di  Virgi- 
lio era  re  e  sacerdote  di  Pisa  al  tempo  della  in- 
dicata guerra  di  Enea.  F-g.  11. 

Asim  Gio.  Battista.  Giureconsulto  fiorentino 
scrisse  „  loannis  Baptistae  Asirui  J.  C.  fiortn- 
tinixomitisque  palatini  ac  equitìs  aurati  ad  sta- 
tutum  fiorentinum  de  modo  proctdendi  in  chi- 
libus  Inter pr  et  atio^  qua  totius  indici/  praxis  lu- 
culentissime  tractaturydiligentei >  qutet  accurate 
quid  communi ',  q uidve  non  solum fiorentino,  sto 
totius  Italiae,  nec  non  etiam  aliarum  regionum 
municipali  iure  in  obeundis  iudiciis  observan- 
dum  ornittendumve  sii  declaratur  ,  Firenze 
1671  ,.;„  loannis  Baptistae  Asinii  iurisconsulti 
fiorentini  Commentarli  in  titulum  digest 'or uni  de 
religiosis  et  sumptibus  funerum.  Firenze  i56a  „. 
B-s.  v. 

Attalo  è  nome  che  ha  luogo  nella  storia  re- 
ligiosa e  letteraria  delfElruria.  Seneca  lo  ram- 
menta così  „  Aitalo  nostro  che  avea  mischiato  la 
disciplina  degli  etruschi  colla  sottigliezza  de'gre- 
ci„.  Altro  non  sappiamo  di  questo  etrusco./^-r.u. 

A  ita vanti  Carlo  servita,  uomo  di  grandissi- 
mo ingegno,  gran  letterato,  cosmografo  e  di  tutte 
le  arti  liberali  ottimamente  istruito  e  nella  filo- 
sofia aristotelica  e  platonica  esperio.  Delle  leggi 


ATT.  l47 

civili  e  canoniche  non  ignaro,  come  anche  nella 
sacra  teologia  molto  istruito.  Sottile  nel  dispu- 
tare, efficace  nel  predicare,  talché  il  Ficino  nelle 
sue  lettere  disse  che  le  sacre  di  lui  riprensioni 
avrebber  mosso  inclusive  le  muraglie  dei  tem- 
pli .  Fece  molte  opere  utilissime  che  furono  un 
„  Quaresimale,  Milano  1767  w,  nel  quale  tut- 
te le  verità  teologiche  col  testimonio  della  legge 
ebrea,  evangelica  e  filosofica  s'ingegna  di  prova- 
re. Fece  ancora  un  altro  quaresimale  intitolato^ 
„  Thesaurum  novum  nuncupatum  opus  \  seu 
sermone s  de  sanctis^  Norimbergae  1496  ,^„  Dia- 
loguin  de  origine  ordinis  servorum  „,  il  cui  Ms. 
è  nella  biblioteca  Laurenziana  „  Expositionem 
in  orationem  dominicam  ad  Medulantnsiiun 
ducissam  Paulinam  predi cabilem  „  dove  della 
beata  Giuliana  Falconieri  favellasi.  Siena  i49fa 
„  Breviarium  totius  canonici  iuris  ,„  opera  ve- 
ramente utile,  con  molte  altre  opere  non  sotto- 
poste ai  torchi.  Prese  l'abito  decervi  di  sette  an- 
ni nel  convento  della  Nunziata  di  Firenze.  Fu 
sotto  la  disciplina  dei  Padri  Matteo  ed  Adriano, 
che  tuUi  e  due  furon  vescovi  di  Cortona.  Imbe- 
vuto di  religioni  costumi^ed  ammaestrato  di  molta 
erudizione  morì  di  80  anni  nel  <499i  e  fu  sepolto 
nella  chiesa  della  Nunziata,  nella  cui  libreria  è  il 
suo  ritratto.  Fu  necessitato  dal  generale  di  santo 
Spirito  a  pigliai  P  ordine  di  tal  santo,  e  lasciar 
quello  dei  Servi;  ma  essendo  ormai  vecchio  tor- 
no alla  religione  da  dove  era  partilo.  C-n.  Ep.  v. 
Attila   e  GftEcm\NA.  sante  volterrane  ver- 


l48  A    U    K. 

gini. riceverono  la  palma  del  martirio  sotto  l'impe- 
ratore Diocleziano  nel  secolo  IV     G~c.     Ep.  in. 

AÙno  re  etrusco  secondo  Silio  Italico  ebbe  il 
suo  regno  in  quella  parte  dell'aulica  Etruria  cin- 
ta dagli  Appenniniche  di  poi  ebbe  nome  di  Tra- 
simeno. D-p.  11. 

Averani  Giuseppe  nacque  in  Firenze  nel 
1662  di  felicissimo  ingegno.  Dimostrò  attitudi- 
ne ed  una  enciclopedia  di  cognizioni.  Riputando 
egli  di  sommo  pregio  il  lavoro  di  Filippo  Com- 
mendino sopra  Archimede,  divisò  d'imprenderne 
uno  eguale  sopra  il  di  lui  commentatore  Eusebio 
d'Asealona,  cui  assaissimo  debbe  la  storia  delle 
matematiche.il  granduca  CosimoIII  ad  imitazione 
del  Redi  e  del  Magalotti,  destinò  l'Averaui  ancor 
giovinetto  a  dettare  le  istituzioni  civili  nella  u- 
niversità  di  Pisa .  Di  poi  il  chiamò  in  corte  per 
ammaestrare  il  principe  Gio.  Gastone  suo  figlio. 
LTAverarii  divertiva  il  regio  alunno  anche  a  di- 
lettevoli studi,  offrendo  al  di  lui  vivace  intelletto 
una  serie  di  esperienze  fisiche  speciose  ed  aggra- 
devoli,  specialmente  quelle  che  si  operavano  con 
lo  specchio  ustorio,  mediante  il  quale  quasi  tut- 
te le  materie  si  trasmutavano  in  vetro. L'Averani 
descrisse  tutto  questo  procedimento  in  elegan- 
tissimo stile.  Il  gusto  di  cui  egli  era  fornito  nel- 
T  amena  letteratura  il  trasse  a  scrivere  nel  più 
squisito  latino  idioma  anche  le  sue  interpretazio- 
ni delle  leggi  giusliniane  ,  ed  a  corredarlo  della 
più  scelta  romana  erudizione.  Egli  alternava  gli 
studi  severi  cogli  aggradevole  e  di  questi  aacor 


AVE.  l49 

si  valeva  per  alimentare  i  suoi  sentimenti  di  cri- 
stiana pietà.  Tutto  in  lui  si  porgeva  la  mano  ed 
era  in  amichevole  corrispondenza  .  Più  lezioni 
toscane  egli  distese  sopra  la  passione  del  Reden- 
tore ,  e  più  altre  sopra  argomenti  di  profana  ed 
anche  di  giocosa  erudizione.  Visse  scapolo,  tinche 
poi  consunto  da  annosa  infermità  da  lui  sostenu- 
ta con  religioso  eroismo,  chiuse  piissimamente  i 
suoi  giorni  nell'anno  1738.  C-r.  Ep.  vi. 

Averam  Benedetto  nato  nel  1645  divenne  un 
letterato  universale  .   Fu  meraviglia  che   senza, 
aiulo  di  alcuno  più  scienze  apprendesse  ed  in 
modo  che  insegnar  le  potette  agli  altri:  fu  nella 
verde  sua  età  professore  di  umane  lettere  a  Pisa. 
Egli  imprese  nelle  sue  lezioni  d1  illustrare  tutti 
i  classici  greci  e  latini.  Nel  ragionare  per  esempio 
dentanti  epigrammi  dell'Antologia  ei  prende  occa- 
sione d"*  inoltrarsi  in  lahoriosissime  indagini  sui 
fatti  d'Ercole,  su  i  giuochi  olimpici,  pizii,  istmici 
e  nemei,  sugli  atleti,  sulla  pantomima,  sulla  sal- 
tazione  e  sopra  gli  unguenti,  la  chioma,  la  barba 
degli  antichi  e  sopra  i  misteri  eleusini,  sopra  Bac- 
co, Orfeo,  Caronte,  Licurgo, gli  spartani  ec.  Pren- 
dendo Euripide  ad  argomento  di  altre  sue  dis- 
sertazioni ei  parla  della  tragedia,  del  teatro, degli 
abiti  scenici,  delle  tibie,  dei  riti,  delle  supplica- 
zioni, del  coprirsi  la  testa  in  pericolo  estremo  ed 
in  estrema  afflizione }  e  così  d?  altre  eruditissimo 
sue  lezioni  ,  le  quali  tutte  riempiono  due    ben 
-rossi   volumi  in  foglio.  Avvene  aggiunto  un  ter- 
zo il  (pi  -.lo  contiene  „  Le  orazioni  e  le  poesie  ,,. 
Le  grazie  messe  in  opera  da  Catullo  per  :n!«*s< -aiv 


l5o  A    T    E. 

alPamore,  le  impiegò  l'Averauiper  disgustarne  in 
una  elegìa  che  porta  il  vanto  sopra  le  altre.  Fu 
scrittore  anche  di  prose  toscane  e  da  buon  acca- 
demico ordì  dieci  massicce  lezioni  sopra  un  solo 
sonetto  del  Petrarca  .  Possedeva  un  emporio  di 
erudizione  ma  non  il  criterio, di  sceglierla  all'uo- 
po, dominato  dalla  smania  di  dir  tutto.  Morì  nel 
J707  ed  ebbe  più  di  un  laudatore  funebre,  e  fu 
appellato  gran  lume  d'Italia  non  che  del  celebre 
studio  di  Pisa.  C-r.  Ep.  vi. 

A  veroni  Valentino  di  Firenze  monaco  valom- 
brosnno  ed  abate  di  s.  Trinila,  tìorì  versola  metà 
del  see.  XVI.  È  conosciuto  come  traduttore  di  due 
opere  di  s.  Tommaso  d'Aquino,  Trattato  del  go- 
verno dei  principi,  Firenze  1677,  e  Trattato  del 
governo  de'giudei  unito  col  precedente^  Della  dot- 
trina cristiana  di  Dionigi  Cartusiano.Barbier.Exa- 
men  crilique,  toni,  u  pag.  67.  avverte,  che  va  letto 
Dionigi  il  certosino,  Firenze  1577.  Del  trattato 
della  città  di  Dio  di  s.  Agostino  :  versione  che 
non  venne  pubblicata,  ma  conservasi  manoscrit- 
ta nel  monastero  di  s. Michele  di  Passignano.Vedi 
Mazzucchelli,  tom.  1,  pag.  2,  ia44-  &•  u-  v. 

Avignonesi  Bartolommeo  di  Montepulciano 
segretario  del  gran  maestro  della  religione  di 
Malia.  Quantunque  assai  malmenato  da  Giacomo 
Bosio,  Istoria  della  religione  di  Malta,  fu  per  at- 
testalo del  Sansovino,  Vita  dei  turchi  ,  uomo  di 
grande  ingegno  ed  in  politica  singolare.  Segreta- 
rio del  gran  maestro  dettava  contemporaneamen- 
te quattro  lettere  in  differente  linguaggio  e  di 
svariate  maniere  ai  cavalieri  di  diverse  nazioni. 


ATT.  l5l 

Era  in  tale  impiego  quando  Solimano  assaltò  e 
vinse  V  isola  di  Rodi ,  dal  che  ne  ridondarono 
grandi  ricchezze  come  trattative  della  capitola- 
zione. P-r.  Ep.  v. 
Avveduti  Gio.  Domenico,  d'antichissima  fa- 
miglia chiancianese  assai  polente  ed  illustre  per 
i  valentuomini  che  ha  prodotti  in  ogni  eia,  fu  dai 
genitori  mandato  in  Pavia  per  attendere  alle  scien- 
ze legali,  nelle  quali  fu  laurealo,  sotto  la  direzione 
delPinsigne  giureconsulto  Baldo  da  Perugia. Dal  co- 
mune di  Chianciano  fu  eletto  ambasciatore  presso 
la  repubblica  di  Siena  ad  oggetto  di  trattare  di  af- 
fari politici,  nella  quale  occasione  venne  decora- 
to della  nobiltà  e  cittadinanza  senese,  essendo 
di  fatto  riseduto  nel  supremo  magistrato  del  con- 
cistoro Tanno  1307.  Venne  quindi  onorato  da 
quella  repubblica  di  varie  ambasciate  e  spedizio- 
ni, e  si  trova  in  alcune  memorie  di  sua  famiglia 
decorato  quindi  col  titolo  di  Comes  stabilis.  [n 
una  spedizione  avuta  presso  l'imperatore  otten- 
ne di  poter  innestare  alla  sua  arme  gentilizia  una 
aquila,  da  un  qual  privilegio  ben  si  rileva  di  quali 
metili  fosse  egli  rivestito.  Cessò  di  vivere  in  Sie- 
na, ed  è  il  primo  che  si  vede  onorevolmente  com- 
parire nella  sloria  di  questa  casata,  la  quale  conta 
tra  i  suoi  fasti  di  aver  prodotte  la  B.  Diana  ,  ila 
del  glorioso  s.  Bernardino  da  Siena,  la  B.  Stoppa 
Avveduti  ambedue  terziarie  francescane,e  di  ve- 
dere il  suo  albero  contraddislinlo  con  Nera  Av- 
veduti, madre  del  medesimo  s.  Bernardino,  e  con 
Orsota  Galelri  prima  negli  Avveduti  $  e  poscia 


i5a  a  z  z. 

madre  del  dottissimo  porporato  Francesco  Casini 
di  Arezzo.  M-g.  Ep.  v. 

A  zzi  Francesco  Maria  (degli)  gentiluomo 
d'  Arezzo  e  cavaliere  di  s.  Stefano  nacque  nel 
maggio  del  i655.  Fu  in  sommo  credito  nella  sua 
patria  ed  insignito  di  tutte  quelle  onorifiche  cari- 
che che  ai  soli  cittadini  distinti  si  accordano.  Egli 
faceva  della  poesia  la  sua  ricreazione,  e  non  solo 
fu  membro  di  una  accademia  in  Arezzo,  ma  uno 
dei  fondatori  della  colonia  arcadica  che  vi  si  sta- 
bilì, e  dov'  egli  prese  il  nome  di  Orenio  Batillia- 
no.  Lasciò  la  seguente  raccolta:  „  Genesi  con  al- 
cuni sonetti  morali  ,  Firenze  1700  ,,.  Non  è  già 
come  potrebbesi  credere  dal  titolo  una  traduzione 
della  Genesi,  ma  un  sunto  di  essa  in  sonetti,  cia- 
scheduno dei  quali  è  preceduto  da  una  esposi- 
zione in  prosa:  ai  /sonetti  tengon  dietro  poesìe 
morali  sopra  diversi  soggetti.  Morì  quest'autore 
nel  settembre  del  1707,  ed  aveva  intrapresa  una 
traduzione  d'Omero  m  ottave,  ma  che  non  ebbe 
tempo  di  terminare.  B.  u.  vi. 

Azzi  ne"*  Forti  Faustina  (degli)  nacque  in 
Arezzo  nel  marzo  del  i65o,  ed  essendo  poetessa 
delle  più  illustri  del  secolo  XVII  venne  ricevuta 
neir  accademia  degli  Arcadi ,  sotto  il  nome  di 
Selvaggia  Eusinomia  ed  in  quella  dei  Forzati 
di  Arezzo  sotto  quello  di  Confusa.  Pubblicò  un 
volume  di  poesie  col  titolo  di  „  Serto  poetico  „ 
stampato  in  Arezzo  nel  1694  e  1697.  Faustina 
che  morì  in  patria  nel  maggio  del  1724  apparte- 
neva a  quasi  tutte  le  accademie  d'Italia.  Le  altre 


A     Z    Z,  103 

sue  produzioni  sono  sparse  in  varie  raccolte  co- 
me quelle  delle  Rullatrici  viventi  pubblicate  in 
Venezia  nel  1716,  e  delle  Rimatrici  d'ogni  secolo 
pubblicate  ivi;  ma  in  questa  ultima  raccolta  non 
vi  è  di  Faustina  cbe  un'ode  e  due  sonetti.  B.  u. 

Ep.  vi. 

A-zzolim  Ugurgeri  Isidoro  senese  dell'  ordi- 
ne dei  predicatori  scrisse,,  Sanctiones  reforma - 
tas  „;  „  Monumenta  patruum  theologorum  se- 
nen-9Ìumne  le  „  Pompe  senesi  „.  Morì  nel  i665. 
C-rc.  vi. 

Azzoxi  Giovanni  figlio  di  Ghinazzone  d1  Ca- 
riente Azzoni ,  fu  dottor  di  legge,  e  volgarizzò 
queir  opuscolo  di  Donato  Acciainoli  intitolato: 
Libellum  in  quo  Caroli  Magni  Florentiae  in- 
stauratoris  gesta  commentantur  ,  cioè  Vita  di 
Carlo  Magno,  scritta  da  Donato  Acciainoli  in  la- 
tino ,  che  si  conserva  manoscritta  nella  libreria 
già  Strozzi;  qual  volume  così  volgarizzò  e  stampò 
più  volte.  C-n.  vi. 


23 


Baccelli  Girolamo  nacque  in  Firenze  nel 
i5i4  da  una  nobile  famiglia.  Allo  studio  della 
letteratura  aggiunse  quello  della  medicina ,  in 
cui  divenne  abilissimo.  Per  il  suo  merito  let- 
terario fu  aggregato  alP  accademia  Fiorentina  , 
della  quale  dopo  aver  dette  molte  lezioni,  come 
era  uso,  fu  crealo  console  nel  i55ri.  Mori  in  patria 


1  54  B    A    C. 

nel  i58i,  e  non  Inscio  che  un3  traduzione  italia- 
na, che  fu  poi  pubblicata  da  Baccio  Baccelli  con 
questo  titolo:  L'Odissea  d'Omero  tradotta  in  vol- 
gare fiorentino,  Firenze  i58a.  La  lettera  dedica- 
toria di  questa  traduzione  ci  avverte  che  il  Bac- 
celli non  potè  dare  l'ultima  mano  a  quel  lavoro, 
né  tampoco  finire  la  traduzione  dell'Iliade  ordi- 
natagli dal  granduca  Francesco  I.  I  primi  versi 
tradotti  dell'Iliade  sono  stati  inseriti  dal  dottor 
Lami  nel  catalogo  dei  manoscritti  della  Biblioteca 
Riccardi,  nella  qual  biblioteca  si  conserva  il  ma- 
noscritto originale  del  settimo  libro  delllliade,  e 
quello  intiero  della  Odissea.  B.  u.  Ep,  v,  vi. 

Bvccetti  Niccolò  nacque  in  Firenze  nel  1567} 
vesti  l'abito  dell'ordine  dei  cistercensi  e  fu  abba- 
te di  molli  conventi  di  quell'ordine,  e  fra  gli  altri 
di  quel  della  Misericordia  di  Settimo  fuori  di  Fi- 
renze, di  cui  egli  scrisse  eruditamente  la  storia. 
Questa  fu  pubblicata  lungo  tempo  dopo  la  morte 
sua  dal  padre  Malachia  d'Imquimbert  di  Carpen- 
tras  religioso  del  medesimo  ordine ,  teologo  del 
granduca  di  Toscana,  e  poscia  arcivescovo  di 
Teodosia.  Questa  storia  ricca  di  curiose  ricerche, 
corredata  di  note  e  di  una  prefazione  dell'autore 
è  intitolala  „  Nicolai  Faccetti fiorentini,  ex  or- 
dine cistercensi  abatis  Septimina  historiae  Uh 
vii,  Romae  1724*  Niccolò  morì  nel  j647  nell'età 
di  circa  80  anni.  B.  u.  vi. 

Bacchetide  e  Tagete  auguri  e  sacerdoti  etru- 
schi. V-r.  11. 

Bacci  Giacomo  Antonio  lucchese  rettore  del 
seminario  di  sua  patria  mancò  ai  vivi  nel  luglio^ 


B    A    C.  1 55 

del  ^SS.Panno  di  sua  vita  mortale  56. Dopo  aver 
falli  i  giovanili  suoi  studi  volle  istruirsi  nel  gius 
pontifìcio.  Ottenne  in  seguito  la  cattedra  di  filo- 
sofia nel  seminario,  I"  ufficio  di  prefetto  della  bi- 
blioteca o  di  esser  eletto  a  scrivere  ciò  che  fosse 
da  leggersi  in  occasione  del  sinodo ,  essendo  ar^ 
civescovo  monsignor  Fabio  Colloredo.  Ciò  fu  ese- 
guilo dal  Bacei  in  guisa  da  essere  commendato. 
Passò  ad  insegnare  teologia;  frattanto  istruiva  i 
suoi  scolari  nei  rudimenti  della  lingua  greca,  e 
dettava  loro  di  quando  In  quando  i  suoi  libri  di 
morale  filosofia,  che  postumi  uscirono  a  luce  con 
titolo  „  Etliicorum  libri  quinque  in  tres  tornos 
distributi.  Lucae  1760,,.  fatica  di  quasi  trenta 
anni.  Fu  il  Bacci  maestro  di  costumi  non  soltanto 
in  parole  ma  in  opere,  delle  quali  sarebbe  lungo 
il  «lire.  Dimorò  tre  anni  in  Roma,  e  sempre  nella 
grazia  di  sommi  e  dotti  uomini.  La  morte  sua  fu 
come  pubblico  infortunio  alla  patria,  che  volle 
eretto  in  marmo  un  suo  monumento  con  ritratto 
ed  apposita  iscrizione.  T-p,  Ep.  vii. 

B4cci  Pietro  Aretino.  Ved.  Aretino  Pietro 
Baccio  da  Montelupo  visse  88  anni  e  mori 
circa  il  i57>3.  Fu  buono  scultore,  e  Ralfaello  che 
gli  fu  tiglio  superò  nelle  sue  opere  il  merito  del 
padre.  INell.i  santa  casa  di  Loreto  Baccio  termino 
le  opere  Lisciale  imperfette  dal  Sansovino.  (  Or- 
landi. Abbecedario  pittorico  ).  È  soprattutto  co- 
nosciuto per  un  numero  infinito  di  crocifissi  in- 
tagliati in  legno  di  gran  misura,  e  che  spediva  in 
tulli  i  pa«À»l  che  li  ri-  hiedevano.  Inseguito  prese 
stanza   in  Lurca  dove  fece  molte  opere  di  scul- 


l56  B    A   e. 

tura  ed  architettura.  Suo  figlio  Raffaello  da  Mon- 
telupo  si  segnalò  egli  pure  nella  scultura  e  sor- 
passò altresì  suo  padre.  Lavorò  in  cera,  in  cre- 
ta, in  marmo  ed  in  bronzo.  Esegui  in  Roma  so- 
pra i  disegni  di  Michelangiolodue  ligure  del  mau- 
soleo di  Giulio  II,  che  si  vedono  nella  chiesa  di 
s.  Pietro  in  Vincoli.  Raffaello  lavorava  colla  mag- 
gior facilità;  allorché  Carlo  V  viaggiava  in  Italia, 
modellò  in  cera  nel  corso  di  cinque  giorni  due 
figure  colossali  di  fiumi  per  decorare  l'estremità 
del  ponte  Santa  Trinila  a  Firenze,  e  per  Io  stesso 
oggetto  aveva  già  ornato  il  ponte  di  s.  Angiolo 
in  Roma  con  14  figure  di  stucco.  Scolpì  la  statua 
dell'Angelo  di  nove  piedi  di  misura  che  sormon- 
tava h  torre  quadrata  nel  centro  del  castel  s.  An- 
giolo. La  statua  di  Baccio  era  di  marmo;  ma  es- 
sendo stata  molte  volte  colpita  dal  fulmine  fu  ai 
tempi  nostri  fusa  di  bronzo.  Baccio  eresse  poscia 
la  tomba  del  papa  Leone  con  la  di  luislaiua  nel- 
la chiesa  di  s.  Maria  della  Minerva.  Finalmente 
dopo  falli  molti  altri  lavori  tanto  di  scultura  che 
di  architettura  si  ritirò  ad  Orvieto,  dove  in  un  fi- 
losofico riposo  terminò  i  suoi  giorni.  B.  u. 

Ep.  v,  vi. 
'  Bachiacca  Antonio ,  ricamatore  «li  grido,  al 
quale  il  Varchi  dà  l'onore  di  paragonarlo  nel  suo 
genere  di  lavoro  alle  opere  del  Bronzino  ,  ed  al 
Buouarruoti,  in  un  suo  sonetto  che  nella  parte 
prima  di  sue  rime.  Altri  dicono  clf  ei  fosse  pittore. 
B-s.  % 

Badii  Antonio  musico  ,  maestro  di  cappella 
di  Firenze  per  saggio  di  sua  maestria  iteli  arte 


B    A    G.  I&7 

del  contrappunto  lasciò  molte  opere  a  cappella, 
cioè  messe,  molti  e  salmi  ai  professori  notissime. 
Ved.  Pier  Francesco  Garzi.  B-s. 

Baginesi  beata  Maria  fiorentina  naia  ne!  i5i4- 
Fin  dall'infanzia  si  etessè  ilDivin  Redentore  per 
suo  sposo.ma  destinala  dal  padre  a  maritarsi  se  ne 
accorò  tanto  che  s'infermò  }ed  ebbe  in  quel  tempo 
nella  sua  stanza  una  cappellina  ove  poteva  assiste- 
re e  partecipare  dei  sacrifizi  divini.  KelPanno  i5jj 
dopo  essere  stala  inferma  nel  Ietto  per  4  5  anni 
rese  l'anima  a  Dio,  avendo  nella  di  lei  infermità 
preso  l'abito  del  te  ricordine  di  s.  Domenico  ,  e 
dopo  un  anno  avendo  fatta  la  professione.  La  sua 
vita  fu  scritta  dal  P.  Alessandro  Capocchi  dell'or- 
dine domenicano.  R-z.  Ep.  v.  vr. 

Bagno  Timoteo  (da)  monaco  camaldolense, 
della  lingua  spagnuola  intendente,  trasportò  dal- 
la medesima  nel  nostro  toscano  idioma  il  Per- 
fetto leggendario  della  vita  e  falli  di  Gesù  Cristo, 
e  di  tutti  i  sanli,  Venezia  1627,  olire  a  diverse 
altre  di  libri  ascetici.  C-n.  vi. 

Baillou  Giovanni  cavaliere  (de)  nato  nel- 
l'agosto del  1758  in  Livorno  da  nobile  famiglia 
ispano-lorenese  trapiantatasi  di  Fiandra  in  To- 
scana ai  servigi  dei  Medici.  Studiò  iti  lettere  ejle; 
belle  arti  ,  e  poscia  viaggiò  nei  Paesi  Bassi  ,  in 
Germania  ed  in  Francia,  e  da  Parigi  recò  il  gusto 
della  declamazione  drammatica,  e  volle  egli  stes- 
so in  compagnia  di  eletti  amici  darne  saggio.  [Via 
studi  più  gravi  e  cure  più  importanti  vennero  pre- 
si 8  ad  occuparlo.  Si  applicò  alle  matematiche, 
all'economia  pubblica,  alla  storia,  alla  geografia 
St.   Tose.   Tom.   12.  1" 


I&8  BAI. 

ed  ai  viaggi-  e  quindi  entralo  nelle  civili  magi- 
strature e  negli  uffizi  del  governo  ,  ebbe  V  inge- 
renza nella  compilazione  di  nuovi  regolamenti 
per  le  comunità  del  granducato,  e  coadiuvò  il 
senalor  Francesco  Gianni  «elle  utili  riforme 
ideate  dal  granduca  Leopoldo.  Dal  successo 
governo  borbonico  ,  nominato  primo  geografo 
della  Toscana,  poscia  uno  dei  cinque  deputati 
alla  introduzione  del  sistema  metrico  francese  . 
Nella  prima  qualità  unì  una  carta  di  tutta  la  To- 
scana e  delle  isole  ad  essa  pertinenti  5  la  quale 
venne  giudicala  la  migliore  di  quante  se  ne  aves- 
se allora,  e  fu  comprata  a  non  tenue  prezzo  dal- 
l'' uffizio  geografico  della  repubblica  italiana.  IVè 
di  minor  pregio  fu  il  lavoro  che  fece  per  adem- 
pire il  secondo  suo  incarieo,va!e  a  dire  le  „  Tavole 
di  ragguaglio  dei  pesi  e  misure  toscane  coi  pesi 
e  misure  deirimpero  francese  ,..  Cessatogli  V'im- 
piego di  geografo,  ogni  pubblica  faccenda,  emes- 
so in  islato  di  pensione  ,  coir  aggiunta  di  una 
commendaci  dedicò  fervorosamente  ad  investiga- 
zioni concernenti  la  moderna  e  antica  metrologìa, 
sopra  di  che  pare  che  abbia  scritta  un^opera  spe- 
ciale. Lesse  nel  1818  nelP  accademia  dei  Geor- 
golili  in  Firenze,  della  quale  era  socio,  una,, Dis- 
sertazione intorno  al  sistema  metrico  agrario 
degli  antichi  romani,, che  trovasi  nel  tomo  1  del- 
la continuazione  degli  atti  della  stessa  accademia. 
Girava  pure  manoscritta  una  sua  „  Statistica  della 
Toscana  „}  ed  aveva  incominciato  a  compilare 
eziandio  un  giornale  intitolato  „  11  saggiatore  „, 
allorquando    mancò  di  vita  nel  giugno  del  1819 


B    A    L.  1 39 

in  età  di  sessanta  anni  e  dieci  mesi.  Oltre  che 
cavaliere  era  barone  del  S.  A.  Imp.  B,  u.  Ep.  vii. 

Bilassi  Mario  pittore  fiorentino. Le  discipline 
pittoriche  da  esso  apprese  dal  Lingozzi,  dal  Ros- 
selli, poi  dal  Passionano,  corroborate  dagli  studi 
clVei  fece  in  Roma  su  i  migliori  asempìari  lo  resero 
eccellente  copiatore  e  più  che  mediocre  inven- 
tore. Dal  ritratto  di  lui  che  ha  questa  real  Galle- 
ria di  Firenze  non  si  potrebbe  conoscere  il  me- 
rito del  Baiassi,  mentre  ha  un  poco  sofferto.  Gli 
intendenti  però  giudicarono  del  suo  buon  co- 
lorilo, e  del  suo  ben  inteso  chiaroscuro  dai  qua- 
dri che  vedonsi  in  molle  gallerie,  ed  in  specie  in 
Firenze  sua  patria  dalPAssunzione  a  s.Gaelano  e  da 
altri  altrove.  Nell'opere  spinse  il  Baiassi  lauti  ol- 
tre la  sua  puntualità,  che  per  soverchio  studio  di 
voler  migliorare  e  correggere, guastò  spesse  volte 
le  sue  pitture.  Mori  nel  1667  uelPanno  (»3  della 
sua  nascita.  R.  g.  d.  Ft  vi. 

Balcani  Niccolò  della  città  di  Lucca,  fii  mini- 
stro della  chiesa  italiana  a  Ginevra  dove  pubblicò 
in  italiano  una  „Yita  del  marchese  Galeazzo  Ca- 
racciolo „  ,  nella  (piale,  come  il  tilolo  annunzia, 
si  vede  un  raro  e  singolare  esempio  di  perseve- 
ranza nella  pietà  e  nella  vera  religione,  Ginevra 
i58i.  Tal'opera  fu  tradotta  in  francese,  in  latino 
ed  in  inglese.  B.  u.  vi. 

Baldi  Pietro  pisano  fu  prima  vescovo  di  Ni- 
cotera,  poi  di  Tropea  nel  regno  delle  due  Sicilie. 
Trasportò  egregiann-nte  dal  greco  in  latino  molte 
opere  ecclesiastiche,  e  segnatamente  i  sermoni  , 
ossiano  le  omelie  ai,  dette  dalle  statue, recitale  al 


iGo  B    A    L. 

popolo  d'Antiochia  da  s.  Giovan-Grisostomo.  Mo- 
rì nell'anno  i479-  **"*•  Ep>  v. 

Baldelli  Francesco  corlonese  fiorì  nel  secolo 
XVI.  È  assai  cognito  per  il  numero  grande  di  tra- 
duzioni che  egli  fece  dal  latino,  come  delle  Opere 
di  Flavio  Giuseppe,  Della  guerra  de'giudei,  e  del- 
l'Antichità giudaiche.  Della  istoria,  ovvero  libre- 
rìa storica  di  Diodoro  Siciliano}  delle  Istorie  di 
Dione  Cassio}  dei  Commentari  di  Giulio  Cesare^ 
de)  Compendio  della  storia  romana  di  Pomponio 
Leto,  con  altre  opere  di  tale  autore.  Dei  libri  di 
Polidoro  Virgilio,  Dell'origine  e  degli  inventori 
delle  leggi,  costumi  ,  scienze  ec.  Dei  fatti  dei  ro- 
mani dalla  guerra  di  Candia  fino  alla  morte  di 
Claudio  imperatore,  scritti  da  Dione  Cassio  Nì- 
ceo.  Di  queste,  come  di  molte  altre  traduzioni 
furono  fatte  varie  edizioni,  poiché  sono  assai  sti- 
mate per  la  loro  esattezza  ed  eleganza.   B-s.       v. 

Baldelli  Niccolò  figlio  di  Niccolò  di  Monte 
di  Scipione  cortonese,  gesuita,  filosofo  e  teologo 
mollo  dotto,  sì  nella  morale  come  nella  scolastica, 
che  per  molti  anni  altrui  insegnando  continua- 
mente lesse.  Di  esso  si  leggono  le  seguenti  opere. 
„  Visputatiotium  ex  morali  theologia^  tomi  duo, 
Lione  1644.  »  Lasciò  alla  sua  morte  il  terzo  to- 
mo manoscritto.  Lasciò  pure  altre  opere  mano- 
scritte. Morì  in  Roma  nel  iG55  d'anni  82.  C-n. 

vi. 

Bildelli  Bartnlommeo  di  Pier  di  Pace  fu 
uno  dei  riformatori  dello  statuto  di  Cortona,  come 
si  legge  nel  proemio  di  detto  statuto}  andò  a  sta- 
re a  Terranuova  in  Valdarno  ,  d"1  onde  poi  a  Fi- 


B    A    L.  I6l 

renze  ,   e  da  questo   vengono  Bartolini  Baldelli, 
perchè  fu  chiamato  Bertolino.  C-n. 

Baldelli.  Ved.  Bartolini  Baldelli. 

Baldelli  Bosi  Gio.  Battista  conte,  nato  in 
Cortona  1'  anno  i?66  fu  cavaliere  di  s.  Stefano 
ed  ebbe  agio  d'attendere  agli  studi  scentifici  e  let- 
terari a  Pisa  ov'  era  carovanista  .    Recatosi  nel 
1786  agli  stipendi  del  re  di  Francia  nel  reggi- 
mento italiano  (V  infanterìa,  in  occasione  della 
rivoluzione,  si  mantenne    costantemente  fedele 
al  re,  sinché  venute  le  cose  borboniche  a  tota- 
le rovina  rimpatriò  ,   e  riguardando  a  sé  chiusa 
per  sempre  la  via  delle  armi  si  rivolse  intiera- 
mente alle  lettere.  Per  imponenti  circostanze  fu 
d'uopo  ch'ei  nuovamente,  ma  per  poco, attendes- 
se alle  armi  in  servizio  della  patria.  Non  ostante 
pacitìcate  le  cose  politiche  potette  nel  1806  dare 
in  luce  relegante  „  Vita  di  Giovanni  Boccaccio,,, 
cui  tenevan  dietro  due  facete  lettere  intorno  alla 
signora  di  Stael  ed  alla  sua  opera  intitolata  Della 
lettera,  turaconsiderata  nei  suoi  legami  colle  isti- 
tuzioni sociali.  Neli  829  vedeva  la  luce  il  „!Hilione 
«li  Marco  Polo  ec.  illustralo:  Saggio  di   antichità 
primitive,,  favorevolmente  accolto  da  quanti  sono 
versali  negli  studi  archeologici.  IWa  prima  di  ab- 
bui-fonare  la   Toscana  avea  già  pubblicato  nel 
i;./f  „  I'  Elogio  di  Niccolò  Machiavelli  „,  e  nel 
1  7«>7  il  volume  che  porta  per  titolo  „  Del  Petrarca 
p  d*lle  sue  opere  libri  quattro  „,  e  questi   lavori 
avevan  fatto  conoscere  il cav.  Baldelli  a  tutta  Pita- 
li? .  rln>   ne  pianse  lo  morte  accaduta  nel  mese 


l62  B    A    L. 

di  febbraio  del  i83i  .  Fu  il  Baldelli  governa- 
tore di  Siena,  insignito  di  più  ordini  equestri, 
ottimo  marito,  padre  amoroso,  e  fedele  ammini- 
stratore delle  sostanze  della  famiglia  .  Le  molle 
opere  eh*  egli  scrisse  gli  dan  luogo  trai  laboriosi 
italiani  scrittori  del  presente  secolo  5  tanto  più 
se  abbiasi  riguardo  alle  tante  pubbliche  e  pri- 
vate cure  eh'  egli  sostenne  ,  le  quali  gli  ne- 
gavano la  facoltà  di  dare  alle  medesime  quella 
maggior  diligenza  che  per  avventura  vi  si  deside- 
ra. C-r.  Ep.  vii. 
Baldi  o  Baldo  medico  dotto  che  per  dare  at- 
testato dei  suoi  talenti  ha  lasciate  scritte  molte 
opere  assai  erudite  che  sono:  „  Prelectìo  de  con- 
tazione pestifera,  Roma  162,1  „.  „  Dìsquisitio 
iatrophisica  ad  testum  lib.  Ippocratis  de  aere, 
aquis  et  locis,  num  in  eo  legi  debeat  biliosissi- 
mum  vel  turbidissimum,  in  qua  de  calculorum 
caussis  ac  de  aquis  Tyberis  boaitate  disseritur, 
et  quaestio  de  maiori  mine  quam  praeterito  sae- 
culo  calculorum  in  urbe  frequentine  lucidatur, 
Roma  1637,,.,,  Ve  loco  affecto  in  Pleuritide  etc. 
¥ar\gìi6/io,Y{.omai(ìfò„.„Medicespropug7iationes 
Opobalsami  orientalis  in  conficienda  Theriaca 
etc.  Roma  1640,,.  „  Relazione  del  miracolo  insigne 
operato  in  Roma  per  intercessione  di  s.  Filippo 
Neri,  Roma  1648  „.  Fu  lettore  primario  nella  sa- 
pienza di  Roma  ,  e  medico  del  sommo  pontefice 
Innocenzo  X  .  „  Historiam  morbi  et  anato- 
micam  observationei?i  circa  corpus  et  cadaver 
card.  Bevilacqua  cum  multis  dubiis  inde  natis. 
Lectiones  academicas  de  venenis,  C-n.  vi. 


B    A.    L.  l63 

Baldi  Giuseppe  medico  fiorentino  che  visse 
verso  la  fine  del  secolo  XVII,  ha  lasciala  un'opera 
manoscritta  su  i  funghi  divisa  in  due  libri  senza 
figure^essa  contiene  curiose  osservazioni  sulla  pro- 
pagazione di  tali  piante.  Adoperò  di  conoscerne  la 
configurazione,  e  di  scoprire  d'onde  poteva  veni- 
re la  qualità  venefica  di  moltissime  specie  di  esse. 
Parla  d1un  fungo  del  peso  di  dodici  libbre  e  mezza 
che  fu  presentato  nel  i683  al  granduca  Cosimo 
III  defedici.  Esaminatosi  quel  fungo  dal  Baldi, 
trovò  che  non  conteneva  sostanza  venefica  nes- 
suna. Questa  è  una  specie  di  vescia,  lycoperdon 
dei  botanici,  che  si  mangia  abitualmente  in  Ita- 
lia. Il  manoscritto  servì  molto  al  Micheli  che  Io 
cita  con  lode;  esso  passò  poi  nella  biblioteca  Nani 
in  Venezia  dove  è  slato  scritto  sotto  il  numero 
54  nel  catalogo  di  detta  biblioteca  dal  Morelli  7 
Venezia  1776.  B.  u.  Ep.  vi. 

Baldi  Lazzaro  di  Bastiano  ,  nacque  in  Pi- 
stoia Tanno  1624*  Fu  dotato  da  natura  di  una 
gran  disposizione  per  la  pittura  e  studiò  in  patria. 
Divulgatasi  poi  la  fama  dei  meriti  di  Pietro  da 
Cortona  dimorante  allora  in  Roma  divenne  di  lui 
scolare,e  dopo  molti  progressi  ebbe  la  protezione 
del  cardinale  Ruspigliosi  poiCIeinenteIX.il  suo 
successore  Alessandro  VII  lo  fece  dipingere  nei 
suoi  palazzi,  e  frattanto  lasciò  il  Baldi  in  Roma 
documenti  sicuri  di  suo  sapere.  Fu  chiamato  a  di- 
pingere in  Perugia,  e  tornato  quindi  a  Roma  pel 
rimanente  di  sua  vita,  si  fermò  là  e  vi  eresse  a 
[ifòprie  spese  nella  chiesa  di  santa  Lucia  la  r.ip- 
pell  1  di  s.  Lazzaro,  e  vi  colori  il  quadro  dell'ai- 


l64  B     A    L. 

tare  con  molla  lode.  Scrisse  inclusive  „  La  vita  del 
santo  pittore  „  divenula  rarissima.  Roma  ebbe  da 
lui  molte  tavole,  e  due  se  ne  additano  in  partico- 
lar  modo  in  Pistoia*,  l'Assunta  in  san  Francesco , 
ed  il  Riposo  d'Egitto  nella  chiesa  dell'Umiltà*,  co- 
sicché la  patria  volle  in  segno  di  stima  noverarlo 
fra  i  suoi  cittadini  nel  1699,  ma  poco  ne  potette 
godere  perchè  mancò  nel  marzo  del  170^  nell'an- 
no 79  dell'età  sua.  T-l.  Ep.  vi. 
Baldi  Valentino  di  Raffaello,  nacque  Tanno 
17^4  ed  ebbe  in  Pistoia  sua  patria  i  principii  della 
pittura  da  Francesco  Beneforti  ,  profittando  dei 
lumi  ed  aiuti  di  Haronto  Tolomei.  Desideroso  di 
far  progrèssi  in  quest'arte  si  portò  in  gioventù  a 
Bologna,  ove  fu  posto  sotto  la  direzione  del  ce- 
lebre Mauro  Tesi,  il  quale  per  1'  amore  che  gli 
pose  lo  scelse  quindi  a  suo  aiuto.  Dopo  la  morte 
del  maestro  si  esercitò  presso  il  conte  Massimi- 
liano Gini  nell'architettura,  prospettiva  ed  ornato. 
Cominciò  quindi  a  dipingere  sì  in  Bologna  che 
nelle  adiacenti  campagne,  camere  e  pareti,  pra- 
ticandovi  specialmente  grotteschi  e  quadrature 
d'ottimo  gusto.  Amando  però  all'eccesso  i  quadri 
di  fiori,  frutti,    vasellami   ed  animali  ,  ne  copiò 
con  tanta  abilità,  e  tanti  ne  condusse  di  sua  in- 
tera invenzione  ,  che  furono  e  saranno  sempre 
la  delizia  dei  conoscitori.  Si  adoprò  ancora  il  no- 
stro Baldi  nel  pulire  e  restaurare  quadri  rovinati, 
nel  che  fare  ritrasse  plauso  e  guadagno.  Morì  in 
Bologna  nel   1816  con  dispiacere  degli  artisti  e 
degli  amici.  T-l.  vii. 
Baldini   Baccio   lettore  in  Pisa  medico   del 


B    A    L.  l65 

granduca  Cosimo  I,  dal  quale  fu  tenuto  in  gran 
pregio,  scrisse  dottamente  in  medicina:  „  In  li- 
brimi Hipocr.  de  aqua  et  aere  et  loc,  commen- 
tarla^ Firenze  i  586  „  „  fract.  de  cucumeribus, 
Firenze  1 586  „.  Fu  oratore  e  scrisse  una  „  Ora- 
zione in  lode  di  Cosimo  I,  Firenze  1674  m  5,Vita 
di  Cosimo  I  „  .  Scrisse  vari  „  Panegirici  „  ,  e  la 
celebre  „  Mascherata  della  progenie  degli  Dei , 
Firenze  1 5^5  „.  „  Discorso  della  fortuna  e  della 
virlù  di  Cosimo  I  „  e  „  Discorso  del  fato  e  delle 
forze  sue  sopra  le  cose  del  mondo  e  particolar- 
mente sopra  Ie-operazioni  degli  uomini,  Firenze 
1 5^8  „  ed  altre  opere  di  tal  fatta.  Ebbe  le  opere 
del  Machiavelli  in  grandissima  avversione,  ond'è 
ohe  fece  tor  via  dai  banchi  della  libreria  Lauren- 
ziana  il  manoscritto  originale,  e  nell'  armario, 
eh'  è  in  testa  di  essa  con  alcune  opere  di  Pietro 
Abano  ed  altri  scritti  di  Francesco  da  Ascoli, sotto 
le  chiavi  con  diligenza  servare,  acciò  non  li  vedes- 
sero, onde  la  sua  poca  perizia  si  scopre,  che  s^af- 
faticò  sopprimer  queste  ,  lasciandone  indietro 
altre  peggiori .  Morì  il  Baldini  circa  ali1  anno 
1590.  C-n.  Ep.  vi. 

Baldini  Baccio  fiorentino  fu  orefice  ed  argen- 
tiere, ed  avendo  osservalo  il  modo  d^inlagliare  a 
bulino  da  Maso  Finiguerra  (dal  qual  Maso  dicesi 
che  avesse  principio  quesfarte  circa  il  14G0  in 
Firenze),  non  solamente,  benché  non  avesse  uno 
foggiato  disegno,  trovò  la  maniera  di  bene  imi- 
tarlo,  ma  fece  ancora  nelle  slampe  comparire 
qualche  cosa  di  migliore,  intagliando  dai  disegni 


l66  B    A    L. 

di  Sarulro  Botticelli  valente  pittore.  Vedi  Fini- 
guerra  Maso,  e  Pollaiolo  Antonio.  G.  G.  Ep.  v. 

Baldisotti  Giuliano  pistoiese  fu  Gesuita  mis- 
sionario, e  portò  la  fede  cristiana  nel  Tunchino, 
chiamato  da  quel  re  nel  1606.  Morì  nel  1626  per 
viaggio.  B-s.  vt. 

Baldinucci  Padre  Antonio  nacque  in  Firenze 
nel  i665,enel  1681  veslì  l'abito  di  Gesuita  e  nel 
1703  applicavasi  alle  missioni  e  Tanno  171 7  fu 
l'ultimo  della  sua  vita.  Ebbero  le  sue  missioni  il 
vantaggio  d'essere  assistite  dalla  previdenza  di- 
vina. Scrive  il  Galluzzi  autore  della  sua  vita,  che 
il  Bablinucci  fu  mirabile  per  la  virtù  d'innocenza 
e  purità  di  costumi,  per  la  profonda  umiltà  e  per 
allre  virlù  cristiane  che  praticava,  tantoché  vi  fu 
chi  scrisse  e  giurò  aver  sempre  visto  ed  inteso 
in  molti  paesi  di  varie  diocesi,  anche  in  luoghi 
ove  il  padre  Antonio  Baldinucci  mai  fu  in  vita 
couosciuto,  la  grande  stima  che  da  ognuno  m  fa 
a  questo  servo  di  Dio.  G-l.  vi. 

Baldinucci  Filippo  fiorentino  accademico 
della  Crusca  scrisse  le  „  Notizie  de^professori  del 
disegno  da  Cimabne  in  poi  „  per  le  quali  si  dimo- 
stra come  e  perchè  le  belle  arti  di  pittura,scultu- 
ra  e  architettura  lasciata  la  rozzezza  delle  manie- 
re greca  e  gotica  si  siano  ridotte  all'antica  loro 
perfezione:  opera  distinta  in  secoli  e  decennali. 
Firenze  1681,  secolo  secondo  dal  i3oo  al  ì/Joo 
1686.  Secolo  III,  e  IV  dal  1400  al  i54o.  Firenze 
1728.  Parte  seconda  del  secolo  IV  che  contiene 
tre  decennali  dal  i55oal  i58o.  Firenze  1688.  \U 


B    A    L.  167 

tra  parte  che  conliene  tre  decennali  dal  i58o  al 
1610.  Opera  postuma.  Firenze  1702.  Secolo  Vdal 
ìiiioal  1670  opera  postuma.  Firenze  172,8.  „  Co- 
minciamento  e  progresso  dell'arie  d'intagliare  in 
rame,  colle  vite  di  molti  de'più  eccellenti  maestri 
della  stessa  professione.  Fir.  1686  „.  „  Vocabola- 
rio toscano  dell'arte  del  disegno,  nel  quale  si  e- 
splicano  i  propri  termini  e  voci  non  solo  della 
pittura,  scultura  ed  architettura, ma  ancora  di  al- 
tre arti  a  quelle  subordinate  e  che  abbiano  per 
fondamento  il  disegno,  con  la  notizia  dei  nomi  e 
qualità  delle  gioie.metalli,  pietre  dure,  marmi,pie- 
tre  tenere,  sassi,  legnami,  colori,  strumenti  ed 
ogni  altra  materia  che  servir  possa  alla  costruzio- 
ne di  edifizi  e  loro  ornalo,  quanto  alla  stessa  pit- 
tura e  scultura.  Firenze  1781,,.  „  Vita  del  cav.  Gio. 
Lorenzo  Bernino  scultore,archiletto  e  pittore.  Fi- 
renze 1682,,.  „Letlera  nella  quale  risponde  a  diver- 
si quesiti  nella  pittura.  Fir.  1690,,.  „  Lezione  det- 
ta all'accademia  della  Crusca  nel  169 1„  „La  veglia, 
dialogo  di  Sincero  Veri.  Firenze  1690,,.,,  Lettera 
nella  quale  si  risponde  ad  alcuni  quesiti  in  mate- 
ria 'li  pittura.  Roma  e  Firenze  1681  e  1687,,.  ?,Le- 
zione  detta  nell'accademia  della  Crusca.  Firenze 
1692  „.  D-s.  Ep.  vi. 

Baldovmetti  Alessio  fiorentinopittor  nobi- 
le, ed  oltre  ogni  credere  diligente  e  minuto.  Con- 
tro il  genio  del  padre  che  volealo  alla  mercatura, 
nella  quale  avea  guadagnato  gran  somme  di  con- 
tanti, s'applicò  al  disegno,  e  divenne  raro  nel  co- 
piare da!  naturale,  nel  far  ritratti,  e  nel  dipinge- 
re a  olio  e  a  fioco  fu  diligente.  Finì  le  sue  uose 


|68  B    A    L. 

col  fiato,  e  sebben  davano  un  poco  nel  secco  e  nel 
crudo,  nulladimeno  le  disponeva  in  si  vaghi  pae- 
selli ch'erano  universalmente  gradili.  Fu  buon 
mosaicista  avendone  imparala  Parie  da  un  tede- 
sco, nel  qual  metodo  lavorò  molte  storielle.  Di- 
pinse in  s.  Maria  Nuova,  in  s.  Trinila  e  altrove 
in  Firenze.  Della  natività  di  Gesù  Cristo  al  por- 
tico della  Nunziata, e  delle  altre  opere  oggi  riman 
piuttosto  il  disegno  che  il  colorito,  dileguatesi  le 
tinte  per  la  debolezza  della  loro  composizione.Àp- 
presa  la  maniera  di  lavorare  a  mosaico  la  insegnò 
a  diversi  artefici  fiorentini,  e  tra  gli  altri  a  Do- 
menico Ghirlandaio.G iunto  Alessio  alla  vecchiez- 
za si  commise  nell'ospedale  di  s.  Paolo  dove  fece 
trasportare  un  gran  cassone,  perchè  i  ministri  di 
detto  ospedale  credendo  che  vi  si  racchiudesse 
gran  somma  di  denaro  gli  facessero  buon  trat- 
tamento. Dentro  il  cassone  però  altro  non  si  tro- 
varono che  defogli.  Il  migliore  di  lui  discepolo 
fu  un  certo  Gra Dione  fiorentino.  Visse  il  Baldo- 
vinelti  finoalTelà  di  80  anni,  e  morì  allo  speda- 
le nel  1448  avendo  egli  lasciata  tenue  somma  di 
danaro  per  essere  stato  libéralissimo.  Nelle  sue 
pitture  non  ebbe  invenzione  felice,  ma  per  esse- 
re stalo  nelle  altre  cose  perfetto,  è  meritevole  di 
esser  numerato  fra  gli  artefici  più  singolari  della 
sua  eia.  Ep.  v. 

Ba.ldovini  Francesco  dottor  di  legge,  e  poe- 
ta e  pievano.  Ha  composto  in  verso  toscano  assai 
dolcemente  alcune  ottave  in  stile  rusticano  no- 
strale, intitolate  „Ceccoda  Varlungo,,:  inoltre  al- 
cune altre  gioiosissime  stampate  in  Firenze  più 


B    A    L.  1G9 

volle.  Scrisse  canzoni  in  stil  grave  e  più  diversi 
sonelli  non  però  stampati.  Scrisse  anche  delle 
„  Laudi  spirituali  „  che  per  le  nostre  compagnie 
di  secolari  si  cantano.  C-n. 

Baldlcci  Giovarmi  fiorentino  detto  Cosci  im- 
parò la  pittura  da  Battista  Nald  ini .  Favorito  dal 
cardinale  dei  Medici,  che  fu  poi  Leone  XI,  lavorò 
iu  Firenze  ed  in  Roma.  In  Napoli  prese  moglie, 
ma  vi  lasciò  la  vita  circa  Tanno  1600.  Quivi  di- 
pinse nella  chiesa  delle  monache  di  s.  Giova- 
nello  la  Beata  Vergine  col  suo  Bambino  e  s.  Gio. 
Battista,  opera  mollo  lodata.  O-r.  Ep.  vi. 

Baldlcci,  o  Balduccio  Giovanni  scultore  pisa- 
no scolar  di  Niccola,  o  del  suo  tiglio  Giovanni,  o 
forse  d  Andrea,  o  soltanto  applicatosi  da  sé  al- 
limitazione  di  costoro,  fu  anche  architetto,  co- 
me quasi  lutti  gli  scultori  delPepoca  slessa.  I  primi 
di  lui  saggi  di  esperlezza  nella  scultura  gli  ab- 
biamo nel  mausoleo  di  Guarnieri  signor  di  Lucca, 
figlio  di  Castruccio  degl'Anlelminelli  morto  nel 
id22,  e  sepolto  in  S.Francesco  pressole  mura  di 
Sarzana.  Presumesi  pure  l'autore  del  gran  mau- 
soleo inalzato  ad  Azzone  Visconti  duca  di  Milano 
morto  nel  i33c),  di  che  non  restati  che  ruderi 
presso  TAnguissola.  Egli  scolpì  anche  il  pulpito 
istoriato  nella  terra  di  s.  Casciano.  Ma  si  elevò  a 
gran  fama  coll'opera  molto  nota  dell'arca  di  s. 
Pier  Martire  nella  chiesa  milanese  di  s.  Eustor- 
gio,  eh"1  egli  immaginò  più  grandiosamente  che 
fn^li  possibile,  e  condusse  con  tutta  la  diligenza 
e  lo  sfarzo  dclParle  che  possedeva,  e  la  terminò 
alla  line  dil!  ;inn«>  1 3  ?»  9 .  Azzone  Visconti  di  Mila- 
St.   Tose.   Tom.   12.  18 


IJÓ  B    A    L. 

no  invitò  il  Balduccio  con  altri  ad  abbellirla  sua 
corte  con  le  opere  loro,  ma  posto  a  gara  con  gli 
emuli  non  si  distinse.  C-c.  Ep  .  v. 

Ballanti  Lucio  senese  medico  e  dottor  lisi- 
co,  astrologo  e  matematico  non  volgare.  Scrisse 
„  De  astrologiae  meritate,  et  in  disyutationes 
Joanni  Pici  Mirar idulam^  adversus  astrologasi 
responsiones,  Firenze  i4y8  „  quale  fece  dopo  la 
morte  del  Pico  e  contiene  24  questioni,  rispon- 
dendo alle  obiezioni  di  esso.  Fu  non  solo  degno 
letterato  ma  prode  e  valoroso  capitano,  e  fu  cosa 
di  gran  maraviglia,  che  fra  le  grandi  turbolenze 
delf animo,  dalle  quali  fu  afflitto,  essendo  più 
volle  per  incessali!  i  persecuzioni  dalla  patria 
bandito,  come  ed  in  qual  modo  ozio  e  quiete  ai 
suoi  studi  trovar  potesse  .  Disputò  d1  astrologia 
con  Gio.  Pico,  e  gli  predisse  che  non  avrebbe 
passato  Tela  di  33  anni,  come  per  l'appunto  segni. 
Previde  ancora  e  proleticò  la  sfortunata  morte 
del  Savonarola.  C-/j.  v. 

Banco  Nanni  d'Antonio  senese  uomo  umile, 
benigno  e  molto  ricco.  Attese  alla  scultura  sotto 
Donatello,  lavorò  ragionevolmente  figure  a  bas- 
sirilievi  .  É  di  sua  mano  il  s.  Filippo  di  marmo 
posto  in  una  nicchia  d'Orsaninichele,  statua  lavo- 
rata con  molta  intelligenza,  benché  assai  perda 
al  paragone  delle  opere  del  di  lui  maestro.  Dopo 
ebbe  incomberla  dall'arte  dei  fabbri ,  dei  legna- 
iuoli e  dei  muratori  di  scolpire  per  lo  stesso  ora- 
torio di  Orsanmichele,  quattro  santi  da  porsi  nel- 
la nicchia  accanto  ad  allra  di  Donatello.  >Ia  non 
avendo  egli  prese  giustamente  le  sue  misure  ne 


B    A.    N.  171 

avvenne  che  i  quattro  santi  non  poterono  essere 
adattati  nella  nicchia  a  loro  destinata,  sicché  rac- 
comandatosi al  suo  maestro  egli  ve  le  adattò, 
togliendone  alcune  superfluità,  di  che  non  fu  ca- 
pace Nanni.  Morì  giovane  alPelà  di  47  anni  nel 
i43o.  &  tfU  i.  Ep.   v. 

Bandettim  Teresa  nota  sotto  l'arcadico  no- 
me di  A  ni  arilli  etnisca*  nacque  in  Lucca  nel- 
l'agosto «lei  i;()3,  fornita  di  tutte  quelle  natu- 
rali disposizioni  che  sono  ad  un  poeta  qualunque 
necessarie,  ed  in  ispecial  modo  a  chi  voglia  im- 
provisar  versi.  Di  soli  sette  anni  priva  d'  istru- 
zione improvvisò  ottave.  Aveva  appena  compiti 
tre  lustri  quando  la  madre  mossa  dalla  povera 
sua  condizione  pensò  rivalersi  col  porre  Teresa 
tra  le  danzatrici  del  teatro.  Ma  non  era  quella  la 
via  che  dovevala  condurre  all'immortalila,  tan- 
toché la  fanciulla  si  tenne  forte  a  coltivare  !a 
poesia.  La  hellezza  dei  versi  di  un  improvvisatore 
veronese  da  lei  ascoltato  Tercilò  ad  improvvisar- 
gli In  pubblico  un  elogio.  Ognuno  ammira  la  sua 
facilità  nel  poetare  e  la  incoraggisce  a  quell'eser- 
cizio, e  di  li  a  poco  tempo  la  vedi ,  percorrendo 
le  prime  città  d'Italia,  nelle  più  colte  società  ri- 
cever lodi  da  tulli  i  dotti.  Appartengono  ai  suoi 
versi  pensali  un  volume  di  „  Rime  diverse,  Lucca 
1788  „.  „  La  Morte  d'Adone  in  ottava  rima,,.  „  Il 
Polidoro  „  tragedia  che  nel  179Ì  indirizzò  alla 
celebre  Angelica  Kauflmaii ,  lavoro  da  fare  stu- 
pire, giacché  nell'epica  e  nella  tragica  poesia  non 
erano  tino  allora  riescile  le  donne.  „ La  Rosnnin- 
da  „  e  le  „  Visioni  in  morte  di  Vincenzo  Monti 


IJ2,  B    A.    IT. 

e  della  principessa  Rospigliosi  ,  „  e  fante  altre 
composizioni  in  particolari  occasioni  date  alla 
luce.  Il  suo  poema  la  „  Teseide  „  è  senza  dubbio 
una  bella  poesia.  Conobbe  la  lingua  greca  al  se- 
gno che  ci  lasciò  la  traduzione  dei  Paralipomeni 
cTOniero  scritti  in  greco  da  Quinto  Calabro.  Nel- 
le sue  poesie  estemporanee  parlò  d"1  ogni  cosa  e 
bene,  ed  alTimprovviso,  talché  può  dirsi  franca- 
mente che  oscurò  la  gloria  della  Corilla  Olimpica 
e  del  cav.  Perfetti,  ed  eguagliò  la  capacità  del 
Gianni  e  dello  Sgricci.  Uno  dei  suoi  più  ferventi 
improvvisi  che  recitò  in  Bologna  in  casa  del  prin- 
cipe Lambertini  fu  la»  Morte  di  Maria  Antonietta 
di  Francia,  „  nel  quale  giunta  agli  ultimi  momen- 
ti ili  quella  vittima  ingiusta,  con  sì  vivi  colori  la 
dipinse,  che  seppe  cavare  il  pianto  dagli  spetta- 
tori. Ma  che  il  di  lei  poetare  estemporaneo  fosse 
veramente  improvviso,  lo  mostra  particolarmente 
nella  adunanza  di  Arcadia,  ove  per  ben  otto  volte 
le  fu  proposto  Targomento  medesimo,  ed  ella 
sempre  il  trattò  con  nuovi  modi  ed  in  nuovo  a- 
spetto.  A  ragione  dunque  l'accademia  degli  Oscuri 
di  Lucca  nelle  sue  sale  eresse  il  ritratto  in  mar- 
mo di  Amarilli.  Ebbe  corone  dagli  Arcadi  fino  dal 
1794,  Tebbe  da  Perugia  per  mano  del  conte  Re- 
ginaldo  Ansidei  e  da  Mantova  per  mezzo  del  Bet- 
tinelli. La  Bandettini  fu  ottima  moglie  del  suo 
concittadino  Pietro  Lanctucci  che  tolse  a  marito 
nel  1789,6  tinalmente  lasciò  settuagenaria  il  mon- 
do per  unirsi  con  Dio  in  cielo.  T-p.  Ep.  vii. 
Bandinelli  Guido  senese  parente  di  papa 
Alessandro  III  condusse  felicemente  novecento 


fi    A    $.  !?3 

senesi  crocesegnati  con  le  pubbliche  bandiere  in 
Sorìa  Tanno  iaia,  sotto  il  pontificato  di  Onorio 
III  ,  ove  andarono  infiniti  principi ,  cavalieri  e 
capitani  con  incredibil  numero  di  gente  militare, 
ed  i  senesi  ritrovaronsi  I1  anno  1219  ai  5  di  no- 
vembre alla  presa  della  città  di  Damiata  in  Egitto, 
la  quale  era  stata  assediala  quindici  mesi.  Fu 
questa  la* terza  volta  che  i  senesi  mandarono 
delle  lor  genti  per  decreto  pubblico  in  servizio 
della  repubblica  cristiana  nel  primo ,  secondo  e 
ferzo  gran  passaggio  che  si  fece  contro  agli  in- 
fedeli ,  ed  in  questo  i  senesi  non  meno  che  ne- 
gli altri  due  per  la  parte  loro  si  segnalarono.  Si 
mossero  i  senesi  a  mandar  queste  genti  ,  perchè 
pnpa  Onorio  gli  mandò  suo  legato  Ugolino  car- 
dinale Ostiense  che  presentò  in  senato  un  breve, 
nel  quale  pietosamente  il  pontefice  esortava  la 
repubblica  a  mandar  delle  sue  armi  in  aiuto  dei 
cristiani.  E  fu  tale  V  opera  loro  ne!T  acquisto 
di  Gerusalemme,  Acri  e  Damiata,  che  Guido  fu 
fatto  cavaliere,  e  ricevette  in  segno  del  suo  va- 
lore quella  palla  che  mostra  un  cavaliere  ar- 
mato corrente  con  la  lancia,  la  quale  hanno  sem- 
pre di  poi  i  nostri  Bandinelli  portata  nelP  arme 
della  loro  consorteria,  la  quale  sino  a  quel  di  era 
stata  lo  scudo  d^ro  senz'altra  aggiunta. U-<j.Ep.\. 
Bom^ELLt  Baccio  fiorentino  nato  nel  1487 
imparò  il  disegno  da  suo  padre  orefice,  e  la  scul- 
tura da  Francesco  Rustici  .  Molto  Io  consigliò 
Leonardo  da  Vinci.  Dal  Rosso  apprese  a  maneg- 
giare i  colori,  ma  poco  dipinse,  ed  aspirò  a)  van- 
to di  sommo  disegnatore,  fattosi  tale  collo  studio 

18* 


1 7-t  B    A    N. 

profondo  del  famoso  cartone  di  IVIichelangiolo. 
Quando  questo  celebre  esemplare  si  trovò  lace- 
rato in  pezzi,  corse  pubblica  voce  ch'egli  avesse 
commesso  tale  allentato,  forse  perchè  ab  ri  non 
potesse  cavar  profitto  nel  copiarlo.  Ebbe  il  Ban- 
dinelli  anche  la  debolezza  di  lodare  alla  nausea 
se  stesso  e  deprimere  il  merito  altrui.  Esegui  in 
Firenze  il  gruppo  marmoreo  d'Ercole  e  Caeco, 
ch'ei  pretendeva  di  anteporre  al  David  di  iMiche- 
langiolo,  cui  fu  posto  allato,  all'ingresso  di  pa- 
lazzo vecchio.  Copiò  il  Laocoonte  vantandosi  d'a- 
ver superalo  in  perfezione  il  greco  originale  . 
Ebbe  l'ambizione  di  ottenere  decorazioni  caval- 
leresche dai  principi  con  far  loro  donativi  d'opere 
«Tarte.  Cosimo  I  lo  impiegò  anche  in  opere  d'archi- 
letlura,  ed  è  suo  il  disegno  del  coro  del  duomo  di 
Firenze.dove  si  lodano  i  bassirilievi  che  lo  contor- 
nano. Il  bassorilievo  della  così  detta  base  di  s. 
Lorenzo  vale  a  collocare  il  Bandinelli  nel  rango 
dei  più  distinti  artisti}  ma  i  suoi  lavori  sono  ge- 
neralmente crudi  e  mancanti  di  grazia ,  benché 
commendabili  sempre  per  la  intelligenza  profon- 
da del  diseguo.  Al  proprio  sepolcro  pose  un  gruppo 
di  Gesù  morto  sostenuto  da  Nicodemo  che  avea 
lascialo  imperfetto  Clemente  di  lui  figlio  natu- 
rale, e  ch^ei  terminò,  e  dopo  non  mollo  morì  nel 
j559  e  settantesimo  secondo  deli*1  età  sua.  R.  g. 
d.  F.  Ep.  v,  vi. 

B.4NDiNELLi  Saccio  da  papa  Clemente  fatto 
cavaliere  di  san  Iacopo  ,  da  sé  si  cercò  il  casato 
ili  Bandinelli  ,  e  perchè  non  avea  né  casato  uè 
arme,  si  prese  quel  segno  ch'ei  si  portava  di  ca- 


B    A    N.  175 

valiere  per  arme.  Il  Bandi  ai  nel  riposo  dice  che 
fu  fatto  cavaliere  da  Carlo  V.  Ma  sia  come  si  vo- 
glia, il  Baccio  di  cui  favelliamo  none  lo  scultore, 
poiché  questi  nel  ifij.5,  o  nel  1620  viveva.,  come 
attestano  le  sue  opere  che  furono  le  lodi  di  Co- 
simo II,  orazione  intitolata  „  Il  principe  esem- 
plare ,  Firenze  16*21  „.  „  Idee  della  cristiana  sa- 
pienza, Firenze  ifiio  „.  C-n.  Ep.  vi. 

Bandinelli  Orlando,  o  secondo  altri  Baiiracci 
Orlando.  Vedi  Alessandro  111. 

Bandini  Domenico  aretino  scrisse  „  De  viris 
claris  „.  Quesfopera  si  trova  nella  Vaticana  tra  i 
libri  della  biblioteca  Urbinate  segnalo  3oo.  Altro 
esemplare  era  nella  Strozziana  segnato  1269.  Ora 
nella  Magliabechiana  se  ne  trova  un  compendio 
pure  latino  scritto  dallo  Strozzi,  cod. 127,  conque- 
sto titolo  ,,  Elogi  di  uomini  illustri  di  Toscana  e 
specialmente  di  Firenze:,,  „  Catalogo  di  quei  che 
hanno  signoreggialo  la  città  di  Pisa}  „  „  Catalogo 
dei  potestà  e  capitani  della  città  di  Fisa;  „  „  Ca- 
talogo dei  condoli  della  città  di  Firenze  secondo 
Simone  della  Tosa  che  scrive  circa  Tanno  i34°5  » 
„  Mummie  raccolte  da  D.  Yaleriano  Salviani  mo- 
naco di  Valombrosa;  „  „  Altro  catalogo  dei  con- 
soli di  Firenze  dal  1  166  al  121/f;,,  «Catalogo  dei 
vescovi  di  Fiesole;  „  „  Catalogo  dei  vescovi  di 
Firenze*,  ,■  „  Catalogo  dei  podestà  di  Firenze;  „ 
„  Catalogo  dei  marchesi  di  Toscana:  „  „  Decreti 
di  Gualtieri  duca  ifAleue  signor  di  Firenze  .,,  In 
qu  ih  uno  di  questi  manosciilti  si  dice  Bandiuo 
tiglio  di  M.  Bandiuo,  cittadino  aretiuo.  B-s.       v. 


Ìj6  B    A    N. 

Bindini  Alberto  daSarteano,  min.  conv.  di  s, 
Francesco}  fu  molto  erudito  e  delle  greche  let- 
tere intendentissimo,  che  da  greco  maestro  ap- 
parate aveva }  fu  caro  molto  ad  Eugenio  IV  dal 
quale  fu  al  prete  Janni,  o  principe  degli  abissini, 
mandato,  ove  con  le  prediche  e  con  gli  esempi 
convertì  molti  alla  santa  fede.  Mostrano  le  di  lui 
opere  la  sua  erudizione,  che  furono  le  seguenti: 
„  Epistolarum  liber^  „  il  quale  si  conserva  in 
Capestrano,  in  cui  mescolò  con  le  leti  ere  mol- 
te greche  voci  ;  scrisse  ancora  „  Tractatio  de 
Corpore  Christi  /  „  „  De  poenitentia ,  i433,  ?j 
„  Tractatum  contro,  obloquentes  in  martires 
divisti;  „  vDe  conditione  amicitiae,  et  de  ma- 
litia  invìdentiae$  „  „  Epistolas  ad  Eugeniunt 
s.  ponti  fìcem  ,  et  ad  varios  antistìtes  „  .  Ne 
scrisse  anche  altre  che  qui  si  tacciono  ,  Morì  in 
Milano  nelP  anno  di  nostra  salute    i45o.   C-n. 

Ep.  v. 

Bandini  Mario  nobile  senese  negli  ultimi  spi- 
riti della  libertà  della  sua  patria,  cioè  nell'anno 
i554,  fu  dalla  repubblica  dichiarato  uno  degli  otto 
della  guerra,  nella  qual  carica  si  portò  con  molta 
prudenza,  ma  avendo  finalmente  la  sua  patria  ce- 
duto alle  armi  imperiali  egli  uscì  da  Siena  con 
molla  nobiltà}  ed  andato  a  Monlalcino  vi  formò 
la  repubblica,  che  vi  durò  fino  alla  pace  seguita 
tra  le  due  corone.  Passò  all'altra  vita  l'anno  1 558 
carico  di  merito  verso  la  patria  e  di  gloria  mili- 
tare, poiché  avanli  le  ultime  rivoluzioni  aveva 
bravamente  trattalo  le  armi,  capitano  d'infanterìa 


B    A    S  177 

e  di  cavallerìa  al  servizio  di  Paolo  III,  di  Carlo 
V,  della  repubblica  di  Venezia,  e  del  duca  di  Ba- 
viera. U-g.  Ep.  v,  vi. 
B.ìndim  Ottavio  nacque  nell'ottobre  deli558:fu 
ne^suoi  tempi  celebre  astronomo,  astrologo,  mat- 
teraatico,ed  esperto  nella  legge  canonica  e  civile, 
e  recitò  un'orazione  nella  chiesa  de'tiorentini  in 
Roma  in  occasione  del  funerale  pel  granduca  Co- 
simo: si  mostrò  sempre  ornatissimo  di  virtù  mo- 
rali, per^cui  da  giovanetto  si  meritò  i  primi  onori 
dello  slato  ecclesiastico  e  dell'ordine  gerosolimi- 
tano. Le  sue  opere  sono  ,,  Rime,  Venezia  1609  ,,. 
La  sua  orazione  fu  tradotta  da  Francesco  Fal- 
concini  volterrano.  B-s.  vi. 
Bandini  Sallustio  nacque  a  Siena  d'una  fa- 
miglia nobile  nelPaprile  del  1677.  I  suoi  l'aveva- 
no destinato  al  mestiere  delle  armi,ma  prevalendo 
jn  lui  Tamore  dello  studio,  egli  preferì  a  quell'ar- 
ringo  le  meditazioni  severe  della  giurisprudenza 
civile  ed  ecclesiastica.Verso  il  1740  compose  „Sul- 
la  maremma  di  Siena  ,  dissertazione  „  scritta 
con  profondi  avvedimenti  e  molta  lucidezza.  Que- 
sf opera  d'un  buon  cittadino  fu  una  sorgente 
feconda  di  verità  utili  che  indussero  l'imperatore 
Francesco  I,e  Leopoldo  suo  figlio  a  cercare  i  mez- 
zi di  render  salubre  il  territorio  infestato  dalla 
mal'aria.  Le  dottrine  di  Bandello  son  nuove  e  di- 
mostrano che  prima  dei  coraggiosi  sforzi  di  Que~ 
snay,  il  quale  pose  nel  1755  i  primi  elementi  del- 
le scienze  economiche  in  Francia,  uno  straniero 
(  un  italiano  )  avea  trattale  le  stesse  materie  con 
buon  successoria  i  francesi  non  possono  venire 


I?8  B    A    Ì. 

accusati  di  plagio,  poiché  la  dissertazione  bel  Bau- 
dini  deposta  negli  archivi  del  governo,  non  fu 
stampata  se  non  nel  177.5.  Era  la  prima  volta 
quella  che  granili  e  nobili  scoperte  si  ottenevano 
ad  un  tempo  in  paesi  diversi.  Bandini  morì  nel 
1760.  B.  u.  Ept  vi. 

Bandini  Giovanni  fldiilP  Opera  cosi  detto  per 
aver  lavorato  gran  tempo  nell'opera  di  santa  Ma- 
ria del  Fiore  in  Firenze,  imparò  la  scultura  da 
Baccio  Bandinelli .  Di  sua  mano  è  la  bellissima 
statua  rappresentante  rarchitetlura  sopra  al  sepol- 
cro del  Buonarroti:  altre  statue  sacre  e  profane  si 
vedono  per  le  chiese  e  per  le  strade.  Fu  valente 
nello  scolpire  ritratti:  nacque  Tanno  i5/{o.Z?-y.  vi. 

Bandini  Angelo  Marianaìo  nel  secolo XVIII 
rivolse  i  suoi  primi  studi  alla  storia  letteraria,  e 
segnatamente  agli  antichi  monumenti,  molti  dei 
quali  dottamente  illustrò  e  descrisse.  C-r.       vii. 

Bandinucci  Lorenzo  scrisse  una  sloria  di  Cor- 
tona contenente  le  memorie  e  tradizioni  antiche 
della  medesima  città,  ed  in  specie  il  origine  di 
Giuspatronali  de*  luoghi  pii  di  essa  città.  C-n. 

Barba  Pompeo  (della)  nato  a  Pescia  in  Tosca- 
na.fioriva  come  medico  e  filosofo  circa  la  metà  del 
sec.XVI.  Era  membro  dell'accademia  di  Firenze, 
e  vi  lesse  nel  i54#  una  „  Esposizione  o  spiegazione 
d'un  sonetto  platonico,,.  Questa  esposizione  divisa 
in  cinque  capitoli  fu  impressa  a  Firenze  nel  i54<). 
L'autore  non  vi  è  indicato  che  sotto  il  nome  di 
Pompeo  da  Pescia.  Il  soggetto  del  sonetto  è  il 
primo  effetto  dell'amore,  che  secondo  il  lesto  è 
di  separar  l'anima  dal  corpo  dell'amante,  ed  i  cin- 


BAH.  1  79 

que  capitoli  della  esposizione  trattano  della  im- 
mortalità dell'anima  secondo  Aristotele  e  Platone. 
Salvini  ci  fa  sapere,  Fasti  consolari  p.74,  che  Pom- 
peo della  Barba  fu  il  primo  a  stabilire  quest'uso 
accademico.  Avea  comincialo  a  tradurre  in  italia- 
no la  storia  naturale  di  Plinio,  allorquando  Pio 
IV  il  chiamò  a  Roma  in  qualità  di  suo  medico,  ciò 
che  lo  distolse  dal  continuare  il  meditato  lavoro. 
iMorì  nel  1682,.  Lasciò  oltre  l'Esposizione  alcuni 
„  Discorsi  filosofici  sopra  il  platonico  e  divino  so- 
gno di  Scipione  di  M.Tullio,  Venezia  i553^,„Il dia- 
logo delle  armi  e  delle  lettere,  Yen.  i558',„  „  De 
decretls  naturaci en.  1 558}  „  „  De  baine is  Montis 
Catini  „  Questa  operetta  non  fu  data  alle  stam- 
pe che  nell'ultimo  secolo  dal  dottor  Targioni,che 
l'inserì  nel  terzo  volume  del  suo  viaggio  per  la 
Toscana  L.  u.  Ep.  v,  vi. 

BàniìA  Simone  (della)  (ratei  cadetto  del  prece- 
dente e  nato  confesso  a  Pescia,fu  anche  egli  ac- 
cademico fiorentino.  Ad  esempio  di  suo  fratello 
lesse  in  quell'accademia  l'esposizione  del  sonetto 
del  Petrarca  che  comincia  conquesto  verso 

In  nobil  sangue  vita  umile  e  qneta. 
Vi  spiega  quale  era  la  vera  nobiltà  di  Laura  , 
facilmente  prova  come  quella  ella  fosse  del- 
l' anima  .  Questa  esposizione  fu  stampata  a  Pe- 
scia  iiell*  anno  i55/J  :  pubblicò  tV  accordo  con 
suo  fratello  un'opera  di  maggior  rilievo  intitola- 
la. La  topica  di  Cicerone  tradotta  col  commento, 


nel  quale  si  mostrano  gli  esempi  di  tutti  i  luoghi 
cavali  «la  Dante,  dal  Petrarca  e  dal  Boccaccio,  e 
le  differenze   locali  di  Boezio,  cavale  da  Temi- 


l8o  BAR. 

stio  e  Cicerone,  ridotte  in  arte,  Iradolte  e  pub- 
blicate Venezia  i556.  La  traduzione  della  Topica 
è  di  Simone;  il  commentario  nel  quale  tutti  gli 
esempi  della  Topica  son  cavati  da  Dante,  Petrar- 
ca e  Boccaccio,  è  di  Pompeo,  come  pure  la  tra- 
duzione di  Boezio.  B.  u.  Ep.  v,  vi. 
Barbadori  Donato  d'illustre  famiglia  di  Firen- 
ze fu  inalzato  in  quella  repubblica  a  cariche  del- 
la maggiore  importanza.  La  signorìa  lo  spedì  am- 
basciatore alla  corte  d'Avignone,  onde  giustificare 
la  condotta  de'suoi  concittadini,  e  la  guerra  che 
essi  facevano  alla  chiesa.  Orò  con  tanta  eloquen- 
za, che  trasse  la  slima  da  tutti  i  cardinali.  Firenze 
fu  nulla  meno  condannata  dal  concistoro. Tre  anni 
dopo  la  più  vile  plebaglia  s'impadronì  del  governo 
di  Firenze  e  perseguitò  tutto  il  partito  di  Pietro 
degli  Albizi  nel  quale  era  involto  il  Barbadori.  Fu 
egli  accusato  di  congiura  contro  il  popolo  per 
togliere  ad  esso  un  potere  di  cui  indegnamente 
abusava, e  gli  fu  tagliala  la  testa  nell'anno  1379. 
B.  u.  v. 
Bahbaktixi  Niccolo,  lucchese  nato  nell'otto- 
bre del  1762  sorli  da  natura  un  temperamento 
alto  a  qualunqe  buona  disciplina, e  riuscì  sempre 
il  primo  di  tutti  tra  i  giovani  suoi  coetanei.  Com- 
piuti gli  studi  elementari  delle  umane  lettere  si 
recò  a  Firenze  per  imparare  la  chirurgia  sotto  il 
celebre  Cannoni,  e  ridotto  in  istato  di  esercitare 
1"  arte  tornò  a  Lucca,  ove  l'esito  felice  delle  sue 
operazioni  lo  trasse  in  grande  rinomanza.  Nel  1792 
fu  eletto  sostituto  chirurgo  dello  spedale  civile 
di  Lucca.  Nel  i799ebbevi  l'incarico  di  primo  chi- 


BAR.  I  8  I 

rurgo.e  dello  spedai  mililare.  Rei  secolo XIX  ebbe 
allri  incarichi,  de'quali  non  si  parla,  perchè  appar- 
tenenti alla  storia  posteriore  ai  i&oo.T-p.Ep.  vii. 

Barberini  Carlo  cardinale,  fratello  di  Urbano 
Vili,  fu  generale  delle  armi  pontificie  e  governa- 
tore di  Bologna  .  Attese  egli  con  tanta  vigilan- 
za al  disegno  dei  suoi  onori,  e  tanto  amore  si  a- 
cquistò  presso  il  pubblico,  che  in  contrassegno  di 
dolore  ed  in  memoria  delle  sue  virtù  gli  fu  de- 
cretata una  statua  nel  i6aoda  collocarsi  in  Cam- 
pidoglio subito  dopo  la  sua  morte.  B-s.  vi. 

Barberini  Antonio  tìglio  di  Carlo  e  nipote  di 
papa  Urbano,  e  cardinale  cav.  di  .Malta,  fratello  del 
cardinale  Francesco  vescovo  di  Preneste  e  di 
Rems,  camarlingo  di  santa  chiesa  grande,  limosi- 
niere  del  re  cristianissimo.  Compose  in  latino  ve- 
lie poesie.  Scrisse  gli  „  elogi  alle  canonizzazioni 
de'sanli  Andrea  Corsini  e  Tommaso  da  Villanuo- 
va„.  Fu  cardinale  nel  162,8.  Pare  che  avesse  molta 
influenza  negli  affari  politici,  mentre  TAchillini  gli 
dedica  un  sonetto  col  seguente  titolo,  s'invita  il 
cardinale  Antonio  Barberini  a  stabilirla  pace  sot- 
to Mantova  B-s.  vi. 

BuiuERiNi  Maffto,  fiorentino,  fu  cardinale  di 
n.  Onofrio,  e  sali  sul  trono  pontificio  dopo  Gre- 
gorio XV  li  6  agosto  dell'anno  i6a3  in  età  di 
cinquanta  cinque  anni  col  nome  di  Urbano  Vili . 
Viene  lodato  per  la  sua  pietà  ,  modestia  e  dol- 
cezza: amava  le  lettere,  e  protesse  i  letterali;  ma 
sotto  di  lui  il  nipotismo  fu  in  troppo  gran  cre- 
dito. Dopo  la  morte  del  duca  Francesco  Maria 
«Iella  Rovere  questo  papa  riunì  alla  santa  sede 
Si.    Tose.  Tum.  12.  19 


i8a  BAR. 

il  ducato  d'Urbino,  ed  eresse  Castel  Durante  in 
titolo  di  città,  che  poscia  dal  di  lui  nome  si  è 
appellata  Urbania.  Diede  pure  un  nuovo  lustro 
alla  porpora,  decorando  i  cardinali  col  titolo  di 
eminenza  e  di  eminentis  s'uni.  Canonizzò  i  santi 
Gaetano  Tieni,  Andrea  Corsini  ed  Elisabetta  re- 
gina di  Portogallo.  Era  reputalo  un  eloquente 
oratore,  ed  assai  buon  poeta,  e  sapeva  così  bene 
la  lingua  greca  ,  che  fu  soprannominato  YApe 
ateniese.  Condannò  il  libro  di  Cornelio  Gianse- 
nio  intitolato:  Augustinus,  comecché  rinnovante 
gli  errori  di  Baio.  Per  suo  ordine  fu  corretto  il 
Pontificale  romano,  il  Breviario,  il  Rituale  ed  il 
Martirologio  romano.  Dopo  aver  finalmente  ter- 
minate con  un  accomodamento  le  lunghe  con- 
tese, e  le  diverse  piccole  guerre  che  ebbe  col 
duca  di  Parma  ed  i  di  lui  alleati,  questo  ponte- 
fice morì  li  29  luglio  iG44t>  dopo  aver  retto  la 
santa  chiesa  per  22  anni.  Fu  poeta  ed  oratore  in- 
signe, e  corresse  gl'Inni  della  chiesa.  I  più  consi- 
derevoli tra  i  suoi  componimenti  sono  „  Parafrasi 
sopra  alcuni  cantici  del  vecchio  e  nuovo  testa- 
mento^,, „  Inni  e  odi  diverse  sulle  feste  di  nostro 
Signore,  della  SS.  Vergine,  e  di  alcuni  santi:  „ 
„  Poesie  italiane  Roma  1640  „.  Son  pubbliche 
altresì  molte  sue  „  Lettere,  costituzioni  e  lettere 
apostoliche,,,  tutte  raccolte  nel  torn.iv  del  Bollano, 
non  che  altre  opere  tanto  edite  quanto  mano- 
scritte. D-s.  M-c.  Ep.  vi. 
Barberini  cardinal  Francesco  ,  nipote  del 
papa  Urbano  Vili  era  nato  in  Firenze  il  dì  i3 
settembre  1597.  Fu  spedito  dal  suo  zio  come  le^ 


BAR.  1 83 

gato  in  Francia  ed  in  Ispagna,  e  creato  in  seguito 
vice-cancelliere  della  Chiesa,  bibliotecario  della 
Vaticana,  vescovo  di  Sabina,  poi  Porto,  e  final- 
mente d'Ostia,  decano  del  sacro  collegio.  Morì 
nel  dicembre  del  1679.  Era  versalo  nelle  lingue 
antiche  ed  orientali.  Fu  direttore  di  un'accademia 
letteraria  istituita  da  Urbano  Vili,  e  raccolse  nel 
suo  palazzo  una  ricca  biblioteca,  di  cui  il  catalogo 
fu  stampato  a  Roma  nel  1681, ed  è  divenuto  raro. 
Fu  grandissimo  limosiniero,  e  beneficò  sempre  i 
suoi  servitori  e  aderenti,  liberalissimamente  ri- 
conoscendoli e  specialmente  se  erano  letterati  . 
Compose  „  Carmina  plura  „  alcuni  dei  quali  si 
leggono  stampati  nella  casa  Barberina,  nell'opera 
di  Girolamo  Tel  io  .  Tradusse  Antonino  de  vita 
sua,  stampato  in  Roma.  Ha  dato  in  luce  varie 
opere  delTOIstenio  con  sue  dedicatorie.  Fu  vero 
mecenate  delle  lettere  non  essendo  mai  alcuno 
che  più  che  a  lui  sieno  state  dedicate  opt-re  e  li- 
bri stampali  .  Compose  ancora  „  Elogia  beati 
Thomae  a  Villanova;  „  „  Elogia  beati  Fran- 
cisci  de  Sales,  Roma;  „  come  anche  „  Antiqui- 
tates  ecclesiae  orientalis  etc.  Londra  „.  „  Sy- 
nodus  Veliternensis  ,  „  della  qual  chiesa  era 
vescovo.  Srisse  anche  varie  „  Lettere  al  cardinal 
Lorenzo  Magalotti  vescovo  di  Ferrara,  ed  a  Ce- 
sare Baldovini  vicario  dell'arcivescovo  di  Raven- 
na,,, stampale  in  Roma  1669,  nella  seconda  parte 
delle  Lettere  memorabili  dell'abate  Giustiniani. 
Fsiste  una  sua  traduzione  italiana  dell1  opera 
delP  imperatore  Marc'Aurelio  dal  greco,  in  cui 
non  pose  il  suo  nome  ,  e  che  è  stata  stampata 


J  84  BAR. 

sotto  il  seguente  titolo  :  I  dodici  libri  di  Marco 
Aurelio  Antonino  imperatore  di  sé  stesso,  ed  a 
sé  slesso,  con  varie  lezioni  di  testi  greci  ec.  Ro- 
ma 1667.  D'allora  in  poi  molti  sono  stati  i  car- 
dinali iti  questa  illustre  toscana  famigliacene  per 
brevità  tralasciamo  di  qui  notarli.  B.  u.  Ep.  vi. 
Barberino  Francesco  (da)\mo  ilei  più  antichi 
poeti  toscani,ed  uno  dei  migliori  della  prima  epo- 
ca della  poesia  italiana,  nacque  nel  1264  a  Bar- 
berino nella  Val  d'Elsa  in  Toscana, dal  quale  ven- 
ne la  famiglia  Barberini.  Suo  padre  cbiamavasi 
Jfèri  di  Rinuccio,  ma  non  è  nome  della  famiglia. 
Francesco  fece  i  suoi  primi  studi  sotto  il  celebre 
Brunetto  Latini.  Era  ancor  giovanissimo  quando 
si  trovò  in  grado  di  rispondere  all'improvviso  e 
pubblicamente  a  24  domande  in  argomenti  amo- 
rosi entrano  allora  una  parte  della  filosofia  mo- 
rale ed  un  soggetto  serio  di  studio.  Morto  il  padre 
abbracciò  la  professione  di  notaro  pubblico.  Viag^ 
giù  in  Provenza  ed  in  Francia,  e  si  fermò  per  qual- 
che tempo  in  Avignone.  Ritornato  a  Firenze  vi 
ottenne  la  laurea  dottorale.  Era  intimo  amico  e 
parente  del  vescovo  di  Firenze  Antonio  d'Orso,che 
gli  dette  una  parte  dei  suoi  beni.  Morto  Antonio 
nel  io2i.y  Barberino  ebbe  a  sostenere  una  lite 
contro  i  nunzi  apostolici  che  reclamavano  i  beni 
di  quel  vescovo,  provenienti,  dicevan  essi,  dalle 
elemosine  che  egli  aveva  raccolte  per  mandar  soc- 
corsi a  Terra-Santa,  e  di  cui  non  avea  dritto  di 
disporre  diversamente.  Barberino  vinse  la  causa 
e  si  tenne  i  beni.  Morì  nel  1048  in  età  di  84  an- 
ni. Il  di  lui  nome  è  restato  celebre  per  un'opera 


BAR.  l85 

intitolata  „  Documenti  d'amore  „  stampata  poi  a 
Roma  nel  16J0.  Non  è  da  credere  che  quest'ope- 
ra cominciata  dall'autore  verso  ranno  1290  ab- 
bia per  solo  scopo  l'amore  propriamente  detto.  È 
un  trattato  di  filosofia  morale,  in  cui  sono  esposti 
i  precetti  più  essenziali  di  tutte  le  virtù.  Crescim- 
beni  nella  sua  storia  della  poesia  lo  cita  sovente 
come  autorità.  Gli  appone  soltanto  che  troppo 
imitasse  i  poeti  provenzali,  di  cui  la  lingua  e  la 
poesia  gli  eran  difatti  molto  familiari.  Nondimeno 
è  contalo  fra  gli  scrittori  che  fanno  testo  di  lin- 
gua. B.  11.  Ep.  v. 
Barbiere  Domenico  (del)  pittore  fiorentino  ec- 
cellentissimo maestro  di  stucchi,  e  famoso  dise- 
gnatore, come  confermano  le  sue  stampe  che  gi- 
rano per  il  mondo  con  universale  stupore.  Aiutò 
il  Rosso  nelle  reali  gallerie  e  nei  palazzi  di  Pren- 
da, dove  gran  tempo  dimorò.  V-s.  vi. 
Barbolam  marchese  Torquato  di  Arezzo  ven- 
ne al  mondo  negli  estremi  periodi  del  secolo 
XVII  .oriundo  dell'illustre  casato  de'conti  di  Mon- 
tauto,  che  in  diverse  epoche  ha  dato  all'Italia  tan- 
ti valentuomini  in  dottrina,  massime  in  armi. 
Fin  da  fanciullo  dettesi  Torquato  a  studiare  con 
fondamento  le  umane  lettere  e  i  classici.  Né  alle 
sole  lettere  si  limitò,  che  seguendo  l'impulso  di 
famiglia  volle  rendere  dei  servigi  alla  patria,  bat- 
tendo la  carriera  delle  armi  e  distinguendosi  in 
esse.  Mentre  le  accademie  degli  Arcadi  si  d'Arezzo 
che  di  Roma  Io  ascrivevano  a  socio,  Cosimo  III  e 
Gio.  Gastone  de'Medici  granduchi  di  Toscana  lo 

19* 


l8  6  BAR. 

insignivano  di  ragguardevoli  impieghi  e  gradi' 
militari,  giungendo  dappoi  fino  a  quello  di  te- 
nente colonnello  di  cavallerìa  nelle  truppe  tosca- 
ne di  S.  IVI.  I.  Francesco  I.  Le  sue  opere  edite 
sono  „  L'Orlando  Furioso  delT  Ariosto  tradotto 
in  versi  eroici,  col  testo  a  fronte.  Arezzo  1750. 
„  Rei  gestae  narratio  curri  Virginis  Marìae  si- 
mulacrum^  quod  est  Aretii  in  tempio  eiusdem 
Virginis  Annuntialioni  dedicato  illacrimavit, 
Pisa  1818  „.  Il  marchese  Torquato  morì  nel  lu- 
glio del  1756.  B-z.  Ep.  vi,  vii. 
Bardi  Roberto  [de)  della  famiglia  di  Verni*», 
tanto  imparò  la  disciplina  della  naturale  e  morale 
filosofia, che  tutti  i  dotti  di  quest'arte  avanzando 
fu  superiore.  IVIa  datosi  alla  teologia  sì  portò  a  Pa- 
rigi, dove  perfezionatosi  in  quella  scienza  fu  al 
tempo  di  Benedetto  XII  chiamato  principe  dei 
tìsici  e  teologi  nel  famoso  studio  di  Parigi,  ed  alla 
cancelleria  del  medesimo  studio  promosso  per  Io 
spazio  di  42.  anni  continui  in  tal  carica  con  som- 
ma prudenza  governò  e  resse.Sostenne  38  conclu- 
sioni di  teologia  d'Alberto  Magno  e  s.  Tommaso 
d'Aquino  da  nessuno  confutate.  Di  questo  celebre 
uomo  veggonsi  gli  elogi  del  Gaddi  nella  libreria 
di  santa  Maria  Novella,  ove  di  mano  di  monsignor 
Libelli  sono  alcune  cose  in  questo  particolare 
notate.  Visse  senz1  abito  di  religione  ,  ma  con 
vita  purgatissima  ed  innocente  ,  fuggendo  i  vizi 
e  servendo  d"5  esempio  e  di  specchio  per  santa- 
mente vivere  ai  suoi  coetanei ,  niuna  cosa  che 
a  giusto  e  buon  uomo  convengasi   non  gli  es^en- 


b  a  n.  187 

do  mancata.  Fiori  nel  1092.  e  scrisse  alcune  opere 
a  nostra  notizia  non  pervenute:  morì  a  Parigi. 
C-n.  Ep.y. 

Bìrdi  Agnolo  senese,  canonico  della  metro- 
politana di  sua  patria,  d'Incorrotti  costumi,  e  di 
vita  innocente,  che  per  non  gettare  via  il  tempo, 
ma  virtuosamente  impiegarlo,  tutte  quelle  ore  che 
dopo  l'orazione  avanzavangli.dopo  il  servizio  della 
chiesa  e  gli  studi,  fu  volto  specialmente  a  quello 
delle  storie,  nel  qual  genere  una  ne  scrisse  inti- 
tolala. „  Storia  di  Siena  dagli  anni  ne**  quali  co- 
minciò a  governarla  Raffaello  Petrucci,  sino  al  fine 
della  repubblica:  morì    circa  il  i55o.  C-n.      v,  vi. 

Bardi  Ferdinando  de**  conti  di  Vernio  genti- 
luomo di  camera  del  serenissimo  Ferdinando  II,  e 
suo  segretario  di  penna,  ed  uno  dei  più  ragguar- 
devoli cavalieri  e  ministri  della  corte  di  Toscana, 
onde  l'arciduca  Ferdinando  Carlo  ebbe  a  dire  al 
granduca  suo  cognato,  che  l'invidiava  in  due  gran 
ministri  l'uno  era  il  conte  Ferdinando  Bardi,  l'al- 
tro il  Fiscale  Bartolommeo  Cacialli  da  Ravenna 
ambedue  nel  genere  loro  singolari  e  di  perpetua 
onoranza  degnissimi.  Fu  il  Bardi  uomo  di  gran  va- 
glia adoprato dal  granduca  in  importantissimi  atìa- 
ri,ed  ammesso  alla  confidenza  de'signori  di  guer- 
ra, come  s'è  detto  amato  e  riverito  da  tutti  in  uni- 
versale, da' cavalieri  e  da' nobili  per  le  sue  rare 
|,i.io_,Mtive,da'plebei  per  la  maestà  del  volto  e  del 
portamento  nobile  di  sua  presenza  che  sforzava 
chiunque  il  mirava  a  riverirlo  e  temerlo.  Sostenne 
«oli  in.ifsla  oiù  che  grande  gl'impieghi  sublimi 
<h      lil    suo  sovrano  gli  furono  alìidali    nel  qual 


l88  BAR. 

ministero  non  ebbea'suoi  tempi  alcun  pari.  Com- 
pose e  recitò  in  s.  Lorenzo  „  l'Orazione  funerale 
in  morte  del  principe  Francesco  di  Toscana  figlio 
del  granduca  Ferdinando  II,  Firenze  i634  »  di  ra- 
ra facondia  e  peregrini  concetti  ripiena  5  come 
anche  la  „  Descrizione  delle  feste  celebrate  in  Fi- 
renze per  le  reali  nozze  de'serenissimi  sposi  Fer- 
dinanJo  II  granduca  di  Toscana  e  Vittoria  della 
Rovere  principessa  d'Urbino.  Firenze  1637.  Morì 
in  Firenze  nel  maggio  del  1680.  C-n.  Ep.  vi. 
Bardi  Cosimo  addottorato  in  Pisa,  fu  canoni- 
co della  metropolitana  fiorentina,  e  fatto  vescovo 
di  Cortona  e  passato  a  Roma  esercitò  i  governi 
di  Terni  e  di  Ravenna,  e  dal  pontefice  Paolo 
III  fu  fatto  prefetto  delle  monete  di  tutto  Io 
stato  ecclesiastico  .  Per  rinunzia  di  monsignor 
Capponi  ol  tenne  il  vescovado  di  Carpenlrasso,  la 
primazia  del  parlamento  d'Avignone,  e  quindi  il 
rettorato  del  contado  Venusino.  Da  Urbano  Vili 
fu  fatto  vice-legato  d'Avignone^  nell'istesso  tempo 
nunzio  straordinario  alle  corti  di  Toscana  e  di 
Savoia.  Nel  tempo  del  suo  governo  riguardò  quel, 
la  città  dal  contagio}  e  ridusse  con  grande  spesa, 
e  in  parte  del  suo  proprio  denaro,  al  dominio  di 
quello  stato  s.Tales  castello  con  rocca  assai  forte 
ne'confini  della  Provenza, che  già  da  lungo  tempo 
s'era  allontanato  dalla  fede  cattolica  e  dall'obbe- 
dienza dovuta  alla  chiesa.  Ritornato  il  sesto  anno 
dalla  sua  vice-legazione  a  Roma,e  seguita  in  quel 
tempo  la  morie  di  monsignore  Alessandro  Mar- 
simedici  arcivescovo  di  Firenze,  fu  dal  granduca 
nominato  a  quella  chiesa  e  dal  sommo  ponteti- 


BAR.  189 

ce  conferitagli.  Cominciò  egli  ad  esercitare  gli 
uffizi  della  sua  dignità  con  ogni  zelo  il  più  fer- 
voroso, nell'essersi  appunto  incontrato  nel  tem- 
po di  un  funesto  contagio.  In  fine  fu  assalilo  da 
piccola  febbre,  che  dopo  tre  mesi  lo  tolse  di  vita 
nel  settimo  del  suo  arcivescovado,  lo  che  accad- 
de nelf  anno  i632.  Era  intelligentissimo  di  vari 
linguaggi,  olire  Tessere  eccellentissimo  teologo 
e  legista,  e  d^ogni  sorte  di  varia  dottrina  adornato, 
ma  più  assai  dimostrossi  ragguardevole  nell'eser- 
cizio delle  morali  virtù.  A  suo  tempo  si  commutò 
il  digiuno  di  s.  Giovanni  Battista,  e  si  fece  la  tra- 
slazione del  corpo  di  s.  Antonino.  B-s.       Ep.  vi. 

Bardi  Giovanni  dei  conti  di  Vernio  assai  culto 
nelle  umane  lettere}  accademico  alterato  nomina- 
to il  Pirro  Cu  di  spirito  molto  vivace.Del te  in  luce 
più  opere  fra  le  quali  una  si  è  il  „  Discorso  sopra  il 
giuoco  del  calcio  fiorentino,  Firenze  161 5,  1675},, 
^Ristretto  della  grandezza  di  Roma  al  tempo  della 
repubblica, e  degli  imperatori  „dato  in  luce  senza 
altra  nota  tipografica.  É  sotto  nome  ileWIncru- 
scato  accademico  della  Crusca.  C-n.  vi. 

Bardi  Girolamo  monaco  toscano.  Scrisse  un 
„  Sommario,  ovvero  età  «lei  mondo  cronologiche, 
nelle  quali  dalla  creazione  di  Adamo  lino  all'an- 
no i58i  di  Cristo,  brevemente  si  racconta  la 
origine  di  tutte  le  genti,  il  principio  di  tutte  le 
monarchie,  di  tutti  i  regni,  repubbliche  e  princi- 
pati, la  salutifera  incarnazione  di  Cristo  ,  con  la 
successione  dei  sommi  pontefici  romani,  la  crea- 
zione dei  patriarchi,  le  congregazioni  dei  religio- 
si, le  milizie  dei  cavalieri,  i  concilii  universali  0 


19O  B    A    R. 

nazionali,  le  eresie,  gli  scismi,  le  congiure,  paci, 
ribellioni,  guerre  e  prodigi,  la  denominazione  di 
tutti  gli  uomini  in  ogni  professione  illustri}  con 
la  particolare  narrazione  delle  dette  cose  succes- 
se d**  anno  in  anno  nel  mondo,  Venezia  i58i}  „ 
Vite  di  tutti  gl'imperatori  romani,  composte  in 
lingua  spagnuola  da  Pietro  Messia  ec,  alle  quali 
sono  state  aggiunte  da  Girolamo  Bardi  6oren- 
tino  nella  sesta  impressione  le  „  Vite  di  Ferdi- 
nando 1,  di  Massimiliano  II  e  di  Ridolfo  II  im- 
peratori.Venezia  i583}„  „  Delle  cose  notabili  del- 
la città  di  Venezia,  nelle  quali  ampiamente  e  con 
gran  verità  si  contengono:  usanze  antiche,  abiti  e 
vestiti,  offici  e  magistrati,  vittorie  illustri,  prin- 
cipi e  vite  loro,  tutti  i  patriarchi,  senatori  famosi, 
uomini  letterati,  chiese  e  monasteri,  corpi  santi 
e  reliquie,  fabbriche  e  palazzi,  pittori  e  pitture, 
sculture  e  scultori,  avvocati  famosi,  medici  ec- 
cellenti, musici  di  più  sorte,  di  nuovo  aggiuntavi 
la  dichiarazione  di  tutte  le  storie  che  si  conten- 
gono nei  quadri  posti  nuovamente  nelle  sala 
dello  squittinio  e  del  gran  consiglio  del  palazzo 
ducale  della  serenissima  repubblica  di  Venezia, 
nella  quale  si  ha  piena  intelligenza  delle  più  se- 
gnalate vittorie,  conseguite  su  varie  nazioni  del 
mondo  da'veneziani,  Venezia  1606,,.  B-s.  Ep.  vi. 
Babdini  Anassimandro  nativo  di  Montepul- 
ciano si  pose  al  servizio  della  repubblica  di  Ve- 
nezia, e  viaggiò  al  Cairo  di  Babilonia.  Fu  quindi 
capitano  nella  guerra  del  Friuli,  e  ne  riportò  da 
don  Giovanni  dei  Medici  attestazioni  onorificen- 
tissime.  Passò  iu  Fiandra ,  ove  ottenne  onori  e 


BAR.  191 

grossi  stipendi.  Fu  governatore  in  Francia:  ma 
richiamato  dal  granduca  di  Toscana  gli  fu  affida- 
ta l'isola  di  Portoferraio.  Finalmente  a  traverso 
ad  altri  impieghi  gloriosamente  sostenuti  in  di- 
versi stati  fu  capitano  a  Palmanuova  ove  lasciò 
la  vita.  P-r.  Ep.  vi. 

Bardo,  probabilmente  primicerio  della  catte- 
drale di  Lucca  tìn  dal  sec.  XI,  scrisse  la  wVita  di  s. 
Anselmo  vescovo  di  Lucca,  „  e  distinto  perseve- 
rante nella  fede  ortodossa  ed  ecclesiastica  disci- 
plina in  occasione  del  pervertimento  d'una  gran 
parte  dei  canonici  della  cattedrale  di  Lucca,  in 
tempo  dello  stesso  vescovo  s.  Anselmo^  che  in- 
culcava loro  delle  riforme,  che  furon  seguite  da 
Bardo  e  da  pochi  altri.  L-c.  v. 

Barduccio  Darducci  e  Giovanni  da  Vespi- 
ynano  beati  fiorentini,  ambedue  morti  in  Firenze 
il  i33i,  secondo  narra  Gio.  Villani  nella  sua  sto- 
ria, il  quale  altro  d'essi  non  dice  se  non  che  es- 
sere stali  entrambi  laici,  vale  a  dire  seco!ari,e  per 
essi  aver  mostrato  Iddio  aperti  miracoli.  R-z.    v. 

Baroeo.  Vedi  Angeli  Pietro  detto  il  Bar  geo. 

Bargagli  Girolamo  fu  uno  dei  più  famosi 
accademici  che  la  società  degli  Intronati  abbia  a- 
vuto,  e  come  si  scorge  dal  dilettevole  „Dialogo  che 
egli  compose  dello  veglie  senesi  e  de^giuochi  che 
in  essa  sogliono  farsi,  Venezia  1609  „  ed  altrove  e 
dalla,,  Pellegrina, commedia  ingegnosissima  com- 
posta dal  medesimo  e  recitata  in  Firenze  per  le 
nozze  tra  Ferdinando  I  granduca  di  Toscana,  e 
Cristina  di  Lorena.  Nondimeno  impiegandosi  con 
lutto  lo  spirilo  agli  studi  più  gravi   delle  leggi, 


19^  BAR. 

in  breve  tempo  riuscì  famosissimo  giureconsulto. 
Lesse  pubblicamente  molti  anni  in  Siena,  sinché 
dal  serenissimo  suddetto  fu  onorato  d*  un  luogo 
nella  ruota  civile  di  Firenze.  Quindi  fu  chiamato 
a  Genova  alla  ruota  civile  di  quella  repubblica,  di 
cui  fu  anco  capitano  di  giustizia  sostituito  per 
certo  tempo.  Finito  cotanto  onorevole  impiego 
se  ne  tornò  a  Siena,  dove  entrò  nel  numero  dei 
principali  avvocati  ,  e  attese  a  nobilmente  pa- 
trocinare le  cause  che  a  lui  parevano  giuste  e 
degne  della  di  lui  protezione,  ma  mentre  egli  è 
chiamato  di  nuovo  dalla  repubblica  genovese  alla 
ruota  criminale  di  Genova  e  s'accingeva  per  an- 
darvi, si  infermò  in  Siena  e  passò  all'altra  vita  . 
l-r.  Ep.   vi. 

Baroncelli  Cosimo  il  quale  per  proprio  suo 
diporto ,  non  già  per  compiacere  ad  alcuno,  con 
maniera  non  allatto  spregiabile  scrisse  una  pun- 
tuale e  distinta  „  Storia  sopra  la  vita  di  D. Giovan- 
ni defedici  tiglio  naturale  del  granduca  Cosimo 
I  con  la  morie  di  Concino  Concini  e  della  Dia- 
nora  Bosi  sua  moglie  e  della  Livia  Vernazza  mo- 
glie di  esso  D.  Giovanni  »  rns.  essendo  egli  stato 
suo  paggio,  poi  maestro  di  camera  e  suo  genti- 
luomo, e  debellatori  il  più  affezionato.  Tradusse 
ancora  dallo  spagnuolo  il  dispregio  della  corte  e 
lode  della  villa  di  monsignor  Guevara  vescovo 
di  Mondozneto.  Firenze  1601.  C-n.  v. 

Baroncini  Andrea  legale  e  poeta.  Fece  molte 
composizioni  e  gran  fatiche  letterarie,  ma  non 
comparve  a  luce  per  le  stampe  che  un„Epilaia- 
mio  per  le  nozze  di  Giuliano  Serra  gli  ed  Anna 


E    A    B.  I  <)3 

Venturi,  Fir.  1629  „.  „  La  Griselda  favola  pa  . to- 
nile Fir.  i638„.  Fra  i  suoi  mss.  si  ricordano  sj  e- 
cialmente  sessanta  discorsi  politici  sopra  varie 
azioni  dei  principi  degli  ultimi  secoli,  e  molti  al- 
tri mss.  che  restarono  in  mano  dei  suoi  eredi. 
B-s.  Ep.  vi. 

Baroncini  Odoardo  patrizio  fiorentino  molto 
esperto  nella  lingua  greca  e  latina. eccellente  nella 
diplomatica  e  valente  calligrafo.  Egli  nacque  nel 
16G4  come  fanno  fede  gli  spogli  degli  antichis- 
simi e  ricchissimi  archivi  del  sacro  Eremo  di 
Camaldcli  ,  e  del  suo  archicenobio,  i  quali  da 
esso  con  fatica  sovraggrande  furono  riordinati  e 
rianimali  di  un  triplice  e  laboriosissimo  indice 
dei  nomi,  dei  cognomi  e  delle  materie .  Questo 
soggetto  illustre  in  santità  e  in  dottrina  cessò  di 
vivere  nel  174*  1  lasciando  ad  altri  la  cura  di 
compire  la  riordinazione  della  vasta  libreria  di 
quel  santuario.  M-r.  vi. 

Baroxzio  e  Desiderio  SS.  dal  Martirologio  ro- 
mano assegnati  a  Pistoia  sotto  il  di  a5  marzo,  e 
dagli  atti  dei  santi  di  Pis'oia,  che  si  consertano 
manoscritti,  diconsi  nati  ai  tempi  di  Teodorico 
e  Teodeberto.  iì-z,  iv.  J 

Bar  Tom  Taddeo  o  di  Bartolo  Fredi  che  fu  il 
nome  di  suo  padre  pittore  senese:  sebbene  fiori 
nei  secoli  bassi,  nientedimeno  porto  dalla  natu- 
ra oltre  bei  tratti,  non  so  che  di  pittorico  elegan- 
te, e  col  quale  s'introdusse  in  Padova,  in  Pisa,  in 
Siena  ed  in  Firenze,  non  mancandogli  mai  lavo- 
ri, se  non  quando  In  morte  gli  tolse  di  mano  i 
Si.    Tose.   Tom.   12.  20 


194  bar. 

pennelli,  e  fu  nel  i4*o,  in  eia  d'anni  59. Domeni- 
co il  suo  nipote  lo  avanzò  nei  dipinti.  V-s.  Ep.  v. 
Birtom  Cosimo   accademico,  poi    proposto 
di  s.  Giovanni,  fu  da  Cosimo  I  destinato  amba- 
sciatore a.  Venezia^  in  ogni  genere  di  scienza  pe- 
ritissimo. Tradusse  TArchitettura  di  Leon  Batti- 
sta Alberti  e  vi  aggiunse  i  disegni,  Firenze  i45o} 
scrisse  pure  la   ,,  Vita   di  Federigo   Barbarossa 
imperatore  „  e  questa  con  molta  eleganza ,  Fi- 
renze 1559.  Scrisse  di  poi  alcuni  altri  „  Discorsi 
istorici  universali,  stampati  in  Venezia    1669  e 
Genova  i58a„}  fece  come  oratore  alcune  orazioni 
funerali,  nella  morte  del  Giambullari  e  del  Len- 
zoni^  quali  amò  sommamente.  Messe  insieme  an- 
cora e  tradusse  tutti  gli  opuscoli  di  Leon  Batti- 
sta Alberti  stampati  in  Venezia  nel   i568.  Ag- 
giustò e  riaccomodò  i  sette  libri  del  Giambullari 
intitolati,  Storia  dell'Europa,  per  V  intempestiva 
morte  delfautore  restati  imperfette  procurò  di  poi 
che  si  stampassero. Fece  ancora  una  „  Lezione  so- 
pra Dante  nelle  lezioni  raccolte  dal  Dori.  Firenze 
i547«v'^aoIonament'  accademici  sopra  alcuni  luo- 
ghi difficili  di  Dante  con  alcune  invenzioni  e  si- 
gnifica ti,  Venezia  i56;„.„Del  modo  di  misurare  le 
distanze,  le  superficie  corpi,  le  piante,  le  provincie, 
le  prospettive  e  tutte  le  altre  cose  terrene  che 
possono  occorrere  agli  uomini  secondo  le  vere  re- 
gole di  Euclide  e  degli    altri  più  Io-lati  scrittori, 
Venezia  1689  „.  Fece  anche  stampare  la  fatica  del 
fratello  ,  cioè  gli  Elementi  del   parlar  toscano  , 
ov1  è  di  suo  la  „  Lettera  a  Lorenzo  Giacomini  w. 


BAR.  19$ 

Tradusse  inoltre  Boezio  Della  consolazione  della 
filosofia,  Firenze  i55i.  „  Compose  le  lettere  de- 
dicatorie ad  altri  opuscoli.  Mori  iti  Firenze:fu  uno 
de1  fondatori  dell'accademia  degli  Umidi.    C-n. 

Ep.  v,  vi. 

Bartoli  Giorgio  fratello  del  precedente  fu 
siccom-'  esso  membro  delP  accademia  fiorentina: 
s'ignora  l'epoca  della  sua  nascita  e  quella  della  sua 
morte.  Si  conosce  soltanto  che  ha  dovuto  morire 
avanti  ilio  sett.  1S84, poiché  in  tal  data  comparve 
redizione  postuma  del  suu  «Trattato  degli  elemen- 
ti del  parlar  toscano  „  pubblicato  in  Firenze  da 
Cosimo  suo  fratello.  Cosimo  dedicò  questa  edizio- 
ne a  Lorenzo  Giacomini  intimo  amico  di  Giorgio. 
I/epistoIa  dedicatoria  ci  fa  sapere  che  Paulore  di 
tal  trattato  non  gli  avea  data  l'ultima  mano,  e.che 
se  vissuto  avesse  più  lungamente  1'  avrebbe  la- 
sciato più  perfetto  del  pari  che  molte  altre  opere. 
B.  u.  vi. 

Baetoli  Domenico  dello  stato  lucchese  na- 
cque nel  decembre  dei  1629.  Poeta  italiano  del 
sec.XVII  studiòalie  squole  della  nobiltà,  e  bencbè 
villano  sorprese  tutti  col  suo  talento  e  colle  sue 
morali  virtù.  Strinse  amicizia  col  Beverini,  e  Io 
aiutò  nella  sua  traduzione  delTEneide.  Ebbe  una% 
questione  letteraria  in  genere  di  poesia,  ma  senza 
acerbità  e  senza  fiele,  e  tal  guerra  con  repliche  e 
contro  repliche  durò  un  anno,  ma  ebbe  termine 
nel  più  pacifico  modo:  i  due  scrittori  rivali  diven- 
nero amici,  s'indiressero  l'uno  all'altro  sonetti  di 
reciproca  benevoIenza,e  si  fecero  scambievolmen- 
te l'invio  del  loro  ritratta  Barloli  fece  nel  iGqS  uii 


196  B    A    B. 

viaggio  a  Roma  dove  trovò  il  suo  avversario  ri- 
concilialo Mattei,col  quale  non  avea  finallora  cor- 
risposto che  per  iscritto,  e  slrinse  la  più  intima 
amicizia.  Bari  oli  tornato  in  patria  vi  morì  in  età  di 
68  anni  nel  settembre  del  1698.  Ha  pubblicato 
egli  stesso  la  raccolta  delle  composizioni  della  sua 
controversia  col  Maltei  sotto  il  seguente  titolo 
„L*asta  d'Achille  che  ferisce  per  sanare  il  salmista 
toscano  del  sig.  Loreto  Matlei,  censura  cortese 
del  sig.  Domenico  Bartoli  col  breve  racconto  delle 
principali  contese  de'poeti  volgari. Modena  1695  ,,. 
Abbiamo  di  lui  una  raccolta  delle  sue  canzoni  sotto 
il  tìtolo  di  „  Canzoniero,  parte  prima  e  seconda, 
Lucca  1695,,;  „  Rime  giocose  „  che  furono  stam- 
pate alcuni  anni  dopo  la  sua  morte,  Lucca  1703. 
B*  u,  Ep*  vi. 

Bartolim  Salimbe^i  Onofrio  nacque  in  Fi- 
renze verso  il  1 5 00  da  Leonardo.  In  età  di  circa  17 
anni  fu  da  Leone  X  eletto  amministratore  della 
chiesa  pisana,  per  dover  essere  in  età  congrua  di- 
chiaralo arci veseovo,come  difatti  avvenne. Da  Cle- 
mente VII  fu  investilo  dell'Abbazia  di  s.Galgano,  e 
gli  fece  dono  dell'arme  e  del  casato  de'Medici.In- 
sieme  con  altri  sei  ostaggi  dei  più  cari  ed  onorati 
che  avesse  presso  dì  sé  il  papa  servì  il  Bartolinr 
di  ostaggio  dell'imperatore,  e  di  sicurezza  per  il 
pagamento  delle  sommeconvenute,  per  liberare  il 
pontefice  dalle  mani  dell'esercito  cesareo  nel  1527. 
Il- suo  attacco  alla  famìglia  Medici  fece  si,  che  nel 
caderedella  fiorentina  libertà  fu  dichiarato  ribelle, 
ed  incorse  nella  pena  della  contiscazione  de'benk 
Rifece  di  pianta  ed  a  proprie  spese  ilpalazao  arci- 


B    A    F.  197 

vescovile,  ornandone  il  cortile  di  marmi  di  Car- 
rara. Fu  dall'imperatore  Carlo  V  nel  io56  nomi- 
nato arcivescovo  di  Malaga,  e  mentre  preparava*! 
a  passare  a  questa  sua  nuova  chiesa  fu  nel  no- 
vembre di  detto  anno  sorpreso  dalla  morte  in 
Firenze;,  ed  ebbe  sepoltura  nella  cattedrale  di 
santa  Maria  del  Fiore,  e  poco  di  poi  furono  tra- 
sportate le  sue  ceneri  a  Pisa,  per  riporsi  nel  Cam- 
po santo.  E.ctuJ.  Ep.  v,  vi. 
R.ìrtoli.m  Biagio  nacque  in  Val  di  Chiana 
a  Scrofìano  nel  1746.  D'anni  3i  fu  dichiarato  cu- 
stode ilei  museo  dei  Fisiocritiei  di  Siena,  poi  dato 
per  aiuto  nel  1780  al  professore  Baldassarre  Da 
questo  punto  tino  al  1822  in  cui  mori,  ricopri  le 
cariche  di  professore  di  storia  naturale,  di  segre- 
tario  e  quindi  di  presidente  dell'accademia  delle 
scienze  di  Siena,  e  nella  ripristinazione  della  uni- 
versità provveditore  della  medesima.  F^bbe  varie 
onorifiche  incombenze  dai  sovrani  delia  Toscana 
e  tra  queste  primeggia  quella  di  fondare  nel  17$^ 
il  giardino  botanico  dell'università.  Molte  società 
scientifiche  italiane  lo  inscrissero  nel  loro  alitimi.. 
Pubblico  colle  stampe  sedici  opere  relative  alla 
scienza  che  professava.  A.vea  raccolto  un  museo 
e  in  esso  conta vansi  jooo  pezzi  mineralogici,  db 
oggetti  che  formavano  questo  museo  furo»»  com- 
prati dall'accademia  de'Fisiocritici  di  Siena  Ciò 
basta  per  farlo  conoscere  uomo  non  comune  per  I  1 
patte  scientifica.  Era  molto  benefico  verso  l'iudi- 
u'-'nh  .  ,i  1  kob  rio»  allo  sua  mensa  e  modesto  nel  suo 
reziario:  tuttavia  per  soccorrere  la  disgrazia!,! 
imsi'iii  .1  )ii  -li  servivano  le  sue  entrate  palruu  » 

20  * 


198  BAR. 

lìiali.  Ogni  restante  della  sua  storia  e  da  sapersi 
dal  1800  io  poi,  lo  che  non  è  di  mia  ispezione, 
G-u.  Ep.  vii. 

B.4RT&L13I  Baldelll  Matteo.  Fu  Francesco  di 
Antonio  che  per  sua  Altezza  residente  inr  Fancia, 
nominato  nel  libro  intitolato  „  Le  trionfe  rovai 
d'Henri  le  grand,  stampato  in  Parigi  1624  feCa  pri- 
ma stato  riformatore  del  governo  di  Cortona.  Era 
egli  veramente  Baldelli  di  detto  luogo,  tea  per- 
chè discendente  da  Bartolommeo  di  Pier  di  Pace 
Baldelli,  fu  per  vezzo  chiamato  Bartolino  e  per- 
ciò Barlolini  Baldelli  a  distinzione  dei  Bartoliui 
Salimbeni  e  Barlolini  Scodellarle  Bartolommeo 
fu  detto  il  primo  che  venisse  ad  abitare  nel  fio- 
rentino a  Terranuova  d'onde  poi  a  Firenze.  C-n. 

Bartolo  Beato  di  s.  Gimignano  di  là  partito- 
si in  gioventù  se  n'andò  a  Pisa  in  un  monastero 
di  monaci  benedettini  neri,  fu  sacerdote  all'età  di 
trentanni,  giudicandosene  sé  stesso  immeritevole, 
e  fu  vice-pievano  a  Peccioli  per  comando  del  ve- 
scovo di  Volterra,  e  poi  rettore  a  Picchena.  Infer- 
matosi quindi  per  mali  cutanei  tormentosissimi 
allo  spedale  di  s.  Gimignano  li  sopportò  paziente- 
mente qual  Giobbe  per  lo  spazio  di  ventanni  pri- 
ma che  morisse  d'anni   72  Tanno  iaoo.  R-z.     v. 

Bartolommei  Mattia  Maria  nacque  in  Fi- 
renze ai  quattordici  del  mese  d'agosto  del  ifì^o. 
Prese  suo  padre  la  maggior  cura  della  sua  educa- 
zione .  Si  segnalò  fra  i  nobili  giovani  da'quali  il 
cardinale  Leopoldo  di  Toscana  declamar  faceva 
commedie  nel  teatro  del  suo  casino  di  san  Marco. 
Ottenne  in  seguito  il  favore  del  granduca  Cosimo 


B    A    R.  I99 

III  che  lo  fece  gentiluomo  di  camera,  e  lo  inviò 
in  Francia  ad  annunziare  aire  la  morte  del  gran- 
duna  suo  padre, ed  il  proprio  innalzamento  al  tro- 
no. Fu  membro  delle  due  accademie  Fiorentina  e 
della  Crusca.  Mori  a  Firenze  nel  decembre  del 
1691  .  Sono  state  pubblicate  separatamente  sei 
„  Commedie  „  da  esso  composte  tanto  in  versi 
che  in  prosa  che  non  sono  mai  state  unite.  Egli 
fu  che  nel  i644  pubblicò  il  grandioso  poema  del 
Baldovini  intitolato  Lamento  di  Cecco  da  Vailun- 
go  e  vi  aggiunse  una  „  Prefazione  „ ,  eh1  è  stata 
conservata  nell'edizione  de!    iyoò.  B.  u.  Ep.    vi. 

Bartolomei  ei  Girolamo  poeta  fiorentino  del 
secolo  XVII.  Nacque  verso  Tanno  i5$4?  fu 
membro  dell"  accademia  della  Crusca  e  del- 
l' accademia  Fiorentina,  della  quale  ^u  console 
nel  1648.  Qualche  tempo  dopo  andò  a  soggiornare 
in  Roma  sotto  Urbano  Vili  che  gli  accordò  una 
pensione,  senza  che  ne  avesse  fatta  domanda.  Mo- 
ri egli  nel  maggio  del  1662.  Le  sue  opere  prin- 
cipali stampate  sono  „  Tragedie,  Roma  1 632,  „• 
„  Le  stesse  corrette  e  aumentate  di  tre  tragedie, 
Firenze  1 655  „;  „  L'America,  poema  eroico,  Roma 
iG5o  „;  n  Drammi  musicali  morali,  Fir.  i656  „} 
i,  Dialoghi  sacri  musicali  intorno  a  diversi  sog- 
getti ec,  Firenze  16G7  „:  „  Didascalica,  cioè  dot- 
trina comica,  Firenze  i658-6 1   „.  B.u.  vi. 

Imktolomwki  Maria  Mattia  tiglio  di  Girola- 
mo  poeta  comico:  avendo  dato    alla  luce  molte 
1  '.uni). -di. -,    icrisfe  .incoia   una   „  Orazione  l'um- 
bre di  Filippo   IN    re  «li   Svigna   e  la  recitò  in  s. 
Lorenzo,  nis.  ry.  Si  g«.«ttò  allo  >tudio  di  cavalleria, 


aoo  BAH. 

essendo  nata  una  gara  fra  due  medici  l'uno  rw 
verasco  d'origine,  benché  nato  in  Firenze,  l'altro 
modanese  ,  anzi  carpigiano ,  saltò  in  campo  il 
Bartolommei  senza  esser  ricercato,  con  un  parere 
cavalleresco  sopra  un  fatto  alieno  dalla  sua  sfera. 
A.  questo  parere  furon  date  molte  eccezioni,  dalle 
quali  volendo  il  Bartolommei  sottrarsi  mandò  fuori 
una  lunga  „  Difesa  del  discorso  cavalleresco  so- 
pra le  querele  del  carpigiano  e  del  ri  verasco  * 
Fu  questa  stampata  in  Lucca  16&}.  C-n.  Ep.  vi. 

Bartolomeo  da  Montepulciano  Beato  della 
nobile  famiglia  de'Franceschi,  avendo  avuti  da  sua 
moglie  più  tìgli  si  fece  indi  frate  di  s.  Francesco 
assai  prima  dell'  anno  i3Sq,  nò  altro  dicesi  di  liti 
se  non  cbe  fu  chiaro  per  minaceli.  R-z.  v. 

Bartolomeo  Nuzl  frate  Beato  d'  An^liiari 
zoccolante  della  Vernia  fu  mandato  al  convento 
di  s.  Girolamo  a  Volterra,  ove  lungo  tempo  fu 
maestro  de"1  novizi,  come  anche  altrove;  e  mori 
nell'età  di  cinquanta  anni  correndo  Panno  i5io. 
R~*l  v. 

Bartolommeo^  Pisa.  Fed.  Pisa^Bartolom- 
meo. 

Bartoloni  Domenicano  nel  17S0  trasse  i  na- 
tali in  Roccastfada:  studiò  all'università  di  Siena, 
ovrebbe  la  laurea  dottorale  in  filosofia.  Le  mate- 
matiche e  la  fisica  furono  i  suoi  studi  prediletti. 
Si  portò  a  Napoli,ove  spargeva  allora  molta  fama  di 
se  l'abate  Antonio  Genovesi.  Udì  le  sue  lezioni, 
conversò  secolui  e  ne  meritò  la  stima.  II  Geno- 
vesi fecegli  un  elogio  allorché  il  Barloloni  pubblicò 
la  sua  „  Meccanica  sublime  „.  >Iori  in  Siena  nel 


BAR.  20 1 

1798.  Scrisse  „  Delle  mofete  del  Vesuvio  „•  (  At- 
ti dei  Fisiocritici  Tom.  IV  pag.  201.  )  Osserva- 
zioni sopra  il  Vesuvio  „;  (  tomo  V  pag.  3oi  )  „ 
Memoria  sul  conduttore  collocato  nella  torre  di 
piazza  di  Siena  (  ivi  tomo  VI  pag.  a33  )  „.  Rela- 
zione sopra  un  supposto  fulmine,  caduto  nella 
cappella  della  piazza  di  Siena  (ivi  tomo  VII  p.  61) 
„  Meccanica  sublime  dimostrala  coli'  Algebra, 
Napoli  1765  „.  vii. 

Bartolozzi  Francesco  nato  in  Firenze  nel 
i73o  imparò  i  principii  del  disegno  da  Ugo  Fer- 
retti, andò  a  Venezia  presso  Giuseppe  Wagner 
artista  bravo  nella  incisione  e  lo  superò;  ma 
traendo  poco  profitto  dei  suoi  lavori  si  portò  in 
Inghilterra  ,  dove  avea  grido  Io  Strange  .  Legò 
amicizia  coli'  Angelica  KaufFmau  e  ne  pareggiò 
il  merito  riguardo  al  gusto,  toccando  le  sue  inci- 
sioni con  un  fare  morbido,  facile,  vezzoso,  e  con 
assai  venustà  di  concetto.  Or  poiché  in  Inghilter- 
ra vigeva  allora  la  moda  della  incisione  a  granito 
come  quella  che  più  attamente  riceveva  il  colo- 
re, così  diessi  il  Bartolozzi  ad  operare  con  que- 
sto metodo,  e  produsse  numerosissimi  lavori  a 
bulino,  all'acqua  forte,  a  colori,  ad  imi! azione  di 
matita  sopra  soggetti  di  storia,  di  paesi,  d'ornato  e 
d'altri  generi:  superò  in  quel  suo  metodo  quanti 
prima  e  dopo  di  lui  lo  hanno  trattato.  Ma  poi  ri- 
tornò all'intaglio,  e  con  tale  avvenenza,  delicatez- 
za ed  espressione  che  lo  fanno  sommo  e  diverso 
dagli  altri;  ed  a  tanto  di  perfezione  egli  giunse, 
specialmente  nella  stampa  di  piccola  proporzione, 
che  anche  gli  incisori  d'alta  fama,  quando  con* 


a02  B    A    R. 

dur  dovettero  paesi,  recaronsi  onorati  di  adorna- 
re i  loro  rami  colle  figure  operale  dal  Barlolozzi. 
Nel  che  a  modo  d'esempio  son  da  notarsi  le  bel- 
lissime figurine  incise  ne'paesi  rotondi  intagliati 
dal  Vivares  su  i  dipinti  del  Zuccherellùe  si  estima- 
no mirabili  le  altre  figure  introdotte  nei  paesi  del- 
l'insigne Youllet.E  quando  si  riprendono  a  consi- 
derare le  precipue  sue  opere,  la  morte  di  lordEha- 
lam,  incisione  di  sopra  60  figure,  la  Clizia  mutata 
in  Eliotropio,  e  simili  altre,  si  è  condotti  a  con- 
fessare, che  in  queste  splendono  le  più  belle  parti 
dell'arte.  È  sopra  tutto  encomiato  per  essere 
stato  l'incisore  delle  grazie.  Fu  sempre  indefesso 
all'arte,  e  già  compiva  il  suo  ottantesimo  anno, 
quando  eseguì  la  strage  degl'innocenti  di  Guido 
Beni.  Egli  fu  uno  dei  fondatori  dell'accademia 
delle  buone  arti  in  Londra,  unitosi  in  ciò  un  Ci- 
priani  grand'  amico  con  la  Angelica  JLauffmau  , 
e  con  Reynolds.  Fra  le  altre  virtù"  sue  fu  vista 
sempre  primeggiare  la  carità.  Agli  artisti  biso- 
gnosi ritoccò  molti  rami,  e  molte  opere  gratui- 
tamente condusse.  Invitato  nella  estrema  vec- 
chiezza passò  maestro  in  Lisbona,  dove  ebbe  po- 
chi anni  di  vita.  T-p.  Ep.  vii. 
Barzini  Francesco  fiorentino  fu  detto  l'astro- 
nomo e  filosofo  della  città  serenissima  di  Firenze. 
Scrisse  le  seguenti  opere  in  astrologia  ;  „  Na- 
scita, vita  e  accidenti  occorsi  al  capitano  Tiberio 
Squilletti  detto  per  antonomasia  fra  Paolo,  uo- 
mo famoso  in  tutta  l'Italia,  per  vari  casi  temuto 
ed  amato  da'grandi^il  tultojaccollo  istoricaraente 
e  confrontalo  con  la  scienza  dell'astrologia  da 


BAR.  HOù 

Francesco Barzini  ec,  Venezia  1677 „.„I]  segreta- 
rio delle  Stelle  per  Panno  1661 .  calcolato  al  meri- 
diano d'Italia,  secondo  il  calcolo  del  dottissimo 
Ticone,  Firenze  1661  ».  «  Il  segretario  delle  Stelle 
per  Panno  bisestile  1664,  calcolato  al  meridiano 
d'Italia  secondo  il  calcolo  del  dottissimo  Ticone 
ec.  con  la  difesa  dell'astrologia  ed  i  significati  del- 
la massima  congiunzione  per  anni  10  futuri,  Fi- 
renze 1664  ».  »  Il  segretario  delle  stelle  per  Pan- 
no 1682,  aggiunto  un  Discorso  della  massima 
congiunzione  che  accadde  in  quesfanno,  e  suoi 
eventi  trascorsi  e  futuri,  Venezia  1682.  B-s.    vi. 

Bastiano  Frate  beato  da  Firenze  al  tempi  di 
Martino  V  pontefice  professò  la  regola  di  s.  Fran- 
cesco in  Fiesole,  ed  ancor  giovanetto  fu  trucida- 
to da  due  malvagge  donne  che  volevano  indurlo 
ad  impudiche  azioni,  e  così  fu  annoverato  fra  i 
santi  martiri  delP  ordine  dei  minori  osservanti. 
R-z.  Ep.  v. 

B\tacciii  Domenico  nato  a  Livorno  P  anno 
1749  pubblicò  una  raccolta  di  novelle  sotto  il 
nome  di  „  Padre  Atanasio  da  Verocchio  „  ed  un 
poema  in  dodici  canti  chiamato  il  „  Zibaldone  „ 
ed  altro  intitolato  Y  La  rete  di  Vulcano  „.  In  que- 
ste due  opere  il  Batacchi  attacca  tutte  le  classi 
della  società:  il  suo  stile  è  mordace,  aspro  e  trop- 
po libero.  In  mancanza  d'armi  sì  crudeli  I- autóre 
impiega  il  ridicolo,  e  nomina  talvolta  i  personag- 
gi cui  tratta  con  grande  ingiustizia.  Molli  italiani 
considerano  le  sue  produzioni  come  altrettanti  li- 
belli infamatori!  e  gli  rinfacciano  le  odiose  oscenità 
di  cui  ha  ripieni  i  suoi  versi.  Se  tali  vizi  non  mac- 


ao4  B   A   T. 

chiasserò  le  opere  sue,  si  loderebbero  volentieri 
coiiie  felici  imitazioni  nel  genere  di  quei  del  Ber- 
ni,  descrizioni  di  costumi  spiritosamente  intro- 
dotte, e  sovente  uno  stile  elegante.  11  Batacchi 
morì  nel  1802.  La  sua  raccolta  fu  tradotta  in  fran- 
cese da  Louetdi  Chaumont  avvocato,  col  titolo  di 
„  Nouvelles  galantes  et  critiques,  Paris  i8i3  „  la 
qual  versione  non  è  meno  oscena  dell1  originale. 
B.u.  Ep.  vii. 

Battistiso  Gio.Batt.  Stuck  compositore  di 
musica  e  virtuoso  tedesco  d*oi  igine,nalo  a  Firenze; 
fece  conoscere  in  Francia  il  violoncello,  in  cui  era 
eccellente.  Ebbe  per  la  sua  abilità  nel  suonare 
quello  strumento,  che  primo  fece  sentire  nel  tea- 
tro deirOpera,  una  pensione  da  Luigi  XIV.  Batti- 
stino  compose  la  musica  di  tre  opere:  „!>Ieleagro 
rappresentato  nel  1709  M.  „  Manto  la  fata  nel 
1 7 1 1  „ì  „  Polidoro  nel  1720  „.  Compose  e  pub- 
blicò in  diverse  epoche  alcune  cantate  che  hanno 
goduto  di  grande  riputazione.  Questo  maestro  di 
musica  mori  a  Parigi  verso  Tanno   1 74^  -  ^  u- 

vi,  vii. 

Battoni  Pompeo  lucchese  e  cavaliere  visse 
quasi  sempre  in  Roma.  Questo  rinomato  e  va- 
loroso artista  è  stato  un  pittore  dei  primi  che  ha 
avuto  l'onore  di  fare  il  ritratto  sul  vivo  di  Giu- 
seppe II  imperatore  insieme  col  granduca  di  To- 
scana. Le  opere  pubbliche  poi  che  di  sua  mano 
vedonsi  in  Roma  sono  il  quadro  all'aitar  maggiore 
nella  chiesa  dei  santi  Celso  e  Giuliano. e  in  quel- 
la di  san  Gregorio  e  di  Santa  Maria  Maggiore  la 
Nunziata  ,  e  nel  Caffeaus  del  palazzo  del  Qui- 


B    A    Z.  2o5 

rinale  e  nella  chiesa  della  Madonna  degli  Àngioli 
la  caduta  di  Simon  Mago.  Queste  ed  allre  pittu- 
re uscite  dai  suoi  pennelli  gli  procacciarono  un 
credito  universale  ed  una  fama  immortale.  O-r. 

Ep.  v. 

Bazzicaci; va  Ercole  fiorentino  bizzarro  in- 
ventore, e  intagliatore  in  rame  sulla  maniera  del 
Callol,  di  Stefano  della  Bella,  e  del  Ganlagallina. 
Si  vedono  alle  stampe  le  sue  bellissime  carte  di 
battaglie,  d'arabeschi,  di  prospettive  e  di  paesi 
frascheggiati  con  gusto  non  ordinario  .  Fioriva 
nel  164 1.  O-r.  vi. 

Becattini.  Questo  è  il  nome  dell'autore  che 
scrisse  un  libello  infamatorio,  intitolato  „  Vita 
privata  di  Leopoldo  „,  scritto  rarissimo,  perchè  di- 
strutto da  tulli  coloro  che  lo  possederono,  a  cau- 
sa della  ributtante  malignità  e  calugna  onde  è 
scritto.  Un  apologista  di  questo  principe  illumi- 
nato dice  che  il  Becattini  ha  ragione  di  biasi- 
mar Leopoldo,  quando  rimprovera  a  questo  prin- 
cipe il  suo  funesto  sistema  dello  spionaggio.  Que- 
sto scrittore  fra!  tanto  era  V  amico  del  Chelotti 
bargello  elevato  al  grado  di  ministro  di  pulizia, 
ed  uno  dei  più  impudenti  delatori  che  turbassero 
la  pace  delle  famiglie  in  nome  del  legislatore  del- 
la Toscana.  Ma  il  Becattini  fu  tosto  esiliato 
coi  suoi  complici  ,  quando  il  sovrano  ebbe  sco- 
perto l'abuso  che  quei  flagelli  del  suo  regno  fa- 
cevano della  di  lui  curiosità  ,  non  che  della  di 
lui  funesta  brama,  di  voler  tutto  sapere  e  tutto 
fare  .  Allora  il  nome  del  Becattini  si  trovò  con 
quei  di  suo  pari  sulla  lista  infamante  degli  spioni 
St.   Tot.   Tom.   12.  21 


.•ao6  b  e  e. 

intriganti  venditori  di  fumo,che  Leopoldo  sottopo- 
se al  disprezzo  de'suoi  concittadini  .  Ritiratosi  a 
JNapoli  questo  scrittore,  ed  ivi  pubblicato  il  suo 
libello,  il  granduca  scrisse  a  quel  governo  di  la- 
sciar avere  a  quel  libro  un  libero  corso.  Questo 
scritto  fu  ristampato  a  Milano  colla  data  di  Siena 
1797,  per  cura  dell'autore  che  la  repubblica  ci- 
salpina non  tardò  molto  a  liberarsene  coir  esilio. 
P~t.  Ep.  vii. 

Beccafumi  detto  Mecherlno  pittore,  il  cui  ve- 
ro nome  è  Domenico,  ebbe  eguale  a  Giotto  i 
principi i,  poiché  nato  pastore  nel  contado  di  Sie- 
na, e  delincando  in  sua  fanciullezza  sulla  rena, 
fu  veduto  e  raccolto  da  un  cittadino  senese,  che 
gli  conferi  il  proprio  nome  di  Beccafumi.  Studiò 
dapprima  sopra  buoni  disegni  dei  migliori  mae- 
stri e  sulle  tavole  del  Perugino.Fu  in  seguito  per 
due  anni  in  Roma  a  formar  la  mente  e  la  mano 
sulle  greche  sculture,e  su  i  dipinti  del  Buonarroti 
e  del  Sanzione  tornato  poscia  alla  patria  punto  dal- 
la concoirenza  che  videsi  colà  aperta  col  Sodoma 
raddoppiò  le  fatiche  ,  studiando  pertinacemente 
sul  vivo  e  sulla  Dolomia.  Grande  ammirazione 
conciliarono  alle  di  lui  opere  quel  suo  fiero  modo 
di  disegnare,  quella  sua  copia  d'invenzióni,  quella 
novità  di  scorti,  quegli  effetti  di  luce,  e  quelle 
sue  prospettive.  Diceva  poi  che  fuor  dell'aria  di 
Siena  non  gli  pareva  di  saper  bene  operare.  Quin- 
di è  che  se  scorgesi  una  stanza  dalui  dipinta  a  Ge- 
nova nel  palazzo  Doria  e  qualche  quadro  a  Pisa 
nel  Duomo,  non  è  "da  sperare  di  conoscer  Meche- 
rino  come  pittore  altrove  che  in  Siena,  ove  fra -i 


B   'E    C.  207 

tanti  suoi  lavori  giova  citare  le  storie  condotte 
a  fresco  nella  sala  del  concistoro  del  pubblico 
palazzo,  e  le  altre  con  le  quali  in -figure  più  pic- 
cole ornò  una  camera  oggi  appartenente  ai  si- 
gnori Bindi,  tenuta  pel  capo  d'opera  dell'artefice. 
Egli  perfezionò  l*  arte  dei  chiaroscuri  di  pietre 
commesse  inventala  da  Duccio,  e  seguitò  a  deco- 
rarne il  pavimento  della  cattedrale,  che  per  lui  di- 
venne il  più  bello,  il  più  magnifico  che  mai  fosse 
stato  fatto.  Incise  in  rame  ed  in  legno}  e  negli 
ultimi  tempi  di  sua  vita  dette  opera  al  rilievo  e 
dilettoss:  oltremodo  di  fondere  in  bronzo;  nel 
quale  esercizio  tanto  si  affaticò,  che  indebolitasi 
la  complessione  dovette  cedere  all'assalto  di  una 
malattia  che  in  età  di  65  anni  nel  i5/j9  lo  tot- 
se  al  mondo.  È  da  dolersi  che  in  ultimo  siasi  dato 
ad  un'affettata  imitazione  del  terribile  di  Wiche- 
langiolo  E.  g.  d.  F.  Ep.  v,  vi. 

BEccni  Guglielmo  generale  dell'ordine  di  s. 
Agostino,  del  quale  egli  era  religioso,  poi  vesco- 
vo di  Fiesole,  bravo  teologo,  dotto  nelle  umane 
lettere,  filosofo  aristotelico,  rettorico  facondo  ed 
insigne  predicatore.  All'assidue  veglie,  alle  gravi 
fatiche  di  leggere,  insegnare,  scrivere  e  disputare 
instancabile.  Ed  è  per  le  singolari  doti  di  quel 
grand'animo,  che  meritò  di  comun  consenso  dei 
suoi  frati  d'esser  generale  acclamata  Scrisse  cer- 
te opere  ragguardevoli,  colle  quali  volle  racco- 
mandar sé  slesso  alla  posterità,  e  queste  lasciò 
nel  convento  di  s.  Spirito  di  Firenze  e  sono  „  De 
cometa:  Sermones  ad  Clerum  w?#  „  Sermones  ad 
populum  „.  „  Commentar.,  in  X  Ethic.  libros  „ 


ao8  b  -e  e. 

Commmt.  in  lìbr.  Economicor.  Aristotelis  „  ; 
Comment.  in  lib.  Politici  „  Commet.  super  tres 
liber.  De  Anima  „  Dubitationes  de  potestate  ec- 
clesiastica ,  De  potestate  pontificis ,  De  lege 
Mahumetana  „  Apologiam  prò  sua  religione , 
Firenze  1497  M  „  Passio  lesu  Chris  ti  „.  Ebbe 
vita  fino  al  i/^oo,  morendo  vescovo  di  Fiesole. 
C-n.  Ep.  v. 

Becucci  Domenico  Maria  letterato  nato  ver- 
so il  17S0  a  Firenze,  abbracciò  Io  stato  eccle- 
siastico, e  fu  nominato  professore  di  letteratura 
greca  nel  seminario  vescovile.  Dopo  d'aver  tenu- 
ta quella  cattedra  per  più  anni,  con  felice  succes- 
so egli  ottenne  la  dignità  di  proposto  del  capi- 
tolo di  san  Felice,  e  divise  il  rimanente  del  vi- 
ver suo  fra  i  suoi  doveri  e  la  cultura  delle  lettere. 
Si  conoscono  di  lui,,}  Dogmata  orthodoxa,quae 
eoeposuerunt  SS.  Apostoli,  nunc  primu  ni  e  gr. 
codice  riccardiano  eruta  lat.  versa  et  notis  il- 
lustinta  greca  lat.  Florentiae  1768  „.  Istituzione 
pratica  sopra  i  voti  monastici  ivi,  1771  ,,  Ars 
metrica,  seu  graecorum  prosodia  tractatus 
cum  additamenfis,  observationibus  et  reguèis, 
nunc  primum  latino  Carmine  eoe  pò  siti  s  ad  usum 
studiosae  in  greca  poesi  iuventutis,  Colle  1 7811  „. 
Al  pregio  d^uno  stile  chiaro,  Pautore  unisce  quel- 
lo della  esattezza,  e  le  osservazioni  che  seguono 
ogni  libro,  riescono  utili  assai  periscoprire  e  cor- 
reggere gli  errori  in  gran  numero  che  sono  nelle 
antiche  edizioni  dei  greci  poeti,  anche  in  quelle 
più  stimate.  B-u.  vii» 

Belcari  Feo.  poeta  per  quei  tempi  stimata 


BEL.  20C) 

e  celebre,  di  vita  e  costumi  incorrotti.  Scrisse  m 
verso  toscano  primieramente  la  „  Rappresentazio- 
ne delTAnnunziazione  della  Vergine  Maria  „  il  di 
cui  manoscritto  era  nella  bibl.  Strozzi  che  fri  poi 
stampala  in  Firenze.,,  Rappresentazione  quando  s. 
Giovanni  predica  nel  deserto,Firenze  i6o5„^„  Sto- 
ria e  miracoli  eli  san  Bernardino  Firenze  „.  „  Rap- 
presentazione di  s.  Pancrazio,  e  molte  altre  d'altri 
santi  tutte  in  versi  stampate  in  Firenze  „}  „  Vita 
del  Bealo  Giovanni  Colombini  fondatore  dell'or- 
dine degli  Ingesuati  „;  „  Vite  dei  religiosi  iti  tssa 
religione,  Firenze  e  Roma  „.  Compilò  anche  moi- 
te  laudi  spirituali,  fra  le  quali  il  primo  luogo  tieu 
quella  che  incomincia  „  Da  che  tu  nT  hai  Iddio 
il  cuor  ferito  „  le  quali  sono  stampate  in  Firenze 
ed  in  Bologna  aurora  mescolate  con  quelle  di  di- 
versi altri  autori.  Trasportò  ancora  dal  Ialino  in 
italiana  favella  il  sesto  libro  del  Prato  spirituale 
de'sanl  i-Padri.  Morì  Feo  adì  16  agosto  i4$4  <* 
sepolto  in  santa  Croce,  la  cui  morte  fu  pianta  d^ 
tutti  i  cittadini,  perocché  era  grande  la  sua  virtù. 
La  sua  famiglia  era  nobile.  C-n.  Ep.  v. 

Beli-orti  Filippo  tiglio  del  cavaliere  Ottavia- 
no. r\\n  nacque  in  Volterra  nell'anno  i3i(),  fu  sog- 
getto peritissimo  nei  canoni  e  molto  versalo  nel- 
la ecclesiastica  disciplina,  e  per  la  sua  «lo! trina 
aggregato  al  ceto  dei  canonici  di  Volterra  da  Ri- 
nuccio  Galletti  suo  vescovo  ,  al  quale  succede 
con  breve  di  Clemente  VI.  sebbene  costituito  nei 
soli  ordini  minori  e  nelTelà  d'anni  a8.  Kell'an- 
li-.  1  5 .".<;  adunò  un  „  Sinodo  ,,,  che  conservasi  in 
.mena  presso  la  famiglia  del   priore  Inaimi 

ai* 


2  IO  BEL. 

mi,  e  nella  pubblica  libreria  Guarnacci  di  Volterra 
•vi  è  di  esso  un  codice  di  „  Lettere  «scritte  a'pon- 
tefici,  monarchi  e  ministri  di  sommo  grado:  ma  13 
breve  dimora  clipei  fece  in  questo  mondo,  essendo 
mancato  in  età  di  soli  38  anni,  non  gli  permise 
di  lasciare  un  saggio  maggiore  dei  suoi  talenti. 
G-c.  Ept  v. 

Belforti  Bocchino  (dei)  fu  figlio  d'Ottaviano 
della  indicata  famiglia  ohe  avea  governata  Vol- 
terra sino  dal  secolo  XIV.  Bocchino  per  la  sua 
tirannìa  si  concitò  V'odio  dei  suoi  concittadini,  e 
tant'oltre  arrivò  il  di  lui  eccesso  che  pensò  di  ven- 
dere Volterra  ai  pisani.  Già  si  preparava  ad  aprir 
loro  le  porte  della  sua  patria  ,  allorché  i  fio- 
rentini prevennero  i  rivali,  e  furono  accolli  dai 
volterrani  nell'ottobre  del  i36),  mediante  un 
trattato  che  riserbava  a  Volterra  il  suo  governo 
municipale  e  la  sua  libertà,  sotto  la  protezione 
della  repubblica  fiorentina.  Bocchino  che  nel  tu- 
multo era  stato  fatto  prigione  dai  suoi  sudditi 
sollevati,  fu  fatto  morire  dal  capitano  dei  fioren- 
tini sopra  un  patibolo.  v. 

Belfratelli  beato  fra  Pietro  fiorentino  ve- 
stitosi l'abito  degringesuati  prima  del  1898  andò 
col  beato  Romolo  a  Bologna  a  prendere  il  luogo 
di  Valverde,  e  di  lì  a  non  mollo  morì.  B-z.        v. 

Bella  Giano  (della)  fiorentino  nato  da  una 
famiglia  ch'era  ^  molto  aulica  nel  secolo  XIII. 
Rinunziò  ai  privilegi  della  sua  nascita  per  parteg- 
giare col  popolo  contro  i  gentiluomini.  Il  suo  a- 
more  per  la  libertà  tollerar  non  sapeva  l'insolen- 
za dei  grandi,  il  dispregio  ch'essi  ostentavano  per 


BEL.  a/i 

le  leggi  e  i  disordini  della  lor  vita.  Riuscì  a  Gia- 
no Tanno  1292,  di  organizzare  il  popolo  in  ma- 
niera,che  le  sue  compagnie  di  milizia  fossero  sem- 
pre pronte  a  difendere  i  tribunali  e  le  leggile  che 
il  gonfaloniere  di  giustizia,  primo  magistrato  del- 
lo stafo  istituito  in  quelPepoca,  fosse  mallevado- 
re dell'ordine  contro  l'anarchia.  Tutti  i  nobili 
vennero  sottoposti  ad  una  specie  di  legge  mar- 
ziale che  si  chiamò  ordinamento  di  giustizia,  e  i 
gentiluomini  sottomessi  a  tal  severa  legge  furo- 
no sopra  una  lista  separata,  e  d*1  allora  in  poi  fu 
pena  usilata  a  Firenze  quella  di  nobilitare  un 
uomo  per  sottrarlo  alla  protezione  delle  leggi  co- 
muni, escluderlo  da  ogni  pubblico  uffizio,  e  sot- 
toporlo a  tutti i  privilegi  onerosi  a  quelPepoca  del- 
la nobiltà.  L'impazienza  colla  quale  Giano  della 
Bella  riformar  voleva  tutti  i  disordini,  ed  il  suo 
odio  contro  tutti  gli  abusi,  gli  fecero  in  seguito 
offendere  le  altre  classi  del  popolo,  come  aveva 
offeso  la  nobiltà.  I  suoi  nemici  lo  eccitarono  ad 
intraprendere  una  dopo  l'altra  le  riforme  più  ar- 
dite, ed  in  tal  modo  perder  gli  fecero  tutta  la  sua 
popolarità.  Finalmente  il  dì  5  marzo  1204  i  magi- 
strati gTintimarono  di  comparire  a  dar  conto  del- 
la sua  condotta  a  quello  stesso  tribunale,del  qua- 
le egli  avea  tanto  allargata  L'autorità.  Giano  della 
Bella  licenziò  i  suoi  amici,  che  frettolosi  gli  si  a- 
dunarono  intorno  per  difenderlo,  usci  dalla  città, 
e  morì  poco  dopo  esule  dalla  sua  patria.  /?.  u. 

Ep.  v. 
Betti  Stefano  (della)  nacque  in  Firenze  l'an- 
no itiioJPr  jticò con  Gio. Battista  Vanni  e  col  Can- 


212,  BEL. 

tagallina,  copiò  le  carte  del  Callot  e  fermossicofl 
Cesare  Dandini  bravo  pittore.  Fu  disegnatore  mi- 
rabile; principiava  le  figure  dai  piedi  e  prosegui- 
vaie  sino  al  capo,  e  le  terminava  col  fiato.  Vide 
Roma,Parigi,la  Fiandra,  l'Olanda  e  guadagno  per 
tutte  le  corti  premi,  grazie  e  onori,  e  fu  somma- 
rne ute  caro  ai  suoi  principi  naturali.  Tornato  a 
Firenze  si  provvide  di  una  bene  adagiata  abita- 
zione, ove  proseguì  i  suoi  lavori  d'intaglio  all'a- 
cqua forte,  a  cui  erano  rivolti  tutti  i  suoi  studi, 
dei  quali  si  era  invaghito  ed  occupato  nella  più 
tenera  età.  Dopo  aver  lasciate  tante  belle  inven- 
zioni e  capricci  alle  stampe,  tutte  registrate  dal 
Baidiuucci,  carico  di  gloria  mori  d'anni  54-  0~r. 

Ep.  vi. 

Bellamimo  da  Siena  è  nome  che  si  conserva 
nelle  cronache  antiche,  ugualmente  che  nell'ul- 
timo verso  dell'iscrizione  della  famosa  fonte  Bran- 
da di  Siena,  mentre  ne  apparisce  l'edificatore  nel 
i  i()3,siccorne  nell'anno  susseguente,pose  mano  in 
qualità  ugualmente  d'architetto  nella  dogana  ed 
in  altri  edilìzi.  Questo  Bellamimo  potrebbe  esser 
forse  uno  degli  ascendenti  di  Agostino  ed  Agno- 
lo Senesi  che  provennero  di  razza  di  architetti. 
C-c.  v. 

Sellanti  Lucio  senese  scrisse  un  libro  col 
quale  pretese  d'  impugnar  V  opera  di  Gio.  Pico 
della  Mirandola  contro  l'astrologia,  e  ne  pubblicò 
un  altro  di  pretto  argomento  astrologico  intitola- 
to. „  De  dìvinatione  per  astra  „.  [n  esso  però  a  giù* 
dizio  dell'abate  Ximenes,,in  mezzo  a  gravi  erro- 
ri traspariscono  molte  dottrine  di  buona  astrono- 


BEL.  2l3 

mia,  sparse  per  tulta  l'opera  sopra  la  irregolarità 
dei  moli  lunari  e  solari,  sopra  le  massime  elun- 
gazioni  di  Mercurio,  sopra  le  macchine  costruite 
per  ben  rappresentare  i  pianeti  e  gli  ecclissi  lu- 
nari e  solari  C-r. 

Bellanti  Pietro  sanese  chiamato  per  vezzo 
Petrino,  il  quale  da  fanciullo  fu  dal  padre,  onde 
salvarlo  dall'influenza  del  vaiolo,  mandato  a  Fi- 
renze, ove  sopraggiuntogli  quel  male  fu  degli 
occhi  privato.  Ma  benché  quasi  cieco  studiò  con 
molta  assiduità  ed  attenzione,  e  nelle  scienze  ap- 
profittatosi, specialmente  nella  filosofia,  per  ri- 
prova de^suoi  talenti  sostenne  più  volte  conclu- 
sioni con  universale  applauso.  Émaravigliosonel 
toccar  dolcemente  vari  strumenti,  fra  i  quali  il 
liuto  italiano  e  con  tanta  destrezza  e  velocità  di 
mano  suonato,  che  ha  fatto  restar  sorpresi  i  suo- 
natori più  pratici.  Lesse  nello  studio  pisano  filo- 
sofia con  gran  concorso  per  alcun  tempo.  C-n. 

BE.LLkRyiA.Ti  Gì  talamo  fu  gran  prof,  delle  ma- 
tematiche, ed  essendo  bandito  dalla  patria  si  riti- 
rò sotto  la  protezione  di  Francesco  l  re  di  Francia, 
dal  quale  in  progresso  di  tempo  fu  chiamato  suo 
ingegnere  maggiore.  Egli  fu  il  primo  che  per  com- 
missione del  re  fece  edificare  in  Normandia  col 
suo  consiglio  e  disegno  la  città  e  porto  d'Haure  di 
Grazia^  ove  il  fiume  della  Senna  entra  nel  mare. 
Fu  intendente  di  Cosmografia,  come  si  vede  nel- 
la Corografia  della  Toscana  da  lui  posta  in  luce, 
la  quale  vogliono  che  sia  la  più  aggiustata  e 
legittima  di  quante  fino  allora  se  ne  videro  ed  è 
lodata    molto    dal   Simbra  L'anno    i5/|3     volle 


2  1 4  E    E    L. 

il  re  Francesco  unire  la  sua  armala  con  quella 
d'Ariadeno  Barbarossa  per  spingerla  alla  volta  di 
Barcellona^  ed  avendone  confermato  ammiragl  io 
il  conte  delTAnguillara,  comandò  al  Bellarmati  che 
andasse  in  sua  compagnia}  ma  egli  ris  ponden 
che  s'era  trovato  a  fuggir  per  due  volte  con 
quel  conte,  non  avrebbe  voluto  trovarvisi  la  terza, 
quasiché  prevedesse  che  l'armata  doveva  esser 
rotta  in  quella  campagna,  e  fu  cagione  che  il  re 
mutò  parere  e  dismesse  quella  impresa:  tanta  era 
la  credenza  che  S.  Maestà  dava  alle  parole  di 
quell'uomo  insigne.  U-r.  Ep.  n. 

Bellarmi^to  Roberto  da  Montepulciano  dove 
nacque  nel  i54a,  morto  poi  nel  i63o.  Sommo  teo- 
logo,noto  specialmente  per l'opera:  „Delle  contro- 
versie „,  famoso  difensore  di  tutti  i  dritti  de'papi 
sul  temporale  dei  sovrani.  „  .  Da  giovanetto  amò 
moto  la  poesia  specialmente  latina}  in  età  d| 
dìciolto  armi  vestì  P  abito  di  gesuita  ,  e  subito 
fu  impiegato  a  darlezione  alla  gioventù,  ancorché 
non  fosse  egli  stesso  bastantemente  istruito.  Frat- 
tanto predicava  nei  più  distinti  pulpiti  d'Italia, 
prima  ancora  di  giungere  al  sacerdozio.  Fu  poi 
mandato  in  Fiandra  a  predicare  in  latino  contro 
il  luteranismo.  Astretto  dalla  necessità  del  suo 
ordine  insegnò  teologìa  e  la  scolastica,  e  spiegò 
la  somma  dell'Angelico.  Appena  ricevuti'  i  primi 
rudimenti  della  lingua  ebraica  ne  divenne  subito 
cattedratico,scrisse  un  «Commentario  sopra  i  sal- 
mi ,,  ma  non  mollo  applaudito.perchè  poco  intel- 
ligente del  testo  ebreo.  Da  Lovanio  tornò  a  Ro- 
ma dove  il  pontefice  Gregorio  XIII  lo  des.tinò  a 


BEL.  ai  5 

leggere  le  controversie  della  fede.  Fu  inalzato 
successivamente  a  diverse  cariche  sì  tra  i  gesuiti 
che  nella  corte  di  Roma.  Clemente  Vili  lo  creò 
cardinale  Tanno  1699,  e  tre  anni  dopo  Cu  arcive- 
scovo di  Capua.Paolo  V  lo  chiamòa  se  per  farlo  as- 
sistere agli  affari  della  corte  di  Roma  fino  dal 
1621,  ma  per  incomodi  di  salute  lasciò  il  Vatica- 
no e  si  ritirò  nel  noviziato  dei  gesuiti  a  Monte 
Cavallo,  ed  ivi  terminò  di  vivere  in  età  di  79  an- 
ni. Gli  opuscoli  di  pietà  che  abbiamo  di  esso  son 
fruiti  del  suo  ritiro.  11  solo „  Trattato  degli  scritto- 
ri ecclesiastici,,  può  servire  di  prova  del  suo  gran 
sapere.  Egli  si  fece  strada  da  ciò  per  entrare  sen- 
za tema  nel  vasto  mare  della  teologia,  e  per  con- 
durre a  termine  la  grand'opera  delle  ^Controver- 
sie della  fede  cristiana  contro  gli  eterodossi,,.  Non 
vi  e  stato  autore  che  meglio  di  lui  abbia  sostenuta 
la  causa  della  chiesa  romana  in  generale,  e  quella 
del  papa  in  particolare.  Quanto  però  ha  scritto  il 
Bellarmino  dell'autorità  del  pontefice,attribuendo 
al  medesimo  sul  temporale  dei  principi  una  po- 
testà che  egli  chiama  indiretta,  non  ebbe  la  sorte 
di  sodisfare  né  i  principi  né  lo  stesso  papa.  E. 
(Tu.  L  Ep.  vi. 

Belli. nciom  Bernardo  nato  in  Firenze  di  ca- 
sa nobile,  ramo  della  famiglia  dei  Donati,  fiorì  al 
tempo  di  Lorenzo  de'Medir.i,  Luigi  Pulci  e  Matteo 
Fianco  poeti  arguti  e  piacevoli.  Visse  lungo  tem- 
po a  Milano,  dove  morì  sotto  gli  auspici  di  Lo- 
dovico Sforza,  dal  quale  fu  accarezzato  e  bemdi- 
Ebbe  illusili  antenati.  Il  Crescimbem  nel 
\ol.  11  dc'comineulari  della  volgai rpòtffd  a  p.  186 


ai6  BEL. 

della  edizione  di  Rema  1710,  ci  dà  il  seguente 
succinto  ragguaglio  di  questo  poeta  „  Bernardo 
Bellincioni  fiorentino  poeta  laureato  di  Lodovico 
Moro  Duca  di  Milano,  fu  uomo  assai  accredilato 
nella  nostra  poesia,  di  maniera  che  Luigi  Pulci 
talmente  s'appagava  del  suo  giudizio,  che  ebbe  a 
dire  nell'ultimo  canto  del  Morgante  „ 

Non  sieri  dati  i  miei  versi  a  Faro  Zucco 
E  basta  il  Bellincion  che  affermi  e  lodi. 

Ora  di  questo  poeta  si  trova  un  volume  di  „Rirue 
impresse  in  Milano  Tanno  i4<)3  „.  la  maggior  par- 
te delle  quali  sono  giocose  e  libere  ali1  uso  del 
Burchiello,  ma  quelle  che  son  gravi  si  conoscono 
competentemente  buone  ,  e  quanto  alla  lingua 
vengon  citate  dal  vocabolario  della  Crusca.  Fiorì 
egli  negli  anni  suddetti  ed  anche  prima,  adempì 
del  mentovato  Pulci,  e  vien  lodato  dal  Poccian- 
ti  ne'suoi  scrittori  fiorentini.  Fu  il  primo,  secon- 
do alcuni,  che  in  terza  rima  italiana  tentò  di  dar 
l1  essere  al  genere  elegiaco  de'latini  e  dei  greci. 
'Mi*  Ep.  v. 

Bellini  Lorenzo  nato  in  Firenze  l'anno  1643 
da  onesta  ma  limitata  famiglia.  Fattosi  conosce- 
re nei  suoi  primi  studi  giovane  di  raro  talento,  fu 
assistito  dal  granduca  Ferdinando  II  che  lo  man- 
tenne sotto  la  direzione  del  Borelli,  dell'Oliva  e 
del  Redi  a  Pisa,ove  imparò  la  medicina,  e  dal  Mar- 
che! tini  apprese  le  matematiche.  Non  giunto  a 
20  anni  pubblicò  la  sua  „  Esercitazione  anatomica 
intorno  alla  struttura  e  sostanza  de'reni  „  e  con 


BEL.  217 

essa  convinse  di  erronee  le  idee  che  di  ciò  si  ave- 
vano. Scoprì  pure  alcuni  canaletti  che  dal  suo 
nome  si  dicono  Ductus  belliniani.  Per  tutto  eie!» 
fu  promosso  ad  una  cattedra  in  Pisa  prima  di 
esser  laureato  .  Scrisse  allora  le  sue  „  ftuove 
osservazioni  sulla  lingua  „.  Considerò  nei  corpi 
le  proprietà  del  moto  e  della  forza  al  moto,  cose 
tutte  che  &'  insegnano  dalle  matematiche,  e  se- 
gnatamente dalle  meccaniche.  Tra  le  sue  opere  si 
annoverano  i  „  Commentari  destinati  a  ricercare 
che  cosa  sia  l'animale  „.  Questa  sua  opera  fu  di 
tal  merito  repulata  che  il  Boerhave  la  ristampò 
nel  1717.  Seppe  rinvenire  le  vie  dell'  aria  nello 
uovo  e  nei  vasi  del  polmone.  Trattò  dell'intrin- 
seca forza  onde  le  parti  della  materia  tendono 
al  mutuo  contatto.  Era  egli  di  fantasia  vivace, 
ricca  &'  immagini  e  feconda  di  invenzioni  ,  con 
cui  potette  adornare  le  sue  espressioni  ,  onde 
meritarsi  in  Parnaso  uno  dei  più  ragguardevoli 
posti  tra  i  poeti  toscani  di  quel  secolo  .  JN011 
avendo  tardato  la  fama  a  far  conoscere  i  pregi  del- 
le sue  scoperte  ed  il  valore  dei  suoi  raziocinii , 
ebbe  in  vita  la  rara  consolazione  di  veder  pre- 
sto riprodotte  dai  torchi  le  sue  opere  e  sentir  let- 
te dalle  cattedre  le  sue  mediche  produzioni.  È 
valutabile  l'elogio  fattogli  dal  sommo  maestro  del 
secolo  Boeihave,  che  nessun  autore  di  medicina 
si  può  anteporre  al  Bellini.  Estese  il  Bellini  le  sue 
occupazioni  alla  medicina  pratica  esercitata  al 
letto  dei  malati,  impiegandovi  le  massime  del  suo 
maestro  Bedl,  p«*r  cui  fu  dal  granduca  Cosimo  HI 
<  Mainato  ad  occupare  il  posto  di  archiatro  di  cor- 
St.   Tose.   Tom.   12.  22 


ai  8  BEL. 

te,  onde  lasciò  la  cattedra  d*  anatomia  dell*  ac- 
cademia pisana.  Fu  altresì   nominato  primo  con- 
sultore della  santità  di  Clemente  XI.   Colle  quali 
distinzioni,  e  colPamicizia  de'Redi,  de*  Magalotti, 
de'Filicaia,  de^Menzini,  de^alvini,   e  di  tanti  al- 
tri uomini  immortali,  tanto  concittadini  che  fore- 
stieri, ei  si  consolava  debordaci  sussurri  del  vol- 
go dei  medici  contro  di  lui.  Ma  ciò  non  io  tratte- 
neva dal    prestare    agl'infermi  la  più  premurosa 
assistenza  con  quello  zelo  proprio  delle  anime  non 
interessate,  e  dallo  istruire  i  giovani    praticanti 
suoi  seguaci.  A-d  onta  de^tormenti  della  podagra 
prendeasi  l'innocente  sollievo  di  conversare  colie 
muse,  che  faceva  servire  di  giocondo  ed  istruttivo 
trattenimento  alle  sue  favorite  accademie  della 
Crusca  e  dell'Arcadia.  Contento  d'un  onesto  gua- 
dagno aborriva  gli  artifizi  dell'  impostura  ,  con- 
sueto appannaggio  di  chi  pensa   meno  alla  gloria 
che  ad  accomular  denaro  per  un'ingrata  posteri- 
tà. Raccontasi  che  ad  insinuazione  degli  amici  a- 
vendo  nel  1696  presa  in  moglie  Leonora  Mannoz- 
zi,  la  prima  sera  che  Pebbe  in  casa  sdegnatosi  per 
un  fanciullesco  scherzo  creila  gli  volle  fare,  con- 
gedolla  immantinente,  e  fu  poscia  costretto  a  pas- 
sarle ogni  anno  non  piccolo  assegnamento.  Oltre 
le  citate  sue  opere  sono  da  rammentarsi  „  Opu- 
sculade  motu  cordis,  Leyden  1737  ^  „  De  urinis 
et  pulsibus^de  missione  sanguinis^defebribus, 
de  morbis  capitis  et  pectoris  etc*  Bologna  i(383 
e  Leyden   1717  ,9 .  Scrivon  per  altro  di  lui   che 
s'impegnava  troppo  a  far  valere  ciò  che  trovava 
di  sorprendente    nelle  operazioni    della  natura  . 


BEL.  219 

Introdusse  una  teoria  intorno  le  febbri  cbe  fu  ge- 
neralmente abbracciata  sul  principio  del  passato 
secolo,  ma  che  poi  è  stata  abbandonata  da  molti. 
Fu  il  Bellini  anche  valente  poeta  italiano,  come 
fra  le  allre  di  lui  rime  il  dimostra  la  sua  „Buoche- 
reide,  Firenze  1729,,}  preceduta  da  una  prefazione 
e  da  una  cicalata,  che  serve  di  proemio  all'opera. 
Chi  narrò  anche  la  sua  morte  ci  dice  che  di- 
venne assai  pingue,  ed  egli  pensò  che  la  pingue- 
dine fosse  aliena  dalla  costituzione  del  suo  fisi- 
co, e  riguardavala  come  una  specie  di  feccia  pro- 
creatrice di  mali,  e  s'era  proposto  d'estenuarla  con 
una  estrema  parsimonia  di  cibo.  Per  quel  digiuno 
cadde  in  uno  sfinimento  sì  fatto  che  irreparabil- 
mente lo  condusse  alla  tomba  nel  gennaio  del 
I7a3  in  età  d'anni  61.  B.  u.  C-r.  Ep.  vi. 

Belmnzom  Bernardo.  Ved.  Bellincioni  Ber- 
nardo. 

Bellucci  Tommaso  botanico  pistoiese  era  di- 
rettore del  giardino  della  università  di  Pisa,  e 
professore  di  botanica  verso  la  metà  del  secolo 
XVII.Pubblicò  il  catalogo  delle  piante  che  vi  era- 
no coltivate  a  quell'epoca  solfo  il  titolo  di,,  Pian- 
tar um  index  hort.  pisani  cum  appendice  ange- 
li Donninijloren'iniy  Firenze   1662,  ,,.  B-u.      vi. 

Belteami?ii  Niccolò  nacque  in  Colle  dj  Val 
d1  Elsa  nel  febbraio  del  i523,  e  fu  mandato  nel 
i538  a  studio  a  Siena  e  a  Padova:  passato  poi 
a  Pisa  ebbevi  la  laurea  dottorale.  Nel  i539  ebbe 
in  Pisa  la  caltedra  dell'istituto.  Due  anni  dopo 
passò  a  leggere  l'estraordinaria  civile.  Susseguen- 
temente  lesse  l'ordinaria  canonica,  e  poi  Tordi- 


S2.0  BEL. 

naria  civile.  Richiesto  alle  cattedre  di  Napoli,  ed 
ottenutane  con  difficoltà  la  licenza  se  ne  passò  colà 
a  nuova  lettura.  Le  gravi  spese  chVgli  era  tenuto 
a  fare  per  vivere  molto  onoratamente  furono  il 
motivo  ch'egli  risolvette  di  abbandonare  Napoli 
e  ritornare  a  Colle  sua  patria}  e  subito  dal  con- 
siglio di  Colle  fu  elelto  di  balìa,  e  incaricato  d'as- 
sistere a  gravi  interessi.  Fu  eletto  giudice  di  Siena 
e  intanto  fu  dichiarato  del  giudicalo  delle  vedove 
e  pupilli,  che  in  avanti  aveva  il  suo  proprio  e 
particolar  giudice.  Terminati  i  tre  anni  di  tale 
impiego  passò  dalPauditorato  di  ruota,  e  poscia 
ad  essere  auditore  generale  del  governo  della 
medesima  città  e  stato  di  Siena,  nel  quale  impie- 
go vi  dimorò  fino  al  1574  ultimo  anno,  in  cui 
chiedendo  il  riposo  gli  fu  benignamente  accor- 
dato. Fece  il  nostro  Niccolò  pubblicare  gli  statuti 
dell'università  dei  mercanti,  e  uffizioli  della  mer- 
canzia di  Siena,  e  dal  medesimo  rivisti  e  fatti 
stampare  unitamente  con  Messer  A.ntouio  Maria 
Petrucci  segretario  delle  leggi,  e  messer  Orlando 
Malavolti.  Ritornatosene  finalmente  alla  sua  pa- 
tria ivi  finì  di  vivere  nel  novembre  del  i58a.Quan- 
to  in  vita  sua  egli  acquistasse  di  merito  e  di  fa- 
ma presso  il  Mondo  non  è  ignoto  ai  nostri  tempi, 
imperciocché  da  Carlo  Borromeo  nipote  di  Pio 
IY  con  autorità  pontificia  gli  fu  dato  il  titolo  di 
conte  e  cavaliere  palatino,  unitamente  con  Gio- 
vanni suo  fratello  carnale,  ed  anche  gli  fu  scol- 
pita una  medaglia.  Fu  Niccolò  aggregato  alla  cit- 
tadinanza fiorentina  Tanno  i555,  e  gli  fu  incisa 
un  altra  medaglia.  Molti  sono  i  suoi  manoscritti 


B    E    ff.  221 

lasciati ,  alcuni  dei  quali  trovansi  presso  i  suoi 
eredi,  e  alcuni  a  Colle  presso  i  Buonaccorsi,  ove 
si  leggono  frammenti  di  storia  patria  ,  notizie 
di  sua  famiglia,  ammaestramenti  di  morale  e  di 
politica  ec.  E.  (Tu.  i.  Ep.  v,  vi. 

Benci  Fabiano  da  Montepulciano  nacque  nel 
14^3,  ed  in  Siena  apprese  il  dritto  canonico, 
nella  quale  scienza  fu  poi  eletto  professore.  Por- 
tatosi a  Roma  fu  sommamente  accetto  a  Marino 
Orsini,  che  lo  creò  suo  consigliere  ed  auditore  di 
ruota.  Fu  poi  vicario  di  Perugia  per  5  anni;  am- 
basciatore presso  i  genovesi,  ed  altri  popoli  della 
romana  chiesa  sotto  Pio  II  e  Paolo  li,  ed  ammi- 
nistratore delle  provincie  ribellate  alla  pontificia 
potestà.  Fu  pure  tesoriere  pontificio,  una  qual 
carica  egli  più  volte  sostenne  in  diverse  romane 
Provincie.  Al  pontefice  Sisto  IV  non  fu  meri  ca- 
ro che  ai  suoi  predecessori,  ed  essendo  giudicato 
sommamente  atto  a  sedare  le  turbolenze  che  na- 
scevano tra  diversi  popoli,  per  la  sua  dottrina, 
bontà  di  natura  e  pacato  ingegno,  spesso  era  a 
costoro  spedito,  e  la  sua  missione  con  felicissimo 
esito  adempiva.  Sostenute  in  fine  tante  magistra- 
ture, mori  in  Roma  nel  1481.  P-z.  v. 

Benci  Spinello  di  Montepulciano  segretario 
intimo  di  Leone  XI  ambasciatore  del  duca  di  Man- 
tova, e  primo  segretario  del  principe  di  Toscana. 
Scrisse  „  La  patria  storia  „  di  cui  fece  la  seconda 
edizione  ampliata  e  corretta,e  dedicata  al  serenis- 
simo principe  Giovan  Carlo  di  Toscana  nel  i6{G 
J°-r  vi. 

Bmici  f'go,  Vedi  Bendo. 

ita* 


22,2.  BEN. 

Bercio  Ugo  de  Bencis,  detto  Ugo  di  Siena 
medico  del  secolo  XV,  morto  a  Roma  nel  i438, 
si  rese  celebre  principalmente  a  Ferrara  ed  a  Par- 
ma. Nella  prima  di  queste  due  ultime  città  lesse 
medicina  ,  e  fu  presente  al  concilio  che  ivi  da 
Eugenio  IV  fu  adunato,  ove  sciolse  e  convinse 
tutte  le  ragioni  dei  greci  co^atini  disputanti  sul- 
la religione.  Mentre  era  adesso  concilio,  insieme 
co''  filosofi  greci  e  latini,  si  propose  ad  una  cena 
che  avrebbe  estemporaneamente  argomentato  e 
difeso  le  parti  d^Aristolile  e  di  Platone  a  seconda 
delle  proposte  che  date  gli  avrebbero  .  Secondo 
T  usanza  del  suo  tempo  si  occupò  sopratutto  a 
commentare  e  tradurre  i  classici  greci  ed  ara- 
bi ,  cioè  Ippocrate  ed  Avicenna  ;  ed  abbiamo 
di  lui  numerosi  commenti  di  quei  due  som- 
mi medici,  nonché  di  Galeno  „  In  Aphorismos 
Hippocratis  et  commentarla  Galeni  resolutis- 
sima  expositio,  Venezia  1498  »  con  la  più  parte 
delle  opere  seguenti  „  Super  quartam  seu  pri- 
mi canonis  Avicennae  preclara  eocpositio,  Ve- 
nezia 1 5i 7.  „}  „  Consilia  saluberrima  ad  omnes 
aegri fudines,  ibid.  i5i8  ,,}  „  In  tres  libros  Mi- 
crolechni  Galeni  luculentis sima  eocpositio,  ibid. 
T5a3.  B.  u.  Ep.  v. 

Bii\civENr?i  Giuseppe  morto  a  Firenze  nel  lu- 
glio del  1808  in  età  di  anni  77.  era  generalmente 
stimato  sì  per  le  sue  virtù  che  pe'suoi  talenti  e 
lumi.  Pubblicò  parecchie  opere  e  molte  altre  ne 
scrisse  che  non  videro  la  luce.  Tra  quelle  che  fu- 
rono stampate  si  osservano  „  La  vita  di  Dante  ,,5  „  I 
nuovi  dialoghi  de'morti  „*  „  Gli  elogi  degli  uorni- 


BEN.  223 

ni  illustri  toscani,,}  „La  descrizione  della  Galleria 
di  Firenze  „,  „  Le  epoche  di  storia  fiorentina  fino 
al  1292  „.  B.  u.  Ep.  vii. 

Bene  Baccio  (del)  ma  veramente  Bartolonu 
meo,  poiché  in  Firenze  Baccio  e  Bortolommeo  era 
lo  stesso  nome  nei  tempi  andati.  Fu  eruditissimo 
nelle  lettere  greche  e  latine.  Compose  molte  o- 
pere,  tra  le  quali  varie  „  Canzoni  „  e  in  oltre  una 
opera  intitolata  „  Cwitas  Feri,  sive  monumen- 
tini  Bartolomaei  del  Bene  patricii  fiorentini, 
Parisìis  1609  „.  vi. 

Benedetti  Francesco,  nacque  in  Cortona 
nell'ottobre  del  1783  da  onesti  genitori}  studiò 
nel  patrio  seminario  le  lettere  e  la  filosofia.  Fino 
da  quella  tenera  età  sentissi  disposto  alla  poesia, 
e  nutriva  particolare  affezione  perla  dranmi  atica, 
tantoché  toccati  appena  gli  anni  i5  compose  un 
„  Edipo  nella  favola  di  Telegono  „  e  ne  ebbe  gra- 
zia ed  estimazione  da'suoi  concittadini.  vii. 

Benedetto  Beato  da  Monte  Migliaio  del  Ca- 
sentino, era  abate  dell'ordine  di  Vallombrosa,  ne! 
monastero  di  s.  Bartolommeo  a  Ripoli,  ove  morì 
l'anno    i2o5.  R-z.  v. 

Benedetto  Beato  della  nobilissima  famiglia 
Bica  soli  valombrosano  monaco  di  s.  Lorenzo  a 
Collibuono  nel  contado  di  Firenze,  che  ritirossi 
a  vita  più  austera  in  un  bosco  non  distante  (iil 
convento',  fu  romito  fino  a  morte,  accadutagli 
Bel  1  107,  come  si  legge  nelle  storie  del  suo  onli- 
ne.  li-Z.  IV. 

Benedetto  ila  Maiano.v  il  la^gio  presso  Firenze 
ov'egl:  nacque  Ite]   1  J44i  fu  umilialo  ancor  giù- 


£24  B   E    ff. 

vinetto  a  Firenze  ad  apprender  l'arte  dell'inta- 
gliare in  legname,  manifattura  introdotta  in  quel- 
la citta  a'tempi  del  Brunellesco  e  di  Paolo  Uccello} 
e  pervenne  in  questo  lavoro  a  tale  eccellenza  da 
superare  in  perfezione  i  suoi  contemporanei,  co- 
me il  mostrò  negli  armari  del  Duomo  da  lui  ter- 
minati. I  suoi  lavori  furono  ricercati  dai  princi- 
pi e  dai  grandi,  tanta  fu  la  fama  ch'ei  ne  ritrasse. 
Condotte  di  poi  a  termine  alcune  casse  per  ordi- 
ne di  Mattia  Corvino  re  d'Ungheria,  ed  essendosi 
portato  a  quella  corte  per  presentargliele,  ebbe  la 
disgrazia,che  essendosi  per  Tumido  del  mare  in- 
tenerita la  colla  che  teneva  attaccati  i  legni  com- 
messi, mentre  levò  gl'incerati,  caddero  tutti  in 
terra,  e  non  potette  i!  suo  lavoro  far  quella  com- 
parsa ch'egli  sperava.  Di  ciò  sdegnossi  tanto,  che 
stabilì  di  abbandonare  adatto  quell'arte  e  di  ap- 
plicarsi alla  scultura,  della  quale  avea  dato  un 
bel  saggio  in  Loreto,  mentre  eravi  con  Giuliano 
suo  zio.  Ebbe  molte  commissioni  dal  re  d'Unghe- 
ria ed  in  Firenze  dalla  signorìa}  e  in  Santa  Croce 
condusse  a  line  il  pergamo  di  marmo,  adornan- 
dolo di  storie  con  estrema  diligenza  lavorate.  Gli 
riuscì  poi  a  maraviglia  di  vuotare  la  colonna  alla 
quale  il  descritto  pergamo  è  appoggiato,  per  farvi 
dentro  la  scala,  avendo  egli  sprangato  con  fascie 
di  bronzo  la  colonna  dal  pergamo  in  giù,  l'ingrossò 
con  pietra  forte  tanto  al  di  fuori  quanto  voleva 
votarla  al  di  dentro,  e  con  questo  ingegnoso  com- 
penso eresse  quel  bellissimo  pergamo  con  mera- 
viglia di  tutti  gli  artefici,  che  una  tal'opera  avean 
creduta  impossibile.  Lavorò  poi  di  scultura  per  la 


BEN.  225 

chiesa  di  s.  Trinità,  per  s.  Maria  del  Fiore  e  per  al- 
tre chiese}  eresse  molti  depositi,  fece  ritratti  per 
sovrani  fra  i  quali  quel  d'Enrico  Vìi  re  d'Inghil- 
terra. Abbandonò  in  fine  quest'arte  troppo  fatico- 
sa per  la  sua  già  avanzata  età.e  rivolse  il  pensiero 
all'architettura,  nelT  esercizio  della  quale  non  si 
acquistò  minor  gloria.  Eresse  un  palazzo  magni- 
fico per  comando  ed  uso  di  Filippo  Strozzi}  inalzò 
alcuni  archi  e  palchi  in  palazzo  vecchio,  che  gli 
fecero  grande  onore.  Aveva  per  tanto  nell'eserci- 
zio delle  arti  belle  pregi  tali  e  tanti,  che  merita 
d>ssere  annoverato  tra  i  più  giusti  ingegni  che  in 
riguardo  alle  belle  arti  abbiano  nobilitata  la  cit- 
tà di  Firenze.  E.  étu.  i.  Ep.  v. 
Bcsigini  Gio.  Battista  pittore  nacque  in  Luc- 
ca nel  1737  da  onesti  genitori.  Sentendosi  dalla 
sua  naturale  inclinazione  portato  alla  pittura  ap- 
prese i  primi  rudimenti  di  quest'arte  da  Gio.  Do- 
menico Lombardi;  indi  passò  a  Roma  nella  squo- 
la  di  Pompeo  Batoni,  dove  traltennesi  vicino  a 
trenfanni.  Dopo  ciò  venne  a  stare  in  patria  per 
un  anno,  nella  quale  occasione  fu  impiegalo  in 
diverse  opere  accolte  con  sodisfazione  .  Ma  vo- 
lendo poi  vedere  le  pitture  dei  più  valenti  arte- 
fici che  fiorivano  nella  Lombardia,  colà  portos- 
si  non  tanto  per  sodisfare  il  suo  genio,  quanto 
ancora  per  imitare  la  maniera  di  quei  rinomati 
maestri.  Passò  di  poi  a  Firenze  ove  stette  molti 
anni  occupato  a  fare  ritratti  e  storie  secondo  l'or- 
dinazioni che  riceveva.  O-r.  vii. 
Bemncasa  s.  Caterina  da  Siena  di  famiglia  fio- 
rentina nacque  in  Firenze  da  un  tintore,  e  fu  del 


22.6  B   E    sr. 

terz'ordine  di  s.  Domenico.  Era  un  prodigio  di 
letteratura  senza  averne  avuto  maestro.  Chi  a  lei 
favellava  apprese  il  miglioramento  dell'anima  e 
dello  ingegno.essendo  ella  un  tesoro  di  perfezio- 
ni sì  dello  spirito  che  della  mente.  Fu  detta  da 
Siena  per  la  lunga  dimora  che  vi  fece,  e  dove  re- 
se al  Creatore  lo  spirito.  Scrisse  dei  „  Dialoghi 
sulla  divina  provvidenza  w  che  furono  stampati 
in  Venezia  nel  i5o4  poi  trasportati  in  latino  da 
Raimondo  dalle  Vigne  capuano,  Ingolstat  i583 
con  questo  titolo,  Dialogi  D.Catharinae  senensis 
Virg,  ss.  in  vi  tractatus  di s tributi, divinarti  pia- 
ne, et  admirabilem  sapientiam  ad  spiritual is  W- 
tae  institutionem  complectens  ante  annos  i63, 
per  D.  liaymundum  a  Vincis  Capuanum  teolo- 
gum  ex  italico  sermone  in  latinum  conver- 
si. Fu  tradotta  quest*  opera  anche  dal  Galletti, 
il  quale  voltò  in  latino  anche  il  dialogo  della 
somma  perfezione .  Scrisse  santa  Caterina  anche 
molte  ,,  Lettere  „'fìno  al  numero  di  trecento ses* 
santatrèa  varie  persone,  collegi,  monisteri,  e  con- 
venti per  la  salute  delle  anime,  Venezia  i5oo  eoa 
la  giunta  d'alcune  orazioni  i548.  Parte  di  que- 
ste lettere  furono  scritte  assommi  pontefici,  re  e 
principi.  I  dialoghi  furono  ristampati  a  Venezia 
i494^eorazi°n»  in  Ingolstat  ed  in  Venezia  1 548. 
Lasciò  scrìtte  altre  opere  che  si  son  perdute. 
Morì  la  santa  nel  i38o  in  Siena,  dove  fu  vene- 
rata, conservandovisi  il  venerato  suo  corpo.  C-n. 

Ep.  v. 

Besivieni  Antonio  filosofo  e  medico  insigne, 

come  attesta  il  Ficàio,  e  di  tutte  le  arti  liberali 


R    E    N.  227 

studioso  ed  erudito.  Scrisse  molte  opere,  fra  le 
quali  con  elegante  stile  la  più  stimata  e  ragguar- 
devole si  è  quella  intitolata  *,  „  De  abditis  non- 
nullis,  ac  mirandls  morborum  et  sanationum 
caussis,  Florentiae  1^07,  Parisiis  i5a8  „\nCum 
Galenilib.de  plenitudine*  Basileae  1529  w.  Scrisse 
ur/altr'opera;  „  De  morbo  gallico  et  aliis^Fene- 
zia  i5i6„  e  anche  „  De  chirurgia  „  per  quanto 
attesta  ilDurand  nella  sua  Biblioteca  classica.  La 
famiglia  Benivieni  è  antica  di  Pescia,  ov'era  ve- 
nuta da  Crespoli  piccol  comune  della  montagna 
di  Lucca,  come  apparisce  dal  giornale  della  co- 
munità di  Pescia  del  141 1.  Morì  in  Firenze  nel 
i5oa,  B-s.  Ep.  v. 

Bemviem  Domenico  fratello  di  Girolamo  e 
Antonio.  Fu  canonico  di  san  Lorenzo  in  Firenze 
e  pubblicò  varie  opere  ascetiche.  Mentre  vivea 
fra  Girolamo  Savonarola,  Domenico  fu  uno  dei 
di  lui  più  creduli  seguaci,  e  dopo  la  sua  morte  uno 
dei  più  zelanti  difensori,  mentre  le  cose  di  quel 
religioso  tenevano  in  gran  rumore  la  città.  Ma 
perdonandosi  alla  cristiana  semplicità,  Io  zelo  di 
lui  ammiriamo  piuttosto  che  il  buon  religioso,  se 
vero  è  quello  che  pensano  i  suoi  avversari,  che 
sapesse  di  un  personaggio  superiore  al  volgo  con 
Ir.  sue  declamazioni,  e  con  l'apparato  di  una  au- 
stera virtù  accecare  la  ment  e/j  oro  avvezza  a 
credere  diversamente  da  quello  che  P apparenza 
mostrava.  Scrisse  due  opere  in  diftsa  di  esso  fra 
(«itolamo  Savonarola,  e  par  che  sia  di  lui  anche 
la  tiaduzione  del  libro  di  detto  fra  Girolamo  Del- 


2.28  BEN. 

la  semplicità  della  vita  cristiana  stampata  a  Fi- 
renze nel  i4<)6.  B-S'  Ep.  v. 
Benivieni  Girolamo  gentiluomo  fiorentino  na- 
to verso  la  metà  del  secolo  XV  fu  l'amico  di  Pi- 
co della  Mirandola  e  suo  compagno  di  studi.  Ma 
gli  studi  e  i  costumi  d^entrambi  erano  figli  di  una 
vera  virtù  che  solo  può  esser  madre  di  una  vera 
amicizia.  S'erano  ambedue  dedicali  ad  una  soda  e 
fervente  pietà.  Il  principe  della  Mirandola  scelse 
il  Benivieni  per  distributore  delle  sue  liberalità 
verso  i  poveri  di  Fiienze.  Erano  ambedue  studio- 
sissimi della  dottrina  platonica  e  la  rivolgevano 
ad  abbigliargli  argomenti  della  religione,  fu  del 
piccolo  novero  di  quei  che  sostennero  nella  fine 
del  sec.  XV  la  gloria  della  lingua  italiana  intera- 
mente offuscata  dagli  studi  greci  e  latini.  Accop- 
piava al  gusto  della  poesia  quello  della  filosofìa  di 
Platone  ch'era  in  allora  in  Firenze  nel  più  alto 
favore.  Quando  Firenze  passò  nel  i53o  sotto  la 
potestà  dei  Medici,  ebbe  solo  il  coraggio  di  scri- 
vere al  papa  Clemente  VII  in  favore  della  sven- 
turata sua  patria,  fidando,  secondo  Pespressione 
del  Varchi,  o  nella  sua  vecchiezza,  o  nella  bontà 
della  sua  causa,  o  nell'amicizia  che  altre  volte  a- 
veva  avuta  per  esso  quel  papa.  Vi  aggiunse  una 
difesa  del  famoso  Savonarola,  che  allora  era  stato 
condannato  a  morte,  «lei  quale  non  era  men  cal- 
do partigiano  di  suo  fratello  canonico}  ma  nulla 
ottenne  ne  pel  monaco  né  per  la  sua  patria.  Molle 
„  Rime  „  scrisse  il  Benivieni,  nelle  quali  egli  con- 
ciliò insieme  i  sentimenti  di  sua  pietà,  e  gl'inse- 


BEN.  2H() 

guarnenti  dell'accademia  Plalonica.  Celebre  è  Uà 
esse  la  sua  „  Cannone  „  sopra  l'amore  celeste,  ve- 
stila di  platom'smo,edal  suo  Pico  arricchito  di  co- 
piosi commenti.  Dovendo  esprimere  in  versi  idee 
di  astrazione  metafisica  ,  convenne  al  Beni  vieni 
valersi  talvolta  di  frasi  intralciate,  oscure,  inar- 
moniche. Non  cosi  quando  egli  ebbe  a  colorire 
in  versi  argomenti  più  facili,  venendo  anzi  ripu- 
tato nella  tessitura  eziandio  dello  stile,  come  il 
poeta  più  collo  e  più  elegante  di  quel  secolo. Egli 
è,  si  può  dire.  Panello  intermedio  tra  la  rozzez- 
za poetica  del  4^o  e  la  cultura  del  5oo.  Coltivan- 
do gli  studi  e  le  opere  di  pietà  giunse  egli  ad  una 
decrepita  vecchiezza,  mancato  essendo  di  vita  nel 
c5j2,  in  età  iPanni  89.  V'ènua  di  lui  opera  segna- 
ta col  seguente  titolò  „  Commento  di  Hieronimo 
Benivieni  sopra  a  più  sue  canzoni  e  sonetti  dello 
amore  della  bellezza  divina,  Firenze  i5oo  „.  Eb- 
be ancor  parte  il  Benivieui  nelle  Bucoliche  di 
Bernardo  Pulci  ed  altri  autori,  Firenze  i494-  Ol- 
ire a  ciò  alcune  altre  cose  scrisse  Girolamo,  delta* 
quali  la  più  considerabile  è  una  traduzione  del 
trattalo  di  s. Giovanni  Grisostomo  „  De  computi- 
none spiritus  „  tuttavia  inedita.  Le  di  lui  opere 
sono  giustamente  apprezzale,  e  quantunque  sen- 
tano alquanto  della  durezza  e  degli  altri  diletti 
delle  poesie  di  que^tempi,  spesso  si  avvicinano 
all'eleganza  ed  al  nerbo  di  quelle  dei  tempi  mi- 
gliori, li.  u.  C-r.  Ep.  v,  vi. 
Bf.mzzi  Filippo  .e.  fiorentino  nato  di  nobil 
famiglia  1*  anno  •  i33  vesti  da  giovanetto  V  abito 
de'Servi  di  Mari  i  uelP  eremo  di  Monteshinrio, 
Si.   Tose.    Tom.  12.  23 


tlZo  E    E    I. 

e  giurilo  al  sacerdozio  fu  proclamato  generale  del 
suo  ordine,  che  dilatò  ampiamente  (ino  in  Fran- 
cia, in  Germania  ed  in  altre  provincie  straniere. 
Tornalo  in  Italia  venue  a  trattar  pace  tra  i  guelfi 
e  ghibellini  di  Firenze,  per  ordine  di  papa  Picco- 
la III.  L'anno  1280  rinunziò  il  generalato  per  an- 
dare a  finir  la  sua  vita  a  Todi, ed  infermatosi  morì 
il  a3  agosto  di  quell'anno,  per  cui  nel  Martirologio 
dicesi  Tudertum  beati  Philippi fiorenti  ni. \\  Raz- 
zi ne  trasse  la  vita  da  informazioni  avute  dapadri 
de'Servi.  Leone  X  ne  permise  il  culto  come  san- 
to, tinche  non  si  canonizzò,  come  si  ha  dal  suo 
breve  dato  da  Firenze  nel  i5i6.  Clemente  X  lo 
pose  nel  1671  nel  catalogo  decanti.  B-r.  Ep.  v. 

Bekozzo  Gozzoli.  /'ed.  Gozzoli  Benozzo. 

Benvenuti  Carlo  gesuita  italiano  fisico  e  ma- 
tematico celebre  non  poco,  nacque  in  Livorno 
nel  febbraio  del  1716.  e  professò  nel  1730.  Aveva 
già  pubblicata  una  «Orazione  funebre  di  Luigi  An- 
caiani  vescovo  di  Spoleto  174^  „,  ed  una  specie 
'd'oratorio  per  esser  posto  in  musica  intitolato 
„  Cristo  presentato  al  tempio  „}  ma  né  al  talento 
oratorio,  né  all'estio  poetico  era  egli  chiamato. 
Professava  filosofia  a  Fermo,  quando  impiegato  il 
Boscovich  in  operazoni  matematiche  fu  scelto 
il  Benvenuti  per  esser  egli  surrogato  in  quel- 
la cattedra.  La  prima  sua  opera  scientifica  ch"era 
stata  una  traduzione  italiana  della  geometria  di 
Clerau(,Roma  i;5i  „  Sinopsis  physicae  genera- 
lìs  de  lumim t^disstrt atio  phisica  »  ed  allra  tesi 
sostenuta  da  un  suo  discepolo  ivi  1704.  furono  i 
principii  di  Newton  sopra  la  fisica  generale, e  sopra 


b  e  iv.  a3t 

la  luce,  sostituiti  nel  collegio  romano  ai  falsi  si- 
stemi che  vi  erano  stati  professati  sì  lungamente: 
ma  conviene  osservare  che  buona  parte  di  questa 
ultima  dissertazione  è  del  padre  Boscovich.essendo 
il  Benvenuti  caduto  malato,  quando  non  era  anco 
terminata,quanlunque  l'impressione  ne  fosse  inco- 
minciata. Dopo  la  distruzione  dei  gesuiti  apparve 
contro  di  essi  a  Roma  uno  scritto  intitolalo^Rifles- 
sioni  sul  gesuitismo  1772.  Benvenuti  vi  fece  una 
risposta  pungente  e  curiosa  con  questo  titolo  „ Ir- 
riflessioni  sul  gesuitismo,..  E  questo  scritto  verisi- 
milnienle  quello  che  si  denomina  le  sue,,  Rifles- 
sioni sopra  il  giansenismo  1772  „.  Il  romore  che 
mene  tal  risposta  l'obbligò  a  partire  da  Roma  ed  a 
ritirarsi  in  Polonia.  E^li  venne  accolto  siccome 
avea  sperato  a  Varsavia  dal  re  Stanislao  Poniato- 
skùaveagià  oltenutoalcuni  anni  prima  il  titolo  di 
suo  teologo:  fecesi  generalmente  amare  in  quella 
corte,  e  mori  a  Varsavia  nel  settembre  del  1789 
in  età  di  74  anni  circa.  B-u.  Ep.  vi,  vii. 

Benvenuti  Pietro  nacque  in  Arezzo  agli  8 
gennaio  del  1769.  La  tendenza  che  (in  ila  fan- 
ciullo mostrò  per  il  disegno,  e  l'imitare  così  bene 
e  con  accuratezza  alcuni  lavori  a  tocco  in  penna 
posero  il  suo  genitore  nel  desiderio  di  coltivare 
questo  nascente  talento,  che  gli  elesse  per  mae- 
stro il  Cimica  reputato  in  patria  tra  i  migliori  . 
AH*  età  di  nove  anni  il  giovinetto  trasse  copia 
della  Madonna  della  Seggiola^  il  quale  primitivo 
lavoro  merito  di  veuir  segnato  del  nome  di  Pie- 
tro, che  ormai  si  annunziava  alle  più  belle  spe- 
ranze. II  maestro  sorpreso  di  tal  progresso,  diegli 


202  B    E    N. 

«*i  trarre  in  disegno  il  quadro  assai  stimato  del 
Barroccio,  rappresentante  la  Misericordia,che  tro- 
vavasi  allora  in  Arezzo,  e  lo  imilò  sì  bene  che  ri- 
svegliò sempre  più  l'ammirazione  degli  intelli- 
genti. Consiglialo  ed  incoraggiato  suo  padre  dagli 
amiri  condusse  Pietro  alP  età  di  dodici  anni  in 
Firenze,  e  lo  affidò  alle  cure  dei  maestri  Petroni 
e  Pacini.  Tra- gli  alunni  dell'Accademia  fiorentina 
si  distinse  il  giovinetto,  ed  ottenne  più  volle 
gli  oivori  dei  premio.  Le  opere  d'arte  da  esso  ese- 
guite nel  corso  dei  selle  anni  cbe  stette  in  Fi- 
renze, gkist idearono  la  sua  gratitudine  verso  le 
cure  del  genitore,  ed  i  (avori  accordatigli  dal  pio 
istituto  aretino*  Recatosi  a  Roma  nel  1788  attese 
a  perfezionarsi  nelP  arte  ,  contemplando  quei 
sommi  capi  d'  opera.  I  quadri  del  martirio  dì  s. 
Donalo,  la  Giuditta  trionfante»  esistenti  in  Arez- 
zo, ed  il  martirio  del  bealo  Agliata  cbe  trovasi 
nella  cattedrale  di  Pisa  fecero  salire  a  tanto  gri- 
do il  nastro  artista,  che  il  saggio  granduca  Fer« 
dinando  III  lo  richiamò  in  Toscana  nel  i&o3,  e 
lo  fece  professore  e  direttore  delle  scuole  di  pit- 
tura nell'Accademia  fiorentina  delle  beile  atti  . 
Ritornato  e  stabilitosi  a  Firenze  non  visse  che 
per  T  arte  della  pittura.  Fra  le  sue  opere  quivi 
eseguite  sono  da  ricordarsi  i  tre  rinomati  quadri 
cbe  si  vedono  presso  di  noi  ,  rappresentanti  il 
Giuramento  prestato  dai  sassoni  a  Napoleone  Bo- 
uaparle,  la  Morie  di  Priamo  e  quella  dell'infelice 
Ugolino  delta  Gherardesca  e  figli  .  Molti  lavori 
fatti  per  mano  del  nostro  artista  veggonsi  sparsi 
in  vari  luoghi  e  città  dell'  Europa,  e  Trie&t*  iu 


BEN.  233 

particolare  può  vantarsi  di  avere  entro  le  suo 
mura  il  quadro  commessogli  dalla  Baciocchi.  ove 
è  espresso  al  naturale  il  di  lei  ritratte  cou  molte 
altre  figure,  dalle  quali  si  ravvisano  con  diletto 
effigiati  Canova ,  Morghen  e  lo  stesso  Pietro  .  I 
belli  affreschi  da  esso  eseguiti  nel  real  palazzo 
Pitti  ,  nella  cappella  dei  principi  di  s.  Loren- 
zo di  Firenze  ed  altrove  fanno  ben  conoscere 
quanto  egli  fosse  esperto  nel  disegno  e  nel  ma- 
neggiare il  pennello.  Fu  il  Benvenuti  inviato  a 
Parigi  ad  oggetto  di  riconoscere  e  rinviare  in 
Toscana  lutti  quei  preziosi  monumenti,  ch'era- 
no slati  tolti  per  ordine  di  Napoleone  ,  e  re- 
cati in  quella  metropoli.  Era  Pietro  fregiato  di 
due  decorazioni  ,  che  una  dell*  ordine  delle  due 
Sicilie  inviatogli  da  Murai,  e  fai  tra  dell'1  ordine 
toscano  di  s.  Giuseppe  conferitagli  dal  Granduca. 
Morì  nell'età  di  7$  anni  nel  febbraio  i844-  ^r£ 

Ep.  vii. 
Benvoglienti  Uberto  senese  nato  nel  1668  e 
morto  nel  1738  era  un  letterato  distintoci  quale 
si  applicò  specialmente  a  dissipare  le  tenebre  del- 
Id  storia  e  delle  costumanze  degl'italiani  nei  se- 
coli di  mezzo.  Ebbe  due  mogli,  la  seconda  delle 
quali  fecelo  padre  di  una  unica  figlia  che  donò  la 
biblioteca  paterna  alla  pubblica    libreiia  di  Sie- 
na. Amò  egli  I1  assiduità  negli  studi  e  la  perse- 
veranza   nelP  esercizio   delle  virtù    e  ist  ane,  e 
la  cultura  del  sapere,  ma   in   modo  speciale  det- 
tesi allo  studio  della  storia,  della  critica   e  delle 
belle  lettere,  nei  quali  studi  non   fu  superato  da 
alcuno  dei  suoi  tempi  Ite  fan  testimonianza  le  ope- 

*3* 


•ì34  BEN. 

re  da  lui  coni  poste,  e  le  moltiplici  relazioni  e  car- 
teggi da  lui  tenuti  eoi  dotti  suoi  contemporanei} 
principalmente  col  proposto  Muratori,  a  cui  som- 
ministrò la  vasta  idea  delle  antichità  italiane,  dan- 
dogli materiali  e  lumi  infiniti.  Trenta  volumi  in 
foglio  tuttavìa  si  serbano  scritti  da  lui,  di  più  a 
quei  che  racchiudono  varie  miscellanee.  Profittò 
dell'onorevole  incarico  diprimo  moderatore  e  cen- 
sore nella  senese  università.  Fu  eletto  vicecusto- 
de della  colonia  arcadica  dei  Fisiocrilici,  ascritto 
alle  più  insigni  accademie  d'Italia,  gran  letterato, 
ottimo  congiunto,  amorevole  padre,  rara  unione 
«li  morali  virtù.  Chiuse  finalmente  il  Benvoglien- 
ti  la  carriera  dei  suoi  giorni  V  anno  64  dell'  età 
sua  nel  febbraio  del  170*3.  E.  (Pu.  i.  Ep.  vi. 

Benvoglienti  Bartolommeo  da  Siena  propo- 
sto della  di  lei  metropolitana,  teologo  e  filosofo, 
scrisse  molte  cose  delPorigine  ed  accrescimento 
della  città  di  Siena  in  lingua  latina,  con  bella 
eleganza,  il  cui  titolo  è  „  ff istoria  senensis^  Siena 
i5o6,  Roma  i5yi  „:,  opera  latina  tradotta  da  Fa- 
bio Benvoglienti„  Origine  ed  accrescimento  della 
città  di  Siena  1671  „.  C-n.  vi. 

Beìnvoglienti  Fabio  senese,  il  quale  tradusse 
e  trasportò  in  nostra  lingua  il  libro  intitolato  De- 
fensio  Gennari  scolaris  de  quinque  dogmatibus \ 
controversis  cum  graecis,  quae  e (infirmata  fue- 
rirnt  in  fiorentino  synodo  prò  s.  Romana  Eccle- 
sia in  Dilinga,  i58o}fu  ancora  poeta, essendovi  di 
suo  un  libro  intitolato  «Poesie  fra  le  rime  di  diversi 
che  si  trova  stampato  in  Venezia  i5a6  „}  Scrisse 
pure  „  Discorso  sopra  la  materia  degli  affetti  per 


BEN.  2o5 

dichiarazione  del  libro  della  Rettorica  d'  arte  , 
Siena  i5j9  „;  Perchè  tra  i  cristiani  si  facesse  guerra 
e  non  tra  i  gentili,  Siena  i5?5  „.  Volgarizzò  dal 
latino,  Trattato  deirorigiue  di  Siena  ed  accresci- 
mento di  essa,  compilata  da  Barlolommeo  Ben- 
vogl ienti,  Roma  1671  }  „  Descrizione  della  villa 
ili  Lucullo,  in  una  lettera  a  M.  Mino  Celsi,  Ve- 
nezia iò6y  „.  inserita  nelle  lettere  dì  diversi  nobi- 
li uomini.   C-n.  Ep%  v.  vi. 

Benvoglienti  Leonardo  senese,  uomo  con- 
solare, storico,  ed  amatore  delle  belle  lettere. 
Scrisse  „  La  vita  di  s.  Bernardino  da  Siena  dal- 
l'ora di  sua  nascita  fino  all'  entrare  nella  reli- 
gione „,  quale  opera  compilò  diligentemente  a  ri- 
chiesta di  s.  Giovanni  da  Capestrano.  C-n.  v. 

Berardi  Fabio  senese  nato  di  padre  perugi- 
no, intagliò  dal  dipinto  di  Giovanni  Battista  Pe- 
loni il  martirio  di  santa  Orsola-  dalla  invenzione 
di  Giuseppe  Ruggeri  il  catafalco  eretto  nel  Duo- 
mo di  Firenze,  in  occasione  delle  esequie  dello 
imperatore  Francesco  I  granduca  di  Toscana  , 
celebrate  nel  1765.  Il  rame  di  san  Stefano  cap- 
puccino in  atto  di  adorar  la  Croce,mezza  figura,  la 
quale  serve  di  frontespizio  al  libro  della  di  lui 
vita  stampata  in  Roma  ed  in  Firenze  nel  1767. 
G.  G.  vi,  vii. 

Berlinghieri  Bonaventura  era  pittore  lucche- 
se nel  n35,  di  cui  esiste  un  san  Francesco  nel 
castello  di  Guilia  poco  lungi  da  Modena,  e  ci  è 
descritto  per  pittura  considerabilissima  per  quei 
tempii  Bcllinelli,Risorgimeiitn  d'Italia  negli  studi, 
utili-  urli,  ue'cosluiiii   dopo   il    1000.  pag.  192.  ) 


20<ì  BER. 

Lucca  avea  pure  nel  1288  un  altro  pittore  che 
si  conosce  per  un  Crocifisso  lascialo  a  s.  Cer- 
inone poco  lungi  dalla  città  con  questa  epigrafe, 
Deodatus  filius  Orlandi  de  Luca  me  pinxit  A. 
D.   1288.  Ep.  v. 

Berlinghieri  Francesco  figlio  di  Niccolò  fu 
geografo  e  poeta  molto  insigne5scris.se  in  terza  ri- 
ma, essendo  geografo  molto  praticola  geografìa, 
secondo  le  distinzioni  delle  tavole  di  Tolomeo, 
divisa  in  sette  libri  e  stampata  da  maestro  Niccolò 
Tedesco.  Luca  Contile  disse  che  questo  libro  era 
molto  strano  ad  intendersi.  Fece  ancora  esorta- 
zione a  penitenza  ms.  nella  Magliabechiana.  Pro- 
lesto  alla  signoria  di  Firenze  ed  a  tutti  gli  altri 
magistrati  per  conservar  la  libertà  e  mantenere 
la  giustizia:  non  v*è  però  il  luogo  della  stampa  e 
tienimeli  Tanno.  C-n.  v. 

Berlinghiem  Daniello  commendatore  dell'or- 
dine gerosolimitano  nato  in  Siena  nel  decembre 
del  176 1,  si  rese  celebre  per  le  opere  che  dettò 
piene  di  dottrina  e  di  sapienza  civile.  Fu  paggio 
del  gran  maestro  di  Malta,  e  vennegli  volontà  di 
studiar  la  nautica.  Tornato  in  patria  si  chiuse  vo- 
lontariamente per  tre  anni  nel  collegio  Tolomei, 
ove  studiò  quelle  scienze  che  presfavansi  alla  co- 
gnizione della  nautica,  e  frattanto  imprese  a  stu- 
diare ogni  ramo  di  filosofìa  razionale  ,  e  di  belle 
lettere ,  discoprendo  sino  d'allora  mirabile  inge- 
gno. Poi  navigò  per  più  anni  sulle  galere  maltesi 
e  si  distinse  nell'impresa  che  1"  ordine  tentato 
aveva  contro  Algeri  nel  1791.  Dopo  «li  ciò  abban- 
donò Malta  invasa  dai  francesi.  Allora  egli  si  dette 


BER.  287 

tutto  in  braccio  agli  studi,  ai  quali  era  occupato 
(ino  dall'infanzia.  Giunse  poi  ad  essere  aiuto  del 
provveditore  della  università  di  Siena.  Caduto 
l'impero  francese  fu  onorato  dell'uffizio  di  com- 
missario del  sacro  ordine  gerosolimitano,  ad  og- 
getto di  rappresentare  le  ragioni  del  loro  istituto 
ai  regnanti  adunati  a  Vienna.e  domandare  la  re- 
stituzione dell'isola  di  Malia  e  dei  beni  posseduti 
dall'  ordine  per  tutta  la  cristianità.  Finalmente 
nel  iSaG  fu  ministro  residente  della  corte  di  To- 
scana presso  il  re  di  Francia,  e  rimase  fino  al 
termine  dei  suoi  giorni  in  quella  carica  lumino- 
sa, alla  quale  nell'  anno  1837  si  aggiunse  una 
eguale  missione  presso  la  corte  del  Belgio.  Scris- 
se egregiamente  in  filosofia,  politica,  storia,  filo- 
logia, belle  lettere,  ma  sventuratamente  per  Pin- 
vincibile  sua  modestia  quisi  lutti  i  suoi  fogli  ri- 
masero inediti:  sono  unicamente  alla  stampa,,  Un 
Elogio  di  Guido  Savini  premesso  alle  prose  e 
poesie  di  esso  Guido,  Siena  i8oo„;„Un  discorso 
della  differenza  tra  il  bello  ed  il  sublime,  Badia 
Fiesolana  1820*,;  „  Uri3  elegia  in  morte  di  Anna 
Rinieri,  Pisa  i8a£  ^  Una  memoria  in  idioma  fran- 
cese „  Sur  le?  causes  qui  menerent  Vetablis- 
sement  de  la  republique  a  Florence  „,  slam- 
pala  nel  Num.  4  ^°oM  alt*  dell'istituto  istorico  dì 
Parigi.  Ma  queste  produzioni  dir  si  potrebbero  un 
nulla  al  confronto  delle  opere  veramente  impor- 
tanti cbe  rimasero  inedite,  delle  quali  basti  ac- 
cennare le  principali  .  Compiè  un  vasto  lavoro 
storico  col  titolo  modesto  di  „  Introduzione  allo 
studio  della  storia  universale,^  „  Versione  itali fe 


a38  ber. 

na  di  parte  delle  lettere  di  Cicerone  ad  Attico,  tra- 
mezzate frequentemente  da  discorsi  sopra  ogni 
genere  di  soggetti  politici  „;  „TJna  dissertazione 
sopra  alcuni  pnssi  nella  celebre  Ideologia  di  Tracy, 
che  contengono  applicazioni  soverchiamente  inol- 
trale ed  inchinevoli  al  materialismo  „;  „  Una  dis- 
sertazione sulle  cause  per  le  quali  in  tanti  secoli 
sia  rimasto  stazionario  rincivilimento  pure  an- 
tichissimo della  nazione  chinese  „}  altre  „  Sulle 
origini  degli  antichi  aiutatori  d'Etruria  „.  „  Un 
corpo  di  lettere  sulle  remotissime  origini  della 
nazione  greca,  sulle  diverse  migrazioni  delle  sue 
tribù,  e  sulle  cause  dei  successivi  cangiamenti  di 
costituzione  nelle  greche  repubbliche  „}  „  Un  di- 
scorso sui  principii  delle  repubbliche  e  delle  fazioni 
in  Toscana, e  particolarmente  in  Siena„.FinaImen- 
te  pieno  di  gusto  nella  lettura  declassici  scrisse  di- 
verse poesie  originali  e  la  ^Versione  poetica  di  vari 
frammenti  di  poeti  latini,  specialmente  di  Orazio  „ 
e  per  intiero  una  Traduzione  di  Tibullo.  Varie 
accademie  diFrancia,  senza  parlar  di  quella  de'Fi- 
siocritici  in  patria,  ebbero  ad  onore  di  ascriverlo 
nel  loro  consesso,  e  fra  queste  nomineremo  Ti- 
slituto  storico  di  Parigi  testé  rammentato,  e  la 
società  francese  di  statistica  geuerale.E  quandonel 
gennaio  del  1 838  una  violenta  apoplessìa,  cui  soc- 
combè in  quella  metropoli,  troncò  il  corso  di  sua 
vita  sempre  ugualmente  operosa,  nell'età  sua  di 
anni  76  e  pochi  giorni,  si  rammentò  la  rara  sa- 
pienza, le  di  lui  eminenti  qualità  di  cuore,  reli- 
gione purissima  e  integrila  senza  macchia.  T-p. 

Ep.  vii. 


B    E    B.  209 

Berlingiiieri  F acca.  V ed.  Vacca  Berlingìùe- 
ri  Andrea, 

Berna  Sane  se  scolare  d'Andrea  Orcagna.  di- 
pinse in  Firenze,  in  Siena,  e  in  Cortona,  e  nel 
1369  andò  iti  Arezzo  per  dipingere  in  s.  Agostino 
il  fatto  di  Marino  Barattiere,  che  per  cupidigia 
di  danaro  avea  donata  l'anima  sua  al  demonio,  e 
ne  fu  liberatoda  s.  Giacomo.  Precipitò  da  un  pon- 
te dipingendo  in  s.Gemignano.  e  in  due  giorni,  di 
fresca  età  morì.  Fioriva  circa  il   i38i.  V-s.  Ep.v. 

Bernardi  Fra  Filippo  cappuccino  si  rese 
celebre  per  le  molliplici  sue  opere,  delle  quali 
riporto  T  indice  seguente  l.  Raggualio  dell"  ori- 
gine e  progressi  dei  conventi  dei  cappuccini 
della  provincia  di  Toscana  5  II.  Relazione  del- 
la fondazione  dei  due  primi  conventi  deVappuc- 
cini  nella  città  di  Varsavia  e  Cracovia  nel  regno 
di  l'oloniaiIIl.Relazione  di  quando  i  cappuccini  fu- 
ron  deputati  alla  cura  spiiituale  del  bagno  e  delle 
galere  di  Livorno}  IV.  Memorie  d'uomini  illustri 
per  bontà  cappuccini  nella  provincia  di  Toscana 
dal  i546  al  1700,  e  dal  1700  al  1720:  V.  Annui  av- 
venimenti temporali  occorsi  la  maggior  parte  in 
Toscana  dal  if>3oaI  1660.  e  dal  ìGqi,  al  1720: 
VI.  Relazioni  d'alcuni  missionari  toscani  alle  In- 
die;VH.AItre  sirnili;VIII.  Memorie  della  Canoniza- 
zionedi  s.Felice  cappuccinoilX. Memorie  spettanti 
al  cardinzle  Francesco  M.  Casini}  X.  Relazione 
dello  stalo  di  tutti  i  conventi  di  FF.  cappuccini 
■  l'Italia:  \I.  Della  fondazione  de'coppuccini  in  Ila- 
li  :  \ II.  Sommaria  cronologia  degenerali  e  de'rn- 
pitoli  generali  della  riforma  de*  cappuccini  dello 


a4o  BER. 

anno  i5ì5  nel  quale  ebbe  principio,  (ino  ai  nostri 

tempi;  XIII.  Relazione  del  viaggio  fatto  dal  padre 
Bernardino  d'Arezzo  e  suoi  compagni,  in  occa- 
sione di  visitare  la  religione  dei  cappuccini  men- 
tre era  generale  della  medesima  „.  Tutti  questi 
libri  scrii  ti  di  propria  mano  dell'autore  si  conser- 
vano nel  convento  de'cappuccini  di  Montui.  £-s. 
Bernardino  da  Siena  santo  della  famiglia  de- 
gli Albizzeschi  nato  in  Massa  città  della  Marem- 
ma senese  Tanno  1079.  Entrò  ne"*  olirne  di  san 
Francesco  dei  minori  conventuali,  ma  dipoi  e  ri- 
formando e  riducendo  i  frati  a  vita  più  stretta  fu 
istitutore  dell'  ordine  de'minori  osservanti  degli 
zoccolanti  circa  V  anno  1400.  Accompagno  con 
la  santità  la  dottrina,  e  fu  predicatore  eccellentis- 
simo. Dicesi  che  in  un  concilio  predicò  in  greco, 
benché  alcuni  vogliono  che  ciò  miracolosamente 
seguisse  per  non  avere  il  santo  di  tal  lingua  mol- 
ta cognizione.  Fu  calunniato  presso  Martino  V 
a  segno  che  Io  privò  della  libertà  di  predicare, 
qual  mortificazione  con  animo  inalterato  ed  in- 
vitto il  sant'uomo  sofferse,  ma  prevalendo  l'in- 
nocenza alla  calunnia  fu  all'  evangelico  ministe- 
ro con  sommo  decoro  restituito.  Scrisse  molte 
opere  tutte  ascetiche,  varie  delle  quali  trovansi 
stampate.  Era  fratello  della  compagnia  di  notte  di 
s.  Girolamo  di  Firenze.  Mori  all'Aquila  nel  \fy\ \ 
d'anni  65  ildiaS  di  maggio  giorno  dell'Ascensio- 
ne, dopo  aver  peragrato  T  Italia  tutta  e  predi- 
cato in  ogni  luogo,  e  da  Niccolò  V  canonizzilo 
nel  i45o.  Fu  ancora  san  Bernardino  dipintere, 
ma  non  altro  «jbe  il  santo  nome  di  Gesù  dipinge- 


BER.  24l 

va,  della  quale  immagine  ne  fece  molle  repliche: 
erano  queste  in  tavola  col  campo  azzurro  ed  il  no- 
me di  Gesù  di  foglia  d'oro  con  dodici  raggi  intor- 
no, le  quali  erano  più  di  mezzo  braccio  quadrato, 
e  queste  distribuiva  ai  suoi  devoti  gratis  per  ren- 
derli difesi  dal  contagio,  che  nel  1400  tormentò 
la  Toscana.  Con  tal  mezzo  molti  appestati  gua- 
rirono come  è  fama,  e  varie  di  tali  immagini  si 
vedono  tutfora  in  Siena.  C-n,  Ep.  v. 

Bernardo  Pietro  uomo  di  molto  zelo  e  dot- 
trina nelle  cose  di  nostra  religione,  che  fiori  in- 
torno alla  fine  del  1400.  Si  esercitava  particolar- 
mente in  istruire  fanciulli  nei  buoni  costumi  e 
negli  articoli  della  cattolica  fede.  Forse  per  que- 
ste sue  buone  opere  e  per  dire  svelatamene  la 
verità  del  vangelo,  ne  patì  persecuzioni  e  travagli, 
dicendo  in  una  seconda  lettera  il  Buonsiguori, 
questi  son  quelli  che  perseguitano  il  servo  di 
Dio  vostro  cittadino  Pietro  Bernardo.  Si  trovano 
alle  stampe  due  prediche  di  questo  autore.  La 
nota  di  una  di  esse  predirne  della  impressione  è 
infine  e  dice  ^.Impressimi  Florentiae  indie  dedi- 
cationis  s aneti  Micaelis  anno  gratiae  MCCCCC. 
b-s.  v. 

Bernardo  Beato  senese.  Ved.  Tolomei. 

Bernardo  Santo  della  famiglia  degli  Uberti  ili 
Firenze  fu  in  gioventù  assai  lezioso,  ma  savio. 
Destinato  dai  parenti  ad  ammogliarsi  ricusò,  e  per 
una  visione  avuta  vesti  Pabito  valorobrosano.  Fu 
generale  del  suo  ordine,  poi  vescovo  di  Parma, 
indi  cardinale  ,  e  da  papa  Pasquale  II  mandalo 
legato  in  Lombardia  ed  in  Francia  per  estirpare 
Si.   Tose.   Tom.   12.  24 


2,4  2  BER. 

le  eresìe  colà  pullu'anli  come  idre,  e  per  ciò  inai 
ricevuto  da  Enrico  I:  soffrì  non  poche  mortifica- 
zioni con  animo  superiore  e  consanlo  zelo  e  non 
incomparabile  prudenza.  Compose  alcune  opere 
intitolate  „  Sermones  Hisloriae  suae  congrega- 
tionis  „,*  e  più  avrebbe  scritto  se  negli  affari  eccle- 
siastici non  fosse  stato  continuamente  impiegalo. 
Eresse  molte  badie  alla  sua  congregazione;  quel- 
la di  s.  Mercuriale  a  Forlì:  quella  di  Montepiano,e 
quella  di  s.  Bartolommeoa  Piipoli.  Ma  non  ostan- 
te gli  affari,  sapeva  trovare  il  tempo  di  darsi  ogni 
giorno  a  Dio  con  orazioni  e  meditazioni,  per  cui 
fu  chiara  la  sua  santità  con  aggiunta  di  visibili 
prodigi  da  lui  operali  in  vita  e  in  morte.  Resagli 
l'anima  a  Dio  nel  1 1 33.  Ad  esso  come  protettore 
di  Firenze  fu  dedicala  la  cappella  de'priori  della 
repubblica,e  la  famiglia  Uberli  per  onorare  la  pa- 
tria e  per  loro  propria  gloria  fabbricarono  presso 
le  loro  case  una  chiesa  in  onore  di  s.  Bernardo. 
Ma  perle  discordie  insorte  tra  le  fazioni,  e  preva- 
lendo i  guelfi,  e  per  la  rotta  infelice  dell'Arnia, 
cacciala  dalla  città  la  fazione  ghibellina  ,  della 
quale  gli  liberti  erano  i  capi,  non  solamente  rovi- 
narono le  case  ai  viventi,  e  fino  alle  fondamenta 
spianarono,  che  ancora  contro  i  morii  s'inviperi- 
rono  e  contro  gli  stessi  santi  s'infuriarono  e  con 
empia  e  barbara  risoluzione  tanto  più  degna  di 
biasimo,  quanto  che  fatto  da  un  consiglio  di  cit- 
tadini per  altro  avveduti,  contro  un  santo  lor  pro- 
tettore e  patriotto,  levando  s.  Bernardo  della  pro- 
tezione della  città  e  della  cappella,  come  s"ei  fosse 
stato  un  altro  duca  d'Atene,  o  ch'avesse  tramato 


B    E    B.  243 

tradimenti  alla  patria,  la  incominciata  chiesa  spia- 
nando, e  la  cappella  dei  priori  al  suo  nome  dedi- 
cata non  polendosi  togliere  senza  danno  grandis- 
simo, ^applicarono  a  s.  Bernardo  abate  di  Chia- 
ra va  He.  C-n.  Ep.  v. 
Bersi  Francesco  fu  quegli  che  la  giocosa  poe- 
sia italiana  condusse  alla  sua  perfezione,  cosicché 
più  oltre  non  lasciò  luogo  a  promuoverla,  onde 
dal  suo  nome  tal  poesìa,  quasi' per  rimunerazione, 
a  nominar  si  prese  bernesca.  Nacque  Francesco 
verso  Panno  1^90  nel  castello  di  Lamporecchio 
da  famiglia  nobile,  ma  povera  originaria  di  Firen- 
ze. Qui  fu  educato  e  si  stette  in  angustia  di  for- 
tuna sino  a  diciannov'anni.  Allora  si  recò  a  Roma 
presso  al  cardinale  Bernardo  Divizio  da  Bibbiena. 
Morto  il  cardinale  passò  ai  servigi  del  prelato 
Angelo  Divizio  di  lui  nipote,  ma  tuttavìa  sfortu- 
nato si  pose  in  corte  di  Gio.  Matteo  Giberti  ve- 
scovo di  Verona  e  datario  del  pontefice  Clemente 
VII  in  qualità  di  suo  segretario,  ma  s'avvide  di 
non  esserne  capace,  sicché  dopo  qualche  anno 
tornò  in  Firenze,  dove  ottenne  un  canonicato 
nella  cattedrale:  videsi  molto  accetto  al  duca  A- 
lessandro  ed  al  cardinale  Ippolito  de\>Iedici  a  mo- 
tivo della  vivacità  e  bizzarrìa  de" suoi  talenti,  e 
pensò  di  ristabilirsi  in  Toscana.  Ma  disgustatisi 
queMue  principi  fra  loro,  si  vuole  che  si  rivolges- 
sero al  Berni  perchè  prestasse  la  sua  opera,  vo- 
lendo Tuno  avvelenar  l'altro,  e  che  egli  ricusasse 
di  aderire,  anzi  mostrasse  orrore  per  simile  tra- 
dimento, e  che  uno  dei  due  emoli  in  vendetta  di 
quel  ridillo  facesse  a  lui  stesso  apprestare  il  vele- 


2.44  B    E    B. 

no,  onde  avesse  immaturamente  a  perire;  ma  più 
moderne  ricerche  storiche  smentiscono  un  tal 
fatto.  Pronto  ingegno,  umor  festivo,  fantasìa  no- 
bilissima alle  impressioni  ridicole  degli  oggetti, 
furono  le  qualità  mentali  del  nostro  poeta:  ma  si 
mostrò  dedito  oltremodo  all'amore-qualora  questo 
non  fosse  che  platonico,  o  poeticamente  immagi- 
nalo per  giuoco .  Ei  non  poteva  difendersi  dai 
capricci  che  gli  volevan  venire  anche  a  suo  di- 
spetto}  alcuni  eran  caustici,  ma  i  più  di  essi  era- 
no facezie  e  baie.  Il  Berni  non  creò  la  poesia  gio- 
cosa in  Italia,  ma  le  dette  bensì  nuova  vita.  Egli 
poi  seppe  abbellirla  colle  grazie  della  più  toscana 
favella,  e  da  tutto  questo  ne  nacque  un'amabilità 
ingenua,  un  vezzo  tutto  suo  proprio.  Lo  stesso 
giocoso  brio  di  venustà  bizzarra  spicca  eziandio 
nel  suo  poema  dell'  „  Orlando  innamorato  „.  Il 
Berni  prese  il  soggetto  e  gli  avvenimenti  medesi- 
mi narrati  dal  Boiardo  senza  nulla  cangiare  nel 
di  lui  piano,  e  li  vestì  alla  sua  foggia.  Riformò  Io 
stile  del  suo  originale  sovente  scorretto  e  barba- 
ro, ma  cangiò  il  serio  in  burlesco.  Nasce  il  riso 
naturalmente  al  sentir  raccontare  per  vere  con 
una  cercaria  comica  di  semplicità  e  di  bonomìa 
cose  sterminate,  cose  fuori  d'  ogni  credenza.  Il 
Berni  fu  in  certo  modo  il  precursore  di  Michele 
Cervantes.  A.  forza  di  esagerazione  le  imprese  dei 
paladini  appariscono  ridicole  tanto  nell'Orlando, 
come  nel  Don  Chisciotte.  Il  nostro  poeta  Raccol- 
se i  modi  più  gentili  e  più  limpidi  del  volgar  fio- 
rentino, e  uè  abbellì  il  suo  lavoro.  L*  accademia 
della  Crusca  studiosamente  ragunò  gli  speciosi  vo- 


BEH.  2{5 

caboli  e  i  pretti  adagi  che  nel  bernesco  Orlando 
fioriscono,  e  li  inserì  come  altrettanti  gioielli 
nelle  varie  edizioni  del  vocabolario.  Il  Berni  fu 
inoltre  poeta  lutino,  e  quantunque  egli  abbia  an- 
che in  ciò  qualche  pregio,  non  è  da  annoverarsi 
tra  gli  eccellenti  di  cui  abbondò  il  suo  secolo. 
Quindi  il  discreto  suo  merito  nella  poesia  latina 
venne  oscurato  dal  sommo  che  conseguì  nella  ita- 
liana. C-r.  Ep.  v,  vi. 
Bernini  Glo.  Lorenzo  nacque  in  Napoli  da  Pie- 
tro fior enl ino,  che  fu  suo  maestro  nell'arte  del  di- 
segno. Non  ebbe  Lorenzo  mai  occasione  di  torna- 
re stabilmente  in  Toscana  sua  patria,  sicché  chi 
brama  vedere  le  opere  sue  scolpite  e  dipinte  en- 
tri nel  Vaticano  in  Roma  a  contemplare  la  tri- 
buna, la  cattedra  di  s.  Pietro,  e  il  ciborio,  ogni 
cosa  di  bronzo,  i  depositi  d'Alessandro  VII,  il  Co- 
stantino, la  fonte  di  piazza  Navona,  e  tante  altre 
opere  gloriose  di  marmo,  e  poi  dica  che  fu  il  Ni- 
chelandolo dei  suoi  tempi,  cioè  pittore,  sculto- 
re e  architetto,  che  meritò  da  papa  Urbano  Vili 
Tonore  di  cavaliere  dell'abito  di  Cristo  e  di  tutta 
la  nobiltà  romana  d'essere  introdotto  nei  familia- 
ri congressi  (ino  all'anno  1680, che  fu  Potfantesi- 
mo  secondo  di  sua  vita.  Nulla  abbiamo  in  Tosca- 
na di  questo  celebre  artefice.  S.  (Vii.  i.  vi. 
Bernini  Pietro  da  Sesto  di  Toscana  nacque 
Tanno  i562.  Avuti  i  principii  del  disegno  in  Fi- 
renze dal  cav.  Sirigatto  andò  a  Roma,  e  con  An- 
tonio Tempesta  dipinse  a  Caprarola  per  il  cardi- 
li ib»  Famoso.  Ritornato  a  Roma  rivolse  Paninio 
alla  scull nrn:  infatti   addestrò  così  bene  la    mano 

*4« 


246  BEH. 

agli  scarpelli,  che  passò  a  Napoli  per  ivi  pubblicare 
Ja  sua  virtù  nella  franchezza  e  nel  buon  maneg- 
gio di  quelli.  Nei  templi  maggiori  di  Roma  con 
operazioni  magnifiche  servì  i  pontefici  Paolo  V 
ed  Urbano  Vili,  e  in  Napoli  morì  d'anni  67.  La- 
sciò il  cav.  Gio.  Lorenzo  e  Luigi  suoi  figli  bravi 
scultori.  B-g.  Ep.  vi. 

Berrettini  Pietro  chiamato  il  Cortona  per- 
chè ivi  nato.  I  quadri  fatti  pel  cardinal  Sacchetti, 
gli  affreschi  delle  sale  Barberina  e  del  Concisto- 
ro ed  altre  sue  pitture  fecero  vedere  quanto 
j'osse  il  suo  sapere  ,  come  vago  e  vigoroso  il 
colorilo,  massime  dopo  la  sua  gita  a  Venezia,  fa- 
cile e  franco  il  disegno,  e  quale  e  quanta  intelli- 
genza della  prospettiva  e  del  sotto  in  su}  prero- 
gative che  tutte  eminentemente  si  trovano  nelle 
cinque  stanze  del  palazzo  Pitti,  le  quali  formano 
il  quartiere  che  ritiene  tutfora  il  nome  di  Pietro 
da  Cortona  :  ma  lasciala  quell"1  opera  imperfetta 
passò  a  Roma,  né  volle  mai  più  tornare  in  Tosca- 
na, disgustato  dalle  critiche  mordaci  che  gli  si  fa- 
cevano dagli  invidiosi.  Unitamente  alla  pittura  il 
Cortona  esercitò  l'architettura.  Il  suo  disegno  del 
palazzo  del  Louvre,  del  quale  ebbe  larga  ricom- 
pensa, venne  preferito  a  quel  del  Bernino ,  no- 
nostante che  a  questi  se  ne  fosse  in  ultimo  affi- 
data la  direzione,  ed  acquistò  reputazione  grande 
nelle  molte  altre  opere  fatte  in  questo  genere. 
Nel  1669  cessò  di  vivere  afflitto  da  podagra.  Col- 
la morte  del  Berrettini  fu  tolto  alla  pittura  Tin- 
ventore  di  una  nuova  maniera,  detta  dagli  scrit- 
tori dell'arte,  ornamentale,  la  quale  in  mano  dei 


BER.  247 

suoi  discepoli  degenerò  in  una  sfrenata  licenza. 
R.  g.  d.  F.  i  Ep.  vi. 

Berta,  marchesa  di  Toscana  figlia  di  Lotario 
re  di  Lorena,  moglie  di  Teobaldo  II  conte  di  Pro- 
venza e  poscia  d'Alberto  II,  madre  finalmente  di 
Ugo  che  fu  neJ  926  re  d'  Italia ,  tV  Ermengarda 
marchesa  d'Iorea  e  di  Guido  duca  di  Toscana. 
Berta  fu  donna  delle  più  ambiziose  e  più  intriganti 
che  mai  fosser  salite  sul  trono  d'  Italia.  Trasse 
suo  marito  in  gran  numero  di  guerre  coi  concor- 
renti al  trono  ch'ella  favoreggiava  per  poscia  ab- 
bandonarli. Assicura  Luitprando  che  Berta  era 
debitrice  dello  immenso  credito  di  cui  godeva  in 
Italia  alle  sue  tresche  amorose,  per  cui  tutti  i  per- 
sonaggi più  distinti  del  regno  erano  intimi  suoi. 
La  di  lei  bellezza,  ch'era  singolarissima,  la  salvò 
più  d'una  volta  almeno  dal  furore  de'principi  che 
offesi  elPaveva  .  La  corte  di  Toscana  non  brillò 
mai  tanto  quanto  durante  il  suo  regno .  Il  di  lei 
nome  restò  come  per  indicare  il  vecchio  tempo 
felice,  e  dicesi  in  Italia,  al  tempo  che  Berta  fila- 
la, indicando  l'epoca  della  semplicità,  della  lealtà 
e  cte'huoni  costumi}  ma  quando  rammentare  si 
voglia  gl'intrighi  di  Berta  e  la  sua  incostanza  ne- 
gli affettici  può  tenere  questa  proverbiale  espres- 
sione per  ironia.  Berta  mori  nel  926  a  Lucca,  do- 
ve si  vede  tutl'ora  la  sua  tomba.  iv. 

Berta  Beata  fu  della  famiglia  fiorentina  degli 
Alberti  conti  di  Vernio,  come  costa  dalle  storie 
di  Gio.  Villani  lib.  vi,  cap.  70,  i  cui  atti  furono 
scrini  da  Antonio  del  Casto.  Firenze  1 685;  veda- 
si il  Lami  Novelle  letterarie  fior,  all'anno  1 755, 


248  BER. 

il.  <i.  Essa  fu  monaca  valombrosana  in  s.  Felicita 
di  Firenze,  e  di  poi  trasportata  a  riformare  colla 
dignità  di  badessa  il  monastero  di  s.  Maria  di  Ca« 
vriglìa  inValdarno  di  sopra  nella  diocesi  fiesola- 
na:  mori  nell'anno  u63.  R-z.  Ep.  iv,  v. 

Berti  Alessandro  Pompeo  chierico  regolare 
della  congregazione,  detta  della  Madre  di  Dio, 
nacque  in  Lucca  ai  20  di  dicembre  1686:  entrò  in 
religione  di  16  anni  a  Napoli,  e  vi  professò  due 
anni  dopo.  Tornato  a  Lucca  vi  studiò  lettere  e 
scienze  e  particolarmente  la  poesìa,  e  divenne  fa- 
moso oratore  sacro.  Insegnò  a  Napoli  per  tre  an- 
ni la  rettorica.  Fu  bibliotecario  del  marchese  del 
Vasto,  e  introdusse  nel  suo  convento  il  gusto  dei 
buoni  studi}  dopo  che  per  sei  anni  fu  rettore  iìì 
tal  collegio,  tornò  a  Lucca  maestro  dei  novizi,  e 
di  là  passò  a  Roma  nel  1739  e  vi  restò  tino  alla 
morte.  Ebbe  onorevoli  cariche  nel  suo  convento, 
e  fu  socio  di  molte  accademie.  Mazzucchelli  por* 
gè  una  lista  di  ventiquattro  sue  opere  impresse, 
e  di  ventuna  inedite,  varie  delle  quali  qui  noto: 
„  La  caduta  dei  Decemviri  della  romana  repub- 
blica per  la  funzione  della  serenissima  repubblica 
di  Lucca,  Lucca  17175;.  »  Scoperta  delle  reliquie  di 
s.  Pantaleone  martire  nella  città  di  Lucca  nel 
1714,  stampala  nel  tom.  xxvn  del  giornale  dei 
letterati  d'Italia,,.  „Vile  di  molti  accademici  del- 
l'Arcadia tra  le  altre  quelle  di  Giuseppe  Valletta 
napoletano  e  di  al  tri».  Molte  traduzioni  d'opere  fran- 
cesi. Fu  rimproverato  il  Berti  d'avere  sparsa  in 
Italia  con  tali  traduzioni  la  dottrina  giansenistica 
ed  i  pericolosi  errori.  Opere  pure  tradotte  sono  i 


BER.  2^9 

Saggi  di  morale,  Venezia  172,9.  Lettere,  Venezia 
1733.  Trattato  della  preghiera,  Venezia  1 736.  Del- 
l'unità della  chiesa  o  confutazione  del  sistema  del 
ministro  lurico,  Venezia  1742.  Trattato  della 
commedia,  Roma  175^.  Ristretto  della  storia  di 
Francia,  Venezia  1737.  Continuazione  del  citato 
ristretto  dal  1610  al  1715.  La  scienza  delle  meda- 
glie, Venezia  1736.  Catalogo  delia  libreria  Cappo- 
ni con  annotazioni  in  diversi  luoghi,  Roma  1747- 
Le  sue  „  Poesie,,  sono  stampate  in  molte  raccolte, 
soprattutto  in  quelle  dell'accademia  Arcadica.  Le 
sue  «Memorie,,  degli  scrittori  lucchesi  son  rese  ce- 
lebri dalle  citazioni  che  molti  autori  ne  han  fatte. 
Erano  desse  in  pronto  6110  dal  171G  per  essere 
stampate,  e  l'autore'  si  era  impegnato  nel  giorna- 
le defletterai!  d'Italia,  tom,  xxvn  a  pubblicarle  di 
seguito,  ma  alcune  difficoltà  che  il  Berti  incontrò 
nel  dargli  P  ultima  roano,  fecene  sospendere  la 
pubblicazione,  ti.  14.  Ep.  vi. 

Berti  de  Ravignijii  Bellìncione  fiorentino 
fiorì  verso  Panno  1180.  La  sua  famiglia  è  un  ra- 
mo di  quella  degli  Adimari.  Fu  padre  della  famo- 
sa Gualdrada  moglie  del  conte  Guido  Sangue,  che 
tenevasi  pel  più  onorato  cavaliere  di  Firenze, 
rammentato  da  Dante  per  bocca  di  Cacciaguida  suo 
antenato  nel  cap.  ]5  del  Paradiso  per  un  esem- 
plare di  moderatissimo  cittadino  con  quelle  pa- 
role 

Bell inclon  Berti  viario  andar  cinto 
Di  quoio  e  dopo  e  venir  dallo  specchia 
La  donna  sua  senza  7  viso  dipinto» 


a5o  BER. 

E  nel  seguente  canto  il  medesimo  poeta  gli  dà 
titolo  d'alto,  cioè  di  grande  stima  ed  onore  di- 
cendo 

Erano  i  Ravignani^  nndPè  disceso 
II  conte  Guido  e  qualunque  del  nome 
Dell'alto  Bellincione  ha  poscia  preso. 
B-s.  Ep.  v. 

Berti  Gio.  Lorenzo  eremita  agostignano  na- 
cque nel  maggio  del  1696  a  Seravezza.  Fu  chia- 
mato dai  suoi  superiori  a  Roma  ove  divenne  as- 
sistente del  suo  generale  e  custode  della  biblio- 
teca angelica.  Ebbe  dal  granduca  una  cattedra  di 
teologia  in  Pisa,  col  titolo  di  teologo  imperiale 
e  terminò  i  suoi  giorni  in  quella  città  nel  maggio 
del  1766.  Trovasi  la  sua  vita  nel  a  volume  degli 
scrittori  dltalia  del  Mazzucchelli.  La  principale 
sua  opera  è  „  Trattato  di  teologia  stampato  a 
Roma  nel  1739  „;  sotto  il  titolo  „  De  teologicis 
disciplinis  ,,.  Dopo  scrisse  „  Baianismus  redigi- 
si us,  jansenismus  redivivus  in  scripti s  P.  P. 
Bellelli  et  Berti.  Augustinianum  sy sterna  de 
gratia,  de  iniquo  Bajanismi  et  jansenismi  er- 
roris  in  simulationp  ^indicatimi  „.  Berti  dette 
fine  alla  contesa  con  un'apologia,  dove  espose 
l'accordo  detta  sua  dottrina  con  la  traduzione  e 
rilevava  parecchie  contradizioni  di  Languet  nei 
suoi  scritti  e  nella  sua  condotta.  Questo  dòtto 
religioso  ebbe  ancora  doti  di  erudizione  eccle- 
siastica, delle  cognizioni  delle  lingue  ebrea,  e 
greca.  Egli  compose  molte  altre  opere  di  cui  la 
principale  è  una  „  Storia  ecclesiastica  5).  Lebbre- 


BER.  2,5  l 

viò  poscia  iu  un  volume  per  uso  degli  studiosi. 
Vennero  poi  uniti  in  un  sol  volume  i  suoi  scritti 
stampali  in  Venezia,!  quali  consistono  in  disser- 
tazioni, dialoghi,  panegirici,  discorsi  accademici 
ed  alcune  poesie  italiane.  B.  u.  Ep.  vi. 

Beiitim  Anton  Francesco,  medico  italiano 
più  celebro  forse,  quantunque  assai  valente  nella 
arte  sua  per  le  quislioni  letterarie  ch'ebbe  a  so- 
stenere, di  quello  che  per  la  medica  sua  scienza, 
nacque  a  Casteltiorenlino  nel  decembre  del  i658. 
Allevato  a  Siena  ed  a  Pisa,  ove  acquistò  oltre  le 
congnizioni  che  alla  medicina  appartengono, quel- 
le che  avrebbe  potuto  procacciaigli  buona  riu- 
scita nelle  mal  tematiche  e  nell'astronomìa,  nelle 
belle  lettere,  nelle  antiche  lingue  e  nella  poesia 
tanto  latina  che  italiana.  Fu  nel  1678  laureato 
in  lilosotìa  ed  in  medicina,  e  andò  a  fermare 
stanza  in  Firenze  dove  più  intimamente  si  legò 
col  celebre  Lorenzo  Bellini,  ch'era  stato  suo  mae^ 
•>tro,con  Francesco  Redi  ed  altri  dotti,  quali  s*ono 
MagIiabechi,Cinelli,  Salvini  ec.  Fu  eletto  profes- 
sore di  medicina  pratica  nelP  ospitale  di  santa 
Maria  ÌXuova.elasua  riputazione  lo  fece  chiamare 
nel  1722  a  Torini)  per  consultare  col  dottor  Ci- 
cognini sulla  malattia  della  duchessa  di  Savoia: 
mori  in  Firenze  ai  io  di  dicembre  1726X3  prima 
opera  che  pubblicò  era  intitolata  „  La  medicina 
difesa  contro  le  calunnie  degli  uomini  volgari  e 
delie  opposizioni  dei  dotti  divisa  in  due  dialoghi, 
Lucca  1699  e  1709  „.  Nel  secondo  di  tali  dialo- 
ghi dove  faceva  Telonio  di  tre  medici  della  coite 
di  Toscana,  egli  ne  aveva  obliato  un  quarto  chia- 


a5a  BEH. 

mato  Moneglia.  Questi  si  tenne  per  offeso  e  scrisse 
un'amara  censura  intorno  air  opera  del  Bertini, 
che  gli  rispose  del  medesimo  tuono}  la  censura  e 
la  risposta  furono  stampate  nel  1700  .  Bertini 
ebbe  poco  tempo  dopo  un'altra  questione  con 
Girolamo  Manfredi  di  Massa  medico)  la  cura  di 
un'ammalata  religiosa  nel  convento  di  s.  Niccolò 
di  Prato  ne  fu  la  causa;  Manfredi  fu  l'oppressore. 
La  risposta  del  Berlini  intitolata.  „  Lo  specchio 
che  non  adula,  „  stampala  a  Leida  nel  1 707  gli  at- 
tirò una  replica:  egli  nuovamente  rispose  e  stancò 
il  suo  avversario  e  forse  anche  il  pubblico.  Rien- 
trò in  lizza  nel  1712  con  Paolo  Ferrari  altro  me- 
dico, ma  questa  volta  per  difesa  d'alcune  prati- 
che le  quali  erano  allora  in  voga,  e  d'un  medico 
suo  amico  nominato  Giorgi,  cui  Ferrari  trattato 
aveva  da  cerretano,  la  sua  replica  non  ebbe  ef- 
fetto, poiché  il  Ferrari,  più  saggio  o  meno  amico 
dello  strepito,  non  rispose.  B.  u.  Ep.  vi. 

Bektisi  Giuseppe  Maria  nacque  nel  marzo 
del  1694  in  Firenze:  studiò  in  Pisa  la  filosofia  e  la 
medicina.  Tornato  a  Firenze  nel  1714  dette  sag- 
gio del  suo  profitto,  sostenendo  nella  chiesa  dello 
spedale  di  santa  Maria  Nuova,  con  molto  onore, 
alcune  tesi  di  medicina,  le  quali  nell'anno  me- 
desimo furono  stampate.  Nell'anno  istesso  si  ad- 
dottorò e  stabilissi  a  Firenze:  la  sua  vita  fu  tutta 
nella  scienza.  Fra  i  medicamenti  usati  di  frequente 
e  potentemente  difesi  dal  Bertini  tiene  il  primo 
luogo  il  mercurio,  col  quale  molle  guarigioni  ope- 
rò, e  in  una  „  Raccolta  di  poesie  in  suo  onore, 
stampala  in  Firenze  nel  i^55;  alcune  sono  intese 


BER.  253 

a  lodarlo  appunto  per  queste  guarigioni  col  mer- 
curio operate:,  ed  a  favore  dell'uso  di  esso  nella 
medicina  scrisse  un  trattato  che  ha  per  titolo 
„  Dell'uso  interno  ed  esterno  del  mercurio,  Fi- 
renze 17^4  551  la  quale  cosa  fu  lodatissima  ,  ed  i 
giornali  ne  fecero  estratti  ed  encomi.  Ma  presto  si 
alzarono  con  varie  opere  per  abbattere  le  opi- 
nioni di  lui  non  pochi  professori  dell'arte  saluta- 
re, e  se  ne  fece  un  rumore  incredibile.  Il  Bertini 
rispose  con  tre  articoli  inseriti  nel  giornale  tio- 
rentino  (  Tom.V  parte  IV  ).  Altre  risposte  in  suo 
favore  fecero  il  Ghisi  di  Cremona  nelle  sue  let- 
tere mediche,  Giuseppe  Benvenuti  lucchese,  ed 
alcuni  giornali,  che  tra  le  altre  cose  si  fondarono 
sul  detto  di  Boerhave  che  la  virtù  dell'argento 
vivo  usato  prudentemente  conduce  alla  longevità. 
Il  trattato  del  Bertini  voltato  in  Ialino  fu  ristam- 
pato a  Venezia  nel  1766  nell'opera  di  Giovanni 
Austruc  De  morbis  ventreis.  Altri  lavori  rela- 
tivi alla  sua  professione  sono  sparsi  nelle  novelle 
letterarie  di  Firenze.  Il  Bertini  ebbe  finché  visse 
molta  reputazione,  e  fu  considerato  come  il  più 
valente  medico  di  Firenze  .  Quindi  ebbe  molte 
onoranze,  tra  le  qu;>!i  non  vuoisi  tacere  della  me- 
daglia fattagli  coniare  dal  cremonese  Giuseppe 
Cavallini.  T-p.  Ep.  vii. 

Bertoldo  scultore  fiorentino,scolare  di  Dona- 
tello, fece  molli  bei  getti  in  bronzo  di  battaglie  e  ili 
cose  piccole.  Chi  volesse  giudicare  del  di  lui  bel 
medaglione  gettato  per  Maometto II,sarebbe  forza- 
to ad  accordargli  un  grado  maggiore  fra  gli  artisti 
del  secolo  XV  .  lauto  piacque  a  Lorenzo  de'Me- 
St.   Tose.    Tom.  12.  2i 


254  BER. 

dici  questo  grand'uomo,  che  lo  creò  custode  del 
nobilissimo  suo  giardino  in  piazza  di  san  Marco, 
dove  slavano  belle  slatue,  e  anticaglie  con  gran 
diligenza  e  somma  spesa  raccolte  da  quel  magna- 
nimo mecenate  dei  virtuosi:  di  custode  passò  ad 
esser  dichiarato  capo  maestro  dell'accademia  del 
disegno,  che  ivi  da  più  virtuosi  giovani  si  custodi- 
va.fra  i  quali  vi  fu  annoverato  il  Bonarroti,  France- 
sco Grrnacci,  il  Torrigiano  ed  altri.  Di  questo  Ber- 
toldo non  dice  altro  il  Vasari  nella  vita  del  Bo- 
narroti parte  ni  lib.  a  fogl.  137.  C-c.  Ep.  v. 

Bertucci  Lorenzo  pittore  fiorentino,  scolare 
del  Forini,  riuscì  molto  spiritoso  nel  fare  le  figure, 
ma  perchè  non  gli  pareva  che  in  quel  tempo  l'arte 
gli  fruttasse  a  misura  del  suo  bisogno,  fece  riso- 
luzione di  attendere  alla  musica,  nella  quale  tal- 
mente profittò  e  riusci  di  tanta  grazia,  che  molti 
principi  lo  vollero  sentire,  e  specialmente  la  re- 
gina di  Svezia,  la  quale  gli  assegnò  un  buono  ed 
annuo  stipendio,  e  lo  dichiarò  direttore  del  suo 
teatro,  nel  quale  più  volte  si  fece  sentire:  morì 
in  Roma  d'anni  60  circa  al  1680.  O-r.  v,  vi. 

Betti  Sigismondo  fiorentino, scolare  di  Mat- 
teo Bonechi,  coli'  assidua  attenzione  e  col  con- 
tinuo disegnare  all'accademia  del  nudo  divenne 
franco  nell'invenzione,  ed  eccellente  nei  lavorisi 
a  fresco  che  a  olio.  Fu  chiamalo  a  Genova,  a  Sa- 
vona e  a  Torino,  dove  lasciò  molte  memorie  del 
suo  valore.  Nella  patria  fece  molte  opere  per  il 
granduca  Gio.  Gastoue,  e  fu  impiegato  da  molti 
signori  inglesi  nei  disegni  sulle  opere  più  cospi- 
cue dì  quella  nobilissima  galleria.  Ebbe  ancora 


B     E    T.  255 

pubblici  lavori  a  fresco  in  diverse  cinese.  Lavorò 
anche  a  pastello  con  modo  sì  lucido,  forte  e  va- 
go che  non  ebbe  pari:  mori  nella  patria  più  che 
settuagenario.  O-r.  Ep.  vi. 

Betti  Gio.  Battista  fiorentino  incisore  in  ra- 
me. Questo  artefice  ha  dimostrata  la  sua  abilità 
in  vari  lavori  e  specialmente  nei  ritratti  che  gli 
sono  stati  commessi  da  particolari  persone.  Se  ne 
vedono  alcuni  nella  raccolta  degli  uomini  più  il- 
lustri in  pittura,  scultura  e  architettura  stampata 
in  Firenze  nelPanno  1769^  quali  hanno  incon- 
tralo l'universale  approvazione.  Il  suo  tocco  è 
leggero  e  delicato.  O-r.  vi,   vii. 

Betti  Biagio  fu  da  Culigliano,  castello  situalo 
nella  montagna  pistoiese,  non  ostante  che  il  Va- 
sari (  Vita  del  Ricciarelli  toni,  vi,  cap.  91  )  lo  dica 
da  Carigliano.  Egli  ebbe  grammatica  , ed  intende- 
va la  lingua  latina,  e  nel  i77a  entrò  fra  i  padri 
Teatini  di  s.  Silvestro  sul  Quirinale,  ove  fu  frate 
converso.  Studiò  le  belle  arti  sotto  Daniello  da 
Volterra,  modellò  in  cera  ed  in  creta:  fu  minia- 
tore statuario,  e  pittore  di  merito.  Il  Baglioni  nel- 
la sua  vita  ce  lo  rappresenta  occupato  sempre  a 
servir  le  chiese  e  le  case  del  suo  ordine  con  qua- 
dri di  buon  gusto.  Fu  mollo  onorato  da  Clemen- 
te Vili,  e  tenuto  in  pregio  dai  personaggi  più 
distinti  di  Roma>  e  della  sua  religione.  Ivi  morì 
nel  16 15,  nelTelà  di  70  anni  in  tempo  di  *>tate, 
essendosi  addormentato  sopra  una  fredda  pietra. 
Professò  ancora  la  medicina,  conobbe  la  virili 
dell'erbe,  la  musica  e  la  composizione  dell'Oltra- 
mare.  L-z.  vi. 


a5<»  B   E  T. 

Betti.m  Antonio  senese  della  religione  dei 
Gesuali,  nacque  nel  1096.  Fu  di  profonda  e  sin- 
cera umiltà,  ed  in  modo  maraviglioso  disprezzato- 
re  di  sé  medesimo.  Fu  dal  superiore  del  suo  or- 
dine spedito  a  Roma  ad  Eugenio  IV  per  impelrare 
da  esso  una  chiesa  e  convento.  Da  Pio  li  fu  con- 
dotto al  concilio  di  Mantova  nel  1459.  di  poi  il 
mandò  legato  a  Francesco  Sforza  dura  di  Milano, 
quale  preso  dalla  bonlà  di  Antonio  gli  fé  fabbricare 
il  suntuoso  convento  di  s.  Girolamo:  fu  quindi 
dal  pontefice  fatto  penitenziere  maggiore  e  ve- 
scovo di  Foligno,  quale  dopo  aver  rifiutato  fu  dal 
papa  costretto  ad  accettare:  dalla  repubblica 
di  Siena  fu  mandato  ambasciatore  a  Cesare.  Do- 
po aver  fatte  molte  istanze  per  rinunziare  al  ve- 
scovado, finalmente  Innocenzio  VII!  glie  ne  con- 
cesse licenza,  dopo  di  che  si  ritirò  di  nuovo  nella 
religione  ove  santamente  morì  di  anni  90.  Lisciò 
scritta  una  „  Esposizione  della  domniea, orazione 
con  il  modo  di  orare  dei  padri  Gesuiti,  Brescia 
i566  ,v  Fu  l'autore  del  più  antico  libro  noto 
nel  quale  si  ravvisano  delle  tavole  incise  in  ra- 
me .  L1  opera  cui  deve  la  propria  rinomanza , 
viene  intitolata  „  Il  monte  santo  di  Dio,  Firen- 
ze 1477  »  adorna  di  tre  stampe  incise  in  rame  , 
che  si  reputano  dello  stesso  artista  cui  vengono 
attribuite  quelle  del  Dante  del  1481,  Istituì  un 
monte  di  pietà  per  iscemare  il  flagello  dell'usura, 
e  gli  dette  per  dotazione  la  maggior  parte  delle 
proprie  rendile,  non  serbandosi  che  il  più  stretto 
necessario.  C*n>  B.  u.  Ep.  v. 

Bottini   Domenico  fiorentino  nato  Tanno 


B    E    V.  2D7 

1644  eM)e  Per  primo  maestro  del  disegno  Iacopo 
Vignali. Desioso  di  girare  il  mondo  variò  diverse 
città,  e  dono  molti  anni  si  fermò  in  Roma  ripi- 
gliando gli  studi  di  pittura  sotto  Mario  IN'uzi  detto 
Mario  da'fiori,  e  veramente  in  fiori,  in  frutti,  in 
pesci,  in  uccelli,  e  in  quadrupedi  ha  operato  mi- 
rabilmente per  molti  principi  e  cavalieri  ,  par- 
ticolarmente per  il  serenissimo  di  Modena,  col 
quale  fermossi  28  anni.il  mirabile  dei  suoi  copiosi 
componimenti  è  il  vedere  la  nuova  invenzione 
dei  siti  veri  e  ben  ricercati  per  far  campeggiare 
in  rigoroso  innanzi  e  addietro  le  opere  sue>che  son 
lontane  da  quel  fondo  e  campo  oscuro  usitato 
da  tanti  pittori.  Questo  virtuoso  morì  in  Bologna 
il  dì  4  novembre  1705.  O-r.  Ep.  vi. 

Beverini  Bartolommeo  pubblico  e  primario 
professore  d'eloquenza  in  Lucca  sua  patria.  Di  lui 
parla  con  somma  lode  il  Mabillon  a  pag.  186  del 
suo  Itinerario  italico,  nominandolo  come  esimio 
poeta,  prosatore,  storico  e  teologo.  Scrisse  \'\\- 
neide  di  Virgilio  tradotta,  Lucca  i683}  „  Vita  «li 
santa  Cecilia  vergine  e  martire,  con  alcune  anno- 
tazioni storiche  e  morali,  Lucca  1668  ,^  „  Carmi- 
mtm  libri  septem,  Luccai674  „*,  „  Prediche,  di- 
scorsi e  lezioni,  opere  postume,  Vienna  1692  „*, 
„  Kime,  Lucca  iG54  „.  Morì  in  Lucca  nel  1686. 
lì-s.  vi. 

Bkzzicallva  Ercole.  Veti.  Bazzicahwa  Er- 
cole. 

Bianchi  Sebastiano  fiorentino  nacque  toel- 
l'anne  i66a.  Seguendo  l'esempio  del  padre  e  dei 
suoi  maggiori,che  furon  tutti  tesorieri  dei  >!<  Ik  i. 

25* 


•ì58  B    1    A. 

atlese  ancor  vecchio  allo  studio  delle  antiche 
medaglie,  delle  gemme,  e  di  altri  eruditi  monu- 
menti di  questo  genere.  Da  Cosimo  III,  onde  ac- 
quistasse maggiori  cognizioni  in  tale  studio,  fu 
mandato  a  Bologna,  ove  reggeva  questa  cattedra 
Giuseppe  ÌVlangiavacchi,  e  quindi  a  Roma,ove  fa- 
inigliarmente  conversava  con  uomini  dottissimi  in 
antichità.  Tornato  Tanno  1686  alla  patria,  ben 
presto  di  là  ripartì  per  recarsi  a  Parigi,  quindi  a 
Milano,  a  Padova  ed  a  Venezia  a  conferire  con 
dotti  antiquari  per  viemaggiorniente  perfezionar- 
si in  tale  scienza.  Restituitosi  per  ultimo  a  Fi- 
renze fu  fatto  prefetto  nel  tesoro  del  Granduca, 
di  ciò  che  appartiene  alle  gemme  e  medaglie.  Né 
solo  fu  in  antiquaria  professore,  ma  dotto  ancora 
nell'amena  letteratura  e  nelle  lingua  greca  e  la- 
tina. Fu  per  tanto  da  tutti  stimato  peritissimo  e 
famigerato  nell'antiquaria  in  modo,  che  quasi  am- 
mirabile il  giudicavano.  Niun'opera  egli  potè  dare 
alla  luce,  avendo  però  atteso  ad  aumentare  e  dare 
ordine  esatto  al  mediceo  museo,  ed  alle  meda- 
glie in  particolare,  che  lutto  trovavasi  in  gran 
confusione,  facendone  accurata  descrizione,  au- 
mentando e  correggendo  quanto  vi  era  di  erroneo. 
Questo  degnissimo  ed  utile  lavoro  non  vide  la 
luce  per  la  morte  del  suo  autore  accaduta  nel 
gennaio  1738.  L-m.  Ep.  vi,  vii. 

Bianchi  Giovanni  delT  ordine  de'carmelitani 
nacque  in  Firenze:  studiò  la  filosofia  peripatetica 
ed  applicossi  alla  predicazione  nella  sua  patria,  in 
Padova,  ed  in  Roma  invitatovi  da  Sisto  IV.  In- 
seg  nò  le  belle  lettere  nella  senese  Università,  e 


B    I    A.  209 

nel  1472  dalla  repubblica  fiorentina  fu  chiamato 
a  leggere  le  belle  lettere  nel  ginnasio  di  Pisa  , 
la  qual  carica  sostenne  per  27  anni,  e  sostenne 
pure  molti  uffizi  pel  servizio  della  sua  religione, 
visitando  le  chiese  tutte  del  suo  ordine  poste  nel- 
la Sicilia,  e  riordinandole  con  virtù  e  probità 
tale,  che  da  quei  popoli  riscosse  la  fama  di  san- 
to. Fu  teologo  del  cardinale  Riario  arcivescovo 
di  Pisa,  finche  giunto  al  60  anno  di  sua  età  nel 
x499  cessò  di  vivere.  Nella  biblioteca  carmelita- 
na di  Roma  si  conservano  molte  e  pregiabili  opere 
del  Bianchi  „  Sulla  tìsira  d'Arislotile^u  dodici  libri 
di  metafisica  „  ed  altri.  Il  di  lui  sepolcro  col  ritrat- 
to vedesi  in  Firenze  nella  chiesa  dei  Carmelitani. 
B-c.  Ep.  v. 

Bianchi  Giovanni  Antonio  di  Lucca,  religioso 
dell'ordine  dei  minori  Osservanti, nacque  nell'ot- 
tobre  1686:  professò  filosofia  e  teologia.  Fu  nel 
suo  ordine   provinciale,  visitatore  e  consigliere 
delPinquisizione  a  Roma,ed  esaminatore  dei  clero 
romano.  Morì  nel  gennaio  del  1758.  La  gravità 
del  suo  stato  e  de'suoi  studi   non  gl'impedivano 
di  coltivare  le  belle  lettere,  la  poesia,  e  special- 
mente la  drammatica.  Per  questo  titolo  era  mem- 
bro dell'accademia  degli  Arcadi.  Le  sue  opere  per 
lo  più  sotto  nome  in   anagramma    di  Farnabio 
Giovacchino  annottai  sono„Tragedie  sacre  e  mo- 
rali. B  doglia  1725,,}  queste  tragedie  sono  in  |u«i- 
sa.  Altre  „  Tragedie  „  pubblicate  separatamen- 
te: „    De'vizi  e  dei  difetti  del  moderno  teatro  e 
del  modo  di   correggerli  e  d*eniendarli,regiona- 
menli  IV, Roma  1753  „.  Quesfoperaèsotto  il  suo 


2.Go  B     1    A. 

nome  Lauri  so  tragiense.  Vi  difende  l'opinione  del 
Maffei  contro  quella  del  Padre  Concilia,  che  at- 
taccato aveva  i  teari  come  contrari  alla  religione 
ed  ai  costumi  in  una  dissertazione  intitolata  De 
spectaculis  theatralibus.  Il  Bianchi  scrisse  molte 
altre  tragedie  che  non  furono  stampate;  una  vo- 
luminosa opera  di  genere  adatto  differente,  in- 
titolata,, Della  potestà  e  polizia  della  chiesa, trat- 
tati due  contro  le  nuove  opinioni  di  Pietro 
Giannone,  Roma  dal  1743  al  1761  „.  In  tal  volu- 
minoso libro  composto  per  ordine  del  papa  Cle- 
mente XII  fautore  esamina  minutamente  e  pre- 
tende di  confutare  le  opinioni  contrarie  al  potere 
temporale  della  corte  di  Roma  del  celebre  Gian- 
none  nella  sua  storia  civile  del  regno  di  Napoli. 
Crede  eziandio  di  confutarvi  il  nostro  gran  Bos- 
suet,  di  cui  lo  storico  di  Napoli  adottato  aveva  i 
principia  La  storia  del  Giannone  e  le  opinioni 
de!  Bossuet  sopravvissero  a  tali  pretese  confuta- 
zioni. B.  u.  Ep.  vi,  vii. 
Bianchini  Giuseppe  Maria,  celebre  letterato 
dell'ultimo  secolo,  nacque  a  Prato  nel  novembre 
del  i685.  Terminati  appena  i  suoi  studi  in  Fi- 
renze fu  ricevuto  accademico  fra  gli  Apatisti  e  di 
poi  nell'accademia  Fiorentina.  Non  aveva  allora 
che  20  anni  ed  era  già  l'amico  di  moltissimi  eru- 
diti. Andò  a  finire  i  suoi  sludi  a  Pisa,  ove  ebbe 
maestro  Alessandro  Marchetti.  Ivi  nel  1709  ot- 
tenne il  grado  di  dottore,  e  l'ordine  del  sacer- 
dozio. Spiegò  in  cattedra  le  opere  dei  ss.  padri,  e 
prese  affezione  per  le  opere  di  s.  Bernardo.  Il  ve- 
scovo di  Pistoia  gli  conferì  la  cura  di  s.  Pietro  ad 


B    I    A.  26l 

Aiuolo,  e  fu  sommamente  amato  dai  suoi  popola- 
ni. Frattanto  fu  ascritto  socio  di  varie  altre  acca- 
demie. II  suo  modo  di  vivere  era  semplice,  il  ca- 
rattere leale  e  sincero,  quantunque  circospetto. 
Amava  la  solitudine,  ed  era  nondimeno  sì  affabi- 
le, che  di  buon  grado  seguitava  le  burle  e  le  ar- 
guzie: morì  nel  febbraio  1749.  ke  sue  opere  più 
cospicue  sono  „  Dei  Granduchi  di  Toscana  della 
real  casa  de'Medici,  Venezia  174 r  »$»  Della  satira 
italiana,  trattato,  iMassa  i7i.}.Firenze  1729,,,  ope- 
ra considerata  come  classica.  Nella  seconda  edi- 
zione l'autore  ci  ha  aggiunta  una  „  Dissertazione 
italiana  sulPipocrisia  dei  letterati  ,,;  La  cantica 
decantici  di  Salomone  tradotta  in  versi  toscani 
con  annotazioni,  Venezia  i?35  ,..  I  più  degli  altri 
suoi  scritti  non  sono  che  opuscoli,  cioè  „  Notizie 
biografiche,  elogi,  istruzioni  di  parecchi  passi  dì 
Dante,  del  Bembo,  di  monsignor  della  Casa  „  let- 
ti pubblicamente  nell'accademia  Fiorentina.  AI- 
ouni  sono  inseriti  nelle  diverse  parti  della  com- 
pilazione in  5  volumi  intitolata, Prose  fiorentine, 
Venezia  1754. ed  altri  Ea  altre.  Varie  raccolte  di 
poesie  contengono  pure  parecchie  sue  rime  B.  //, 

Ep>  vi,  vii. 
BiANcuRni  Francesco  senese  fu  musico  e  so. 
natore  eccellente,  che  ha  date  alle  stampe  molte 
opere  di  musica  in  stile  ecclesiastico,  quali  son 
così  armoniose,che  anzi  hanno  dell'angelico  che 
dell'umano.  Era  maestro  di  cappella  del  duomo 
di  Siena  e  compose  molti  „  Mottetti  a  due  e  tre 
e  quattro  voci,  Venezia  i(5o8  M:  „  L'Elicona  „.  Fu 
accademico  Accordato  ed  Intronato.  C-«,         vi. 


262.  B    1    A. 

Bianco  Baccio  {del)  pittore,  architetto,  inge- 
gnere e  poeta,  uomo  di  perspicacissimo  inge- 
gno. Compose  egli  medesimo  „  La  sua  vita  „  ed 
inoltre  molte  e  varie  macchinerà  le  quali  è  in- 
signe quella  intitolata  Andromeda  e  Perseo  ope- 
ra spagnuola, nella  quale  sono  in  penna  disegnate 
di  sua  mano  sì  le  macchine,  come  le  scene,  ope- 
ra manoscritta.  C-n. 

Biancucci  Paolo  lucchese  pittore  che  cercò 
sempre  d'imitare  la  maniera  del  suo  gran  maestro 
Guido  Reni,accompagnandoIa  con  vaghezza  di  co- 
lorilo e  gentilezza  d'invenzione;  e  quando  volle 
copiare  gli  originali  di  Guido  lo  fece  eccellen- 
temente perchè  era  dillgentissimo  nel  suo  ope- 
rare. In  Lucca  sua  patria  si  vedono  le  principali 
opere  di  questo  virtuoso  artista,  il  quale  fu  di 
nascita  assai  civile  e  grazioso  di  persona  e  di  trat- 
to. /?-/.  1  Ep.  vi. 

Bianore.  Ved,  Ogno, 

Bianucci  Bartolommeo  nacque  in  Monte  Car- 
lo, castello  nella  Val  di  Nievole,  circa  il  1 718.  Fu 
prof,  di  tìsica  nella  pisana  Università,  e  stabilì  i 
veri  principi!  della  fisica  generale.  Quanto  grande 
fosse  la  dottrina  del  Biancucci  in  tale  scienza  sa- 
rebbe cosa  troppo  diificile  il  volerla  mostrare^ma  in 
riprova  di  ciò  basti  solo  sapersi,  che  mentre  i  più 
e  quasi  generalmente,  trovavansi  disposti  ad 
abbracciare  le  ipotesi  di  due  fisici,  tendenti  ad 
abbattere  la  luminosa  elettrica  teoria  di  Fran- 
chi in  ,  fu  il  Bianucci,  che  dopo  di  aver  presi  in  e- 
same  i  principii  di  essa,  mostrò  l'arbitraria  sup- 
posizione di  due  contrari  fluidi,  e  trovossi  in  tal 


B    I    A.  263 

guisa  d'accordo  colPimmortal  Beccheria.Se  le  tan- 
te di  lui  questioni  mostrano  com'egli  filosofasse 
sugli  effetti  della  natura,  lasciati  dal  Creatore 
in  balìa  delle  dispute  umane,  si  sa  pure  che  non 
minor  criterio  adoprava  nelle  scienze  teologiche: 
Lo  studio  delle  scritture,de' padri  greci  e  latini,  il 
vero  senso  dei  concilii  e  canoni  combinati  col  drit- 
to naturale  formano  la  sua  teologia:  insegnò  pure 
in  privato  la  storia,  e  così  bene  ragionava  delle 
cose  militari,  che  se  ascoltato  lo  avesse  Annibale 
non  avrebbe  certamente  riso,  come  rise  di  For- 
mione  Ateniese.  Molti  dei  suoi  scritti  sono  nel- 
le Effemeridi  letterarie  del  Lami  e  dell'Adami.  Il 
ritrovare  argomenti,  l'ordinarli,  il  dilatarli,  e  se  vi 
l'osse  d'uopo  l'usarli  con  ogni  forza  a  persuadere 
il  vero  e  dissuadere  il  falso,  sembrava  Parte  sua 
nalurale.Scrisse  il,,  Passatempo  autunnale  „  ope- 
retta piena  di  eleganza,  di  erudizione  e  di  grazia, 
ed  adattata  a  contenere  l'audacia  di  quelli  che 
con  falso  senso  giudicano  delle  cose  che  debbon 
vedere  col  raziocinio  e  coll'acutezza  della  men- 
te. A  nome  del  granduca  Leopoldo  I  intervenne 
ni  concilio  tenuto  in  Firenze  nel  1787.  Divenuto 
\e<  chio.  dopo  replicale  istanze,  gli  fu  accordato 
il  riposo  rie  Ila  sua  cattedra,  a  condizione  d'inse- 
gnare due  o  tre  volte  la  settimana  i  principii  del- 
la tisica  neutoniana.  per  una  quale  scienza  sem- 
brava unto  a  posta.  Compianto  fina  lineateli  a  tut- 
ti, mori  in  Pisa  nel  gennaio  dell'anno  1791.  F-b. 

Ep.  vii. 
Battisi  \  Gèo*  Varia  dalli  dttto  (il )J'ed. Gal- 
li Gio.  Marta. 


264  B    I   6* 

Bibbiena.  Ve.d.  Divizio. 

Bicci  Lorenzo  (di)  abilissimo  piltor  fiorentino 
nacque  dopo  la  metà  del  secolo  XIV.  Fu  scolare 
di  Spinello  Spinelli  aretino,  ma  pei  suoi  progres- 
si nell'arte  in  breve  tempo  restò  superiore  al  mae- 
stro. Avanti  di  cimentarsi  in  opere  pubbliche  sì 
esercitò  in  dipingere  per  le  case  private  ed  in 
campagna  .  Poi  fattosi  animo  dipinse  presso  la 
porta  del  chiostro  di  santa  Croce  un  san  Cristofa- 
110  alto  dodici  braccia,  imbiancato  pochi  anni  ad- 
dietro perch'avea  molto  sofferto,  ma  stimato  per 
la  vivacità  del  colorito  e  per  non  essersi  veduta 
fino  a  quel  tempo  una  figura  di  tal  grandezza,  al 
par  di  quella  proporzionata.  Sono  ancora  fatte  da 
lui  tutte  le  pitture  che  si  vedono  e  nelle  volte 
e  nelle  muraglie  dentro  la  porta  accennata.  Mol- 
ti altri  lavori  egli  fece  e  perfezionò  che  incontra- 
rono la  universale  approvazione,ma  o  per  le  ingiu- 
rie del  tempo,  o  per  altre  cagioni  si  son  perdute. 
A  provare  che  fu  anche  architetto,  dicesi  che  suo 
fu  il  disegno  della  chiesa  di  s.  Egidio,e  fecevi  an- 
che varie  pitture.  Era  sì  grande  il  credito  acqui- 
statosi, che  meri  ò  d'essere  il  primo  a  dipingere 
in  santa  Maria  del  Fiore  principai  chiesa  della  sua 
patria.  Di  molte  altre  opere  eh'  egli  condusse  a 
termine  nulla  dirò,  perchè  son  quasi  tutte  per- 
dute. Restami  a  dire  che  dipinse  Lorenzo  con 
molta  risolutezza  ,  con  particolare  diligenza  ed 
eguale  velocità.  Fu  corretto  nel  diseguo  e  vivace 
nel  colorito.  Dipinse  a  fresco  con  tal  perfezione 
che  ancora  ai  dì  nostri  alcune  delle  sue  pitture  si 
son  conservate  in  ottimo  grado,  benché  esposte 


B    I    C.  265 

all'intemperie  delle  stagionile  quantunque  nelle 
sue  opere  appariscano  molti  difetti  che  si  vedo- 
no hi  quelle  di  Giotto  e  de'suoi  seguaci,  cagionati 
principalmente  dalla  imperizia  «Iella  prospettiva, 
tutta  volta  si  scorge  benissimo  che  fu  da  lui  la 
maniera  giottesca  molto  perfezionata.  S.  ci"  u.  i. 

Ep.  v. 

Bicci  Neri  di  Lorenzo  fiorentino  fu  l'ultimo 
maestro  della  maniera  vecchia  di  Giotto.  Costui 
attese  ad  ingrandire  e  moderare  Io  stile  paterno, 
come  fece  nelle  chiese  di  san  Michele,  e  di  santa 
Maria  delle  Grazie  d'Arezzo,  e  in  altre  di  Firenze: 
certo  è  che  avrebbe  illustrate  le  opere  sue  con 
maggiori  progressi,  se  d'anni  36  non  fosse  perito. 
!  -s.  v. 

Bichi  Alessandro  ottenne  il  primato  di  Sie- 
na dopo  la  cacciata  di  Fabio,  e  benché  per  debiti 
fosse  costretto  a  vendere  la  sua  bella  villa  di 
Libbiano,  nondimeno  per  comun  consenso  del- 
l' ordine  dei  nove  fu  con  gran  credito  eletto  a 
mantenere  con  impegno  il  potere  pericolante  di] 
lai  fazione}  ed  essendo  egli  di  balia,  col  favore 
del  duca  d'Albania,  generale  di  Francia  in  To- 
scana, occupò  il  governo,  dipendendo  da  esso  la 
guardia  della  piazza  di  Siena  di  aòo  fanti,  e  ciò 
fu  circa  il  principio  dell'  anno  i524  •  Ma  u^n 
essendo  ancora  Alessandro  ben  consolidato,  fu 
facile  al  pontefice  ed  altri,  che  con  mostrare  di 
desiderare  la  liberty  furori  detti  libertini,  di  torgli 
col  governo  ancora  la  vita  come  fecero,  perchè 
fattosi  tumulto  di  popolo  nell'aprile  del  dello  an- 
n<>  Alessandro  fu  ammazzalo  da  Gio.  Battista  Fau- 
St.   Tose.   Tom.   12.  26 


2.GG  B    I   e. 

tozzi  uomo  di  plebe  .  Fu  licenziato  il  capitano 
della  guardia  ed  i  soldati  provvisionati,  e  fu  de- 
terminalo, che  ninno  potesse  più  esser  condotto 
«e  non  dal  consiglio.  Il  governo  del  Bichi  durò 
tre  mesi,  ed  il  suo  cadavere  fu  seppellito  nasco- 
stamente nella  chiesa  di  s.  Agostino.  U-r.  Ep.  v. 

Bichi  Metello  tìglio  d'Alessandro  di  casa  Ban- 
diuelli  dotto  legista,  la  qual  professione  lesse  pub- 
blicamente nello  studio  paterno.  Andò  a  Roma, 
ove  fu  da  Orazio  Borghesi  auditor  della  camera  e 
da  Camillo  suo  fratello  come  amico  benignamente 
ricevuto.  Morto  Orazio  fu  Camillo  auditore  della 
camera,  e  mandalo  legato  a  Filippo  li  re  di  Spa- 
gna, in  Roma  lasciò  il  Bichi  suo  agente.  Tornato 
Camillo  dalla  legazione  ebbe  il  cardinalato,  ed  in 
grazia  di  Camillo  fu  Metello  eletto  vescovo  di  So- 
vana  nel  j  5t)6 .  Or  essendo  Camilla  fatto  papa 
chiamò  Metello  e  lo  fé  cardinale  nel  161 1,  il  quale 
mori  nel  1619,  dopo  essere  stato  fatto  arcivesco- 
vo della  patria,  C-n.  v,  ve. 

Biliotti  Ferdinando  abate  e  canonico  della 
metropolitana  fiorentina,  uno  dei  4  eruditi  che 
compilarono  le  notizie  letterarie  ed  istoriche  in- 
torno gli  uomini  illustri  dell'accademia  Fiorentina: 
opera  quanto  degna)  altrettanto  di  notizie  copiosa, 
le  quali  dal  non  mai  abbastanza  lodato  Antonio 
lUagliabechi  furono  loro  somministrale,  come  gli 
stessi  a  pag.  3 18  confessano,  Firenze  1700.  C/7. 

vi. 

Biliotti  Ivo  d'una  famiglia  patrizia  di  Firen- 
ze, la  quale  avea  dati  dieci  gonfalonieri  di  giu- 
stizia alla  repubblica,  e  coniate  con  gli  slemmi 


B    I    L.  267 

suoi  le  monete  dello  stato,  fu  uno  degli  ultimi 
difensori  della  libertà  della  sua  patria,  ed  uno  dei 
migliori  capilani  delPetà  sua.  Nel  i52o,  egli  difese 
il  forte  di  Spello  in  Toscana  contro  le  truppe 
alleale  del  papa  e  dell'imperatore  Carlo  V.  Co- 
strinse il  principe  d'Orange,  che  le  comandava,  a 
ritirarsi,  e  si  segnalò  parimente  nell'assedio  di  Fi- 
renze. Passò  al  servizio  di  Francesco  I  re  di  Fran- 
cia col  Gondi  e  Piero  Strozzi  suoi  congiunti,  e 
restò  ucciso  all'assedio  di  Dieppe.  Lrna  parte  della 
famiglia  del  Biliolti  stata  proscritta  dai  Medici 
rifuggì  in  Avignone,  e  nel  contado  venosino  ver- 
so il  terminare  del  secolo  XV.  Nel  luglio  1794, 
il  capo  di  questa  easa.Giuseppe  Giovacchino  mar- 
chese di  Bilioni,  cavaliere  di  san  Luigi  in  età  di 
anni  20,  egualmente  distinto  per  le  sue  virtù  che 
per  la  sua  nascita,  fu  l'ultima  vittima  del  tribu- 
nale rivoluzionario  d'Orange,  che  cessò  un  gior- 
no dopo  della  sua  morte.  B.  u,  Ep.  v,  vi,  vii. 
Bui  Varaclito  beato  agostiniano.  Giovanni 
fu  suo  nome  al  secoIo,ed  era  figlio  di  Benedetto  Bi- 
ni di  nascita  da  s.  Angiolo  in  Colle  di  Siena:  prima 
fu  prete  secolare,  poi  prese  l'abito  agostiniano  in 
Lecceto,  sotto  il  priorato  del  Beato  Antonio  da 
Monterchi  nel  vicarialo  generale  del  famoso  pre- 
dicatore tanto  celebralo  dal  nostro  Poliziano,  Ma- 
riano da  Ganizano.  Sovvenne  gran  quantità  di  bi- 
sognosi afìlitti  dalla  carestia  che  regnava  in  quei 
tempi.  Fu  priore  del  monastero  di  san  Gallo  Cà 
Firenze,  che  per  l'assedio  del  i53o  fu  spianato. 
Scrisse  „  Librimi  uovum  professorum  Ilicetì  ,,. 
Mori  nel  novembre  del  i5:ìi.  C-'/.      .  v. 


268  B    I    Tft. 

BmiNGccci  Vannoccio  senese,  celebre  mate- 
matico, nella  qua!  professione  servì  molto  tempo 
Pier  Luigi  Farnese  duca  di  Parma,  quindi  Ercole 
d'Este  duca  di  Ferrara  e  dopo  i  granduchi  di  To^ 
scaua.  Fu  celebre  nel  gettare  i  metalli,  e  ne  scrisse 
un  libro  intitolalo  „  Pirotechnia^  Venezia  i55o„, 
libri  dieci  nei  quali  non  solo  si  tratta  della  di- 
versità delle  miniere,  ma  ancor  quanto  si  ricerca 
nella  pratica  di  esse,  e  quanto  si  appartiene  alla 
fusione  dei  metalli.  C-n.  Ep.  v,  vi. 

Biscioni  Pier  Francesco  nacque  nel  giugno 
i645,  e  fu  uno  dei  quattro  fondatori  della  con- 
gregazione col  titolo  di  Gesù  Salvatore  in  Firen- 
ze, e  che  egli  pai  fondò  anche  in  Pisa  ed  altrove. 
Amò  il  vivere  onesto  e  spirituale,  e  scrisse  varie 
opere  ascetiche,  alcune  delle  quali  sono  „ Do- 
cumenti a' secolari  „.  „  Pane  spirituale,  ovve-ro 
considerazioni  su  i  vangeli  di  tutto  Tanno,  Firen- 
ze 1697,  ed  altre  ,v  B-s.  vi. 

Biscioni  Anton  Maria,  celebre  letterato  italia- 
no delP  ultimo  secolo,  nacque  a  Firenze  nello 
agosto  1674  germinò  i  propri  suoi  studi  istruendo 
nelle  belle  lettere  molli  giovani,  di  cui  parecchi 
in  seguilo  acquistarono  Cama  in  esse,  tra  i  quali  il 
Bottari  ed  alcuni  altri.  Il  granduca  Cosimo.  Ili  gli 
accordò  benefizi.  Il  capitola  di  s,  Lorenzo  lo  eles- 
se per  custode  della  biblioteca  Mediceo  L3uren- 
ziana.  titolo  che  non  potette  ottenere  in  perpetuo. 
In  tale  officia  cominciò  nuovi  studi,  applicandosi 
alle  lingue  orientali,  studiando  in  particolar  modo 
ritaliana.Fu  protetto  con  generosità  dalla  nobile 
é  splendida  famiglia  Pane iatici,  per  la  quale  resta 


bis.  269 

impiegato  per  lo  spazio  di  2,5  anni.  Fu  pure  eletto 
protonotario  apostolico,  esaminatore  sinodale  a 
Firenze  ed  a  Fiesole,  e  in  esse  due  diocesi  revi- 
sore dei  casi  di  coscienza.  Finalmente  nel  174  « 
fu  eletto  dal  Granduca  bibliotecario  della  Lauren- 
ziana,e  canonico  di  quella  collegiata. Molti  scrittori 
hanno  fatti  grandi  elogi  di  lui.  Egli  peròha  lasciate 
poche  opere  veramente  sue:  pressoché  tutto  ciò 
che  ha  pubblicato,  consiste  in  note,  commenti, 
prefazioni,  lettere  odissertazioni  di  cui  arricchiva 
le  edizioni  che  pubblicò  in  gran  numero  d'autori, 
quali  sono  la  prefazione  e  le  note  della  sua  edi- 
zione delle  prose  di  Dante  e  del  Boccaccio,Firen- 
ze  1713  6*1728}  le  sue  note  sulle  Satire  del  Men- 
zini}  la  sua  prefazione  e  le  sue  note  sul  Riposo  \ìi 
Raffaello  Borghini,  Firenze  1780^  le  sue  note  sul 
3Ialmantile  riacquistato,  la  vita  d'  Anton  Fran- 
cesco Grazzini  detto  il  Lasca  in  fronte  d'una  edi- 
zione del  sue  poesie  accompagnata  da  note.Firen- 
ze  1  74  «  -  Una  delle  sole  opere  e  Punica  forse  che 
gli  appartiene  propriamente,  è  l'Avviso  o  parere 
che  stampò  per  difendere  l'edizione  dei  canti  car- 
nascialeschi pubblicati  dallo  stesso  Lasca,  che  ne 
fu  fatta  l'edizione  dall'abate  Bracci,,  Parere  sopra 
la  seconda  edizione  dei  canti  carnascialeschi  ed 
in  difesa  della  prima  Firenze  1750,,.  Aveva  inco- 
minciata Pimpressionn  del  catalogo  della  biblio- 
teca Mediceo  Laurenziana,  di  cui  il  primo  volume 
<  b"  contiene  i  manoscritti  orientali  fu  magnifica- 
mente itampato  aFirenze  1752,1113  non  compir 
ve  che  molti  anni  dopo  per  cura  del  canonico 
Giuliaiielli.  i!  qu  de    vi  aggiunse  il  catalogo  dei 

a  6* 


a;o  e  i  s. 

marioscrìlti  greci.  Il  canonico  Bandini  successore 
di  Biscioni  continuò  tal  lavoro.NelIa  Mas  liabechf»- 
na  alla  classe  IX  trovasi  pure  !VIS.  una  volumino- 
sa opera  intitolata  „  Toscana  letterata  „,  che  mi 
ha  servito  a  compilar  molte  notizie  biografiche 
di  questa  mia.  B.  u.  Ep.  vi. 

Bisdomim  Giovanni  senese  cronista  molto 
degno  e  forse  il  primo  dopo  il  Bondona,  che  dei 
fatfi  de\senesi  scrivesse.  Campilo  e  messe  insie- 
me una  „  Cronaca  „o  vogliam  dire  nota  di  tutte 
le  cose  occorse  a  Siena  tino  al  suo  tempo,  il  cui 
MS.  va  per  le  mani  di  molti  senesi  da'quali  è  ra- 
gionevolmente tenuto  in  pregio.  Fioriva  circa 
Tanno  i-Joo.  C-n.        >  v. 

Bisdomiìni  Benigno  monaco,  poi  abate  gene- 
rale delT  ordine  di  Vallombrosa,  nelle  sacre 
lettere  molto  erudito,  frisse  un  libro  intitolato 
„  Historìa  suae  Religionis  ,  Firenze  i5oo  „. 
Scrisse  ancora  „  Claustrum  animae  ,  in  quo 
traditur  ad  recte  vivendum  methodus  utilis- 
sima. Egli  fu  ohe  a  san  Lodovico  re  di  Fran- 
cia concesse  il  braccio  di  s.  Giovan  Gualberto, 
che  trasportato  a  Parigi  fu  ad  onor  di  esso  santo 
fabbricata  una  chiesa  Vallombrosa  addomanda- 
ta.  Fu  in  gran  pregio  per  santità  e  mollo  onorato 
dai. sómmi  pontefici  Onorio  III,  e  Gregorio  IX, 
da  Federigo  II  ,  ed  Ottone  IV  imperatori  e  da 
altri  principi,  fra  i  quali  s.  Lodovico  re  di  Fran- 
cia, allora  vivente.  Morì  nel  ia^6  a  Vallombro- 
sa. C-n.  v. 

Boccvccio  Giovanni  fiorentino  di  nascita,  ma 
oriundo  di  Certaldo    in  Toscana  venne  al  mori- 


B    O   C.  271 

do  nel  i3i  3, figlio  illegittimo  «di  Boccaccio  di  Che- 
lino.  Studiò  in  patria  sotto  il  grammatico  Giovan- 
ni da  Strada,  ma  dal  padre  trasferito  all'azienda 
della  mercatura,  viaggiò  per  mercanteggiare,  e 
pervenuto  a  Napoli  l'anno  28  dell'eia  sua  vide  il 
sepolcro  di  Virgilio,  e  sentissi  chiamato  alla  bel- 
la letteratura  ed  alienalo  dal  traffico  mercantile. 
Dolse  al  padre  un  lai  cangiamento,  ma  in  (ine  a- 
derì  olla  inclinazione  del  figlio,  e  fecelo  applica- 
re sotto  Cino  da  Pistoia  al  dritto  canonico,  ciò  che 
fu  per  Giovanni  un'altra  noia:  ma  dopo  conse- 
guitala laurea  dottorale  potette  applicarsi  a  quel- 
lo studio  che  più  gli  piacque, e  si  dedicò  all'astro- 
nomìa, alla  lingua  greca,  alle  sacre  lettere,  alla 
erudizione  greca  e  romana,  e  a  coltivare  la  prosa 
e  la  poesia  Ialina  e  italiana.  Il  Petrarca  gli  fu  pre- 
cettore ed  amico.  Condusse  e  trattenne  a  sue  spe- 
se in  Firenze  Leonzio  Pilato  per  diffondervi  lo 
studio  della  lingua  greca.  Trascrisse  codici  a  pen- 
na troppo  cavi  a  comprarsi,  e  fecene  dono  in  par- 
te agli  amici,  e  in  parte  ne  vendette  per  suo  pro- 
fitto. Fu  oltremodo  inclinato  alla  lascivia,  còme 
dai  suoi  scritti  resulta,  e  singolarmente  dal  „  De- 
camerone,dal  Corhaccio,dal  Filocopo  e  dalla  Fiam- 
metta,,. Con  tal  nome  adombrò  Maria  figlia  natu- 
rale di  Roberto  re  di  Napoli,  della  quale  il  Boc- 
caccio si  accese  cfardenlissimo  amore,ed  a  di  lei 
contemplazione  scrisse  il  „  Filocopo  „  e  per  pfci 
unii  fu  da  lei  riamato,  e  dicesi  che  ne  avesse  uu 
liutfo  cP  amore.  Fu  pel  suo  sapere  caro  ai  suoi 
cittadini,  dai  quali  fu  impiegato  In'  varie  amln- 
scerie  a  Lodovico  di  Baviera,  ai  pontefici  Inno- 


2.JH  B    O    C. 

cenzo  VI  ed  Urbano  V,  e  (ino  al  suo  amico  Pe- 
trarca per  invitarlo  a  ritornare  alla  patria,  quan- 
tunque non  l'ottenesse.  Era  l'animo  del  Boccac- 
cio un  misto  informe  di  superstizione,  di  spirito 
forte,  di  mal  costume,  e  di  pratiche  religiose. 
IVI  entr'egli  lordava  la  sua  penna  colle  maggiori 
sozzure,  egli  era  in  pari  tempo  un  avido  raccogli- 
tore di  reliquie,  e  dopo  avere  scritti  gli  scandali 
del  Decamerone,  ringraziava  PÀllissimo,  perchè 
mercè  la  divina  sua  grazia  egli  avea  condotta 
quell'opera  al  suo  compimento.  Istituitasi  in  Fi- 
renze una  cattedra  in  cui  fosse  letta  e  spiegata  la 
commedia  di  Dante,  venne  ad  essa  destinato  il 
Boccaccio,  che  commentò  la  prima  cantica,  e  ne 
stiisse  la  vita  del  poeta.  Correva  V  anno  i36i 
quando  il  Boccaccio  sentendo  con  grande  stupo- 
re il  consiglio  salutare  di  mutar  costume  che  gli 
avea  lasciato  il  B.  Pietro  Petroni  certosino,  morto 
in  quei  giorni  in  odore  di  santità,  si  risolse  di  se- 
riamente piangere  con  lacrime  di  pentimento  le 
passate  follie, determinato  di  rinunziare  non  solo 
alla  vita  scorretta,  ma  inclusive  ai  libri,  alle  let- 
tere e  persino  alla  propria  libertà,  disposto  d'en- 
trare tra  i  certosini}  ma  l'amico  suo  Petrarca  lo 
ritenne  da  sì  precipitata  risoluzione.  Il  Boccaccio 
si  contentò  allora  di  vestir  Pabito  clericale  e  di  ri- 
formare la  propria  condotta  con  principi i  di  mo- 
rigeratezza e  di  sana  pietà.  E  per  distraisi  dalle 
sopraggiuntegli  malinconiche  idee,invitato  da  Nic- 
colò Acciaioli,  siniscalco  del  regno  di  Napoli,  si 
portò  a  quella  corte,  ma  bentosto  se  ne  dipartì 
mal  contento,  e   recossi  alla  solitudine  del  suo 


B    O    C.  273 

Certa  ldo,  dove  fece  assai  lunga  dimora,  conver- 
sando con  se  medesimo,  e  coltivando  gli  esercizi 
della  religione  e  della  letteratura.  Quivi  compì  la 
sua  terrestre  carriera  nel  dicembre  del  1 3j5,  in 
età  d'anni  62.  Non  pochi  autori  aveano  alquanto 
prima  del  Boccaccio  scritto  in  prosa  italiana  con 
proprietà  e  nitidezza  d'espressioni,  e  fatta  acqui- 
stare alla  lingua  nostra  un'indole  sua  propria, 
consistenle  in  una  certa  schiettezza  e  candore  non 
disgiunto  da  soavità.  Ma  ciò  non  di  meno  al  solo 
Boccaccio  era  riserbala  la  gloria  di  condurre  alla 
perfezione  la  nostra  prosa,  e  di  ottenere  il  vanto 
del  più  eloquente  tra  gli  italiani,  singolarmente 
nell'opera  del  Decameron?,  o  sia  il  Principe  Ga- 
leotto composto  di  cento  novelle.nelle  quali  per  lo 
più  si  narrano  fatti  storici  fantasticamente  ornali 
e  messi  nella  bocca  di  alcune  persone,  che  per  i- 
sfuggire  la  scena  lacrimevole  d««lla  pesle  del  i3}8, 
si  tìngono  ritirate  in  un  luogo  del  contado  a  sol- 
lazzarsi in  geniale  diporto.  È  ammirabile  in  tutle 
le  novelle  la  fertilità  del  genio  del  nostro  narrato- 
re,e  in  conseguenza  la  varietà  non  solo  degli  av- 
venimenti, ma  delle  posizioni  e  circostanze  che 
sembrano  le  medesime.  Lu  maggior  parte  dei  colti 
italiani  concorda  che  questo  libro  sia  il  miglior 
testo  della  nostra  lingua.  I  suoi  vocaboli  sono  stati 
considerali  sì  propri,  sì  armoni  osi,  sì  nitidi  che  il 
moderno  uso  non  ha  avulo  ne  forza,  né  volontà 
di  proscriverli.  I  medesimi  eloginoli  possono  at- 
tribuirsi allo  stile.  Questo  riesce  faticoso  e  in- 
tralciato per  le  forzale  trasposizioni,  e  per  l'ab- 
bindolamento dei  verbi  in  quanto  ai  periodi.  La 


274  B     O    C. 

lingua  Ialina  essendo  l'esemplare  dei  trecentisti, 
essi  latinizzavano  nella  ortografìa  e  nella  costru- 
zione. Ma  queste  son  leggieri  difetti  in  confronto 
della  gran  macchia  morale  che  deturpa  il  veleno- 
so ed  osceno  Decamerone.  Oltre  questo  scrisse  il 
Boccaccio  altre  opere  di  prosa  toscana,  tulle  al 
pari  di  esso  d'argomento  amoroso  e  romanzesco. 
Il  Filocopo,  ovvero  l'amorosa  fatica,  cioè  il  libro 
degli  amori  di  Florio  e  di  Biancafiore,  ii  quale 
offre  uno  stravagante  miscuglio  di  cose  cristiane 
e  pagane.  LTamorosa  Fiammetta,  nella  quale  si 
contengono  i  dolori,  i  litigi,  i  piaceri  che  in  amo- 
re si  provano.  Il  Laberinto  d'amore  o  sia  il  Cor- 
nacelo, nel  quale  il  nostro  autore  descrive  i 
proprii  amori,  e  dove  si  dice  molto  male  delle 
donne.  L'Adottato  o  sia  la  commedia  delle  ninfe 
fiorenline,opera  composta  di  prose  e  di  versi,  del- 
la qual  maniera  mista  fu  inventore  ii  Boccaccio. 
Ebb'egli  trasporlo  per  la  poesìa  e  scrisse  quattro 
lunghi  poemi  »  La  Teseide  „  „  I/amorosa  visio- 
ne „•,  „  Il  Filoslrato,^  „  il  Ninfale  fiesolano  „,  ma 
poco  felicemente.  Fu  l'inventore  dell'ottava.  C-r. 

Ep.  v. 
Boccherini  Luigi  celebre  compositore  di  mu- 
sica nato  a  Lucca  nel  gennaio  del  174°?  morto  a 
Madrid  nel  180G.  Dopo  fatti  i  primi  studi  di  mu- 
sica sotto  gli  occhi  di  suo  padre,  andò  a  perfezio- 
narsi a  Roma,  dove  ancor  giovine  sorprese  per  la 
originalità  delle  sue  prime  composizioni.  Tornato 
in  patria  eseguì  con  una  virtuosa,che  in  quel  tem- 
po trovavasi  a  Lucca,  alcune  delle  sue  composi- 
zioni, e  tosto  si  dilatò  la  sua  fama  in   tutta  l'Ita- 


B    O    C.  27i> 

lia  e  Io  precorse  a  Madrid,  dove  il  re  lo  accolse 
con  particolari  onori;  il  che  l'indusse  a  stabilirsi 
in  Ispagna:ivi  fu  ammesso  all'Accademia  reale  con 
patto  di  comporre  annualmente  nuovi  componi- 
menti in  musica.  Son  quesli  ed  altri  parecchi  che 
furono  in  appresso  pubblicali  ed  incisi  a  Parigi  ed 
altrove,  e  formano  58  opere  tra  sinfonie  e  quin- 
tetti e  sestetti. Di  questo  compositore  non  è  stato 
inciso  che  un  solo  pezzo  da  chiesa,  lo  Stabat *  Ma- 
ter.  Nondimeno  le  sue  composizioni  hanno  un 
carattere  eminentemente  religioso:  e  ciò  fece  di- 
re che  se  Dio  seder  volesse  alle  musiche,  suonar 
farebbe  quelle  del  Boccherini.  Se  questo  compo- 
sitore, ch'ebbe  la  gloria  di  precedere  Hayde  non 
potè  adeguarlo  nelle  sinfonie  a  grande  orchestra^ 
dir  si  può  che  l'abbia  agguagliato  nelle  composi- 
zioni di  minore  importanza.  I  suoi  adagio  sono 
specialmente  ammirabili.  I  suoi  cauli  sempre 
nobtb  hanno  una  grazia,  una  dolcezza  che  danno 
ari  alcuna  delle  sue  composizioni  un  carattere  in 
qualche  guisa  celeste.e  nel  primo  grado  lo  colloca- 
no fra  gli  autori  di  music  a  strumentali./?.//.  Ep. vii. 
Bocchi  Francesco  uomo  nelle  umane  lettere 
esperto,  diligenlissimo  notomista  di  libri.  deVjunli 
giammai  alcuno  non  lesse,  che  di  sua  mano  nel 
margine  le  note  non  facesse,  e  con  accuratezza 
postillasse.  Fu  sacerdote  protonotario  apostolico 
e  vicario  del  vescovo  di  Fiesole.  Scrisse  molte 
..  Orazioni  „  in  lode  principalmente  di  Henriro 
IV  re  di  Francia,  in  latfno  e  italiano,  di  IVI.  Pier 
Vettori  di  Giovanni  duca  d'Austria,  di  Giovan- 
na d'Austria   moglie  di  Francesco     de'Medicij  di 


27G  b  o  e. 

Carlo  dal  Pozzo  arcivescovo  di  Pisa,  di  Marghe- 
rita d'Austria  moglie  di  Filippo  III  re  di  Spagna, 
di  Lorenzo  Salvinti  marchese,  di  Giuliano,  ed  al- 
tri. Fece  delle  correzioni  ed  aggiunte  al  Galateo 
del  Casa,  e  sopra  le  di  lui  prose.  Scrisse  „  Della 
cagione,  onde  venne  negli  antichi  secoli  la  smi- 
surata potenza  «li  Roma  e  dell'Italia  „}  „  Ragio- 
niento  sopra  P  uomo  da  bene  „}  „  Degli  uomini 
dotti  che  onorano  colla  lor  nascila  la  città  di  Fi- 
renze,,. Scrisse  un  discorso  dove  ricercaci  a  chi 
de*  maggiori  guerrieri,  che  insiilo  a  quei  tempi 
sono  stati,  si  dee  la  maggioranza  attribuire.  Scris- 
se ,5  Sull'immagine  miracolosa  della  SS.  Nunziata 
di  Firenze  „.  Ma  più  di  tutto  sono  stimate  le  sue 
5,  Notizie  sulle  bellezze  della  città  di  Firenze  „  poi 
da  M.  Giovanni  Cinelli  ampliate  ed  accresciute, 
dove  a  pieno,  di  scultura,  di\»acri  templi,  di  palazzi 
e  de'più  nobili  artifizi  e  più  preziosi  contengonsi. 
Scrisse  pure  „  Discorso  sopra  la  lite  delle  armi  e 
«Ielle  lettere  „.  Dell'eccellenza  della  stalU3  di  s. 
Giorgio  di  Donatello  scultore  fiorentino,  posta 
nella  facciata  di  fuori  d'Or-san-Michele:  „  Discor- 
so sopra  la  musica  „}  Vi  sono  alle  slampe  anche 
varie  sue  w  Lettere  al  card,  Benedetto  Giustinia- 
ni, Roma  16-04  9K  »  ^  Filippo  Valori,  Pisa  1604  ?5. 
„  Al  Niccolini' relativamente  alla  cupola  del  Duo- 
mo di  Firenze,  Roma  1604  ».  »  A  Cosimo  Man- 
nucci,  Roma  1699  »•>  »  ^'  Guicciardini,  Roma 
i6o6„*,„AI  cardinale  Aldobrandino  Roma  i6o5„. 
Mori  nel  16 18  d'anni  yo.B-s.  Ep.  vi. 

Bo:,chimìri  Carlo  oriundo  di  Prato,  ma  poi 
ammesso  alla  citladin mza  fiorentina  ed    all'acca- 


B    O    L.  2-7 

demia  della  Crusca,  fu  nipote  in  sesto  grado  di 
inesser  Boccanera  condotliere  di  cavalleria  della 
repubblica  Bore n lina  dal  1390  al  1397.  Fu  poeta 
e  oratore:  fece  le  opere  seguenti  così  riferite  dal 
Cinelli.„  Canzone  per  la  venula  della  granduchessa 
Maria  Maddalena  d'Aus'ria,  Firenze  1608  w  „  Ora- 
zione funerale  recitala  da  lui  nel  duomo  di  Pra- 
to neir  esequie  del  granduca  Ferdinando  I  di 
Toscana,  Siena  1609  ,^  „  Poesia  per  la  morte  di 
D.  Francesco  Medici.  Firenze  16 15  „;  „  Composi- 
zioni sopra  la  partenza  di  Maria  de'Medici  regina 
di  Francia  ec.  Firenze  i6i3  „.„  Canzone  sopra  il 
santo  cardinale  Carlo  Borromeo  arcivescovo  di 
Milano.  Firenze  16 13  ^  „  Sonetti  mss.  nella  libre- 
ria della  Nunziata  „;  Canzoni  sulle  felicissime 
nozze  della  R.  maestà  di  Francia.  Firenze  1600,, 
Il  Palladio,  poemetto  di  Carlo  Bocchineri  Parigi 
161 1,  Firenze  1610.  B-s.  Ep.    vi. 

Bolgabini  Niccolò  nobile  senese  scenzialo 
in  molle  discipline1  fu  diligente  investigatore  dei 
successi  della  patria,  nella  quale  ebbe  molti  ono- 
ri di  maestrali  e  d^ambascerie.  che  gli  arrecarono 
splendore  grande,  ed  alla  repubblica  molta  auto- 
rità. Fu  avvedutissimo  e  prudenlissimo  nei  ma- 
neggi politici,  e  desideroso  chele  cose  succedute 
ai  suoi  tempi  non  restassero  sepolte  nelToblivio- 
ne,  ne  scrisse  un  diario  che  trovavasi  presso  i  *\\ 
lui  eredi,  nel  quale  è  gran  purità  di  stile,  e  gran- 
de schiettezza  di  virtù,  poiché  di  ciascun  mini- 
stro o  ufficiale  di  Siena  dice  liberamente  il  suo 
parere.  U-r.  v. 

Itoi.'.MUM  Bellisario  senese  socio  di  vari*? 

SI.   Tose.  Tom.  12.  21 


278  B    0    L. 

accademie  letterarie  di  Toscana,  dolio  nella  lin- 
gua latina,  greca,  francese  e  spaglinola:  filosofo  e 
teologo  insigne.  Ha  scritto  moltissimo  sopra  al- 
cune controversie  insorte  tra  i  lell erati  intorno 
alla  Divina  commedia  di  Dante. 

Bolgarini  Bolgarino  nobile  senese  nacque 
nel  i44i*Fu  insieme  con  Bartolommeo  Sozzini 
discepolo  di  Alessandro  Targioni  da  Imola,  ed 
essendo  dotato  di  grandissimo  ingegno,  e  cupi- 
dissimo d'onore,  profittò  tanto  nelle  leggi,  che  in 
breve  tempo  riuscì  facondissimo  e  sottilissimo 
giureconsulto,  onde  nei  giudicare  e  consigliare 
si  acquistò  ben  presto  il  nome  di  prudente  avvo- 
cato e  d'intiero  giudice.  Fu  primario  legista  nelle 
università  di  Siena,  Pisa,  Ferrara,  Bologna  e  Pa- 
dova. E  mentre  che  chiamato  poi  primo  consigliere 
di  giustizia  da  Ercole  I  duca  di  Ferrara  s'accinse 
per  andare  a  servire  quel  principe  che  tanto  ama- 
va, fu  prevenuto  dalla  morte  che  avvenne  Tanno 
1497,  avendo  prima  avuto  nella  repubblica  se- 
nese i  principali  onori*,per  la  quale  fu  ambasciatore 
a  Firenze,  a  Venezia  ed  in  molti  altri  luoghi,  e  a 
principi,  come  a  Francesco  Sforza  duca  di  Milano 
ed  a  Massimiliano  imperatore,  dai  quali  ottenne 
onoratissimi  privilegi. É  nominato  tra  i  più  famosi 
legisti  d'Italia  da  fra  Leandro  Alberti,  dal  Guazzo, 
dal  Tarcagnolta,  dal  Diaz  nella  vita  di  fra  Filippo 
Decio,  da  Yolfango  e  da  molli  altri  i  quali  ne  par- 
lino con  grandissima  riputazione.  Scrisse  molle 
opere  e  precisamente  »  Super  primum  Infortiati 
soluto  matrimonio  etc.  super  ff.  novi  deverò, 
oblig.  super  prì mani  C.  de  pactis  1  petens  su- 


BOX.  279 

per  2  C.  qui  adm.  ad  ho.  pass.  „.  Una  disputa 
che  comincia  „  Sempronius  edìdlt  t est ament um„. 
U-r.  Ep.  v. 

Boxaccorsi  Filippo  nacque  nella  terra  di  san 
Geminiano  Panilo  ìfòj.  Studiòa  Roma  le  lettere, 
ed  ascritto  alPaecademia  di  Pomponio  Leto  ebbe 
il  nome  accademico  di  Callimaco  espediente.  Per- 
seguitato dalPanatema  di  Paolo  II  si  salvò  coila 
fuga.  Trascorse  la  Grecia,  Cipro,  Rodi,  l'Egitto, 
gran  parte  delPEgeo  insieme  colla  Francia  e  qua- 
si tutta  la  Macedonia.  Giunse  finalmente  in  Polo- 
nia, ove  trovatosi  sprovveduto  d1  ogni  mezzo  di 
sussistenza  fu  soccorso  da  un'ostessa  che  ne  fu 
da  lui  ricompensala  con  dei  versi,  mediante  i  qua- 
li si  fece  conoscere,  e  fu  accolto  nel  palazzo  del- 
Parcivescovo  Gregorio  Saniceo,  e  di  là  passò  alla 
corte  del  re  Cosimo  III  per  educare  i  figli,  ed  a- 
gire  da  segretario  regio,  ed  ambasciatore  a  varie 
corti,  e  trattò  d'una  tregua  tra  la  Porta  e  il  re  Ca- 
siinirro.  La  morte  di  questo  sovrano  fu  a  lui  di 
cordoglio,  non  però  di  danno,  poiché  divenne  il 
prineipal  ministro  della  nuova  corte  di  Giamberto 
suo  alunno.  Non  mancò  per  altro  a  Callimaco  un 
buon  numero  di  nemici  mossi  da  invidia, e  Io  accu- 
sarono come  persona  dal  papa  fulminata  e  proscrit- 
ta. Paolo  II  era  già  morto,  ma  voleasi  consegnar 
al  papa  Sisto  IV  suo  successore.  A  suo  danno 
nemrnen  tacque  la  calunnia.  Fu  diffamalo  come 
autore  della  strage  Moldaviea,quasi  che  fosse  sta- 
lo consiglio  di  lui  che  la  nobiltà  polacca  fosse  e- 
sposla  per  la  sua  contumacia  al  macello.  La  storia 
ci  dice  che  questo  tragico  evento  procedette  dalla 


a  80  B  O  N. 

perfidia  (li  Stefano  principe  di  Moldavia.  Non  ces- 
sò anche  in  altri  modi  il  livore  di  tendergli  insi- 
die. Ma  il  favore  del  re  il  preservò  illeso  da  ogni 
molestia  fino  alla  morte,  che  a  lui  sopravvenne 
Tanno  1496  in  età  di  soli  56  anni.  Lasciò  Calli- 
maco varie  nobili  produzioni  della  sua  mente,  ri- 
sguardanti  la  storia,  Y  eloquenza,  la  poesia.  La 
gratitudine  lo  trasse  a  scrivere  in  prosa  latina  la 
„  Vita  del  primo  suo  Mecenate  Gregorio  Sanocco 
arcivescovo  di  Leopoli  ,„  e  ad  onorare  con  versi 
esametri  le  gesta  de're  polacchi.  Con  elaborate 
orazioni  spiegò  la  sua  facondia  nelle  funzioni  po- 
litiche ch'egli  ebbe  a  sostenere.  Le  sue  peregrina- 
zioni gli  fornirono  occasione  di  apprendere  e  di 
descrivere  i  costumi  dei  popoli  asfatici.  Ma  la  più 
riputata  delle  sue  opere  è  la  storia  di  Ladislao  re 
di  Polonia  e  di  Ungheria  in  tre  libri  divisala  quale 
è  stata  inserita  eziandio  nella  raccolta  delle  cose 
ungariche  fatta  da  Iacopo  Bongarsio.  Scrive  il  Gio- 
vio  che  Callimaco  superò  in  quesfopera  tutti  gli 
sforici  che  fiorirono  dopo  Tacito;  ed  egli  la  para- 
gona alla  vita  di  Agricola:  ma  questo  è  troppo.  11 
Giovio  era  uomo  di  gusto,  ma  la  parzialità  e  la 
avversione  il  facevano  travedere  anche  nelle  ma- 
terie di  gusto.  Non  conviene  per  tanto  far  gran 
conto  né  delle  sue  lodi  riè  deVioi  biaiìmiC-r.Zì/^v. 
Box  accorsi  Biagio  notaro  e  coadiutore  del 
Macchiavello  in  segreteria  de'X  di  guerra  della 
città  di  Firenze,  con  la  quale  occasione  ebbe  cani» 
pò  di  impadronirsi  e  di  sapere  i  fatti  della  repub- 
blica, onde  scrisse  im'  opera  intitolata  „  Diario 
de^successì  t  più  importanti  e  delle  cose  succes- 


BOX.  28l 

se  in  Italia  ai  suoi  tempi,  e  particolarmente  di 
Firenze  dall'anno  1498,  fino  al  1012,  e  segui- 
tato (ino  all'anno  i5a3  da  Gio.  di  Pier  Filippo 
Pandollìni,  Firenze  1 5 6 8 „.  In  esso  è  la  vita  di  Lo- 
renzo de'Medici  scritta  da  Niccolò  Valori.  Fu  esi- 
liato col  gonfaloniere  Soderini,  e  queste  intestine 
e  civili  discordie  furono  la  rovina  della  repub- 
blica fiorentina.  C-n.  Ep.  v. 

Bonacurci  Giovanni  religioso  francescano  na- 
tivo di  Lucca,  studiando  a  Parigi  nel  comincia- 
mento  del  secolo  XVI  sotto  il  regno  di  Luigi 
XII,  osò  di  mettere  in  disputa,  che  il  papa  era  al 
disopia  del  re  nel  temporale,  ed  irritò  talmen- 
te il  parlamento  con  tal  disputa,  che  spoglialo 
dell'abito  di  religioso  e  veslio  d'un  altro  giallo 
e  verde  fu  condotto  avanti  l'immagine  della  Ver- 
gine, ch'è  sulla  porta  della  cappella  bassa  del  pa- 
lazzo, e  con  una  torcia  accesa  di  cera  sereziata 
di  più  colori  come  l'abito,  fu  costretto  in  ginoc- 
chioni e  con  una  fune  al  collo  fare  pubblicamente 
la  sua  protesta,  che  quel  suo  detto  era  contrario 
alle  rnas'sime  cattoliche*  é  cercar  perdono  al  re., 
alla  giustizia  e  al  pubblico.  Poscia  accompagnalo 
in  mia  certa  distanza  dilla  città  gli  fu  restituito 
I*  abito  e  un  convenevole  sussidio  per  portarsi 
dove  volava,  con  divieto  espresso  di  non  ritornar 
mai  piùin  quel  regno,  sotto  pena  della  forca  lì.  tt. 

v. 

Bowi.u  vr.i  poeta  lucchese  visse  poco  pfi- 
111;»  di  Dante,  poiché  mollo  da  esso  è  rammentato 
nel  iHtft  -±\  del  Purgatorio,  per  cui  si  crede  che 
morisse  e  ir  a  il  r.ìoo.  efioca  in  mi  dal  Dante  si 


282  box. 

finge  la  visione.  È  conosciuto  pure  col  nome  di 
Bouagiunta  Orbiceiani,  poiché  dalla  famiglia  dr 
lai  cognome  egli  trasse  i  natali.  Nel  tomo  a  /lei 
poeti  del  primo  secolo  della  lingua  italiana  stam- 
pata in  Firenze  nel  1816  sono  $7  componimenti 
del  Bonagiunta,  rozzi  in  vero  dire,  ma  in  quella 
età  non  potevano  essere  in  altra  guisa.  Di  esso 
parlò  pure  con  lode  Rinvenuto  da  l  mola.  L-c.  E prv. 

Bonamici  Suor  Caterina  Irene  da  Prato,  mo- 
naca Domenicana  in  santa  Caterina  di  quella  cit- 
tà, unitasi  con  suor  Clotilde  Spighi  dello  stesso 
paese,  ordine  e  convento,  professavano  ambe- 
due il  quietismo,  diffondendolo  dove  potevano. 
Molti  anui  persistetteroin  questo  loro  errore,ben^ 
che  alle  esortazioni  di  ottimi  ecclesiastici  si  mo- 
strassero convinte,senza  che  poi  facesser  conosce- 
re coi  fatti  d^aver  mutato  sentimenti,  finché  si 
dispersero  alla  venuta  dei  francesi  in  Toscana, 
all'arrivo  dei  quali  furon  soppressi  i  monasteri 
dov1  erano  rinchiuse.  P-t.  vii. 

Bon  amici  Filippo  Maria  nacque  in  Lucca  nel 
febbraio  del  1703.  Fu  da  giovanetto  destinato  pre- 
fetto del  seminario  di  Lucca, indi  beneficiato  del- 
la cattedrale  lucchese,e  poscia  professore  di  elo- 
quenza :  scrisse  in  latino  il  Sinodo  diocesano 
del  vescovo  Colloredo.  Nel  1739  passò  a  Roma 
sotto  la  protezione  del  suo  conciti adino  monsi- 
gnore Lucchesini  segretario  dei  brevi  ai  principi 
presso  Clemente  XVI,  e  meritò  la  stima  e  Paffet- 
to  dei  grandi  e  dei  dotti  di  Roma.  Morto  il  Luc- 
chesini lesse  V  orazione  funebre  il  Bonainici,  la 
quale  fu  stampata  e  lodata  molto.Scrisse  anche  un 


BOX.  2,83 

dialogo  ch'è  intitolato  e  De  clarls  pontificiarum 
epistotarum  script  or  ibus  „,  sul  gusto  di  quel 
di  Cicerone  „  De  clarls  oratoribus  „.  In  questo 
dialogo  si  accennano  le  regole  che  osservar  deb- 
bono i  segretari  dei  brevi.  La  seconda  opera  che 
produsse  in  ossequio  di  monsignor  Lucchesini  fu 
una  di  lui  vita  assai  elegante,  che  ebbe  luogo  nel- 
la in  decade  delle  vite Italorum  doc trina  excel* 
lentium  di  monsignore  Àngiolo  Fabbroni.  Scrisse 
un  commentario  „  De  vita  et  rebu  rgestis  ven.servi 
Dei  Innocenti  XI  Pont,  Max  ,^  che  poi  pubblicò 
l'anno  1776.  Pio  VI  lo  elesse  canonico  della  ba- 
silica lateranense.  Scrisse  un  poemetto  Ialino  in 
lode  delcirdinale  Enriquez,  che  ebbe  luogo  in  una 
raccolta  poetica.  Un  altro  simile  in  luogo  de  Ide- 
funto  cardinal  Malvezzi  per  la  sua  promozione  aU 
l'arcivescovado  di  Bologna}  un  terzo  intitolato,,  De 
maxima  tempio  bononiensi  a  Benedicto  XIÌr 
propriis  sumptibus  instaurato  et  a  Vincentio 
card.  Mahito  Bononiens.  archiep.  ejusdem  pon- 
tificis  auspiciis  consecrato^on  quarto  „  In  nu- 
ptiis  M.  Antonii  Burghesiet  Annae  Mariae  Sai- 
viatae  „,  ed  un  quinto  all'occasione  di  mandare  in 
dono  un  Agnus  Dei  d'Innocenzio  XI  ad  una  di 
lui  pronipote  donna  Ottavia  Odescalchi  sposa  del 
principe  Ghigi.  e  molte  altre  poesie  edite  parte 
si  e  parte  nò.  Scriveva  la  vita  del  cardinale  Iacopo 
l'iccolomini  dettoli  cardinale  Paviense  quando  fu 
sorpreso  dalla  morte  che  accadde  nel  novembre  del 
1780,  correndo  Tanno  76  delTelà  sua.  T-p.  Ep%v\\. 
Boa  amici  Pier  Giuseppe,  nome  che  per  biz- 
zarria cambiò  in  quel  del  celebre  suo  conciltadi- 


2S4  E  0  N. 

no  Castruccio ,  nacque  a  Lucca  nell'ottobre  del 
1710:  e  dopo  i  primi  ammaestraménti  nel  patrio 
seminario  recossi  a  Pisa,  ove  studiò  legge,  mat- 
tematic^j,  e  le  lettere  greche  e  latine.  Noiato  delle 
pratiche  forensi,  ed  amando  piuttosto  le  umane 
lettere,  si  recò  a  Roma  dopo  essersi  fatto  eccle- 
siastico, ove  fu  accolto  onorevolmente  dal  car- 
dinal Neri  Corsini  ePolignac.  Di  là  in  compagnia 
dolina  ricca  signora  inglese  prese  il  viaggio  d'Ita- 
lia.Incontrò  in  Firenze  brighe  coITinquisizioncper 
lo  che  si  trasferì  a  Padova:  ma  travagliato  anche 
la  dalle  avversità  abbandonò  la  chiesa  e  si  dedicò 
alla  vita  militare.  Trovatosi  presente  nel  1744 
al  fa'to  d'armi  seguito  presso  Yelletri,tra  le  trup- 
pe napoletane  ed  austriache,  ne  diede  la  descri- 
zione in  quell'aureo  commentario  „  De  rebus  ad 
Felitras  gestis  ',  Lugduni  1746  „.  Per  questa 
opera  fu  decorato  del  titolo  di  generale  di  arti- 
glierìa, nominato  tesoriere  della  città  di  Barletta, 
e  retribuito  con  generosa  pensione.  Scrisse  pure 
„  Debello italìcQ.Jjeuìa  1 760-5 1  „  parti  quattro  in 
voi.  a.  Il  duca  di  Parma  gli  conferì  il  titolo  di 
conte,  e  l'ordine  di  ÌVIalta  nel  1754  gli  accordò 
una  croce  di  grazia,  con  gran  pensione.ìlorì  in  pa- 
tria nel  febbraio  del  1761  nell'età  di  54  anni:  ol- 
tre le  nominate  opere  scrisse  ancora  „  De  ludi- 
bus  Clementis  Xll^  ovatto  „,•  „  De  litteris  lati- 
nis  restitutis,  oratio  „.„  Orazione  pelPapertura 
dell'accademia  reale  d'architettura  militare  „}  Vari 
componimenti  italiani  in  prosa  ed  in  verso.e  tan- 
te sue  opere  si  trovano  riunite  con  quelle  di  Fi- 
lippo Bonamici  col  titolo  „  Fhiìippi  et  Castrile- 


B    O    N.  285 

ci  fratruum  Bonamicorum  Luctnsium  opera 
omnia,  Lucae  1784.  T-p.  Ep.  vii. 

Bonamici  Castruccio.  fed.  fionamici  Pier 
Giuseppe. 

Bonanno  artista  pisano  del  secolo  XI,  dalle 
cronache  e  dagli  autori  dichiarato  P  architetto 
della  famosa  torre  o  campanile  pendente  della 
cattedrale  di  Pisa,  ch'ebbe  incominciamento  nel- 
l'agosto del  11 74  secondo  Inscrizione  affissavi. 
Àvea  Bonanno  per  socio  in  quest'opera  un  Gu- 
gliemod'Iuspruk  del  lo  Guglielmo  Tedesco  (Dem- 
pster.  De  Etruria  regali  lib.  V,  cap,\.)  Le  mura 
di  Pisa  furono  incominciate  ad  inalzare  coi  dise- 
gni^ direzione  di  Bonanno  nel  u53.  Rè  soltanto 
architetto  ma  fu  ancora  plastico  e  fonditore  di  me- 
talli, mentre  eran  di  esso  le  porte  di  bronzo  del 
Duomo  di  Pisa, una  delle  quali  soltanto,  dopo  un 
incendio,  secondo  il  parere  del  Cicognara  (  Stor. 
della  scultura  tom.  1, 1.  II,  e.  Ili  )  esiste  ancora 
nella  facciata  laterale  della  crociala  di  s.  Ranieri. 
C-c.  v. 

BoNAnROTi  Michel  angiolo  nato  nel  marzo  del 
1474  ne'  castello  di  Caprese  diocesi  d'Arezzo  nel- 
la valle  liberina.dove  Lodovico  suo  padre  fioren- 
tino sosteneva  la  carica  di  potestà.  E  sebbene  al 
suo  naturai  trasporto  per  le  arti  fossero  avver- 
si i  parenti  per  falsa  persuasione  ch'egli  oscurasse 
con  esse  lo  splendore  «lei  nalab',non  restò  per  que- 
sti) di  seguirne  gl'impulsi,  e  collocatosi  alla  squo- 
1 1  p  ttorica  del  Ghirlandaio  non  andò  guari  che 
Domenico,  forse  per  invidia,  ma  con  altro  prete- 
sto, lo  riconsegnò  al  padre,  dicendogli  non  sa- 


286  BOX. 

per  più  che  insegnargli,  e  pare  che  fin  d'allora 
il    giovanetto  si  volgesse  alla  scultura  sotto  la 
prolezione    del   Magnifico    Lorenzo   de*  Medici, 
che    radunali   aveva  nel  suo   giardino  presso  s. 
Marco  molti  anlichi  marmi  per  desio  di  rialzare 
in  patria  la  statuaria  alquanto  decaduta.  Risquote 
ancora  l'ammirazione  degl'intendenti  esposta  nel- 
la R.  Galleria  di  Firenze  la  testa  del  Fauno  che 
Michelangiolo  in  quel  tempo  acolpì,traendola  dallo 
antico,  e  supplendo  col  proprio  ingegno  ciò  che 
nell'esemplare  danneggiato  dai  tempo  mancava. 
Questa  scultura  conciliò  al  Ronarroli  la  parziale 
protezione  di  Loreuzo  tino    a   tenerlo    alla  sua 
mensa,  e  dargli  ricetto  in  casa  propria.  Ma  per  di 
lui  sciagura  e  della  patria,  il  magnanimo  protet- 
tore dei  Ronarroli  venne  immaturamente  a  man- 
car di  vita.  Rimase  Michelangelo  presso  di  Pietro 
primogenito  dei  defunto  Lorenzo,  altrettanto  fri- 
volo e  vano  quanto  il  padre  era  prudente,  solido 
ed  illuminato.  In  un  inverno  Pietro  impiegò  il 
Ronarroti  nel  ridicolo  lavoro  di  formar  delle  sta-, 
lue  di  neve.  Discacciato  il  Medici  da  Firenze  dalla 
fazione  contraria,Michelangiolo  fu  anch'esso  invol- 
to nella  di  lui  disavventura  e  fuggì  da  Firenze,  ma 
in  quell'esilio  accompagnato  dalle  sue  profittevoli 
prerogative  si  riparò  facilmente  in  Rologna,  e  in 
Venezia,  dove  mise  mano  alla  sua  professione,me- 
diante  la  quale  provvidesi  di  sostentamento,  e  si 
accrebbe  riputazione.  Circa  quel  tempo  egli  scolpì 
un  Cupido    dormiente  per  Lucrezia  Borgia  du- 
chessa di  Ferrara.  Non  andò  guari  che  il  Ronar- 
roli venne  richiamato    a  Firenze  ove  il  gonfa- 


B    O    K.  287 

loniere  Pier  Solenni  gli  addossò  alcmvopera  di 
scultura  ed  altra  ancor  di  pittura,  in  cui  pare  non 
avea  mai  tralasciato  di  esercitarsi  con  lode..  Lo 
impegnò  specialmente  a  dipingere  a  vicenda  con 
Leonardo  da  Vinci  la  gran  sala  del  palazzo  pub- 
blico, per  cui  preparò  il  celebre  cartone  della 
guerra  di  Pisa,  su  cui  quanti  artisti  studiavano, 
divennero  in  tal'arte  eccellenti.  Raffaello  stesso 
se  ne  giovò,  e  si  vuole  che  illuminato  da  si  gran- 
d'  esemplare  egli  ingrandisse  la  sua  maniera,  e 
si  spogliasse  di  queir  avanzo  di  secchezza,  che 
egli  avea  contratto  nella  squola  del  Perugino.  Ro- 
ma però  fu  lo  spazioso  teatro  in  cui  diffuse  più 
splendore  la  gloria  (li  Dlichelangiolo .  Il  papa 
Giulio  II  divenne  celebre  nella  sioria  delle  arti 
per  le  opere  che  ordinò  a  Michelangiolo:  nelle 
quali  egli  riuscì  eccellente  e  maraviglioso,  e  in- 
tagliò pel  di  lui  sepolcro  la  famosa  statua  del  i>Iosè. 
Per  commissione  di  quel  pontefice  egli  intraprese 
a  dipingere  la  volta  della  cappella  Sistina.  Quan- 
tunque poco  esercitato  alla  pittura  egli  compì  que- 
sto lavoro  con  maravigliosa  celerità  ed  eccellenza. 
ti  mirabile  la  magìa  della  prospettiva  %clie  ÌVIi- 
chelangiolo  fece  apparire  nelParcennalo  dipinto, 
mentre  a  que'tempi  una  tale  scienza  era  quasi  sco- 
nosciuta. Disgustatosi  con  papa  Giulio  se  ne  fug- 
gi in  Toscana,  sicché  il  pontefice  scrisse  tre  brevi 
alla  repubblica  per  avere  quel  professore,  e  Pier 
S  »i  lini  per  tema  di  porre  lo  stalo  in  combustio- 
ne, piuttosto  che  aver  brighe  col  pontefice  online» 
al  Bonarroti  di  restituirsi  a  Roma,  e  per  renderlo 
immune  da  punizioni  lo  rivesti  del  carattere  dj 


288  B    O    X. 

ambasciatore  a  Giulio  II,  da  cui  fu  in  fine  corte- 
semente ricevuto.  lfn  onore  anche  più  grande  e 
forse  unico  nei  fasti  delParte  ottenne  egli  da  Pao- 
lo III,  il  quale  accompagnato  da  dieci  cardinali 
si  portò  in  persona  alla  di  lui  casa  per  visitarlo. 
Una  sì  segnalata  onoranza  partorì  P  immortale 
frutto  del  tanto  decantato  universal  giudizio  dal 
nostro  Bonarroti  dipinto  nella  mentovata  Sistina. 
In  questa  meravigliosa  pittura  svelò  il  carattere 
particolare  eh*1  egli  aveva  nell*  arte  a  sé  stesso 
formato  .  Le  membra  delicatissime  della  Pietà 
eh'  esiste  in  Valicano,  dimostrano  ch^  egli  sa- 
peva sacrificare  anche  alla  soavità  ed  alle  Grazie. 
Quel  suo  carattere  grandioso  fu  da  esso  impron- 
tato nelle  opere  di  architettura.  La  cupola  ed  il 
fianco  del  tempio  vaticano  ne  son  prova,e  più  an- 
cora il  manifestano  le  opere  di  minor  mole,  come 
il  vestibolo  della  libreria  Laurenziana  e  la  cap- 
pella dei  depositi  medicei,  ed  altre  tali,  ove  in 
piccola  dimenzione  introdusse  quel  sublime  ca- 
rattere, per  cui  compariscono  grandi  anche  le  co- 
se piccolissime.  Eppure  egli  non  ebbe  in  architet- 
tura altro  maestro  che  il  proprio  genio.  Da  Giulio 
II  fu  nonostante  creato  architetto  unico  ed  in- 
dipendente della  fabbrica  di  s.  Pietro;  e  da  lui  fu 
impiegato  a  riformare  il  disegno  di  Bramante  per 
l'edificazione  della  soprallodata immensa  fabbrica 
di  s.  Pietro,  e  sotto  Paolo  IH  egli  innalzò  la  fa- 
mosa cupola  di  quel  tempio.  Dalle  grandi  opere 
d'architettura  ch'egli  eseguì  sì  può  ben  a  ragione 
dedurre  che  fossVgli  un  insigne  meccanico.  In- 
fatti come  avrebbe  potuto  librare  in   aria  quella 


b  o  ni  289 

smisurata  mole  che  si  ammira  nel  Vaticano,  se  non 
avesse  a  fondo  conosciuta  la  scienza  delle  forze,  e 
posseduta  l'abilità  di  bilanciare  opportunamente 
il  contrasto?  Fu  valente  altresì  nell'architettura 
militare,  e  ne  fortificò  alcune  piazze.  Aggiunse  il 
suo  spirito  a  tanti  ornamenti  quello  ancora  della 
volgar  poesia,  ma  non  pervenne  a  pareggiar  gli 
altri  molti  di  lui  contemporanei.  Noi  abbiamo  ve- 
duto Michelangiolo  pittore,  scultore,  architetto 
civile  e  militare,  nieccanico  e  poeta.  Altri  lo  han- 
no voluto  fare  ancora  oratore  e  filosofo}  ma  di 
queste  ultime  discipline  non  ci  rimangono  docu- 
menti. Visse  egli  morigeratissimo,  e  furono  a  lui 
nomi  ignoti  il  raggiro  e  l'invidia.  Versò  grandi 
elemosine  in  seno  dei  poveri,  e  trattò  con  tal  di- 
sinteresse le  arti,  che  ricusò  sempre  ogni  stipen- 
dio per  la  carica  d'architetto  del  Vaticano.  Pe'su- 
blimissimi  meriti  della  sua  triplice  professione  e 
per  quel  suo  rapidissimo  carattere  morale  fu  accet- 
to ai  grandi,  finché  non  chiuse  la  sua  gloriosa  ma 
travagliata  corriera  mortale  in  Roma  nel  1 564  1(i 
età  <li  quasi  89  anni.  C-r.  jun.  v.  vi. 

Bonaiiroti  Michelangiolo  il  giovane  fu  degno 
del  nome  del  suo  gran  zio.  Più  valente  di  lui  nelle 
lettere,si  occupò  ancora  nelle  arti  belle  in  qualità 
però  di  solo  amatore,  ma  di  amatore  intelligente 
e  sagace.  Nacque  in  Firenze  nel  1064  da  Filippo 
fratello  del  celebre  Michelangiolo.  Si  distinse  in 
queglimpieghi  che  da'suoi  sovrani  gli  furono  af- 
fidati, e  in  quei  ch'ebbe  dalle  accademie  Fiorenti- 
na e  della  Crusca.  Aduno,  un  museo  di  oggetti  di 
belle  arti,    in  cui  pose  22000  scudi.  Accolse  in  sua 

.9/.    Tose.    Tom.   12.  23 


•ì()0  B    O    N. 

casa  un'adunanza  di  colli  ingegni,  i  quali  egli  ani- 
mò ad  illustrarne  i  pregevoli  monumenti,  e  di  al- 
cuni di  essi  vedemmo  i  frutti.  Tra  i  chiari  studi 
e  le  onorate  occupazioni  trapassò  i  lunghi  suoi 
giorni  che  giunsero  fino  all'anno  1646.  Compose 
„  Rime.  Orazioni, Cicalate,,  per  le  due  accademie, 
delle  quali  ei  formava  il  principale  ornamento. 
Egli  imprese  a  far  rilevare  le  bellezze  di  un  so- 
netto del  Petrarca.  Ammiratore  di  un  sì  castigato 
poeta  qual  fu  il  l*elrarca,ei  si  lasciò  ciò  nondimeno 
travolgere  dal  mal  gusto  che  allora  aveva  sover- 
chialo ogni  argine.  Vago  il  Bonarroti  di  novità, 
scrisse  una  commedia  in  venticinque  atti  che  in- 
titolò la  „  Fiera  „.  Questa  è  divisa  in  5  commedie 
in  continuazione  dello  stesso  soggetto,  ed  il  Fon- 
tani dice  ch'essa  è  colma  di  termini  da  impingua- 
re il  dizionario  della  Crusca.  La  composizione  poi 
che  più  fece  onore  al  Bonarroti  è  la  commedia 
rusticalein  ottava  rima  cui  dette  il  nome  di,,  Tan- 
cia „.  Se  il  Lippi  fé  conoscere  la  ricchezza  e  la  gra- 
zia della  lingua  del  minuto  popolo  di  Firenze,il  Bo- 
narroti volle  fare  lo  stesso  relativamente  al  par- 
lare degli  agresti  abitatori  dei  contorni.  Oltre  la 
schiettezza  natia  della  lingua  havvi  nella  Tancia 
varietà  di  carattere  contadinesco,  giocondezze  e 
sali  rusticani,  immagini  e  similitudini  tratte  solo 
da  oggetti  di  villa.  C-r.  Ep.   vi. 

Bonarroti  Filippo,  senatore  di  Firenze  sua 
patria,  auditor  presidente  della  giurisdizione  ec- 
clesiastica e  dotto  antiquario,  nacque  nel  1661  e 
mori  nel  1733.  Ha  lasciato  scritto:  „  Osserva- 
zioni istoriche    sopra  alcuni  medaglioni    antichi 


B    O    %  291 

del  cardinal  Carpegna,  Roma  1698  „;  „  Osserva- 
zioni sopra  alcuni  frammenti  di  vasi  antichi  di 
vetro  ornati  di  figure,  trovati  nei  cimiteri  di  Ro- 
ma ec,  Firenze  1716  „;  quest'opera  corredata  di 
intagli  e  preceduta  da  una  erudita  prefazione  po- 
se il  suggello  alla  riputazione  del  presidente  Ro- 
narroti  „. Ad  monumenta  etrusco,  operiDempste- 
riano  addita  eocplìcationes  et  conlecturae.  „  Al- 
bero genealogico  della  nobilissima  famiglia  dei 
Ronarroti,  Firenze  i;48  ».  Oltre  a  queste  opere 
Ronarroti  aiutò  il  Fabbretti  nella  raccolta  delle 
antiche  iscrizioni;  dette  molti  aiuti  al  Maffei  pel 
suo  ragionamento  sugl'itali  primitivi,  e  fu  mae- 
stro al  Gori  ,  al  Bianchini,  ai  fratelli  Venuti  e 
ad  altri,  cui  fu  cortese  della  sua  molla  dottrina. 
Non  trovavasi  allora  chi  più  di  lui  intendesse  a 
fondo  il  significato  delle  anticaglie,  e  chi  ne  par- 
lasse meglio,  e  chi  più  sicure  e  più  profonde  no- 
tizie ne  deducesse.  B.  u.  Ep.  vi. 
fioN.iRB.OTi  Filippo  era  in  qualità  di  paggio 
alla  corte  del  granduca  Leopoldo,  del  qual  prin- 
cipe egli  abbracciò  le  opinioni,  e  nel  1778  ebbe 
una  commenda  nell'ordine  di  santo  Stefano.  Sde- 
gnando però  Filippo  l'autorità  reale  ed  apprez- 
zando invece  la  sovranità  dei  popolo,  fu  dal  gran- 
duca cacciato  di  Toscana,  per  cui  dovè  rifugiarsi 
in  Corsica,  ove  scrisse  il  giornale  intitolato  „  Lo 
amico  deili  libertà  italiana  „.  Nel  1792.  passò  a 
Parigi,  e  un  anno  dopo  fu  eletto  commissario  del- 
la repubblica  francese  in  Corsica;  ma  gli  abitanti 
insorti  lo  obbligarono  alla  fuga,  come  pure  fu 
caccialo  dai  cittadini  ribellati  in  Lione,  ov1  era 


2<)2  B    O    *. 

sialo  nominalo  commissario:  adente  della  re- 
pubblica  presso  l'esercito  francese  in  Italia  alla 
caduta  di  Robespierre  fu  carcerato;  uscì  per  am- 
nistia dalle  prigioni,  ed  ottenne  di  ritornare  allo 
esercito  d'Italia,  ove  fu  posto  comandante  a  Loa- 
no.  Le  violenze  commesse  contro  un  tal  marche- 
se di  Ballestrino  lo  fecero  destituire.  Tornò  a  Pa- 
rigi e  fu  presidente  della  società  del  Panlheou, 
e  nel  1796  entrò  in  una  congiura  contro  il  di- 
rettorio. Scampò  per  miracolo  dalla  morte,  e  fu 
chiuso  in  Cherburg.  Napoleone  nel  1800  Io  rian- 
dò all'isola  d'OIeion  dopo  di  che  si  ritirò  in  Sviz- 
zera. L-t.  Ep.  vii. 
Bonati  G irido  astronomo,o  piuttosto  astrologo 
fiorentino  del  secolo  XIII,  si  acquistò  una  rino- 
manza non  poco  estesa,  ostentando  una  foggia  di 
vivere  diversa  dall'usato, e  soprattutto  predicendo 
V  avvenire. Furono  spacciate  sul  suo  conto  molte 
storielle  che  vennero  raccolte  dai  compilatori  del 
XVeXVl  secolo,di  cui  la  credulità  andava  deipari 
con  la  pazienza.  Frattanto  ve  n'ha  una  abbastan- 
za singolare,  perchè  meriti  d'esser  qui  riferita.  Le 
truppe  di  papa  Martino  IV  assediavano  Forlì,  cit- 
tà della  Romagna  difesa  dal  conte  di  Monferrato, 
ove  il  Bonati  erasi  ritirato,  e  che  adottata  aveva 
come  una  seconda  patria:  la  città  era  in  procinto 
di  capitolare,  quando 'l  Bonati  annunziò  al  conte 
ch'egli  respingerebbe  il  nemico  in  una  sortita,  ma 
che  vi  rimarrebbe  ferito.  L'avvenimento  chiarì 
vera  la  predizione,  ed  il  conte  che  portato  aveva 
seco  lui  gli  oggetti  che  credeva  necessari  alla  fe- 
rita che  dovea  ricevere.trovossi  molto  sodisfatto 


B    O    V.  2(p 

di  tal  precauzione. Il  Boriati  sulla  fine  dVsuoi  gior- 
ni entrò  nell'ordine  dei  francescani,  e  morì  circa 
Tanno  i3oo.  Le  sue  opere  d'astrologia  sono  state 
raccolte  da  Giacomo  Ganterne  e  stampale  sotto  il 
titolo  di  „  Lìber  astronomicus^  Augusta  149 1  ??• 
Quest'edizione  bella  e  rara  è  la  sola  che  debbono 
ricercare  i  curiosi.  B-u.  Ep.  v. 

Bonaventura.  £.  nato  nella  terra  di  Bagno  re- 
gio nel  122,1}  entrò  nell'ordine de'Minori  osser- 
vanti Tanno  I2/J3,  e  Tanno  di  poi  andò  a  studiare 
a  Parigi  sotto  Hales,  e  7  anni  dopo  tenne  squola 
egli  stesso,  e  Tanno  1267  fu  dichiarato  dottore 
mentr'era  già  ministro  generale  dell'ordine  tino 
dalTanno  antecedente,  sebbene  avesse  soli  35 
anni,  e  in  tal  circostanza  tolse  molti  abusi  da!  suo 
ordine,  ripristinando  le  antiche  discipline.  L'an- 
no 1265  fu  nominato  Arcivescovo  di  Jorck,  ma 
ricusò,  e  nel  conclave  fu  etetto  arbitro  nei  vari 
partiti  ad  eleggere  il  papa,  che  fu  Gregorio  X,  dal 
quale  nell'anno  1273  Bonaventura  ebbe  il  cap- 
pello cardinalizio.  Intervenne  con  onore  al  con- 
cilio di  Lione  Tanno  dopo.  Ma  oppresso  come  di- 
cesi dall'applicazione  cessò  di  vivere  nel  1274  con 
rammarico  del  sacro  collegio  e  del  suo  capo.  Furon 
raccolte  le  di  lui  opere  e  stampate  in  Boma  nel 
1 588  in  otto  volumi.  Contengono  i  primi  vari  com- 
menti sopra  la  scrittura,  quindi  i  sermoni,  i  com- 
menti sopra  il  maestro  delle  sentenze  ,  la  più 
pregevole  fra  le  sue  opere}  infine  alcuni  opuscoli 
ascetici  l  mirali,  ed  una  vita  di  *.  Francesco.  Fb- 
b'egli  lauto  merito  che  fu  lodato  inclusive  dagli 
eretici.  H-z.  ?. 

a  8* 


294  B    O    N. 

Bondelmonti  fiondelmonfe  capo  di  una  fami- 
glia nata  in  Firenze  di  parte  guelfa}  prendeva 
il  suo  nome  del  castello  di  Montebuono  posto 
nel  Valdarno  superiore,  che  gli  apparteneva.  Si 
legge  nell'epoca  v  di  questa  storia,  che  Bondel- 
monte  avea  promesso  di  sposare  un'A.mideidi  fa- 
miglia devota  all'imperatore,  ma  innamoratosi  di 
una  ragazza  dei  Donati,  la  sposò  senza  riguardo 
all'impegno  contratto  con  gli  Amidei.  Allora  i  par- 
tigiani dell'imperatore  nemici  già  del  Bondelmon- 
te  devoto  al  papajneditarono  di  trucidarlo,  ed  as- 
salitolo i  ghibellini, fu  difatti  ucciso  presso  al  pon- 
te Vecchio.  Dopo  quel  fatto  tutta  la  nobiltà  si 
divise  manifestamente  fra  i  Bondelmonti  e  gli 
liberti,  col  nome  di  guelfi  e  ghibellini,  e  per  trenta- 
tre  anni  le  due  parti  combatterono  nel  recinto  di 
Firenze  quasi  senza  interruzione.  B.  u.      Ep.  v. 

Bondelmonti  Cristofano  di  Firenze,  matema- 
tico celebre  del  secolo  XVl,compose  nel  1422  un 
trattato  delle  isole  dell'Arcipelago,  giusta  il  Vos- 
sio,  De  Historicis  latinis ;  B.  u.  Ep.  v,  vi. 

Bondelmonti  Giuseppe  Maria  nacque  a  Fi- 
renze da  nobile  famiglia  nel  settembre  del  1 7  l3. 
Fin  dall'infanzia  annunziò  un  infelletto  capace  di 
apprendere  ogni  cognizione. Imparò  lingue  antiche 
e  moderne:  le  matematiche  ed  ogni  ramo  di  filo- 
sofia e  di  lettura  fecerlo  distinguere.  Entrò  nel- 
l'ordine di  Malia  dove  fu  commendatore,  ma  non 
professò.  Nel  17^6  tornò  a  Firenze,  evi  si  per- 
fezionò agli  studi  ili  lettere,  scienzelingua}  e  cercò 
la  compagnia  degli  eruditi.  Fu  incaricato  di  re- 
citare l'orazione  funebre  all'estinto  Giangastone 


ultimo  dei  granduchi  medicei.  Questa  orazione  fu 
pubblicata  nelP  anno  medesimo  17S7,  e  venne 
universalmente  applaudita  non  men  di  quella  che 
ei  recitò  per  onorare  Carlo  VI  da  lui  letta  nel 
1741.  Fu  altresì  incaricato  di  scrivere  l'orazione 
funebre  d'  Elisabetta  Carlotta  d'Orleans,  vedova 
del  duca  Leopoldo  Idi  Lorena  e  madre  dell'impe- 
ratore Francesco  I  stampata  a  Firenze  174^.  Nel 
1741  passò  a  Roma  per  assistere  alla  morte  di  un 
cardinale  suo  zio.  Dopo  ri  anni  tornò  a  Firenze  con 
intenzione  di  terminare  alcune  sue  opere  da  esso 
intraprese,  ma  ne  fu  impedito  dalle  molte  malattie^ 
per  curar  le  quali  si  portò  al  clima  dolce  di  Pisa, 
ma  vi  morì  nel  febbraio  del  1767  in  età  di  43  anni. 
La  maggior  parte  degli  scrittori  del  suo  tempo 
parlano  di  lui  con  grandiosi  elogi.  I  suoi  scritti 
sono.,,  Lettera  sopra  la  misura  ed  il  calcolo  dei  pia- 
ceri e  dei  dolori  inserita  nella  raccolta  di  dissero 
tazioni  pubblicate  da  Andrea  Bonducci  „.  „II  Ric- 
cio rapito  „  traduzione  in  prosa  del  Riccio  ra- 
pito di  Pope  posto  in  versi  sciolti  dallo  stesso 
Bonducci  e  pubblicato  a  Firenze  1756.  „  Poesie  „ 
inserite  in  diverse  raccolte.  Ha  lasciato  varie  os- 
servazioni inedite  intorno  a  parecchi  articoli  del 
Dizionario  enciclopedico,  ed  alcuni  schiarimenti 
sopra  un  passo  del  saggio  dell'intelletto  umano 
di  Locke.  B.  u.  Ep.  vi,  vii. 

Iiò.NEcm Matteo  fiorentino  allievo  di  Gio.  Cam- 
millo  Sagrestani, riuscì  non  men  valente  pittore  rffel 
maestro,  anzi  servivasi  dell'opera  sua  nei  lavori 
di  maggiore  importanza  sì  a  fresco  che  a  olio,  fa- 
cendogliene eseguire  di  tutto  punto,  come  fece 


296  B    O    N. 

nello  sfondo  dei  Filippini  in  Firenze,  e  a'trove 
ancora.  Dopo  la  morie  del  maestro  fu  riconosciu- 
to il  suo  merito,  e  fu  adopratodal  marchese  Fran- 
cesco Capponi  nel  suo  gran  palazzo  dietro  la  SS. 
Nunziata  in  tre  lavori  a  fresco,  che  riuscirono 
di  universale  gradimento,  come  ancora  in  di- 
versi palazzi  della  città,  nei  quali  si  portò  con  va- 
lore, e  continuò  sempre  a  dimostrarsi  tale  tino 
all'ultimo  della  sua  vita:  ebbe  il  suo  termine  di 
pura  vecchiezza  quasi  ottuagenario.  Ep.  vi,  vii. 
Bonfarti  Giuseppe  nacque  a  s.  Miniato  nel 
febbraio  del  1770:  seppe  elevarsi  al  disopra  della 
sua  condizione.  Educato  in  patria  fu  così  avido 
della  bella  letteratura,  che  il  cantare  improvviso 
nell'italiana  favella  e  nella  lingua  del  Lazio  gli 
divenne  e  per  sempre  gli  restò  familiare.  La  prima 
sua  produzione  fu  un  opuscolo  critico  letterario 
contro  un  cattivo  sonetto,  Livorno.  Voltò  l'animo 
alla  giurisprudenz3,alla  quale  attese  in  Pisa  nel- 
la più  verde  età.  Distrattone  poi  dal  fragore  delle 
armi  che  inondarono  l'Italia  nel  1796,  si  fece  se- 
guace delle  Cisalpine  falangi,  che  per  1'  italiana 
sperala  repubblica  credevano  di  combattere  :  si 
trovò  non  rare  volte  nel  campo  di  battaglia.  Pu- 
gnò alla  giornata  di  Marengo,  di  Austerliz  e  nelle 
mura  dell'assediata  Genova,  e  mostrassi  costan- 
temente prode,  intelligente, imperterrito,  ed  ot- 
tenne il  grado  di  tenente.  Tornato  alla  patirà  vi 
eresse  un  elegante  teatro  a  sue  spese.  Si  volse  di 
nuovo  alle  delizie  della  poesia;  produsse  frequenti 
e  sempre  applauditi ,  benché  piccoli  componi- 
menti. Uno  più  distinto  ne  dette  alla  luce  nello 


E    O    N.  29; 

anno  1802  al  sorgere  de]  regno  etrusco.  Nel  181  a 
un  di  lui  poemetto  latino  per  la  nascita  del  re  di 
Roma  fu  in  concorso  giudicato  a  Parigi  degno  di 
premio,  e  pubblicato  cogli  altri  pochi  premiati 
componimenti  :  gli  fruttò  un  dono  glorioso  lar- 
gitogli dalPimperatote  Napoleone.  Nel  1814  stam- 
pato in  Firenze  fu  riprodotto  le  tante  volte,  e  nel- 
le vicine  e  nelle  remote  provincie,  un  di  lui  so- 
netto singolarissimo  sulle  vicende  politiche  di 
quei  momenti.  Scrisse  un  poemetto  latino  per  il 
matrimonio  secondo  di  S.  A.  S.  R.  il  granduca 
Leopoldo  ILche  restò  inedito  insieme  con  una  se- 
rie di  lavori  poetici,  e  di  memorie  accademiche 
lette  in  patria.  Pregiate  furono  ancora  alcune  del- 
le di  lui  legali  consultazioni,  che  la  carica  legale 
del  foro  calcò  con  credito,  e  ottenne  fama  di  ora- 
tore facondo  e  di  giureconsulto  versatissimo  nella 
scienza.  Scese  finalmente  nella  tomba  nel  marzo 
del  i833,  edificando  fino  agli  ultimi  periodi  per  i 
sentimenti  religiosi  che  ispirava  agli  astanti,  senti- 
menti che  colla  ospitalità  e  la  beneficenza  lo  ave- 
vano sempre  renduto  a  tutti  carissimo.  T-p.    vir. 

Bo*i  Eij'ulio  cortonese  fu  figliuolo  di  Biagio 
di  nobile  famiglia,  teologo  di  gran  fama  e  predi- 
catore singolare,  che  mediante  le  sue  virtù  fu  da 
papa  Clemente  VI  nel  i348  fatto  cardinale,  es- 
sendo prima  dalla  Maestà  di  Carlo  IV  imperatore 
per  rilevanti  afifari  mandato  ambasciatore  alla  re- 
pubblica di  Pisa.  C-n.  Ep.  v. 

Rosi  Girolamo  aretino,  è  padre  del  marchese 
Alessandro  che  fu  generale  (Patinata  di  Toscana. 
Kra  filosofo  e  poeta,  e  lasciò  molti  attestati  del 


298  B    O    N. 

suo  ingegno  cioè,,,  De  peripatetica  docendi alque 
addoscendi  methodo,  Firenze  i58{  „•,  „  Storia  del 
Guicciardini  tomi  2,,,  manoscritto  nella  libreria  del 
granduca  „*,  „  Vita  Magni  CosmiMedicis  Etrusco- 
rum  imperatoris  infidissimi  conscripta^ms.ìvu^ 
„  Regola  di  cavar  le  radici  d'ogni  sorte  ms.  ivi  „} 
„  De  motu  gravium  et  tevium.  1676  „  Del  flusso 
e  riflusso  del  mare,  e  dell'inondazione  del  Nilo, 
Firenze.  1,577  m  C'n-  Ep>  vi  vi. 

Boni  Benedetto  da  Cortona  lettore  di  leggi 
canoniche  e  civili  nello  studio  di  Roma:  leggesi 
di  suo  un*  opera  intitolata  „  De  censibus  „  Ro- 
ma i568,  e  Venezia  1569  »•  (?fft  vi  vi. 

Boni  Onofrio  cavaliere  coi  tonese  del  secolo 
XVIII  disfinto  antiquario;  mostrò  uno  squisito 
gusto  nelle  cose  delle  belle  arti,  di  che  fanno 
ampia  fede  le  vite  di  Pompeo  Batoni  e  di  Luigi 
Lanzi.  C-r,  vi,  vii. 

Bonifazio  Santo  fu  uomo  di  venerabil  vita,  e 
chiaro  per  miracoli, non  che  per  la  sua  carità  verso 
i  poveri.  Occupò  la  cattedra  episcopale  di  Feren- 
tino^ morì  santamente  sotto  l'impero  di  Giustino 
il  seniore,  che  cessò  di  comandare  circa  Tanno 
527, le  cui  spoglie  dopo  la  totale  rovina  di  Feren- 
tino d'Etruria  furono  trasportate  a  Viterbo.  A-s. 

m. 

Bomfazio  primo  duca  di  Toscana,fra  i  trenta 
grandi  feudi  che  i  Longobardi  stabilirono  dopo 
la  conquista  dell'Italia,  la  Toscana  era  uno  dei 
più  importanti.  Da  quell'epoca  essa  fu  governata 
dai  duchi,  ai  quali  venne  altresì  dato  il  titolo  di 
marchesi  dopo  la  conquista  di  Carlo-Magno;  ma 


B    O    N.  299 

il  nome  di  alcuno  di  essi  duchi  anteriori  al  IX 
secolo  non  è  giunto  fino  a  noi.  Neil'  812,  e  81 3 
troviamo  finalmente  un  Bonifazio  conte  di  Lucca 
e  duca  di  Toscana,  presidente  delle  cause  pub- 
bliche di  Pistoia  e  di  Lucca.  In  un  diploma  dei 
suoi  figli,  egli  è  dichiarato  bavarese  di  origine. 
Morì  verso  1*823.  Gli  successe  suo  figlio  Bonifa- 
zio II.  B.  u.  Ep.  iv. 

Bonifazio  II  duca  di  Toscana  governava  tal 
provincia  fino  dall'anno  823,  come  sembra  dai 
suoi  diplomi.  Avuto  ordine  da  Luigi  il  Buono 
di  difendere  la  Corsica  contro  le  invasioni  dei 
saraceni,  fece  nell'  828  uno  sbarco  tra  Utica  e 
Cartagine,  onde  gl'infedeli  provassero  \\\  parte  il 
terrore  che  essi  portavano  sovente  sulle  terre  dei 
cristiani.  Contribuì  nell"834  a  riporre  in  liberta 
1"  imperatrice,  Giuditta  che  Lotario  teneva  pri- 
gioniera a  Tortona,  ed  essendosi  in  tal  guisa  at- 
tirato Todio  di  esso  imperatore.fu  obbligato  a  ri- 
tirarsi in  Francia  presso  Luigi  il  Buono.  Non  ab- 
biamo prove  eh*  in  seguito  sia  stato  mai  ristabi- 
lito nel  suo  governo,  ma  esistono  alcuni  diplomi 
di  suo  tìglio  Adalberto  I,che  regnava  in  Toscana 
neir84;.  D.  u.  iv. 

B  >\n  \zio  III  dura  di  Toscana, figlio  del  mar- 
chese Teodaldo,  portò  anch'  esso  fino  all'anno 
1004  il  titolo  di  marchese.  Egli  governava  allora 
Mantova,  e  fu  uno  dei  primi  a  dichiararsi  con 
Enrico  II  contro  Arduino:  allorché  questi  due 
competitori  si  disputavano  il  regno  d'Italia  a  rag- 
gio,Can  ossa  e  Ferrate  obbediva  rio  a  tali  marchesi, 
mala  Toscana   non   fu  assoggettala  a   Bonifazio 


300  B    O    N. 

Ili  che  nel  1027,  dopo  la  morte  di  Ranieri  mar- 
chese di.  quella  provincia.  Bonifazio  ebbe  due  mo- 
gli di  cui  la  seconda  Beatrice  fu  madre  delia  fa- 
mosa contessa  Matilde.Egli  venne  ucciso  nel  io5a 
con  frecce  avvelenate  in  un  bosco  tra  Mantova 
e  Cremona:  i  suoi  assassini  non  furono  scoperti. 
Egli  lasciò  dal  suo  secondo  matrimonio  tre  tìgli 
in  tenera  età,  Federico,  Beatrice  e  Matilde.  I  due 
tìgli  essendo  morti  tre  anni  dopo,  Ma  tilde  raccolse 
ella  sola  Timmenso  suo  retaggio.  B.  u.     Ep.  iv. 

Bonifazio  VI  di  nazione  toscano  fu  creato  pon- 
tefice nel  S()6,e  non  più  che  i5  giorni  sedè  nei 
ponlificato,essendo  morto  dopo  non  molto  tempo. 
La  brevità  del  suo  regno  fe'sì  che  nulla  lasciasse 
degno  di  memoria,  onde  non  per  altri  riguardi 
vien  posto  nei  numero  degli  uomini  illustri,  se 
non  perche  fu  legittimamente  eletto  pontefice 
dopo  Formoso,  e  per  tale  pronunziato  e  ricono- 
sciuto, l-r.  iv. 

BoMNSEGNi  Piero  scrisse  un  „  Trattato  delle 
storie  fiorentine  libri  4,  Firenze  i58o  „.  C~n.     v. 

Bosinsegni  Domenico  scrisse  le  „  Storie  della 
città  di  Firenze  dall'anno  i4  >o  al  i^6o„  nei  tempi 
medesimi  che  accaddero,  arricchite  di  postille  ec, 
con  una  tavola  delle  famiglie  e  casati  di  Firenze 
menzionate  in  dette  storie,  Firenze  i63;.  Morì 
nel  i4/5.  B-s.  v. 

Boxo  maestro  architetto  figlio  di  Bonaccollo 
come  risulta  dai  documenti  estratti  dall'archivio 
dell'opera  di  s.  Iacopo  di  Pistoia,  e  da  una  iscri- 
zione che  leggesi  nella  tribuna  di  S.  M.  >~uova 
in  Pistoia  da  lui  edificata,  dov'è  notalo  eh'  egli 


B    O    K.  o  n  I 

operava  nel  1266,  e  dalla  facciala  della  chiesa  di 
s.  Salvatore  nella  quale  si  Jegge  ch'ei  la  fece  nel 
1270.  C-c.  Ep.  v. 

Bossi  Giovati  Patti  sta  cardinale  per  ordine 
di  Paolo  V,  fu  in  tanta  reputazione  e  in  tal  cre- 
dito in  Roma,  che  nessun  grave  affare  senza  il  di 
lui  parere  concludevasi.  Fu  dottissimo  nelle  leggi, 
e  molte  importanti  liti  diffusamente  e  con  erudi- 
ta eleganza  determinò  e  sciolse.  Sono  di  suo  alle 
stampe  alcune  „  Lettere  latine  „.  Era  figlio  di  Do- 
menico senatore  e  segretario  del  Granduca,  e  di 
Costanza  Vettori.  Fu  di  tale  intendimento  che 
il  Granduca  Io  elesse  arbitro  a  terminare  coi 
ministri  di  Clemente  VII  i  confini  tra  i  due  stati, 
e  per  premio  fu  fatto  spnatore.  Da  Enrico  IV  fu  no- 
minato vescovo  di  Bixerre,e  ciò  segui  a  petizione 
di  Tommaso  suo  zio  nel  1598.  Condusse  poi  nel 
1G10  il  matrimonio' fra  Enrico  IV  re  di  Francia  e 
Maria  de'Medici:  battezzò  Gastone  di  Francia  nel 
1608,  e  nel  1611  a  petizione  del  re  fu  creato  car- 
dinale. Morì  nel  1621,  lasciando  molti  consulti  e 
decisioni  ras.  C-n.  vi. 

Bovsi  Lelio  nobile  fiorentino  cavaliere  del- 
l'ordine di  s.  Stefano  nacque  verso  Tanno  i532. 
Studiò  le  amene  ledere  per  diletto  e  la  legge  per 
obbedienza  dei  genitori.  Eletto  socio  dell'accade- 
mia Fiorentina  recitò  lezioni  sì  pregevoli  che  fu- 
rono stampate.  In  Pisa  studiò  il  diritto  civile  e 
canonico,  e  nel  i558  fu  addottorato.  Tornato  a 
Firenze  godè  il  favore  dei  granduchi  Francesco  e 
Ferdinando  de'Medici,  e  fu  gran  cancelliere  dello 
online  di  s.  Stefano.  Mori  in  patria,  ma  non  si  sa 
St.   Tose.   Tom.  12.  29 


3o2  B    O    N. 

quando.  Ecco  le  sue  principali  opere  „  Tratlalo 
della  cometa  „}  „  Sermone  pel  Venerdì  Santo, 
Firenze  i5Go  „•,  „Lezione  sopra'un  passo  di  Dante 
sulla  Fortuna,  canto  VII  dell'inferno  „}  Cinque 
delle  sue  „  Lezioni,,  sono  slate  stampale  nella  rac- 
colta intitolata  Prose  fiorentine.  Si  trovano  inol- 
tre parecchie  sue  poesie  in  molte  raccolte.  Si  può 
giudicare  del  suo  talento  da  cinque  sonetti,  di 
cui  ognuno  è  in  seguito  ad  una  delle  sue  cinque 
lezioni.  Ve  ne  ha  14  indiritti  a  Benedetto  Varchi 
nella  raccolta  dei    sonetti    di    tale  poeta.  B.  u. 

Ep.  vi. 
Bonucci  Anton  Maria  nacque  in  A.rezzo  men- 
tre decorreva  la  seconda  metà  del  XVII  secolo, 
e  terminò  la  sua  laboriosa  carriera  Tanno  1728. 
Fino  da  giovane  animato  da  religioso  zelo  vestì 
l'abito  della  compagnia  di  Gesù,  e  desioso  di  cat- 
tolici allori  dimorò  per  molti  anni  in  America  ed  al 
Brasile,  propalando  dovunque  e  propugnando  la 
fede  di  Cristo,  sia  per  potenti  detti,  sia  con  i  tan- 
ti scritti  che  lo  resero  famigerato  e  grande  anche 
in  mezzo  a  popoli  non  credenti  nel  vangelo.  Que- 
sto è  quanto  possiamo  dire  della  vita  di  luì.  Ma 
là  dove  i  fatti  parlano  sì  altamente,  rendonsi  inu- 
tili le  parole,  sicché  a  farlo  conoscere  noi  accen- 
neremo alcune  delle  sue  opere  „  Ephemerides 
Christi  Eucharisticae,  Roma  1700  „  „  La  corona 
caduta,'ovvero  Gesù  nel  sepolcro  ec.  Roma  1704,,; 
„  Vindiciae  aequissimi  decreti  Alexandre  Vili 
et  adversas  3i  propositiones  in  eo  damnatas, 
Roma  1704  w*,,j  Compendio  delle  grazie  fatte  da  s, 
Pio  V  ai  gesuiti  5  Roma  1713  „.  „  Analogia  coele~ 


bob.  3o3 

stis  sublimiores  Cordis  Deum  quaerentis  af- 
fectusfix  erario  dwinae  paginae,  ac  sanctorum 
patruum  intermeditandum  deprompti,  Sanctis- 
simae  ac  individuile  trinitati  sacri  ,„  con  una 
quantità  grande  di  „  Panegirici,  storie  e  vite  di 
santi   ed  altre  operette  ascetiche.  T-p.      Ep.  vr. 

Borgarucci  Borgaruccio  senese ,  emendò  e 
riaccomodò  la  somma  dell'arte  del  notaio,intitola- 
ta  „  Summa  notar iatus  Orlandinì  Ridulphini, 
Venezia  i584  ^  e  fece  ristampare  i  segreti  del 
Falloppio,  Venezia  1 579^  nei  quali  vi  è  di  suo  la 
prefazione*  trasportò  ancora  dal  latino  in  volgare 
]a  Vita  di  Noferi  Zonnabini  da  Cotignola,  cano- 
nico regolare  di  s.  Salv.  scritta  da  Carlo  Sigonio, 
famoso  professore  di  umane  lettere}  volgarizzò 
ancora  un'opera  spirituale  del  p.  Don  Tommaso 
Malleolo  da  Jiempis  ,  canonico  regolare,  nella 
quale  si  contengono  diversi  ,  Trattati,  Venezia 
i56S}  aggiunse  molte  voci  colla  loro  spiegazione 
e  significazione,  correggendo  il  dizionario  latino 
d'Ambrogio  Calepino,  colTaggiunta  di  Paolo  3Ian- 
nucci,  Venezia   i54*.  C-n.  v,  vi. 

Borghesi  Diomede  senese,  poeta  ed  oratore, 
fu  gentiluomo  del  Granduca,  accademico  Intro- 
nato e  lettore  di  toscana  favella  nello  studio  pub- 
blico di  Siena.  Scrisse  una  „  Orazione  da  lui  me- 
desimo recitata  nel  principio  della  sua  lettura 
Tanno  i58c),  Siena  i58<)„.  „  Alcune  Rime  divise 
in  sei  parti  „  la  prima  è  in  data  di  Padova  del 
i566,  e  P  altra  è  del  i5a5;  „  Orazione  intorno 
agli  onori  e  pregi  della  poesìa  e  della  eloquenza, 
Siena  lògG^^Rirne  aniorose,Padovai585ww^  Let- 


3o4  BOA. 

tere,  Padova  1578  „,  olire  molte  allrc  composizioni 
poetiche, e  prosaiche  di  minor  conto,  fi-s.  Ep.xu 
Borghesi  Glo.  Batta,  fu  esperissimo  nel  ma- 
neggio delle  armi,  e  bravissimo  della  sua  persona, 
essendo  tradizione  che  da  diciotto  in  venti  volte 
si  condusse  a  duello  tornandosene  sempre  vitto- 
rioso. Fu.  essendo  giovanetto,  armato  pubblica- 
mente cavaliere  Tanno  i4o5  nella  senese  Metro- 
politana dopo  la  solennità  della  messa  dalla  mae- 
stà cristianissima  di  Carlo  Vili  re  di  Francia,  che 
vittorioso  tornava  dall'impresa  di  Napoli.  Capeg- 
giò Giovan  Battista  con  gran  bravura,  e  seguitò 
la  fazione  oovesca  contro  la  popolare,  quale  più 
volte  battè,  e  totalmente  distrutta  l'avrebbe,  se 
nella  novità  del  i53i  gli  altri  capi  ùVnoYeschr 
fossero  concorsi  al  suo  consiglio,  d^mniazzare  i 
capi  della  fazione  contraria, che  senza  difficoltà  sa- 
rebbe succeduto  in  congiuntura  che  i  capi  contrari 
erano  tutti  insieme  e  con  poche  armi.  Ma  Fran- 
cesco Petrueci  capo  novesco  non  volle  acconsen- 
tire, onde  il  Borghesi  vedendo  tanta  renitenza 
nei  compagni, si  partì  dalla  patria  e  venne  alla  sua 
carica  di  capitano  della  guardia  -cT  Alessandro  I 
duca  di  Firenze,  quale  con  gran  fedeltà  servì 
mentre  che  visse:,  ed  oltre  alla  difesa  di  Volterra, 
che  si  legge  nel  Guicciardini,  e  della  città  di  Ro- 
ma, si  legge  nella  vita  di  papa  Paolo  V  che  aven- 
do la  santità  di  papa  Paolo  III  armata  gente  y  e 
mandatala  sotto  il  comando  del  nipote  Ottavio 
duca  di  Parma,  accompagnato  dai  cardinale  Ales- 
sandro fama  se  parimente  suo  nipote  con  titolo 
di  legato  apostolico,  in  aiuto  di  Carlo.  V  impera* 


E  o  r.  3o5 

tore  che  guerreggiava  col  duca  di  Sassonia  e  con 
il  Lengravio  dWssia.  Gio.  Battista  passò  anctfegli 
in  Germania  col  titolo  di  colonnello:  ove  pel  suo 
militar  valore  fu  fatto  degno  da  quella  invitta 
maestà  d'  esser  fatto  suo  consigliere  di  guerra, 
contando  in  voce  ed  in  squittino  nel  consiglio  mi- 
litare  sopra  le  correnti  turbolenze.  U-r.Ep.\,  vi. 

Borghesi  Marcantonio  senese  giureconsulto 
degno  d'btlime  qualità,  di  molta  virtù  e  di  som- 
ma bontà  dotato,  che  per  fuggire  le  sedizioni  del- 
la patria  tumultuante  fra  le  disunioni  e  discordie, 
lasciato  con  intrepidezza  solita  degli  animi  grandi 
il  patrio  suolo  a  Roma  trasportossi,  ove  cono- 
sciuto il  suo  merito,  e  la  sagagità  di  suo  ingegno, 
non  solamente  fu  da  otto  pontefici  in  altri  affari 
adoprato*,  ma  avvocato  concistoriale  chiamalo,  on- 
de il  Bargagli  meritamente,  Inter  Avvocato?  rotti. 
curine  facile  primus  Paddimandava,  del  quale 
può  ragionevolmente  dirsi  eh1  ei  fosse  un  altro 
IVletello,  che  da  4  lìgi»  essendo  portato  all'avello, 
fu  detto  che  questa  sorte  di  morire  era  troppo  fe- 
lice, e  che  era  anzi  un  rinascere.  Ebbe  Marc'An- 
tonio  4  "gli-  Fu  di  genio  cosi  sincero  e  schietto, 
che  richiesto  da  Filippo  II  re  di  Spagna,  il  qua- 
le del  valor  di  sua  penna  aveva  avuta  notizia  , 
acciò  scrivesse  a  suo  favore  per  la  successione 
del  regno  di  Portogallo,  rispose,  che  la  maggior 
parte  di  ragione  che  la  maestà  sua  ci  avesse,  sa- 
rebbe se  l'occupasse  colle  armi.  C-n.  v. 

IJor.'.m.si  Borghese  fu  dottor  di  legge  famo- 
sissimo, e  facondo  quanti  mai  nel  dire:  ma  valse 
ancora   assaissimo  nei  maneggi  civili  e  militari. 

*9* 


3u6  BOB. 

colle  quali  virtù  si  abilitò  ad  ogni  impiego.  Fu 
lettore  di  leggi  per  trentaquattro  anni  nella  u- 
niversilà  di  Siena  e  ad  esso  non  solamente  i 
suoi  cittadini  ma  tutta  T  Italia  concorreva  per 
aver  consigli:  e  tuttociò  che  proponeva  nel  ge- 
neral consiglio  si  vinceva,  come  possono  attestare 
i  cittadini  del  mont  e  dei  riformatore  quali  Tanno 
i/fSo  furono  dal  senato  per  consiglio  di  Borghese 
privali  del  pubblico  reggimento,  e  con  tutti  i  loro 
discendenti  ammoniti  in  perpetuo.  Fu  di  più  per 
i  pubblici  interessi  oratore  residente  in  Roma  ap- 
presso papa  Pio  II  negli  ultimi  anni  del  suo  pon- 
1  incalo:  commissario  generale  dell'esercito  senese, 
ed  unite  le  armi  col  duca  di  Calabria  capitano  ge- 
nerale del  re  di  Napoli  in  Toscana,  e  col  conte  di 
Urbino  generale  delle  armi  papaline,  combattè  va- 
lorosamente le  genti  fiorentine,  alle  quali  tolse 
Colle  di  Val  d'Elsa,  ed  altri  luoghi  del  loro  domi- 
nio, e  poi  li  sconfisse  con  gloriosa  vittoria  sul 
Poggio  Imperiale  vicino  a  Poggibonsi,  ove  Bor- 
ghesi per  allegrezza  di  rotta  tanto  segnalata  ,  fu 
pubblicamente  armalo  cavaliere  dal  duca  di  Cala- 
bria, la  qual  dignità  fu  poi  confermata  con  pub- 
blico decreto  dalla  repubblica  senese,  che  lo  di- 
chiarò padre  della  patria,  coniando  medaglie  in 
suo  onore.  Nell'anno  1^90  mancò  il  Borghesi  som- 
mamente amato  e  venerato  dalla  città  e  stato  se- 
n  e  se.  V-r.  Ep.  v . 

Borghesi  Fra  Antonio^  nobile  senese  monaco 
olivelano  fiorì  al  tempo  di  s.  Bernardino  da  Siena: 
fu  vago  di  storia  e  d'antichità,  per  cui  lasciò  ai  po- 
steri l'isteria  della  religione  olivetona,  citata  dal- 


b  o  n*  òoy 

l'abate  Carpenterie)  nella  vita  del  B.  Bernardo  To- 
loniei.  U-r,  Ep.  v. 

Borghini  Maria  Selvaggia  nacque  in  Pisa  da 
nobile  stirpe,  e  nell'età  di  undici  anni  scriveva 
elegantemente  in  latino,  attese  alla  lingua  greco-, 
e  dal  celebre  Alessandro  Marchetti  apprese  le 
matematiche  e  la  filosofia. S^nlrodusse  nelle  scien- 
ze sacre  sotlo  la  direzione  di  Francesco  Maria 
Poggi  Servita.  A  questi  aggiunse  i  piacevoli  studi 
della  poesia  latina  ed  italiana  con  tal  successorie 
i!  famoso  Francesco  Redi  scrivendo  al  Filicah 
gli  dice,esser  egli  il  Pindaro  e  Selvaggia  Borghini 
la  Saffo  di  quei  tempi;  rilevandosi  frattanto  che 
ei  sottoponeva  alla  di  lei  censura  le  poetiche  sue 
composizioni.  I  più  celebri  scrittori  di  quei  tem- 
pi mI testano  coi  loro  elogi  del  singolare  merito  di 
quella  donna  immortale.  Ella  fu  aggregata  alle 
più  illustri  accademiche  l'erudito  editore  della 
traduzione  toscana  delle  opere  di  Tertulliano 
fatta  dalla  nostra  Borghin»,  biasima  gli  accademici 
della  Crusca  per  non  avere  ammessa  la  Borghini 
fra  loro.  Morì  di  anni  76  nel  1 73 1 .  R-r.  vi. 

BoRt.iiiM  Caterina,  nipote  di  Maria,  tra  gli 
Arcadi  Erato  Dionea,  si  fece  tanto  innanzi  nella 
lingua  latina  da  scrivere  elegie  nell'Oro  di  Tibullo. 
È  lode  di  Maria  Selvaggia  l'averla  allevata.  T-p. 

vi,  vu. 

BoRr;nm  Raffaello  Gorentino    fiorì    verso  la 

metà  del  secolo  XVI.  È  autore  di  poesie  liriche, 

che  si  leggono  in  alcune  collezioni  di  rimatori    di 

questo  medesimo  secolo  e  inoltre  «li  3    commedie, 

una  delle  quali  in  versi.ll  lavoro  però  ohe  ha  min- 


3o8  B  0  R. 

dato  alla  posterità  il  suo  nome  con  onore,è  l'ope- 
ra che  a  lui  piacque  di  nominare  il  „  Riposo,,.  Narra 
egli  in  quest'opera  che  Bernardo  Vecchietti  con- 
dusse ad  uua  sua  villa  alcuni  cavalieri  con  qual- 
che distinto  artista,  e  ve  li  trattenne  per  più  gior- 
ni, e  fu  di  loro  sollievo  il  trattenersi  in  ragiona- 
menti sulle  belle  arti.  Il  Borghini  compilò  la 
narrazione  di  tali  ragionamenti  nella  sua  opera 
del  Riposo,  cioè  prodotti  dalla  tranquillità  e  dal 
sollazzo  della  vita  campestre.  Incidentemente  poi 
s1  introduce  ancora  qualche  tema  appertenente 
alla  poesia,  ad  erudizione,  a  filosofia,  a  politica,  e 
ciò  a  fine  di  ricreare  la  uniformità  del  dominante 
argomento.  Il  Bottari  chiama  l'opera  di  cui  par- 
liamo, degna  di  commendarsi  con  eterne  lodi,poi- 
chèil  Borghini  venne  in  essa  a  spiegare  le  avver- 
tenze, le  considerazioni,  gli  ammaestramenti  più 
utili  della  pittura  e  della  scultura  e  delle  altre 
arti  analoghe,di  cui  egli  era  intelligentissimo^ed  ha 
ciò  fatto  con  tal  facondia,  e  con  tale  eloquenza, 
con  un  dire  cotanto  forbito  e  terso,  che  dall'au- 
rea vena  del  suo  parlare  vengono  i  beali  fonti 
della  toscana  favella  arricchiti.  C-r.  Ep.  vf. 

Borghini  Vincenzo  monaco  di  san  Benedetto 
d^ingeguo  veramente  inarrivabile,  perocché  con 
felicità  grande  le  sue  operazioni  tirava  al  desialo 
fine}  sì  nelle  sacre,  come  nelle  profane  lettere 
dottissimo,  e  per  la  bontà  dei  costumi  esemplare. 
Fu  tenuto  in  tale  stima, da  Pier  Vettori  e  Benedetto 
Varchi  dal  nominarlo  nelle  opere  loro,e  le  di  lui  di- 
spute e  ragionamenti  non  «sdegnarono  di  raccon- 
tare. Scrisse  alcune  vite  di  pittori,  delle  quali  fece 


B  o  r.  309 

dono  a  Giorgio  Vasari.  Leggonsi  di  suoi,,  Discor- 
si parte  I,  e  II  Firenze  i585  „,  ne'  quali  delle 
chiese,  vescovi  toscani,  delle  famiglie  e  d'altre 
materie  favellasi.  Trovausi  per  altro  di  suo  molti 
ms.  come  alcune  note  sopra  la  lingua  toscana, 
„  Memorie  e  notizie  di  antichità  diverse  ,,5,,  Delle 
famiglie  nobili  fiorentine  con  le  respettrve  armi 
ed  imprese  „.  C-n.  Ep.  v,  vi. 

Borgiotti  Benedetto  carmelitano  fiorentino 
scrisse  „  Panegirici  sacri  „.  Fu  reggente  e  teologo 
del  Carmine  di  Firenze  ove  sono  stampali  i  suoi 
panegirici  nei  1662.  e  sono  in  numero  di  tredici. 
JS-s.  vi. 

Borgo  Flaminio  (  dal  )  giureconsulto  eisto- 
rico  pisano  nacque  nell'ottobre  del  1706  da  no- 
bile patrizia  famiglia.  Fu  professore  nella  pisana 
università,  e  con  assidua  cura  si  dette  allo  studio 
dell'istoria,  che  lo  rese  noto  al  pubblico  e  caro  alla 
patria.  Dette  un  primo  saggio  della  sua  eccellen- 
za in  quel  laborioso  e  difficile  studio,  pubblicando 
le  „ Notizie  storiche  della  città  di  Volterra,  Pisa 
i;58„.  Pubblicò  pure  le  „  Dissertazioni  sulla  storia 
pisana,  contenente  l'origine  della  decadenza  della 
repubblica,,; e  nel  1760  la  „  Raccolta  discelli  di- 
plomi pisani,',  ed  una  „  Dissertazione  sulla  origine 
della  università  di  Pisa  „.  Era  cavaliere  ili  santo 
Stefano,  e  gran  tesoriere  dell'ordine  medesimo, 
prescelto  a  tesser,,  L'elogio  del  definito  imperatore 
Francesco  I„,  che  pubblicò  in  Pisa  nel  1765.  Mo- 
ri lina  Unente  nell'età  di  (\z  anni  nel  marzo  del 
17GB.  D.  11.  vi,  vii. 

Uor\',o'..M\\   Intonio  nacque  in  Siena  nel  17^3 


3  io  b  o  n. 

ed  ebbe  a  maestro  nelle  belle  lettere  il  dottor  Fran- 
cesco Corretti  ecclesiastico  pieno  di  merito.  An- 
tonio profittò  degP  insegnamenti  di  sì  degno  pre- 
cettore, ma  nel  più  bello  de'suoi  studi   quel  suo 
maestro  morì.   Antonio  offerse  sulla  di  lui  tomba 
una  sua  letteraria    primizia,  che  fu  uiVelegìa  la- 
tina „  In  funere  Francisci  Corretti  „.Det  tesi  per- 
tanto il  Borgognini  allo  studio  delle  scienze  natu- 
rali in  patria,   e  si    occupò  della  teoria  della  luce. 
Nel  1774  pubblicò  la,,  Teorìa  del  fuoco  „  elisegli 
ridusse  in  versile  ornò  di  figure  interessantissime. 
Questo  primo  lavoro  Io  animò  a  scrivere  su  varie 
altre  materie.  Il  suo  poemetto  „  Sulla  utilità  delle 
mode,,  è  pieno  di  dottrina  filosofica.  Scrisse  „  Lo 
elogio deirestinto Baldassarre,  e  lo  pubblicò,di  che 
ebbe  querele  con  monsignore  Fabbroni  fino  dal 
1787  che  scrisse  la  „  Vita  del  Baldassarri  „  egli 
pure,  e  posela  tra  gli  elogi  degli  uomini  illustri 
italiani.  Innumerabili  sono  i  sonetti  ed  altre  com- 
posizioni che  egli  ha  fatto  in  diverse  occasioni  di 
feste  sacre  e  profane  della  città  di  Siena.  Oltre 
al  merito  intrinseco,  che  queste  aver  potevano, 
la  maniera  colla  quale  sapeva  egli  recitarle,  dava 
loro  maggior  grazia. Egli  aveva  l'amicizia  di  molte 
persone  letterate.  Il  Borgognini  morì  nel  novem- 
bre del  1 810.  Molti  scritti  avea  lasciati  che  pe- 
rirono .  Abbiamo  per  altro  tutt'  ora  alle  stam- 
pe,   oltre   le    nominate    opere,  „  Orazione   in 
morte  di  Maria  Teresa   imperatrice  dei  romani, 
recitata  nelPaccademia  degP  Intronati  di  Siena. 
„  Lettera  ai  signori  giornalisti   di  Pisa  ,    Siena 
1798.  „  Lettera  ad  un  amico  in  replica  alla  ri- 


B    O    R.  3  1 1 

sposta  fatta  dai  delti  giornalisti  di  Pisa  alla  sua 
lettera  precedente,  Siena  1798  „.  T-p.  Ep.  vii. 
Borno  Battista  aretino,  pittore  scolare  e  imi- 
tatore di  Guglielmo  di  Marsiglia  nel  dipingere 
vetri.  Lavorò  per  più  cospicue  basiliche  dello  sta- 
to iìorentino,  e  fiorì  con  credito  e  stima.  Viveva 
circa  gli  anni  r54o.  0~r.  v,  vi. 

Borro  Girolamo  aretino,  fu  guida  e  duce  de- 
gli studi  del  cardinal  Giovan  Salviati  ,  e  scrisse 
„ Flusso  e  reflusso  del  mare,  e  delf  inondazione 
del  Nilo,  Firenze  1577  „•,  „  De  Motu  gravium  et 
levium^  Firenze  1576.  B-s.  v,  vi. 

Borromei  Gio,  Borromeo  fu  il  primo  che 
comparisca  in  questa  famiglia,  il  quale,  costret- 
to a  ritirarsi  da  s.  Miniato  al  Tedesco  sua  patria, 
si  refugiò  con  tutta  la  sua  casa  in  Milano  ove  per 
sempre  volle  fermarsi,  benché  sotto  il  patrocinio 
ili  Galeazzo  II,  e  Bernabò  Visconti  signori  di  Mi- 
lano fossero  state  restituite  dagl'invasori  alla  sua 
r.asa  in  gran  parte  quelle  ricche  signorie  da  essa 
possedute:  poi  con  lettere  speciali  di  Gio.  Galeaz- 
zo Visconti  fu  aggregato  tra  i  cittadini  milanesi. 
lìl-r. 

Boschi  Prete  Francesco,  nato  in  Firenze  lo 
anno  1619,  stando  sotto  la  direzione  di  Matteo 
Rosselli  suo  zio  materno  si  applicò  con  altri  suoi 
fratelli  alla  pittura,  nella  quale  fece  moltissimi 
avanzamenti  non  tanto  nel  colorilo,  come  anche 
nel  disegno,  sicché  venuto  in  credilo  di  maestro 
operò  varie  cose  a  richiesta  dei  cittadini  e  dei 
forestieri.  Fattosi  lilialmente  prete  visse  con  esem- 
pio di  virtù  cristiana,  e  può   credersi  che  da  indi 


"Ò  12  B    O    S. 

in  poi  come  inteso  a  (ine  migliore,  piuttosto  peg- 
giorasse che  migliorasse  nell'arte,  benché  nei  24 
anni  che  visse  in  questa  santa  vocazione  facesse 
poscia  opere  di  molta  considerazione.  Essendo 
arrivato  agli  anni  56  di  sua  età,  e  sempre  operan- 
do per  zelo  di  Dio  e  per  utile  del  prossimo,lasciò 
questo  mondo   pieno   del  suo  buon  nome.  O-r 

Ep.  vi. 

Boschi  Fabhrizio  fiorentino  imparò  dal  cav. 
Passionano:  negli  anni  18  comparve  in  pubblico 
con  opere  lodatissime:  contevan  queste  con  tocco 
galante  e  brioso  colpi  franchi  e  spediti/ perfetta 
disposizione  di  figure  ed  erudita  invenzione.  Sopra 
muri  e  tele  introdusse  copiose  storie,  e  molte  più 
ne  avrebbe  fatte  se  distratto  dalle  continue  villeg- 
giature non  avesse  indebolito  quello  spirito  vi- 
vace, che  quasi  si  rese  inabile  in  età  avanzata  a 
somministrargli  i  più  ordinari  pensieri  pittorica 
\isse  72  anni  e  nel  16/} 2  morì.  B-l.  vi. 

Boscoli  Andi'ea  nacque  in  Firenze  nel  1 553 
di  nobile  stirpe.  Si  esercitò  nel  disegno  sotto  San- 
ti di  Tito.e  si  rese  abile  a  delineare  con  sorpren- 
dente facilità  ed  intelligenza  qualunque  storia 
nell'atto  stesso  in  cui  da  alcuno  venivagli  det- 
tata. La  sua  maniera  di  disegnare  molto  incontrò 
in  generale,  e  grandemente  piacque  a  Cristofano 
Allori,  che  volle  colorire  alcune  invenzioni  det 
Boscoli.  Fu  esso  nella  pittura  pratico  imitatore 
del  suo  maestro,  dipingendo  molto  per  illustri 
personaggi.  Fra  i  diversi  collaboratori  dello  Zuc- 
cheri nella  pittura  della  cupola  del  Duomo  di  Fi- 
renze trovasi  \ndrea  Boscoli.  Morì  egli  in  Firenze 


b  o  s.  3 1 3 

circa  al  1606,  lasciando  gran  copia  di  disegni  in 
allora  valutali  gran  prezzo,  de'quali  parecchi  ne 
conserva  la  R.  Galleria  proveniente  dalla  colle- 
zione del  cardinal  Leopoldo  defedici.  li.  g.  d.  F- 

Ep.   vi. 

Bosgoli  Tommaso  nacque  in  Setlignano,  e 
servì  in  qualità  di  architetto  militare  Cosimo  I 
de\>Iediei  nella  guerra  di  Siena.  Terminata  questa 
fa  mandato  a  Montepulciano  per  dirigere  i  restau- 
ri da  farsi  alla  fortezza.  Era  frattanto  incomincia- 
ta la  fabhrica  della  chiesa  delia  Madonna  di  s. 
Magio,  e  Antonio  da  s.  Gallo  che  ne  aveva  dato 
il  disegno  ne  affidò  l'esecuzione  al  Boscoli,  il  qua- 
le, terminato  con  molta  sua  gloria  il  lavoro, fu  a- 
scritto  a  questa  cittadinanza,  ed  acquistale  case 
e  possessioni  fissò  in  quella  città  la  sua  dimora. 
P-r.  v,  vi. 

Boscoli  Giovanni ,  scultore  ed  architetto  fi- 
glio di  Tommaso,  fu  dal  padre  ammaestrato  nel- 
la scultura  e  nell*1  architettura .  Da  giovanetto 
molli  anni  lavorò  di  stucchi  in  compagnia  de! 
Vasari,  che  dipingeva  nel  palazzo  del  duca  Co- 
simo. Il  duca  Ottavio  di  Parma  lo  chiamò  su- 
bito dopo  al  suo  servizio  in  qualità  d'ingegne- 
re. La  bella  macchina  per  la  quale  V  acqui  di 
una  fonte  dei  regi  giardini  era  del  continuo  ele- 
vata alla  cima  altissima  del  palazzo,  e  alcuni  di- 
segni di  fortificazioni  che  reputati  furono  sorpren- 
denti, resero  illustre  il  nome  di  Giovanni,  non 
tanto  in  Parma  quanto  in  lontani  paesi:  cosicché 
il  duca  Alfonso  di  Ferrara  lo  chiamò  nel  1 583 
a  dar  dfetoglii  di  fontane  e  di  foitilizzi,  e  Pimpe- 

Sl.   Tose.  Tom.  12.  30 


3i4  BOX. 

ralore  lo  voleva  al  suo  servizio.  Ma  Giovanni  pre- 
ferendo ai  generosi  stipendi  l'amorevolezza  del 
duca  suo  padrone,  si  trattenne  in  Panna  fino  al 
termine  dei  suoi  giorni.  P-r.  Ep.  v,  vi. 

Bottahi  Giovanni  scrisse  delle  „  antichità 
romane  dei  tempi  della  repubblica  e  dei*  primi 
imperatori  disegnate  ed  'incise  da  Giarnbatista 
Phanesi  architetto  veneziano,  e  dallo  stesso  de- 
dicate air  ili.  e  rev.  monsignor  Giovanni  Bottari 
cappellano  segreto  di  N.S.Benedetto  XlV,uno  dei 
custodi  della  Biblioteca  vaticana,  e  canonico  di 
santa  Maria  in  Trastevere,  Roma  1748  „;  „  Pit- 
ture e  sculture  sacre  estralte  dai  cimiteri  di  Bo- 
ma  sotterranea,  ed  ora  nuovamente  date  in  luce 
colle  spiegazioni  per  ordine  di  N.  S.  Clemente 
X1T,  Roma  1737  „.  Pubblicò  ancora  vari  classici 
italiani  che  fan  te&io  di  lingua,  come  lo  Sperelli o 
di  croce  del  Cavalca,  il  Fior  di  virtù,  e  corredò  di 
moltissime  „  Note  „.  Scrisse  una  „  Oratio  habita 
in  romano  archi  gìmnasio.  Roma  1732,,:,,  Obser- 
\>atio  Ectipsis  lunaris  Romae  habita  die  1  de- 
cembris  1732,  „;  „  Elogio  del  dottor  Giuseppe 
del  Passa  ,.}  „  Delle  lodi  di  Cosimo  III  granduca 
di  Toscana ,  orazione  recitala  nell'  accademia 
della  Crusca  Tanno  1724  £  &***  vi. 

Botti  Rinaldo  fiorentino  fu  uno. dei  migliori 
scolari  di  Iacopo  Chiavistelli  ,  il  quale  con  soda 
intelligenza  dipinse  V  architettura  come  ha  fatto 
in  varie  case,  palazzi,  chiese  ed  altrove  assieme 
con  Lorenzo  del  Moro  suo  congiunto  e  [vittore 
di  frutti,  fiori,  animali  e  figure:  ambedue  in  que- 
st'arte furono  continuamente  a.Joprati.  Giuseppe 


B    O    T.  JID 

Tonelli  fiorentino  nato  nel  1668  fu  altro  Segnò 
scolare  del  Chiavistelli,  che  d'anni  uà  fu'poi  man- 
dato a  Bologna  al  serenissimo  gran  principe  Fer- 
dinando di  Toscana  ,  acciocchì1  vedesse  le  opere 
dei  bolognesi  frescanti,  e  specialmente  quelle  dei 
famoso  Tommaso  Aldobrandino  Ritornato  in  pa- 
tria, per  le  reverende  monache  di  santa  Maria  a 
Candeli  dipinse  la  volta  della  loro  chiesa  con  va- 
rie architetture  ,  V  anticamera  del  piano  terreno 
del  senerissimo  gran  principe  suddetto ,  un  bel 
soffitto  nel  palazzo  del  duca  Salviati  ed  in  altri 
luoghi.  Benedetto  Fortini  parimente  seguì  la  scuo- 
la del  Chiavistelli,  e  oltre  il  dipingere  di  buon  gu- 
sto a  fresco  di  architettura,  fu  slimabile  nei  fiori 
e  frutti, l'uso  di  dipingere  i  quali  apprese  da  Bar- 
tolommeo  Bimbi  con  cui  slette  alcun  tempo.  Un 
suo  fratello  per  nome  Giovacchino  fu  scultore  di 
qualche  slima,  e  due  stalue  e  bassirilievi  di  mar- 
mo di  sua  mano  sono  nella  chiesa  di  s.  Filippo 
Neri  di  Firenze.  O-r.  Ep.  \i. 

Botticelli  Sandro.  Ved.  Filipepi  Alessan- 
dro. 

Bourbon  del  Monte  Ranieri.  Questi  è  il  pri- 
mo che  si  vede  apparire  nell'istoria  di  questa  il- 
lustre casata  .  Sappiamo  solo  di  Ranieri  che  fu 
duca  e  marchese  della  Toscana  dal  1014  al  «027, 
senza  esser  noto  però  da  chi  provenisse}  solo  si 
congettura  dei  Ji  lui  antecessori,  che  Ugo  mar- 
chese di  Toscana,  di  (ferente  dall'altro  Ugo  il  gran- 
de,  fu  avo  di  Ranieri,  e  nel  <jf>o  fondò  1'  abbazia 
di  santa  Maria  a  l'etroio  sulle  pendici  orientali 
dei  monti  cortonesi  uello  stalo  pontificio.  Il  ve- 


Si  6  b  o  r. 

dello  ia  carica  sì  elevata  in  queste  epoche.fa  sup- 
porre, che  avesse  abbracciato  il  partito  d'Arrigo 
contro  Arduino  marchese  d1 Iorea  :  ma  nel  1026 
allorquando  Corrado  il  Salico  pretese  di  succedere 
ad  Arrigo,  lo  vediamo  tra  i  più  zelanti  oppositori 
al  giogo  tedesco ,  ed  impugnar  le  armi  per  impe- 
dire il  passaggio  per  la  Toscana  a  Corrado,  che 
voleva  recarsi  a  Roma  per  prendervi  la  corona 
imperiale.  Difese  Lucca  inutilmente  nel  1027,  né 
più  si  ha  notizia  di  lui,  e  nel  1028  Bonifazio  pa- 
dre della  contessa  Matilde  era  il  marchese  della 
Toscana.  Aveva  castello  in  Arezzo,  estese  proprie- 
tà in  Val  di  Chiana,  e  nel  Valdarno  aretino,  ca- 
stelli e  giurisdizioni  nella  Valle  superiore  del  Te- 
vere.  in  Cortona,  Città  di  Castello,  Perugia  e  nei 
loro  contadi.  Da  esso  stipite  in  tante  diramazioni 
discendono  i  marchesi  di  Petrellà,  che  stanno  in 
Cortona,  i  marchesi  di  Sorbello  residenti  in  Pe- 
rugia, è  le  quattro  case  che  assunsero  il  titolo  di 
marchesi  del  Monte  santa  Maria,  una  delle  quali 
fa  soggiorno  in  Ancona  ,  una  seconda  in  città 
di  Castello,  e  le  altre  due  in  Firenze  ,  le  quali 
ultime  han  prodotti  i  seguenti  uomini  celebri  . 
L-t.  Ep.  ìv. 

Bourbon  del  Monte  Ghino ,  ovvero  Ugolino, 
ancor  giovinetto  seguì  V  imperatore  Enrico  VII 
nel  1S12  alla  guerra  contro  i  fiorentini  :  ordina- 
riamente è  chiamato  marchese  di  Civitella,  e  sog- 
giornava in  Cortona,  allora  città  libera  ,  attesa 
una  convenzione  fatta  tra  quella  repubblica  ,  e 
Bigone  e  Corrado  avi  di  Ghino  ,  in  forza  della 
quale  si  obbligavano  di  prender  domicilio  in  quel- 


B    O    U.  017 

la  città.  Fu  egli  che  trovandosi  in  una  conversa- 
zione, in  compagnia  di  Ranieri  Casali,  da  un  suo 
famigliare  fece  dare  a  quest'ultimo  una  guanciata, 
in  tempo  che  divertivasi  al  giuoco  degli  scacchi 
con  una  tal  Margherita  conlessa  della  Magna  a- 
mante  di  esso  Casali,  uomo  popolare.  Costui  per 
allora  dissimulò,  ma  trovò  ben  presto  il  modo  di 
accusare  gli  ottimati  di  congiura  contro  il  regime 
popolare  che  esisteva  allora  in  Cortona.  Gli  otti- 
mati furono  espulsi ,  ed  in  tale  occasione  dovè 
Ghino  abbandonare  Cortona,  della  quale  divenne 
signore  il  Casali,  dovendo  così  ad  uno  schiaffo  la 
sua  prima  fortuna.  Ghino  dovenlò  potestà  di  Luc- 
ca nel  i333.  Nel  i335  era  alleato  con  i  perugini, 
e  li  comandò  nelPimpresa  contro  Città  di  Castel- 
lo, ove  rimise  i  Guelfucci  guelfi,  che  non  molto 
prima  erano  stati  cacciati  daTarlati  ghibelIini.lVel 
i344  era  capitano  di  guerra  in  Todi.  In  Città  di 
Castello  furono  pubblicati  terribili  bandi  contro 
di  esso,  per  aver  fatto  omaggio  di  Civitella  ai  pe- 
rugini ,  ed  averne  loro  presentato  il  pallio  .  Fu 
guelfo  e  ghibellino  a  vicenda  ,  e  per  dispetto  al 
figlio  che  aveva  fatto  omaggio  di  Civitella  a  Città 
di  Castello,  egli  la  vendè  ai  perugini.  Sorpreso  in 
questa  rocca  fu  messo  in  prigione,  e  mentre  il 
figlio  io  destinava  a  lenta  morte  in  una  gabbia 
di  ferro,  dicesi  che  gli  riuscisse  a  salvarsi  colla 
fuga.  L-t.  Ep.  v. 

I»oi  iìi-.mn  del  Monte  Bartolommco^  del  ramo 
dei  marchesi  del  Monte  santa  Maria  in  Firenze  , 
essendo  condottiero  d1  armi  servi  i  fiorentini 
negli  ultimi  giorni  di  loro  libertà,  dopo  di  che 

3o* 


3 1 8  b  o  u. 

andò  presso  i  duchi  d'Urbino  che  lo  nominarono 
castellano  in  Camerino.  Nel  i53a  era  alla  guerra 
d*  Ungheria,  e  nel  1 534  alla  morte  di  Clemente 
Y1I  Irovavasi  in  Roma  al  presidio  di  Borga.  Elet- 
to Paolo  III  si  pose  ai  servigi  della  casa  Farnese 
ed  andato  in  Germania  col  duca  Ottavio  alla  guer- 
ra contro  i  protestanti  fu  ferito,  e  rimase  prigio- 
ne in  Ingolstadt.  Ritornato  in  Italia  Paolo  III  lo 
nominò  castellano  di  Perugia,  e  poco  dopo  il  duca 
Ottavio  Farnese  lo  chiamò  ad  esercitare  quella 
carica  in  Parma.  Combattè  nella  famosa  guerra 
che  nel  i55i  Ottavio  protetto  dal  re  Enrico  II 
di  Francia  sostenne  contro  Carlo  V  e  Giulio  III, 
ed  in  quella  occasione  fece  prigione  Camillo  fi» 
glio  del  celebre  Baldassarre  Castighimi ,  il  che 
produsse  un  affare  d'onore  tra  i  due  gentiluomini, 
che  pubblicarono  molti  manifesti;  mail  tutto  finì 
colla  tragica  fine  di  Troiano  Longone  di  Bre- 
scia, che  indotto  dal  Castiglioni,  in  nome  di  Bar- 
tolommeo  ,  aveva  scritta  una  lettera  a  Ferrante 
Gonzaga  generale  delle  armi  imperiali,  offrendogli 
di  metterlo  al  possesso  di  Parma.  Nel  i55{  andò 
a  combattere  per  Paolo  IV  nella  guerra  contro 
Filippo  ,  e  gravemente  ferito  nei  contorni  di 
Roma  fatto  prigione  fu  tradotto  a  Napoli  ,  ma  si 
riscattò  a  denaro.  Fatto  vecchio  passò  al  servizio 
dei  granduchi  di  Toscana,  che  lo  nominarono  ca- 
pitano delle  armi  in  Pistoia,  quindi  in  Orbetello, 
ed  il  granduca  Francesco  I  nel  i5?4  1°  ascrisse 
coi  discendenti  marchesi  legittimi  alla  cittadi- 
nanza fiorentina.  Morì  al  Monte  santa  Maria  nel 
i588.  L-t.  Ep.  v,  vi. 


BOI).  0  19 

Bourbon  del  Monte  Giambattista,  anch'esso 
del  ramo  di  Firenze,  nacque  nell'aprile  del  i54», 
e  fu  militare  di  gran  nome.  Allievo  dei  primi  ca- 
pitani dei  suoi  giorni,  e  pel  suo  gran  merito' ven- 
ne chiamalo  Battistone .  Aveva  ih  anni  quando 
nel  1 554  volle  seguir  Chiappino  Vitelli  suo  zio 
alla  guerra  di  Siena.  Fatto  capitano  di  una  com- 
pagnia di  cavalli  al  servizio  di  Spagna,  andò  alle 
guerre  di  Lombardia  contro  i  francesi,  e  ad  ogni 
tratto  è  nominato  per  le  sue  prodezze.  Ma  aman- 
do un  più  vasto  campo  di  gì  oria  andò  in  Spagna 
per  essere  impiegato  nelle  guerre  d^Affrica.  Nel 
i563  si  trovò  ai  fatti  d'Orano,  nel  i564  a  quei  di 
Mazalguivir,  poi  all'  impresa  del  Pignone,  e  nel 
1 565  comandando  cinque  compagnie  di  fanti  an- 
dò alla  liberazione  di  Malta  assediata  dai  turchi, 
luogo  ov'  era  accorsa  tutta  la  nobiltà  italiana  . 
Comandò  200  cavalieri  pel  re  Carlo  IX  nella 
guerra  delle  Fiandre  contro  gli  spagnuoli.  Sedici 
anni  combattè  nelle  Fiandre, ove  governò  piazze, 
comandò  fatti  d'arme,  riportò  ferite,  ed  ove  ebbe 
l'onore  con  una  segnalata  vittoria  di  liberar  Gio- 
vanni d'Austria  assediato  in  INamur.  Guadagnan- 
do sul  campo  di  battaglia  di  mano  in  mano  i  gradi 
nella  milizia  \  era  stato  nominalo  luogotenente 
generale  della  cavalleria  di  tutte  le  nazioni,  ma 
nel  i582  nato  dissapore  cogli  spagnuoli  che  non 
volevano  soggiacere  ad  un  italiano,  rinunzio  al 
posto  che  copriva.  Fu  eletto  dai  veneziani  capi- 
tano generale  delle  loro  fanterìe,  coli*  ispezione 
«li  tutte  lo  fortezze  si  in  Levante  che  in  terra  fer- 
mi. Il  granduca  Ferdinando  I  gli  donò  in  feudo 


020  B    O    U. 

Pian  Castagnaio  nel  1601  ,  ove  egli  eresse  un 
magnifico  palazzo  con  ameni  giardini ,  ricchi  di 
statue  e  di  ornamenti.  Morì  in  Padova  nel  1614. 
L-t.  '  Ep.  vi. 

Bourbon  del  Monte  Francesco  nacque  nel 
1559.  A  ao  anni  ricevette  il  comando  di  3oo  fanti 
da  Gregorio  XIII,  e  fu  spedito  in  Avignone  con- 
tro gli  Ugonotti.  Andò  nel  i58a  alla  guerra  delle 
Fiandre  ove  stette  io  anni  a  combattere,  coman- 
dando una  compagnia  di  100  lance  cedutagli  dal 
fratello  Giambattista.  Dopo  essersi  segnalato  in 
quella  guerra  piena  di  fatti,  prese  servizio  presso 
il  granduca  di  Toscana,  che  nel  1594  lo  spedì  in. 
soccorso  dell'arciduca  Mattias  contro  i  turchi.  Si 
fece  nome  distinto  a  Gavarrino  e  fu  eletto  del 
consiglio  di  guerra.  Fu  pure  adoprato  in  diverse 
ambascerìe  a  Clemente  Vili  e  Paolo  Y,  e  fu  an- 
che generale  di  fanterìa  in  Toscana.  Morì  in  Pian 
Castagnaio  nel  itìaa.  L-t.  vi. 

Bourbon  del  Monte  Giambattista  Filippo  na- 
to nel  aprile  1707  studiò  in  Pisa,ed  era  destinato 
alla  prelatura,  ma  volle  andare  in  vece  ai  servigi 
della  casa  d'Austria.Nel  17^0  fu  fatto  cornetta  in 
un  reggimento  di  corazze,  e  diventò  capitano  nel 
1733.  Impiegato  nelle  guerre  d'Italia  si  ritrovò  nel 
1734  alla  battaglia  di  Parma,  e  rimase  ferito  al 
passaggio  della  Secchia.  Ritornato  in  Toscana  fu 
nominato  colonnello  del  reggimento  di  corazze, 
e  comandante  la  cavallerìa  del  granducato:  fu  pu- 
re eletto  cavaliere  di  santo  Stefano,  presidente 
delle  milizie  toscane,  governatore  della  Lunigia- 
na,  governatore  civile  e  militare  della  città,porto 


B    R    A.  02,1 

e  giurisdizione  di  Livorno,  ove  prese  a  cuore  le 
pubbliche  scuole  per  l'educazione  delle  fanciulle, 
che  in  gran  parte  debbono  a  lui  la  slabilità  di  queU 
la  istituzione.  Nel  1767  fu  eletto  tenente  genera- 
Je,  e  consigliere  di  stato  e  di  guerra,  e  per  dritto 
di  etàdivenuto  reggente  del  marchesato  delIVIon- 
te  santa  Diaria.  Morì  in  Livorno  nel  1780  nella 
carica  di  tenente  maresciallo,e  fu  lodalissimo  per 
la  sua  esemplare  pietà.  Z-A  Ep.  ti,  vii. 

Bracali  Giulia  pistoiese  illustre  poetessa  le 
cui  „  Rime  „  leggonsi  raccolte  da  Lodovico  Do» 
menichi  insieme  con  quelle  della  celebre  poetessa 
Cornelia  Brazzini.  Fiorì  dopo  V  anno  1539.  F-r. 

v,  vi. 

Bracci  Agostino  antiquario,  fiorentino  di  pri- 
mo ordine,  nacque  in  Firenze  nel  1717.  Sarebbe 
egli  più  celebre  di  quello  che  non  è,  se  avesse 
sapulo  condonare  a  Giovanni  Winkelmann  alcu- 
ne equivoche  espressioni  cadutegli  dalla  penna 
contro  di  lui.  Pubblicò  la  „  Descrizione  di  un  Cli- 
peo votivo  spettante  alla  famiglia  Aldaburia,  tro- 
vatone! 1769  presso  Orbetello, Lucca  1771  „-„Me- 
morie  degli  antichi  incisori  che  scolpirono  i  loro 
nomi  in  gemme  e  cammei  ec, Firenze  1784  „.  Si 
accingeva  egli  a  scrivere  opere  gigantesche,  come 
dice  il  ÌVIazzucchelli,  ma  senza  dare  alla  luce  al- 
cun' altra  di  esse  si  lasciò  sorprendere  dalla 
età  senile,  e  cessò  di  vivere  d'anni  76  nel  1793. 
Fu  egli  ascritto  alla  società  reale  antiquaria  di 
Londra,  e  ad  altre  accademie  e  letterari  consessi, 
e  furono  coniate  in  suo  onore  tre  medaglie.  T-p 

tip,  vi,  vii, 


oli  b   a  a. 

Buacci  Rinaldo  Marìa^  letterato,  nacque  in 
Firenze  nel  1710  ed  abbracciò  la  vita  ecclesia- 
stica. Ebbe  delle  dispule  col  canonico  Anton  Ma- 
ria Biscioni  per  questioni  letterarie  .  In  un  opu- 
scolo dal  Biscioni  pubblicato  col  titolo  di  Parere 
sopra  la  seconda  edizione  dei  Canti  carnasciale- 
schi, è  trattato  il  Bracci  di  presuntuoso,  ignorante 
e  calunniatore*  ma  questi  rese  al  Biscioni  pan  per 
focaccia  nella  risposta  intitolataci  primi  due  dia- 
loghi di  Decio  Laberio  in  risposta  e  confutazione, 
Lugano  1750,,.  Sì  fatale  alla  quiete  dell'autore  riu- 
scì questa  mordace  risposta,  che  si  trovò  costret- 
to ad  abbandonare  la  patria,  e  vivere  ramingo, 
ora  in  Modena,  01  a  in  Roma*,  né  tornò  in  Firenze 
che  per  morirvi  di  crepacuore  nell'aprile  del  1757. 
É  stato  benemerito  il  Bracci  della  pubblicazione 
delle  novelle  di  Giovanni  fiorentino  fatta  colla 
data  di  Milano  i554«  In  Lucca  De*  '74°  s*  pub- 
blicarono poi  postume  le  sue  inedite  note  alle 
satire  di  Benedetto  Menzini  nella  edizione  di  Na- 
poli 1765,  e  scrive  il  Mazzucchelli  cbe  lavorò  an- 
che intorno  alle  novelle  di  Franco  Sacchetti  il- 
lustrando le  persone  in  esse  nominate.  Del  suo 
valore  in  questo  genere  di  erudizione  avea  dato* 
prova  nell'assistenza  prestata  a  Domenico  Maria 
Manni  per  la  compilazione  della  sua  storia  del 
Decamerone  impressa  in  Firenze  nel  174^.    T-p. 

Ep.  vi,  vu. 

Bracci  Alessandro  fu  poeta  e  nelle  tre  lingue 
erudito*,  segretario  della  repubblica  fiorentina  5 
amico  di  Marsilio  Ficino.  Tradusse  dal  greco  Ap- 
piano Alessandrino,Roma  i5oa5Firenze  i538,Ve- 


B    R    A.  3:*3 

nezia  ^  563,  cioè  dopo  la  sua  morte.  Tradusse  dal 
latino  la  storia  di  Lucrezia  e  d'Eurialo  scritta  da 
Enea  Silvio  Piccolomini,  poi  papa  ec,  nella  qua- 
le v'è  di  suo  il  „  Proemio  „,  Fir.  i499-  Fiorì  nel 
1490.  Era  parente  del  Fiorenzuola.  11  Ficino  gli 
scrisse  "alcune  lettere,  ed  in  alcune  lo  nomina 
come  fa  il  Mini,  nei  Discorsi  della  nobiltà  di  Fi- 
renze. Morì  in  Roma.  B-s.  Ep.  v. 
Bracciolini  Poggio,  detto  anche  Poggio  fio- 
/'ercft'/zo.pei'cbè  nato  a  Terranuova  nel  contado  «I  i 
Arezzo,  fu  poi  ascritto  alla  cittadinanza  fioren- 
tina .  Scrisse  con  somma  dol trina  ed  eleganza 
una  quantità  d'opere  di  vario  genere.  Fu  di  som- 
ma utilità  alle  lettere  per  le  sue  ricerche  e  ritro- 
vamenti di  molti  scritti  di  antichi  autori.  Nato 
nel  i38o  si  portò  a  Firenze  nell'età  di  18  anni  e 
vi  studio  la  lingua  latina,  greca  ed  ebraica,  senza 
trascurar  lo  studio  della  italiana.  Portatosi  a  Ro- 
ma fu  fatto  scrittore  delle  lettere  apostoliche.  Fu 
spedito  al  concilio  di  Costanza  nel  i4»4n  e  di  la 
passò  in  Inghilterra  ed  altrove  forse  in  compa- 
gnia di  qualche  cardinale  ,  Tornato  a  R  orna  si 
ammogliò  nel  i435  con  la  fanciulla  Vaggia  Bon- 
delmonti,  e  n'ebbe  cinque  maschi  ed  una  fem- 
mina, e  prosegui  ad  essere  segretario  di  cinque 
pontefici.  Morto  Carlo  aretino  cancelliere  e  se- 
gretario della  repubblica  fiorentina  ne  fu  occupato 
il  post*  dal  Poggio  benché  vecchio.  Nel  14^5  fu 
ancora  del  supremo  magistrato  dei  priori  di  li- 
lx'ita.  e  colino  di  gloria  uscì  di  vita  nell'ottobre 
del  1459  e  sepolto  nella  chiesa  di  s.  Croce.  Fu 
moralmente  assai  virtuoso,  come  rilevasi  dotte 


* 


32/f  B    R    A. 

sue  lettere.  La  vita  campestre  lo  dilettava  mol- 
tissimo, ma  ovunque  si  trovasse  non  l'abbando- 
nava l'amore  dello  studio.  Oscuran  peraltro  i  mo- 
rali suoi  pregi  l'aver  lasciata  un'opera  intitolata 
„  Facezie  „  e  l'essersi  nei  suoi  scritti  troppo  fie- 
ramente riscaldato  contro  alcuni  suoi  nemici. 
Quella  è  peraltro  piuttosto  una  raccolta  di  motti 
pronunziali  da  diversi  nel  brio  della  conversazio- 
ne, che  un  complesso  di  cose  dette  e  pensate  in 
calma  dal  Poggio,  ed  è  probabile  che  quanto  v*è 
di  licenzioso,  vi  sia  stato  inserito  da  chi  cerca 
un  infame  guadagno  con  offendere  la  verecondia 
eia  probità,  contenti  di  piacer  solo  ai  malvagi  ed 
ai  libertini.  Le  cinque  declamazioni  che  scrisse  il 
Bracciolini  se  le  trasse  addosso  il  Valla  per  aver 
censurato  con  odio  grammaticale  un  volume  di 
sue  lettere.  Era  pertanto  ancora  unreslodi  bar- 
barie l'impolitezza  colla  quale  i  letterali  di  quei 
tempi  si  trattavano  scambievolmente.  E.  d,  u.  i. 

Ep.  v. 
Bracciolini  Poggio  Iacopo.,  figlio  di  Poggio 
fiorentino  d'ugual  cognome  ed  erede  del  di  lui 
talento,  lece  un'infelice  fine,  essendo  stato  appic- 
cato in  Firenze  nell'anno  ì^yS  come  reo  d'esse- 
re stato  a  parte  nella  congiura  de'Pazzi.Si  hanno 
di  lui,  la  Versione  italiana  della  storia  fiorentina 
lasciata  in  latino  da  suo  padre.  La  vita  di  Giro 
che  il  suo  genitore  avea  posta  in  latino  Firenze 
;5i  1: ;  „  Alcune  vite  d'  imperatori  romani  „*,  un 
„  Commentario  sul  trionfo  della  fama  del  Petrar- 
ca „„  La  vita  di  Filippo  Scolano»  ed  alcuni  al- 
tri opuscoli.  D.  s.  v. 


* 


b  a  a.  3a5 

Bracciolini  delle  Api  Francesco  nato  in  Pi- 
stoia nel  i5fi6,  abbracciò  di  ^o  anni  Io  stato  ec- 
clesiastico. Fu  al  servizio  del  cardinale,  poi  papa, 
Barberini  e  del  di  lui  fratello.  Morto  il  pontefice 
tornò  iu  patria  dove  nel  1645  nell'età  d'anni  80 
chiuse  i  suoi  giorni.  Lasciò  egli  al  pubblico  diver- 
se poesie,  che  tutte  per  qualche  distinta  parlicola- 
ri'.à  meritano  d'essere  annoverate. „  Lo  scherno 
degli  Dei  „  poema  piacevole  stampalo  insieme  col- 
la „  Fillide  civellina„e  col„Batino  „  dello  stesso 
autore, Firenze  16  18,  162,5.  In  questo  poema  eroi- 
co-comico  che  ha  dell'originale  si  pongono  inge- 
gnosamente in  ridicolo  le  divinità  del  paganesimo. 
Il  merito  si  giudica  molto  inferiore  a  quel  della 
Secchia  rapita  del  Tassoni.  „  L'elezione  di  Urbano 
Vili  poema  in  2.3  canti  „  di  cui  il  pontefice  fu  si 
pago  che  volle  ricompensare  il  poeta,  conceden- 
dogli d'inserire  nelle  sue  armi  gentilizie  le  Ire  api 
dei  Barberini,  e  di  prender  da  esse  il  sopranno- 
me,col  quale  di  fatti  si  nomina} tenue  premio,  ma 
forse  adattato  al  merito  del  poeta.  „  La  croce  ria- 
cquistata poema  eroico  iti  i5  libri,  Venezia  16  it 
e  1614  ,*,  a  cui  da  alcuni  si  da  il  terzo  luogo  ira  t 
poemi  italiani, vale  a  dire  il  primo  dopo  l'Ariosto  e 
il  Tasso,  benché  per  altro  il  Bracciolini  stia  molti 
passi  più  addietro  a  quei  due  luminari.,,  L'amoroso 
sdegno,  Venezia  1^97, 1601  „  favola  pastorale  che 
viene  annoverata  Ira  le  migliori  che  si  vedessero 
iu  quella  eia.  Scrisse  inclusive  alcune  tragedie, 
tra  le  quali  „  L'  Evandro.  Firenze  16 13  „  e  varie 
„  Posie  liriche  e  bernesche  „  nelle  quali  però  fu 
meli  felice  che  negli  altri  componimenti,  e  non 
Si.   Tose.   Tom.   12.  31 


3a6  b  r  a. 

poco  risentono  dei  difetti  di  quel  secolo.  La  na- 
tura Io  aveva  dotato  di  una  piacevolezza  di  ta- 
lento singolarissima.  Amava  il  divertimento  pur- 
ché non  importasse  dispendio,  menlr'era  tenacis- 
simo del  denaro.  Passava  molte  ore  del  giorno 
sulla  bottega  «Timo  spezziate,  ove  colle  sue  lepi- 
dezze adescava  i  suoi  concittadini,  che  gli  faceari 
sempre  numerosa  corona.  B.  u.  Ep.  vi. 

Braccioli  da  Stia  trovossi  nel  i5$7  col  capi- 
tano Niccolò  Strozzi  ali''  assedio  del  castello  di 
Seslino,  dove  si  condusse  da  valoroso,  come  Io 
Ammirato  ci  attesta.  Durò  più  di  due  ore  la  bat- 
taglia, e  già  di  fuori  era  caduto  morto  lo  Strozzi. 
Il  Bracciola  da  Stia  con  altri  sei  più  valorosi  vi 
era  stalo  ferito.  C.  /.  e.  v. 

Brami  Luigi  nacque  in  Santa  Sofia,  e  fu  con- 
dotto da  fanciullo  in  Bibbiena  presso  alcuni  suoi 
parenti,  ove  ebbe  i  rudimenti  del  latino  tino 
alla  retlorica.  Di  sedici  anni  passò  a  Città  di  Ca- 
stello per  avanzarsi  negli  studi.  Indi  fu  chiamato 
rettore  in  quel  collegio  e  seminario}  e  quantun- 
que da  monsignor  Spiiidione  Berioli  arcivescovo 
di  Urbino  fosse  invitato,  e  da  altri,  si  rimase  ret- 
tore. Dopo  tante  sue  fatiche  scolastiche  durate 
22.  anni, passò  a  Panicale,  dove  fu  paroco  ed  arci- 
prete circa  9  anni.  Ito  a  Roma  ebbe  speranza  di 
premi,  ma  i  frutti  non  rispondendo  ai  fiori,  gli 
bisognò  contentarsi  di  venire  a  Chiusi  arciprete 
di  quella  cattedrale.  Quivi  morì  nel  novembre  del 
1 817.  L'accademia  di  Città  di  Castello  celebrò  nel 
tSiS  un  accademia  di  poesia  e  di  musica  a  suo 
onore ,  e  fece  porre  nella   sala   accademica    un 


ERA.  32,7 

cenolafio  con  iscrizioni  latine,  dove  olire  il  valore 
del  Brami,  non  solo  nell'italiana,  ma  eziandio  nel- 
la lingua  latina,  si  tocca  la  larghezza  di  lui  verso 
i  poveri  ,  si  commendano  ancora  ,  fra  le  altre 
sue  cose,  non  so  che  inni  elegantemente  da  lui 
dettati.  T-p.  Ep.  vii. 

Brancazi  Panfilo  montepulcianese,  eccellente 
nella  scienza  dei  numeri.  Dopo  avere  in  patria 
coperti  vari  impieghi  si  trasferì  in  Venezia,  ove 
aprì   una  scuola   assai   accreditata.  Costà   aven- 
do inventato  di  stampare  i  camhi,  ottenne  privi- 
legio per  sé  e  suoi  discendenti  in  perpetuo.  P-r.  v. 
Brandito.    Ved.  Carosi  da  Petroio. 
Brandolim  /Jo^ae/Zo  fiorenti  no,  fu  famoso  nel- 
l'arte oratoria,  istorica  e  poetica,  a  talché  chiamato 
in  presenza  del  re  Ferdinando  II  di  Napoli  nel  142.5 
fece  un  bellissimo  panegirico  in  sua  lode,  e  dopo 
lo  rivolse  in  versi,  sehben  fosse  cieco  dalla  sua 
natività,  onde  il  re  gridò  Magnus  orator,  sum- 
mus  poeta.  B.  u.  v. 

Brvndoliju  Aurelio  detto  Lippo  per  essere 
slato  fino  dalla  sua  natività  quasi  cieco.  Dopo 
avere  in  Firenze  sua  patria  letto  le  umane  lettere 
passò  ad  insegnarle  in  Buda  e  a  Stringonia  chia- 
matovi dal  re  Mnttia,dopo  la  morte  del  quale  tor- 
nato in  Firenze  vestissi  agostiniano  in  s.  Spirito. 
Mori  nel  i4o0  'n  R°ma«  Abbiamo  di  lui  molte 
opere,  delle  quali  son  da  vedere  le  Dissertazioni 
Vossiane  del  Zeno  Tom.  a.  D.  u.  v. 

Bresciym  Benedetto  nacque  in  Firenze  Pan- 
no i658,e  fu  ammaestrato  nelle  lettere  greche  e 
latine.  Si  dilettò  anche  della  poesia,  ma  il  prima- 


32  S  BRI. 

rio  suo  studio  furono  le  matematiche,  neNe  qua- 
li divenne  eccellente*  imparò  pure  la  musica,  la* 
medicina  e  Panatomi  a,  ed  ascritto  nelP  accade- 
mia della  Crusca,  onde  dar  compimento  al  vo- 
cabolario, visi  adoprò  con  molto  studio  e<l  osser- 
vazioni. Fu  presidente  delP  accademia  degli  Apa- 
tisti.ed  in  ambedue  recitò  erudite  dissertazioni.Fu 
precettore  di  Gio.  Gastone,  col  quale  viaggiò  in 
Germania,  dove  lungamente  si  trattenne  e  s'insi- 
nuò nella  grazia  ed  amicizia  dei  principi  ed  uo- 
mini dolti  .  Dalla  Germania,  ove  acquistata  ave- 
va notizia  di  molte  lingue,  si  restituì  col  suo  prin- 
cipe in  Firenze,  ed  essendo  in  quel  tempo  morto 
Antonio  Magliabechi,  fu  creato  bibliotecario  del- 
la Bib.  Palatina.  Fu  egli  familiare  degli  uomini  i 
più  dotti  del  suo  secolo,  e  dagli  amici  per  i  suoi 
meriti  fu  decorato  ài  una  medaglia  di  bronzo. 
Morì  Tanno  ijfio.edebbe  sepoltura  in  san  Fredia- 
no. Lasciò  MS.  molte  opere,  che  non  hanno  mai 
goduto  il  vantaggio  della  stampa.  L*m.  Ep.  vk 
Brigantini  Fra  Girolamo,  o  secondo  altri 
Giuliano  da  Colle,  eremitano  debordine  di  ^Ago- 
stino uomo  per  la  sottigliezza  d'ingegno  e  per  la 
perizia  delta  scienza  assai  cospicuo  nella  sua  reli- 
gione. Compito  il  consueto  corso  degli  studi  fu 
fatto  reggente  dello  studio  di  Pisa, e  quindi  di 
Rimini,  di  Perugia,  di  Firenze  e  sue  cessi  va  niente 
di  Bologna  e  di  Padova.  Si  acquistò  somma  cre- 
dilo di  eccellente  predicatore  nei  primi  pulpiti  di 
Italia,  e  predicando  in  Venezia, quei  senatori  con 
pubblico  decreto,  gli  fecero  un  donativo  di  5o  me- 
daglie d'oro  colPimpronta  della  di  lui  effigie-  e 


B    R    O.  0*19 

stemma  gentilizio.  Mentre  era  reggente  di  Pado- 
Ta  corresse  e  pubblicò  colle  stampe  "UEorameron 
di  Egidio  Colonna. poi  cardinale  chiamato  il  dot- 
t  or  e  fondati  ss  imo  dell'ordine  agostiniano,  della 
quaTopera  per  la  lunghezza  del  tempo,  (  essendo 
vissuto  il  detto  Egidio  nel  secolo  XIII)  se  n'era 
quasi  perduta  la  memoria.  Pubblicò  del  pari  un 
Trattato  „  De  ce rtit udine  gratiae  Dei,  et  sa- 
lutis  nostrae  „  nel  quale  con  sottigliezza  GIoso- 
fica  avendo  discussa  la  materia. non  potette  scan- 
sare la  condanna  e  proibizione  di  farne  lettura, e  fu 
inserito  nell'indice  dei  libri  proscritti  dal  sacro 
concilio  di  Trento^  di  poi  pubblicato  con  bolla  di 
Pio  IV  nel  24  manco  i56/{.  Chiamato  da  Padova 
a  Roma  dai  suoi  superiori, mai  volle  né  emendare, 
né  rittrattare  tal'opera,  e  ristretto  nelle  carceri 
dell' inquisizione  verso  il  i55i  viveva  in  quelle 
custodito.  Ep.  v,  vi. 

Brocchi  Giuseppe  Maria,  nato  in  Firenze 
nell'  anno  1687,  fu  ecclesiastico  ed  ottenne  nel 
1716  il  primato  di  santa  Maria  degli  Olmi  presso 
Borgo  s.  Lorenzo.  Fu  nel  172^  rettore  del  semi- 
nario. Era  protonotario  apostolico,  e  membro  del- 
la società  Colombaria.  Morì  nel  giugno  del  hjSi. 
Abbiamo  di  lui  molte  opere  conformi  al  suo  stato 
in  latino  „  Principii  generali  di  teologia  morale  ,,5 
un  „  Trattato  sulla  occasione  prossima  del  pecca- 
to, sulle  recidive  in  italiano  „.  „  Le  costituzioni  del 
seminario  fiorentino  „,  ed  un  rilevante  numero  di 
„  Vite  di  santi  ,v  Esiste  altresì  un'opera  che  può  es- 
ser utile  per  la  storia  e  la  topografìa  d'una  pro- 
vincia della  Toscana:  ella  è  intitolata  ,,  Descrizio- 


33o  b  ti  o. 

ne  della  provincia  del  Mugello  conia  carta  to- 
pografica del  medesimo,aggiuntavi  un'antica  cro- 
nica della  nobile  famiglia  da  Lutiano  illustrata 
con  annotazioni,  Firenze  1748  n.  Ld  famiglia  dei 
Lutiani,  uno  dei  rami  dello  stipite  degli  antichi 
TJbaldini  di  Firenze  erasi  spenta  allora^  Pultima 
erede  di  tal  nome  aveva  legato  al  Brocchi  per  te- 
stamento nel  1726  il  palazzo  di  Lutiano,  antica 
abitazione  di  quella  famiglia,  e  situata  nel  mezzo 
della  provincia  del  Mugello:  da  ciò  proviene  la  sua 
parzialità  per  tal  provincia, e  per  una  famiglia  che 
vi  aveva  fiorilo  altre  volte.  La  cronaca  che  segue 
la  descrizione  della  provincia  fu  cominciata  nel 
i366  da  un  Lorenzo  da  Lutiano  che  morì  nel  1408 
in  età  di  93  anni, e  la  continuò  fino  alla  di  lui  mor- 
te. Ella  contiene  molti  fai  ti  particolari  ad  esso  ed 
alla  sua  famiglia,  ma  anche  molt'altri  che  posson 
servire  per  la  storia  della  provincia.il  Brocchi  vi 
aggiunse  „  Spiegazioni  e  note  „.  B.  u.  Ep.  vi. 
Bronzino  Angiolo  nato  in  Firenze  nel  i5io 
dipinse  in  principio  alla  Certosa,lavorando  a  buon 
fresco,  e  eli  là  passò  a  fare  altre  opere  per  le  chie- 
se e  case  di  Firenze,  e  specialmente  nei  conventi. 
Sentita  inalzare  la  di  lui  abilità  Guidobaldoduca 
d'Urbino  lo  inviò  a  Pesaro  a  dipingere  per  suo 
conto,  e  intanto  fece  i  ritratti  del  duca  e  della 
figlia.  Il  Poutorrao  lo  richiamò  a  Firenze  perchè 
gli  fosse  d'aiuto  nei  molti  lavori  che  avea  fra  ma- 
no. Molto  dipinse  nella  circostanza  delle  nozze 
di  Cosimo  I  con  Eleonora  di  Toledo,  e  molto  an- 
cora per  ornare  il  palazzo  Vecchio.  Portatosi  in 
queste  opere  da  valentissimo  professore  gli  ordì- 


B    R    o.  33 1 

nò  Cosimo  che  proseguisse  perla  sala  deMugento 
i  cartoni  degli  arazzi  di  seta  e  d'oro,  due  de1quali 
avean  fatti  il  Pontormo  ed  uno  il  Salviati,  ed  egli 
ne  disegnò  altri  quattordici,  con  somma  perfezio- 
ne e  buon  gusto,  servendosi  nelTeseguire  la  mag- 
gior parte  di  essi  di  Raffaello  del  Colle  che  si  fe- 
ce in  ciò  grande  onore.  Più  chiara  fama  si  acqui- 
stò Bronzino  nella  famosa  tavola,  dov'è  Cristo  di- 
sceso al  Limbo  per  liberarne  i  santi  padri:  tavola 
situata  per  lo  innanzi  in  santa  Croce,  ora  nella  R. 
Galleria  di  Firenze.  Moltissimi  furono  i  quadri  che 
dipinse  d^ogni  grandezza,  e  spesso  v*  introduceva 
de'ritratli  di  persone  viventi  al  suo  tempo.  Altri 
molti  ritratti  fece  in  quadretti  isolati,  e  in  pic- 
cola dimenzi  me,  fra  i  quali  vi  son  quei  di  tutta 
la  famiglia  "Vledici.  Portatosi  egli  anche  a  Pisa  fece 
la  pure  alcuni  ritratti  ordinatigli  dal  duca  e  da 
diversi  particolari,  pei  quali  eseguì  pure  tavole 
ila  altare.  Anche  pel  duca  Cosimo  fece  in  Pisa 
due  tavole  da  altare:  né  debbonsi  passare  sotto 
silenzio  due  bellissime  veneri  con  cupido  che  le 
bacia:  una  dipinta  per  Alamanno  Salviati,  l'altra 
pel  «luca  Cosimo.  Non  terminerebbe  sì  presto  il 
nostro  discorso,  qualora  volessimo  rammentare 
1  quadri  e  ritratti  che  vedonsi  di  sua  mano,  e  qui 
in  Firenze  e  altrove.  La  esattezza  e  bontà  del  di- 
segno, la  vivace  armonia  del  colorilo,  la  copiosa 
facilità  nelTinventare,  la  diligenza  infinita,  la  per- 
fetta intcl!igeri/.a  nel  chiaroscuro,  col  quale  dava 
rilievo  di  grande  alle  sue  ligure,  la  grazia  (fella 
mnw.  li  som  ma  [  ni/.ia  nel  formare  i  nudi,  sono 
i  principali  caratteri  della  grandiosa  maniera  del 


33a  b  r  o. 

nostro  pillor  fiorentino,  che  però  le  opere  di  lui 
fanno  luminosa  comparsa,  quando  anche  pongansi 
in  paragone  colle  più  perfette  degli  artetici  prin- 
cipali. Compose  „  Rime  eroiche  „,  e  talvolta  ber- 
nesche. Fiorì  nel  i5?o.  S.  d?u.  i.  Ep.  v,  vi. 

Bronzino  Alessandro.  Fedi  Allori  Alessan- 
dro. 

Bronzino  Cristofano.  Fedi  Allori  Cristo/a- 
no. 

Brucioli  Antonio  ,  dotto  nelle  lingue  e  di 
grande  ingegno,  ma  con  poco  senno,  mischiò  nelle 
sue  opere  le  cose  sacre  colle  profane,  per  cui  fu- 
ron  dal  concilio  di  Trento  condannate.  Visse  cir- 
ca il  i55o,e  dal  tribunale  della  santa  inquisizione 
punito,ed  il  suo  cadavere  arso  pubblicamente.  Di 
esso  vi  son  più  libri  di  dialoghi  filosofici  e  teo- 
logici stampati  inVenezia  e  sono  „  Della  naturale 
filosofia  umana,Venezia  i538„.„  Dialoghi  teologici 
in  num.  di  20, Venezia  i52o/,  „  Di  filosofia  naturale 
in  num.  di  25.  „  „  Dialoghi  della  metafisicale  filo- 
sofia,  Venezia  i54J>  „}„  Dialoghi  faceti,  i53o  „. 
Fece  una  traduzione  della  Sfera  del  sacro  bosco, 
Venezia  i^Z  .  Leggesi  di  suo  una  „  Lettera  M 
nelle  prediche  del  Savonarola  tradotta  dal  Gian- 
notti,  Venezia  ib^\.  „  Annotazioni  sopra  i  pro- 
verbi di  Salomone,  Venezia  i533  „,  „  Otto  dia- 
loghi dell'  ufizio  di  un  capitano  capo  di  eser- 
cito „,  tradotti  in  francese  dal  Poitiers  i55i. 
„  Del  governo  dell'ottimo  principe  e  capitano  di 
esercito  ,„  in  lingua  latina.  „  Nuovo  commento  in 
tutte  le  celesti  e  divine  lettere  di  s.  Paolo  ch'è  il 
tomo  6  dei  libri  della   vecchia  e  nuova  Scrittura, 


Venezia  i524w  Commentò  la  maggior  parte  della 
sacra  Scrittura  in  lingua  toscana, Venezia  i544  »• 
Molte  altre  opere  manoscritte  si  notano  a  noi] 
non  pervenute:  tradusse  Cicerone  ed  altri  clas- 
sici latini  e  greci.  Commentò  il  Boccaccio  nelle 
novelle:  molto  scrisse  e  tradusse  della  Bibbia  con 
suoi  commenti.  Da  varie  sue  opere  deducono  che 
egli  vivesse  con  sentimenti  d'ottimo  cattolico,ma 
in  miserabile  stato,  di  maniera  che  la  povertà  gli 
impediva  i  suoi  sludi,  ma  poi  ebbe  soccorso  dalla 
magnanimità  di  Alfonso.  B-s.  Ep.  v,  vi. 

Brunacci  Vincenzo  nacque  in  Firenze  nel 
1762.  Apprese  le  belle  lettere  e  filosofia  in  patria, 
ed  in  principio  del  secolo  XIX  venne  a  professa-  j 
re  le  maltematiche  nella  università  di  Pavia.  Pub- 
blicò nel  1806  gli  «Elementi  d'algebra  e  di  geome- 
tria „.  che  furono  ristampati  la  seconda  volta  uel 
1809.  Eransi  dimenticati  ormai  quei  della  illustre 
Gaetana  Agnesi,  ed  ancora  non  erano  conosciuti 
quei  della  di  La-Caille,  di  cui  quei  del  Brunacci 
erano  una  semplice  traduzione. Ogni  restante  di 
quanto  fece  il  Brunacci ,  essendo  eseguito  al 
di  là  della  nostra  uliiuia  epoca  ed  in  paese  stra- 
niero, così  ci  rispaunieremo  di  ragionarne.  C-r. 

vir. 
Brukellesciii  Filippo  fiorentino,  sebben  dal- 
la natura  portasse  mostruosità  di  corpo,  Io  dotò 
per  altro  di  tanta  eccellenza  di  spirito  che  fu  va- 
levole a  far  risorgere  ii  disegno,  la  prospettiva, 
la  geometria,  la  scultura  e  l'architettura  da  gran 
tempo  nella  sua  città  sepolte.  Con  grillo  univer- 
sale esercitò  Farle  del  gioielliere  e  dell'orologiaio^ 
Si.  Tose.  Tom.  12.  32 


334  B  n  L* 

poi  unito  con  Donatello  alla  scultura  ,  andò  a 
Roma  dove  studiò  assai  su  quegli  antichi  mar- 
mi.  Ritornato  alla  patria,  mai  più  dagli  anti- 
chi uomini  in  qua  fu  veduto  uomo  di  maggior 
pratica  di  questo  nei  disegni  dei  palagi,  nei  tem- 
pli, nelle  torri,  nei  monasteri,  nelle  fortezze, 
nelle  macchine  e  negli  argini  dei  fiumi.  La  sola 
cupola  di  Firenze  dà  prova  bastante  di  quanto  fos- 
se abile  .nell'arie  edificatoria.  A.  tante  scienze  unì 
l'amorevolezza  con  gli  scolari,  la  familiarità  con 
lutti,  e  la  carità  verso  i  poverelli,  i  quali  amara- 
mente lo  piansero  Fanno  i44^  quando  compiuti 
i  69  anni  cessò  di  vivere.  F-s.  Ep.  v. 

Brunelli  Girolamo  gesuita,  nato  a  Siena  nel 
j55o,  insegnò  nel  collegio  romano  le  lingue  gle- 
na ed  ebraica,  e  vi  tradusse  in  latino  tre  omelie 
di  s.  Gio.  Grisostomo,che  si  trovano  nel  tomo  VI 
dell'edizione  d'Anversa  1614.  Ha  lasciato  altre- 
sì una  edizione  greca  degl'inni  di  Sinesio,  Roma 
1609  »•'  Morì  nel  febbraio  del  161 3.  B.  u.  vi. 

Rruselli  Santi  pistoiese,  scolare  di  Giovan- 
noneZeti,  scolpì  molti  bei  crocifissi  in  avorio  e  le- 
gno che  trovanti  nelle  case  pistoiesi.  Raccontano 
che  un  tal  Iacopo  Sozzi  di  Pupilio,  viperaio,  aven- 
dogli richiesto  un  crocifisso  in  avorio,  egli  Io  la- 
vorò con  tal  maestrìa,  che  fu  consigliato  da  molti, 
ed  anche  ragguardevoli  personaggi,  di  regalarlo  al 
Granduca  di  Toscana,  e  intagliarne  un  secondo 
per  Iacopo.  Fattone  questi  consapevole,  ricorse 
al  Granduca  per  ottenere  il  crocifisso,  dicendo, 
che  il  Brunetti  l'aveva  lavorato  di  sua  commis- 
sione e  per  suo  conto.  Il  Granduca  ordinò  la  re- 


.  B  R  u.  &35 

stituzione,  ma  divulgatosi  il  fatto  per  la  corte,  lo 
scultore  ne  concepì  tal  dispiacere,  che  per  qual- 
che tempo  divenne  quasi  meleusQ.  Scolpì  anche 
in  marmo,  come  si  vede  nei  due  busti  dei  Forte- 
guerri  nella  chiesa  del  Letto.  Fu  detto  il  poetino 
forse  per  l'estro  poetico  di  cui  fu  dotato  dalla  na- 
tura .  Morì  circa  il  1670.  Ep*  vi. 

Brunetti  Orazio  di  Siena  intagliò  a  bulino 
dal  Poraerancio  un  frontespizio^dove  sono  alquan- 
ti putti  che  tengono  in  mano  uno  svolazzo  ov'  è 
scritto  Regiis  Anglieae  -Ducibus  Vithyrambus^ 
con  sotto  Parme  del  cardiual  Bandirli  decorata  di 
putti.  Da  Francesco  Rustici  detto  il  Rustichino 
incise  una  santa  Agnese.  Un  s.  Sebastiano  a  cui 
alcune  femmine  tolgono  le  frecce.  Incise  pure  uno 
scudo  per  tesi  ove  con  varie  allegorie  rappresen- 
tò Tarme  della  famiglia  Borghesi}  e  con  altro  scu- 
do per  tesi  mostrò  allegoricamente  Tarme  della 
R.  .casa  Medici.  Intagliò  il  Figliol  Prodigo  allorché 
ridotto  mendico  da  un  pastore  è  dichiarato  guar- 
diano de^suoi  porci}  così  molte  altre  lodevoli  rap- 
presentanze, fra  le  quali  alcuni  paesaggi.  G.  g. 

vi. 

Bnr-M  Leonardo  aretino  oscuramente  nato 
nel  1369.  Nella  sua  adolescenza,  quando  i  fran- 
cesi presero  Arezzo,  fu  tratto  in  prigione,  ove  per 
caso  veduto  il  ritratto  del  Petrarca  si  pose  in  ani- 
mo d'imitarlo.  Passò  poi  a  Firenze  a  studiar  la- 
lino  e  greco,  ai  quali  studi  ferventemente  si  af- 
fé  zio  nò.  Di  la  trasferissi  a  Roma  dove  cercar  for- 
tuna, e  fu  dal  papa  impiegato  per  suo  segretaria 
Nei  torbidi  popolari  che    infestavano   Roma  in 


336  b  r  u. 

que'tempi  a  stento  potette  esserne  salvo,  e  di- 
venne quindi  compagno  del  papa  nella  precipitosa 
fuga  a  Viterbo,e  di  là  fu  spedito  a  cercar  soccorsi 
a  favore  del  pontefice.  Pianse  la  morte  di  Coluc- 
ciò  Salutati  che  gli  era  stato  maestro  e  protettore. 
3\Iorto  Innocenzo  VII  se  ne  servì  nello   stesso 
uffizio  Gregorio  XII,  Alessandro  V,  e  Giovanni 
XXII,  e  con  quest'ultimo  fu  nel  i4»4  a^  concilio 
di    Costanza;  ma  poi  l'abbandonò  per  passare  a 
Firenze,  ove  pacificamente  attendere  agli  ameni 
studi,  ed  intanto  accasarsi.  I  fiorentini  ne  conob- 
bero il  merito  e  lo  fecero  segretario  della  repub- 
blica Tanno  14^7}  nella  qual  carica  proseguì  fin- 
ché visse.  Egli  mise  le  sue  cognizioni  d'ogni  ge- 
nere a  benefizio  dei  fiorentini,e  ne  lasciò  conside- 
rabili monumenti,  come  può  vedersi  nel  catalogo 
delle  sue  opere  presso  il  Mazzucchelli  ed   altri 
biografi.  Di  lui  abbiamo  altresì  molte  versioni  di 
classici  greci  e  vari  trattati  di  politica,  di  morale, 
di  letteratura,    di  erudizione:   ma   le  più    repu- 
tate e  pregevoli  sono  le   di  lui  opere  istoriche. 
Kato  egli  ed  educato  nel  secolo  XIV  serbar  po- 
tette   in    parte  nelle    sue  prose    toscane   quel- 
la grazia  e  quella  nitidezza  che  in  Italia  fioriva 
ai  tempi  suoi  giovanili ,   e  che   smarrissi   negli 
scrittori  che  vennero  dopo  di  lui.  Fu  destinato  a 
splendide   ambascerie  ed  ai  più  cospicui  magi- 
strati della  repubblica,  inclusive  al  gonfaloniera- 
to.  Mancò  di  vita  in  Firenze  nel  i444  in  efà  di  74 
anni,  lasciando  grandi  ricchezze.  Molte»  delle  sue 
opere  sono  state  date  alle  slampe.  Le  principali 
sono:  I  tre  libri  della  >,  Guerra  punica  53  presi 


B   R   TI.  3^7 

quasi  intieramente  da  Polibio,  i537;  „  La  storia 
dell'antica  Grecia  favolosa  e  di  Roma  col  titolo, 
d'Aquila  volante,  Venezia  i543  „,'  „  De  bello  ita- 
lico adversus  Gothos  gesto  libri quatuor. ì^yo  „ 
e  tradotto  dal  Petroni,  Venezia  i528  „  ffistoria- 
rum  Jlorentinarum  libri  duodecim,  atrgentina 
16  io,,}  tradotti  da  Donato Acciaioli,Venezia  ì^yG. 
Traduzioni  Ialine  di  alcune  vite  di  Plutarco,  dei 
Politici  e  degli  Eco  nomici  d'Aristotile  „  De  stu- 
diis  et  literis  i64a„y  „  Epistola?.  Firenze  1 74  !  w 
Quest'ullim'opera  è  assai  stimata  sì  per  Io  stile 
che  per  le  varie  importanti  notizie  circa  la  storia 
di  que'tempi.  ]>Ia  troppo  lungo  sarebbe  l'annove- 
rare tutte  le  allre  di  lui  traduzioni  dal  greco,  ora- 
zioni ed  altri  opuscoli.  Aggiungeremo  per  altro 
la  notizia  della  di  lui  opera  intitolata  „  De  Mili- 
tia  liber  singularis,  1764  w.  Dicon  pertanto  che 
tutte  le  sue  opere  sono  scritte  con  nettezza  e 
facilità,  ma  che  la  sua  dicitura  non  ha  gran  nervo, 
e  il  suo  latino  non  è  sempre  puro.  B.  u.C-r.Ep.s . 

Bruno  di  Giovanni  Qorentino  amico  indispen- 
sabile di  Nello  e  di  Buffalmacco  (  triumvirato  del- 
le facezie  che  fletter  tanto  da  scrivere  al  Boccac- 
cio )  fu  della  scuola  d'Andrea  Tali.  Ebbe  strano 
umore  in  capo  di  far  parlare  le  figure,  scrivendo 
fuori  della  loro  bocca  quel  tanto  che  intendeva  do- 
vessero esprimere.  Fu  ascritto  nella  compagnia 
dei  pittori  fiorentini  Tanno   i53o.  /?-/,  v,  vi. 

Bruscoli  s/rcangelo,  dell'ordine  de'Servi  di 
Maria  fiorentino,  fin  dalla  prima  età  dette  chiari 
segni  di  quanto  era  da  aspettarsi  dalla  sua  pro- 
bità ed  industria.  Di  anni  2,3  attese  alla  predica- 

3  2* 


3  38  b  u  e. 

zione  in  Napoli,  in  Firenze,  ed  in  altre  parti  di 
Italia,  sempre  con  lode  e  sapienza  grande,  e  con 
concorso  innumerevole  di  ascoltanti,  tra  i  quali 
noverar  si  deve  Francesco  Panicarola,  che  da'suoi 
discorsi  commosso  abbracciò  la  religione  gesuita. 
Predicò  pure  in  Roma  nel  tempio  di  san  Pietro, 
alla  presenza  dei  cardinali  e  delTistesso  Pio  V. 
Si  rese  chiaro  il  suo  nome  per  tutta  Italia  ed 
altrove  ancora  per  le  predicazioni,  così  che  non 
eravi  città  ove  non  fossero  impresse  le  vestigia 
del  suo  sapere,  adempite  per  tanto  le  aposto- 
liche sue  missioni,  e  tornato  in  Firenze  nel  62 
anno  di  sua  età,  passò  all'altra  vita.  Lasciò  scritte 
molte  „PredicheM  ed  altre  opere,  che  quasi  tutte 
conservami  MS.  B.  u.  Ep.  vi,  vii. 

Bucelli  Pietro  di  Montepulciano  letterato  ed 
antiquario  di  molto  nome.  É  stato  uno  dei  primi 
che  raccogliesse  antichità  etrusche,  e  ne  formasse 
un'assai  rinomata  collezione,  conosciuta  presso 
gli  autori  sotto  il  nome  di  „  Museo  Bucelliano  ,,. 
Morì  nel  settembre  del  1754.  P~r.  vi. 

Buffilmacco,  il  cui  vero 'nome  è  Buonamico 
di  Gristofano  fiorentino,viveva  nel  i35i,  e  fu  sco- 
lare del  Tafi.  Restano  di  lui  alcune  pitture  a  fre- 
sco in  Arezzo  ed  in  Pisa.  Le  meglio  conservate  so- 
no in  Campo  santo,  ov'è  un  Dio  Padre  alto  5  brac- 
cia. Poco  seppe  il  disegno,  e  nelle  figure  seguì  al- 
tra regola  che  la  sveltezza  dei  giotteschi,  uè  alle 
sue  teste  seppe  dar  bellezza  e  varietà  sufficienti, 
ma  nei  volti  virilrdelle  robusta  fisonomia  ed  alle 
mosse  naturalezza,  e  gaio  nei  vestimenti.  Visse 
78  anni,  e  morì  nel  1340.  Ebbe  per  suoi  coni- 


BUG.  33() 

pagni  nell'arte  Nello  di  Dino  e  Bruno,  i  quali  deg- 
giono  il  nome  loro  al  Boccaccio,  che  ne  favella 
nel  suo  Decamerone  alia  Giornata  8.  F-s.  L-z, 

Bp.  v. 
Bugiardini  Giuliano  fiorentino  nato  intorno 
al  1481,  fu  scolare  di  Bertoldo  scultore  nel  giar- 
dino di  Lorenzo  defedici  dove  contrasse  amici- 
zia inlima  con  MichelangioloBonarroti,  col  quale 
e  col  Granarci  seguitò  a  studiare  la  pittura  nella 
scuola  di  Domenico  Ghirlandaio.  Divenuto  e- 
sperto  nelP  arte  passò  a  lavorare  in  Gualfonda 
con  Mariotto  Albertinelli,  ed  allora  terminò  una 
tavola  lasciata  da  fra  Bartolommeo,  com'era  suo 
costume  solamente  disegnata  ed  ombrata,e  la  co- 
lori con  somma  sua  lode.  Da  M.  Palla  Rucellai 
gli  fu  ordinata  una  tavola  col  martirio  di  santa 
Caterina,  che  terminò  coll'aiuto  di  Michelangiolo 
e  del  Tribolo.  Tra  le  opere  che  fecero  onore  al 
valente  artefice  si  debbono  collocare  i  drappello- 
ni datigli  a  fare  da  Bernardo  e  Palla  Rucellai  nel- 
la morte  del  suo  genitore  Cosimo  il  vecchio.  Non 
poca  riputazione  si  acquistò  ancora  coi  ritraiti 
fatti  a  diversi  personaggi  di  quel  tempo.  Né  sola- 
mente in  Firenze  fece  conoscere  la  sua  rara  abi- 
lità, ma  ancora  in  Bologna.  Terminati  questi  ed 
altri  lavori  fece  ritorno  in  Firenze, dove  si  ridus- 
se assai  povero.,  perchè  essendo  egli  già  avanzato 
in  età,  non  trovava  chi  gli  commettesse  lavori  di 
conseguenza.  Dopo  le  sue  lodevoli  fatiche  passò 
Giuliano  agli  eterni  riposi  Tanno  1 556  in  età  di 
timi  75.  Merita  egli  d'esser  consiilerato  tra  i  pi  Ci 
eccellenti  pittavi, giacché  quantunque  fosse  mol- 


3^0  BUG. 

to  lungo  nell'operare,  fu  sicuro  e  franco  nel  di- 
segno, esperto  nel  colorire,  e  diligentissimo  nel 
dar   compimento    alle  sue    pitture.   E,   d*  u.  t 

Ep.  v,  vi. 

Bugiardini  Agostino  fiorentino,  conosciuto 
anche  col  nome  di  Ubaldini  fiorentino  discepolo 
di  Gio.  Caccini,  fiorì  circa  il  1600.  Fece  egli  po- 
chissimi lavori,  poiché  morì  molto  giovane  per 
uno  strano  accidente.  Nella  casa  del  pievano  del- 
Tlmpruneta  ove  recavasi  il  Bugiardini  spesso  a 
diporto,  gli  fu  fatta  con  buon  intingolo  mangiare 
una  gatta  senza  che  potesse  sospettamela  dopo 
il  fatto  venutane  la  beffa  gli  si  sconvolse  Io  sto- 
maco nel  tornarsene  a  casa  così  fortemente,  che 
per  gl'impeti  del  vomito  crepatagli  una  vena  nel 
petto  rimase  vittima  di  questo  scherzo  con  do- 
lore di  tutti.  Sono  sue  opere,  la  Pietà  con  al- 
cuni fanciulli  ,  che  vedesi  nella  grotta  in  te- 
sta al  cortile  di  palazzo  Pitti}  alcuni  angeli  ed  il 
ciborio  di  s.  Spirito,  che  però  risentono  mollo 
dello  stile  manierato  e  bizzarro  che  non  aveva  rite- 
gno, e  si  andava  diffondendo  in  tutto.  C-c.     vi. 

Buglioni  Francesco  fiorentino  domestico  e 
familiare  di  Leone  X  soggetto  erudito,  musico 
soave,  e  scultore  insigne:  vedesi  il  suo  deposito 
in  s.  Onofrio  di  Roma  col  di  lui  ritratto  in  bassori- 
lievo. Visse  58  anni,  e  morì  nei  i5ao.  0-r.         v. 

Buglioni  Benedetto  fu  buon  maestro  nel  for- 
mare statue  di  terra,  alle  quali  con  un  suo  se- 
greto dava  una  certa  inverniciatura  che  resisteva 
alle  ingiurie  del  tempo,  con  che  si  acquistò  credi- 
to, ed  a  quel  modo  molle  opere  fece  per  Firenze 


B    U   L.  34l 

sua  patria,  e  per  altri  luoghi.  Fioriva  circa  Tanno 
i5oo.  F-s,  Ep.  v. 

BuLGAam.  Ved.  Bolgarlni, 

Bulgaro  il  cui  solo  nome  forma  l'elogio  di 
uno  dei  più  dotti  giureconsulti  del  secolo XII,  di 
uomo  giusto,  fermo  nel  suo  proposito  e  degno 
dei  secoli  più  illuminati  e  felici.  Pisa,  Bologna  e 
Cremona  contestarono  il  merito  (Tessergli  patria, 
ma  Pisa  per  la  penna  del  Grandine  riportò  la  pal- 
ma$  Bologna  ha  però  l'onore  d'averlo  annoverato 
tra  i  suoi  cittadini,  e  di  custodirne  le  ceneri.  Esi- 
mio cultore  di  giurisprudenza  che  apprese  da  Ir- 
nerio  in  Bologna,  dopo  la  morte  del  maestro,  fu 
considerato  il  principal  sostegno  di  quella  scuo- 
la, quando  l'imperatore  Federigo  determinar  vo- 
lendo i  dritti  dell'impero  fece  adunare  in  Italia 
nel  1 538  la  gran  dieta  di  Roncaglia,  e  scelse  il 
Bulgaro  per  uno  dei  principali  consultori  per  so- 
stener quella  disputa.  Intanto  sebben  contrario 
in  alcune  cose  air  imperatore  fu  costituito  vicario 
imperiale  in  Bologna;  impiego  di  somma  impor- 
tanza ed  autorità  nel  governo  delle  principali  cit- 
tà della  Lombardia.  Egli  fu  che  ridusse  gli  anti- 
chi usi  e  consuetudini  del  popolo  in  leggi  scritte. 
La  volgata  divisione  dei  digesti  fu  da  lui  intro- 
dotta ed  apprestata  per  uso  più  como<lo  e  vantag- 
gioso del  corpo  civile.  Scrisse  circa  l'anno  1160 
le  „  Glosse  „  che  si  trovano  sparse  per  lo  più  fra 
quelle  dell'Accursio.  Scrisse  il  commonto  al  tito- 
lo dei  digesti  „  De  Regulis  juris  „.  Sopravvisse 
a  inditi  suoi  figli,  e  giunto  all'  età  decrepita,  più 
non  gli  reggea  la  memoria  e  si  mostrò  rimbambì- 


34a  b  u  o. 

to.  La  sua  gloria  si  accrebbe  dopo  la  morte,  e  le  sue 

virtù  onorarono  la  patria  e  Tltalia.  E.cPu.i.Ep.y. 

Buonaccorsi.  Fed.  Bonaccorsi. 

Buon  aiuti  Galilei  Galileo  filosofo  e  'medico 
ai  suoi  tempi  reputato  eccellentissimo,  che  per  i 
propri  meriti  e  virtù  fu  dalla  repubblica  fiorentina 
assunto  al  grado  di  magistrato  supremo,  usandosi 
allora  i  priori  e  gonfalonieri  inalzare  per  elezio- 
ne e  non  per  tratta,  come  si  usò  poi  a  quel  grado 
d^onorevolezza  e  superiorità.  Scrisse  alcune  ope- 
rette di  medicina,  ma  per  la  trascuraggine  degli 
eredi  o  per  essere  state  rapite,  certo  è  che  le  o- 
pere  sue  non  si  ritrovano.  Nondimeno  per  non 
defraudarlo  della  dovuta  lode  fu  registrato  tra  gli, 
altri  scrittori.  Fiorì  circa  Panno  i33o.  C-n.         v. 

Buonamicl  Fed.  Bonamlci. 

Buon  amico.  Ved.  Buffalmacco. 

Buonaparte  Iacopo  gentiluomo  toscano,  na- 
to al  principio  del  secolo  XV  Ij  dicesi  per  altro 
senza  prove  esser  stato  testimone  l'anno  i&iy. 
del  sacco  di  Roma,  dato  dalle  truppe  del  conte- 
stabile di  Borbone.  Compose  un,,  Quadro  storico 
degli>  avvenimenti  sopravvenuti  in  tempo  delPas- 
sedio,,  comparso  in  luce  sotto  il  nome  di  Luigi 
Guicciardini  fratello  dello  storico  di  questo  nome;, 
ma  che  il  celebre  professore  Adami  di  Pisa  fece 
ristampare  col  nome  di  Iacopo  Buonaparte,  sotto 
la  rubrica  di  Colonia,  là  dove  fu  realmente  in  To- 
scana,! 756.  Il  racconto  di  un  avvenimento  dei  più 
memorabili  rapporto  al  secolo  XVI  differisce  in; 
parecchi  punti  essenziali  da  quello  dello  storico; 
Guicciardini.  Allorquando  l'adulazione  cercava 


BEO.  343 

di  trovare  antenati  di  Napoleone,  immaginò  una 
genealogia  ben  altro  che  provala,  nella  quale  po- 
se Iacopo  Buonaparte  sfigurando  il'  suo  nome,  e 
fece  ristampare  la  sua  opera  sotto  quésto  titolo. 
Tableau  Historlque  des  evenementes  survenus 
pendant  de  sac  de  Rome  en  i5jz  transcrite  du 
manuscrlt.  originai  et  imprimé pour  la  premie- 
re j'ols  a  Cotogne  en  1766  avèc  un  notlce  histo- 
rlque sur  lafamille  Bonaparte  traduìtde  V Ita- 
li en  par  M  ,  .  .  (  hamelln  )  col  testo  a  fronte 
1809.  Per  effetto  della  slessa  adulazione  fu  anche 
posto  nel  numero  degli  antenati  di  Napoleone  il 
prof.  Niccolò  Buonaparte,  nato  alla  stessa  epoca  a 
S.  Miniato,  che  nel  i568  fece  stampare  a  Firen- 
ze una  commedia  faceta  e  di  galantissimo  tuono 
intitolata  ,.  La  vedova  „.  Ferdinando  Bonaparte 
patrizio  fiorentino,  nipote  del  professore  fu  lau- 
reato in  legge  a  Pisa  nel  1712,6  si  dette  allo  stu- 
dio delle  leggi  civili  e  canoniche.  Abbracciato  da 
lui  lo  stato  ecclesiastico  divenne  proposto  e  sud- 
diacono della  chiesa  di  san  Miniato,  e  morì  nel 
gennaio  i;4^,  lasciando  alcune  poesie  latine,  e 
delle  dissertazioni  di  teologia  che  rimasero  ine- 
dite. D'altronde  il  nome  di  Bonaparte  era  molto 
sparso  da  più  secoli  in  Italia  sia  a  Treviso,  sia  in 
Toscana,  sia  a  Genova,  e  quanto  è  certo  che  la 
famiglia  di  Napoleone  discendeva  dal  ramo  gen  o- 
vese,  è  altrettanto  senza  prova  la  sua  discenden- 
za dagli  altri  rami.  P.  u.  Ep.   v,  vi. 

Buonarroti.  Ved.  Bonarroti. 

BiJONDELMONTi.  Tred.  Bnndelmontl. 

Bloxdosi  Buondono  antichissimo  patrizio  se- 


344  B   u  o. 

nese  fu  il  primo  che  nella  nostra  lingua  scrivesse 
i  fatti  dei  senesi  occorsi  fino  all'anno  io43,intorno 
al  quale  egli  viveva.  Fu  trovata  questa  sua  storia 
nella  libreria  di  Ricciardo  Petroni  cardinale  di 
santa  chiesa,  da  Lodovico  Petroni  suo  parente 
^uomo  assai  erudito,  onde  n'uscirono  molte  copie, 
ed  il  Tommasi  afferma  d'averne  avuta  una  molto 
autentica  ed  antica,  della  quale  si  è  servito  in 
molte  cose  appartenenti  alla  sua  storia  di  Siena. 
E  certamente  almeno  per  la  sua  antichità  si  deve 
molto  stimare,  e  Paul  ore  altrettanto  commendar- 
si per  aver  fatto  la  strada  agli  altri  cronisti,  che 
dopo  di  esse  hanno  lasciato  noti  nelle  loro  isto- 
rie i  fatti  di  Siena.  U-r.  Ep.  iv,  v. 

BuoixriGLiuoLO  Monaldi  fiorentino,  uno  dei 
sette  beati  fondatori  dell'ordine  de'Servi, fece  di- 
pingere l'immagine  della  SS.  Nunziata  nella  cap- 
pella di  santa  Maria  in  Cafaggio.  allora  ospizio 
dell'ordine,  ed  ora  convento  e  chiesa  della  SS. 
Nunziata,  e  fu  venl'anni  dopo  la  fondazione  di- 
chiarato da  Innocenzio  IV  generale  dell'ordine. 
In  fine  rinunziata  a  Buonagiunta  questa  dignità,  e 
ritiratosi  a  santa  vita  nel  Monte  senario,  ivi  mo- 
rì Panno  1261.  Ved.  l'articolo,  Sette  beati  fonda- 
tori di    quest'ordine.  R-z.  v. 

Buojsikcontro  Lorenzo  nato  nel  febbraio  del 
i4i  1  a  S.  Miniato  nella  Toscana  da  illustre  fami- 
glia, fu  matematico,  astronomo  e  astrologo;  col- 
tivò pure  la  poesia  e  la  storia.  Non  avea  che  20 
anni,  allorché  uno  dei  suoi  zìi  essendo  stato  se- 
gretamente deputalo  all'imperatore  Sigismondo 
ch'era  in  quel  tempo  in  Italia,  onde  tentar  di  ot- 


B     U     O.  345 

tenere  da  esso  che  liberasse  S.  Miniato  dall'  au- 
torità dei  fiorenti  ni.  fu  denunzialo  e  bandito.  Buo- 
nincontro  fu  esiliato,  e  tutti  i  suoi  beni  confiscati 
egualmente   che  quei  di  suo  zio  e  dei  suoi  com- 
pat riotti  che  ebber  parte  in  quel  progetto.  Si  ritirò 
da  prima  a  Pisa,  e  prese  in  seguito  servizio  nelle 
truppe  di  Francesco   Sforza,  il  quale  fu  poi  duca 
di  Milano:  restò  ferito  alla  battaglia   di  Montefia- 
scone.  Abbandonò  allora  il  mestiere  delle  armi,  e 
passò  alla  corte  del  re  Alfonso  I,  che  gli  permise 
d'insegnare  pubblicamente  l'astronomia  di  Mani- 
lio, ed  ebbe  gran  numero  di  uditori,  fra  i  quali 
il  Ponlano.   Di  là  fu  richiamato  alla    patria    nel 
i474  dai  su0'  concittadini,  ed  ivi  pure  proseguì 
le  sue  lezioni  sopra  Manilio.  Divenne  in  seguito 
familiare  di    Costanzo  Sforza  signore  di  Pesaro, 
presso  cui  rimase  dal  1480  al    1489,  epoca  nella 
quale  andò  a  fermare  stanza  a  Roma.  Nulla  v'ha 
di  certo  sulla  data  della  sua  morte,  ma  pare  che 
morisse  in  uno  dei  primi  due  anni  del  secolo  XVI. 
Le  principali  sue  opere  sono  »  Commentarius  in  C. 
Manllii  astronomicnn^hoìo^na  i484"*  Spesso  P°i 
ristampato,,  Tractatus  astrologicus  electionum, 
Nuremberfj  1 539  *ì  »  Rerum  naturalium  et  di- 
vinanini   Libri    ac.    Basilei    i54o  „  ,    opera  ora 
rarissima,  la  quale  tratta  di  Dio,  d<>gli   angioli,  dei 
demoni,  dei  pianeti.  de'Ioro  movimenti,  e    delle 
loro  influenze.  „    Descrizione  di  alcune  eclissi  ,,. 
„    Fastorum  liber   I  ,    Basilea     i54o  „:  poema 
scritto   ad  imitazione  di  quello  d1  Oviilio}  „  An- 
nrdès  ab  anno  i3(>o  usque  ad  annuni    i558  „  in- 
seriti nel  ventunesimo  volume  degli  Scriptor>  " 
Si.   Tose.   Tom.   12.  33 


346  BUG. 

rum  italicar.deì  Muratori  „  De rltu  regnum  nea- 
politanorum  „,  opera  pubblicata  dal  dottor  Lami 
sotto  il  titolo  „  D'Historia  sicula  ^neMomi  V,  VI, 
e  Vili  delle  Deliciae  eruditorum,  Firenze  t?3o 

174°-  ft  u-  Ep>  v>  VI- 

BuoMNSEGNi  Francesco  fu  poeta  senese  non 
infecondo,  anzi  annoverato  fra  gli  uomini  illustri 
dell'accademia  di  Venezia.Questo  ingegno  fecondo 
scrisse  più  opere  fra  le  quali  la  „  Satira  Menippa 
del  lusso  donnescOjVenezia  i638,^ed  il,, Trionfo 
delle  stimale  di  s.  Caterina  da  Siena,  Siena  1640  ,,. 
C~n.  vi. 

Buoninsegni  Tommaso  senese  dell'ordine  di 
s.  Domenico,  lettor  pubblico  e  teologo  del  gran- 
duca. Scrisse  molte  opere,  tra  le  quali  „  Tracia- 
tus  morales  duos  de  cambiis  et  venditione  ad 
tempus,  Firenze  ihjZ  „;  „  De  incarnatione  et 
Angelis  „.  Trasportò  ancora  dal  latino  in  italiano 
il  Trattato  d'astrologia  del  Savonarola  contro  gli 
astrologi,  ed  altre  molte  opere  sì  legali  cbe  asce- 
tiche, che  per  brevità  si  tralasciano.  Di  esso  fa- 
vella con  lode  il  cav.  Prospero  Mandosio  nel  Tea- 
tro de'medici  pontificii.  C-n.  v,  vi. 
Buoninsegm  figlio  di  Lionardo  scrisse  e  com- 
pose o  messe  insieme  alcune  „  Memorie  di  Fi- 
renze,,, le  quali  da  Piero  suo  figliuolo  molti  anni 
sono,  stampate  furono  sotto  suo  nome,ma  questo 
fu  erroie.perchè  elle  son  da  Domenico,  e  non  da 
Piero  compilale,  e  s'  intitolano:  „  Storie  della 
città  di  Firenze  1607,,,  ristampate  in  Firenze  dal 
Landini, conlenenti  i  fatti  dei  fiorentini  dal  i4£0 
tino  al  1460,  scritte  dall'autore  nei  medesimi  lem- 


B    U    O.  347 

pi:  il  MS.  però  ha  questo  titolo  „  Cronica  oVfatti 
di  Firenze  dal  1410  al  1461.  C-n.  Ep.  v. 

Bi/onmattei,  o  Buommattei  Benedetto  gram- 
matico italiano,natoneiragosto del  1 58 1  a  Firenze, 
discendeva  da  una  famiglia  già  nota  nel  secolo  XIII 
e  di  cui  fu  Pultimo  rampollo.Si  rese  dotto  nell'a- 
ritmetica e  nel  cambio  in  modo  che  dal  granduca 
Ferdinando  I  fu  impiegato  nella  qualità  di  aggiun- 
to aU"ufliziaIe,  commissionato  delle  provviste  del- 
la Toscana.  Sentendosi  però  chiamato  allo  sta- 
to ecclesiastico,  all'età  di  19  anni  incominciò  i 
primi  studi  letterari,  ed  in  cinque  anni  fece  tali 
progressi,  non  solo  nelle  belle  lettere,  ma  nelle 
maltematiche,  nella  storia,  nella  teologia  scola- 
stica, ed  in  parecchie  parti  della  filosofìa,  che  Tac- 
cademia  Fiorenlina  si  fece  sollecita  d'accoglierlo 
fra  i  suoi  membri.  Andò  a  Roma  col  marchese 
Guicciardini,  e  lo  elesse  suo  maggiordomo}  quin- 
di lo  collocò  presso  il  cardinal  Giustiniani  in  qua- 
lità di  gentiluomo,  di  bibliotecario,  e  di  segreta- 
rio intimo.Fu  pure  impiegato  in  diverse  onorifiche 
funzioni  a  Venezia  ed  a  Padova,  da  dove  tornò  in 
Firenze,  e  vi  si  slabili.  Pubblicò  in  quella  città 
varie  opere  intorno  alla  lingua,  mediante  le  quali 
fu  eletto  accademico  della  Crusca:  attese  alla  pre- 
dicazione, e  nel  i63a  fu  fatto  professore  di  lin- 
gua toscana  a  Firenze,  e  rettore  del  collegio 
di  Pisa.  All'età  di  66  anni  morì  finalmente  in  pa- 
tria nel  gennaio  del  16^7.  Era  stato  eletto  pub- 
blico lettre  dell'accademia  Fiorentina,  e  vi  aveva 
spiegata  la  Divina  commedia  del  Dante.  Si  deb- 
bono   ad   esso  parecchie  opere,  che  hanno  per 


3^  S  b  u  o. 

oggetto  quasi  tutte  la  lingua  toscana.  La  sua 
Grammatica  è  la  più  considerabile  e  la  più 
pregiata;  ne  pubblicò  il  primo  saggio  nel  i6a3 
con  questo  titolo  „  Delle  cagioni  della  lingua  to- 
scana „.  Tre  anni  dopo  fece  uscire  alla  luce  „  In 
troduzione  alla  lingua  toscana,  con  raggiunta  di 
due  trattati  utilissimi,  Venezia  1626  „.  Le  altre 
sue  opere  sono  „  Discorsi  „  e  fra  gli  nitri  „  Ora- 
zione funebre  del  Granduca  Ferdinando  I,,*,  ed  il 
„  Panegirico  di  s.  Filippo  Neri  „}  „  Lezioni  „  sia 
sopra  varie  parti  della  Grammatica,  sia  intorno 
all'inferno  di  Dante,  e  „  Cicalate  o  dissertazioni 
facete ,  recitate  neli'  accademia  della  Crusca  „. 
B.  u.  Ep.  vi. 

Buono  antico  architetto,  di  cui  s'ignora  per- 
sino la  patria,lavoròin  Firenze,  in  Arezzo,  e  altro- 
ve in  Toscana,  ed  il  Vasari  Io  fa  fiorente  circa  al 
n5a:  fu  il  più  antico  di  tal  nome. 

Buono  Paolo  (  del  )  nacque  in  Firenze  nel 
i6a5  da  una  famiglia  ragguardevole,  che  si  rese 
celebre  tanto  pel  suo  ingegno  come  inventore, 
quanto  per  la  sua  applicazione  alle  matematiche. 
Discepolo  di  Galileo,  imprese  specialmente  ad  e- 
stendere  le  scoperte,  che  il  suo  maestro  avea  fat- 
te nell'idrostatica.  Inventò  l'apparecchio  usato  per 
dimostrare  che  l'acqua  non  è  suscettiva  di  com- 
pressione, di  cui  l'accademia  del  Cimento  pubblicò 
i  primi  esperimenti.  Occupossi  molto  altresì  della 
pratica  usata  dagli  Egiziani  per  far  nascere  gli  ovi 
con  un  calore  artificiale,  e  vi  riuscì:  mafieamuf 
ha  dato  su  tali  oggetti  metodi  perfezionati.  Del 
Buono  fu  chiamato  a  Vienna  dall'imperatore  Leo- 


B    L     O.  3^9 

poldo  pei*  esser  presidente  della  zecca, ed  ivi  mo- 
rì di  37  anni.  Suo  fratello  Candido  del  Buono, 
nato  nel  16*18,  occupossi  pure  di  tìsica,  ed  inven- 
tò un  areometro  ed  una  macchina  per  misurare 
i  vapori:  morì  nel   1670.  B.  u.  Ep.  vi. 

Blo>o  Accorso  o  Buon  accorso  pisano  nacque 
circa  il  f  4 00,  e  >olto  la  direzione  del  celebre  Fi- 
ielfo  studiò  le  lettere  greche  e  latine.  Dimorò  egli 
in  Milano  ,  ove  attese  ad  istruire  i  giovani  più 
ragguardevoli  di  quella  città,  e  si  fece  distinguere 
pel  profondo  suo  sapere.  Lungi  egli  dal  cercar  fa- 
ma per  la  pubblicazione  delle  proprie  opere,  si 
occupò  unicamente  nel  dare  alla  luce  e  migliora- 
re le  altrui.  In  tal  modo  non  solo  di  Milano  ,  ma 
eziandio  di  tutta  la  repubblica  letteraria  si  rese 
benemerito  Buonaccorso,  poiché  divulgando  di- 
verse opere  di  buoni  autori,  promuoveva  ed  age- 
volava lo\sludio  delle  storia  romana,  delle  lettere 
greche  e  latine  .  Non  credasj  però  che  nel  dare 
alla  luce  gli  altrui  scritti  ei  non  avesse  altra  parte 
che  di  semplice  stampatore:  esaminava  dapprima 
i  diversi  codici,  confrontnvali  Ira  loro,  accertava 
qual  fosse  la  miglior  lezione,  e  procurava  che  ai 
migliori  codici  corrispondesse  la  stampa.  Or  ben 
si  vede  che  lavoro  tale  non  poteva  essere  esegui- 
to che  da  uomini  di  gran  dottrina  forniti  .  Egli 
infatti  pubblicò  nel  1^.75  i  Precetti  di  eloquenza 
di  Agostino  Dati,  le  MeJamorfosi  di  Ovidio  con 
la  Spiegazione  delle  favole,  e  con  la  „  Vita 
del  poeta  „  che  egli  raccolse  dai  di  lui  scritti:  ng- 
giuflfH  pure  una  copiosa  „  Tavola  alfabetica  „  al- 
l'edizion-    «  li*  egli  fece  in  foglio  di  Valerio    >Fas- 

3  3* 


35o  b  u  o. 

simo.  Ma  diligenza  e  studio  assai  maggiore  egli 
usò  in  esaminare  gli  antichi  codici,  affinchè  accu- 
ratissima riuscisse  V  edizione  in  foglio  che  fece 
nello  stesso  anno  per  la  prima  volta,  degli  scrit- 
tori della  Storia  augusta,  cioè  di  Svelonio  Tran- 
quillo, Elio  Sparziano,  Giulio  Capitolino  ,  Elio 
Lampridio,  Trebellino  Pollione ,  Flavio  Vopisco, 
Eutropio  e  Paolo  Diacono.  Con  eguale  ardore  si 
rivolse  a  promuovere  la  letteratura  greca,  poiché 
nel  1480  fece  imprimere  il  Compendio  della  gram- 
matici! greca  diCostantinoLascari,colla  traduzione 
latina  a  fronte.  Per  la  pubblicazione  delle  nomina- 
le opere  e  di  altre  molte,  ei  non  solo  accrebbe  la 
gloria  alla  città  di  Milano,  ma  si  acquistò  V  ami- 
cizia dei  personaggi  per  dignità  e  per  dottrina 
ragguardevoli,  i  quali  chiamavanlo  eruditissimo  , 
eloquente  ec.  I  Conienti  su  le  Epistole  di  Cicero- 
ne furono  V  ultima  opera  che  per  quanto  è  noto 
pubblicò  Buonaccorso,  di  cui  non  si  può  preci- 
sare nò  P  epoca ,  né  il  luogo  di  sua  morte.  M, 
du.p.  Ep.  v« 

BuONTALENTiZfenza/Y/o  ebbe  i  natali  nel  1 536 
in  Firenze.  Fu  detto  dalle  girandole  perchè  inven- 
tore di  quelle.  Mentre  era  ancora  ragazzo  essendo 
rovinata  la  sua  casa.vi  perirono  tutti  i  suoi.ed  egli 
solo  restò  salvo  sotto  una  volta.Il  granduca  Cosimo 
I  lo  prese  allora  sotto  la  sua  protezione,  e  pose- 
Io  presso  i  più  valenti  artisti  del  disegno  d'allora, 
e  cosi  divenne  pittore,  miniatore,  scultore,  archi- 
tetto militare  e  civile.  Si  distinse  in  architettura 
e  nelle  meccaniche,  e  fu  valente  nella  invenzione 
de/giuochi  d'acqua  eseguiti    a  Pratolino.  Lavorò 


b  u  o.  35 1 

molto  pel  giardino  di  Boboli,  e  molto  fu  impiega- 
to per  le  ville  reali  e  per  quelle  ad  uso  di  nobili 
famiglie.  Lavorò  anche  in  Siena  ed  in  Pisa  ai  pa- 
lazzi reali.  Son  sue  le  fortificazioni  di  Livorno,  di 
Porto  Ferraio,  di  Firenze  ed  anche  di  Pistoia  e 
di  Prato,  oltre  a  tanti  altri  lavori  di  ponti,  d'argi- 
ni, di  strade,  essendo  generale  ingegnere  della 
Toscana.  Non  si  davano  in  Firenze  spettacoli  tea- 
trali, non  si  preparavano  feste  pubbliche, e  solen- 
ni funerali,  che  non  si  ricorresse  all'ingegno  del 
Buontalenli.  Fu  impiegalo  in  architettura  anche 
fuori  di  Toscana.  Di  eterna  gloria  fu  per  lui  la 
dimostrazione  di  gradimento  eh'  ebbe  dal  gran 
Torquato  per  le  decorazioni  colle  quali  adornò 
la  recita  della  favola  boschereccia,  P  Aminta.  Di 
sua  invenzione  e  disegno  furono  anche  gli  appa- 
recchi per  l'esequie  del  granduca  Francesco  I, 
le  quali  riuscirono  pomposissime.  Ebbe  il  Buon- 
talenti  a  soffrire  una  piena  d'invidiosi,  che  gli  fe- 
cer  condurre  una  trista  vecchiaia,  che  finì  Panno 
1608.  li.g.  d.  F.  Ep.  vi. 

Buontrmpi  Paolo  celebre  legista  e  lettor  di 
legge  nello  studio  di  Perugia  molto  applaudito. 
Riformò  gli  statuti  di  Perugia.  Fu  in  ogni  scienza 
versato,  e  caro  a  Roberto  d'Angiò  re  di  Sicilia,  del 
quale  fu  bibliotecario .  Scrisse  un1  opera  „  Sulla 
filosofia  „  .  II  Boccaccio  nella  genealogia  degli 
Dei  non  solo  ne  parla  con  lode,  ma  confessa  di 
aver  molte  cose  apprese  da  lui.  Così  Marco  Guaz- 
zo nella  sua  cronaca.  Il  P.  Al  lovino  nell'Ateneo 
augusto  lo  nota  fra  i  perugini  scrittori,  ma  e^li  è 
d'origine  fiorentino.  Fiori  circa  Panno  1^00.  C-n. 

v. 


35a  b  u  o. 

Buoflvicm  Francesco  pesciatino}  ancorché 
di  esso  non  si  trovi  alcuna  opera  scritta  ,  pure 
non  merita  di  esser  passato  sotto  silenzio,  poiché 
fu  egli  il  primo  che  nel  i435  portò  in  Toscana  le 
piante  del  gelso  o  moro,  come  consta  per  il  suo 
ritratto  nella  sala  della  comunità  di  Pescia  con 
un  ramo  di  gelso  nelle  mani,  dono  che  è  stato 
poi  d'utilità  e  ricchezza  grande  a  questo  nostro 
suolo.  C-n.  Ep.  v. 

Buonvisi  Giovanni  da  Lucca,  beato,  di  cospi- 
cua famiglia,  fé  voto  da  giovinetto  di  darsi  a  Dio, 
ma  prima  il  effettuarlo  attese  lungamente  alla 
mercatura,  stando  per  tale  oggetto  ne'regni  di 
Portogallo  e  di  Spagna.  (Via  in  fine  fattosi  animo 
ed  assestati  gl'interessi  gli  abbandonò  ritiran- 
dosi frate  osservante  in  un  monastero  di  s.  Fran- 
cesco del  regno  d'Aragona,  e  ivi  non  volle  esser 
che  semplice  canovaio.  Lasciata  una  tal  carica 
vagò  molto  in  pellegrinaggio  pel  conventi  della 
Spagna,  ove  da'vescovi  vollesi  promosso  al  sa- 
cerdozio. In  fine  ritornato  in  Toscana  fu  amante 
d'essere  stabilito  in  luoghi  ove  strettamente  si 
osservasse  la  regola  di  s.  Francesco,  e  perciò  mu- 
tò spesso  di  convento,  ed  occupò  per  sola  obbe- 
dienza evangelica  varie  cariche  nel  suo  ordine, 
in  diversi  luoghi  della  Toscana  e  dell'Umbria,  e 
dopo  molti  dolorosi  travagli,  per  mala  salute  mo- 
rì Panno  1472  nel  convento  di  s.  Maria  degli  an- 
geli. La  sua  vita  si  trova  estesamente  descritta 
nella  storia  francescana  e  dal  P.Francesco  Tre- 
satti  da  Lugnano.  R-z.  v. 

Buratti  Beato  Francesco.  Fu  dei  primi  che 


bue.  553 

si  ascrivessero  alla  riforma  dei  cappuccini.  Predi- 
catore eccellente  fu  ascoltato  una  intiera  quare- 
sima nel  duomo  di  Pisa  dal  granduca  Cosimo  dei 
Medici,  dal  quale  ottenne  grazie  singolari  a  van- 
taggio dei  poverelli.  Provinciale  della  Toscana, 
amato  cordialmente  dal  principe,  mai  volle  do- 
mandare cosa  alcuna  pe'suoi.  Visse  santamente, 
e  morendo  fu  salutalo  beato.  P-r.  Ep.  v,  vi. 

Burchiello  poeta  toscano  assai  rinomato.  Scris- 
se le,,  Rime  del  Burchiello  fior,  commentate  dal 
Doni,  e  piene  di  capricci,  fantasie,  umori,  strava- 
ganze, grilli,  frenesìe,  ghiribizzi,  arguzie,  motti  e 
sali,  ritocche  da  quel  che  poteva  già  offendere  il 
buon  lettore,  Ven.  1597,,.  1/  opinione  del  Lasca 
intorno  alle  rime  del  Burchiello  èia  seguente.  I 
maravigliosi  concetti,  gli  strani  capricci  eie  nuo- 
ve stravaganze  di  questo  poeta  sono  da  richia- 
mare l'attenzione  dei  letterati.  Egli  è  vario  da 
tutti  gli  altri,  perciocché  non  mai  né  i  greci,  né 
i  latini  ,  lasciando  da  parte  gli  egizi  e  caldei, 
né  i  toscani  medesimi,  n'ebbero  un  altro  simile 
che  leggendolo  facesse  cogli  arguti  motti  e  coi 
suoi  favolosi  ghiribizzi  tanto  rallegrare  e  mara- 
vigliare la  gente.  E  sebben  molti  vogliano  che  in 
que'sonelti  che  meno  s'intendono,  fosse  dentro 
più  significato  e  composti  con  assai  fondamento, 
nondimeno  altri  diversamente  intendono  e  consi- 
derano, che  la  significazione  di  Burchiello,  che  di 
certo  fu  soprannome, derivasse  dalPaver  egli  fatti 
quei  versi  alla  Burchia,  che  fra  noi  e  nella  nostra 
lingua  vuol  dire  a  fata  e  a  caso,  cioè  senza  ragio- 
ne alcuna,  bastandogli  solamente  accozzar  le  rime 


354  B   U    R. 

ed  osservar  la  regola  de'sonelti  con  quella  novità, 
varietà  e  stravaganza  di  parole  e  di  concelti  che 
dentro  vi  si  vede,  forse  per  far  credere  ad  al- 
tri, d1  aver  voluto  dire  gran  cose  e  miracolose. 
I  sonetti  del  Burchiello,  e  di  IVI.  Antonio  Ala- 
manni e  del  Risoluto,  furono  di  nuovo  rivisti 
ed  ampliati,  con  la  compagnia  del  iVIantellaceio 
composta  da!  Magnifico  Lorenzo  de'M edici  insieme 
con  i  beoni  del  medesimo,  nuovamente  messi  in 
luce,  Firenze  i5(5S.  „  Sonetti  del  Burchiello  nuo- 
vamente stampati,  diligentemente  corretti,  Vene- 
zia i522  ,„  ed  altre  edizioni.  B-s.  Ep.  v. 
Burgundio  o  Burgundione  cittadino  pisano 
dicesi  nato  alquanto  prima  del  ino  e  morto  in 
Pisa  nel  1 19S.  Studiò  le  umane  lettere  in  patria, 
fin  d^allora  fiorente  università.  Passò  nel  n35 
col  console  Ugone  Duodo  in  Costantinopoli  ove 
meglio  apprese  la  lingua  greca  ed  il  dritto  civile,  e 
per  di  lui  opera  fece  Pisa  il  celebre  acquisto  delle 
Pandette  nel  1137.  S'istruì  anche  nelle  scienze  e 
materie  ecclesiastiche,  ed  intervenne  come  testi- 
monio in  certa  disputa  di  cose  religiose  al  tempo 
di  papa  Eugenio  III.  Tornò  a  Pisa  nel  1 140  pieno 
di  recondita  erudizione.  A.  lui  si  attribuisce  l'e- 
mendazione dell'  autentica  versione  delle  no- 
velle per  lo  avanti  più  difettosa  e  mancante  di 
alcune  parti}  e  la  distribuzione  delle  novelle  me- 
desime in  nuove  collezioni,  come  pure  la  tradu- 
zione in  latino  di  ciò  che  vedevasi  scritto  in  greco 
e  che  perciò  non  s'intendeva  nelle  leggi  e  special- 
mente nelle  pandette.  Tornato  di  Grecia  s'occupò 
ad  iusegnare  giurisprudenza.  Fu  inoltre  impegnato 


b  u  r.  355 

da  Eugenio  III  a  tradarre  dal  arreco  vari  santi 
Padri* .  Scrisse  la  versione  latina  delle  opere  di 
san  Giovanni  Domasceno  :  De  fide  orthodoxa 
logica  ,  elementarium  duabus  naturis  et  una 
hy  postasi  Trisagium  ;  le  XC  omelie  di  s.  Gio. 
Grisostomo  contenenti  Pesposizione  del  vangelo 
di  s.  Matteo.  Questa  versione  ora  si  legge  soltanto 
manoscritta  in  alcune  biblioteche.  X  Federico  I 
dedicò  la  versione  dell'opera  di  Nemesio  De  na- 
tura hominis  ,  creduta  allora  di  s.  Gregorio  Pi- 
ceno: egli  promise  di  tradurre  altre  opere  di  ar- 
gomenti filosofici  più  dilettevoli, avendo  conosciu- 
to quanto  Federigo  dilettavasi  della  filosofia.  Ma 
non  attese  la  promessa  perchè  s'intorbidarono  le 
cose  ecclesiastiche*  e  le  politiche.  Tradusse  il  Bur- 
gundio,  gli  Aforismi  dlppocrate  e  non  pochi  li- 
bri di  Galeno  e  dei  geoponici  greci.  Esercitarsi 
in  que*1  libri  antichi  s'  istruì  nelle  lingue  dotte 
per  modo,  che  lesse  pubblicamente  filosofia,  me- 
dicina e  belle  lettere. Molti  suoi  proseliti  si  dette- 
ro ad  imitarlo  traducendo  autori  greci,  e  si  formò 
così  in  Pisa  quella  ch'ebbe  nome  scuola  del  Bur- 
gundio.  Nel  1170  declinata  la  fortuna  di  Federigo 
I.pensaronoi  pisani  di  abbandonarlo^  prendere  il 
partito  del  greco  imperatore  Emanuele  Comneno, 
che  per  far  onta  a  Federico  avea  tolti  ai  pisani 
gran  privilegi  ,  ed  inclusive  dichiarati  espulsi 
dai  suoi  stati.  A  riconciliarsi  con  lui  scelsero 
i  pisani  per  mediatore  il  Burgundio  come  per- 
*Ofta  mollo  accetta  a  quella  capitale  e  a  quella 
corte,  ed  ebbe  un  felice  successo.  Morto  il  suo 


356  b  u  r. 

figlio,  del  tesi  d'allora  in  poi  ad  una  vita  asce- 
tica, e  tradusse  dal  greco  libri  di  soda  pietà, *e  fra 
questi  principalmente  V  esposizione  del  vangelo 
di  s.  Giovanni  fatta  da  s.  Gio.Grisostomo.che  pre- 
sentò al  concilio  tenuto  in  Roma  dal  papa  Ales- 
sandro III  Tanno  1179.  Tradusse  in  gran  parte 
l'esposizione  della  genesi  fatta  dal  santo  Padre 
medesimo.  Altre  opere  sacre  dicesi  che  traducesse, 
ma  nessuno  ha  detto  di  averle  vedute.  Non  ostan- 
te possiamo  dire  ch^egli  fu  il  solo  in  que'tempi,  il 
quale  rendesse  intelligibili  all'occidentali  nostri 
le  opere  dei  greci.  M.(Pu.p.  Ep.  v. 

Burlamacchi  Cesare  Niccolò,  chiarissimo  per 
nobiltà  di  schiatta,  nacque  in  Lucca  nel  princi- 
pio del  secolo  XVIII.  Dotato  di'spirito  perspicace 
ad  intendere,  ne  cedevole  alle  distrazioni  dei  pia- 
cere, i  primi  anni  della  vita  consacrò  utilmente 
allo  studio  delle  lettere  e  delle  filosofiche  scien- 
ze nel  collegio  di  Parma,  e  nel  romano  dette  ope- 
ra alla  teologia.  Chiamato  alla  patria  fu  accettis- 
simo ai  cardinali  Francesco  Buonvisi,  e  ad  Ora- 
zio Filippo  Spada,  e  fu  eletto  abate  della  cattedra- 
le. Fu  accusato  di  giansenismo,  per  cui  ebbe  a 
ricovrarsi  nascostamente  in  Marsilia  ,  e  fra  i 
certosini  di  quella  città  ebbe  fine  la  sua  mortale 
carriera.  Tradusse  dal  francese  la  vita  di  D.  Ar- 
mando Giovanni  le  Bouthillier  di  Ransè,  e  la  scien- 
za della  salute  ristretta  in  quelle  due  parole-  po- 
chi sono  gli  eletti.  Scrisse  pure  „  Disinganni  del 
confessore  ec.  „  che  conservansi  nella  Bib.  dei  pp* 
domenicani  di  Lucca.  Di  esso  giaccio  no  anche  ine- 


B  l   R-  357 

dite  molte  belle  ed  utili  opere,  che  se  veduta 
avessero  la  luce.attesterebbero  maggiormente  del- 
la fama  del  Burlamacchi.  T-p.  Ep.  vi. 

Burlaiviacchi  Federico  nobile  lucchese  della 
compagnia  di  Gesù,(iorì  intorno  al  1720,  e  fu  Iet- 
teratissimo  ed  umanissimo  religioso.  Per  commis- 
sione del  celebre  Girolamo  Gigli  suo  grande  amico 
fece  le  annotazioni  alle  epistole  di  santa  Caterina 
da  Siena,  stampate  nella  raccolta  delle  opere  di 
detta  santa  nel  1 7 13  .  Queste  annotazioni  riscos- 
sero i  meritati  applausi  da  diversi  autori,  di  che 
vedasi  il  Giornale  dei  letterali  dltalia  voi.  XIX 
pag.  436,  e  voi.  XXYI  pag.  474.  vi. 

Blrlam.vcciii  Enrico  lucchese,  della  congre- 
gazione dei  chierici  regolari  della  Madre  di  Dio, 
nacque  nel  febbraio  del  1682.  Coltivate  le  amene 
lettere  e  lo  studio  delle  antichità,  ed  esercitatosi 
con  plauso  nel  sacro  ministero  del  predicare , 
cessò  di  vivere  con  gran  sentimenti  di  religiosa 
pietà  nel  suo  collegio  di  santa  Brigida  in  Napoli 
li  5  giugno  del  174Ì1  avendo  lasciate  diverse  ope- 
re manoscritte,  fra  le  quali  „  Prediche  quaresi- 
mali ,.}  „  Orazioni  panegiriche  „;  „  Virorum  Mu- 
stli  uni  elocjia  x.  B.  u.  vi,  vii. 

Bischktto  pisano  architetto  sinora  creduto 
greco  e  nativo  di  DuJicbio  per  sinistra  inlerpctra- 
zione  del  di  lui  epilaflio  posto  nella  facciala  del 
duomo  di  Pisa,  meni  re  ivi  come  ha  rettificato  il 
Cicognara  (slor.  della  scultura  voi.  1.  lib.  11,  cap. 
111  )  si  paragona  soltanto  il  di  lui  sommo  ingegno 
«  011  quel  dTlisse  re  d'Itaca  e  Dulichio,  e  la  sua 
perìzia  nell'arte  con  quella  di  Ded  do.  Difatti  o-li 

Si.  Tose.  Tom.  12.  54 


358  B  u  s- 

fu  architetto  della  cattedrale  pisana,  che  passa 
tuttavia  per  una  delle  più  belle  di  lai  io,  incomin- 
ciata nel  io63  e  terminata  nel  1092,  e  consacrata 
da  papa  Gelasio  li  nel  11 18.  Ài  sommo  genio  per 
l'arte  architettonica  univa  Buschello  allresi  gran- 
de ingegno  nell'inventar  macchine,  le  quali  spe- 
cialmente gli  abbisognarono  per  estrarre  e  traspor- 
tare le  208  colonna  ch'egli  impiegò  nella  fabbri- 
ca da  lui  eretta,  per  cui  enfaticamente  a'  suoi 
tempi  fu  detto,  che  poleva  con  una  diecina  di  ra- 
gazze muover  pesi  che  non  avrebbero  potuto  tra- 
sportar mille  buoi.  Da  lui  si  conta  l'origine  del 
risorgimento  dell'architettura  nei  bassi  tempi.  Ma 
la  morte  gli  tolse  il  vanto  d'eseguir  la  facciata  di 
quel  tempio.  C-c.  Ep.  v. 

Busim  Gìo.  Batta  di  nobile  famiglia  fiorenti- 
na nacque  circa  il  principio  del  secolo  XVI.  Be- 
nedetto Varchi  parla  di  lui  in  più  luoghi  della  sua 
storia,  ove  apparisce  giovane  letterato,  e  fuor  di 
ogni  misura  amatore  della  libertà.  Nel  i53o  era 
egli  nel  numero  dei  confinati,  ed  unito  nel  i53i 
ad  alili  gentiluomini  fiorentini,  i  Modena,  onde 
uccidere  Francesco  Guicciardini  vicelegato  di 
papa  Clemente  VII  a  Bologna,  e  travagliare  in 
tal  guisa  lo  stato  del  papa.  JNon  ebbero  niuno 
effetto  queste  pratiche,  poiché  dal  duca  di  Ferra- 
ra furono  discacciati  come  ladri,  assassini,  e  gen- 
te di  cattiva  vita.  Il  Busini  domandò  ed  ottenne 
udienza  dal  nominato  duca,  ed  a  nome  suo  e  dei 
suoi  compagni  ivi  presenti  fece  una  breve  orazio- 
ne in  discolpa  delle  false  accuse  del  duca,  ed  in 
raccomandazione  della  loro  giustissima  causo:  fu 


B    |    5.  359 

commosso  il  duca  da  questa  orazione,  ma  si  scusò 
di  non  poter  esaudire  le  loro  preghiere  per  esse- 
re come  suddito  del  ponteGce.  Scrisse  egli  al 
Varchi  „  24  Lettere  „  sopra  i  fatti  della  guerra  di 
Firenze,  mossa  a  quella  repubblica  da  Clemente 
VII,  le  quali  servirongli  pel  lavoro  della  sua  sto- 
ria, e  che  trovansi  MS.  presso  molti.  B-s.  Ep.  v. 

Bussotti  Dionisio  servita  e  vescovo  di  Bor- 
go S.  Sepolcro,  teologo  molto  dotto.  Scrisse  al- 
cune opere  fra  le  quali  „  Della  Vita  del  beato  Fi- 
lippo Benizzi,  un  tomo  diviso  in  tre  libri,  Firenze 
i636  „}  „  Prolusio  ad gimnastic.  Teologis  vindi- 
cias,  Firenze  i63i  „,  e  questa  mentre  era  lettor 
teologo  nello  studio  pisano.  Tradusse  in  oltre  dal 
latino  in  volgare  un  antidotacio  per  il  tempo  di 
peste  scritto  già  da  Iacopo  Soldi  servita  fiorenti- 
no nel  i43i,  Firenze  i63o;  e  in  ultimo  w  Dioce- 
sana Synodus  civit.S.  Sepulchri^  Firenze  1641  ». 
Morì  nella  sua  residenza  Tanno  1646.  C-n.         vi. 

Buti  Lodovico  pittore  fiorentino  scolare  di 
Santi  di  Tito,  poi  osservatore  delle  opere  d'  An- 
drea del  Sarto:  le  chiese,  i  palazzi  e  le  gallerie 
fiorentine  conservano  molli  rie'suoi  dipinti,  nei 
quali,  sebbene  un  poco  crudetli,  v'è  però  buonis- 
simo disegno,  grande  studio  e  naturalezza.  Fiori 
circa  al  1600.  D-l.  vi. 

Blti  Francesco  {da  )  lelteratodislinto;  uno 
dei  più  celebri  illustratori  della  Divina  Commedia. 
11  di  lui  classino  commento  terminalo  nel  i385 
servi  di  norma  al  Landino,  al  Vellutello  ed  a  quan- 
ti altri  mai  discorser  di  poi  sopra  Dante.  Morì  nel 
140G.  li-s.  V. 


36o  B   U   T. 

Butteri  Gio.  Maria  pittor  fiorentino  scolare 
d'Angiolo  Bronzino.  Se  fu  alquanto  duro  e  nel 
disegno  non  eccedente  i  termini  del  ragionevole, 
nullameno  sulla  maniera  del  maestro  altre  volte 
con  lo  siile  di  Santi  di  Tito,  dipinse  per  molti 
chiostri  e  chiese  della  sua  patria.  Morì  nel  1 5o(ì. 
O-r.  Ep.  rv 


Caccuguerri  Cacciaguerra  nohile  senese  fu 
grande  amatore  della  patria,  per  la  quale  valoro- 
samente militò  sino  alla  resa  di  Siena  in  posto 
di  capitano  d1  infanterìa .  Por  essendosi  ridotta 
la  repubblica  senese  a  risedere  a  Montalcino, 
egli  si  rifugiò  sotto  l'ombra  di  Francesco  Bandirti 
arcivescovo  di  Siena,  in  quel  tempo  governator 
generale  di  Viterbo  e  di  tutto  il  patrimonio,  che 
impiegò  il  Cacciaguerra  nel  comando  di  certe  mi- 
lizie. E  sebbene  egli  non  si  trattenesse  con  gli  altri 
in  Montalcino,  nondimeno  fu  di  gran  giovamento 
alla  repubblica  ivi  residente  con  gli  spessi  avvisi 
che  in  tempi  tanto  pericolosi  gli  dava  di  quanto 
succedeva  alla  giornata.  Passata  poi  Siena  sotto 
il  dominio  del  Granduca  Cosimo  I,  Cacciaguerra 
fu  da  quel  sovrano  onorato  della  banda  di  Pie- 
trasanta,  la  quale  comandò  per  molti  anni.  U-r. 

v,  vi. 

Cacciai  Giovanni  architetto  fiorentino  nato  nel 
i56a,  fu  nel  i6ia  discepolo  del  Dosio,  ed  eresse 


e  À  f.  36  c 

per  il  bali  Pucci  nella  chiesa  della  Nunziata  di  Fi- 
renze una  loggia  con  archi  e  colonne  corintie  di 
pietra  serena.  Fece  il  ricco  oratorio  della  famiglia 
Pucci,  ed  il  coro  e  Pallai*  maggiore  della  chiesa 
di  s.  Spirito.  M4.  Ep.  w.. 

Caffarini  B.  Tommaso  dell'ordine  di  s.  Do- 
menico, benché  secondo  altri  sia  stalo  col  nome 
d'Antonio,  Antonii,  Docci,  e  Nacci  chiamato,  fu 
predicatore  insigne,  e  di  fra  Gio.  Domenico  car- 
dinale dello  stesso  ordine  degnissimo  scolare.  Fu 
di  profonda  erudizione  ripieno,  e  di  vita  inno- 
cente ed  incorrotta,  e  perciò  fra  i  beati  annove- 
rato. Scrisse  molte  operette  sulla  vita,  miracoli, 
canonizazione  ec.  di  santa  Caterina  senese,  e  di 
altri  santi  e  beati.  Morì  nel  i34o,  o  secondo  altri 
nel  i43o.e  secondo  i  fatti  senesi  nel  i^^.C-n.  v. 

Calandrino  o  sia  Calandruccio  (iorentino,  il 
cui  vero  nome  è  Nozzo  di  Perino.usci dalla  scuola 
di  Andrea  Tafi.  Furon  tante  le  burle  che  Buffal- 
macco, e  Nello  di  Dino  fecero  a  Nozzo,  o  sia  Ca- 
landrino loro  compagno,  nella  pittura,  che  det- 
tero campo  al  Boccaccio  di  registrarle  nel  suo  De- 
cameron*1: fiorì  nel  i34o.  B-l.  v. 

Calcagni  Fra  Ruggeri.  Veci.  Buggeri. 

Calbfati  Pietro  da  Piombino,  ancorché  d'ori- 
gine pisano,  nàcque  nel  i5o3;  studio  in  Siena  ed 
in  Pisa  il  dritto  civile  e  canonico,  ed  in  questa 
scienza  fu  addottorato.  Iacopo  V  signore  di  Piom- 
bino conosciuta  l'abilità  di  Pietro  mandollo  am- 
basciatore a  Carlo  V  imperatore,  rial  quale  fu 
4Wtoto  conte  palatino  e  cavaliere.  Dopo  la  Dior  le 
di  Iacopo  fu  (alto  tutore  del   figlio  rimasto  in  età 

34* 


3(ìa  e  a  l. 

pupillare,  ed  in  questa  carica  per  lo  spazio  di  due 
anni  dimorò  presso  Cesare.  Fu  di  poi  fatto  cava- 
liere di  santo  Stefano  e  prese  l'abito  in  Pisa,  ove* 
ebbe  una  lettura  di  legge  civile  che  sostenne  con 
applauso  ed  onore  grande.  Scrisse  „  Molti  trattati 
e  lezioni  su  diversi  articoli  legali  ,„  altre  opere, 
delle  quali  alcune  sono  w  De  nobilitate  lib.  I  „ 
„  Responsiones  aliquas  in  VI  voi.  De  Repet.  ci* 
vili  „  „  Enarrationes  in  aliquot  leges  Digesto- 
ru/TijFirenze  1564»;»  ^e  equestri  dignitate^\e- 
nezia  i584-  C-n.  Ep.  v,  vi. 

Galeno  Oleno  il  più  famoso  indovino  del  suo 
tempo  presso  gli  etruschi,  non  mancò,dice  Plinio, 
d'imporre  agli  ambasciatori  romani  nel  tempo  di 
Tarquinio  il  superbo  in  un  affare  della  maggiore 
imporlanza,neiroccasione  che  fu  trovata  sul  monte 
Tarpeio  la  testa  di  un  uomo  nominato  Tolo, 
Caput  Toli,  d'onde  venne  il  nome  di  Campido- 
glio, ne'fondamenti  di  un  tempio  che  voleasi  fab- 
bricare a  Giove:  ma  il  figlio  di  Caleno  avvertigli 
ambasciatori  di  Tarquinio:  essi  rivolsero  le  ri- 
sposte dell'indovino  a  loro  vantaggio,  e  con  que- 
sta maniera,  dice  la  favola,  i  romani  ebbero  l'im- 
pero d'Italia,  che  sarebbe  altrimenti  passato  agli 
etruschi.  B.  u.  n. 

Callimaco  espediente.  Ved.  Bonaccorsi  Fi- 
lippo. 

Calsabigi  Ranieri,  nato  in  Livorno  nel  1715, 
apprese  i  primi  rudimenti  delle  umane  lettere  in 
patria,  le  scienze  in  Pisa.  In  gioventù  compose 
alcuni  „  Drammi  per  musica  M)  che  sebben  lontani 
assai  dal  merito  di  quelli  del  Metastasio.  furono 


e  a  l.  363 

universalm  ente  applauditi:  non  ostante  vedendosi 
di  merito  a  lui  inferiore  abbandonò  quel  genere 
di  poetare.  Profondamente  versato  nelle  storie  e 
nelle  pratiche  del  dramma  musicale  ,  volle  da 
principio  per  la  propria,  poi  per  l'altrui  istruzione 
accuratamente  esaminare  i  drammi  metastasiani, 
onde  render  ragione  di  ciò  che  faceali  riguardare 
di  lunga  mano  superiori  a  quei  di  AposloloZeno, 
e  d'ogni  altro  passato  e  presente  poeta,  non  esclu- 
si i  propri.  Quindi  pubblicò  le  sue  dissertazioni  su' 
i  drammi  di  Metastasio,  con  le  quali  non  che  sce- 
mare, cercò  di  accrescere  se  era  possibile  la  stima 
altissima  in  cui  era  salito  il  cesareo  poeta  in  Ita- 
lia e  fuori.  Uscirono  intanto  alla  luce  le  prime 
Tragedie  di  Vittorio  Altieri  da  taluni  encomiate,  e 
da  tal  altri  censurale.  In  mezzo  a  tali  contrarietà 
d'opinioni  impuguò  la  penna  il  Galsabigi,  che  sce- 
vro da  ogni  amor  di  parie  accuratamente  assog- 
gettava ad  imparziale  disamina  le  tragedie  dello 
illustre  Alfieri,  e  senza  dissimularne  i  difetti  ne 
disvelava  le  sublimi  bellezze,  e  lo  incoraggiva  a 
proseguire  l'intrapreso  cammino,  non  lasciandosi 
vincere  ne  da  lode  uè  da  sdegno.  Le  persone  non 
preoccupate  da  cieche  prevenzioni  moslraronsi  so- 
disfatte delle  osservazioni  del  Calsabigi,e  l'Alfieri, 
fin  allora  intollerante  di  freno,ascollòi  consigli  del 
dotto  e  gentile  critico  livornese,  e  seppe  trarne 
immenso  vantaggio  perle  sue  successive  tragedie. 
Ed  e  ciò  appunto  che  più  d'ogni  altra  cosa  torna 
a  lode  di  Ranieri  Calsabigi,  perchè  in  gran  parte 
deve  a  lui  l'Italia  il  semplice  miglioramento  che 
scorgesi  dall'Alfieri  introdotto  nei  drammi  coni- 


364  C    A    M. 

posti  dopo  la  pubblicazione  delle  dissertazioni  del 
Ctlsabigi.  Morì  quest'  uomo  dottissimo  e  fornito 
del  più  fino  criterio  Panno  1795.  C-r.        Ep.  vii. 

Cambi  Filippo  poeta  ancorché  non  di  gran 
grido  ,  stimavasi  in  quei  tempi  ove  le  lettere 
erano  in  pregio,  ed  ogui  fatica  come  in  secolo  più 
discreto,  e  l'allegrezza  brillava  nei  cuori  di  tutti, 
era  ogni  componimento,  ogni  lieve  invenzione 
accettala.  Trovatisi  di  quest'uomo  citate  due  ope- 
ricciuole  Puna  „  Il  canto  dei  contadini,  „  l'altra 
„  Il  canto  dei  fruttaioli  „,  ambedue  in  versi  stam- 
pati nella  Raccolta  dei  trionfi  del  Lasca,  Firenze 
1.559.  Né  è  gran  cosa  che  di  questa  sorte  di  poeti 
in  quel  tempo  molti  ce  ne  fossero,  perch'era  tale 
il  numero  degli  spettacoli  e  delle  feste  che  allora 
facevansi,  che  non  v'eran  poeti  bastanti  per  così 
dire  che  supplir  potessero  a  tante,  quante  se  ne 
sanati  fatte,  le  quali  molte  volte  per  mancanza 
dell'accompagnatura  de'componimenti  erano  tra- 
lasciate. C-n. 

Cambi  Importuni  Giovanni^di  nobile  ed  anti- 
ca famiglia  fiorentina,  fu  della  setta  dei  piagnoni 
ed  era  molto  favorevole  alle  massime  di  fra  Gi- 
rolamo Savonarola  ,  tanto  che  in  di  lui  favore 
scrisse  al  papa,  testificando  che  la  sua  dottrina 
era  di  salute  e  quiete  alla  città  di  Firenze.  Si  di- 
lettò di  scrivere  e  notare  cose  degne  di  memoria, 
ed  oltre  molle  „  Orazioni,  Omelie,  Prediche,  Sal- 
mi „  ed  altre  cose  spirituali,  ed  oltre  un  accurato 
„  Itinerario  „  di  un  viaggio  eh'  ei  fece  nella  sua 
giovinezza  in  Germania,  in  Fiandra  ed  in  Inghil- 
terra, accozzò  e  pose  insieme  le  „  Cose  notabili 


e  a.  m.  36è> 

succedute  in  Firenze  dal  1480  al  1 535  „.  Tale 
opera  scritta  con  fede  ed  integrità  ha  prestato 
all'  Ammirato  lumi  grandi  nello  scrivere  della 
R.  casa  Medici.  Non  mancò  anche  Giovanni  d^oc- 
cuparsi  nei  servigi  della  repubblica,  poiché  oltre 
molti  altri  uffici,  fu  vicario  di  Certaldo,  e  uno  dei 
signori  .  Air  età  di  77  anni  cessò  di  vivere  nel 
i535.  A-m.  Ep.  v,  vi; 

Cambi  Importuni  Tommaso  ritiratosi  a  Na- 
poli fu  molto  amico  a  don  Pietro  di  Toledo  non 
che  alla  nobiltà  tutta  napoletana  .  Fé  erigere  in 
quella  città  un  bellissimo  palazzo,  adorno  di  sta- 
tue le  più  antiche,  delle  pitture  di  Giorgio  Vasari, 
e  destinò  questa  magnifica  abitazione  a  ricevere 
i  suoi  amici,  ed  i  forestieri  tutti  che  ivi  andar  va- 
lessero. L'ospitalità  che  vi  ricevettero  Te  persone 
le  più  dotte  del  secolo,  uno  dei  quali  fu  il  Gio- 
vio  ,  ben  più  che  la  bellezza,  resero  celebre  la 
casa  ed  il  nome  di  Tommaso.  Fu  molto  caro  ad 
Alfonso  Davalo  marchese  del  Vasto,  che,  per 
la  integrità  colla  quale  amministrò  le  di  lui  en- 
trate ,  e  per  la  cura  che  ebbe  dei  suoi  dispacci , 
mentre  egli  era  al  governo  di  Milano  ,  concesse 
ad  esso  Tommaso  in  rimunerazione  uu1  annua 
pensione  per  sé  e  suoi  eredi  in  perpetuo  ,  sopra 
alcuni  beni  feudali.  Fu  anche  molto  familiare  dei 
signori  Colonnesi.  La  più  eminente  virtù  che  in 
esso  rifulse,  fu  la  liberalità  versogli  amici,  poiché 
oltre  al  nominato  edilizio,  ed  a  molti  imprestiti 
fatti  ai  particolari  ed  all'istesso  viceré  di  Napoli, 
pure  la  taglia  a  Tommaso  Busini  ed  al  Fer- 
ruccio, che  si  rese  tanto  celebre  nella  guerra  di . 


066  CAM. 

Firenze,  presi  ambedue  all'assedio  di  Napoli.  Vis- 
se 58  anni,  e  morì  nel  i549  dai  dotti  e  dai  buoni 
compianto.  A-m.  Ep.  v,  vi. 

Cambiagi  Giovacchino  storico,  nato  in  Firenze 
nel  1740?  abbracciò  da  giovane  lo  stato  ecclesia- 
stico, ma  più  tardi  lo  rinunziò  per  ammogliarsi 
assai  vantaggiosamente.  In  processo  di  tempo  si 
associò  con  Gaetano  Cambiagi  celebre  stampatore 
fiorentino  per  la  pubblicazione  delle  opere  più 
a<  ereditate  della  letteratura  italiana.  1/  opinion 
pubblica  in  Italia  era  a  quell'epoca  gagliardamente 
preoccupata  dalla  insurrezione  dell'isola  di  Corsi- 
ca. Il  Cambiagi  fu  tra  quei  che  divulgavano  i  ma- 
nifesti della  nazione  contro  i  genovesi,e  che  man- 
tennero costanti  relazioni  tanto  col  general  Paoli, 
quanto  coi  capi  della  ribellione.momentaneamente 
stanziati  in  Toscana.  Questa  circostanza  pose  in  a- 
nimo  al  Cambiagi  di  scrivere  e  pubblicare  la  ^Storia, 
della  Corsica,  Firenze  1770,6  1774»;  nia  dicesi  che 
egli  non  seppe  trar  molto  profitto  dagli  elementi 
avuti  a  sua  disposizione,  ed  è  scritta  senza  la  ne- 
cessaria critica .  Nonostante  ha  questa  storia  il 
merito  importante  d'esservi  inserita  una  serie  di 
documenti  e  di  atti  giustificativi  del  maggiore  in- 
teresse, che  a  verun  modo  saprebbesi  cercare  al- 
tronde, e  che  diffondono  una  viva  luce  su  i  fatti 
contemporanei.  Cambiagi  udite  le  critiche  della 
sua  opera,  dettesi  a  radunar  notizie  circa  la  Cor- 
sica, ed  accumulò  materiali  per  rifondere  la  sua 
storia,  sopra  un  piano  meglio  concepito;  ma  una 
morte  prematura  gli  tolse  di  porre  ad  affetto  il 
suo  lodevole  disegno.  Colla  storia  della  Corsica 


C    A    M.  367 

mise  il  Cambiagi  pur  anche  alla  luce  il  voi.  1  di 
una  «Storiarli  Sardegna,Firenze  1773,,.  Questo  voi. 
il  solo  pubblicato,  stendesi  dalla  conquista  falta 
dai  romani  di  quell'isola  sino  all'anno  14^7,  ma 
tal  produzione  non  è  gran  fatto  migliore  dell'ante- 
cedente. II  Cambiagi  possedeva  un  ottimo  cuore, 
talché  s'era  dichiarato  il  protettore  e  l'amico  dei 
profughi  Corsi,  e  sovvenivali  di  consiglio  e  di  de- 
naro. IVIorì  a  Firenze  al  principio  di  questo  seco- 
lo. Ep,  vii. 
Cambiaci  Antonio  fiorentino  intagliò  a  bulino 
dalla  pittura  di  Guido  Reni,  che  fece  nel  Fran- 
zoni  di  Genova,  copiosa  di  figure  al  naturale,  la 
Abigail  assisa  sull'asino  che  si  abbocca  con  David, 
e  procura  placarlo.  Intagliò  pure  da  un  quadro 
di  Lodovico  Cardi  da  Cfgoliuna  SS,  Trinità  inat- 
to ili  pietà  che  si  vede  in  santa  Croce  di  Firenze. 
G.  <j.  vi. 
Cambini  Andrea  storico  insigne  scrisse  le 
«Storie  dei  turchi  tlivise  in  quattro  libri,  ovvero 
Commentario  dell'origine  dei  turchi  ec.  „  ed  in 
primo  della  casa  Ottomanna,il  cui  principio  è  tale: 
„  La  nazione  dei  turchi  ec.  „  quale  è  prima  stam- 
pata in  Venezia  e  Firenze  1029  ed  in  Venezia 
i537  •  Tradusse  anche  il  libro  di  Cicerone  inti- 
tolato De  amicitia  che  principia  ,  Trovandomi 
ai  giorni  passati  ec.  Scrisse  anche  una  „  Lettera 
ni  duca  Giuliano  dei  Medici,,  ed  un'altra  al  „  Du  • 
<a  Lorenzo  dei  Medici  „,  sopra  le  quali  vi  sono 
due  „  Discorsi  „  stampati  nel  primo  tomo  dello 
>avigizioni  e  viaggi,  Venezia  1 5o4  •  «  Progenie 
e  vita  dei   re   di    Francia    fino   all'anno    i^SS  „, 


368  cam. 

manoscritto  in  s.  Lorenzo:,  „  Vita  di  Carlo  Vili  re 
di  Francia  „  e  „  Storia  di  Firenze  „,  manoscritto. 
Fu  amico  del  Ficino.  Fiorì  uel  i53o.  Delle  di  lui 
opere  furon  pubblicale  diverse  edizioni.  B-s. 

v,  vi. 
Cambini  Giuseppe  compositor  di  musica  na- 
cque a  Livorno  verso  il  1720;  dopo  avere  studia- 
lo sotto  il  celebre  Martini  si  trasferì  a  Napoli  on- 
de perfezionarsi  nella  musica  .  I.vi  si  accese  di 
una  giovanetta  che  rapì  con  intenzione  però  di 
sposarla,  ma  partitosi  per  mare  verso  la  Francia 
fu  preso  dai  corsari  che  lo  attaccarono  all'albero., 
violarono  lui  presente  la  bella  ,  e  li  condussero 
sulle  coste  di  Barberia  ,  ove  furono  separati.  Di- 
venuto libero,  non  si  sa  in  qual  modo,  viaggiò  in 
Italia,  in  Germania,  e  venne  a  stabilirsi  a  Parigi 
verso  il  1740,  ove  acquistò  nome  del  più  esperto 
suonatore  di  violino  di  quell'epoca. e  di  compositore 
non  men  gradito  che  facondo  per  la  musica  Stru- 
mentale. Biuscì  nel  compor  musica  di  chiesa, 
sicché  volle  cimentarsi  nella  composizione  dram- 
matica, opera  la  cui  musica  ben  regolala  ed 
espressiva  ebbe  gran  riuscita.  In  alcuni  drammi 
scrisse  la  musica  e  la  poesia.  INon  ostante  il  Cam- 
bini pendeva  alla  mendicità,  se  il  ricco  fornitore 
Armando  Seguili  non  l'avesse  soccorso,  il  quale 
fecegli  scrivere  vari  pezzi  di  musica  sacri  e  profa- 
ni ,  onde  avere  un  titolo  per  assegnargli  tre  o 
quattro  mila  franchi  Tanno  di  gratificazione.  Mal- 
grado questa  risorsa  il  Cambini  cadde  in  uno  sta- 
to di  privazioni  il  più  assoluto}  ma  in  fine  sep- 
pesi  provvedere  del  bisognevole  scrivendo  musica 


CAM.  369 

in  ogni  genere,  e  vendendola  ai  maestri  che  sape- 
va bene  imitarli.  Verso  il  6ne  del  1810  si  ritirò  in 
Olanda,  e  nel  18)8  più  non  esisteva.  11  Cambini 
ha  pubblicato  un,,  Metodo  per  violino,  per  il  flau- 
to e  per  la  zampogna  „}  cinque  dozzine  di  „  Sin- 
fonie „  dodici  dozzine  di  „  Quartetti  corcertati 
per  violino  „,  e  simili  altre  composizioni.  B.  u. 

Ep.  vi,  vii. 

Camillia.ni  Francesco  scultore  fiorentino  sco- 
lare di  Baccio  Bandinelli,  consumò  i5  anni  nelle 
fontane,  che  d**  ordine  di  D.  Luigi  di  Toledo  si 
fabbricarono  in  Firenze  al  suo  giardino ,  con  ar- 
ricchirle di  statue,  d'animali  e  di  fiumi,  fra  i  quali 
V  Arno  ed  il  Mugnone  riuscirono  due  figure  da 
stare  a  fronte  di  qualsivoglia  valente  maestro  . 
V-s.  vi. 

Camp ks a  Francesco  ( del )  di  Giambattista  di 
Biagio  nacque  in  Colle  verso  il  i5oo.  Fu  soggetto 
assai  cospicuo  ed  amministrò  i  più  importanti  af- 
fari del  granducato  di  Toscana.  Mandato  da  prima 
ambasciatore  per  servizio  della  santa  sede  al  re 
dTnghilterra  da  Clemente  VII,  reduce  dalla  sua 
legazione,  fu  assegnato  per  segretario  del  duca 
Alessandro  defedici.  Dopo  la  morte  violenta  data 
allo  stesso  duca  da  Lorenzino,  con  destrezza  coo- 
peròunitamente  al  cardinal  Cibo  a  far  riuscir  duca 
Cosimo.giovinelto  di  anni  18,  che  senza  perturba- 
zione dello  slato  pacificamente  fu  riconosciuto 
dalla  repubblica  fiorentina  nel  i5j7- Si  mantenne 
nella  carica  di  segretario  principale  presso  il  nuo- 
vo principe  ,  e  di  più  fu  dichiarato  di  lui  consi- 
gliere. Nella  vita  d«  1  duca  Cosimo,  e  nella  storia 

Si.   Tose.   Tom.    12.  33 


$J0  CAM. 

di  monsignor  Giovio  si  ha  onorata  menzione  di 
Francesco  Campana.  Essendo  molto  addottrinato 
nelle  belle  lettere  scrisse  elegantemente  „  Sul- 
l'Eneide di  Virgilio  y  e  la  di  lui  opera  restò  ma- 
noscritta per  la  morte  inaspettata  dell'autore.  In 
età  avanzata  meritò  una  commenda  trai  cavalieri 
di  s.  Stefano}  ordine  istituito  dallo  stesso  Cosimo 
I  nel  i56o.  Ep.  v,  vi. 

Campanaio  Lorenzo^  detto  Lorenzetto,  scul- 
tore ed  architetto  fiorentino  nato  nei  i494^mer'l° 
l'amicizia  di  Raffaello  che  se  ne  valse  in  diversi 
lavori  importanti  ,  e  gli  fece  sposare  una  sorella 
di  Giulio  Romano  suo  prediletto  discepolo.  Lo- 
renzetto  ebbe  a  compiere  in  gioventù  il  mausoleo 
del  cardinale  Forteguerri  posto  nella  chiesa  di  s. 
Giacomo  a  Pistoia ,  che  Andrea  del  Verrocchio 
avea  lasciato  imperfetto.  Vi  si  osserva  una  statua 
della  Carità,  ov'egli  incominciò  a  sviluppare  tutto 
il  suo  ingegno  .  Si  trasferì  poscia  a  Roma  ,  ove 
poco  ebbe  da  fare  in  principio  5  ma  poi  Raffaello 
fecegli  commettere  l'esecuzione  del  sepolcro  che 
il  cardinale  Chigi  eriger  voleva  a  sé  medesimo 
nella  chiesa  di  santa  Maria  del  Popolo  .  Loren- 
zetto  condusse  le  due  statue  di  Giona  e  di  Elia 
che  adornano  quella  tomba,  e  che  si  prendereb- 
bero per  due  opere  di  greco  scarpello  .  Morto 
Raffaello  ed  il  cardinale  prima  che  dette  statue 
fosser  compite,  restarono  a  lui  per  molti  anni.  In 
qualità  di  architetto,  l'artista  ebbe  a  costruire  in 
Roma  molte  case  particolari,  e'1  palazzo  Cantarel- 
li, non  meno  che  la  facciata  interna  ed  i  giardini 
del  palazzo  appartenente  al  cardinale  della  Valle. 


CAM.  371 

]\'ei  giardini  stessi  veggonsi  di  lui  due  magnifici 
bassirilievi  in  marmo  traiti  dalla  storia  antica  . 
Per  ordine  di  Clemente  VII  scolpì  una  statua  di 
s.  Pietro  situata  al  Ponte  s.  Angiolo  .  Malgrado 
tanti  e  sì  fatti  lavori,  il  valente  artista  era  senza 
fortuna,  e  cinque  figli  in  giovane  età  ne  accresce- 
vano i  bisogni.  Fu  allora  che  Sangallo  architetto 
di  s.  Pietro  lo  incaricò  d'una  parte  dei  lavori  che 
il  papa  Paolo  III  aveva  ordinati  a  compimento 
del  fabbricato.  Siffatti  lavori  arricchirono  in  bre- 
ve tempo  Parlisla,  che  avrebbe  fatto  maggior  for- 
tuna ,  se  la  sua  morte  prematura  ,  accaduta  nel 
i54i,  non  Pavesse  colto  nella  fresca  età  di  47  an- 
ni. B.  u.  Ep.  v,  vi. 
Camfawi  Alberto  montepulcianese,  domeni- 
cano, filosofo  e  teologo  di  molto  grido,lesse  me- 
tafisica io  Pisa,  e  quindi  scrittura  in  Padova,  colà 
chiamato  dal  Veneziani  con  molto  ragguardevole 
stipendio,  ed  in  quella  carica  terminò  la  sua  vita. 
Fu  predicatore  celebre  per  dottrina,  ma  povero 
d'azione,  per  lo  che  fu  creduto  che  il  padre  Fran- 
cesco Maria,  suo  fratello  egualmente  domenicano 
e  predicatore  di  tanto  nome  in  tutta  Italiani  va- 
lesse delle  fatiche  d'Alberto,  né  del  proprio  vi  a- 
vesse  che  l'abilità  del  porgere.  P-r. 

Cvmpi  Baldassarre  e  Michele  due  fratelli  dro- 
ghieri e  profumieri  a  Lucca  verso  la  metà  del  se- 
colo XVI.  Avevano  cognizioni  estesissime  su  tutte 
le  sostanze  che  erano  1'  oggetto  del  loro  com- 
mercio, e  s'applicarono  soprattutto  a  conoscerò 
le  piante,  di  cui  gli  antichi  hanno  fatta  menzione. 
Negli  scritti  di  Dioscoride,  ed  in  quei  degli  autori 


372  CAM. 

arabi  cercarono  essi  istruzione  intorno  a  ciò,  ma 
uon  avendovi  trovato  quanto  desideravano,  cor- 
sero parecchie  volte  la  catena  degli  Appennini  ed 
in  allre  parti  delP  Italia  per  osservarne  le  piante. 
Pubblicarono  le  poche  scoperte  reali  che  essi  fece- 
ro in  un'opera  intitolata  „  Spicilegio  bottanico  , 
Lucca  i65a„,  nel  quale  si  manifesta  la  conosciu- 
ta cinnamomi  degli  antichi.  In  questo  libro  fecero 
conoscere  le  piante  che  osservate  avevano  ne'lo- 
ro  viaggi}  ma  lo  scopo  principale  di  costoro  era 
diretto  solo  a  provare,  che  la  cannella  de'  mo- 
derni è  differente  dal  cinnamomo  degli  antichi.Essi 
hanno  prodotte  insieme  ed  unite  sotto  i  loro  nomi 
parecchie  opere,delle  quali  ecco  i  titoli:  „  Discor- 
so nel  quale  si  dimostra  qual  sia  il  vero  mithri- 
dato,  contro  V  opinione  di  tutti  gli  scrittori  ed 
aromalarkcon  un  breve  capitolo  del  vero  aspalal  o, 
Lucca  i6-iS  „;„  Sopra  il  balsamo,  Lucca  i634  » 
„  Risposta  ad  alcune  obiezioni  fatte  al  libro  del 
balsamo,  Lucca  1640  ^  „  Dilucidazione  e  confer- 
mazione maggiore  di  alcune  cose  nella  risposta  a] 
sig.  Gasparri,  Pisa  164 1  »•  #.  u*  Ep.  v,  vi. 

Campiglia  Gion  Domenico,  discepolo  di  Tom- 
maso  Redi  celebre  professore  di  disegno  ed  inta- 
gliatore,travagliò  qualche  vignetta  nel  libro  intito- 
lato, Primatus  Hispaniarum  vindicatus, stampa- 
to in  Roma  nel  17295  nella  nobile  edizione  fatta 
in  Firenze  in  4  torai  Tanno  1762,  e  gli  anni  sus- 
seguenti tino  al  1762,.  Oltre  alla  invenzione  di  tutti 
i  rametti,  finali,  e  lettere  iniziali,  disegnò  quasi 
tutti  i  ritratti  dei  pittori  che  di  propria  mano  si 
dipinsero,  i  quali  esistono  nella  R.  Galleria  di  Fi* 


C    A    N.  373 

renze,  ed  alcuni  furono  da  esso  intagliati.  Fu  ca- 
po il  Gampiglia  della  calcografia  comunale  in  Ro- 
ma. G.  G.  Ep.  vi,  vii. 
Cancellieri  Riccardo  di  Lazzaro  pistoiese 
fu  capitano  generale  dei  fiorentini.  Essendo  man- 
dato contro  i  Tarlati  d'Arezzo,  saccheggiò  Bib- 
biena ed  altre  castelli)  di  quei  contorni}  entrò  in 
Arezzo,  spianò  e  distrusse  le  case  dei  Tarlati,  e 
de'  loro  seguaci.  Ottenne  da  Carlo  IV  impera- 
tore il  titolo  di  conte  palatino  per  lui  e  per  tutta 
la  sua  discendenza,  con  facoltà  di  creare  noia- 
ri  pubblici,  giudici  ordinari,  e  di  legittimare  ba- 
stardi. Fu  signore  di  Francavilla  in  Francia.  Servì 
Urbano  V  nel  ritorno  ch'ei  fece  in  Toscana  pas- 
sando a  Viterbo.  Ottenne  il  governo  dello  stato 
di  Modena,  ed  altri  uffizi  e  cariche  militari  sino 
ad  essere  generale  di  eserciti,  il  che  sostenne  con 
molta  gloria.Iu  ultimo  ritrovandosi  agli  stipendi  di 
Aldobrandino  d'Este  marchese  di  Ferrara,  morì 
in  età  (Panni  75,  Panno  1378,  e  fu  accompagnato 
alla  tomba  da  tutta  la  nobiltà  di  Ferrara  e  da  Al- 
berto e  Obizo  marchesi  d'Este.  F-r.  v. 
Cancellieri  Tiiccaido  diverso  dalPanteceden- 
le,caduto  in  sospetto  presso  la  signoria  di  Firenze, 
di  voler  togliere  Pistoia  a  quella  repubblica,  fu 
costretto  a  ripararsi  in  Bologna, ove  concertò  con 
alcuni  fuorusciti  di  togliere  ai  fiorentini  il  castello 
della  Sambuca.  Vi  riuscì  di  fatti, ed  abbiamo  avu- 
to luogo  di  esaminare  nell'epoca  V  di  quest'opera, 
quanti  danni  ai  fiorentini  ed  al  territorio  pistoie- 
se derivassero  da  tale  acquisto.  Andò  quindi  Ric- 

35*     . 


3?4  c  x  J- 

carilo  ai  servigi  del  duca  di  Milano,  dal  quale  gli 
fu  data  provvisione  di  600  fiorini  d'oro  al  mese, 
perchè  facesse  guerra  ai  fiorentini.  Egli  ben  cor- 
rispose a  tanta  generosità  del  suo  padrone,  poiché 
non  solo  ai  fiorentini  ma  a1  pistoiesi  pure  fece 
guerra,  avendo  loro  tolto,  oltre  il  nominato  ca- 
stello della  Sambuca,  f*\'i  altri  pure  di  Galamec- 
ca  e  Peteglio.  Tanta  era  la  avvedutezza  di  Ric- 
cardo e  l'ardire  dei  suoi,  che  spesso  vinse  i  propri 
avversari  che  tenevanlo assediato,  scorrendo  quin- 
di e  giorno  e  notte  i  circostanti  luoghi  del  paese; 
peri  quali  fatti  si  acquistò  nome grandissimo.ìMor- 
to  finalmente  il  duca  di  Milano,  restituì  a'tìoren- 
tini  i  tolti  castelli,  assettò  le  differenze  che  erano 
tra  loro,  e  tornò  ai  servigi  di  quella  repubblica. 
I  beni  che  da  quel  comune  erangli  stati  rovinati, 
gli  furono  restituiti,  e  tanto  ad  esso  che  a  sua 
famiglia  fu  pubblicato  un  generale  perdono.  IVIorì 
in  Faenza  nelP  anno  1406,  essendo  ai  servigi  di 
santa  chiesa.  A-m.  Ep.  v. 

Cancellieri  Bartolommeo  di  Riccardo  pi- 
stoiese fu  viceré  d'Abruzzo  e  poi  al  servizio  del 
duca  d'Este  di  Ferrara,  avendo  antecedentemen- 
te sostenuta  la  carica  di  potestà  nella  città  di  Bo- 
logna. Fiorì  circa  l'anno  i3oo.  F-r.  v. 

Cancellieri  Lazzaro  il  di  cui  vero  nome  era 
Bandino^u  di  Pistoia.  Ottenne  la  carica  di  castel- 
lano della  fortezza  di  castel  s.  Angiolo,  fu  fatto 
senatore  di  Roma  e  difese  quel  fortilizio  contro 
l'esercito  di  Ladislao  re  di  Napoli:  gloriosamente 
in  quell'incontro  se   ne  morì    nell'anno   i4la* 


e  a  ft.  3 yo 

Successa  la  morie  di  questo  soggetto,  ottenne  per 
volontà  del  pontefice  il  suo  luogo  Si/none  di  lui 
figlio.  A-m.  Ep.  v. 

Cancelliero  dal  Forcone.  Fed.  Forcone. 
Carivi  Girolamo  d'Anghiari  compose  alcune 
opere  e  pubblicò  un  gran  numero  di  traduzioni. 
Fra  le  sue  opere  citeremo,,  Historia  della  elezione 
e  coronazione  del  re  dei  romani,  Venezia  1612  „• 
„  Aforismi  politici  cavati  dalla  storia  di  Francesco 
Guicciardini,  Venezia  1625  „.  Tradusse  in  italia- 
no il  trattato  della  corte  di  Dionigi  del  refuso 
con  note,  Venezia  1621}  Gli  aforismi  politici  sopra 
Tacito,  Venezia  1618}  La  storia  di  Luigi  XI,  Ve- 
nezia 1628,  ov'è  unito  un  Giudizio  politico  sopra 
la  vita  di  esso  re}  Lettere  del  cardinal  d'Ossat, Ve- 
nezia 1629:  la  Genealogia  della  casa  di  Borbone, 
Venezia  16S8.  B.  u.  vi. 

Canim  Angelo  nato  nel  1621  fu  abilissimo 
grammatico,  a  parere  di  molti  letterati.  Alla  co- 
gnizione della  lingua  greca  egli  univa  la  cono- 
scenza dell'ebraico,  siriaco,  ed  altre  lingue  orien- 
tali. Andò  per  lungo  tempo  vagando  e  insegnan- 
do le  suddette  lingue  a  Venezia,  a  Padova,  a  Ro- 
ma, nella  Spagna.  Francesco  I  lo  attirò  a  Parigi, 
perchè  vi  fosse  professore  nell'università,^!  è  cosa 
assai  singolare  che  Boulay  e  Crevier  non  facciano 
menzione  del  Canini  nelle  loro  storie  delPuniver- 
sità.  A  Parigi  gli  fu  scolaro  Andrea  Dutich.  Morì 
in  Alvernia  nel  1 557.  Ecco  le  principali  opere  del 
(lanini  nDelocis  s.Scrìpturae  ìiebralcis  commen- 
tarla „  stampata  con  le  quinquagenas  d'  Antonio 
de  Lebri,  Anversa  1600.  „  De  hellenismo  i555», 


3? 6  e  a  w. 

ristampato  con  le  note  di  Cado  Haumboes,  Pari- 
gi 1 568  e  Londra  i6i3  „;  Institutlones  lingua- 
rum  syriacae^  assyriacae  et  thalmudìcae  una 
cum  aetìiopicae  et  arabicae  collatione,  quibus 
addita  est  ad  calcem  n.  7.  multorum  locorum 
historica  enarratio,  Parigi  i55^  »;w  Grammatica 
greca,  Parigi  „*,  „  Una  versione  latina  «lei  commen- 
to di  Simplicio  intorno  ad  Epitetto,  Venezia  iò{6 
e  1669  „.  B.  u.  Ep.  v,vi. 

Garocchi  Giovanni  fiorentino  ha  molto  ope- 
rato d'incisione  nelle  tavole  annesse  al  dizionario 
enciclopedico  della  edizione  di  Lucca,  e  nella  bi- 
blioteca teatrale  colà  pubblicala  dal  nobile  si- 
gnore Ottaviano  DioJati.  G.  G. 

Canovai  Stanislao  del  secolo  XVIII  astrono- 
mo dell'osservatorio Ximeniano  in  s.  Giovannino, 
religioso  scolopio  e  lettore  di  matematiche,  lasciò 
diverse  opere  pregevoli  di  matematica,  di  archeo- 
logia e  di  grammatica^  ed  ebbe  a  sostenere  una 
dotta  disputa  con  Napione  Galeani  intorno  alla 
patria  d'Americo  Vespucci.  C.  r.  vi,  vn. 

Capassi  Gherardo  nacque  in  Firenze  Tanno 
1662,  e  giovinetto  ancora  fu  ascritto  nella  religio- 
ne dei  serviti.  Attese  egli  allo  studio  della  filo- 
sofia peripatetica  e  della  scolastica  teologia,  fin- 
ché conosciuta  l'inutilità  di  tali  studi  si  applicò 
alla  storia  sacra  ed  alla  teologia  dommatica.  Fu 
ascritto  nel  collegio  dei  teologi  di  Firenze-  inse- 
gnò filosofia  e  teologia  nel  convento  dVl  suo  or- 
dine, e  nell'Ateneo  pisano.  Ebbe  molte  contro- 
versie con  Giacomo  Laderchi  della  congregazione 
dell'oratorio,  poiché  dimostrò  falsigli  atti  da  que- 


C    A    X.  377 

sfultimo  scritti  di  s.  Cresci  e  compagni.  Famosa 
è  questa  disputa  per  le  opere  che  uscirono;  una 
d.dle  quali  fu  „  Nugae  laderchìanae  in  Epistola 
ad  Equitem  fiorenti num    sub   nomine   et   sine 
nomine  Petri  Donati  Polidori  vulgata:  Centu- 
ria prima  curante   M.  Antonio  Gatto  J.  C.  Gè- 
nuae  170^  ,y  Non  può  negarsi  che  quest'opera  non 
sia  dotta,  giudiziosa    e  piena  di  argutissimi  sali; 
ma  ripiena  d'invettive,  titoli  derisori,  e  pungenti 
il  suo  avversario  in  modo,  che  il  Granduca  Cosi- 
mo UE  condannò  alle  fiamme  quel  libro,  e  co- 
strinse Antonio  Gatti,  sotto  il  qual  finto  nome 
era  stampato,  a  dimostrar   con  giuramento  la  sua 
innocenza.  La  libertà  di  parlare  del  Capassi,  il  suo 
animo  ingenuo  gl'impedirono  di  poter  ottenere 
quplle  dignità  ecclesiastiche  che  per  virtù  e  dot- 
trina ei  meritava.  Morto  finalmente  Cosimo.e  suc- 
cessogli Gio.  Gastone  nacque  al  Capassi  la  spe- 
ranza di  poter  vivere  sicuro  in  patria,  avendo  già 
sostenuto  diversi  onori    come  generale  del  suo 
ordine,  esaminator  sinodale  di  Firenze  e  Fieso- 
le, teologo  di  Francesco  Maria  Medici  e  di  altri 
cariinali,  consultore  della  congregazione  dell'In- 
dice. Tornato  dunque  a  Firenze  fu  di  nuovo  elet- 
to professore  dell'Ateneo  pisano  e  teologo  dello 
ordine  di  santo  Stefano.  Di  lì  a   poco  abbando- 
nala la  cattedra  di   Pisa  si  ritirò  nel  suo  mona- 
stero, ove  visse  quietamente,  godendo  come  per 
lo  avanti  l'amicizia  e  conversazione  degli  uomini 
dotti,  finché  nell'anno  1736  colpito  da  apoples- 
sìa perde  la  memoria,  e  nel  seguente  anno  la  vi- 
ta. Le  opero  che  di  luf  ci  restano  sono  „  Conclu- 


ZyS  e  a  p. 

siones  ex  theologia  et  philosophia  selectae  „; 
„  Monìtum  ad  sanctam  ecclesiam  catholicam 
adversus  Jo.  Chrysostomum  Scarfó  in  vene- 
tos  Ephemeridum  litterarium  scriptores  de- 
bacchantem  ,„•  „  Epistola  de  actis  s.  Cresci  ad 
Justum  Fontaninium  n;  „  Nugae  laderchia- 
nae  „  /  ,,  Besponsio  ad  Epistolam  p.  Ioannis 
Antonii  Vernardii  Servitae  qui  contra  venetos 
Ephemeridum  litterarium  scriptores  calamum 
strinxerat,  et  Pindicias  veterum  diplomatum 
a  Justo  Fontaninio  editus  impugnai er at  „/  „  Ju- 
dicium  de  opere  p.  Nicolai  Morterìi  inscripto^ 
„  Etymologiae  Sacrae  Graeco-Latinae  „,  ed  al- 
tre opere  MS.  L-m.  Ep.  vi. 
Capezzali  Banalità  spiritoso  ed  elegante  poe- 
ta della  prima  metà  del  secolo  XVII.  Fu  autore 
di  un  „  Ditirambo  „  ,  da  cui  il  Redi  lolse  non 
solo  la  principale  idea  del  suo  Bacco  in  Toscana, 
ma  non  sdegnò  di  spargervi  ancora  quasi  tutti  i 
pensieri  e  le  più  nobili  frasi  in  questo  contenute. 
È  però  strano  che  tanto  il  Redi  dovendo  al  com- 
ponimento del  Capezzali,  non  ne  abbia  nelle  sue 
note  fatto  il  minimo  cenno.  Molle  sono  le  pro- 
duzioni di  Bonavita  ,  fra  le  quali  accenneremo 
due  eccellenti  poemetti,  uno  intitolato  „  Apollo 
vaticinante;  la  grandezza  del  serenissimo  Ferdi- 
nando II  di  Toscana  „j  l'altro  „  La  difesa  celeste 
per  l'occasione  della  fama  sparsa  che  il  turco  vo- 
lesse andare  contro  Malta  nel  i635  „.  Morì  nel 
i645  nelPancor  fresca  età  di  anni  t\\.  R-st  vi. 
Capitelli  Bernardino  di  Siena  scolare  d 'Ales- 
sandro Casolani  finché  visse,e  dipoi  di  Rutilio  Ma- 


e  a  p.  3?9 

netti,  avendo  fatto  qualche  profitto  nella  pittura 
s'applicò  in  appresso  anche  all'intaglio  ad  acqua 
forte,  e  ritrasse  dai  marmi  antichi  alquanti  fregi 
di  bassorilievi  esprimenti  favolosi  soggetti  .  Pub- 
blicò delle  corse  ,  decentrate  e  delle  comparse, 
e  fra  le  altre  la  piazza  di  Siena  in  piccola  e  mag- 
gior figura  e  forma,  con  avervi  espresso  vari  spet- 
tacoli festivi.  Travagliò  i  ritratti  del  cav.  Fran- 
cesco Vanni,  del  cav.  Ventura,  di  Arcangiolo  Sa- 
limbeni  ,  di  Sebastiano  Folli  e  di  Alessandro 
Casolani,  tutti  pittori  senesi.  Entrò  al  servizio  del 
cav.  Del  Pozzo  nel  i6a6,  ed  operava  nel  1634.  G. 
G.  Ep.  vi. 

Capocchi  Alessandro  domenicano,  nato  nel 
1 5 1 5  cittadino  fiorentino,  la  cui  genitrice  gravida 
d'otto  mesi  di  lui,  caduta  con  un  palco  rovinato 
salvossi  per  prodigio,  per  esser  restata  attaccata 
ad  una  porzione  di  quel  palco.  Vestì  il  Capocchi 
T  abito  di  religioso  in  santa  Maria  Novella  nel 
1627,  e  mandato  a  studio  in  Lombardia  imparò 
le  scienze,  e  specialmente  le  lingue  ebrea  ,  cal- 
dea, siriaca  ed  araba,  che  parlava  con  franchezza 
mirabile  e  scriveva.  Amante  di  solitudine  volea 
ritirarsi  in  Camaldoli  ,  ma  noi  permisero  le  sue 
circostanze,  né  i  suoi  superiori.  Fece  qualche  ri- 
forma nel  suo  convento,  richiamandone  i  frali 
alle  antiche  regole.  Fondò  il  conservatorio  delle 
Poverine  dette  poi  della  Pietà.  Governò  più  mo- 
nasteri e  pie  congregazioni,  di  cui  fu  correttore. 
Fu  curato  del  popolo  di  sua  chiesa  e  priore  del 
suo  convento,  dopo  di  che  morì  nel  i58i,  essen- 
do vissuto  anni  66  .  Operò  alcune  cose   maravi- 


3So  e  a  p. 

gliose  col  mezzo  delle  sue  fervorose  orazioni.  Egli 
suscitò  lo  spirilo  nella  compagnia  di  s.  Benedetto 
bianco  della  città  di  Firenze,  e  scrisse  un  „  Ri- 
stretto della  vita  di  diversi  fratelli  di  detta  com- 
pagnia, con  alcuni  loro  fatti  cavati  da  altro  lib- 
bretto  manoscritto,,.  B-s.  Ep.  v,  vi. 

Caponsacchi  Pietro  religioso  francescano  nato 
nei  contorni  di  Arezzo  nel  secolo  XV  ha  pubbli- 
cate alcune  opere  poco  note  e  sono:  „  In  Johan- 
nis  apostoli  ,  apocalypsi  observatio  ,  Firenze 
1572,,,  scritto  per  curiosa  combinazione  e  dedicato 
a  Selim  II  imperatore  dei  turchi.  „  De  justitia 
et  juris  auditione,  Firenze  1 5 7 5  59^  »  Discorso  in- 
torno alla  canzone  del  Petrarca  che  incomincia: 

Vergine  bella  che  di  Sol  vestita  ec. 

Firenze  1567  e  1690,,.  Il  padre  Lelong  parla  di 
quest'opera  nella  Biblioteca  sacra,  ma  ingannato 
dal  titolo  che  trovò  citato  in  modo  poco  esalto , 
tenne  che  si  trattasse  del  Cantico  dei  cantici,  e 
non  ha  mancato  di  dire  che  il  nostro  autore  avea 
pubblicato  intorno  ad  esso  un  commento.  B.  u. 

v. 

('appelli.  Marsilio.  Ved.  Ficino  Marsilio. 

Capponi  Neri  di  Gino  di  Neri,  del  quale  son 
piene  le  memorie  fiorentine  per  lo  spazio  di  circa 
mezzo  secolo  ,  nato  nel  i3S8  ,  superò  il  padre 
nelle  civili  virtù.  Occupò  più  magistrali  nella  re- 
pubblica, attese  agli  interessi  di  lei  nel  tempo  di 
guerra  e  in  tempo  ili  pace  nelle  ambascerìe.  Fu 
condannato  dai  fiorentini  alTesilio  per  timore  che 


e  k  p.  38i 

non  s'ingrandisse  di  soverchio,  ed  ei  non  ostan- 
te adoprossi  a  loro  favore.  Ma  dopo  la  sconti!  ta 
del  Piccinino  ad  Anghiari  la  repubblica  ravvedu- 
ta del  proprio  errore  lo  creò  cavaliere,e  Io  incari- 
cò degli  affari  dì  guerra,  come  uno  dei  dieci  di 
balia  e  commissario  dell'esercito  nel  1429  quan- 
do si  mossero  le  armi  contro  Lucca.  Egli  scrisse 
le  proprie  imprese,  e  con  esse  quelle  del  padre, 
componendo  la  storia  della  guerra  di  Pisa,  in  cui 
egli  ebbe  si  gran  parte  che  servì  di  materiale  a  Ber- 
nardo Rucellaiper  distendere  relegantissimo  suo 
commentario.  Quando  egli  nel  i436  ebbe  il  gonfa- 
lonierato  di  giustizia,  con  intrepidezza  non  sdegnò 
di  fare  spargere  il  sangue  cittadinesco  di  alcuni  ri- 
belli,per  provvedere  alla  comune  salvezza  con  que- 
st'unico funesto  compenso.  Egual  coraggio  dimo- 
strò Neri  in  varie  altre  occorrenze,  e  specialmente 
quando  egli  trovavasi  a  consigliere  nelle  pubbli- 
che faccende.  Furon  tema  di  molte  lodi  a  valenti 
scrittori  le  gesta  del  Capponi  che  in  meriti  a  ve- 
ro dire  avanzò  non  pochi  dei  suoi  coetanei.  Fin- 
ché nel  novembre  del  14^7  finì  4'  vivere  in  età 
danni  69,  forse  troppo  presto  se  riguardasi  al  bi- 
sogno in  cui  era  la  repubblica  di  esser  peranche 
assistila  dalla  prudenza  di  N  e  ri  nelle  mutazioni 
che  avvennero,  e  nei'contrasti  che  Paillissero  do- 
po una  tal  morte,  che  fu  compianta  come  d'un 
vero  e  proprio  difensore  della  libertà.  Tra  i  quat- 
tro suoi  figli  ch'ebbe  da  Selvaggia  Sacchetti  vi  fu 
il  famoso  Gino  gonfaloniere  di  giustiziane!  i^yi. 
E.  <l' u.  i.  Ep.  v. 

Cappom   PUtto    nipote  di  Neri  fu  insignito 
Sì.    Tose.    Tom,    12.  3G 


382,  C    A    P. 

come  lui  delle  più  eminenti  dignità  della  repub- 
blica di  Firenze,  e  fra  le  altre  sostenne  parecchie 
ambasciate  sia  in  Italia  sia  in  Francia.  Carlo  Vili 
essendo  entrato  in  Firenze  nel  i494  a^a  Sul^a 
delle  sue  genti  d'armi  e  con  la  lancia  in  mano, 
pretendeva  d^ver  fatta  in  tal  guisa  la  conquista 
della  repubblica,  e  voleva  essere  dichiarato  so- 
vrano. I  tìorentini  non  lo  avevano  considerato 
che  come  un  allealo,  il  quale  chiedesse  ospitalità 
e  gli  avevano  aperte  le  porte,  ma  con  la  precau- 
zione però  d'adunare  nelle  case  dei  principali  cit- 
tadini tutti  i  soldati  della  repubblica  e  molto  nu- 
mero di  contadini  armati.  Carlo  Vili  tenne  pa- 
recchi colloqui  con  Pietro  Capponi  che  già  lo 
conosceva,  e  con  altri  magistrati  fiorentini.  Final- 
mente legger  fece  dinanzi  ad  essi  dal  di  lui  segre- 
tario il  suo  ultimatum.  Le  condizioni  di  esso  af- 
fatto contrarie  essendo  alla  dignità  edalla  libertà 
di  Firenze,  Pietro  Capponi  strappò  la  carta  dalle 
mani  del  segretario  e  Jaeerolla  sotto  gl'occhi  del  re 
—  Prima  che  noi  condiscendiamo  a  domande  che 
disonorano,fate  dar  fiato,  dissetile  vostre  trombe, 
e  noi  suoneremo  le  nostre  campane  — .  Nel  mede- 
simo tempo  uscì  e  fu  seguito  da  3  commissari  suoi 
colleghi,  come  abbiamo  dovuto  narrare  al  tom. 
vni,  p.  4?5  di  quesf  opera.  A  tale  intrepidezza  fu 
grande  nei  francesi  la  meraviglia',  richiamarono  il 
Capponi  e  gli  proposero  condizioni  più  miti.  Si 
assicura  che  Carlo  VII!  prendendolo  per  la  mano 
gli  dicesse  in  lingua  italiana,—  Cappon  Capponi  tu 
strilli  come  un  gallo  —.Un  trattato  fu  concluso  fra 
il  re  e  la  repubblica,  e  Carlo  si  pose  di  bel  nuovo 


e   4   p.  583 

in  cammino  alla  volta  di  Napoli.  Pietro  Capponi 
fu  ucciso  nel  1496  da  un  colpo  d'archibuso  di- 
nanzi ad  Asciano  piccolo  castello  delle  colline  di 
Pisa,  che  assalito  aveva  con  le  genti  fiorentine,  di 
cui  era  commissario.  B.  u.  Ep.  v. 

Capponi  Giovanni  Battista  ,  nato  in  Firen- 
ze da  nobili  genitori,  si  applicò  allo  studio  della 
letteratura,  e  fu  di  presidio  grande  alle  belle  arti. 
Disprezzò  egli  i  vizi  ed  i  viziosi,  e  solo  amò  la  pro- 
bità, e  di  servire  Dio.  Molto  apprese  nelle  belle 
arti,  e  con  tutto  l'amore  studiò  le  sacre  lettere. 
Molti  chiedevano  il  suo  consiglio  ed  il  suo  giu- 
dizio in  affari  interessanti,  e  tutti  trattava  con 
saggiezza  ed  umanità.  Godè  egli  di  una  sanità  tale 
di  corpo,  che  mai  ebbe  bisogno  degli  aiuti  dei 
medici,  onde  eccitato  da  tanta  prosperità  gior- 
nalmente attendeva  con  progresso  ai  sa^ri  ufi- 
zi.  Fu  eletto  arciprete  della  cattedrale  fiorenti- 
na d1  ordine  di  Cosimo  e  pei  suffragi  di  tutti  i 
canonici,  ma  egli  ringraziando  questi  della  loro 
preferenza  che  data  gli  avevano,  e  presentatosi 
a  Cosimo  ricusò  con  costanza  la  dignità  alla  qua- 
le lo  aveva  inalzato.  Giunto  all'eia  di  60  anni 
sazio  dei  domestici  affari  si  ritirò  alla  campagna, 
passando  il  resto  della  sua  vita  nella  contempla- 
zione delle  divine  cose.  A  lui  ricorrevano  i  vici- 
ni ed  altri  anche  lontani  a  chiedere  consigli,  a 
sedar  risse,  e  pacificar  discordie.  Si  dilettò  gran- 
demente dell'ospitalità,  e  non  risparmiò  spesa  al- 
cuna, privandosi  spesso  dei  propri  comodi  per 
somministrarli  agli  altri.  Nel  suo  campestre  ritiro 
giornalmente  si  applicava  nei  lavori  di  belle  arti, 


384  e  a  p. 

ed  avendo  udito  lodar  molto  i  libri  di  Mfonso 
Tostato,  instancabilmente  si  adoprò  finché  se  ne 
fu  renduto  possessore,  onde  per  sua  cura  la  prima 
volta  apparvero  in  Italia  tali  libri.  Ebbe  il  Cap- 
poni qualche  disputa  coir  Ochino  in  materia  di 
religione,  e  non  temè  di  rimproverare  a  quell'uo- 
mo i  suoi  errori.  Lasciò  molti  MSS.  presso  Neri 
Capponi,  e  nelP  età  di  anni  87,  qual  visse,  morì 
con  dolore  grande  dei  buoni.  B-c.  Ep.  v. 

Capponi  Lorenzo,  il  primo  che  da  Firenze  si 
trapiantasse  hi  Francia,  e  dal  quale  stipite  poi 
sursero  in  quel  regno  tanti  illustri  personaggi, 
era  barone  di  Creveceur  .  Tanta  fu  la  genero- 
sità che  uso  neirimpiegare  le  sue  ricchezze,  che 
nel  i573,  mentre  la  città  di  Lione  trova  vasi  afflit- 
ta da  fiera  fame,  egli  a  proprie  spese  alimentò 
circa  4000  poveri  per  lo  spazio  di  4  mesi.  Tauta 
pietà  gli  meritò  giustamente  il  glorioso  titolo  di 
padre  dei  poveri,  ed  in  generale  fu  compianto  da 
questi  non  solo,  ma  da  tutta  la  città  ancora  per 
la  sua  morte.  Nella  chiesa  dei  Giacobiti  vedonsi 
tutfora  i  generosi  monumenti  di  sua  pietà  negli 
ornamenti  e  nella  molta  argenteria.  T-s.  vi. 

Capponi  Niccolò  nacque  da  quel  Piero  il  qua- 
le davanti  a  Carlo  Vili  fece  in  pezzi  i  capitoli  di 
una'pace,da  lui  creduti  mal  conformi  agl'interessi 
della  repubblica  di  Firenze  sua  patria. Si  rese  cele- 
bre per  le  rare  sue  doti  dell'animo  che  fece  spic- 
care specialmente  quando  fu  alla  testa  della  sua 
repubblica.  La  nascita  ed  i  meriti  degli  antenati 
davano  al  Capponi  un  dritto  ad  occupare  il  reg- 
gimento della  patria*,  ma  più  ve  lo  condusse  con 


e  a  p.  385 

applauso  pubblico  il  concetto  ebe  s'era  fatto  coi 
suoi  costumi  e  colla  sua  saviezza.  Il  fafo  di  Pisa 
pare  che  fosse  riposto  nella  famiglia  Capponi  . 
Questo  lampo  di  grandezza  del  Capponi  dovette 
forse  preparargli  quell'immenso  favore  di  tutto  il 
popolo,  allorché  ai  primi  di  giugno  1 5o,j  fu  eletto 
gonfaloniere  di  giustizia,  ed  in  seguito  varie  volte 
riconfermato  .  Egli  vide  in  tale  occasione  che  i 
suoi  concittadini  non  sapevano  più  esser  liberile 
con  pietoso  compenso  credette  contentarli,  facen- 
do con  i  suffragi  del  popolo  eleggere  per  reG<jsù 
Cristo  Signor  nostro;  ma  tutta  la  prudenza  e  vir- 
tù non  servì  a  Niccolò  a  tenerlo  lontano  dalle  in- 
sidie tesegli  dai  suoi  sospettosi  nemici.  Allora  egli 
cautamente  si  ritirò  in  una  sua  campagna  .  Ma 
quando  si  accorse  esser  la  sua  patria  caduta  in 
estremo  pericolo,  si  determinò  di  abbandonare  la 
solitudine  .  e  tornare  a  Firenze  per  V  oggetto  di 
soccorrerla;  ma  in  tempo  che  vi  si  avviava, sorpreso 
dal  dolore,  in  pochi  giorni  cristianamente  se  ne 
inori  in  viaggio  Panno  1529.  E.  cTu.  i.  Ep.  v. 
CippoM  Gino,  un  dei  più  gran  sostenitori  e 
padre  amantissimo  della  fiorentina  repubblica", 
nacque  poco  prima  del  i3f»o,  e  atteso  il  suo  inge- 
gno e  prudente  operare  non  esitò  un  momento 
la  fiorentina  repubblica,  non  solo  in  accordargli 
le  principali  onorificenze, ma  nelTimpiegarlo  ezian- 
dio nelle  più  decorose  ambascerìe  che  ai  diverbi 
potentati  e  repubbliche  di  tratto  in  tratto  occor- 
re vnn^li.  al  modo  stesso  che  le  principali  repub- 
bliche ed  estere  nazioni  sempre  con  distinzione 
lo  riguardavano.  È  degno  di  riflessione,  com'egli 

36* 


386  e  a  p. 

fu  il  primo  a  portare  in  sua  casa  l'insegna  del  gon- 
falonierato  risplendentissima.Fu  inoltre  commis- 
sario degli  eserciti  della  repubblica,  siccome  della 
città  di  Pisa  primo  capitano  e  governatore.  Ciò  che 
per  altro  ha  più  di  tutto  contribuito  a  rendere  il 
suo  nome  chiaro  e  immortale,  e  che  ha  aumenta- 
ta di  non  poco  la  gloria  del  suo  lignaggio  si  è  la 
alla  impresa  dell'atrocissima  guerra  di  Pisa,  come 
la  chiama  il  Poccianti,  eh'  egli  atteso  il  suo  in- 
gegno e  prudente  operare,  l'anno  1406  a  lieto  fi- 
ne condusse.  Sebbene  ai  fiorentini  fossero  state 
per  opera  di  Gino  consegnate  già  in  mano  le  prin- 
cipali fortezze  del  territorio  pisano,  e  non  pen- 
sassero che  ad  un  pacifico  possedimento,  i  pisani 
per  altro  meditando  di  ricuperare  la  libertà  pen- 
sarono di  sottrarsi  al  loro  giogo  per  le  vie  della 
forza.  Nulla  però  smarritosi  il  popolo  fiorentino, 
non  dubitò  di  tornar  nuovamente  ad  occupare  col- 
le armi  ciò  che  per  Tavanti  ed  occultamente  col 
solo  oro  s'era  acquistato.  Chi  non  legge  i  com- 
mentari della  guerra  di  Pisa,  che  a  Neri  suo  figlio 
vengono  attribuiti,  1*  impresa  dell1  acquisto  van- 
taggioso di  Pisa  che  il  Capponi  a  felicissimo  fine 
condusse,  e  di  cui  poscia  ne  ottenne  il  primiero 
governo,  rimaner  non  può  persuaso  abbastanza 
della  destrezza  e  prudenza  di  Gino,  e  del  valore 
ertegli  in  sommo  grado  possedeva}  tantoché  fu 
detto  dal  Platina,  che  Pisa  senza  d'un  taul'uomo 
non  si  sarebbe  dai  fiorentini  potuta  ottenere.  Usò 
quindi  ogni  mezzo  perchè  la  repubblica  pisana 
venisse  in  mano  dei  fiorentini  salva  ed  intatta,  e 
non  già  rovinata  da  saccheggi,  da  furti  e  dalle 


e  a  p.  387 

armi  nemiche,  a  cui  avvenne  difatti.  Il  comune 
di  Firenze  comandò  che  eretto  fosse  cavaliere  a 
speron  d'oro. 'In  trionfo  di  tanta  vittoria  portò  in 
patria  quel  sì  segnalato  volume  delle  Pandette  o 
siano  digesti  dell'imperator  Giustiniano,  ma  gelo- 
samente custodito  nella  R.  biblioteca  Laurenzia- 
na.  Scrisse  „  L'istoria  del  tumulto  dei  Ciompi  se- 
guilo in  Firenze  nel  10*78  „.  Abbiamo  ancora  di 
esso  alcuni  domestici  e  politici  ricordi  ai  suoi  fi- 
glioli, nelle  quali  sue  opere,  quantunque  scritte 
da  uomo,  dalle  arti  liberali  lontano,  nonostante  da 
esse  rilevasi  il  di  lui  sublime  talento.  Morì  nel 
i4*ìo,  o  come  altri  vogliono l'auno  ìfai.E.d'u.L 

Ep.  v. 

Capponi  Agostino  entrò  nel  i5i3  in  una  con- 
giura con  Pietro  Paolo  Barcali  e  col  celebre  Mac- 
chiavelli,  onde  togliere  ai  Medici  L'autorità  che 
essi  avevano  riacquistata  nell'anno  precedente  con 
Taiulo  d'un  esercito  straniero.  I  cittadini  più  rag- 
guardevoli di  Firenze  e  lo  stesso  arcivescovo  pren- 
devan  parte  a  quella  trama}  ma  il  Capponi  più  ze- 
lante di  lutti  fu  quegli  che  perdette  gli  altri.  Una 
carta  che  conteneva  l'elenco  dei  congiurati  uscì 
dalla  sua  lasca  e  fu  recata  ai  magistrati  :  lutti  co- 
loro che  vi  erano  nominati  furono  tosto  arrestati 
e  posti  alla  tortura.  Capponi  e  Barcali  furono  dp- 
capilali,  gli  altri  vennero  nondannati  ad  una  per- 
petua prigione.  Ad  essi  in  seguilo  fece  grazia  Leo- 
ne \.  lì.  ti.  v. 

Capko>a  Guido  de'conli  da  Caprona  d*  una 
delle  più  illustri  famiglie  pisane  nacque  probabil- 
mente dopo  la  meta  del  secolo  XI.  Sappiamo  dal 


388  e  a  p. 

Muratori  che  nell'anno  i  i 44?  Guido  già  cardinale 
e  diacono  e  Ubaldino  suo  fratello  fecero  dono  al- 
la chiesa  romana  del  castello  di  Montalto  posto 
nella  diocesi  di  Lucca  vicino  all'Arno,  e  così  di- 
vennero vassalli  di  essa.  Passato  a  Roma  vi  so- 
stenne molte  cariche,e  pare  che  salisse  ad  essere 
camarlingo  *M  santa  chiesa.  Certo  è  ch'egli  era  uno 
dei  componenti  la  corte  pontificia  a'iempi  di  In- 
nocenzio  II,  e  nel  passare  in  Francia  con  esso  fu 
creato  diacono  cardinale.  Accompagnò  il  papa  nei 
suoi  numerosi  viaggi^intervenne  a  vari  concilile 
insieme  con  lui  tornò  in  patria  e  quindi  a  Roma; 
e  poco  dopo  venne  di  nuovo  a  Pisa  al  concilio 
generale  celebrato  nel  giugno  del  1 134- Fu  poi 
spedito  dal  papa  con  altri  a  Milano  contro  lo  sci- 
smatico Anselmo,  e  fin  d'allora  i  milanesi  l'ab- 
bandonarono tutti  per  darsi  al  vero  pontefice  In- 
nocenzo ed  all'imperatore  Lotario.  Andò  con  al- 
tri mediatore  di  pace  a  Pavia  e  Cremona,  i  cui 
popoli  erano  in  guerra  coi  milanesi  ed  ottennero 
pace  dai  pavesi:  soltanto  con  essi  il  Caprona  passò 
pure  a  Genova,  per  ristabilire  la  pace  tra  quella 
repubblica  e  la  pisana.  Fu  amico  stretto  di  san 
Bernardo  di  Chiaravalle.  Venne  spedito  il  cardinal 
Guido  per  altre  ambasciate  da  Lucio  II,  ed  Euge- 
nio III,  il  primo  all'imperatore,  il  secondo  in  Lom- 
bardia. Passò  Guido  in  Francia  con  Eugenio  III 
pontefice,  da  dove  fu  spedito  in  Germania,  e  do- 
po essere  intervenuto  a  vari  e  oncilii  venne  rol  pa- 
pa in  Italia,  e  tornatosene  a  Pisa  fece  edificare 
una  chiesa  in  onore  di  s.  Torpè,  e  riunitosi  col  pa- 
pa rientrò  in  Roma,  dove  il  pontefice  fu  minaccia- 


*C    A    P.  389 

to  di  vedere  ostilmente  Corrado  nella  sua  capitale; 
ma  Guido  si  adoprò  per  impedirne  il  sinistro  suc- 
cesso, dopo  di  che  cessò  di  vivere  Tanno  n5o, 
favellandone  san  Bernardo  con  grande  stima,  ed 
Arrigo  re  dei  romani  chiamandolo  tuo  amico. 
M.  d'u.  p.  Ep.  v. 

Caraf astoni  Marco  pistoiese  medico  resosi 
singolare  nella  sua  professione  presso  il  pontefice 
Clemente  VII.  Questo  soggetto  insieme  col  fratel- 
lo Bartolommeo  meritò  dal  capo  di  santa  chiesa 
il  privilegio  di  mettere  nel  suo  stemma  la  mitra 
e  le  chiavi  come  arme  della  chiesa;  e  il  duca  Ales- 
sandro defedici  gli  concesse  le  palle  ed  il  re  di 
Sicilia  P  aquila,  del  che  vive  ancor  la  memoria. 
Fiorì  questo  insigne  medico  dal  i5ao  in  poi.  F-/v 

v,  vi. 

Caravaggio  Polidoro  (da)  di  casa  Caldara  non 
dall'arie  ma  da  natura  creato  pittore.Sino  agli  an- 
ni 18  servì  di  muratore  agli  scolari  di  Raffaello, 
che  d'ordine  di  papa  Leone  X  dipingeva  le  logge 
del  palazzo  papale.  Invogliatosi  di  fare  il  pittore 
gettò  via  il  bigonciolo,e  fatta  strettissima  lega  con 
Maturino  bravissimo  disegnatole  fiorentino,sopra  i 
disegni  e  direzione  di  quello  tanto  s'impralich^che 
giuratasi  perpetua  fede  dipinsero  gran  tempo  insie- 
me, e  come  simili  di  genio,  così  furono  di  colorito 
disegnando  l'uno  le  opere  dell'altro.  Dilettaronsi 
di  varie  bizzarrie,  cioè  d'anticaglie,  d'urne,  di  va- 
si, di  statue,  d'arabeschi  e  di  sacrifici  antichi,  in- 
troducendone sempre  nelle  loro  incomparabili 
invenzioni.  L'anno  1627  saccheggiando  Borbone 
la  città  di  Roma,  Polidoro  lasciò  l'amico,  e  fug- 


390  e  a   n. 

gì  a  Napoli  dov'ebbe  a  morire  di  fame.  Cangiato 
clima,  cangiò  fortuna  in  Messina,  dove  accumulò 
gran  somma  di  contanti  per  i  be'freschi  ivi  di- 
pinti} ma  la  fellonìa  d'un  suo  servo  non  lasciollo 
passare  a  maggiore  onore  e  ricchezza,  mentre  di 
notte  tempo  con  altri  compagni  l'assalirono,  e  sof- 
fogatolo caricaronlo  di  molte  ferite.  Non  andò 
per  altro  gran  tempo  che  i  malfattori  furono  dalla 
giustizia  puniti.  O-r.  Ep.  v,  vi. 

Carbonchi  Antonio,  sonatore  di  chitarra  spa- 
gnuola, eccellente  cavaliere  dello  spron  d'oro,com- 
pose  e  dette  alle  stampe  molte  opere  di  sua  pro- 
fessione fra  le  quali  sono  „  Le  dodici  chitarre 
spostate,  Firenze  i64o„,  ed  altre  simili.  Si  vede 
il  suo  ritratto  intagliatoin  rame  da  Orazio  Le  Brun 
con  questa  iscrizione:  cavaliere  Antonio  Carbon- 
chi inventore  di  suonare  sopra  dodici  chiavi  della 
chitarra  spagnuola.  B-s,  vi. 

Cardi  Lodovico  (da).  Ved.  Cigoli. 

Carducci  Baldassare  insigne  legista  prima 
di  ragione  canonica  ,  poi  di  civili  lettere  nello 
studio  di  Padova  e  in  Venezia,  poi  in  Francia. 
Fuoruscito  di  patria,  pelPodio  grande  che  porta- 
va ai  Medici,  vi  fu  richiamato  con  universa!  con- 
senso, allorché  questi  partirono  da  Firenze  nel 
1527.  Tanta  era  la  stima  che  aveasi  di  lui,  che 
dalla  sua  patria  fu  sempre  impiegato  nei  più  gra- 
vi ufficii  ed  importanti  ambasciate,  finché  ritro- 
vandosi oratore  per  la  repubblica  presso  il  re  di 
Francia,  morì  in  Angulem  iu  età  molta  avanzata 
nel  i53o.  Scrisse  alcune  opere.  Fu  chiamato  per 
soprannome  lo  scimitarra  per  essersi  fatto  capo 


C    A    R.  391 

popolo  contro  la  casa  Medici,  della  quale  si  mo- 
strò sempre  contrario,  ed  il  Monaldi  Panno- 
vera  tra  i  celebri  legisti.   A-m.  Ep.  v. 

Carducci  Vincen zo  pittore  e  architetto  fioren- 
tino fratello  di  Bartolommeo  pittore,  scultore  e 
architetto,  il  quale  dopo  ch'ebbe  prestato  aiuto  a 
Federico  Zuccheri  nella  cupola  di  Firenze,  seco 
andò  a  Madrid,  e  trovandosi  in  tempo  di  magnifi- 
che occasioni  di  tanti  lavori  là  chiamò  Vincenzo, 
il  quale  si  perfezionò  nell'arte}  tantoché  in  vita 
di  Filippo  II  e  III  abbellì  d'opere  sue  parte  del 
real  palazzo  e  di  alfre  regie  appartenenze.  Rivi- 
de per  poco  tempo  la  patria,  poi  tornò  a  Madrid, 
e  perle  chiese  di  quella  città  lasciò  sue  memorie. 
Ebbe  in  sommo  onore  e  stima  Parte,  anzi  ne  scris- 
se un  libro  in  lingua  spagnuola,  intitolalo „  Dialo* 
go  della  pittura  „,  in  cui  dette  molte  notizie  d'ope- 
re di  valentuomini  ch'erano  a  quel  tempo  nelle 
reali  Gallerie  e  palazzi,  e  si  trova  stampato  in  Ma- 
drid 1 633,  ove  passò  al  l'altra  vita,  e  lasciò  non 
poche  facoltà  al  suo  nipote.  B-l.  vi. 

CUanuco  Bartolommeo  fiorentino,  dopo  ave- 
re appresa  Parte  in  Italia  si  portò  in  Ispagna  in 
compagnia  di  Federigo  Zuccheri  per  lavorare  uel 
regio  monastero  dello  Escuriale  a  competenza  di 
molti  altri  v?lent"  uomini  che  per  comando  del 
re  dipingevano.  Toccò  ad  esso  di  operare  nel 
soffino  d«'lla  libreria  di  quel  monaslero  e  di  rap- 
ntnre  nelle  volte  dei  chiostri  alcuni  misteri 
ile]  netto  redentore,  colle  quali  opere  ben  con- 
dotte e  più  con  i  suoi  costumi  fattosi  adito  alla 
grazia  del  re,  fu  da  quello  trattenuto  e  stipendia- 


392  C    A    R. 

to  per  suo  pittore}  ed  essendo  anche  perito  nella 
scultura  e  architettura  fu  nell'esercizio  di  coleste 
arti  impiegato  per  l'erezione  ed  ornamento  dei  regi 
edifizi.  Perla  città  di  Vagliadilio  fece  molte  opere; 
dipinse  nel  palazzo  di  Madrid  e  nella  chiesa  di  s. 
Filippo.  Fece  la  tavola  della  deposizione  di  disto 
dalla  croce,  che  fu  una  delle  migliori  sue  opere, 
la  quale  è  tenuta  oggidì  ancora  in  grandissimo 
pregio,  come  se  fosse  di  Raffaello  d'Urbino.  Fi» 
nalmente  per  commissione  del  sovrano  dipingendo 
con  indicibile  sollecitudine  ed  ansietà  nel  palaz- 
zo del  Pardo  vi  lasciò  la  vita,  non  avendo  che  so- 
li 49  anni  d'età.  Palummo  ne  scrisse  diffusamen- 
te la  vita  in  idioma  spagnuolo.  O-r.  Ep.  v. 
Carlettl  Francesco,  dirigine  da  Terranuo- 
va,  avendo  lungamente  pellegrinato,  scrisse  alcuni 
ragionamenti  fatti  alla  presenza  di  Ferdinando  I 
granduca  di  Toscana,  ne'quali  si  contiene  il  gran- 
de e  maraviglioso  viaggio  ch'ei  fece  in  circondan- 
do tutta  la  terra  per  via  delle  Indie  occidentali 
dette  il  mondo  nuovo,  e  da  quelle  all'India  orien- 
tale, e  suo  ritorno  per  quella  (ino  alTessere  arri- 
vato a  Firenze  il  12  luglio  i6of>,da  dove  s'era  par- 
tito il  20  maggio  del  1591,  raccolti  e  messi  insie- 
me da  lui  medesimo  in  due  discorsi,  il  primo  oc- 
cidentale il  secondo  orientale.  Quest'opera  dopo 
essere  stala  diffusa  per  manoscritti  fu  poi  stam- 
pata con  titolo  „  Ragionamenti  di  Francesco  Car- 
letti  fiorentino  sopra  le  cose  da  lui  vedute  nei 
suoi  viaggi  sì  dell'Indie  occidentali  che  orientali 
e  d'altri  paesi,  Firenze  1701  „}  fu  uomo  di  saggio 
avvedimento.  Appena  entrato  in  18  anni  sua  età 


C    A    B.  393 

che  dal  padre  fu  mandato  in  Siviglia  per  applicarsi 
alla  mercatura,  da  dove  dopo  due  anni  passò  alle 
Indie  occidentali  nel  1694.  Costeggiò  quelle  spiag- 
ge, e  di  luogo  in  luogo  facendosi  trasportare  per- 
venne fino  alle  Indie  orientali,  e  dopo  avere  scor- 
so tutto  il  giro  della  terra,  nel  1606  fece  ritorno 
alla  patria:e  benché  fosse  per  mestiere  mercatante 
fece  attenzione  ai  costumi  de'popoli  e  dei  luoghi 
da  lui  visitati,  e  dove  trovò  cose  degne  d'osserva- 
zione, notò  il  tutto  con  diligenza  da  viaggiatore. 
Vj  poi  meraviglia  che  spogliato  dai  corsari  delle 
raccolte  sostanze  e  di  tutte  le  memorie  radunate 
in  iscritto  per  sì  lungo  tempo  ed  iti  sì  lungo  trat- 
tò di  paese,  potette  rammentarsene,  e  non  solo 
delle  cose  più  ordinarie,ma  fino  della  giusta  e  pun- 
tual  misura  delle  distanze  de'Juoghi,  dell'elevazio- 
ne del  polo  e  d'ogni  altre  minuzie,  onde  ridusse 
l'opera  accennala  come  trovasi  scritta  presente- 
mente. C-n.  Ep.  v,  vi. 

Carletti  conte  Francesco  Saverio  dì  Monte- 
pulciano nacque  verso  il  1730.SÌ110  dalla  sua  prima 
giovinezza  godette  grandissimo  favore  nella  corte 
del  Granduca,  che  lo  decorò  dell'ordine  di  s.  Ste- 
fano, e  lo  nominò  suo  ciamberlano.  Quando  co- 
minciò la  rivoluzione  francese,  il  conte  Carletli 
sull'esempio  del  suo  sovrano  non  se  ne  mostrò 
avversario,  Io  che  gli  fruttò  nel  giugno  del  179^ 
una  spiacevole  avventura.  Scontrato  nella  stradn 
pubblica  allo  RK.  Cascine  dall'inviato  brotlanim 
VViudhnm  che  girava  in  biroccino,  fu  assalilo  con 
colpi  di  frusta. e  trattato  altamente  di  giacobino.Da 
i:io  ne  venne  una  disfida,  e  i  due  campioni  si  reca- 

St.  Tose.  Tom.  12.  37 


394  CAB. 

rono  sul  territorio  lucchese;  ma  siccome  il  Carlelti 
che  fu  il  primo  a  sparare  fallì  il  colpo,  così  l'inglese 
ebbe  la  generosità  di  trarre  in  aria,  e  tutto  fu  ri- 
conciliato.  Dopo  ciò  il  Carlelti  fu  spedilo  a  Parigi 
per  trattare  di  pace  tra  la  Toscana  e  la  repubbli- 
ca francese,e  dopo  ch'ebbe  segnato  questo  trattato 
nel  febbraio  del  1795,  comparve  alla  convenzione 
nazionale,  ove  pronunziò  un  ben  ordinato  discor- 
so che  fu  molto  applaudito.  Il  presidente  Tbilau- 
deau  rispose  con  egual  pulitezza.  Quindi  si  de- 
venne,  secondo  l'uso  di  quel  tempo  all'amplesso 
fraterno  che  rinviato  toscano  ricevette  fra  nume- 
rosi applausi.  Egli  restò  poscia  a  Parigi  come  in- 
caricato di  Toscana.  Si  ricordò  quindi  il  Cadetti 
d'essere  rinviato  di  un  principe  austriaco,  e  che 
la  figlia  di  Luigi  XVI  cugina  del  suo  sovrano  era 
detenuta  nella  prigione  del  tempio.  Avendo  inteso 
che  questa  principessa   sarebbe  stata  rimessa  al- 
l'Austria, credette  esser  suo  dovere  di  non  lasciar- 
la partire  senza  visitarla,   e  ne  domandò  licenza 
al  ministro  dell"  interno.  La  lettera  scrittagli  in 
tale  occasione  è    rimarchevole,  se  ci  riportiamo 
a'tempi  ed  alle  circostanze  in  cui  fu  scritta  —  Co- 
me solo  ministro  straniero  in  Francia,  diceva  e- 
gli,  che  rappresenta  un  sovrano  parente  della  il- 
lustre prigioniera,  in  presenza  di  tutti  quelli  che 
giudicavasi  a  profitto  di  ammettervi,  mi  sarei  e- 
sposto  a  dei  rimproveri,  tanto  più  che  si  potrebbe 
supporre  che  le  mie  opinioni  politiche  mi  aves- 
sero suggerito  di  dispensarmi  da  quest'atto  di  do- 
vere. Del  resto  qualunque  siasi  la  determinazio- 
ne del  governo  francese,  la  rispetterò  senza  rnor- 

• 


C    A     R.  395 

inorare,  permettendomi  soltanto  di  far  conoscere 
a  chi  apparterrà,  che  non  ho  mai  mancato  d'in- 
sistere, benché  non  abbia  mai  presentata  veruna 
domanda  officiale  — .  Questa  lettera  pose  in  gran 
doglia  i  cinque  presidenti  del  direttorio,  che  fe- 
cero tosto  cessare  ogni  specie  di  relazione  col 
conte  Carletti,  e  gPingiunsero  di  ritirarsi  senza  ri- 
tardo dal  territorio  della  repubblica.  Fu  incaricato 
il  ministro  Carlo  la  Croix  deformare  il  Grandu- 
ca di  Toscana  avere  il  suo  inviato  essenzialmente 
mancalo  ai  propri  doveri,  permettendosi  di  voler 
rendere  dei  prelesi  doveri  ad  una  persona  chele 
leggi  costituzionali  della  repubblica  non  conside- 
ravano che  nella  qualità  di  un  individuo  isolato 
e  senza  qualificazione  .  Obbligato  ad  abbando- 
nare la  Francia,  il  conte  ritornò  nella  sua  patria, 
ove  il  Granduca  non  parve  malcontento  della  di  lui 
condotta,  ma  temendo  il  ripentimento  del  gover- 
no francese,  si  astenne  dall'impiegarlo,  come  fece 
molìo  più  quando  Tanno  dopo  Tltalia  fu  invasa 
dal  generale  Bonaparte.  II  Carletti  morì  nel  suo 
ritiro  nell'agosto  del  i8o3.  fi.  u.  Ep.  vir. 

Carli  Giovanni  dell'ordine  dei  predicatori,  il 
quale  è  descritto  nel  libro  dei  decreti  della  uni- 
versità dei  teologi  tìorenlini  io5,  fu  decauo  della 
università  nel  1469.  Era  versato  in  ogni  genere  di 
erudizione,  e  chiaro  per  la  sua  singolare  pruden- 
za e  probilà.Scrisse  molle  opere  ascetiche  e  reli- 
giose. Fu  celebre  nello  spiegare  le  sacre  carte,  e 
nel  descrivere  le  „  Vite  dei  santi  „  si  in  latino  che 
in  italiano.  Aveva  uno  stile  eloquente  come  di- 
mostrò nelle  seguenti  opere„Due  volumi  apparte- 


396  C    A    R. 

nenti  ai  Salmi  penitenziali,,;,,  Ve senectute  etc.„ 
Scrisse  in  oltre  non  poche  „  Vite  d'illustri  eccle- 
siastici toscani  M;  „  Del  convento  di  santa  Maria 
Novella  „.  Compose  un  „  Orationum  volumen  „, 
cose  da  lui  recitate.  Morì  nel  i55o  di  65  anni  . 
C-n.  Ep.  v,  vi. 

Cirli  Gio.  Girolamo  nacque  nel  contado  di 
Siena  Panno  171 9  da  contadinesca  famiglia.  Fat- 
tosi chierico  professò  le  lettere  a  Colle  ed  a  Gub- 
bio .  Alle  lettere  aggiunse  gli  studi  della  storia 
naturale  e  dellearti  meccaniche.  Tornato  a  Siena 
circa  Tanno  1770  fu  nominato  segretario  delfac- 
cademia  di  scienze,  lettere  ed  arti  di  Mantova,  e 
vi  stabilì  un  museo  ed  una  pubblica  biblioteca  . 
Carli  percorse  a  diversi  intervalli  quasi  tutta  l'I- 
talia ,  raccogliendo  libri ,  antichità  ,  medaglie  ed 
oggetti  attenenti  alla  storia  naturale,  dimodoché 
gli  riuscì  di  formare  una  copiosa  e  rara  raccolta . 
Morendo  in  Mantova  nel  1786,  ebbe  il  conforto 
di  vedere  assicurati  i  frutti  dei  suoi  dotti  viaggi 
pel  progresso  dei  suoi  studi  archeologici  e  di  sto- 
ria naturale  .  Compose  varie  scritture  letterarie 
pubblicate  avanti  di  esser  nomiualo  segretario 
perpetuo  deir  accademia  di  Mantova,  ma  le  sue 
più  celebri  produzioni  sono:,, Dissertazioni  due  „ 
la  prima  sulla  impresa  degli  Argonauti,  ed  i  fatti 
posteriori  di  Medea  e  di  Giasone;  la  seconda  so- 
pra un  antico  bassorilievo  rappresentante  la  Me- 
dea d'Euripide,  conservato  nel  museo  dell'accade- 
mia di  Mantova,  Mantova  1785.  T-&.  vi,  vii. 

Carlo  beato  della  nobile  famiglia  Granello  di 
Firenze,  o  come  altri  vogliono,  dei  conti  di  Mon- 


C    A     R.  397 

te-Granelli  ,  castello  nella  Romagna  toscana ,  e 
forse  fatto  nobile  fiorentino,  lasciato  il  mondo  si 
ritirò  presso  le  mura  di  Fiesole  vestilo  da  romito 
Tanno  i36o,  e  quivi  edificata  una  chiesetta  si 
dette  a  servire  a  Dio.  Quindi  partissi  di  là  e  la- 
sciativi alcuni  compagni  da  lui  ammaestrati  sul 
modo  del  vivere,  andò  in  varie  città  d'Italia  a  sta- 
bilirvi altre  case  della  sua  religione,  chiamandola 
società  di  s.  Girolamo,  ed  a  Venezia  carico  d'armi 
morì  Tanno  14  i7r  dopo  avere  raccomandata  la  sua 
religione  a  fra  Pietro  di  Genova,  che  fu  dopo  lui 
primo  generale,  il  quale  con  gli  altri  compagni  si 
sottopose  per  ordine  del  pontefice  Eugenio  IV 
alla  regola  di  sant'Agostino  Tanno  i44!?  e  ^* 
sua  congregazione  fu  chiamata  di  s.  Girolamo  di 
Fiesole,  e  quivi  fu  in  seguito  portato  da  Venezia 
il  corpo  det  suo  fondatore.  Iì-z.  Ep.  v. 

Cìrmìne  GuidofdelJsCYìv èva  sul  principio  del 
secolo  XIV.  Gli  si  attribuiscono  varie  opere,  fra 
le  quali.  „  Le  concordanze  delle  storie  antiche,,; 
„  La  fiorita  dltalia  „  citata  come  classica  nel  Vo- 
cabolario della  Crusca  ;  la  „  Storia  del  duca  Flia 
d'i  ibino  „.    li-s.  v. 

(arnesecciii  Pietro  nacque  in  Firenze  da  110- 
bil  famiglia,  e  per  la  sua  erudizione  ed  altre  doti 
del  suo  ingegno  uhm  ilo  la  stima  della  casa  Mediai; 
Neil'  epoca  VI  della  mia  Storia  alla  pag.  6j)f3  e 
seg.  abbiamo  veduto  quanto  grande  fosse  il  favore, 
di  questa  rea I  famiglia  verso  tal  personaggio,  onde 
mi  credo  dispensalo  dal  qui  ripetere  quanto  ivi  è 
narrato, ed  i  luminosi  impieghi  ilei  quali  fu 
decorato.  Molte  sono  le  citazioni  che  il  Carnesec- 


398  CAB. 

chi  ebbe,  da  Paolo  III,  da  Paolo  IV  e  da  Pio  IV, 
dalle  quali,  mediante  il  favore  dei  Medici  e  le  sue 
eloquenti  difese,  fu  assoluto}  ma  una  sola  e  T  ul- 
tima per  lui  fu  quella  di  Pio  V.  Tenera  egli  cor- 
rispondenza coi  principali  setta  ri  i  dei  suoi  tempi, 
ed  essendo  in  Roma  ricco  pei  benefizi ,  onori  e 
pensioni  ecclesiastiche,  riceveva  in  sua  casa  ,  e 
proteggeva  gli  apostati  della  religione  cattolica  , 
ed  aiutava  con  denaro  quei  che  cercavano  fuggi- 
re in  paesi  oltramontani.  Essendo  egli  in  Venezia 
fu  da  Paolo  IV  citato  a  comparire  a  Roma  il  6 
novembre  i557,  attese  molle  opinioni  dei  lutera- 
ni alle  quali  aveva  aderito  .  Il  Carnesecchi  non 
comparve  alla  citazione,  onde  fu  dichiarato  con- 
tumace ed  eretico.  Egli  non  curò  tutto  questo, 
anzi  andava  dicendo  che  a  Ginevra  si  predicava 
con  maggior  purità  T  evangelio  che  nei  nostri 
paesi,  ed  arrivò  persino  a  biasimare  la  professio- 
ne della  fede  cattolica,  che  un  signore  aveva  fatta 
in  articolo  di  morte  ,  specialmente  perchè  aveva 
detto  che  il  Pontefice  romano  era  vero  vicario  di 
Cristo  e  successore  «li  s.  Pietro.  Per  lo  contrario 
lodò  Tempia  professione  di  fede  che  alla  fine  di 
sua  vita  fece  Giovanni  Valdes.  Gli  dispiaceva  che 
gli  eretici  fossero  puniti,  e  scrivendo  loro  li  chia- 
mava nostri,  innocenti,  fratelli,  pii,  amici.  Seppe 
di  lutto  questo  difendersi  con  Pio  IV,ed  ottenere 
l'assoluzione  della  scomunica  che  egli  portava 
da  più  d'un  anno,  e  seguitare  a  vivere  conversan- 
do cogli  eretici  sparsi  in  varie  parli  d'Italia.  Cor- 
reva intanto  Tanno  i566  allorché  sedendo  sulla 
cattedra  di  san  Pietro  Pio  V  spedì  a  Firenze  il 


C    A    R.  3()9 

maestro  del  sacro  palazzo  apostolico  con  lettera 
diretta  al  duca  Cosimo  I  ,  acciò  fatto  prigioniero 
il  Caruesecchi,  seco  lo  conducesse  nelle  carceri 
di  Roma.  Era  egli,  all'arrivo  del  maestro,  assiso 
alla  mensa  del  duca  ,  il  quale  più  prevalendo  lo 
ossequio  e  la  deferenza  al  pontefice  che  l'amicizia, 
dimentico  del  pericolo  di  Pietro,  ordinò  immanti- 
nente  che  fosse  consegnato  al  maestro  del  sacro 
palazzo.  Condotto  il  Caruesecchi  a  Roma,  e  con- 
segnato al  trihuuale  dell'  inquisizione  gli  fu  for- 
mato il  processo.  Dopo  seri  esami  e  varie  tergi- 
versazioni ,  finalmente  ei  confessò  e  scrisse  di 
propria  mano  esser  vera  la  sua  accusa .  Fu  con- 
vinto e  trovato  tenace  di  34  opinioni  o  eretiche, 
o  erronee,  o  temerarie  e  scandalose  secondo  che 
fu  giudicato,  e  constò  dalle  sue  lettere,  che  aveva 
deliberato  di  recarsi  a  Ginevra  per  ivi  professare 
più  francamente  i  suoi  errori.  Tenace  egli  delle 
sue  opinioni,  fu  giudicato  come  eretico  incorreggi- 
bile, fautore  e  ricettatore  di  eretiche  due  volte  fin- 
tamente convertito  ,  rigettato  dal  foro  ecclesia- 
stico, e  consegnato  al  secolare,  che  lo  condannò 
al  supplizio,  e  quindi  ad  esser  morto  abbrucialo 
nell'agosto  del  1 5 f > 7 .  Questo  fu  l'infausto  fine  di 
persona  così  dotta,  nelle  greche  e  latine  lettere 
versato,  come  della  dottrina  ed  erudizione  sua 
sono  buoni  riscontri  le  amicizie  ch'egli  ebbe  con 
persone  di  quel  secolo  per  letteratura  assai  illu- 
stri. Fu  il  Caruesecchi  discepolo  del  celebre  ]>lar- 
e'Autonio  Flaminio,  il  quale  scriveva  a  Pietro  ele- 
ganti carmi,e  disse  essere  stalo  egli  accusalo  pres- 
so Pio  V  da  Achille  Tazio  uomo  dotto,  ma  di  mala 


400  C    A    H. 

Cede  e  nemico  del  Carnesecchi.  II  padre  Sandrini 
ha  dato  occasione  al  Lami  di  scrivere  di  un  tanto 
uomo,  rammentando  la  di  lui  condanna.  L-m. 

Ep.  v,  vi. 
Carosi  Bartolommeo  da  Petroio  detto  Bran- 
da no,  uomo  certamente  venerabile,  il  quale  ebbe 
spirito  di  profezia,  e  fu  chiamato  il  pazzo  di  Gesù 
Cristo,  i  cui  detti  e  vaticini,  che  in  enimma  da  es- 
so furono  proferiti,  si    sono  tutti  avverati,  e  de- 
scritti in  un  raccolto  di  sue  gesta,  che  MS.  va  at- 
torno intitolato:  La  vita,  conversione  ed  aspra  pe- 
nitenza, e  le  profezie  di  Bartolommeo  dei  Carosi 
dà  Petroio,  chiamato   Brandano,    volgarmente  il 
pazzo  di  Gesù  Cristo;  vi  è  la  sua  effigie  stampata 
in  rame.  Nacque  nel  1490^  e  morì  nel  maggio  del 
1 554  in  Siena  in  casa  Boninsegni.il  MS.  l'ebbero 
i  pp.  gesuiti.  Ve  però  chi  dice  ch^ei  fosse  da  Mon- 
tefollonica;  che  i  suoi  detti  che  si  riferiscono  a  lui 
porte  gli  fossero  fatti  dire,  e  parte  fossero  ritto- 
vati  dopo.  C-n.  v,  vr. 
•     Carradori  Giovacchino  Francesco  nato  nel 
174  7,  giovinetto  ancora,  dette  saggi  di  ottime  di- 
sposizioni per  le  belle  arti,  e  in  particolare  per  la 
scultura,  modellando  di  rilievo,  e  di  bassorilievo 
in  creta,  di  che  si  conservano  in  Pistoia  sua  pa-  ] 
tria  molte  produzioni.  Fugenorosa  promotrice  dei 
suoi  studi  la  famiglia  Ippoliti,  e  dal  Tolomei  eb- 
be incoraggimento  e  assistenza.  Studiò  in  Firenze 
dapprima  sotto  la  guida  d^nnocenzio  Spinazzi, 
indi  in  Roma,  dove  fu  inviato  per  munificenza  dal 
granduca  Leopoldo  sotto  Agostino  Penna,  repu- 
tato il  primo  fra  gli  scultori  dell'eia  sua.  Condus- 


C    A     R.  401 

se  varie  opere  originali^  molti  restauri  dairantico. 
Richiamalo  a  Firenze  gli  venne  confidatala  dire- 
zione della  gioventù  per  gli  studi  della  scultura 
nella  real  Accademia  delle  belle  arti.  Ha  pubbli- 
cato ivi  nel  1802,  „  P  Istruzione  elementare  per 
gli  studiosi  della  scultura  „.  T-l.  Ep.  vii- 

Carradori  Giovacchino  nato  in  Prato  nel 
giugno  del  i?58,  fece  i  suoi  studi  in  belle  lettere, 
e  giovinetto 'yestì  l'abito  clericale,  ma  si  applicò 
allo  studio  della  medicina  come  la  più  utile  a'suoì 
interessi. Fu  insignito  della  laurea  dottorale,  e  pre- 
sentato dal  Pignotti  suo  maestro  all'  accademia 
dei  Georgotili,  e  al  Gr.  Pietro  Leopoldo:  fu  pro- 
fessore di  filosofia  nel  seminario  di  Pistoia,  ma 
non  vi  restò  che  un  anno,  e  tornò  a  Prato.  Quivi 
fu  protetto  largamente  dal  signore  Carlo  Mannuc- 
ci,  che  gli  offri  un  ritiro  nella  sua  villa  di  santa 
Cristina,  ove  era  una  numerosa  e  scelta  libreria, 
e  con  tal  mezzo  riportò  per  estratto  le  osserva- 
zioni che  incontrava  nei  migliori  autori.  Ivi  pure 
egli  scrisse  varie  memorie  per  l'accademia  dei 
Georgofili,della  quale  era  membro.Fu  medico  con- 
dotto di  Prato  e  propose  allora  il  metodo  di  cura 
all'epizozzia  bovina  soppraggiunta  in  Toscana  nel 
1800.  Circa  questo  tempo  egli  ebbe  l'incarico  di 
vice  bibliotecario  della  Roncioniana  che  molto  ar- 
riccili di  buoni  libri.  Le  accademie  d'Italia  si  fe- 
cero un  pregio  di  ascriverlo  nel  numero  dei  loro 
soci  {  e  tutti  i  giornali  scentilici ,  che  allora  si 
pubblicavano  in  Italia,  s'arricchirono  spesso  delle 
sue  ingegnose  scoperte  e  delle  sue  dotte  memo- 
rie. L'accademia  dei  Georgofili  premiò  non  meno 


402  C    A    R. 

ili  5o  volte  le  fatiche  del  Carradori,  Ira  le  quali  si 
distinse  quella  sulla  fertililà  della  terra,  che  suc- 
cessivamente aumentala  ed  illustrata  dall'autore, 
ebbe  l'onore  di  copiose  edizioni,e  divenne  un'ope- 
ra classica  nel  suo  genere.  Le  sue  produzioni  lo 
avean  fatto  conoscere  ai  dotti  dell'Italia  tutta  ed 
anche  d'Oltramonti.lntrodusse  fra  noi  il  vaiolo  vac- 
cino, allargandone  la  propagazione,  per  cui  fu  dal 
governo  ricompensalo  con  una  pensione  sullo  spe- 
dale di  Prato.  Decise  il  Carradori  in  una  operetta 
stampata,  che  il  galvanismo  era  una  parte  della 
elettricità  universale  sparsa  in  tutti  i  corpi  della 
natura  si  inorganici  che  organici,  alla  quale  opi- 
nione si  riunirono  concordemente  i  dotti  d'Eu- 
ropa tutta.  Fu  anche  da  14  favoreli  voti  eletto 
accademico  della  Società  dei  40.  Egli  maltrattato 
gravemente  da  terribile  malattia  non  ricusò  la 
propria  assistenza  ai  suoi  concittadini  nella  irru- 
zione di  febbri  che  si  moltiplicavano  nel  1817, 
sotto  il  nome  di  tifo,  e  scrisse  ancora  su  di  esse 
una  lettera  diretta  al  celebre  professor  Tomma- 
sini  pubblicata  colle  stampe.  Mori  egli  nel  no- 
vembre del  1818,  in  età  appena  sessagenaria,  com- 
pianto universalmente,  ed  onorevolmente  sepolto 
nei  chiostri  di  san  Francesco  nella  sua  palria.  La 
di  lui  condotta  fu  costantemente  irreprensibile,  ed 
in  tempi  di  rivoluzioni  e  di  cambiamenti  frequenti, 
egli  fu  stimato  da  tutti,  gradito  a  molti,  odiato  da 
nessuno.  Come  medico  non  abbandonò  mai  il  suo 
sistema  d'osservazione,  ed  occupò  costantemente 
alla  più  profonda  dottrina  la  più  grande  attenzio- 
ne, ed  una  prudenza  non  ordinaria.  Come  scien- 


C    A    R.  4^3 

ziato,  studiava  con  assiduità  per  sé,  ed  esaminava 
scrupolosamente  lealtrui  osservazioni  ed  esperien- 
ze. Le  sue  opere  sono  moltissime,  delle  quali  ci 
contenteremo  accennare  la  „  Teorìa  del  calore,  Fi- 
renze i789„:„Lettera  sopra  la  elettricità  animale, 
Ivi  1783  „*,  „  Lettera  sopra  la  virtù  antiodotalgica 
di  più  insetti,  Prato  1794  w*,  »  Memoria  sulla  tra- 
sformazione del  nostoe  ec.  Prato  1787  „•,  „  Istoria 
del  galvanismo  in  Italia,  ossia  della  contesa  tra 
Volta  e  Galvani  ,  Firenze  1817  „.  Nei  giornali 
scent ifici  si  leggono  del  Carradori  oltre  aoo  me- 
morie che  qui  non  si  notano  per  brevità,  ma  che 
trovansi  accennate  dal  Tipaldo  al  tomo  VI  della 
sua  biografia  degli  illustri  italiani.  Altre  memorie 
manoscritte  soltanto  tengonsi  presso  i  parenti. 
T-p.  Ep.  vii. 

Corrucci  Iacopo  (da).  Ved.  Pontormo  Gia- 
como. 

Carteromàco.  Ved.  Forteguerrl  Scipione. 

Casa.  Giovanni  (della)  di  nobile  famiglia  fio- 
rentina nacque  nel  i5o3.  In  Bologna  ebbe  prin- 
cipio la  sua  letteraria  educazione  ed  in  Firenze  il 
suo  termine.  Dedicatosi  allo  stato  ecclesiastico  si 
trasferì  a  Roma  per  porsi  nella  carriera  degli  ono- 
ri e  della  furtuna.  Quivi  divise  Giovanni  il  suo 
tempo  tra  gli  studi  e  i  piaceri.  Ad  onta  della  sua 
libera  condotta  fu  nominato  arcivescovo  di  Bene- 
vento, e  in  pari  tempo  nunzio  pontificio  in  Ve- 
nezia, ove  recitò  una  „  Orazione  „  alla  repub- 
blica per  indurla  a  eollegnrsi  col  papa  Paolo  III 
contro  l'imperatore  Carlo  V.  Un'altra!  „  Orazione 
contro  il  Vergei  io  vescovo  di  Capo  d'Istria  „  per  le 


4o£  CAS. 

appostegli  censure  gli  produsse  dei  forti  dissapo- 
ri e  dei  forti  rimproveri  per  le  laidezze  ch'egli  in- 
trodusse in  un  capitolo  poetico  intitolato  il,,  For- 
no,,. Di  ciò  volle  discolparsi  come  di  cosa  sconside- 
rata e  giovanile,  ma  la  discolpa  dai  severi  censori 
non  è  attesa,  perchè  altre  sue  opere  posteriori  han 
poi  lo  stesso  indecente  carattere,  e  generalmente 
i  suoi  costumi  non  corrispondevano  ai  pregi  del 
di  lui  intelletto.  Sotto  il  pontificato  di  Paolo  III 
sperò  ma  invano  d'ottener  la  porpora  cardinalizia 
per  essere  stato  sempre  attaccato  alla  famiglia 
Farnese.  Papa  Giulio  III  lo  ritirò  dalla  nunziatura 
di  Venezia.  Non  volendo  per  altro  il  Casa  tornare 
a  Roma,  si  propose  di  restare  in  Venezia  ch'ei  di- 
ceva città  beata.  Assunto  alla  sede  apostolica  Paolo 
IV,  fu  un  merito  nel  Casa  l'aver  perseguitato  il 
Vergerio,  provandolo  eretico,  ed  al  papa  odiosissi- 
mo. Fecesi  anche  merito  con  una  orazione  per 
impetrare  da  Carlo  V  Io  stato  e  dominio  di  Siena 
in  favore  della  famiglia  Caraffa.  Dimostrò  in  con- 
seguenza il  mentovato  pontefice  in  qual  alto  pre- 
gio lo  avesse,  conferendogli  l'incarico  luminoso 
di  segretario  di  stato.  Il  Casa  non  trascurò  alcun 
mezzo  efficace  onde  rendersi  sempre  più  accetto 
al  sovrano  ed  ai  suoi  possenti  congiunti.  Molti 
portavano  opinione  ch'ei  sarebbe  stato  ben  tosto 
inalzato  alla  dignità  cardinalizia,  ma  a  rompere 
il  filo  d^ogni  speranza  sopravvenne  immatura  la 
morte,  che  lo  rapì  al  mondo  ed  alle  lettere  Tanno 
i56i.Un  gran  numero  di  scrittori  si  accorda  nel- 
Tasserire  che  il  capitolo  del  Forno  togliesse  al  Ca- 
sa il  cappello.  Si  annovera  il  Casa  a  buona  equità 


C  A  s.  4o5 

tra  gli  scrittori  principi  che  signoreggiano  la  prosa 
toscana.  Osa  talvolta  di  pareggiarsi  al  Boccaccio, 
«  di  contendere  seco  lui  d'eccellenza,  superando- 
lo certamente  d'utilità.  Senza  lasciare  di  esser  no- 
bile e  terso,  accordasi  forse  più  d'ogni  altro  prosa- 
tore del  suo  secolo  alla  forma  del  dir  semplice  e 
naturale  che  s'ama  nel  nostro.  Sino  alla  volgau 
gente  è  noto  il  suoM  Galateo,,  o  sia  tratlato  de'co- 
sfumi.  La  dizione  in  quest'opera  adoprata  dal  Casa 
è  nitida j  elegante  purissima,  e  se  v'è  difetto,  può 
forse  dirsi  che  troppo  vi  appaia  lo  studio  di  sceglie- 
re le  sole  voci  e  le  frasi  più  specchiate. e  più  linde, e 
che  presenti  perciò  una  cercaria  di  soverchia  pre- 
ziosità. Altr'opuscolo  didascalico  estese  il  nostro 
Monsignore  che  intitolò.,,  Degli  unici ,,,  nel  quaTe- 
gli  ammaestra  chi  ama  di  conseguire  onori  e  for- 
tuna. Egli  scrisse  questo  libro  in  latino,  e  si  vuole 
ch'egli  medesimo  ne  abbia  lavorata  anche  la  ver- 
sione italiana.  Ma  che  lodi  non  si  deggiono  alle 
Orazioni  di  lui?  In  esse  armonia  di  numero  senza 
studiato  artificio,  correzione  di  lingua  senza  pe- 
danterìa, semplicità  di  elocuzione  senza  bassezza, 
proporzione  di  traviali,  nobiltà  d'immagini,  gravi- 
tà di  sentenze,  grandezza  di  sentimenti,  forza  di 
ragioni,  commozione  d'affetti,  e  tutte  vi  sono  in 
line  le  parti  elio  a  «rand'oratore  convengonsi.  Il 
Casa  maneggiò  anche  la  prosa  Ialina,  non  però 
con  tanta  eccellenza  come  l'italiana.  Scrisse  la- 
tinamente le  vite  dei  cardinali  Bmibo,  e  Coulari- 
ni  Nelle  poesie  liriche  italiane  il  Casa  è  pur  ca- 
putquoll.  Egli  studiò  di  dipartirsi  alquanto  dallo 
andamento  petrarchesco  allora  comune.  Il  suo 
57.   Tote.   Tom.    12.  38 


4o6  C  A  s. 

stile  è  nitido  ed  elegantissimo,  ma  ei  ne  piega  a 
molta  gravità  U  ritmo,  cosicché  talvolta  prende 
un  tuono  di  stento  e  durezza.  Alcun  poeta  non 
potette  alzar  grido  in  questo  secolo,  senza  far 
sorgere  una  turba  di  commentatori.  Anche  al  Ca- 
sa se  ne  appiccarono  molli,  e  forniti  di  non  me  - 
diocre  talento  e  dottrina.  Non  hanno  essi  però  in- 
trapreso ad  illustrare  le  sue  rime  non  avendone 
bisogno,  ma  bensì  a  rilevarne  Partiticio  e  la  bel- 
lezza. Cr.  Ep.  v,  vi. 

Casali  Ugucclo  cortonese  trovasi  alla  testa 
della  famiglia  dei  Casali,  che  dall'umile  condizio- 
ne di  plebei  giunsero  a  farsi  tiranni  assoluti  di 
Cortona,  come  intendesi  dalle  memorie  dei  di  lui 
discendenti,  e  come  più  estesamente  si  legge  nel- 
la presente  opera  ai  tomo  VII,  cap.  XIX,  g.  43, 
seg.  v. 

Casali  'Ranieri  era  tiglio  di  Guglielmino  e 
discendente  da  Uguecio.  Ranieri  col  farsi  amare 
dal  popolo  cortonese  e  col  soccorrere  gl'indigenti 
della  sua  patria  ne  divenne  il  signore,  come  ab- 
biamo sentito  al  tomo  VII,  cap.  XIX,  g.  (fi  e 
seg.  di  questa  storia.  v. 

Casali  fra  Gio.  Vincenzo  fiorentino  frate  del- 
l'ordine dei  Servi  di  Maria  morto  nel  1693.  Sal- 
tar maggiore  de\Serviti  in  Lucca  è  tutta  opera 
sua  per  l'architettura  e  per  la  statua.  Fu  chiama- 
to a  Napoli  dal  viceré  duca  d'Ossuna  per  prosciu- 
gare alcuni  stagni  vicino  a  Capua,  e  per  farvi  dei 
pozzi  in  benefizio  pubblico.  Il  frate  riuscì  felice- 
mente in  quell'impresa  più  importante  che  alzar 
colonne  e  statue.  Egli  costruì  in  Napoli  la  Darse- 


C  A   s.  4°7 

uà,  e  un  recinto  per  la  cavallerizza  al  largo  dello 
Spirilo  Santo.  Passò  in. li  in  Spagna  ed  ebbe  in- 
combenza di  risarcire  le  fortezze  di  Portogallo^ 
ma  in  quella  commissione  se  ne  morì.  M-l. 

Ep.  v,  vi. 
Casentino  Iacopo  cognominato  (dì)  scolare  di 
Taddeo  Gaddi:  molte  sue  pitture  sono  in  Firenze, 
in  Prntovecchio,  ed  in  Arezzo  dove  Panno  io b\ 
con  suo  disegno  ricondusse  sotto  le  mura  di  quel- 
la città  l'acqua  che  viene  dalle  radici  del  poggio 
dei  Pori,  che  al  tempo  dei  romani  fu  condotta  al 
teatro,  ed  era  chiamata  fonte  Guizzianelli.oia  per 
nome  corrotto,  detto  Fonte  Veneziana.  B-l.  v. 
Casini  Bruno  rettorico,dei  di  cui  talenti  fu- 
rono fatti  elogi  tali  e  da  tanti  ,  che  sarebbe  una 
frode  il  toglierlo  dal  numero  di  coloro  che  la  po- 
sterità rammentar  deve  con  lode  .  Sortì  dalla 
natura  un  talento  adallatissimo  per  lo  studio  del- 
la rettorica,  la  qual'arte  professò  in  Firenze,  imi- 
tando le  scuole  degli  antichi,  nelle  quali  usavansi 
le  declamazioni  secondo  la  facoltà  dell'ingegno 
di  ciascheduno,  acciocché  doventassero  acuti  ed 
agili,  e  adattassero  i  moti  e  gesti  del  corpo  ap- 
partenenti alle  azioni  ed  alla  materia  che  trattava- 
no. Fu  degna  d1  esser  compianta  la  di  lui  perdi- 
ta, perchè,  nella  sua  giovanezza  da  acerba  morte 
prevenuto,  lanciò  interrotte  gran  cose  che  nella 
rettorica  aveva  incominciale  a  scrivere,  lasciando 
solamente  un  libretto  che  aveva  intitolato,,  Delle 
ligure  e  modi  di  parlare  ,,;  nel  qual  dimostrò  quan- 
to nella  rei  lorica  saria  slato  valente,  se  passalo 
avesse  i  termini  della  giovinezza.  Sfori  di  pesti- 


4o8  CAS. 

lenza  Tanno  i348,  avendo  appena  toccato  il  tren- 

lesinVanno  dell'età  sua.  C-u.  Ep,  v. 

Casini  Valore  e  Domenico  erano  fratelli  ed 
allievi  del  Passionano.  Attesero  al  genere  del  ri- 
tratto e  vi  si  formarono  una  gran  riputazione 
verso  la  fine  del  secolo  XVII.  Si  vede  a  Firenze 
un  gran  numero  di  ritraiti  di  Valore  toccati  con 
molla  franchezza  e  verità.  Questo  artista  aveva 
un'abilità  affatto  particolare  per  cogliere  e  tenere 
a  memoria  i  lineamenti  e  la  llsonomia  delle  per- 
sone di  sua  conoscenza,  e  per  farne  di  memoria 
il  ritratto  somigliantissimo  anche  dopo  la  loro 
morte.  Perciò  era  egli  occupalo,  che  appena  ave- 
va tempo  d'eseguire  le  teste  e  le  mani,  lasciando 
a  suo  fratello  Domenico  il  pensiero  di  vestire  le 
sue  figure,  il  che  questo  faceva  a  gran  sodisfazio- 
ne  del  fratel  suo  maggiore,  e  d'un  pubblico  impa- 
ziente. Si  vedono  due  ritratti  del  Casini  a  s.  Ma- 
ria in  Campo  sopra  la  tomba  di  Lorenzo  vescovo 
di  Fiesole,  e  di  Genovessa  Popoleschi  sua  madre, 
e  PUH  imo  è  bellissimo.  Si  annovera  pure  Vittore 
Casini  fra  gli  artisti  che  aiutarono  il  Vasari  ne^suoi 
lavori.  Il  Lanzi  cita  un'altro  Camini  Giovanni  da 
Varlungo  fiorentino  pittore  di  ritraili  nato  nel 
1689  e  morto  nel  i?48-  B.  u.  vi. 

Casini  Francesco  Maria  nacque  nel  novem- 
bre del  1648  in  Arezzo,  e  fino  dal  i663  si  dedicò 
cappuccino  nel  convento  di  Cortona,  e  fu  posto  a 
studiare  nel  convento  di  Lucca.  Di  a4  anni  ter- 
minò il  corso  di  filosofia  e  teologia,  e  gli  furon 
dati  dodici  giovani  da  istruire  nelle  scienze  e  nel- 
la pietà.  In  capo  a  sei  anni  fu  proclamato  defini- 


C     !    S.  /}<)()  ' 

lore  della  provincia  di  Toscana.  Ma  egli  era  fatto 
pel  pergamo.  Alla  fonte  dei  sacri  libri,  edalla  ve- 
na dei  santi  padri  singolarmente  aveva  attinta 
quella  dottrina  che  ben  raccolta  esce  in  fiume  di 
vera  eloquenza.  A.  gara  vollero  udirlo  le  città  ita- 
liche, tra  le  quali  ebberlo  Firenze,  Siena,  Vene- 
zia, Vicenza,  Parma,  Lucca,  Napoli  e  Roma.  Es- 
sendo a  visitare  le  provincie  d'Oltremonfi  recitò 
all'improvviso  una  predica, 'astretto  dalle  istanze 
del  re  e  della  regina  della  gran  Brettagna,  che  si 
trovavano  in  Francia  nella  regia  villa  di  s.  Germa- 
no, ed  ebbero  a  lodarlo  assai:  così  fecero  in  Ger- 
mania le  Maestà  imperiali,  ed  altri  potentati  . 
Tornato  in  Italia" fu  fatto  provinciale  della  To- 
scana, e  poco  dopo,  cioè  nel  1698.  definitore  e 
procurator  generale  dell'ordine.  Dopo  alcuni  me- 
si papa  Innocenzo  XII  lo  elesse  predicatore  apo- 
stolico. Poco  dopo  chiese  ed  ottenne  da  sua  sali- 
tila di  ritirarsi  dall'uffizio  di  procurator  generalo, 
e  per  14  anni  fu  zelatore  della  divina  parola  non 
solo  con  la  voce  ma  con  l'esempio-  così  rnerilò  di 
esser  fatto  cardinale  da  Clemente  XI  nel  maggio 
del  1712.  Ma  salvo  il  decoro  del  nuovo  grado,  pini 
to  non  dipartissi  il  Casini  dal  primo  suo  modo  di 
vivere  propriamenlo  evangelico,  largheggiando  a 
favore  dei  poveri  e  delle  chiese  a  lui  raccoman- 
dato. K  notevole  che  da  mille  scudi  Panno  spen- 
deva per  quella  sola  di  s.  Prisca,  di  cui  aveva  il 
titolo.  Ftì  delle  congregazioni  del  santo  ufiì/jo,  di 
propaga nda  dell'esame  dei  vescovi,  de'sacri  riti, 
scovi  e  regolari,  dell'indice  e  di  altre.  Fu 
poi  /dante  proteggi! ore  dei  Trinitari,  della  rciléit- 

38* 


/JlO  CAS. 

zione  degli  schiavi,  della  visitazione  di  s.  France- 
sco di  Sales,  della  chiesa  della  beata  Zita  da  Ca- 
scia, e  di  altre  pie  corporazioni.  Il  s.  padre  edificato 
da  questo  buon  servo  di  Dio  stimò  valersi  di  lui 
in  difficili  occasioni.  La  soavità,  la  modestia  e 
le  altre  virtù  che  gli  fiorirono  la  vita,  lo  fecero 
a  tutti  caro:  gli  arcadi  lo  vollero  del  loro  nume- 
ro col  nome  di  Aretino  Sireo.  Poco  dopo  esser 
creato  cardinale  dette  fuori  le  sue  prediche,  per 
le  quali  basti  il  dire  che  dopo  il  Segneri  vien  pri- 
mo in  schiera  dei  predicatori,  di  cui  può  vantarsi 
l'Italia.  Sul  finire  del  1718  dovette  porsi  in  letto, 
e  placidamente  spirò  nel  febbraio  del  1719.  Le 
sue  opere  edite  sono  „  Panegirici, Venezia  1677,,-, 
„  Consigli  della  sapienza,  Venezia  1681  „:„  L^  età 
dell'uomo,  Venezia  1762  „*,„  Prediche  dette  nel 
sacro  Palazzo  apostolico,  Roma  1713  ^ristampa- 
te e  tradotte  in  più  lingue.  T-p.  Ep.  vi. 
Casolani  Proto  senese  fiorì  sotto  il  regno  di 
Ferdinando  II  de,i>Iedici,e  scrisse:  nDe  lingua^qua 
maximum  est  morborum  acutorum  signum  O- 
pus  de  re  medica  novi  argumenti^Fìrenze  i6ai„. 
Questo  dotto  medico  stato  discepolo  di  Giulio 
Mancini,  vedendo  che  Galeno  dai  polzi,  ed  Attua- 
rio dalle  orine  insegnarono  di  ricavare  molti  im- 
portantissimi segni  per  la  cognizione  e  cura  dei 
malacuti,  saviamente  si  applicò  ed  egregiamente 
riuscì  nel  proporre  per  considerare  le  apparenze 
della  lingua,  per  terzo  fonte  di  tali  segni.  T-g.  vi. 
Casolano  Alessandro  senese  scolare  del  ca- 
valier  Roncalli,  fece  vedere  le  opere  sue  copiose 
d'invenzione,  graziose  nella  disposizione  ed  ac- 


CAS.  4  *  l 

curate  nel  disegno.  Non  si  affezionò  mai  alla  pro- 
pria maniera^  lo  che  vedutosi  da  Guido  Reni  eb- 
be a  dire,  costui  veramente  è  pittore.  Seguì  la 
sua  morte  nel  1606  in  età  di  54  anni,  e  lasciò  Ila- 
rio suo  figlio  che  col  Vanni  e  col  Salimbeni  ter- 
minarono le  opere  che  lasciate  aveva  imperfette. 
B-l.  Ep.  vi. 

Casotti  Gio.  Batta,  nato  a  Prato  da  famiglia 
patrizia  nell'ottobre  del  1669.  studiò  le  lettere  a 
Firenze,  frequentò  le  accademie,  e  conversò  sem- 
pre co  letterati  di  quella  città.  Tanta  fu  la  fama 
di  sua  dottrina  che  si  sparse  fin  da  giovanetto, che 
fu  mandato  a  Parigi  segretario  di  Bettino  Rica- 
soli,  oratore  in  quella  città  pel  granduca  di  Tosca- 
na. Per  più  anni  occupò  quella  carica  ed  in  quel 
tempo  acquistò  l'amicizia  di  molti  letterati  e  la 
loro  famigliarità.  Tornato  in  Italia  non  solo  non 
abbandonò  lo  stalo  clericale  al  quale  si  era  dato 
da  fanciullo,  ma  pervenne  alla  dignità  di  sacerdo- 
te. Fermò  la  sua  sede  in  Firenze,  ed  ivi  fu  presi- 
de dell'accademia  dei  Nobili,  professor  di  filosofia, 
morale,  e  geografia.  In  tempo  che  tali  cariche  reg- 
geva, giunse  in  Firenze  Federigo  Augusto  prin- 
cipe di  .Sassonia,  ed  al  Casotti  fu  affidato  per  es- 
sere istruito  nell'istoria  sacra  ed  ecclesiastica,  e 
tanto  fu  di  sua  dottrina  sodisfatto  che  V  ono- 
ro del  titolo  di  conte.  Godè  stima  grande  dei  prin- 
cipi, ed  in  particolare  di  Cosimo  HI,  the  spesso 
di  esso  servivasi  in  affari  letterari.  Ottenne  a  Pra- 
to sua  patria  un  canonicato,  ed  ivi  per  circa  sei 
.nini  si  trattemi",  dopo  di  elicsi  portò  a  regger  la 
pievania  della  Madonna  dellTiiiprunela  nel  terri- 


^s 


4  12  CAS. 

torio  fiorentino.  Dopo  avere  per  undici  anni  bene 
eseguite  le  parli  di  ottimo  pastore,  cessò  di  vive- 
re l'anno  i;?38,  lasciando  per  testamento  al  ca- 
pitolo di  Prato  le  sue  sostanze  e  la  libreria,  colla 
legge  che  fosse  eretto  un  canonicato  per  le  con- 
fessioni. Era  egli  ascritto  a  molte  accademie,  del- 
le quali  ci  contenteremo  di  rammentare  quel- 
le degli  Apatisti,  la  Fiorentina,  della  Crusca,  e 
quella  degli  Arcadi  di  Roma.  Ottimo  letterato,  ed 
ottimo  ecclesiastico  lasciò  scritte  molte  opere, 
alcune  delle  quali  sono,,  Memorabilia  Imaginis 
Dei  parete,  m'ir  acuii  s  celeberrimae  Imprunetae, 
Florentiae  1714  »/ »  Notitia  historica  de  vita 
et  nova  editione  operarti  Joannis  de  Casa,  Flo- 
rentiae 1 707  ,„•  „  Vita  Benedicti  Bonmattei,  Ivi 
I7I4  »?  »  De  origine,  progressu,  et  praesenti 
statu  urbis  Prati,  1720  „.  Negli  opuscoli  lette- 
rari del  p.  Calogerà  „  Pratensis  olim  praepositi, 
nane  episcopi  lucubraHo;  nel  tomo  III  delPU- 
ghelli  Italiae  Sacrae;  „  Vita  Henrici  .Barilloni 
Praesulis  ex  gallica  lingua  in  italicam  conver- 
sa, Florentiae  1697,,,  oltre  ad  altre  opere  sì  edite 
che  inedite.  L-m.  Ep.  vi. 

Castagno  Andrea  ( del  )  fiorentino  detto  An- 
drea degl'Impiccati  perchè  Panno  1478  dipinse 
al  naturale  iti  vari  scorci  appesi  tutti  i  capi  della 
congiura  contro  Giuliano  e  Lorenzo  fratelli  dei 
Medici:  fu  uomo  fiero .  Uccise  Domenico  Vene- 
ziano che  gli  fu  maestro  per  invidia  di  sentir  lo- 
dare le  opere  di  lui.  Visse  71  anni.  O-r.  v. 
Castelli  Benedetto  morì  nel  i65o:  matemati- 
co celebre,  e  allievo  del  Galileo  è  tenuto  qual  pa- 


C   à  s.  4!^ 

dre  e  creatore  della  idrostatica  ed  idraulica  mo- 
derna. Le  sue  opere  principali  sono  „ Misure  del- 
le acque  correnti  „  Dimostrazioni  geometriche 
sulla  stessa  misura  »;  „  Àpologìà  del  Galileo. 
T.  e.  Ep.  vi. 

Castiglioxchio  Lapo  (  da  )  della  famiglia 
Zanchirii  da  Gasliglionchio,  nella  quale  tre  sono 
stali  gli  scrittori  e  tutti  e  tre  col  nome  di  Lapo. 
Questo  dunque  che  chiameremo  il  primo,  come 
di  tutti  il  più  antico,  fu  tìglio  di  un  altro  Lapo,  e  fu 
monaco  dell'ordine  di  s.  Benedetto  ed  ahate  di  s. 
Donato  a  Monte.  Fu  pubblico  lettore  di  giusca- 
nonico  e  civile.  Dotato  di  mostruosa  memoria, 
ond'è  che  presso  i  più  famosi  ed  accreditati  legi- 
sti fu  di  autorità  incredibile,  come  dalla  testimo- 
nianza di  autori  degni  di  fede  ricavasi.  Fu  dalla 
repubblica  fiorentina  adoprato  in  affari  importan- 
tissimi*, ed  i  suoi  detti  furono  eseguiti  rispettosa- 
mente in  guisa  di  oracoli.  Nella  città  era  fattori- 
formatore,  ed  eletto  sette  volte  ambasciatore  fu 
acclamato  dal  popolo  romano  senatore  a  viva  voce. 
Lasciò  per  testimonianza  del  suo  ingegno  alcune 
opere  che  sonow  De  nobilitate  Uh.  I  »  De  avari- 
tia  »*]  „  De  hospitibus^  sive  hospitaiaribus  trac- 
tatus.nAllcgationes  quae  a  legisti*  aura?,  nuncu- 
pantur  libri  duo  „:„  Additiones  in  li  bruiti  Fri- 
derigi  Petrucci,  il  qual  libro  è  intitolalo  „  De 
plurali  tate  bene  fido  rum  Consilia  varia  circa  in- 
quisitiones  et  nuncios  apostolicos.  M S, Commen- 
ta ad  VI  Decretai  „,  la  quale  fatica  ei  compilò  di 
ordine  di  papa  Bonifazio  Vili  „  Super  decreta 
Gratiani:  Super  FI  lib.  Decretai  et  Clementi» 


4l-f  CAS. 

n/s,  Roma  1689,  e  molle  altre  opere  dalla  voraci- 
tà del  tempo  che  tutto  consuma  ingoiate.  Mori 
in  Roma  Tanno  i38i,  esule  dalla  patria  nel  tem- 
po che  prevalsero  i  ghibellini,  ai  quali  sempre 
contrario  essendo,  con  tulta  la  famiglia  Zanchina 
da  Castiglionchio,  fu  ancorché  religioso  caccialo. 
C-/7.  Ep.  v. 

Castiglionchio  Lapo  (da)  nipote  del  nominato 
abate,  ed  emulo  delle  sue  grandi  virtudi,non  che 
erede  di  sua  dottrina  e  delie  sue  generose  e  lode- 
voli gesta  imitatore.  Fu  nelle  latine  e  nelle  greche 
lettere  abbondantemente  adornato  e  corredato,  e 
queste  nel  celebre  studio  di  Rologna,  pubblica- 
mente insegnando,  lesse  con  somma  eloquenza  ed 
erudizione,  ed  ebbe  molli  uditori  che  da  ogni 
parte  venivano  ad  ascollarlo  .  Interpetrò  ancor 
giovanetto  più  vite  d'uomini  illustri  greci  e  ro- 
mani nel  suo  libro  crPè  alle  slampe  intitolato 
„  PLutarchl  Cheronei  graecorum  romanorum- 
que  illustrium  vitae,  Venezia  i538„-,  Molte  altre 
vile  (Puomini  insigni  trasportò  dal  greco  in  Iali- 
no idioma:  molte  altre  ancora  ne  scrisse,  alle 
quali  non  avendo  potuto  dar  Pultima  mano,  man- 
carono perciò  del  benefizio  delle  stampe,  attesa 
la  troppo  anticipala  morte,  poiché  morì  con  dan- 
no considerabile  delle  lettere  Panno  di  sua  età 
33  e  di  nostra  salute  14 3 o.  C-n.  v. 

Castiglione  Dante  ( da )  tìglio  di  Guido,  na- 
to in  Firenze  verso  il  i5o5,  fu  capo  dei  nobili 
giovani  che  nelle  turbolenze  della  loro  patria  non 
temerono  per  bravura  di  farsi  stimar  prodi  cava- 
lieri e  difender  la  lor  libertà,e  che  nomina  vansi  gli 


CAS.  4Jà 

ddirati.Danie  fu  prode  cavaliere,  e  si  distinse  in 
un  combattimento  a  solo  a  solo  con  Batino  Aldo- 
brandino superandolo  ed  uccidendolo  con  estrema 
bravura,  liti  uomo  tale  caldo  amante  della  liber- 
tà della  patria,  slimò  bene  nella  totale  perdita 
della  medesima  Tanno  i53a  prendersi  congedo, 
ed  insieme  col  fratello  Lorenzo  andar  fuggiaschi 
a  Venezia  ed  indi  a  Roma}  per  la  qual  cosa  furono 
dal  dominio  fiorentino  banditi,  e  condannati  alla 
pena  della  testa. Nella  spedizione  che  i  fuorusciti 
fiorentini  pensarono  di  fare  a  Cesare,  che  era  in 
Tunisi,  affine  diriavere,  se  possibile,  la  libertà  e 
la  restituiione  alla  patria,  eravi  compreso  anche 
Danleima  nelPinlraprendere questo  viaggio  insie- 
me ad  Ippolito  defedici,  essendosi  ammalato  e 
morto  ai  io  agosto  per  veleno  apprestatogli  in  una 
vivanda,  anche  Dante  con  vari  altri  incontrarono 
la  stessa  sorte  in  tempo  che  tornavansene  senza 
aver  nulla  operalo.  Il  suo  ritratto  si  vede  nella 
R.  Galleria  di  Firenze,  nella  volta  denotante  lo 
amor  della  patria,  in  compagnia  di  Farinata,  di 
Lorenzo  de\Medici,  di  Temistocle  e  di  Scipione 
Alìricano.   Dl-ti.  Ep    v,  vi. 

Castiglione  Gian  Francesco  Salvemini  (di) 
assunse,  tal  nome  da  quello  di  Castiglione  piccola 
terra  di  Toscana,  dov'era  nato  nel  1709:  fu  ad- 
dottorato a  Pisa.  Passò  nella  Svizzera  ove  fu  edi- 
tore di  molte  opere  dell'  Eullero,  fu  eletto  nel 
1761  professore  di  filosofia  e  di  matematiche  in 
Utrecht,  e  sostenne  tale  impegno  con  tanta  ripu- 
tazione, che  passalo  in  Londra  fu  tosto  ascritto 
all'accademia   R  di  «niella  città.  Le  accademie  di 


4i6  CAS. 

Gottinga  e  di  Berlino  fecer  lo  stesso:  Federico  il 
grande  cercò  di  averlo  a  sé  e  vi  riuscì.  Castiglio- 
ne successe  a  Lagrange  nel  1787  nelP  uffizio  di 
direttore  della  classe  nialematica.IVIorì  a  Berlino  ivi 
età  avanzata  nell'ottobre  del  1791.  Avea  pubbli- 
cato nel  1761  una  edizione  d'Aritmetica  univer- 
sale di  Newton  con  buoni  commenti.  Fra  le  al- 
tre sue  opere  si  distingue;,,  Discorso  sulla  origine 
della  ineguaglianza  tra  gli  uomini  contro  quel- 
lo di  G.  G.  Rousseau  1756  „•,  Elementi  di  Fisica 
di   JLoke   tradotti  in  francese  coi  pensieri  dello 
stesso  autore  sulla  lettura  e  sugli  sludi  che  con- 
vengono ad   un  gentiluomo  ,   Amsterdam  1767; 
„  Yita  d'Apollonio  Tianeo,  di  Filostrato  coi  com- 
menti di  C.  Brounte  traduzione  dall'inglese,  Ber- 
lino i  774  ,;}  la  prefazione  è  di  Federico  il  gran- 
de. I  libri  accademici  di  Acerone  tradotti  in  fran- 
cese ed  illustrati  con  note,  Berlino  1779,  Parigi 
1796  „}  „  Le  vicissitudini  della  letteratura  tra- 
dotte dall'italiano  del  Denina,  Berlino  1786,,.  Gli 
si  attribuisce  ancora  una  traduzione  italiana  del 
saggio  dell'uomo  di  Pope.  „  Osservazioni  contro  il 
sistema  della  natura,;,  ed  altri  scritti  di  minore 
importanza.  É  slato  uno  dei  principali  compilatori 
con  suo  tìglio  Giovanni  Federigo,  Toussaiut,!  hie- 
bault  e  molti  altri  scrittori  del  Giornale  lettera- 
rio di  Berlino  dal  settembre  del  1772  fino  al  ter- 
mine del  1776.  Federico  di  Castiglione  figlio  del 
precedente,  ha  tradotto   la    Teorìa  dell'arte  dei 
giardini  per  C.  C.   L.    Hirsch-Feld,   Lipsia  1779 
1785.  B.  u,  Ep.  vi.  vii. 

Castiselli  Giovanni ,  nato  a  Pisa  nel  1788. 


CAS.  %IJ 

aveva  appena  n  anni,  quando  fu  costretto  a  se- 
guire la  sua  famiglia  per  cercare  un  asilo  in  Fran- 
cia nel  1799.  Questo  avvenimento  gli  procurò  il 
vantaggio  di  una  studiata  educazione,  che  rice- 
vette nel  collegio  di  Soreze,  ove  si  trovavano  a 
quell'epoca  due  illustri  letterati  italiani,  Filippo 
Pananti  e  Urbano  Lampredi.  Per  esercitarsi  nella 
cultura  delle  lettere  gli  allievi  i  più  distinti  avean 
formata  un*1  accademia  sotto  il  nome  di  liceo  di 
emulazione,  di  cui  il  giovine  Gastinelli  fu  eletto  a 
segretario  nell'età  di  17  anni.  Ritornalo  in  patria 
sentì  il  bisogno  di  studiare  P  idioma  natio,  che 
avea  fino  a  quel  punto  sostituito  colla  lingua  fran- 
cese. Malgrado  la  sua  inclinazione  per  le  lettere, 
seguì  i  consigli  ed  abbracciò  la  professione  di  suo 
padre,  ch'era  giureconsulto.  Sotto  la  di  lui  dire- 
zione compose  un  „  Saggio  sopra  le  leggi  romane 
riguardanti  il  commercio  „.  Perduto  crebbe  il  pa- 
dre e  il  fratello-  pieno  di  cordoglio  se  ne  morì 
nell'ottobre  del  1826  in  età  di  38  anni.  Oltre 
all'opera  di  cui  abbiamo  fatto  cenno  sì  hanno  di 
lui  un  „  Elogio  del  generale  Spannocchi  „  e  diversi 
articoli  inseriti  nell'antologia.  Molti  importanti 
manoscritti  ha  lasciatagli  uni  presso  che  compiuti, 
gli  altri  abbozzati  soltanto,  come  sarebbero  „  Due 
Commedie  „•,  alcione  „  Memorie  sul  teatro  e  sul 
romantico  ^  un  „  Compendio  di  storia  della  re- 
pubblica di  Pisa  „.  B.  u%  Ep.  vii. 
Castracani  Custruccio  della  famiglia  degli 
Anlelminelli  gentiluomo  lucchese.  Fu  costretto  a 
fuggir  di  patria  nel  19  anno  dell'età  sua,  quando  il 
partito  de'Neri.ossia  de'guelfi,  soverchiò  i  ghibelli- 
ni.  Tote.   Tom.   12.  39 


4 1  8  CAS. 

ni  di  Lucca.  Datosi  al  mestiere  delle  armi  vagò  di 
paese  in  paese,  ed  essendo  in  Lombardia  tenlò  di 
rimpatriare.  I  lucchesi  assaliti  vivamente  dai  pi- 
sani, acconsentirono  per  comprare  la  pace  di  ri- 
chiamare i  loro  esiliati.  Gli  emigrati  ghibellini 
scelsero,  nei  rientrare  in  Lucca,  di  Castruccio 
per  lor  duce.  Tornato  in  patria  volle  vendicarsi 
di  que^che  l'avevano  esiliato,  e  gli  assalì  nel  i3i4. 
Uguccione  della  Faggiuola  signore  di  Pisa  profit- 
tò della  confusione,  ed  entrato  in  Lucca  la  sac- 
cheggiò e  se  ne  appropriò  la  sovranità.  Castruccio 
secondò  lrguccione,  e  frattanto  contribuì  ad  una 
vittoria  che  quel  generale  riportò  sopra  i  fioren- 
tini a  Montecatini  nel  i3i5.  Neri  figlio  di  Uguc- 
cione che  comandava  pel  padre  a  Lucca  preso  da 
invidia  per  Castruccio  lo  fece  arrestare  nel  i3i6. 
I  lucchesi  ne  domandarono  la  liberazione,  e  scac- 
ciarono dalla  città  Neri  co'suoi  satelliti,  ed  elesser 
Castruccio  per  loro  capitano.  Egli  nel  i3ao  esi- 
liò da  Lucca  gli  avanzi  del  partito  guelfo,  e  si  fece 
attribuire  dal  senato  un  potere  assoluto,  che  il 
popolo  confermò  quasi  ad  una  voce.  Divenuto 
signore  di  Lucca  imprese  a  reggere  tutti  i  ghibel- 
lini di  Toscana  e  farli  operare  di  concerto  con 
quei  di  Lombardia.  Nel  corso  d'un  regno  di  quin- 
dici anni  non  cessò  un  istante  di  combattere  , 
ma  siccome  conduceva  gli  eserciti  di  vittoria 
in  vittoria,  e  che  gli  manteneva  a  spese  de'ne- 
mici  ,  pareva  che  non  esaurisse  il  suo  picco- 
lo stato  né  di  denaro  né  di  soldati.  Nell'anno  i3ao 
conquistò  sopra  i  fiorentini  parecchie  fortezze 
del  Valdarno  inferiore  5  la  Garfagnana  ,  la  Lu- 


CAS.  4!9 

nigiana  ed  una  parte  della  riviera  di  Levante  di 
Genova.  Nel  1^25  sottomise  Pistoia  e  tutto  il  suo 
territorio,  e  consolidò  tal  conquista  colla  gran 
vittoria  che  riportò  nel  settembre  ad  Altopascio 
sopra  Raimondo  di  Gardona  e  i  fiorentini.  Deva- 
stò il  territorio  di  Firenze  e  portò  vìa  quadri  e 
statue,  e  dette  al  ritorno  di  quella  spedizione  lo 
aspetto  di  un  trionfo  romano.  Negli  anni  susse- 
guenti riportò  parecchi  vantaggi  sul  duca  di  Ca- 
labria, che  i  fiorentini  aveau  posto  alla  direzione 
del  loro  governo.  Nel  i3a7  accolse  in  Toscana 
Lodovico  di  Baviera,  col  quale  strinse  amicizia  e 
divenne  suo  consigliere  ed  il  suo  più  saldo  soste- 
gno. In  ricompensa  Lodovico  eresse  in  ducato  gli 
stati  che  Castruccio  governava,  cioè  Lucca ,  la 
Lunigiana  ,  Pistoia,  e  Volterra.  Poco  dopo  Ca- 
struccio sottomise  la  repubblica  di  Pisa.  Lodovico 
lo  condusse  seco  a  Roma,  e  lo  creò  cavaliere  e 
conte  del  palazzo,  acciocché  gli  porgesse  nel  gior- 
no della  sua  incoronazione  la  spada  dell'impero, 
e  quindi  nominollo  senatore  di  Roma.  In  quei 
mentre  Castruccio  fu  avvertito  che  Pistoia  gli  era 
slata  tolta  dai  guelfi,  ed  ei  partì  subito  per  ria- 
cquistarla. Ridusse  all'inazione  un  esercito  ben 
più  forte  del  suo,  che  i  fiorentini  spedivano  con- 
tro di  lui  onde  forzarlo  a  levare  l'assedio.  Espu- 
gnò Pistoia  nel  i3a8,  ma  le  fatiche  alle  quali  era- 
si dato  senza  posa  gli  cagionarono  una  pleurizia, 
da  cui  mori  net  settembre  dell"1  anno  medesimo. 
Lasciò  tre  figli  legittimi  ancora  in  tenera  età,  e 
quasi  tutti  perirono  miserabilmente.  Il  principato 
da  lui  fondato  fu  distrutto,  i  suoi  tìgli  scacciati  da 


4^-0  CAS. 

tutte  le  città  nelle  quali  avea  dominato,  furono 
inseguiti  nelle  montagne  come  bestie  feroci.  I  fio- 
rentini che  avean  combattuto  finché  fu  vivo,  s'in- 
grandirono di  tutte  le  conquiste  che  avea  fatte,  e 
Lucca  sua  patria  espiò  la  sua  gloria  momentanea 
con  quarantadue  anni  di  servitù  sotto  padroni 
stranieri.  Paolo  Guinigi  capo  de'guelfi  di  Lucca 
fu  elevato  alla  sovranità  di  quella  città  nel  1400 
dal  partito  più  opposto  a  Castruccio,  e  mori  nel 
vigore  dell'età  nel  14^2,.  B.  u.  Ep.  v. 

Castruccio.  Feà.  Castracani. 

Cataneo  Pietro  architetto,  nato  a  Siena  ver- 
so il  principio  del  secolo  XVI,  pubblicò  a  Venezia 
nel  i554  in  casa  dei  figliuoli  di  Aldo  i  quattro 
primi  volumi  del  suo  „  Trattato  d'architettura  con 
figure  „.  Il  trattato  compiuto  diviso  in  otto  libri  è 
intitolato  „  L'architettura  di  Pietro  Calaneo  se- 
nese, Ivi  1667  ìy  Quesfopera  contiene  non  sola- 
mente le  regole  degli  ordini,  ma  eziandio  dei 
principii  di  fortificazione.  B.  u.  v,  vi. 

Catani  Baldo  aretino  amava  e  stimolava  i 
giovani  che  vedeva  alla  poesia  comica  ed  alle  let- 
tere inclinati.  Da  giovanetto  si  dilettò  molto  di 
recitare  nelle  accademie,  e  di  fare  in  commedia 
ie  parti  ridicole,  nel  che  riuscì  con  tanta  maestria, 
che  cavava  le  risa  dalle  bocche  le  più  serie. In  età 
matura  poi  lasciando  le  bagattelle  giovanili  ap- 
plicossi  agli  studi  più  gravi,  e  portatosi  a  Roma, 
conosciutasi  la  sua  abilità  per  la  letteratura,  fu 
da  Sisto  V  dato  per  maestro  ad  Alessandro  car- 
dinale suo  nipote.  Compose  molte  orazioni  e  Io- 
di funebri  pel  papa  PioV  e  diversi  cardinali,  che 


C    A    T.  4'21 

tutte  trovatisi  stampate  in  Roma.  Lasciò  anche 
imperfetta  „  VArgonautica  „,  come  lasciò  scritto 
Gio.  Vittorio  de*  Rossi  nella  sua  Pinacoteca,  per- 
chè sorpreso  dalla  morte.  C-n.  Ep.  v. 
Catarino  Ambrogio  ,  nato  a  Siena  V  anno 
1487,  insegnò  la  legge  civile  in  parecchie  univer- 
sità d'Italia  sotto  il  nome  di  Lancellotto  Polito, 
che  camhiò  entrando  nel  chiostro  per  quello  sot- 
to il  quale  era  ormai  conosciuto.  Aveva  trenta- 
quattr'anni  quando  si  fece  domenicano  a  Firenze: 
intese  d'allora  in  poi  intieramente  alla  teologia. 
Dimorò  quasi  sempre  in  Roma,  fu  inviato  al  con- 
cilio di  Trento  nel  i545,  e  vi  si  fece  osservare 
tanto  per  la  singolarità  delle  sue  opinioni  che  pel 
suo  profondo  sapere.  Nel  i55i  fu  destinato  arci- 
vescovo da  Giulio  III  ch'era  stato  suo  discepolo, 
e  che  stava  per  elevarlo  alla  porpora  romana,  al- 
lora che  Catarino  mori  all'improvviso  a  Roma  nel 
i553.  Fu  uomo  di  libere  e  franche  opinioni,  cui 
non  imbarazzava  l'autorità  di  s.  Agostino,  di  s. 
Tommaso  e  dei  teologi  più  accreditati,  dai  quali 
spesso  scostavasi. Catarino  scriveva  molto  elegan- 
temente per  uno  scolastico.  Ne*suoi  scritti  si 
scorge  mi  uomo  che  ambiva  d'abbandonare  le 
strade  battute  per  aprirsene  altre  nuove.  La  no- 
menclatura dei  suoi  numerosi  trattati  occupereb- 
be qui  troppo  spazio  se  vi  fi  volessero  notare  . 
Diremo  piuttosto  ch'egli  insegna  con  Scott  con- 
tro s.  Tommaso,  che  G.  Cristo  sarebbe  venuto  al 
mondo,  quand'anche  Adamo  non  avesse  peccato, 
e  che  gli  angeli  maligni  sono  stati  riprovati  sol- 
tanto perchè  non  vollero  sottomettersi  al  decreto 

39* 


4aa  e  a  t. 

della  Incarnazione.  In  generale  egli  tratta  le  ma- 
terie della  predestinazione  piuttosto  secondo  il 
codice  ed  il  digesto,  che  secondo  la  dottrina  dei 
santi  padri:  contro  l1  opinione  ricevuta  da  molti 
della  squola  di  s.  Tommaso  compose  parecchi 
scritti  in  favore  dell'immacolata  Concezione.  Pen- 
sava eziandio  che  s.  Giovanni  evangelista  non 
fosse  morto,  ma  sì  rapito  come  Enoc  ed  Elia.  Si 
attribuisce  a  Ca tarino  un  libro  ricercato  e  curioso 
intitolato  „  Rimedio  della  pestilente  dottrina  di 
Oehino,  Roma  1 544  »5  a^  quale  fu  risposto  con 
un  altro  libricciuolo  di  questo  titolo,  Risposta 
di  messer  Bernardo  Ocbino  alle  false  calunnie  e 
empie  bestemmie  di  frate  Ambrogio  Catarino  , 
j346.  B.  u.  Ep.   v. 

Caterina  S.  da  Siena.  Fed.  Benincasa  s.  Ca- 
terina ec. 

Caterina  S.  de  Ricci.  Ved.  Ricci  s.  Cate- 
rina. 

Cattani  da  Diacceto  Francesco  di  Zenobi  il 
seniore,  scolare  di  Marsilio  Ficino,  filosofo  plato- 
nico eccellentissimo,  ed  oratore  eloquente,  che 
dopo  il  suo  maestro  i  segreti  più  nascosti  inler- 
petrò  della  dottrina  platonica.Scrisse  propriamen- 
te con  ciceroniana  eloquenza  molle  opere  che 
furono  stampate  in  un  tomo,  Basilea  i564  intito- 
lata Opera  filosofica  e  contiene  M  De  pulchro  de 
Jmore^  Panegiricus  ad  Io.  Corsium  et  Pal- 
lantem  Oricellarium  .  In  politicarli  Platonis 
paraphrasis.  In  Platonis  Symposium  enarratio. 
In  Teagenem  Platonis,  sive  de  Sapientia  para- 
phrasis.  0 ratio  in  LaurMedices  Urbiniprinci- 


C    A    T.  4':3 

pis$  ed  altri  diversi  opuscoli  ,,  Eplstolae  variai. 
Camme  nt.  super  llb.  Pioti  ni  de  essentla  ani- 
mar. „  „  Dell'Amore  „.  Fece  ancora  molte  altre 
opere  delle  quali  non  v'è  notizia. tacque  nel  i466. 
mori  nel  i5a2.  Lasciò  alla  sua  morte  i3  tìgli. 
C-n.  Ep.  v. 

Cattani  da  Diacceto  Francesco  il  giovine,  ca- 
nonico del  duomo  di  Firenze,protonolario  aposto- 
lico, poi  vesc.  di  Fiesole,  dottor  di  legge,  inter- 
petre  profondo  della  sacra  sciittura,uomo  di  santi 
costumi,  che  seppe  congiungere  le  lettere  con  la 
religione.  Scrisse  un  „  Breve  raccolto  della  vita  e 
costumi  di  suor  Caterina  de/Ricci  dell'ordine  di 
s.  Domenico,  Firenze  i5oa„;  „  Vita  di  Maria  sem- 
pre Vergine,  Firenze  1570  „;  „  Vita  di  N.  S.  Gesù 
Cristo  con  la  morte  dello  stesso,  Firenze  i564,  e 
i58i  „.  Scrisse  pure,,  Deartls  magiae  supersti- 
tlone  „.,•„  Omelie  dello  Spirilo  Santo  ,^  „  Esame- 
rone  di  s.  Ambrogio  di  Milano  „}  „  Vita  di  s.  Do- 
menico „  „  Pistole  e  vangeli  di  lutto  Tanno  ,,: 
„  Discorso  sopra  il  concilio  di  Trento,,:,,  Vite  dei 
vescovi  fiesolani  „.  Tradusse  in  oltre  in  nostra 
lingua  dal  latino  ristituzione  spirituale  di  Messer 
Lodovico  Bosio,  Firenze  i56a,  i586e  1.591.  Pose 
in  volgare  e  postillò  gli  uffici  di  s.  Ambrogio,  Fi- 
renze i558.  Viveva  nel  1578.  C-n.  v,  vi. 

Cavalca  Domenico  pisano  dottissimo  scritto- 
re del  sec.  \IV  era  della  religione  domenicana,  e 
contemporaneo  del  Passavanti  come  accennano 
le  sue  biografie.  Le  molle  opere  ascetiche  da  lui 
lenita  che  di  valga  ronfi,  furono  per  la  proprietà  e 
nitidezza  di  lingua  adottate  dagli  accademici  dell  a 


4  2.4  C  A  V. 

Crusca.  Sono  esse  „  Specchio  di  croce  w;  „  Disci- 
plina degli  spirituali,  e  trattato  delle  'òo  stoltizie  „} 
„  Medicina  del  cuore  „}  „  Pangelingua  „:,  „  Fruiti 
della  lingua  „.  Volgarizzamento  delle  pistole  di 
s.  Girolamo,  e  delle  vite  dei  ss.  Padri.  „  Esposi- 
zione del  simbolo  degli  apostoli  ec.  Dicesi  morto 
in  patria  nel  i34i.  Ep.  v. 

Cavalcanti  Guido  uscì  da  una  delle  più  co- 
spicue famiglie  di  Firenze.  Fu  assai  dedito  agli 
studi  filosofici  e  di  poesia,  edamava  perciò  di  vi- 
vere solitario,  ed  imputato,  ma  indebitamente,  di 
epicureismo.  Fu  acerrimo  ghibellino  e  molto  più 
nel  1266  quando  ebbe  sposata  la  figlia  di  Farina- 
ta degli  liberti,  e  nutrì  allora  odio  mortale  con- 
tro Corso  Donati  capo  allora  dei  guelfi.  >Ia  pure 
andò  in  pellegrinaggio  a  s.  Giacomo  di  Galizia, 
ove  s^invaghìdi  una  certa  Manetta,  alla  quale  de- 
dicò alcune  sue  poesie.  Tornato  in  patria  si  accese- 
ro le  ostilità  tra  lui  e  il  prefato  Donati.  Quindi  il 
comune  di  Firenze  per  quieto  vivere  esiliò  i  capi 
delle  due  parti.  Guido  fu  rilasciato  a  Sarzana  ed 
al  suo  ritorno  moriranno  i3oo.  Guido  ebbe  fama 
d'uomo  prode,  di  acuto  filosofo  e  d'egregio  poeta. 
Dante  Io  agguaglia  a  sé  stesso  per  altezza  d'in- 
gegno. Ma  quando  volle  darci  la  sua  filosofia  ve- 
stita unicamente  di  colori  poetici,  non  riuscì  né 
filosofo  né  poeta.  Egli  singolarmente  fece  sfoggio 
di  qualità  e  di  forme  scolastiche  impropriamente 
usurpantesi  il  nome  di  filosofiche  nella  canzone 
ch'ei  scrisse  sopra  la  „  Calura  d1  Amore  „  e  che 
incomincia 

Donna  mi  prega  percKio  voglia  dire  te. 


C    A    V.  4'^ 

Questa  canzone  è  del  pari  oscurissima  e  celebra- 
lissima,  e  forse  la  sua  oscurità  è  cagione  della  sua 
celebrità.  I  commentatori  la  sollevarono  in  molla 
fama  coi  loro  schiamazzi  e  colle  sublimi  dottrine 
che  credettero  di  ravvisarvi,  ed  alle  quali  il  poeta 
per  avventura  non  avea  mai  pensato.  Le  tenebre 
vi  sono  sì  fitte  che  si  prese  equivoco  persino  sul- 
l'argomento. Altri  lo  vollero  d'amor  naturale,  al- 
tri d*  amor  platonico.  IVIa  in  quei  componimenti 
in  cui  Guido  non  volle  essere  che  poeta,  non  ap- 
parisce destituto  di  pregi.  E  quando  egli  altro  pre- 
gio non  avesse  che  d'essere  slato  un  dei  padri 
della  volgar  poesìa,  pur  sarebber  degne  le  sue  o- 
pere  di  comparire  alla  luce.  C-r.  Ep.  v. 

Cavalcasti  Aldobrandino,  nato  in  Firenze  di 
nobile  famiglia,  entrò  nella  religione  domenicana, 
e  sebbene  assuefatto  alle  delicatezze  di  un'agiala 
vita, servì  volonteroso  agli  studi  ed  alle  opere  del- 
la sua  religione.  Sopravanzando  pertanto  ogni  al- 
tro in  virtù  ed  in  sapienza, gli  furono  affidate  im- 
portanti cariche ,  che  sostenne  con  meraviglia 
grande.  Da  Gregorio  X  fu  eletto  vescovo  della 
citlà  d'Orvieto,  ad  accettare  col  quaPonore  vi  fu 
astretto  dalTautorilà  di  esso  pontefice,  poiché  egli 
ricusa  vaio  giudicandosene  indegno.  Sostenne  pe- 
rò quell'impiego  con  lode  e  virtù  somma,  erogan- 
do in  sostentamento  dei  poveri  i  frutti  che  dal 
vescovado  ritraeva,  così  che  appena  il  necessario 
serbavasi.  Tanta  era  la  stima  universale  che  di 
esso  avevasi,  che  dovendo  il  ponlelico  portarsi  a 
Lione  per  affari  di  concilio,  lo  giudicò  il  solo 
degno  di  lasciarlo  in  Roma  per  suo  vicario,  nel 


4*6  C   A   V. 

che  si  diportò  con  tanta  vigilanza  e  dignità,  che 
fu  giudicata  non  minore  che  se  vi  fosse  sta- 
to presente  ristesso  Gregorio.  Mediante  la  sua 
esperienza  nel  trattare  affari  di  somma  impor- 
tanza valse  più  volte  a  pacificare  le  discordan- 
ti fazioni  dei  guelfi  e  ghibellini.  Fu  egli  som- 
mo filosofo,  teologo,  e  lasciò  molti  utili  scritti, 
pieni  di  dottrina  e  di  pietà,  giudicati  ottimi  e 
molto  lodati.  Dopo  di  avere  aggiunto  splendore 
e  decoro  ai  posteri  della  sua  famiglia,  morì  in  Fi- 
renze con  dolore  grande  de'suoi  confratelli  non 
solo,  ma  di  tutta  la  città,  e  nel  1279  ebbe  la  se- 
poltura in  Santa  Maria  Novella,  alla  restaurazio- 
ne del  qual  tempio  molto  gli  giovò  coITautorìtà, 
col  consiglio  e  col  denaro.  B-c.  Ep.  y. 

Cavalcanti  Bartolommeo  patrizio  fiorentino, 
rettorico  facondissimo.nellearti  liberali  bastante- 
mente erudito,  e  nella  lingua  latina  e  greca  mol- 
to dotto,  scrisse  una  „  Orazione  alla  militare  or- 
dinanza fiorentina  il  dì  3  febbraio  i5a8  ,,5  „  La 
Rettorica  „  divisa  in  sette  libri  dove  si  contiene 
tutto  quello  che  appartiene  all'arte  oratoria,  Ve- 
nezia i559  e  i5<ìo.  Altra  edizione  colle  postille 
di  messer  Pio  Portinajo  che  dimostrano  sommaria- 
mente tutto  quello  che  vi  si  tratta,  Pesaro  i559, 
e  i564«  Si  deduce  dalla  dedicatoria  clVei  sapeva 
la  lingua  greca.  Dice  inoltre  d'essere  stato  occu- 
pato dal  cardinale  di  Ferrara  in  molti  importanti 
servizi  del  re  Enrico.  Polibio  del  modo  di  accam- 
pare, tradotto  dal  greco,  Catulo  della  castramen- 
tazione,  Comparazione  dell'armatura  e  dell'ordi- 
nanza de'romani  e  de'macedoni  di  Polibiojtradotta 


C  A  v.  427 

dal  Cavalcanti.Scelta  degli  Jpophegmi  di  Plutar- 
co tradotti.  Eìiano  decorni  ed  ordini  militari  tra- 
dotto dal  greco  per  M.  Lelio  Carani,  Fir.  i552}  „0- 
puscoli,  Ferrara  i545  „*,  Trattati,  ovvero  discorsi 
sopra  gli  ottimi  reggimenti  delle  repubbliche  anti- 
che e  moderne  }  con  un  discorso  di  messer  Se- 
bastiano Erizo  gentiluomo  veneziano  de'governi 
civili, ne'quali  con  molla  dottrina  si  mostra  quan- 
to siano  utili  i  governi  pubblici,  e  quanto  neces- 
sari i  privati  e  particolari  per  conservazione   del 
genere  umano,  dichiarandosi  tutte  le  qualità  degli 
stati,  Venezia  1571.  „  Tre  lettere  sopra  la   rifor- 
ma d'una  repubblica  fatta  da   lui  al  cardinale  S. 
Croce,  al  cardinal  Tornone  e  al  re  Cristianissimo 
Enrico  II  in  nome  del  cardinal  di  Ferrara,  e  la 
terza  al  medesimo  scritta  in  nome  del  detto  car- 
dinale ,^  „  Giudicio  sopra  la  tragedia  di  Canace  e 
Macareo,  con  molte  utili  considerazioni  circa  l'ar- 
te tragica  e  di  altri  poemi  con  la  tragedia  appres- 
so, Venezia  i566  „.   B-s.  Ep.  v,  vi. 
Cavalcasti  Andrea  letterato  non  volgare,  in- 
lemlentissimo  delle  linguedotte  edelle  muse, ama- 
tore di  stampe  e  libri  che  adunò  in  copia.  Fu  seve- 
rissimo censore  delle  opere  e  de'fatti  altrui.Fu  del- 
l'accademia dell'Urna  ch'era  certa  radunata  nella 
quale  criticavansi  le  azioni  del  compagno,  dell'a- 
mico e  del  nemico.  Scrisse  molte  opere  ancorché 
poche    stampate,  e  sono»  Esequie  del  principe 
Francesco  celebrale  in  Firenze  dal  serenissimo 
Ferdinando  II  granduca   suo  fratello  nella  colle- 
giata di  s.  Lorenzo  nell'agosto  del    i63:},  Firenze 
i634  jì\  (-ol  ritratto  del  principe,  prospètto  uYl- 


4^8  e  a  v. 

l'apparato  e  alcuni  studi  con  imprese  intagliate 
in  rame  da  Stefano  della  Bella.  Molti  aneddoti 
storici  del  paese,  ma  tutti  manoscritti  ed  ora  qua 
e  là  dispersi  senza  poterne  dare  indizio,  ma  che 
un  tempo  furono  assai  graditi  anche  ai  letterati. 
Mandò  air  Oltingero  le  vite  dei  filosofi  e  me- 
dici affricani,  scritte  da  Gio.  Leone  A  Africano,  ca- 
vate da  un  manoscritto  della  libreria  di  s.  Lorenzo 
e  dalI'Ottingero  stesso  stampate.  Sapeva  a  mente 
tutto  Petronio  autore  suo  favorito.  Morì  nel  1673 
non  senza  lasciar  ben  provvisli  i  suoi  figli  che  ne 
ebbe  molti}  v'è  pure  di  lui  un  libro  intitolato  „  No- 
tizie intorno  alla  vita  di  Bernardo  Segni  autore 
della  presente  storia  raccolte  da  Andrea  di  Lo- 
renzo Cavalcanti  ,..  Sono  stampate  avanti  la  storia 
di  detto  Segni,  Augusta  1723.  B-s.  Ep.  vi. 

Cavaliere  Battista  (del)  così  detto  perchè 
scolare  del  cav.  Baccio  Bandinella  peraltro  fu  il 
nome  suo  Giovan  Battista  di  Domenico  Lorenzi 
scultore.  Le  prime  fatture  che  fece  furono  le  quat- 
tro stagioni  mandate  in  Francia  ed  un  fonte  in 
Ispagna.  In  Firenze  sua  patria  lavorò  nel  sepol- 
cro dei  Buonarroti,  facendovi  la  statua  che  rap- 
presenta la  pittura,  ed  il  ritratto  del  Buonarroti: 
nel  Campidoglio  di  Roma  vi  sono  delle  sue  ma- 
nifatture, come  pure  altrove.  Nacque  l'anno  i528 
e  di  55  anni  operava.  B-g.  v,  vi. 

Cazes  patrizio  fiorentino  scolare  di  Alessan- 
dro Allori  andò  a  Madrid  chiamato  al  servizio  di 
Fillippo  H  per  dipingere  nei  reali  palagi  e  gli  riu- 
sci,  con  belle  figure  e  ornati  di  architettura,  di  far 
gustare  al  re  ed  a  tutta  la  corte  le  opere  sue.  Tra- 


C    E    C.  4og 

dusse  in  quel  tempo  in  linguaggio  spagnuolo  le 
regole  del  Vignola  per  benefizio  degli  architetti 
ohe  allora  nella  Spagna  fiorivano.  Nel  palazzo  dei 
Pardo.nella  galleria  della  Regina  di  Spagna  dipinse 
a  fresco  l'istoria  del  casto  Giuseppe  con  ornati 
di  stucco  di  sua  invenzione,  e  varie  pitture  altresì 
fece  nelPEscurìale.  Seguitò  a  servire  i  re  succes- 
sivi e  in  età  avanzala  morì  a  Madrid.  O-r.  Ep,  v. 
Cecchi  Francesco  ingegnosissimo  giovane , 
sonatore  di  liuto  e  disegnator  diligente,  il  quale 
per  una  passione  affettuosa  morì  di  dolore.  Fece  in 
intnglio  in  rame  alcune  vedute  delle  imprese  fatte 
dall'armata  del  Granduca  in  piccolo.  E  in  due 
altre  in  grande  rilrasse  la  rotta  data  dalle  armi  di 
s.  Antonio  sotto  il  comando  del  Meazza  presso  a 
Pitigliano  stampate  in  rame;  le  piccole  son  di  più 
pezzi,  ov'è  la  mostra  generale  data  al  ponte  a 
Boterone,  la  presa  di  santa  Enea  Montealeca,  cit- 
tà della  Pieve,  Castiglione  del  Lago,  e  molti  altri 
luoghi  occupati  allora  dalT  armata  toscana,  con 
molte  altre  opere.  Morì  nel   1648  in  chea.  C-n. 

vi. 
Cecciii  Gio.  Maria  fiorentino  scrisse  moltis- 
sime „  Commedie  in  verso  ed  in  prosa,  con  lenii 
sacri  e  profani,  con  date  di  Firenze,  e  Venezia 
i55o,  i556,  ib8a,  1689  ,,.  Scrisse  anche  altre 
poetiche  composizioni  cioè  „  Lezione  ovvero  cica- 
lamento  di  Maestro  Bartolino  letta  nelPaccade- 
mia  della  Crusca  sopra  il  sonetto  passere  e  bec- 
eafichi  magri  arrosto,  Firenze  i58c)  „.  Questo  so- 
netto  comunemente  chiamasi  del  prender  moglie, 
ed  è  del  Crescimbeni.  B-s.  \  1 

Si.   Tose.   Tom.   12.  40 


43o  C  E  e. 

Ceccui  Gio.  Battista  nacque  in  Firenze  circa 
Tanno  i;49-  Dai  suoi  genitori  fu  da  prima  de- 
stinalo all'arte  di  falegname,  ma  essendo  storpia- 
to nella  mano  destra,  e  considerando  per  tal  mo- 
tivo non  poter  molto  avanzarsi  in  quel  mestiere, 
siccome  dimostrava  dell'inclinazione  al  disegno, 
fu  raccomandato  a  Francesco  Conti,  allora  mae- 
stro nella  galleria  granducale,  e  dopo  la  morte  di 
questo  desiderando  applicarsi  all'intaglio  fu  im- 
piegato con  Ferdinando  Gregori  maestro  di  tal 
genere,  pensionalo  da  S.  A..  Reale.  Intagliò  una  SS. 
Vergine  di  Annibale  Caracci  ed  altra  del  cava- 
liere Francesco  Vanni,  detta  volgarmente  la  Ma- 
donna della  Poppa,  quadro  una  volta  posseduto 
dalla  famiglia  Orlai) dini  di  Siena.  Travagliò  mol- 
to anche  nella  serie  degli  uomini  i  più  illustri 
nella  pittura,  scultura,  ed  architettura  data  alla 
luce  in  Firenze.  G.  G.  Ep.  vii. 

Geffixi  Francesco  Maria  cavaliere  di  santo 
Stefano  e  lettore  di  leggi  nell'università  di  Pisa, 
oratore,  poeta,  e  ragguardevole  letterato,  fu  im- 
piegalo in  gravi  cure  dalla  sua  religione.  Trovansi 
di  suo  alle  slampe  molte  cose  volanti,  o  sì  vero 
nei  libri  altrui  inserite,  le  quali  egli,  perchè  mo- 
destissimo, non  riconosce  per  sue.  Morì  nel  )688. 
C-rc.  vi. 

Celestino  I  santo  toscano  fu  papa  dal  dì 
io  settembre  del  ^12,  al  fine  di  luglio  del  4^2. 
Scrisse  una  ,,  Lettera  decretale  ai  vescovi  delle 
Provincie  di  Vienna,  e  di  Narbona  per  corregge- 
re alcuni  abusi,  come  di  portare  un  abito  distin- 
to ec  „.  Sotto  di  lui  nacque  l'eresia  di  Nestorio, 


C    E    L.  43 1 

quale  fu  da  Celestino  condannata  in  un  concilio 
l'anno  43o.  Commise  a  san  Cirillo  di  Alessandra 
di  far  lo  slesso  a  suo  nome,  e  rivestilo  della  sua 
autorità.  La  lettera  di  questo  papa  fu  con  som^ 
mo  rispetto  ricevuta  dai  padri  del  concilio  efesi- 
no ecumenico  III.  Condannò  ancora  i  pelagiani, 
ed  i  semipelagianidi  Marsilia,  e  tolse  a'novaziani 
tutte  le  chiese  che  aveano  in  Roma. Questo  pon- 
tefice nelle  sue  lettere,  ai  vescovi  delle  Gallie, 
loda  molto  la  dottrina  di  santo  Agostino  ini  orno 
alla  grazia.  M-c.  Ep    111. 

Celestino  11  toscano  governò  la  chiesa  co- 
me pontefice  dal  settembre  del  ii4^,  al  nove 
marzo  dell'anno  seguente.  Fu  questo  pap3  di  no- 
bile nascita,  e  mollo  versato  nelle  scienze.  Lodo- 
vico VII  re  di  Francia  gli  spedi  dei  legati  per  es- 
sere assoluto  djU'inlerdelto,  a  fui  Pavea  so^el- 
tato  il  suo  antecessore  Innocenzio  li,  cPoltenne. 
S.  Bernardo  scrisse  a  questo  papa  la„  Lettera  i35„ 
ed  un'altra  che  è  la  a36  alla  curia  romana  contro 
WiUelmo  arcivescovo  di  Yorch,  che  a  violenza  si 
era  intruso  in  quella  sede,  ed  a  cui  Celestino  avea 
negato  il  pallio.  Molti  vogliono  che  da  questo  papa 
incomincino  le  profezie  di  san  Malachia  Iber- 
nese  monaco  ed  arcivescovo  di  Armach  morto 
Panno  1148.  Altri  con  Anfonso  Ciacconi  le  inco- 
minciano da  Leone  XI  Panno  i6o5,  proseguendo 
fino  alla  fine  del  mondo,  per  essersi  verificate  nel 
nome,  slemma,  patria,  e  loro  gesta.  Le  suddette 
profezie  vengono  riportate  da  Arnaldo  lluione  nel 
libro  intitolato:  11  legno  della  Vita,  e  Vita  di  santo 


432  C    E    L. 

Malachia.  Molti  critici  però  sono  d*  avviso  che 
Je  delle  profezie  non  siano  di  san  Malachia.  M-c. 

Ep.  v. 

Celio  Vibenna  di  nascila  etrusco  fu  diVulei. 
e  si  rese  celebre  per  aver  dato  in  Roma  popolo 
e  nome  al  vico  lusco  ed  al  monte  Celio,  ove  si 
fabbricò  parte  di  Roma.  Egli  venne  in  quella  città 
all'occasionò  d'aver  prestato  soccorso  a  Romolo 
che  guerreggiava  contro  i  sabini.  n. 

Cellesi  CammUlo  pistoiese,  fratello  del  con- 
te Francesco,  faticò  molto  per  le  antiche  memo- 
rie della  patria.  Questo  Gammi  Ito  fu  prolonotario 
partecipante,  chierico  di  camera  di  Clemente  XI, 
ponente  di  consulta  e  votante  di  segnatura,  stalo 
governatore  di  Todi,  di  Città  di  Castello,  di  Jesi, 
di  Viterbo,  di  Civita  Vecchia,  di  Fermo,  dove  si 
immortalò  per  lo  stabilimento  di  quel  porto  ài  Ca- 
merino, dove  nei  gennaio  del  1696  meritò  che  la 
discendenza  sua  e  del  fratello  fosse  ammessa  a 
quella  nobiltà  per  benemerenza  di  tante  spese 
fatte  nelle  strade  di  quel  luogo.  Essendo  questo 
soggetto  di  animo  grande  e  generoso,  si  pose  con 
il  consenso  della  sede  apostolica  a  tentare  la  for- 
tuna nel  proseguimento  delle  paludi  Pontine  . 
Per  eseguir  quella  cosa  fece  venire  d'Olanda  il 
famoso  ingegnere  Meier,  e  dopo  aver  fatte  col 
suo  indirizzo  grandi  spese  e  superate  moltissi- 
me difficoltà  che  gli  si  attraversarono,  noti  pò* 
tendo  più  da  sé  solo  proseguire  l'impresa,  associò 
don  Livio  Odescalchi  duca  del  Sirmio.  In  questo 
tempo  morto  il  detto  ingegnere  prese  altro  sog- 


C     E    L.  4^3 

getlo,che,  per  aver  variata  l'idea  del  primo,  ridusse 
ad  un  esito  infelicissimo  una  cosa  che  non  pote- 
va essere  né  più  bella,  né  più  utile,  né  più  lode- 
vole per  chi  l'intraprese,  che  morì  nell'aprile  del 
1717.  F-r.  Ep.  vr. 

••  Cellesi  Giovanni  pistoiese,  degno  di  eterna 
memoria  per  un  atto  religioso  ed  eroico.  Avendo 
egli  particolar  nemicizia  col  colonnello  Bernar- 
dino Strozzi,  partitosi  a  bella  posta  da  Pistoia  per 
ammazzarlo,  lo  trovò  prigioniero  di  guerra,  e  fe- 
rito in  quella  gran  rotta  che  ebbero  le  armi  fio- 
rentine dalle  imperiali  a  Cavinana  nel  pistoiese. 
Allora  mosso  il  Cellesi  a  compassione  delfini- 
mico,  lo  riscattò  con  lo  sborso  di  1000  ducati 
del  proprio,  e  condottolo  a  Pistoia  nella  propria 
casa,  fecelo  con  ogni  diligenza  a  sue  spese  me- 
dicare, e  datogli  come  a  carissimo  amico  la  li- 
bertà, lo  fece,  perchè  era  contrario  a  casa  Medici, 
accompagnare  per  sua  sicurezza  da  molta  gente 
a  Firenze.  Fiori  il  Cellesi  dal  iòao  in  poi.  F-r. 

v-  vi. 
Celli*!  Benvenuto  cittadino  fiorentino.  In 
tempo  di  sua  gioventù  attese  con  tanto  genio  al- 
l'arte dell'orefice,  che  non  ebbe  pari  nelle  lega- 
ture delle  gioie,  nel  fonder  medaglie,  nel  formar 
bellissime  figurine  di  tondo  e  ili  basso  rilievo,  e 
in  ogni  altra  cosa  più  maravigliosa  in  quell'arie. 
Servì  in  manifatture  d'oro,  d'argentò  e  di  metal- 
lo, in  medaglie  papali  ,  e  coni  per  la  zecca  Cle- 
mente VII.  il  quale  largamente  lo  rimunero:  al- 
trettanto fece  in  Firenze  pel  duca  Alessandro. 
Passato  poi  allo  scolpire  in  marmo  e  lavorare  in 

4o* 


434  C    E    L. 

getto  fu  stimato  in  Parigi  da  Francesco  I,  per  il 
quale  lavorò  molte  cose  cT  oro,  d'argento  e  di 
metallo.  Ritornato  in  patria  servi  Cosimo  I,  e 
principalmente  fece  il  Perseo  di  metallo  che  ha 
tagliata  la  testa  di  Medusa,  attorniato  da  varie 
figurine,  e  si  vede  con  ammirazione  nella  piazza 
detta  del  Granduca.  Per  la  cappella  del  palazzo 
defitti  fece  il  bellissimo  crocifisso  di  marmo  tut- 
to tondo  al  naturale,  ed  altre  opere  che  posero  in 
gravissima  suggezione  ed  invidiosa  competenza 
Baccio  Bandinella  Bartolommeo  Ammarinati,  ed 
altri  scultori.  Lavorò  Benvenuto  non  solo  con  gli 
scarpelli, ma  ancora  con  la  penna  scrisse  un  „Libro 
intorno  alla  oreficerìa,  e  alParte  della  scultura  in 
marmo  e  in  bronzo  „}lo  presentò  al  cardinal  Fer- 
dinando de'Medici  che  poi  fu  Granduca,  ed  acqui* 
stato  poscia  dal  cavaliere  Anton  Francesco  Mar- 
mi eruditissimo  amatore  delle  buone  arti,  fu  dato 
alle  stampe  in  Firenze  Tanno  i568.  Scrisse  an- 
cora la  propria  „  Vita,,  in  un  gran  volume,e  questo 
si  è  conservato  lungo  tempo  presso  gli  eredi  del  fu 
Andrea  Cavalcanti  di  chiara  memoria ,ed  altre  cose 
colle  quali  finì  gloriosamente  la  vita}  il  qual  vo- 
lume fu  poi  dato  alle  stampe  a  spese  del  celebre 
musico  Bernestat.  F-s.  Ep.  v,  vi. 

Cellino  architetto  e  scultore.  Di  lui  sappiamo 
che  mentre  dirigeva  la  fabbrica  di  s.  Giovanni 
Rotondo  in  Pistoia,  il  cui  disegno  gli  fu  affidato  da 
Andrea  pisano  che  ne  fu  Hnventore,ebbe  altresì  la 
commissione  d'eseguire  il  deposito  marmoreo  di 
messer  Cirio  da  Pistoia  con  disegno  probabilmente 
(  come  opina  il  Cicognara  )  di  Goro  di  Gregorio 


C    E    N.  435 

scultore  senese.  Il  contratto  di  questo  deposito 
fu  fatto  in  Pistoia  nel    1037.  C-c>  Ep.  v. 

Cenni  Bartolommeo  fu  Tun  destre  oretìci  e 
famosi  artisti  che  lavorò  nelle  dodici  storie  dei 
bassirilie  vi.i  quali  stanno  nei  magnifico  altare  d'ar- 
gento che  s'espone  in  s.  Giovanni  di  Firenze  nei 
giorni  della  sua  festa  .  Questo  lavoro  cominciò 
l'anno  i366,  e  durò  per  1 1 1  anni  cioè  fino  al  1477- 

v. 

Cenni  Iacopo  Maria  nacque  in  Asinalunga, 
territorio  di  Siena,  nel  maggio  del  i65i,  e  si  ap- 
plicò per  tempo  allo  studio  delle  leggi.  Andato  a 
Roma  fu  eletto  segretario  dei  cardinali  Cesare  Fa- 
chinetti,  Giulio  Spinola  e  Giacomo  Cantelmo  arci- 
vescovo di  Napoli.  In  mezzo  delle  differenti  sue  oc- 
cupazioni, Cenni  trovò  modo  di  coltivare  la  poesia 
italiana,  nella  quale  fin  da  fanciullo  ottenne  buo- 
ni successi,  e  fece  osservare  la  vivacità  del  suo 
ingegno.  Avea  studiato  profondamente  la  lingua 
italiana,  ed  alcune  osservazioni  che  avea  fatte 
sopra  una  edizione  del  Decamerone  pubblicata  a 
Ginevra  provano  fino  a  qual  punto  egli  ne  cono- 
sceva tutte  le  sue  finezze:  ma  tali  note  son  ri- 
masteinedite  negli  archivi  dell'accademia  Arcadica. 
Esiste  una  sua  „  Vita  di  C.Cilnio  Mecenate,  Roma 
1684  ».Le  altre  sue  produzioni  non  furono  stam- 
pate: ci  duole  che  non  lo  siano  stale  le  vite  dei 
critici.  Il  Cenni  morì  a  Napoli  il  3i  maggio  del 
1692.  B.  u.  vi. 

Cenni  Abb.  Gaetano  nacque  in  Spignana,  pic- 
colo castello  della  montagna  pistoiese,  il  primo 
maggio  deiranno  1698.  Fu  educato  nel  seminario 


436  CE    N. 

di  Pistoia  unitamente  al  suo  fratello  Rinaldo,  che 
più  di  lui  si  distinse  nell'amena  letteratura  e  nel- 
la poesia.  Gaetano  si  dette  a  conoscere  studiatore 
profondo  dei  classici,  e  fu  buon  latinista.  Mancato 
il  maestro  alla  sua  squola  fu  surrogalo  Gaetano, 
benché  giovanissimo.  Ordinato  prete  uscì  dal  se- 
minario e  andò  a  Roma,  ove  fu  crealo  biblioteca- 
rio*, ma  intanto  a  Pistoia  deploravasi  la  di  lui  as- 
senza. Il  Cenni  tradusse  dall'idioma  spagnuolo  la 
Apologia  di  ]>TicasioSevilIano,  ed  il  papa  Clemente 
XII  lo  ascrisse  tra  i  benelìciati  della  basilica  va- 
ticana, ed  egli  così  provvisto  di  denaro  dettesi  a 
comprar  libri,  clipei  chiamava  delizie  del  suo  viver 
terreno.  Il  Cenni  fu  compilatore  del  „  Giornale 
dei  letterati  insieme  col  Giacomelli  „:  lavoro  che 
davagli  gran  fatica  di  spirito,  privandolo  insieme 
del  riposo  del  corpo*,  dimodoché  sorpreso  da  feb- 
bre lenta, né  volendo  per  questo  dismettere  i  suoi 
lavori,  venne  più  gravemente  ad  infermare  e 
morì  nel  1762,  avendo  appena  terminati  gli  anni 
'sessautaquattro.Quanto  la  sua  dottrina  Taveareso 
venerabile  addotti,  altrettanto  Pavean  reso  caro  le 
sue  virtù  a  quei  che  secolui  trattavano,  fra  i  quali 
si  posson  contare  gli  uomini  più  chiari  che  di  quel 
tempo  fossero  a  Roma.  II  papa  Benedetto  XIV, 
amantissimo  com'egli  era  degli  studi  ecclesiastici, 
lo  volle  sovente  a  sé.  Le  opere  che  il  Cenni  ha 
lasciate  sono  „  Primatus  hispaniarum  vindica- 
tus^  nConcilium  lateranense  Stephani  HI  unica 
dissertatìone  illustratimi  ec.  „/  „  De  antiquitate 
ecclesiae  hispanae  ec.  r;  „  Vindiciae  antiqui- 
tatum  monasticarum  hìstoriae  adversus  Gaie- 


CE??.  4^7 

tanum  Ctnnìum,  Arezzo  1755  „/  Anastasius  bi- 
biiotecarius  notis  archeologìcis  illustr.  a  Gaiet. 
Cennio.  Builarium  romanum.  „  Critiche  agli  an- 
nali d1  Italia  del  Muratori  „}  Monumenta  domi- 
natlonis  pontljiciae  „$  „  De  prestantia  Basilicae 
Vaticanae  „*,„Giornale  dei  letterati  ,.*,„  Disserta- 
zione di  storia  romana  ecclesiastica  pontificia,  e 
canonica,  Pistoia  1770  „.  T-p.  Ep.  vi,  vii. 

Cfiurum  Bernardo  fiorì  dopo  la  metà  del  sec. 
XV,  e  fu  di  professione  orefice.  Intraprese  a  fare  i 
spunzoni  pei  caratteri  per  la  stampa,  e  dipoi  geliate 
le  lettere  tanto  maiuscole  che  minuscole  gli  riesci- 
rono  a  maraviglia  belle.Stampò  per  tantocon  essi  la 
Esposizione  di  Servio  sopra  la  Bucolica,  Georgi- 
ca  ed  Eneida  di  Virgilio  5  in  fine  della  qual1  opera 
si  trova  il  di  lui  nome  con  la  data  di  Firenze 
1471.   B-s.  v. 

Cexmm  Cennino  da  Colledi  Val  d'Elsa,  pittore 
scolare  d'Angiolo  Gaddi,  scrisse  di  sua  mano  un 
limo  dove  tratta  dei  modi  di  lavorare  a  fresco,  a 
tempera,  a  colla,  e  a  gomma,  ed  iu  oltre  come  si 
minia  e  come  in  lutti  i  modi  si  mette  oro-  il  qual 
libro,  per  quanto  dice  il  Vasari  nella  vita  di  An- 
giolo Gaddi,  era  a  suo  tempo  nelle  mani  di  Giu- 
liano orefice  senese.  Non  fa  perciò  egli  mensione, 
perchè  forse  non  doveano  essere  in  uso,  d'alcuni 
colori  di  cave,  come  sarebbe  a  dire  terre  rosse 
scure,  il  cinabrese, e  certi  verdi  in  vetro,  siccome 
si  son  ritrovati  di  poi;  la  terra  d'ombra,  ch*ò  di 
cava,  il  giallo  santo,  gli  smalti  a  fresco  ed  a  olio, 
ed  alenili  verdi  e  gialli  in  vetro,  dei  quali  non 
ebbero   conoscimento    i    pittori    di  quei  tempo. 


438  C   E    R. 

Tròtto  ancora  de'mosaici,  del  macinare  i  colori  a 
olio  per  far  campi  rossi.,  azzurri,  verdi  e  d'altre 
maniere,  e  dei  mordenti  per  metter  Toro,  ma  non 
già  per  figure.  Da  questo  libro  un  moderno  scrit- 
tore ha  cavate  notizie  gradissime,  delle  quali  il 
suo  vocabolario  della  pittura  ha  fatto  gran  capita- 
le. C-n.  Ep.  v. 

Cerretani  Ciampole  gonfaloniere  dei  cava. 
Jieri  e  Falcone  di  Signorello  gonfaloniere,  ambe- 
due nobili  senesi,  con  il  loro  valore  acquistarono 
Ja  vittoria  alla  patria  nella  battaglia  che  seguì  tra 
i  fiorentini  e  senesi  il  18  maggio  del  1259  a  s.  Pi- 
tornella,  quasi  su  le  porte  di  Siena}  nel  qual  con- 
flitto dei  senesi  morirono  circa  270  e  dei  fioren- 
tini circa  i3oo$  salvaronsi  gli  altri  con  la  fuga: 
anzi  i  lucchesi  collegati  coi  fiorentini  furono  per- 
seguitati dai  tedeschi  soldati  di  Siena  sino  a  Ca- 
stel fiorentino,  e  quivi  sopraggiuuli  furono  tulli 
tagliati  a  pezzi,  come  scrive  Agostino  Patrizi. 
U-r.  v. 

Cerretani  Bartolommeo  di  Paolo  scrisse  una 
„  Storia  fiorentina  „t  ut  fora  manoscritta,  la  quale 
dal  i494  incomincia  e  fino  al  i5i9  continuando 
seguita:  è  in  dialogo.  Ne  fu  fatto  l'estratto  da  in- 
certo ciré  in  libreria  Magliabechiana  nel  i5io. 
Ve  un  sommario  molto  particolare  fatto  con  di- 
ligenza del  ritorno  de'Medici l'anno  i5ia,  ma  tan- 
to affezionato  a  quella  casa,  quanto  della  fazione 
popolare  nemico,  che  si  scopre  dei  Medici  mol- 
to amico.  Dice  in  questa  essersi  ritrovato  a  tutte 
le  consulle,  e  gli  ordini  fatti  e  presi  in  casa  Me- 
dici dopo  il  ritorno.  Si  allarga  anche  molto  a  trat- 


C    E    R.  4^9 

tare  delie  profezie  di  fra  Girolamo  Savonarola  e 
di  sua  vita  e  costumi.  C-n.  Ep.  v,  vi. 

Cerroti  Violante  Baal  lice.  Ved.  Siries  Vio- 
lante Beatrice. 

Cervelliera  Giovati  Battista  archi l  etto  e 
scultore  in  legno.  Lavorò  la  tarsia  in  non  pochi 
seggi  del  duomo  di  Pisa  sua  patria,  e  la  bella  cat- 
tedra arcivescovile  portante  espressa  l'adorazione 
dei  re  Magi  con  tutto  ciò  che  la  storia  richiede. 
G-s.  v. 

Cesilpino  Andrea  nacque  in  Arezzo  nel  i5iq. 
Fin  da  piccolo  ebbe  notizie  della  iìlosoria  naturale 
e  della  medicina}  e  quindi  applicatosi  alla  filoso- 
fia aristotelica  e  alla  medicina  ippocratica  e  ga- 
lenica ,  nel  trigesimo  anno  dell'età  sua  conseguì 
l'onore  della  laurea  dottorale.  Si  dedicò  soprat- 
tutto alla  filosofia  d'Aristotele,  che  applicò  alla  ri- 
perca  dei  fenomeni  della  natura,  e  lo  condusse  a 
grandi  scoperte^  ma  in  altre  occasioni  lo  trasse 
in  sottigliezze  metafisiche,  le  quali  nuocer  pote- 
vano alla  sua  tranquillila,  giacché  fu  accusalo 
per  esse  d'empietà, ma  non  se  ne  fece  gran  conto 
in  Italia.  Egli  fu  celebre  pel  ritrovato  d'un  meto- 
do di  bottanica,  fondato  sull'origine  delle  piante  e 
principalmente  sulle  parli  della  fruttificazione,  il 
che  ha  stabilito  le  analogie  naturali  delle  famiglie 
ed  i  caratteri  che  servir  debbono  ppr  baso  alle  ri- 
duzioni in  classi.  Le  sue  opere  sono  „  I.  Quae- 
stioniun  peripateticarum  libri  V*  Firenze  i5(>9, 
Venezia  i;>ji  e  iòcjS  »,.  Quest'opera  fu  alacre- 
mente criticata  dui  laurei.  Cesalpino  fece  alcune 
aggiunte  alle  suddette  questioni:  esse  cmnp  n  \< -i<> 


44»  CES. 

a  Roma  Tanno  della  sua  morie  nel  i6o3  unite  al- 
le giunte  del  suo  trattato.  „  De  plantis  „.  In  tali 
questioni  peripatetiche  espone  egli  la  dottrina  di 
Aristotele  in  modo  chiaro  e  preciso,  e  fa  di  essa 
un'applicazione  continua  a  tutti  i  rami  della  fisi- 
ca e  della  metafisica.  Ivi  si  rese  celebre  per  la 
scoperta  della  circolazione  del  sangue.  Siffatta 
scoperta  che  ha  tanto  contribuito  a  renderlo  su- 
periore ai  suoi  contemporanei,contribuì  non  poco 
al  perfezionamento  della  fisiologia  e  della  medi- 
cina, ed  il  nostro  filosofo  se  n'espresse  in  modo 
più  chiaro  e  più  preciso  che  altrove  nel  suo  trattato 
„  De  plantis  lib.  /,  e,  2,  II.  Daemonum  investi- 
gatlo  peripatetica  in  qua  esplicatur  locus  Hi- 
pocratis  si  quid  divinum  in  morbis  habeatur^ 
Firenze  i58o,  ove  dichiara  che  egli  considera  gli 
indemoniati  come  affetti  da  morbo  soprannatura- 
le, e  che  allora  i  soccorsi  della  medicina  essendo 
insufficienti ,  bisogna  aver  ricorso  a  quei  della 
chiesa  M  III  Quaestionum  medicarum  libri  duo, 
Venezia  i5g3,  e  1604  *lri  tali  due  edizioni  ven- 
ne unita  „  U  Investigatici  daemonum,  e  Popera 
seguente  „  IV  De  medicamentorum  facultatibus 
libri  duo,  e  questo  è  un  trattato  di  materia  me- 
dica „;„V  Ars  medica,  RGina  1601,  1602  e  i6o3  „; 
ristampata  con  alcuni  cambiamenti  coMue  titoli 
seguenti  „  VI.  Catoptron,  sive  speculum  artis 
medicae  hipocraticum,  spedandosi  dignoscen- 
dos.  curandosque  exibens  tum  universos  tum 
particulares  totius  corporis  morbos,in  quomul- 
ta  visuntur ,  quae  a  plecarissimis  quibusque 
medicis  ìntacta  prorsus  relieta  erant  arcana. 


CES.  4{l 

Francfort  i6o5;  Venezia  1606  „.*  e  altrove  „  VII. 
Praocis  universae  artis medicae,  Treviso  1606,,. 

I  suoi  libri  son  poco  consultati  oggigiorno,  e  forse 
sarebbero  dimenticati,  se  gli  ultimi  lavoii  di  Ce- 
salpino  intorno  alla  stoiia  naturale  non  avesser 
dato  al  suo  nome  una  gloria  immortale.  Tale  la 
opera  seguente  „  Vili  De  pianti s  libri  XFl ^ 
1 583  „.  Egli  inventò  il  primo  metodo  in  botanica 
fondata  su  i  caratteri  tratti  dalla  considerazione 
della  forni»  del  fiotti  e  del  frutto  e  dal  numero 
dei  grani,  il  che  gli  presentò  affinila  ed  apparenze 
naturali.  I  suoi  principii  restaron  sepolti  da  quasi 
un  secolo,  quantunque  il  Colonna  si  fosse  adopra- 
lo  per  propagarli  „.  „  IX  Jppendix  ad  libros  de 
plantis ,  et  quaestiones  peripaleticas  ,  Roma 
i€o3  ,..  Cesalpino  aveva  altieri  composto  la  sto- 
ria naturale  dei  minerali  in  un  ordine  sistematico, 
siccome  aveva  trattato  quella  de' vegetabili.  >eu 
mancava  alla  sua  opera  che  la  stampa  allorché 
seppe  che  Michele  Mercati  suo  antico  discepolo 
avealo  prevenuto,  e  distribuendo  per  ordine  la 
raccolta  de*'minerali,conosciuta  sotto  nome  di  Me- 
talloteca  del  Vaticano,  aveva  avuta  la  cura  di  far- 
ne intagliare  differenti  pezzi.  Il  Cesalpino  tenne 
allora  per  inutile  il  suo  lavoro,  ma  venuto  a  mor- 
te il  Mercati,  il  Cesalpino  fece  comparire  l'opera 
seguente,  „  De  metallicis  libri  IH.  Roma  159G  „. 

II  primo  libro  tratta  de'sali,  de'bitumi  ,  degli  al- 
lumi, e  d'altri  fossili;  il  secondo  delle  pietre,  dei 
cristalli,  delle  pietre  preziose;  il  terzo  dei  me- 
talli. I/opera  di  Mercati  (u  poi  pubbli»  ala  col 
titolo  di  Metalluiecha.  Il  Cisalpino  fu  chiama* 

Si.  To<c.   Tom.  12.  4! 


44^  CES. 

to  a  Roma,  ed  ivi  creato  |>vimo  medico  del  pa- 
pa Clemente  Vili,  e  professore  di  medicina  nel 
collegio  della  sapienza:  impiego  che  egli  esercitò 
iìno  alla  sua  morte  che  avvenne  il  febbraio  del 
i6o3,  quando  quesf  uomo  raro  aveva  84  anni. 
B.  u.  Ep.  v,  vi. 

Cesano  Gabriele  (da)  pisano,  uomo  d1  una 
saggio  ed  illuminala  politica,  profondo  conoscito- 
re delle  scienze  e  delle  lettere  sì  latine  che  gre- 
che. Fu  canonico  della  primaziale  pisana,  poi  ve- 
scovo di  Saluzzo.  Fu  altresì  la  delizia  delle  c-orti 
medicea,  estense,  romana  e  francese.  Cessò  di 
vivere  nel  1 568.  G-s.  v,  vi. 

Cesti  Marcantonio  zoccolante  d'Arezzo,  che 
Adami  crede  nativo  di  Firenze,  fu  dei  più  celebri 
musici  del  secolo  XVII.  Era  discepolo  di  Carissi- 
mo e  coniemporaueo  di  Cavalli.  Ferdinando  II  lo 
dichiarò  maestro  della  sua  cappella,  e  sembra  che 
sia  stuto  impiegato  in  qualità  di  tenore  in  quella 
di  Alessandro  VII  nel  1660.  Cesli  non  contribuì 
meno  di  Cavalli  ai  progressi  della  musica  dram- 
matica, Si  sforzò  di  sostituire  alla  monotona  sal- 
modia, che  fin'allora  ne  avea  formata  la  base,  il 
genere  grazioso  nel  quale  spiccò  il  suo  maestro, 
e  trasportò  nel  teatro  le  cantiche  che  Carissimo 
aveva  inventate  per  la  chiesa.  Fece  rappresentare 
aul  teatro  di  Venezia  dal  i649  al  1669  otto  opere 
„  Oronalea,,:,  „  Celare  innamorato  ,,:,  „  Lo  schiavo 
reale,,*,  „Tito  „:,  „  La  schiava  fortunata  ,.^„Argeue  „-, 
„Genserico„  ed  Argia  „j le  quali  presso  che  tutte 
ottennero  grandi  applausi,  e  furono  rappresentate 
in  tutte  le  grandi  città  d'Italia.  Si  crede  che  roet* 


CES.  4^3 

tesse  altresì  in  musica  il  Pastor  fido  del  Guarnii. 
j>'on  fu  meno  eccellente  nel  genere  delle  cantate, 
e  ne  compose  un  gran  numero.  Mori  a  Roma  nel 
1688.  B.  u.  Ep.  vi. 

Cestoni  D'iacinto  livornese  scrisse  „  Nuove 
e  maravigliose  scoperte  dell'origine  di  molli  ani- 
malucci  sulle  foglie  dei  cavoli,  come  di  molli  in- 
setti dentro  gl'insetti  „,  candidamente  partecipate 
e  dedicale  alPill.  sig.  Antonio  Vallisnieri  de'no- 
bili  di  Vallisniera,  ec.  colle  quali  si  coufermano 
vari  ritrovamenti  del  suddelto  Signore  sopra  la 
curiosa  origine  dei  medesimi  insetti  descritti  nel 
suo  primo  e  secondo  dialogo,  siccome  nel  suo  la- 
boriosissimo trattato  dei  rimedi  per  le  malattie 
del  corpo  umano.  Quesfoperetta  ch'è  in  forma  di 
lettera  è  inserita  nel  libro  intitolato:  Trattato  dei 
rimedi  per  le  malattie  del  corpo  umano,  tradotto 
dal  francese-,  Tuna  dà  ragguaglio  di  varie  osserva- 
zioni nuove  nei  vermi  del  corpo  umano,  intor- 
no alla  loro  origine,  indicazioni  e  rimedi:  l'altra 
sopra  gl'insetti  dentro  gl'insetti,  Padova  1709.  Lo 
estratto  della  medesima  si  legge  nel  toni.  1,  del 
Giornale  degenerati  ff Italia  a  p.  'i^.B-s.         vi. 

CiiEHUBiNi  Filippo  cittadino  fiorentino:  scris- 
se la  „  Cronologia  dell^anticbissima  e  nobilissima 
famiglia  de'Gaetani  che  è  la  medesima  di  quella  di 
Pisa,  di  Napoli,  di  Roma,  di  Anagni,  di  Gaeta',  di 
Siracusa  e  di  Palermo.  Fir.  1722  „•,  „  Cronologìa 
degli  uomini  illustri  che  sono  usciti  dall'antica 
e  nobile  famiglia  de'Giugni  di  Firenze,  marchesi 
di  Campo  Orsevoli  e  di  A-iilrodoco,  Lucca  172^^ 
„  Cronologia  dell'aulicissima  e  nobilissima  fa- 


444  CHE. 

miglia  de'Canigiani  di  Firenze5Siena  1712  „.  Que- 
sti tre  opuscoli  si  credouo  essere  dell'abate  Pie- 
tro Fa  rulli.  B-s.  Ep.  vi. 
Chesi  Bartolommeo  giureconsulto  di  nome 
illustre.  Fra  le  opere  sue  più  celebri  ricorderemo 
quella  delle  interpretazioni  giuridiche,  e  l'altra 
col  tìtolo  „  De  differentis  iuris  „.  Morì  nel  16&0 
lasciando  erede  delle  sue  sostanze  la  pia  casa 
della  carità  di  Pisa,  la  quale  in  contrassegno  di 
gratitudine  gli  fece  erigere  uri  monumento  nel 
camposanto  di  Pisa  sua  patria.  R-s.  vi. 
Chiara.  Beata.  Fed.  Gambacorti* 
Chiarini  canonico  Luigi  nacque  nel  distretto 
di  Montepulciano  nell'aprile  del  1789.  Insegnò 
lettere  latine  nel  patrio  seminario,  quindi  studiò 
le  lettere  greche  presso  il  professore  Ciampi  in 
Pisa.Per  le  premure  del  detto  professore  fu  ascritto 
in  Varsavia  al  ruolo  dei  professori  della  regia  uni- 
versità per  insegnare  lingua  ebraica,  ed  erme- 
neutica biblica.  Per  gli  sludi  assidui  che  ei  fece 
sui  libri  talmudici,  e  le  corrispondenze  letterarie 
ch'ei  tenne  coi  dotti  ebrei,  dei  quali  abbondano 
Germania  e  Polonia,  per  internarsi  nelle  notizie 
degli  usi,  costumi,  dottrine,  pregiudizi,  in  somma 
di  tutta  la  misteriosa  macchina  giudaica  antica  e 
moderna,  fu  dal  reale  governo  di  Polonia  giudi- 
cato degno  di  sedere  nel  comitalo  ebraico.  Fatto 
conoscere  a  S.  M.  I.  e  R.  V  imperatore  Niccolò  I 
re  di  Polonia  Io  scopo  del  Chiarini  di  fare  in  lin- 
gua francese  la  traduzione  del  Talmud,  si  degnò  di 
concedere  all'opera  l'alta  sua  protezione,  con  elar- 
gire una  cospicua  somma  per  farne  la  stampa,  ed 


e  ii  i.  445 

anco  d"  accettare  la  dedica  del  Prodromo  ini  ito- 
lato  „  T/ieorie  du  Judaisme  appliquèe  a  la  rè- 
forme  des  isdraélites  et  tous  les  pays  de  C Eu- 
rope et  servant  en  métne  temps  d^ouvrage  pre- 
paratole a  la  ver sion  du  Talmud  de  Babylont, 
Paris  i83o  „.  k\  comparire  in  pubblico  l'annun- 
zio di  tale  traduzione,  e  la  Teorìa  del  Giudaismo 
si  suscitaron  gravi  opposizioni,  sì  da  parte  degli 
ebrei  che  dei  cattolici,unilamente  a  molte  riviste 
e  critiche.OIlre  la  profonda  cognizione  delle  lingue 
bibliche  era  bene  istruito  nelle  lingue  orientali. 
Sapeva  ad   eccellenza  il  latino,  non  ignorava  il 
greco,  parlava  e  scriveva  il  francese  ed  il  pollac- 
co  da  potersi   francamente  affermare,  che  la  na- 
tura avealo  fatto  poliglotto.  Una  lenta  e  lunga 
malattia  finalmente  in  Varsavia  lo  tolse  alle  let- 
tere ed  alla  pubblica  estimazione  nel  febbraio  del 
i83a,  con  gran  rammarico  di   chi  ne  conosceva 
le  morali  e  letterarie  prerogative,  tanto  in  Polo- 
nia che  in  Garmania,  in  Inghilterra  ed  altrove. 
Lasciò  sì  stampale  che  manoscritte  le  appresso 
opere  „  Teoria  del  Giudaismo  ec.  Parigi  i$3o  „} 
Traduzione  del  Talmud,  la  sola  prima  parte  stam- 
pata .    Diverse    parli  manoscritte  „  Illustrazione 
d?  un  antico  Astrolabio  „}   „  Grammatica  e  les- 
sico rlella  lingua  ebraica,,  scritti  in   Ialino  e  tra- 
dotti in  pollacco  da  Chlebowski  „}  „  DoTnnerali 
degli  ebrei  ,,}  „  Didla  visione,  o  sia  il  carro  di  Eze- 
chiele, nuova  spiegazione  dei  capitoli  1  e  10  del 
suddétto  profeta,  MS.,,.  Di  questo  lavoro  fu  stam- 
palo un  prospetto  nell'antologia  di  Firenze  nel 
tomo  di  otlobre  lùvi.  1  '-/>.  vii. 

4.» 


446  c  n  *• 

Chiavistelli  Iacopo  che  venne  a  luce  neC 
iGiS",  o  nel  1621,  era  pittore  fiorentino  assai  va- 
lente in  ornati.  Ebbe  il  Boschi  come  istruttore 
nelle  arti  belle  ,  e  da  lui  passò  alla  scuola  di 
Baccio  del  Bianco.  Datosi  poi  alla  pratica  delTai- 
fresco  nel  genere  decorativo,  allora  volle  veder 
Bologna.  Dopo  non  molto  Firenze  il  riebbe  col 
grido  d'eccellente  artefice,  e  tale  sperimentollo 
entro  il  suo  giro  e  nei  ditorni  e  segnatamente 
nel  soffitto  della  chiesa  di  santa  Maria  Maddalena 
dei  Pazzi,  opera  quasi  svanita.  Si  distinse  anche 
non  poco  nel  dipingere  tredici  compartimenti  nel 
sofììlto  «Iella  R.  Galleria  di  Firenze,  i  quali  furon 
fatti  di  pubblica  ragione  colle  stampe  per  le  cure 
e  spiegazioni  di  Domenico  Maria  Marmi.  Altrove 
poi  non  è  penuria  di  suoi  dipinti  riputali  da  alcu- 
ni scrittori  pel  gusto  più  solido  e  più  sobrio  di 
altri  artisti  di  quei  tempi.  Egli  di  rado  operò 
solo,  giacché  fecesi  prestare  aiuto  dai  suoi  disce- 
poli, h.  g.  d.  F.       .  Ep.  t^ 

Chigi  Fabio  senese,  in  età  tenera  attese  agli 
studi  di  umanità,  e  fu  professore  della  lingua  la- 
tina a  ségno  che  con  maggior  franchezza  quella 
che  la  materna  senese  parlava.  Andato  a  Roma,  e 
dato  saggio  dei  suoi  talenti  fu  destinato  vice  lega- 
to di  Ferrara,  ove  essendosi  generosamente  e  con 
somma  prudenza  portato,  fu  dal  papa  mandato 
inquisitore  a  Malto,  ove  sedò  le  discordie  circa 
reiezione  del  nuovo  gran  maestro.  Fu  poi  detto 
nunzio  in  Colonia,  e  qui  mostrò  la  rettitudine  e 
candidezza  di  sua  coscienza,  aliena  da  ogni  inte- 
resse. Tornato  fu  segretario  di  stato  d'Iunocen- 


e  ir  t  447 

za  X  che  Io  creò  cardinale,  e  dopo  la  morte  di 
questo  papa  eletto  Fabio  al  pontificato  prese  ir 
nome  di  Alessandro  VII,  e  scrisse  varie  opere  * 
Veci.  Alessandro  VII. 

CnniENTELLi  Valerio  insigne  letterato,  ed  e- 
sperto  nella  letteratura  greca^  giurista  molto  dot- 
to, amatore  delle  muse.  Nello  studio  di  Pisa  tenne 
cattedra  di  umanità  e  di  politica,  e  morì  nel  1664. 
Scrisse  motte  opere,  alcune  deNe  quali  si  stam- 
parono e  sono  „  Marmor  pisanus  de  honore 
Biselll:  Parergon  insert,  de  veterum  sellis.  5z- 
nopsls  de  re  donatica  antiquorum  etc.  Myodia, 
sive  de  muscis  odoris  pisanis  epistola,  Bono- 
niae  r66G„.  Nascono  queste  moschedi  color  nero 
e  (foro  nel  chiostro  di  santa  Francesca  di  Pisa  m 
quelle  sepolture  „  Panegirico  nelle  nozze  dei  sere- 
nissimi sposi  Cosimo  principe  di  Toscana  e  Mar- 
gherita Luisa  d'  Orleans.  Firenze  i6(>r  „.  C-n. 

Ep.  vi. 

Ciacche*!  Abb.  Giuseppe,  fìgtio  di  un  povero 
artigliere  dello  stesso  nome,  nacque  in  Livorno 
circa  il  1723.  Studiò  in  Sjena,  ed  accolto  dallo 
arcidiacono  Salustio  Bendi  tri  fu  designato  biblio- 
tecario della  vasta  sua  libreria,  che  teneva  aperta 
a  beuetizio  del  pubblico.  Spiegò  un  genio  per  fé 
lettere,  ed  una  passione  per  l'antiquaria  che  gli 
lece  spiegar  buon  successo  presso  i  detti  suoi 
amici.  Mercè  le  sue  sollecitazioni  fece  sì  che  il 
Bombivi  facesse  dono  della  sua  biblioteca  alla  tini- 
versi tà  di  Siena  ,  come  pure  dal  cavaliere  Fetido 
Bandirci  e  dalla  sua  consorte  il  museo  d'antiqui- 
111.  e  molli  mano, crilli  auto "i  .ili.    V    sui    istanz.i 


448  e  i  a. 

il  cavaliere  Giovanni  Sansedoni  donò  alla  me- 
desima università  una  ragguardevole  collezione  di 
libri*  Di  esso  non  esiste  stampato  alcun  libro, 
se  si  eccettui  un  „  Compendio  della  vita  di  santa 
Caterina  da  Siena  „.  Won  ostante  1  suoi  bisogni  di 
vita,  donò  alla  sopradetta  università  tutta  la  pro- 
pria libreria  composta  di  oltre  5ooo  volumi,  una 
collezione  di  più  centinaia  di  quadri,  circa  mille 
disegni  di  artisti  senesi,  ed  una  quantità  di  stam- 
pe, di  gessi  ec.  Dotato  di  buone  qualità  morali, 
dopo  lunga  e  penosa  vecchiezza,  morì  nel  dicem- 
bre del  1804.  B>  u.  Ep.  vi,  vii. 

Ciaffi  o  Zaffi  Andrea  pisano,  legista  e  letto- 
re nel  patrio  studio,  in  quel  tempo  appunto  nel 
quale  secondo  alcuni  Io  studio  pisano  ebbe  lo  in- 
cominciamento*  Trovasi  di  suo  una  opera  intito- 
lata „  Ve  gerundiis  opus  cui  um,  Venezia  i583  „. 
Anitra  produzione  pure  intitolata,,  Notae  in  insti- 
tutioues  civiles ,  Lione  ^  questa  opera  trovasi 
registrala  ne^Trattati  legali  a  p.  2?3.  Dovette  es- 
ser uomo  di  stima,  poiché  Bartolo  confessa  di 
avere  scartellato  i  S1401*  conienti,  dal  che  si  cava 
che  qualche  allr'opera  compilasse.  Le  sopradet- 
te notae  sono  anche  accennate  nella  Biblioteca 
classica.  C-n,  .  v. 

C1.A.MPELLI  Agostino  fiorentino  allievo  di  San- 
ti di  Tito  servì  Clemente  Vili  in  Vaticano,  in  La- 
terano  ed  in  altri  luoghi, numerandosi  distia  ma- 
no a  olio,  e  a  fresco  quaranta  opere  pubbliche, 
ben  tinte,  disegnate  e  studiate.  Fu  fatto  presi- 
dente della  fabbrica  di  s.  Pietro,  ma  oppresso  da 
tanta  fatica,  mancò  d'anni  62  enea  il   1640.  La- 


e  i  a.  449 

sciò  un  bellissimo  libro,  in  cui  erano  disegnate 
tutle  le  opere  da  lui  fatte.  B-i.  Ep.  vi. 

Ciamfoli  Giovanni  Lanista  poeta  nato  a  Fi- 
renze nel  i5?9,  studiò  le  belle  lettere  sotto  i  ge- 
suiti, e  la  filosofia  presso  i  domenicani .  Egli  era 
povero,  raa  G.  B.  Strozzi  ammirando  il  brillante 
profitto  che  fece  negli  studialo  accolse  in  sua  ca- 
sa, e  gli  promise  di  trattarlo  come  suo  figlio.  Ar- 
gomentava sopra  questioni  proposte,  ed  improv- 
visava in  versi  con  tanto  stupore  ed  ammirazio- 
ne di  chi  lo  ascoltava,  che  riscosse  lodi  grandi  ed 
applausi  da  personaggi  di  sommo  credito,  ed  in 
particolare  dal  gran  Galileo,  sotto  il  quale  intra- 
prese un  corso  di  studi  matematici,  e  filosofici 
nell'università  di  Padova.  Trasferissi  quindi  a  Ro- 
ma, e  da  Gregorio  XV  fu  eletto  segretario  dei 
brevi:  gli  furono  conferiti  parecchi  benefizi  ed  un 
canonicato  della  basilica  di  s. Pietro.  Fu  impiega- 
to anche  da  Urbano  Vili  pontefice  mollo  da  lui 
lodato}  ma  frattanto  Ciampoli  enfaticamente  loda- 
va le  proprie  poesìe,  che  francamente  si  antepo- 
neva al  Petrarca,  ali1  Ariosto,  al  Tasso,  a  Virgilio,  e 
a  tutti  gli  altri  poeti  i  più  celebri.  Il  di  lui  orgo- 
glio lo  rese  insopportabile  alla  corte  ed  alla  città. 
Per  questo,  e  per  esser  rimasto  attaccalo  al  Ga- 
lilco,  s'inimicò  talmente  il  papa  che  gli  tolse  la 
compilazione  de'brevi,e  per  allontanarlo  da  Roma 
lo  elesse  governatore  di  tre  piccole  città,Monlallo, 
torcia  e  Jesi,  nella  quale  ultima  mori  nel  set- 
tembre del  i645.  Lasciò  i  suoi  manoscritti  al  re 
di  Polonia  Ladislao  IV,  ed  altre  sue  opero  si  tro- 
vano stampate  sotto  il  titolo  di  Giovanni  Giain- 


45  O  CI   A. 

poli,  Roma  1667,  e  »  Rime  »  del  medesimo,  ivi 
1648.  B.  u.  Ep.  vi. 

CiANFOGNi  Pier  Maria  nolasco  ,  nacque  in 
Firenze  nel  febbraio  del  17 io,  e  fin  da  giovane! to 
mostrò  un  intelletto  perspicacissimo  e  maraviglio- 
sa  memoria.  Studiò  le  matematiche,  la  filosofia,  la 
teologia  polemica  e  dogmatica,  la  storia  sacra  e 
profanala  diplomatica ,bIasonica,antiquaria,scieu- 
za  delle  medaglie,  e  belle  arti,  non  che  le  lingue, 
greca,  latina,  francese  ed  italiana.  Tali  furono  i 
progressi  ch'egli  fece  in  questi  studi  che  non  so- 
lo fu  aggregato  tra  i  fiorentini  teologi,  ma  ad  es- 
so come  ad  un  oracolo  ricorrevano,  scegliendolo 
arbitro  in  ogni  questione,  e  scritto.  Difalti  come 
avrebbe  egli  potuto  tanto  meritamente  trarre 
dal  prezioso  archivio  di  san  Lorenzo  i  materiali 
atti  a  formare  una  completa  storia  di  una  basi- 
lica così  rispettabile  per  antichità  sacra  e  profa- 
na, per  la  reale  protezione  dei  sovrani,  e  pel  te- 
soro de'suoi  monumenti,  se  egli  non  avesse  pos- 
sedute le  lingue,  e  quella  rettitudine,  imparzialità 
di  giudizio  e  finezza  d'ingegno  che  si  richiede 
in  chi  tenta  di  scoprire  il  valore  dei  diplomi;  co- 
noscerne l'autenticità,  interpetrare  il  dubbioso, 
rigettare  l'apocrifo,  e  guardarsi  da  qualunque  ben- 
ché piccolo  sbaglio,  che  in  altri  studi  o  non  si 
apprende  o  si  scusa,  ma  che  si  beffa  nell'antiqua- 
rio e  ne  lo  rende  ridicolo?  La  sua  „  Storia  della 
B.  Basilica  di  s.  Lorenzo  „  ristampata  dal  More- 
Ai  nel  1804;  le  „  Notizie  d"  uomini  illustri  del- 
l'insigne collegiata  di  s.  Lorenzo  „;  la  „  Vita  del 
B.  Angiolo  Paoli  „}  gli  „  Inni  di  s.  Ambrogio  „,  ed 


eie.  45 1 

ali  ri  scritti,  attestano  più  che  qualunque  elogio 
della  dottrina  del  Cianfogni,  il  quale  dopo  le  an- 
goscie  di  lunga  malattia  con  santa  tranquillità 
incontrò  la  morte  nel  1794»  M-d.         Ep.  vi,  vii. 

Cicci  Maria  Luisa  col  nome  di  Erminia  Tin- 
daride  pisana,  lasciò  morendo  diverse  poesie,  in 
gran  parte  del  genere  anacreontico,  d'uno  slii  fa- 
cile e  gentile,  spirante  attico  sapore,  le  quali  fu- 
rono elegantemente  stampate  in  Parma  coi  tipi 
bodoniani  per  cura  di  suo  fratello.  Essa  è  rammen- 
tata nella  storia  letteraria  del  secolo  X.VIII.  Poco 
prima  della  sua  morte  aveva  ella  mostralo  arden- 
tissimo  desiderio  che  fosser  dati  alle  lìannne  lut- 
ti i  suoi  scritti.  I  di  lei  amici  inconsolabili  per  la 
morte  dell'illustre  poetessa  si  adoprarono  onde 
impedire  l'esecuzione  di  questo  suo  desiderio,  e 
vi  riuscirono.  C-r.  vii. 

Cicognini  Viacinto  Andrea  fu  doltor  di. leg- 
ge e  comico  eccellente,  del  quale  vanno  attorno 
di  suo  non  più  che  18  „  Commedie,,,  benché  mol- 
tissime sotto  suo  nome  stampate  se  ne  veggano, 
avendolo  alcuni  bell'ingegni  per  accreditar  le  ope- 
re proprie,  fatto  comporre,  per  cosi  dire,  dopo 
morte.  Egli  ne  compose  dieci  in  patria,  altre  otto 
in  Venezia,  dove  si  portò  disgustalo  per  notabile 
offesa  ricevuta,  Il  catalogo  «Ielle  sue  commedie  è 
nella  prefazione  della  commedia  di  Mattias  Maria 
Bartolommei  ,  intitolata  V  Amore  opera  a  caso. 
Mori  circa  Tanno  ió5o,  B-s,  \  1. 

Cicognini  Francesco  pratoso  nacque  nel  1590. 
>el  1O0G  andò  a  Pisa  nel  collegio  Ferdinando  e 


45a  ci  e. 

nel  i6ìo  fu  eletto  a  pieni  voti  rettore  del  medesi- 
mo, al  quale  ufficio  e  dignità  rinunziò  con  univer- 
sale dispiacere  di  tutti.  Nel  i6ia  prese  le  insegne 
dottorande  nel  16 13  passò  a  Roma  per  attendere 
alla  professione  delle  leggi  ed  alla  corte.  Fu  se- 
gretario di  vari  cardinali  e  auditore  del  cardinale 
Gian  Carlo  defedici.  Moti  in  Roma  canonico  di 
s.  Maria  in  Trastevere  nel  1666,  lasciando  erede 
di  tutti  i  suoi  beni  considerabili, da  lui  acquistali 
co'suoi  impiegbi  ed  accresciuti  coIPeconomico  e 
parco  vivere,  la  compagnia  di  Gesù,  colTobbligo 
di  fondare  in  Prato  sua  patria  un  collegio,  e  man- 
tenervi gratis  selle  giovani  cittadini  per  anni  set- 
te in  perpetuOi  E  questo  collegio  fu  aperto  difat- 
ti nel  1699.  B-s.  Ep.  vi. 

Cieco  da  Gambassi.  Fed.  Gonnelli  Giovanni 
da  Gambassi. 

Cigsozzi  Giuseppe  nacque  nel  luglio  del  1602 
in  Chianciano,  e  nel  1668  si  portò  a  Firenze  per 
fare  i  suoi  sludi  di  medicina  e  chirurgia  allo  spe- 
dale di  s.  Maria  Nuova,  e  ne  sorti  matricolalo  nel 
i6j8.  Poco  dopo  fu  eletto  medico  chirurgo  di  Co- 
simo III, previo  rigoroso  esame  fattogli  dal  famoso 
archiatroFrancesco  Redi,di  cui  restò  sempre  amico. 
Per  lo  spazio  di  3  anni  fu  medico  delfelettore  pala- 
tino del  Reno,  marito  della  figlia  di  Cosimo  III, 
e  traltennesi  in  Dussendorf.  e  in  quel  tempo  eb- 
be carteggio  col  granduca  di  Toscana.  Prima  però 
di  passare  a  Dussendorf  tradusse  felicemente  il 
libro  d-Ippocrate  delle  Ulceri  con  le  „  Note  prati- 
co-chirurgiche di  suo;  Firenze  iG90w.  Finalmente 


p     I    G.  4'^ 

ritornato  di  Germania,  e  continuando  a  servire 
il  suo  sovrano  finì  di  vivere  nell'ottobre  del  1700. 
M-g.  Ep.  vr. 

Cigoli  così  dotto  dalla  sua  patria  Lodovico 
Cardi^  nacque  nel  i55q.  Fu  tal  pittore  da  potersi 
contrapporre  ad  ogni  altro  che  nei  suoi  tempi  vi- 
vesse .  Cultore  delle  tre  arti  sorelle  non  solo  , 
ina  eziandìo  versato  nelle  scienze  e  nelle  lette- 
re ,  fu  liei!"  anno  i6o3  acclamalo  accademico 
della  Crusca,  \iveva  il  Cigoli  riliratissimo  ,  e 
consigliava  i  suoi  discepoli  ad  imitarlo,  esortan- 
doli ancora  a  non  abusare  di  certi  studi  necessari 
per  l'imitazione  del  vero  agii  artisti,  per  non  de- 
turpare il  candore  dell'animo.  Dopo  ch'ebbe  stu- 
dialo il  Baroccio  e*1!  Coreggio  delle  origine  ad  un 
nuovo  metodo  di  colorire  ,  per  cui  si  merita  il 
nome  del  Tiziano  della  scuola  fiorentina.  Resta- 
no in  Firenze  le  opere  sue  migliori,  come  la  Lupi- 
dazione  di  s.  Stefano,  TEcce  Homo  col  Sacrifizio 
d'Isacco,  la  Pietà  ch'è  in  s.  Croce.  Accoppiò  egli  ai- 
la  perfezione  del  colorito  un  disegno  franco  e  spiri- 
toso.ed  una  intelligenza  di  chiaroscuro.che  in  vero 
sorprende.  Scrisse  un'opera  con  titolo,,  Prospet- 
tiva pratica  „,  e  riguardo  all'architettura,  ch'egli 
aveva  appresa  dal  Buontalenli,  lasciò  gran  memo- 
ria di  sé  nel  modello  per  la  facciata  del  duomo  di 
Firenze,  nel  suo  disegno  per  l'ingrandimento  del 
II.  palazzo  Pitti,  e  nella  simmetria  della  sua  piazza 
ed  in  altre  molte  sue  opere  da  lui  immaginate  e 
portate  ad  esecuzione.  Amava  il  Cigoli  lo  studio 
dell'anatomia  lauto  necessaria  a  coloro  che  alle 
arti  del  diseguo  si  dedicano.  Con  ciò  si  rese  (<>r- 
St.    Tote.    Tom.   12.  42 


45{  CI    L*. 

tissimo  nel  disegno  non  solo,  ma  eziandio  si  e- 
sercitò  nel  far  di  rilievo,  modellando  in  creta  ed 
in  cera.  Perfezionò  di  quest'ultima  materia  una 
piccola  statua,  nella  quale  si  reude  conto  della 
parte  miologica  esterna  del  corpo  umano.  Fu  an- 
che incisore  in  rame,  e  produsse  due  opere  date 
all'acqua  forte,  e  terminate  a  bulino.  Fu  insignito 
dell'ordine  gerosolimitano,  e  nel  16 13,  fauno  55 
di  sua  età,  cessò  di  vivere  in  Roma.  Le  opere  da 
lui  lasciate  imperfette  furono  terminate  dal  Bili- 
verti.  lì.  g.  ci.  F.  Ep.  vi. 

Cilli  Romualdo  dottore  venne  alla  luce  nel 
1711,  e  fu  della  classe  dei  cittadini.  Eletto  nel  no- 
vembre ilei  1728  a  coprire  un  posto  di  alunno  nel 
collegio  Ferdinando  di  Pisa,  dopo  il  suo  ritorno 
in  patria  fece  il  disegno  della  facciata  della  chie- 
sa or  soppressa  di  s.  Gregorio,  e  altri  per  fabbri- 
che di  particolari  pistoiesi,  essendosi  molto  di- 
stinto nelle  due  ville,  il  Merlo  della  casa  Ippoli- 
ti  e  la  Collina  dei  signori  Tonti.  Fu  buon  archi- 
tetto mollo  amato  dal  conte  Algarotti,  che  ne 
parla  con  interesse  nelle  sue  lettere.  Egli  è  stato 
Tuli  imo  rampollo  della  sua  famiglia.Mori  nel  1768. 
T-l.  vi)  vìi, 

Cimabue  Giovanni  detto  anche  Gualtieri,  na- 
to in  Firenze  nel  1240  di  nobil  lignaggio,  fu  ar- 
chitetto e  pittore,  probabilmente  scolare  di  Giun- 
ta pisano,  ma  più  verisimilmente  discepolo  di  quei 
greci  che  furon  chiamati  a  dipingere  e  ad  inse- 
gnare in  Firenze  verso  la  metà  del  secolo  XIII. 
Mentre  dipingevano  in  santa  Maria  Novella,  Ci- 
mabue che  frequentava  il  convento  per  istruirsi  da 


e    1   JL  4^ 

un  frale  nella  grammatica  e  lingua  Ialina,  vide  la- 
vorare quei  greci  pittori  che  dipingevano  in  chiesa, 
e  la  loro  maniera  di  operare  esaminando  col  solo 
aiuto  del  proprio  ingegno  poneva  ogni  studio  per 
imitarla.  Molte  opere  fece  Ciinabue  per  Firenze, 
Pisa,  ed  altrove,  ora  quasi  tutte  perdute.  Gli  pro- 
curò peraltro  gran  fama  una  Tergine  clVegli  dipin- 
se per  la  cappella  della  casa  Rucellai  nella  chiesa 
di  santa  Maria  Novella  al  passaggio  di  Carlo  d'An- 
giò,  quando  si  condusse  a  vederla  in  mezzo  a  con- 
corso grandissimo  di  gente,  e  processionalmente 
al  suono  di  trombe  la  fecero  trasportare  dalla  ca- 
sa di  Ciinabue  alla  chiesa  dove  fu  collocata,  sic- 
ché la  contrada  ov^egli  abitava  prese  il  nome  di 
Borgo  Allegri}  ma  il  fatto  non  è  certo.  Egli  fu  poi 
capace  in  assai  fresca  età  di  comporre,  disegnare 
e  colorire  le  sue  prime  opere,  le  quali  elevaronlo  a 
grandissimo  grido,  perchè  a  Firenze  vennero  su- 
bito reputate  superiori  a  quelle  dei  maestri.  Ma 
trasferitosi  ad  Assisi  trovò  Ciinabue  ben  altra  cosa 
che  maestri.  Vi  trovò  1  impulso  a  far  meglio  di 
chi  Tavea  preceduto;  vi  trovò  la  grandezza  della 
architettura  che  tacitamente  avverlivalo di  farsa- 
lire  ad  egual  grado  Parte  sorella.  Scrive  il  Lanzi 
avere  il  Cimabue  consultata  la  natura,  che  in  par- 
te corresse  il  rettilineo  del  disegno,  animò  le  teste, 
piegò  i  panni,  e  collocò  le  ligure  meglio  dei  greci. 
Si  crede  ancora  che  non  poco  valesse  in  architet- 
tura, vedendosi  destinato  insieme  con  Arnolfo  ad 
assistere  alla  fabbrica  di  santa  Reparala.  Dopo 
essersi  arricchito  coir  arte  mori  nel  i3oo  in  età 
di  do  anni.  Giotto  fu  il  migliore  suo  allievo.  Ep.\. 


456  ci  in 

Cincinnìto  Romolo  pittore  fiorentino  servì  col- 
liso dei  suoi  pennelli  il  re  di  Spagna  Filippo  II, 
e  per  ordine  di  lui  dipinse  la  cappella  di  s.  Mau- 
rizio nel  regio  Escuiiale ,  e  nel  coro  la  storia  di 
s.  Lorenzo.  Per  il  collegio  oVpadri  gesuiti  di  Even- 
ca  fece  la  tavola  della  Circoncisione  di  Gesù  ch'è 
pittura  considerata  di  pregio.  In  compagnia  di 
Eugenio  Cazes  altre  non  poche  pitture  fece  a  Ma- 
drid, e  in  altre  città  del  regno.  In  età  avanzala  vi 
morì  lasciando  un  figlio  di  nome  don  Diego  an- 
ch'esso pittore.  Q-r.  Ep.  v 
Cinelli  Giovanni,  ài  professione  dottor  di  fi- 
losofia e  medicina»,  nacque  nel  febbraio  del  iC2a 
in  Firenze,  ove  attese  ai  primi  studi,  dopo  di  elio 
nella  università  pisana  conseguì  la  laurea  dotto- 
rale: ma  assistilo  da  discortese  fortuna  non  fece 
colla  medicina  quel  guadagno  che  si  riprometteva, 
il  che  egli  attribuiva  al  suo  contegno  libero  e 
schietto.  Questo  suo  pensare  lo  mostrò  neHe  dot- 
tissime sue  „  Scansie  „,  ove  faceva  pompa  di  que- 
sta indole  libera  fc  Nella  quarta  di  esse  prese  a 
riferire  la  contesa  seguita  fra  '1  datt.  Ramarrini 
e  Andrea  Moneglia  fiorentino.  Tale  scritto  le  co~ 
sto  la  carcerazione  di  tre  mesi,  e  la  condanna  di 
essere  il  detto  libro  abbruciala  per  le  mani  dei 
carnefice.  Uscito  dalla  carcere  andò  a  Modena 
nella  qual  città  scrisse  una,,  Giustificazione  a  di- 
fesa di  quanto  era  stato  scritta  contro  di  lui  nel- 
la relazione  di  detta  controversia  „.  Lasciò  egli 
molte  opere  che  trovansi  manoscritte  ne-lla  Itfa- 
gliabechiana,  le  quali  sono  „  Storia  degli  scrit- 
lori  toscani  „  y  eh'  egli  lasciò  imperfetta  5  e  che 


e  i  :v.  4^7 

mi  ha  servilo  alla  compilazione  di  molte  notizie 
biografiche  di  quesfopera  „  Memorie  della  città 
di  Borgo  san  Sepolcro  „•,  „  Errori  del  volgo  fio- 
rentino intorno  ad  alcune  cantafavole  erronea- 
mente credute  „}  „  Itinerario    della  Toscana  „; 
„  Bellezze  della  città  di  Firenze  „,  ove  a  pieno  di 
scultura  ,  di  pittura,  di  sacri  templi,  di  palazzi, 
dei  più  notabili  artifizi  e  più  preziosi  ragionasi  , 
scritti  dai  Boschi,  ed  ampliata  dal  Cinelli  ed  al- 
tri. Morì  medico  di  Loreto.  Ebbe  pure  fiere  con- 
tese coi   dottore  Batazzi  ,  dal  quale,  un  giorno 
che  trovaronsi  insieme  alla  visita  delle  monache 
di  un  convento,  ricevè  nel  capo  tre  colpi  di  col- 
tello. M-m.  Ep.  vi. 
Cim  Gio.  Battista  d'elevatissimo  ingegno  che 
in  età  tenerella  d'anni  ia  ottenne  la  laurea  di  filo- 
sofia e  teologia,  e  in  età  più  adulta  quella  di  legge 
nell'almo  studio  pisano.  Fu  egli  d1  innocenti  co- 
stumi e  d'incolpabil  vita*  difensore  ed  amatore  del 
giusto  e  nemico  delle  prave  azioni.  Ne  fa  menzio- 
ne con  lode  Niccolò  Tinzio  nella  dedicatoria  al 
Dati,  nel  secondo  di  sue  Elegie.  Compose  diverse 
„Orazioni  „  fra  le  quali  una  in  lode  del  conte  Ugo, 
da  esso  recitala  in  Badia,  come  si  dice  nelle  noti- 
zio  dell'Accademia.  „  Canto  deV'tili  „  nella  rac- 
colta del  Lasca,  Firenze  „.  La  vedova,  commedia, 
Fireriz*  i5C>o,„,  con  alcuni  intermezzi  alla  Cofa- 
naria  di  Francesco  d'Ambra.  „  Esequie  di  Cosimo 
granduca  di  Toscana  „}  „  Vita  di  Cosimo  de'Medi- 
i  i.  I  irenze  1G1 1  „.  Fiori  nel  i565.  C-n.         v,  vi. 
Cim   Botànico  di  san  Marcello,  nacque  nel 
febbraio  i(mj5,  e  studiò  nel  collegio  de'padri  gc- 

4  a* 


458  e  1  n. 

suiti  di  Prato.  Tornato  in  patria  per  attendere  agli 
alluri  domestici,  poco  polè  occuparsi  degli  studi  , 
ma  non  ostante,a  cagione  di  alcune  scoperte  di  mo- 
numenti fatte  nella  montagna  pistoiese,  i  quali  gli 
mostravano  la  connessione  che  gli  appetitimi  tosca- 
ni avevano  con  Roma  antica  ,  pubblicò  nel  iyZy 
un'opera  intitolata,,  Osservazioni  isloriche  sopra 
l'antico  stato  della  montagna  pistoiese  „.  In  essa 
vuole  provare  molle  cose  memorande  nella  storia 
romana  esser  seguile  nella  montagna  di  Pistoia, 
come  il  passaggio  d'Annibale,  la  disfatta  di  Lucio 
Postumio,  le  vittorie  di  Marcello  sopra  i  galli-boi 
dal  quale  prese  nome  il  paese,  ed  altri  fatti.  Questa 
opera  fu  da  molti  apprezzata, e  da  molti  tenuta  co- 
me parto  d'ingegno  bizzarro.  Il  passaggio  «l'Anni- 
bale specialmente  gli  fu  controverso,  e  in  modo 
speciale  dall'eruditissimo  Guazzesi,  cui  il  Cini  re- 
plicò con  altrettanta  dotta  dissertazione.  Gli  ac- 
cademici etruschi  di  Cortona  approvarono  questa 
opera  e  lo  aggregarono  al  loro  numero,  da  un 
quale  onore  spronato  si  accinse  a  lavorare  per  il 
secondo  tomo,  nel  quale  parla  con  fondamento  e 
dottrina  di  moltissime  cose  appartenenti  alla  storia 
toscana, ma  che  trovasi  inedito  pressoi  suoi  eredi. 
Aveva  incomincialo  a  lavorare  anche  per  il  terzo 
volume,  in  cui  fra  le  altre  bellissime  notizie  vi  e 
particolarmente  la  battaglia  di  Gavinana,  seguita 
tra  il  Ferrucci  ed  il  principe  d'Oranges;  ed  aveva 
anche  dato  mano  alla  correzione  del  primo,  quan- 
do sopraggiunto  dalla  morte,  gli  fu  forza  lasciare 
inedita  presso  che  tutta  questa  dottissima  opera 
nel  1772.  Pubblicò  „  Albero  genealogico  delia  fa- 


C    1    5.  4% 

miglia  Cini  „,  ed  una  „  Dissertazione  sopra  una 
lapida  dell'  anno  56 1  di  Roma,  dissotterrata  nel 
i75o  in  un  castello  delle  montagne  „.  Day  li  ab- 
bozzi lasciati,  si  vede  bene  che  meditava  anche 
qualche  allia  opera.  L-m.  Ep.  vi,  vii. 

fono  da  Pistoia  nacque  nel  1270  nella  fami- 
glia Sinibaldi,  ma  egli  prese  nome  dalla  patria:  si 
applicò  alle  leggi  e  gli  fu  rifiutato  dapprima  Io 
onore  della  laurea.  Nonostante  egli  perseverò  in 
quelli  studi,  e  detlesi  a  commentar  leggi  come  a 
suoi  tempi  era  la  manìa  dei  legali.  Barcollando  es- 
si nel  buio  si  prodigavano  ciò  nondimeno  le  Iodi 
più  esagerale  e  più  ridicole  ,  scambievolmen- 
te appellandosi  occhi  ,  specchi,  lucerne,  oracoli 
delle  leggi.  A.nche  al  nostro  Gino  toccò  la  sua  par- 
te di  simili  fastosi  encomi.  Per  altro  nò  la  pompa 
dei  nomi  ampollosi,  ne  il  suo  commento  sul  co- 
dice, né  le  cattedre  da  lui  sostenute,  né  la  gloria 
di  avere  avuto  il  gran  Bartolo  per  suo  discepolo 
l'avrebbero  reso  celebre  alla  posterità,se  alla  scien- 
za legale  non  avesse  accoppiata  una  non  medio- 
cre perizia  nella  poetica  facoltà.  In  fatti  tra  i  poeti 
che  precedettero  il  Petrarca, Cino  fu  il  meno  incolto 
e  il  meno  ruvido.  Dante  ne  fece  menzione  onore- 
vole. Lo  stesso  fece  il  Petrarca  rappresentandolo 
del  pari  delicato,  amatore  e  grazioso  poeta,  che  ce- 
l.'bro  ro'siioi  vrr<i  Kicearda  Selv aggi  ila  lui  amala. 
Ve  dispaiala  intorno  all'anno  della  morte  di  Gino} 
alcuni  facendolo  morire  l'anno  i336  ,  altri  nel 
l'Jl  1.  Ma  noi  ci  prendermi.»  <li  «io  poco  pensili'». 
I,"  sue  „  Kiiii.'  ,,  furono  pubblicale  in  l'ir,  nel  &%} 
e  Venezia  n-l   i.>j<).  .->i  dice   inoltre  ohe   nella    li 


46o  e  i  o. 

lui  adolescenza  Gino  esercitò  la  carica  d'assesso- 
re presso  Lodovico  Àllobroge  senatore  di  Roma, 
e  fu  anche  professore  di  gius  civile  nell'universi- 
tà di  Bologna,  di  Perugia,  di  Siena  e  di  Parigi,  e 
nel  iS34  fu  condotto  a  leggere  nello  studio  fioren* 
lino  le  leggi}  è  poi  da  rammentarsi  con  sorpresa 
ch'ei  non  fu  mai  né  guelfo  né  ghibellino.   Ep.  v. 

Ciofi  Antonio  legista  di  sommo  grido  inse- 
gnò nella  università  di  Pisa  con  somma  lode  per 
trentanni  la  legge  pubblicamente.  Fu  addomau* 
dato  dagli  intendenti  corona  de'legisli.  Scrisse  al- 
cune opere  applaudite  che  sono  comunemente  in- 
titolate:,, Consilia  sive  responso,  iuris  in  duos 
lib.  digesta,  Venezia  i583  „.  Morì  in  Firenze  nel 
1675  ed  il  lui  simulacro  scolpito  al  naturale  in 
marmo  carrarese  e  con  beli*  epitaffio  vedesi  nel 
chiostro  di  san  Lorenzo  .  E  molto  da  conside- 
rarsi Ponore  che  fece  il  Granduca  al  fratello  di 
concedergli  il  luogo  nella  propria  chiesa  per  met- 
tervi la  memoria  del  defunto.  B-s.  v/. 

Cioli  Simone  da  Settignano  benché  restasse 
nei  limiti  delle  mediocrità,  venne  continuamente 
impiegato  in  opere  per  servizio  della  real  famiglia 
oVMedici:  fioriva  circa  il  1600.  B-l>  vi. 

Cioli  Valerio  nato  in  Settignano  circa  Tanno 
i63o,  fu  valente,  giudizioso  e  diligente  scultore. 
Imparò  prima  da  suo  padre,  poi  dal  Tribolo,  in  fine 
in  Roma  si  fermò  con  Raffaello  da  Montelupo:  in 
giovanile  età  restaurò  molte  statue  e  memorie 
romane:  lavorò  nelPesequie  del  Ronarroli,  e  al 
sepolcro  di  lui  scolpi  con  somma  diligenza  la  sta- 
tua della   scultura,  avendo  altri    professori  con- 


C  I  o.  4*>r 

dotte  le  altre  due  della  pittura  e  dell'architettura. 
Mori  sopra  gli  ami;  70,  e  lasciò  un  bravo  discepo- 
lo per  nome  Gherardo  Silvani  cittadino  fiorentino, 
il  qual  nacque  nel  1579.  Questi  iu  men  d1un  anno 
trapassò  tutti  gli  altri  compagni  e  principiò  a  lavo- 
rare marmo.  Morto  il  Cioli  passò  sotto  Giovanni 
Caccini,  e  fatta  amicizia  con  Bernardo  Bontalenti 
famoso  architetto,  studiò  la  prospettiva  e  nell'una 
e  nell'altra  arte  dette  gran  saggi  di  sé,  come  fece 
ancora  Pietro  Francesco  il  figlio,  dopo  la  morte 
dei  padre  che  seguì  nella  di  lui  età  d'anni  So.Anlo- 
nio  Vovelli  fiorentino  fu  scolare  di  Gherardo  e  ben- 
ché attendesse  alla  poesia,  alla  musica  ed  al  suono 
di  vari  strumenti,  ciò  nonostante  lasciò  molte  ope- 
re dipinte  pubbliche  e  private.  Fu  il  Cioli  eccel- 
lente restauratore  di  statue  antiche.  O-r.  Ep.  vi. 
Ciosacci  Fmncesco  nobile  fiorentino,  nacque 
nel  novembre  i633,  e  fu  molto  amico  dell'avvo- 
cato Agostino  Coltellini,  istitutore  dell'Accade- 
mia degli  Apatisti  .  Tania  era  la  stima  che  que- 
sto   dotto  aveva  del  Cionacci ,  che  nel  venire  a 
morte  raccomandò  nel   suo  testamento  l'accade- 
mia alLe  altezze  serenissime  di  Toscana,  ed  allo 
amico  Cionacci.  Grande  fu  il  suo  trasportò  verso 
quest'accademia, in  guisa  che  Luigi  Rucellai  ebbe  a 
dire  —Egli  è  quello  che  ha  fatto  miracolosamente 
risuscitare  la  nostra  accademia  —.In  essa  egli  fa- 
ceva sentire  lezioni,  ora  sopra  la  lingua  toscana, 
ora  in  argomento  vario, ora  sacro,ora  islorico,  in- 
torno alle  antichità  di  sua  patrio,  nelle  quali  va- 
leva assaissimo,  avendo  scavate  (bill'  oblivione 
molto  belle  e  peregrine  notizie.  Vesti  rubilo  oc- 


462  e  i  o. 

clesiastico,  e  fu  anche  annoverato  alla  grand'ac- 
cademia  Fiorentina,  ed  a  quella  della  Crusca.  Di 
lui  si  trova  onorevole  memoria  presso  molti  scrit- 
tori, come  in  Cosimo  della  Rena  che  lo  chiama 
erudito  e  nobil  sacerdote.  Leopoldo  Del  Migliore 
lo  dice  osservator  diligente  della  lingua,  e  degna 
memoria  pure  ne  fanno  il  Coltellini,  Salvini .  il 
Cesarotti  ed  altri.  Mori  nel  marzo  17 14^  e  lasciò 
alle  stampe  le  seguenti  opere  „  Compendio  della 
vita  della  B.  Umiliana  dei  Cerchi,  Firenze  1673  „} 
„  Notizie  di  messer  Benedetto  Fioretti  „;„  Il  sunto 
della  «favellaloria  ,,}  „  Saggio  della  favellatola  , 
nella  quale  si  contengono  le  formule  della  coniu- 
gazione dei  verbi  ,  Firenze  1679  ,,-,  „  Memo- 
rie dell'insigne  Madonna  di  Provenzano,,;,,  Della 
origine  e  progressi  del  canto  ecclesiastico  „:„  Pa- 
renesi  della  dottrina  cristiana  „;  „  Dell1  origine 
del  suono  dell'ave  Maria  „,  ed  altre.  Lasciò  pure 
inediti  altri  i5  scritti ,  che  servon  tutti  a  pro- 
vare, essere  stalo  il  Cionacci  benemerito  della 
sua  patria  e  della  nostra  favella.  M-m.  Ep.  vi. 
Cipria.ni  Gio.  Battista  il  pittore,  scolare  dello 
Hugford.  Il  Lanzi  scrive  così  parlando  di  lui.  Non 
è  cosa  aliena  da  questo  luogo  il  far  menzione  del 
Cipriani  nato  in  Firenze  di  famiglia  per  altro  pi- 
stoiese ,  tanto  più  che  in  quelle  vicinanze  lasciò 
qualche  saggio  del  suo  pennello.  Furori  due  ta- 
vole per  la  Badia  di  s.  Michele  in  Pelago,  l'una 
di  s.  Tesauro,  Paltra  di  s.  Gregorio  VII  (  s.  Pie- 
tro Igneo  )  pregevole  perchè  il  Cipriani  poco  di- 
pinse. La  sua  eccellenza  fu  nel  disegno  e  la  de- 
rivò dagli  sludi  del  Gabbiani.  Passalo  poi  a  Lon- 


e  i  p.  463 

dia  circa  il  1790,  molto  fu  ailoprato  dal  celebre 
Bartolozzi,  che  incidendone  le  invenzioni  ha  data 
eterna  faina  al  loro  autore.  Intagliò  il  Cipriani 
vari  dei  cento  pensieri  del  Gabbiani  pubblicati 
in  Firenze  nel  1762.  Ep.  vii. 

Cipjua.no,  nato  nella  città  di  Firenze,  fu  uno 
dei  primi  giureconsulti,  e  nobile  filosofo:  fiorì  a 
Ravenna,  quivi  insegnando  ragione  civile.  Si  di- 
stinse egli  prima  di  Accorso  fiorentino,  ancor  esso 
celebre  glossatore  di  leggi.  F-l. 

CiaciGNAso  o  Ceucignani  Antonio  detto  il 
P ornar anc io, che  nativo  delle  Pomaraucie,  impa- 
rò da  Niccolò  suo  padre,  e  gran  tempo  Taiutò  nel- 
le fatture  che  andava  dipingendo  in  Roma.  Dopo 
la  morte  del  padre  dipinse  in  varie  chiede  e  gal- 
lerie romane.  Per  la  franchezza  del  disegno  fu  più 
volte  impiegato  a  servire  i  collegi  con  bizzarre 
invenzioni  per  pubbliche  difese,  come  pure  altri 
suoi  disegni  furono  dati  alle  stampe  per  gl'inta- 
gliatori. Tua  sua  bellissima  tavola  si  ammira  nel- 
l'aitar  maggiore  «lei  Battistero  di  Volterra.  Invec- 
chiato volle  prender  moglie  che  ben  presto  gli 
partorì  la  morte,  negli  anni  60  di  sua  età.  0-r.  vi. 

Cittadini  Celso  senese  letterato,  di  cui  si 
trova  un  libro  intitolato  „  Opere  di  Celso  Citta- 
dini gentiluomo  senese  con  varie  altre  del  mede- 
simo  non  più  stampate:  raccolte  da  Girolamo  Gi- 
gli gentiluomo  della  slessa  citta  di  Siena,  Roma 
1721  „.  Le  opere  sono:  „  Trattato  dell'origine  del- 
la lingua  volgare  ^  „  Delle  origini  della  toscana 
tavella  „.•  „  Trattato  degl'idiomi  toscani  „:  ,,  ?iote 
in  margine  alla  giunta  delCastehclro.  al  ragiona- 


46_f  e  i  v. 

mento  degli  articoli  del  Bembo.  Noie  sopra  le  pro- 
se del  Bembo.  Ved.  una  lellera  del  Magliabechi 
al  canonico  Lorenzo  Bianchini  nella  pari,  iv, 
voi.  ii,  delle  Prose  fiorentine  a*a35  in  fine.  B-s. 

Ep.  vi. 

CiviTALt  Matteo  scultore  lucchese  nacque  nel 
i435.  Si  può  dire  che  fosse  un  miracolo  dell'arie, 
se  avendo  fino  air  età  di  40  anni  esercitato  la 
professione  del  barbiere,  cambiale  le  lancette  e  i 
rasoi  in  scarpelli  e  mazze  nella  scuola  di  Giaco- 
mo della  Quercia  scultore  senese  tanto  s1  avanzò 
che  rese  loquaci  i  marmi  a  parlare  della  loro  per- 
fezione. Ridusse  a  bel  finimento  e  tenerezza  l'A- 
damo ed  Eva,  i  ss.  Zaccheria,  Elisabetta  ed  altri 
due  profeti  che  adornano  la  cappella  di  s.  Gio- 
vanni nella  cattedrale  di  Genova.  In  Lucca  le  sta- 
tue all'altare  di  s.  Romolo,  il  tempietto  ottango- 
lare di  marmo  del  buon  Nieodemo,  il  s.  Sebastia- 
no e  le  figure  interiori  ed  esteriori  in  s.  3Iichele, 
sono  gloriose  memorie  di  questo  celebre  virtuoso, 
che  superò  ogni  altro  scultore  dei  suoi  tempi,  e 
può  dirsi  pareggiasse  il  Buonarroti:  cessò  di  vive- 
re nel  1591 .  v,  vi. 

Claudiano  poeta  fiorentino,  fiorì  ai  tempi  di 
Teodosio  Augusto  circa  il  4*3-  Alcuni  vogliono 
negare  a  Claudiano  Firenze  per  sua  patria,  ma  i 
più  sono  di  contrario  avviso  come  il  Petrarca,  il 
Salutati,  il  Poliziano  ed  altri.  Nell'edificazione  di 
Firenze,  molti  dei  Claudi,  ed  altri  patrizii  ven- 
nero per  ordine  del  senato  ad  abitare  quella  na- 
scen'e  citlà,  e  da  essi  affermano  esser  nato  Clau- 
diano. Si  rese  Cijli  dono  nelle  greche  e  latine  lei- 


B    L    E.  4^5 

lere,  e  sopra lui  lo  nella  poesia,  pel  merito  della 
quile  acquistò  la  corona  di  lauro.  Compose  ver- 
si sacri,  ma  non  si  sa  se  veramente  fosse  cristia- 
no: altri  ne  scrisse  in  diverso  stile,  ed  eziandio  mi- 
litò nell'ordine  equestre  sotto  Stilicene.  Allorché 
il  cristianissimo  Teodosio  vinse  Eugenio,  intra- 
prese il  nostro  poeta  a  scriver  con  eroico  verso  le 
lodi  dell'imperi lore,  e  gli  meritarono  una  statua 
di  bronzo.  V-l*  Ep.  iv. 

Clemente  VII  pontefice  della  famiglia  Medi- 
ci ,  già  cardinale  Giulio,  era  nipote  di  Leone  X 
per  parte  di  sorella  ;  vice-cancelliere  di  santa 
chiesa  ,  arcivescovo  fiorentino  ,  al  quale  venne, 
anche  affidata  la  cura  di  molle  altre  diocesi  in 
Italia,  Francia  e  Spagna.  Fu  pure  adopralo  nei 
più  importanti  affari  da  Leone  X  ,  che  lo  spedi  a 
governar  Firenze,  e  legato  degli  alleati  in  Lom- 
bardia contro  i  francesi  ,  tinche  nel  i5a3  sali  al 
soglio  pontificio  ,  dopo  la  morte  d'Adriano  VI  . 
Inaugurò  il  suo  governo  colla  liberazione  del  card. 
Soderini  dalla  prigionìa;  col  restituire  la  sua  fa- 
miglia agli  onori  ,  alla  patria  ed  ai  beni;  dopo  di 
«he  rivolse  le  sue  cure  alle  commozioni  di  Ger- 
mania .  Il  pontificato  di  Clemente  si  rese  memo- 
rabile per  il  famoso  assedio  e  saccheggio  di  No- 
ma ,  per  la  sua  prigionìa  in  Castel  sant'Angiolo, 
per  la  sua  fuga  in  Orvieto  a  guisa  di  ramingo,  per 
la  scomunica  da  esso  scagliata  ad  Enrico  VIII  , 
a  cagione  del  ripudio  dato  a  Caterina,  e  degli  a- 
mori  con  Anna  Bolena;  scomunica  che  poi  cagio- 
no l'alienamento  di  Enrico  dalla  chiesa  cattolica, 
ed  il  favore  da  esso  accordato  alla  chiesa  angli- 
$$,   Tose.    Tom.    12.  43 


466  C  L   E. 

cana,  alla  qual  chiesa  unì  poi  tulto  il  suo  regno. 
Prolettore  valido  di  sua  famiglia  stabili  l'ultima 
di  lei  grandezza  sulle  rovine  della  patria,  come  si 
ha  nei  tomi  IX.  e  X  di  quest'opera.  Morì  Clemen- 
te nel  i534,  uomo  grave  di  costumi,  dotto,  alieno 
da  ogni  dissipazione  ,  nemico  degli  adulatori  , 
protettore  degli  uomini  di  merito,  ma  timido, 
irresoluto,  non  affabile  e  non  generoso.  Fondò 
in  Firenze  la  biblioteca  Laurenziana,  incaricando 
Michelangiolo  dell'edilizio.  Scrisse  „  Epistola 
ad  archidiaconum  et  canonicos  ecclesiae  Jloren- 
rentinae  in  sua  synodo  $  „  Descriptio  in  aug ti- 
rati onis  et  coronationis  Caroli  F  imperatori*, 
Franco/.  1614  »}  »  Liter.  criminatoriae  contra 
Carol.  r  imperat.  anni  i5n6.  Hannorica  16 1 1„-, 
„  Sonetti  e  rime  „  MS.  nella  libreria  Strozzi,  ora 
Magliabechi}  „  Epistolas  plures,  „  MS.  nella  bi- 
blioteca Bodoniana},,  Epistolas  plures^cum  illis 
virorum  illustrium  illius  soeculi}  Venezia  1 074  »j 
„  Constitutiones  ecclesiasticas  quadraginta  „  ; 
„  Apologia  adversus  Carolum  V  „.  Sta  MS. 
nella  biblioteca  Barberina  di  Roma  .  „  Liter  ani 
imam  supra  40 prò  solis fratribut minor ibus  ,„ 
che  leggonsi  nelle  opere  del  Waddingo .  „  Lite- 
ras  quibus  culpam  omnem  belli  urbisq.  dire- 
ptionis  a  se  in  alios  vertit  „.  Stampato  ma  non 
so  dove.  L-l.  B-st  Ep.  v,  vi. 

Clemente  Vili  fiorentino  occupò  il  soglio  nel 
i6o5.  S'applicò  con  zelo  a  far  fiorire  la  pietà  e  la 
scienza  nella  Chiesa:  condannò  i  duelli:  dette  la 
assoluzione  al  re  Enrico  IV:  ricondusse  un  gran 
numero  d'eretici  nel  grembo  della  chiesa:  inalzò 


C    L    E.  4*)7 

al  cardinalato  il  Baronio,  il  Bellarmino,  il  Toledo, 
il  d'Ossat,  i)  don  Perron  ed  ali  ri  uomini  grandi. 
Si  agitò  alla  sua  presenza  la  celebre  questione 
De  Auxiliis  toccante  raccordo  della  grazia  col 
libero  arbitrio  agitata  tra  i  domenicani  e  i  gesuiti, 
gli  atti  della  quale  si  conservano  nella  Biblioteca 
angelica.  Fece  dare  alle  stampe  del  Vaticano  Pin- 
dicedei  libri  proibiti  da  Pio  IV  già  pubblicato  col 
supplemento,  come  ancora  il  pontificale  romano 
ed  il  cerimoniale  dei  vescovi.  Condannò  Popinio- 
ne  che  diceva  potersi  confessare  col  sacerdote 
assente  per  via  di  lettere,  e  riceverne  l'assoluzio- 
ne. M~r.  Ep.  vi. 
Clemente  IX  eletto  papa  ai  ao  di  giugno  1681, 
il  quale  chiamavasi  al  secolo  Giulio  de'Rospiglio- 
si  di  Pistoia  ov'era  nato  nel  1600.  Era  stato  eletto 
da  Urbano  Vili  auditore  della  legazione  di  Fran- 
cia, indi  nunzio  nella  Spagna,  dove  restò  undici 
anni.  Dopo  la  morte  d'Innocenzio  X,  il  collegio 
dei  cardinali  creollo  governatore  di  Roma.  Ales- 
sandro VII  lo  fece  cardinale  e  segretario  di  stato: 
era  erudito,  poeta  ed  atto  a  conciliarsi  l'affezione 
di  tutti.  Ricevette  con  breve  del  gennaio  1669 
alla  pace  ed  alla  comunione  quattro  vescovi  della 
Francia,  i  quali,  in  occasiono  del  formulario  di 
Alessandro  VII,  avevano  insegnato  che  poteva 
sodisfarsi  al  medesimo  con  un  rispettoso  silenzio, 
ma  che  ninno  era  tenuto  ad  aderire  a  ciò  che  si 
determinava  sopra  certi  fatti  particolari,  i  quali 
non  essendo  rivelati,  non  potevano  essere  ogget- 
ti (bile  pontificie  decisioni:  furono  dunque  am- 
messi dopo  di  aver  date  chiare  riprove  della  loro 


4G8  C   L   E. 

sincera  obbedienza  alla  costituzione  ili  Alessan- 
dro VII,  il  qual  felice  avvenimento  fu  contrad- 
distinto col  bel  nome  di  pace  della  chiesa.  Ca- 
nonizzò san  Pietro  dal  Cantara  ,  e  santa  Maria 
Maddalena  de"*  Pazzi  carmelitana,  e  morì  nel  no- 
vembre del  1669.  B.  u.  Ep.  \i. 
Clemente  XII,  per  lo  innanzi  cardinale  Lo- 
renzo Corsini,  di  ricca  e  ragguardevole  casa  fio- 
rentina, fu  innalzato  al  soglio  pontifìcio  nel  luglio 
1730.  Pervenuto  egli  alP  età  di  79  anni  non  la- 
sciava di  esser  robusto  di  mente  e  di  corpo: por- 
porato veterano  nei  pubblici  affari,  di  vita  esem- 
plare, e  ben  fornito  di  massime  principesche.  l>on 
tardò  egli  a  far  conoscere  l'indignazione  sua  contro 
il  cardinal  Coscia,  che  nel  passato  governo  aveva 
fatta  vendemmia  con  assassinio  della  giustizia  e 
delle  leggi  più  sacrosante.  Lo  privò  pertanto  di 
voce  attiva  e  passiva,  egli  vietò  d'intervenire  alle 
congregazioni.  Altri  prelati  e  ministri  del  prece- 
dente pontificato  fece  egli  o  carcerare  o  chiamare 
ai  conti,  non  che  il  fratello  del  nominato  cardi- 
nale ,  vescovo  di  Targa ,  con  altri  beneventani  . 
Bramando  questo  pontefice  di  lasciare  qualche 
memoria  di  sé,  nel  1733  prese  la  risoluzione 
grandiosa  di  fabbricare  la  facciata  della  basilica 
lateranense  .  ìJn  insigne  regalo  fece  egli  nel- 
T  anno  seguente  al  Campidoglio,  con  ordinare 
colà  il  trasporto  della  bella  raccolta  di  statue  an- 
tiche fatta  dal  cardinale  Alessandro  Albani,  ed 
acquistata  dalla  Santità  sua  pel  prezzo  di  sessanta 
sei  mila  scudi.  Provvide  di  un  insigne  lazzeretto 
la  città  di  Ancona:  eresse  un  magnifico  seminario 


C    L    E.  4^9 

nella  diocesi  di  Bisignano,  aftinché  servisse  all'e- 
ducazione dei  giovani  greci  .  Spedi  pure  buone 
somme  di  danaro  al  cardinale  Alberoni  legato  di 
Ravenna,  affinchè  divertisse  i  due  fiumi,  Ronco  e 
Montone,  che  minacciavano,  pell'altezza  dei  loro 
letti,  l'eccidio  a  quell'antichissima  città. Giunto  il 
pontefice  all'età  di  anni  88  pel  peso  di  tale  età  si 
era  infievolita  la  sua  mente}  gli  occhi  più  non  gli 
servivano,  e  fu  costretto  a  vivere  per  lo  più  in 
letto,  finché  nel  i74ocess°la  sua  mortai  carriera. 
Coronò  il  buon  pontefice  il  fine  del  suo  governo, 
col  confermare  la  libertà  a  san  Marino,  dopo  di 
avere  ornata  Roma  di  magnifici  edilizi,  eretto  uno 
spedale  per  i  fanciulli  esposti,  fabbricato  1'  insi- 
gne palazzo  della  consulta,  arricchito  il  Campi- 
doglio di  una  impareggiabile  copia  di  rare  statue, 
di  altre  antichità,  e  la  biblioteca  vaticana  di  pre- 
ziosi manoscritti  orientali  ,  portati  in  Italia  da 
monsignor  Assemanni, e  dopo  avere  colla  bolla  in 
Eminenti  sottoposta  alle  censure  la  setta  dei  li- 
beri muratori.  Con  tal  prudenza,  zelo  e  giustizia 
governò  egli  la  chiesa  di  Dio  per  lo  spazio  di  9 
anni  e  mezzo.  M-t.  Ep.  vi,  vii. 

Clemente  santo  volterrano.  Ved.  san  Giusto. 

CoccwiSi  Giovanni  fiorentino,  ma  d'origine 
milanese,  visse  con  nome  più  di  letterato  che  di 
architetto:  pure  in  varie  occasioni  dimostrò  di  es- 
serlo, e  fu  versalo  non  solo  nell'architettura  ci- 
vile, ma  anche  nella  militare.  In  Firenze  ottenne 
una  pubblica  cattedra  di  filosofia,  di  mattemalica, 
di  geometria.  L'infinita  schiera  degli  uomini  il- 
lustri e  letterati  che  allevò  nella  sua  scuola  r»  iute 

43* 


4jo  eoe. 

testimonianza  al  suo  gran  merito.  Ricusò  final- 
mente l'impiego  di  lettore  alla  sapienza  in  Roma, 
offertogli  da  Urbano  Vili  ,  stanco  ormai  sotto  il 
peso  degli  anni,  amando  più  il  riposo  che  ogni 
altra  gloria  di  cui  credevasi  abbastanza  ricolmo. 
Concesso  per  altro  dall'esercizio  di  sue  belle  ope- 
razioni, disegni  e  invezioni  di  nuove  macchine,  e 
specialmente  di  quelle  che  appartengono  al  muo- 
vere e  condurre  le  acque:  lasciò  questo  mondo 
pieno  del  suo  buon  nome  il  che  accadde  Tanno 
1649  delibera  cristiana.  O-r.  Ep.  vi. 

Coccapani  Sigismondo  ,  pittore  e  architetto 
fiorentino,  nacque  nel  1 583.  Spedito  dai  primi 
studi  delie  buone  lettere,  dettesi  a  quei  delle  mat- 
tematiche,  poi  del  disegno,  del  colorito  e  delTar- 
chitettura  sotto  il  Cigoli,  e  in  queste  facoltà  acqui- 
stò non  ordinaria  lode.  La  prima  sua  opera  che 
dipinse  fu  una  tavola  d'altare  per  la  chiesa  di  s. 
Poliziano  in  Lucca.  L'anno  16 io  in  compagnia  del 
suo  maestro  andò  a  Roma  per  essergli  in  aiuto 
nei  dipinti  che  fece  nella  cappella  Paolina.  Per 
la  pratica  che  possedeva  nell'architettura  scrisse 
molte  annotazioni,  e  compose  un  erudito  „  Trat- 
tato con  le  figure  dimostrative  per  ridurre  il  fiu- 
me Arno  in  canale  «e  questo  ebbe  tutta  la  dovuta 
approvazione  dal  famoso  Galileo.  A.  concorrenza 
d^altri  professori  fece  il  disegno  della  facciata  dei 
duomo  di  Firenze.  Fu  architetto  e  pittore  di  due 
cappelle  dei  duomo  di  Siena,  e  finalmente  riveri- 
to da  lutti  come  valente  pittore  e  celebre  archi- 
tetto morì  con  gloria  nel  i64a.  Or.  vi. 

Cocchi  Antonio  nel  1695  nato  in  Benevento 


eoe.  4/1 

da  Diacinlo  Cocchi  di  Mugello,  ascritto  alla  citta- 
dinanza tìorentiua,  si  applicò  all'arte  medica  fin  dal 
1713,  accompagnandola  cogli  sludi  scientilici  a 
quella  aderenti:  s'istruì  nel  tempo  slesso  nella 
classica  erudizione.  Ad  oggetto  di  conoscere  e 
conversare  con  le  persone  istruite,  (in  dal  1722, 
partito  da  Firenze  viaggiò  per  la  Germania,  Fran- 
cia, Olanda  ed  Inghilterra.  Contrasse  molte  rela- 
zioni, e  fu  invitato  a  trattenersi  a  Londra,  con  e- 
sibizione  di  larga  ricompensa,  ma  ricusò  per  amor 
patrio.  Tornato  nel  1726  in  Toscana  fu  destina- 
to ad  insegnar  medicina.  Per  ordine  sovrano  ri- 
formò il  regolamento  dello  spedale  di  santa  Ma- 
ria Nuova.  Scrisse  su  i  bagni  di  Pisa,  mostrando 
gran  sapere.  Il  suo  metodo  d'insegnar  la  clinica 
ai  praticanti  dello  spedale  fu  da  uomo  di  genio, 
onde  venne  in  reputazione  d'uno  de'primi  medici 
delPFjuropa,  come  ne  fan  fede  i  consulti  da  lui 
spediti  ovunque.  Si  rese  celebre  pel  suo  carattere 
di  beneficente  in  ogni  circostanza,  anche  riguardo 
ai  suoi  nemici.  Terminata  ch>bbe  il  Cocchi  la  car- 
riera della  sua  vita  il  primo  dì  del  1768  con  som- 
mo dispiacere  dei  savi,  fecero  essi  a  gara  di  pub- 
blicamente celebrarne  le  lodile  da  esse  resulta  lo 
splendore  che  apportò  quell'uomo  alla  scuola  me- 
dica toscana,  la  quale  tuttora  tal  si  mantiene  per 
opera  dei  molli  eccellenti  scolari  della  scuola  del 
Cocchi,  i  quali  secondo  i  suoi  passi  formano  in 
questa  guisa  il  miglior  degli  elogi  ch'ei  meritasse. 
fi  il' u.  i.  Ep.   vi. 

Coi.'.r   Leonardo   Lessìo    (<hi)  agostiniano, 
il  quale  fu  tiglio  d'A uuibalc  d'.Ygiioln  di  Meo.  di 


4?2  COL. 

Battista  Lessi.  Leonardo  essendo  baccelliere  com- 
pilò gli,,  Annali  ed  istorie  del  convento  del  pa- 
triarca s.  Agostino  della  città  di  Colle  con  le  me- 
morie dei  religiosi,  che  di  quella  ottenuta  la  li- 
gliolanza  hanno  illustrata  la  patria  e  l'ordine,  con 
le  sante  azioni  fedelmente  estratte  da  libri  ed 
autentiche  scritture  dello  stesso  monastero  e  dal- 
le molte  memorie  che  si  conservano  appresso  i 
collegiani  dalli  8  giugno  della  sua  fondazione  i3o5 
lino  all'anno  i658„.  I  delti  annali  sono  manoscrit- 
ti divisi  in  quattro  libri,  aveva  fatto  ancora  un 
tomo  contenente  la  „  Storia  di  Colle  „  ,  ma  fu 
bruciato.  Morì  Leonardo  nel  1659.  Ep.  vi. 

Colle  Raffaellino  (dal)  di  Borgo  s.  Sepolcro, 
fu  scolare  di  Raffaello  d'Urbino  e  di  Giulio  Roma- 
no, al  quale  aiutò  in  grandi  lavori.  Con  i  cartoni 
di  lui  lavorò  da  sé  e  di  propria  invenzione  con  più 
forte  colore  del  maestro  .  Dipinse  il  Diluvio  e  la 
Adorazione  del  Vitello  nelle  logge  del  secondo 
piano  in  Vaticano.  F-s.  vi. 

Collisi  Lorenzo  avvocato  fiorentino  degli 
ultimi  anni  del  secolo  XVIII.  Dopo  pubblicate 
in  Milano  le  arringhe  di  Giuseppe  Marocco,  Pav- 
vocato  Collini  permise  che  dal  tipografo  Corti  si 
stampassero  in  Firenze  nel  1824  e  *8a5  le  sue: 
mal  potrebbe  portarsi  giudizio  intorno  al  relativo 
merito.  L^avvocato  milanese  più  attento  alla  for- 
za dell'argomentare  e  del  perorare  che  alfanda- 
mento  de'periodi  ed  alla  sceltezza  delle  voci,  cede 
per  questo  riguardo  all'avvocato  toscano}  ma  lo 
vince  di  lunga  mano  nel  più  importante  scopo 
della  orazione.  Ad  ogni  modo  le  orazioni  del  Col- 


COL.  4?3 

lini  eloquentissime  altro  difello  non  hanno  che 
Pesser  troppo  studiate  e  compassale  in  guisa  da 
non  lasciar  desiderare  maggiore  eleganza  di  stile, 
uè  ordinamento  di  parli  più  alto  a  convincere; 
onde  posson  queste  riguardarsi  come  produzioni 
nel  gener  loro  perfette.  T-z.  Ep.  vii. 

Collidi  Cosimo  Alessandro  nacque  a  Firenze 
nell'ottobre  del  172,7.  Studiò  a  Pisa  e  slava  per 
addottorarsi  in  legge  allorché  perdette  suo  padre. 
Rinunziò  al  foro,  cui  doveva  calcare,  e  partì  per 
la  Svizzera  con  due  amici;  indi  andò  a  BerJino, 
ed  ivi  divenne  segretario  di  Voltaire  .  Allorché 
Voltaire  lasciò  la  Prussia  nel  i?53,  Collini  lo  ac- 
compagnò, e  divise  secolui  i  dispiaceri  che  lo  at- 
tendevano a  Francofobe,  che  ve  lo  trattennero 
36  giorni.  Rimase  n<*l  «letto  impiego  tino  alla  metà 
del  1756,  poi  andò  a  Strasburgo,  ed  ivi  fu  a/o  del 
tìglio  del  conte  di  Sauer.  Per  raccomandazione 
di  Voltaire  P  elettore  bavaro  palatino  Io  prese 
nelP  anno  1759  per  segretario  intimo  ,  indi  Io 
dichiarò  suo  isloriografo  e  direttore  del  gabinet- 
to di  storia  naturale  della  città  di  Wanheim  , 
di  maniera  che  per  le  sue  cure  divenne  una  del- 
le più  rilevanti  raccolte  delP  Europa.  Era  mem- 
bro di  parecchie  accademie  e  morì  in  quella  cit- 
tà nel  marzo  del  1806.  Lasciò  di  sé  varie  opere, 
alcune  «Ielle  quali  sono  „  Giornale  di  un  viag- 
gio il  quale  conliene  varie  osservazioni  minera- 
logiche, particolarmente  sulle  agate  e  sul  basalto, 
con  una  descrizione  intorno  alla  maniera  di  la- 
vorile le  agate,  Manheim  1  776  „:„ConsHerazioni 
sulle  montagne  vulcaniche,  ivi  1781»:,,  Osserva- 


474  COL. 

zioni  sulla  pietra  elastica  del  Brasile,  e  su  i  mar- 
mi flessibili  che  sono  a  Roma  nel  palazzo  Bor- 
ghese e  in  Campidoglio  „.  Bt  u,  Ep.  vi,  vii. 

Collucci  Benedetto  pistoiese  fu  celebre  nel 
i5oo  e  lodato  dal  Ficino.  Ved.  la  storia  del  Salvi 
Ioni.  Ili,  p.  79.  Scrisse  in  materia  di  storia  quan- 
to appresso  „  Benedicti  Colticeli  pistoriensis , 
De  dlscordlls  florentlnorum  llber ,  nunc  prl- 
nium  e  MS.  cod.  lucem  erutus  a  Laurentio 
Mehus  ,  etruscae  academlae  cortenensis  soc. 
Florentlae  1747  „.  I?i  si  legge  oltre  la  vita  dell'au- 
tore anche  il  catalogo  delle  sue  opere  che  sono 
»  Lazereus  „j  1VIS.  in  s.  Lorenzo,  pi.  XVI,  num. 
40.  „  De  bello  XXX  menslum  a  Jlorentlnls  cum 
pistoriensibus  gesto  „.  B~s.  v. 

Colombi  Francesco  celebre  giureconsulto. 
Nacque  in  Montepulciano  nel  marzo  del  1726; 
si  laureò  in  Pisa  nel  1  ?5o,  fece  in  seguito  le  sue 
pratiche  in  Roma  e  divenne  uno  dei  primi  avvo- 
cati del  tempo  suo.  Acquistò  in  progresso  tanta 
celebrità,  che  fu  appositamente  chiamato  in  Spa- 
gna per  difendere  una  causa,  ed  ottenuta  la  vit- 
toria ne  riportò  premi  ed  onori  grandissimi.  Era 
dotato  di  tanta  penetrazione  e  di  tanta  facondia, 
che  dicevasi  non  v^esser  lite  da  cui  non  fosse  per 
uscir  vittorioso.  Tale  era  la  lode  che  gli  rende- 
vano i  pubblici  fogli  di  quei  tempi.  Godè  in  Roma 
una  prelatura,  e  uou  giunse  alle  dignità  più  co- 
spicue perchè  allo  smisurato  ingegno  non  seppe 
quanto  era  necessario  accoppiare  morigeratezza 
e  prudenza.  Morì  circa  il  1770.  P-r.  vi,  vii. 

Colombini  Cosimo  fiorentino  uuo  dei  bravi 


col.  4?5 

bulinisti  dei  suoi  tempi.  Si  è  fallo  distinguere  con 
vari  lavori  e  particolarmente  con  alcuni  ritraiti  da 
esso  intagliati  in  rame  nella  serie  degli  uomini 
più  illustii  in  pittura,  scultura  e  architettura 
stampata  in  Firenze,  e  varie  altre  cose  pel  secon- 
do tomo  della  quadreria  Gerini.  Incise  altresì  gran 
parte  dei  tabernacoli  esistenti  in  pittura  nella 
città  di  Firenze,  e  coloriti  dai  più  valorosi  pennel- 
li. O-r.  Ep.  vii. 
Colombini  beato  Giovanni  da  Siena  ricco  mer- 
cante giovine  tutto  dedito  al  mondo,  si  converti 
per  opera  della  moglie,  ed  unitosi  in  amicizia  con 
Francesco  Vincenti  un  de^principali  della  città 
si  dettero  entrambi  a  povera  vita}  rinunziate  le 
lor  sostanze  si  pregiavano  di  spregiare  il  mondo, 
e  in  ciò  fare  ragunarono  molti  compagni,  inclu- 
sive le  donne  imitaronlo.  l/anno  i36?  Giovan- 
ni ebbe  V  ordine  da  Libano  IV  di  vestirsi  con 
i  suoi  seguaci  poverelli  con  abito  bianco,  e  cap- 
puccio uniforme  ,  e  andassero  scalzi  .  Furono 
tacciati  d'eresìa,  «ja  esaminati  fu  conosciuta  la 
loro  innocenza  ed  assoluti.  Venuto  a  fine  di  vita 
Giovanni  Panno  1^67,  dette  ai  poveri  volontari 
di  lui  seguaci  il  nome  di  gesuali,  ordine  regolare 
da  esso  istituito  e  sostenuto  negli  ultimi  dodi- 
ci anni  di  sua  vita,  allo  spirar  della  quale  delle 
loro  le  costituzioni  del  nuovo  ordine  fondato  sul- 
la semplice  povertà  volontaria,  sulla  contempla- 
zione, senza  ordini  sacri,  senza  coro,  e  senza  scuo- 
la. Andavano  i  frati  scalzi  coi  zoccoli,  portavano 
tonaca  bianca  e  cappuccio  bianco  ,  e  mantello 
color  lane,  ni  1  a  poco  a  poco  alterarono  abito  <nJ 


4;6  co  i- 

istituto  5  tantoché  nel  166S  da  Clemente  1\  fu- 
rono soppressi.  B-z.  Ep.  v. 

Coltellini  Agostino  di  Firenze,  nato  l'anno 
i6i3,  tìglio  di  Agostino  nobile  bolognese  e  citta- 
dino fiorentino,  fondò  nel  i63i  in  propria  casa 
T  accademia  degli  Apatisti.  Attese  alla  legge  e 
fu  avvocato.  Quell'accademia  fu  protetta  dal  go- 
verno, e  collocata  nella  pubblica  università  fio- 
rentina. Intelligente  d'ogni  sorta  di  letteratura, 
non  potendo  per  debole  complessione  produrre 
opere  grandiose,  dette  in  luce  piccole  ma  spesse 
operette  in  ogni  genere  sì  in  prosa  che  in  versi, 
ed  il  Biscioni  ce  ne  da  il  titolo  di  circa  70.  Fu  a- 
scritto  fra  gli  Arcadi  nel  1691.  e  quindi  in  quella 
della  Crusca  di  Firenze,  bell'accademia  degli  Apa- 
tisti fu  luogotenente  del  Granduca.  Fu  altresì  con- 
sigliere di  Ferdinando  Carlo  arciduca  d'Austria, 
consultore  e  censore  del  san f  uffizio,  e  quattro 
volte  console  deiraccademia  Fiorentina  per  cui 
fu  da  molti  ricordata  la  di  lui  sapienza.  Giunto 
alla  età  d'anni  diciotto  placidamente  in  Dio  ripo- 
sò. La  di  lui  orazione  funebre  detta'  dall'  abbate 
Anton  Maria  Salvini  è  stampata  nel  principio  del- 
la seconda  sua  centuria  di  discorsi  accademici  . 
B-s.  vi. 

Colti  Bartolommeo  nacque  in  Spignana,  pic- 
colo castello  della  montagna  pistoiese  Tanno  i74°i 
e  vesti  l1  abito  clericale.  Venuto  a  Pistoia  per  far- 
vi gli  sludi  elementari,  ne'quali  impiegò  otto  an- 
ni con  molta  sodisfazione  dei  suoi  precettori,  nel 
1774  ebbe  il  carico  di  maestro  dei  cherici  della 
cattedrale.,  e  v'impiegò  9  anni.  Nel  1778  pubblicò 


col.  477 

un  „  ]\Tuovo  prospetto  della  costruzione  Ialina  „, 
nel  quale  espose  in  modo  più  semplice  e  chiaro 
la  classificazione   dei  verbi  \  V  uffizio  loro  ed  il 
reggimento  ,  lutto  corredando  di  classici  esempi 
e  di  note  Per  que'che  studiavano  la  rettorica  pub- 
blicò un  trattato  di  essa  in  pratica  sopra  V  ora- 
zione di  Cicerone  Pro  P.Quìntio,  dove  per  chia- 
rissimi esempi  l'animo  dei  giovani  s'infiammasse 
all'eloquenza,  né  sopra  al  tratt.atello  del  De  colo- 
nia si  sterilisse.  11  variare  d'applicazione  era  il  solo 
riposo  che  avesse  caro:  per  questo  apprese  a  com- 
jvorre  musica.  Dell'arte  del  disegno  egl'  era  pure 
inlendente^ed  ancora  si  mostra  una  Madonna  nella 
sagrestia de'cherici  della  cattedrale  condotta  a  olio 
sopra  una  tela.  Nel  /  7 8 3  fu  i I  Colli  eletto  pievano 
di  Lizzano  e  nel  1790  passò  proposto  a  s.  Marcel- 
lo. Nelle  principali  solennità  dell'annoinoli  lenen- 
dosi solo  al  predicare  la  divina  parola  tutte  le  Ce- 
ste,   distribuiva  al  popolo  certi  discorsi  morali  , 
vari  secondo  la  ricorrenza,  ch'egli  componeva   e 
stampava  colle  sue  moni  con  un  piccolo  torchio 
che  teneva  per  ciò  nella  casa  canonicale.  In  fine  fu 
tolto  al  mondo  in  età  ancor  fresca  l'anno    1799. 
Morì  lauto  povero,  che  appena  lasciò    le  spese 
del  suo  mortorio.  L'unica  sua  ricchezza  era  una 
biblioteca  che  avea  raccolta,  e  lasciolla  al  comu- 
ne perchè  i  giovani  studiosi  ne  profittassero.  Ecco 
l'accenno  delle  opere  da  lui  stampate  „  Vitiona- 
riunì   Sari  orimi   rifilimi,   Pistoia    1772,,}  „  Bi- 
blioteca della  gioventù  studiosa,  Pistoia    1777^ 
„  Dialogo  sul  vario  metodo  d"  insegnare  la  lingua 
Si.    Tose.   Tom.   12.  44 


4;8  col. 

latina,  Pistoia  1777  „•,  „  Eurialo  e  Niso  poema 
drammatico  da  rappresentarsi  dai  oberici  della  cat- 
tedrale di  Pistoia,  Pistoia  1779  „;„  Ricerca  del 
vero  bene  „$  poemetto  morale  sulle  tracce  dello 
Ecclesiaste:  sta  unito  alle  rime  di  Rinaldo  Cenni. 
„  Nuovo  orologio  solare  „}  „  La  reltorica  in  pra- 
tica ragionata  ec.   „.  T-p.  Ep.  vi,  vii. 

Columato  s.  diacono.  Ved.  Gaudenzio  s.  ve- 
scovo. 

Comodi  Andrea  fiorentino,  scolare  del  Cigoli, 
entrò  giovinetto  in  Roma,  e  dipingeva  assai  bene  i 
ritratti  al  naturale.  Per  copiar  quadri  famosi  non 
ebbe  pari,dimodochè restarono  ingannati  più  volte 
gli  stessi  periti  dell'arte,  sebbene  era  sempre  oc- 
cupalo in  copiar  cose  antiche  e  moderne,  talché 
poche  sono  le  opere  d'invenzione  uscite  dal  suo 
pennello,  il  maggior  numero  delle  quali  rappre- 
sentano Immagini  di  Maria,  riconoscibili  al  deli- 
cato e  sotlil  collo,  alle  dita  rovesciate  in  fuori, 
ed  all'aria  di  verginale  verecondia^  le  quali  cose 
sono  caratteristiche  tutte  di  lui  proprie.  Mollo 
slimalo  pure  è  il  quadro  che  trovasi  in  galleria 
del  Granduca,  ove  in  piccole  figure  ha  felicemente 
espressa  la  caduta  degli  angeli,  E  per  tenere  gli 
uomini  al  naturale,  e  far  veri  gli  scorti,  ei  teneva 
modelli  vivi  nudi  in  una  rete  per  aria  sospesi,  on- 
d'è  che  quel  quadro  ancorché  non  finito  è  raara- 
viglioso.  Compose  alcune  „Frottole„,  che  esistono 
manoscritte  nella  Magliabechiana.  Varie  sue  in- 
venzioni trovatisi  in  Roma  ed  in  Cortona.  Molto 
egli  disegnò  per  suo  studio  non  solo,  ma  anche 


e  o  m.  479 

per  servire  ai  grandi  ,  e  si  dilettò  di  poesia.  In 
fine  una  pertinace  malattia  di  pietra  lo  condusse 
nel  i638  alla  tomba  d'anni  78.  B-i.  Ep.  vi. 

Compagni  Dino  nacque  verso  il  fine  del  secolo 
XIII.  II  Muratori  ha  pubblicata  la  sua  „  Storia 
fiorentina  „  nel  IX  tomo  Rer.  ital.  scrip.  Firen- 
ze 1728.  Il  Compagni  fa  spesso  menzione  di  sé 
nella  sua  cronaca,  e  secondo  il  Tiraboschi  si  può 
congetturare  che  avesse  almeno  3o  anni  quando 
la  compose.  Nel  1289  era  uno  dei  priori  di  Fi- 
renze, e  nel  12,93  fu  eletto  gonfaloniere  di  giu- 
stizia. Nell'esercizio  delle  sue  cariche  il  Compa- 
gni fu  testimonio  de^più  dei  fatti  che  narra.  Si 
loda  la  sua  esattezza  e  la  sua  veracità,  ma  trovasi 
troppo  severo  nella  pittura  clfei  fa  dei  vizi  che 
regnavano  allora  nella  sua  patria.  La  sua  storia 
è  notabile  per  Ineleganza  e  la  purezza  dello  stile. 
Morì  a  Firenze  nel  febbraio  del  1 3-2.3.  Dino  Com- 
pagni è  altresì  annoverato  fra  gli  antichi  poeti  ita- 
liani: era  amico  di  Dante.  Il  Crescimbeni  ha  pub- 
blicato uno  de'suoi  sonetti  tomo  III  p.  1 17  nella 
sua  Storia  della  poesia  volgare.  Morì  nel  i32,3. 
B.  u.  v. 

Concisi  Bartolommeo  dei  conti  della  Penna, 
nato  nel  007,  fu  allevato  ed  educato  a  tutte  le 
imprese  grandi  ed  onorale,  così  che  da  Iacopo  V 
signore  di  Piombino  fu  spedito  ali*  imperatore 
Carlo  V  •  presso  il  quale  regolò  con  prestezza  e 
facilità  tale  le  cose  che  erangli  state  affidate,  che 
non  solo  quel  signore  ne  fu  sodisfaltissimo,  ma 
lo  volle  inclusive  presso  di  sé  il  duca  Cosimo  in 
qualità  di  suo  segretario.  Sostenne  Bartolommeo 


4  So  CON. 

questo  uffizio  per  36  anni,  non  solo  col  nominato 
duca,  poi  granduca  ,  ma  ancora  col  di  lui  figlio 
Fancesco^e  tanta  fu  la  riputazione  cb/'egli  acqui- 
sissi in  questa  carica ,  che  fu  stimato  uno  dei 
più  singolari  e  valenti  ministri  che  da  qualche 
secolo  innanzi  avesse  avuto  l'Italia.  Non  vi  fu 
quasi  affare  alcuuo  di  quei  principi  grande  ed 
importante,  che  non  fosse  per  di  lui  opera  con- 
dotto a  buon  fine,  poiché  egli  trattò  il  parentado 
di  Lucrezia  defedici  col  principe  di  Ferrara,  e  Io 
accomodamento  della  pace  col  duca  padre  di  es- 
so principe:  intervenne  nel  maneggio  dei  tre  pon- 
tificati di  Pio  IV,  Pio  V  e  Gregorio  XIII.  Nego- 
ziò i  cardinalati  di  due  figli  del  suo  signore,  e  oltre 
a  ciò  di  Pacecco,  di  Niccolino,  e  di  Sforza.  Fu  da 
lui  trattata  la  fondazione  della  religione  di  san 
Stefano,  ed  altri  molti  affari  con  vari  principi 
e  pontefici  .  Mosse  pure  in  Vienna  la  pratica 
del  granducato  con  Massimiliano  11 ,  i-I  quale 
donò  a  Bartolommeo,  oltre  moltissime  grazie;, 
una  collana  di  mille  scudi  d*1  oro.  Il  granduca 
Cosimo  gli  dette  pure  in  riconoscenza  di  tanti 
servigi  una  ricompensa  annua  per  sé  e  suoi  ere- 
di in  perpetuo  ,  di  ooo  scudi .  Pel  corso  adunque 
di  tante  chiare  opere  essendo  giunto  all'età  di  71 
anno,  morì  nel  1578.  A-m.  Ep.  v,  vi. 

Concino  Concini.   Ved,  Ancre   maresciallo 

Concordio  Bartolommeo  (  da  s.  )  domeni- 
cano, teologo,  profondo  ed  eccellentissimo  in  ogni 
altra  scienza,  per  cui  fu  giustamente  riputato  una 
dei  più  dotti  uomini  che  vivessero  alla  metà  del 


CO*.  4&  ! 

secolo  XIV.  Era  dell'antica  famiglia  dei  Granchi 
oriunda  del  sobborgo  di  s.  Concordio,  poco  distan- 
te da  Lucca.  Nel  i338  pubblicò  l'opera  „  Summa 
casuum  conscientiae  „  che  stampata,  dice  il  Tem- 
pesti^ in  rozzi  caratteri,  senza  ortografia  e  senza 
indicazione  del  luogo  e  del  tempo,  è  uno  de'piil 
antichi  monumenti  della  nascente  arte  tipografica. 
Dal  diminutivo  del  suo  autore  fu  poi  quell'opera 
chiamala  Pisanella  ,  Bartholina  e  Magistru- 
tia.  La  prima  edizione  della  medesima  con  data 
certa  è  la  parigina  del  1470.  Fra  le  diverse  sue 
opere  noteremo  il  celebre  «Volgarizzamento  degli 
ammaestramenti  degli  antichi  „}  uno  dei  più  eccel- 
lenti scritti  della  nostra  lingua.  Quest'uomo  insi- 
gne mancò  ai  viventi  nel  i34?-  R~s>  Ep.  v. 

Conte  Giacobbe  pittore  nacque  a  Firenze  nel 
iSoa.  Fu  allievo  d'  A.ndrea  del  Sarto:  divenne 
sotto  quel  gran  maestro  disegnatore  corretto  ed 
abile  coloritore.  Dipingeva  il  ritratto  con  tanta 
1  iuscita,  che  fu  chiamato  a  Roma,  benché  quella 
città  contasse  allora  fra  gli  artisti  che  rabbellivano 
colle  opere  loro  parecchi  dei  celebri  in  tal  genere 
di  pittura.  Conte  fece-  il  ritratto  di  vari  papi,  prin- 
cipi ed  altri  grandi  personaggi;  si  vedono  nelle 
chiese  di  Roma  molti  suoi  quadri:  tutte  le  opere 
del  Conte  mostrano  un  artista  formato  alla  scuola 
dei  grandi  modelli.  Il  suo  disegno  è  puro  ,  il  suo 
colorito  è  splendido,  e  le  sue  composizioni  son  ben 
intese.  Giacobbe  Conte  morì  in  Roma  nel  1 698. 
B.  u.  v,  vi. 

Comi  Carlo  nacque  in  Prato  da  onesti  ge- 
nil'Mi.  e  (iu  da  fanciullo  dando  chiari  segni  di  la- 


48a  con. 

lento,  e  quale  sarebbe  per  essere,  fu  da  Simone 
Yaii  a  proprie  spese  ,  e  quindi  a  quelle  del  co- 
mune^ fatto  istruire  nel  collegio  di  s.  Salvadore 
a  Firenze.  Con  tanta  premura,  esercizio  ed  as- 
siduità egli  attese  agli  studi,  che  in  breve  tempo 
potè  scrivere  eleganti  versi  e  dotte  orazioni.  Agli 
studi  dell'eloquenza  unì  quei  della  sapienza,  la 
filosofia  e  la  teologia,  ed  ornato  di  tali  dottrine 
fu  eletto  maestro  di  umane  lettere  nel  collegio 
medesimo  di  s.  Salvadore.  Mentre  egli  in  Firen- 
ze andava  di  giorno  in  giorno  acquistando  stima 
e  fama  dalle  persone  dotte,  fu  richiamato  in  pa- 
tria ad  insegnar  rettorica.  Ordinato  egli  sacer- 
dote sodisfece  alTespettazione  comune,  sì  per  la 
santità  della  vita,  sì  per  la  dottrina,  come  ben 
lo  dimostrano  i  molti  eruditi  che  sortirono  dal 
di  lui  ginnasio.  Della  di  lui  opera  ebbe  bisogno 
ancora  Ottavio  Rustici  vescovo  di  Volterra,  allor- 
ché volle  erigere  nella  sua  diocesi  un  seminario, 
alla  direzione  del  quale  egli  stette  per  tre  anni. 
Dopo  questo  tempo  tornò  in  patria  ad  esercitare 
il  suo  primiero  uffizio,  e  dopo  pochi  anni,  cioè 
nel  1725,  cessò  di  vivere:  pubblicò  quattro  ele- 
gantissime „  Egloghe,,,  ed  altre  molte  ne  lasciò 
inedite.  L-m.  Ep.  vi. 

Conti  Bastiano  pistoiese  della  compagnia  di 
Gesù  ha  compilato  la  bellissima  opera  insieme 
col  P.  Giovan  Battista  Ferrari  intitolata  „  Fasti 
senenses  ab  Academia  Intronato  rum  editi  „ . 
Ha  di  poi  dato  alla  luce  un  „  Racconto  dei  mira- 
coli della  B.  Vergine  del  presepio,  Siena  1668,.. 
C-/2.  vi. 

• 


e  o  »  483 

Co.nti  Glo.  Battista  Iunior 'e ,  fino  dalla  tenera 
età  distinto  nella  declamazione,  ebbe  in  Pisa  lau- 
rea legale,  e  passò  a  Roma  ove  sostenne  varie  im- 
portanti cariche.  Si  dilettò  del  disegno,  e  scrisse 
cose  amene  in  prosa  ed  in  versi. Furono  stampa- 
le molte  delle  sue  scritture  giuridiche  dai  suoi 
dienti  de'quali  era  avvocato.  Scrisse  de*,,  Voti  fat- 
ti come  giudice  „.  Aveva  composto  un  dotto  ed  ele- 
ganle  trattato  legale  assai  voluminoso  intitolato 
„  De  Mora  „/  materia  certamente  trattata  da 
molti,  ma  da  uessuno  all'intiero  componimento 
ridotta,  e  molte  altre  opere  che  per  non  essere 
state  stampate  se  ne  omette  la  descrizione,  per- 
chè non  si  posson  vedere.  Scrisse  fra  gli  altri  un 
volume  non  piccolo  intitolato,,  Tabellarius  le- 
yalis  „,  il  qual  contiene  molle  risposte  da  quel 
grande  ingegno  date  correnti  calamo  a  varie  lette- 
re da  chi,  come  ad  oracolo  ricorrendo,  Pha  cercato 
di  suo  parere  in  materia  di  lili,o  sivverodi  qual- 
che schiarimento  di  testo.  Giunto  lilialmente  a 
poter  esser  vescovo,  stante  la  grazia  e  protezione 
del  cardinal  Domenico  Maria  Corsi,  mentre  an- 
dava a  Roma  per  portarsi  all'esame,  infermatosi 
inori  in  pochi  giorni  l'anno  1695.  Fu  di  bassi  na- 
tali, ma  di  aiti  e  magnanimi  concetti,  modesto  ed 
affabile.  C-ti.  Ep.  vi. 

Costili-;  Luca  nacque  nel  territorio  di  Siena 
Tanno  i5o5  a  Cetona:  studiò  prima  in  patria,  in- 
di a  Bologna  dove  dimorò  per  sette  anni.  Entrò 
al  servizio  del  cardinale  Trivulzio  a  Roma,  e  vi 
contrasse  l'amicizia  di  lutti  gli  uomini  dotti  che 
vi  trino  allora  congregati,  1114  non  essendo  sodi- 


484  e  O  !?. 

sfalli  dal  procedere  del  cardinale  s'acconciò  nel- 
i5/ja  a  IVIilano  col  marchese  dei  Vasto,  cui  accom- 
pagnò l'anno  i545  alla  dieta  di  Worms.  Dopo  la 
morte  di  quel  gran  protettore  delle  lettere  restò 
per  due  anni  presso  la  vedova  di  lui,  ed  il  mar- 
chese di  Pescara  suo  tiglio  maggiore.  Si  vide  po- 
scia al  servizio  di  don  Ferdinando  Gonzaga  gover- 
natore «li  Milano,  inviato  da  lui  nel  i55o  in  Po- 
lonia, senza  che  se  ne  sappia  l'oggetto:  di  là  pas- 
salo alla  corte  del  'cardinale  di  Trento,  poi  agli 
-stipendi  di  Sforza  Pallavicino  generale  dei  vene- 
ziani: di  ritorno  finalmente  a  Milano  presso  il  mar- 
chese di  Pescara,  e  forse  per  raccomandazione 
sua  provveduto  dell'impiego  di  commissario  del 
re  di  Spagna  a  Pavia  nel  i56a.  Ivi  passò  tran- 
quillamente gli  ultimi  dodici  anni  della  sua  vita. 
Si  nota  ch'egli  aveva  avuto  parte  nella  creazione 
delle  più  celehri  accademie  in  tutte  le  città  dove 
si  era  fermato  alcun  tempo.  Vide  nascere  a  Ro- 
ma l'accademia  della  Virtù}  a  Venezia  la  celebre 
accademia  Veneziana,  ed  a  Pavia  quella  che  si 
chiamò  degli  A. (Fidali.  Morì  a  Pavia  ai  28  d^oltobre 
i574-  Le  sue  opere  sono  „  Storia  dei  fatti  di  Ce- 
sare Maggi  da  Napoli,  dove  si  contengono  tutte 
le  guerre  succedute  nel  suo  tempo  in  Lombar- 
dia ed  in  altre  parti  d  Italia,  Pavia  i564^  „  Rime 
diverse  in  tre  parti  con  discorsi  ed  argomenti  di 
messer  Francesco  Patrizio  e  messer  Antonio  Bor- 
ghesi, e  con  le  sei  canzoni  dette  le  sorelle  di 
Marte,  Venezia  i56o  „.  Queste  cinque  canzoni 
denominale  le  sei  sorelle  di  Marte  sono  in  lode 
di  cinque  principi  e  guerrieri  italiani  a  cui  sono 


CON.  485 

indirizzate;  la  sesta  Io  è  a  don  Filippo  d'Austria  che 
fu  poi  Filippo  II;  un  poemetto  drammatico  intito- 
lato „  Nice,  JNapoli  i55i  „,  nel  quale  si  loda  alle- 
goricamente la  giovane  Vittoria  Colonna  sotto  il 
nome  greco  Nice  ,  che  significa  vittoria  „•,  Tre 
Commedie  in  prosa  Milano  i55o„}„  Lettere,  Pa- 
via i564  „',  „  RagioDamento  sulle  imprese  degli 
accademici  affidati  ,,5  „  Storia  delle  cose  occorse 
nel  regno  d'Inghilterra  dopo  la  morte  d'Odoardo 
VI,  Venezia  1 558  M;  Traduzione  in  italiano  della 
Bolla  d'oro  di  Curio  IV,  Venezia  i558  Apostolo 
Zeno  nelle  sue  note  al  Fontanini  dice  avere  vedu- 
to nel  museo  imperiale  di  Vienna  una  bella  me- 
daglia in  bronzo  coniata  in  onore  di  Luca  Con- 
tile, il  suo  ritratto  ed  il  suo  nome  vi  erano  scolpi- 
ti, e  nel  rovescio  una  montagna,  sulla  sommila 
della  quale  eia  una  figura  di  donna,  con  questa 
leggenda:  Ardens  ad  aethera  virtus.  B.  u. 

Ep.  v.  vi. 
Conti  01  Andrea  detto  il  Sansovino  nacque 
intorno  al  1460  nel  monte  Sansovino,  per  cui  fu 
detto  il  Sansovino:  era  tìglio  d'un  contadino,  ma 
un  tal  Vespucci  conoscendo  la  sua  inclinazione 
per  le  belle  arti  lo  prese  a  proteggere,  e  diello  ad 
Antonio  del  Pollaiolo  perchè  lo  istruisse;  od  io 
vero  studiò  Andrea  con  tanta  anzietà,  che  in  pò- 
«lii  unii  si  acquistò  il  nome  di  eccellente  mae- 
stro, e  fece  molte  sculture  assai  lodevoli.  Fatta 
poi  pratica  nella  scultura  in  marmo,  e  datone 
qualche  saggio  notabile,  gli  furono  fatti  scolpire 
«l.il  Cronaca  due  capitelli  dei  pilastri  della  bella 
sagrestia  di  s.  Spirito,  pei  quali  si  acquistò  gran- 


486  con. 

dissima  fama.  Gli  ordinarono  perciò  i  fiati  di  quel 
convento  che  facesse  il  ricetto  ciré  fra  la  chiesa 
e  la  nominata  sagrestia,  nella  qual'opera  si  fece 
onore  immortale.  Per  altro  il  Vasari  osservò,  che 
se  il  partimento  della  volta  a  botte  e  di  pietra 
fosse  venuta  a  cadere  sulle  respettive  colonne, 
quest'opera  sarebbe  stata  in  tutte  le  sue  parti  per- 
fettissima. Andrea  volea  scusarsene  col  dire  che 
anche  nella  rotonda  di  Roma  v'èun  simile  errore, 
ma  fu  risposto  esser  un  massiccio  errore  sì  nella 
una  che  nell'altra  fabbrica.  Divulgatosi  per  i  suoi 
eccellenti  lavori  il  nome  del  Sansovino  anche 
olirà  i  monti,  fu  chiesto  a  Lorenzo  defedici  dal 
re  di  Portogallo,  onde  portatosi  in  quel  regno  vi 
fec*  varie  belle  opere  sì  d'architettura  che  di  scul- 
tura. Tornato  in  Firenze  ornò  con  qualche  statua 
le  porte  di  s.  Giovanni.  Portatosi  poi  a  Roma,  a 
richiesta  di  papa  Giulio  II,  mostrò  il  Sansovino 
tutto  il  suo  sapere  sì  nelle  figure  che  nelle  grot- 
tesche. Queste  opere  eccellenti  di  Andrea  mosse- 
ro il  Sommo  pontefice  Leone  X  a  dare  a  lui  Tin- 
combenza  di  condurre  a  fine  l'ornamento  delia 
camera  della  Madonna  di  Loreto,  che  era  stato  già 
incominciato  dal  Bramante  con  mirabile  architet- 
tura. Pose  egli  per  tanto  mano  aH"opera,e  siccome 
il  disegno  dell'architetto  d'Urbino  richiedeva  l'or- 
namento di  molti  bassirilievi  e  di  altre  sculture, 
trovò  il  modo  di  farsene  onore.  I  lavori  delle  due 
arti  sorelle  da  lui  eseguite  in  Firenze  son  mol- 
tissime. Ebbe  molti  scolari.  Ma  pervenuto  all'età 
di  68  anni*  nel  i5^9  cessò  di  vivere.  S.  c?'«.  /. 

Ep.  r. 


CON.  4**7 

Contucci  Contuccio  nacque  a  Montepulciano 
l'anno  1688,  e  si  vestì  gesuita.  Fu  peritissimo 
nelle  due  lingue  dotte  latina  e  greca,  e  venne  ri- 
putato per  uno  dei  migliori  antiquari  del  suo  tem- 
po. Dopo  essere  stato  professore  di  rettorica  nel 
collegio  romano  per  lo  spazio  di  3o  anni  con  mol- 
ta fama  del  suo  sapere,  vennegli  addossato  l'im- 
piego di  prefetto  del  museo  Kircheriano,  esistente 
nel  collegio  romano,  all'accrescimento  del  qua- 
le tanto  ei  si  impegnò,  che  l'arricchì  di  moltissimi 
monumenti  d^antichità  in  ogni  genere,  e  dello 
stesso  raro  museo  di  cammei,  medaglie  ed  altro 
che  il  mare. Gregorio  Alessandro  Capponi  in  segno 
di  stima  ed  amicizia  per  lui  avea  lasciato  in  dono 
a  quel  collegio.  Ciò  che  però  più  si  ammira  di  sor- 
prendente nel  detto  museo,  è  una  raccolta  di  rare 
tavole  antiche  dipinte  sul  muro  con  tal  freschezza 
di  colorito,  che  sembrano  di  moderno  lavoro.  Le 
acquistò  il  Contucci,  senza  volerne  mai  rivelarne 
neppure  in  morte  il  modo.  Barlelemy  divenuto 
possessore  di  vari  oggetti  da  esso  acquistati,  non 
tardò  gran  pezzo  ad  avvedersi  che  le  pietre  dal 
Contucci  pretese  antiche  erano  opera  di  un  esper- 
to falsario,  e  si  concepisce  facilmente  coni'  egli 
ingannato  al  pari  del  Barlelemy,  ma  per  sommo 
considerabili,  abbia  dovuto  sentirne  un  non  so  che 
di  repugnanza,  convenendo,  che  a  malgrado  di 
tutte  le  sue  cognizioni  archeologiche  era  caduto 
nella  rete  di  un  fabbricatore  di  copie.  Ebbe  il 
Contucci  anche  V  incombenza  di  proseguire  la 
grand'opera  delle  vite  de* papi  e  cardinali  comin- 
ciata dal  Cia-  conio  e  continuata  dall'Aldoino,  sul 


488  e  o  TU 

quale  argomento  lasciò  molle  memorie  ,  delle 
quali  forse  avranno  fatto  uso  i  continuatori  della 
medesima  ultimamente  pubblicala  in  Roma.  Tra- 
dusse in  latino  la  bella  opera  di  Francesco  Fico- 
roni  delle  maschere  degli  antichi  romani,  anzi  a 
dir  vero  glie  la  rifece  di  pianta  col  titolo  „  Fran- 
cisci  Ficoroni  Reg.  Londin.  Àcademiae  soc.  dis- 
ser  tatto  de  larvis  scenici s  et  figuris  comicis  an- 
tiquorum romanor.  ex  italica  in  latinam  lin- 
guali! versa,  Roma  i?5o  „.  Ebbe  anche  mano  in 
altre  opere  dello  stesso  autore:  finalmente  cessò 
di  vivere  nel  collegio  romano  nel  marzo  del  1768. 
Abbiamo  di  lui  oltre  le  accennate,  anche  varie  al- 
tre opere  ebe  per  brevità  si  tralasciano.  L.  u. 

Ep.  vi. 
Convennole  o  Convenevole  da  Prato  fu 
maestro  di  grammatica  e  di  ret lorica  nel  secolo 
XIV.  Ebbe  per  suo  discepolo  il  Petrarca,  al  quale 
dee  la  specie  di  celebrità  di  cui  ha  goduto,  parlan- 
do a  lungo  di  questo  suo  maestro  in  una  delle 
sue  lettere  (  Seuil.  1.  xv,  ep.  1  ).  Dopo  avere  inse- 
gnato per  lungo  tempo  a  Garpenlras  ed  in  Avigno- 
ne, tornò  in  Toscana  ove  i  suoi  concittadini  alla 
di  lui  morte  Io  coronarono  di  alloro.  B.  u.         v. 

Conversisi  Alessandro  pistoiese  capitano  gra- 
tissirno  alla  casa  Farnese,  fu  dal  duca  Ottavio  a- 
doprato  in  affari  importantissimi  nelle  rivoluzio- 
ni di  Parma  e  Piacenza,  e  posto  al  comando  delle 
sue  più  gelose  tortezze.  Fiori  dopo  il  i53<).  F-r. 

\\  vi. 

Conversisi  Benedetto  pistoiese,  dando  saggio 
del  suo  sapere,  fu  assunto  al  vescovado  di  Berli- 


CON.  48lj 

noro,  e  da  questo  fu  trasferito  a  quel  di  Jesi  nel- 
la Marca:  essendo  questo  un  soggetto  d"  insigne 
prudenza  e  di  santi  costumi,  fu  da  Paolo  III  ado- 
perato in  affari  rilevantissimi  di  s.  chiesa.  Fu  go- 
vernatore di  Fano,  di  Macerala,  dilNocera,  di  Fer- 
mo, di  Viterbo,  e  dopo  avere  esercitata  la  carica 
di  governatore  di  Roma  ebbe  libero  il  governo  di 
Bologna,  senza  superiorità  di  legato,  dopo  il  qua! 
governo  fu  presidente  di  tutta  la  Romagna,  e  di 
poi  fu  mandato  in  Germania  da  Paolo  III  suo  te- 
soriere generale  nella  guerra  contro  gli  Ugonot- 
ti ,  e  avendo  pesta  e  calcala  la  fronte  di  quelli, 
gli  fu  data  in  li  orna  la  carica  di  tutti  i  governi 
dello  slato  della  chiesa.  Essendo  state  date  di- 
verse calugne  da  persone  maligne  da  Ignazio  di 
Loiola,  fondatore  della  compagnia  di  Gesù,  ed  ai 
suoi  compagni,  fu  comtnessoa  Benedetto  Conver- 
sini  di  riconoscere  quanto  veniva  asserito,ed  egli 
nel  novembre  del  1 538  sentenziò  che  Ignazio  era 
di  buona  vita  e  sana  dottrina.  F-r.         Ep.  v.  vi. 

Corri  Coppo  ili  Lamberto  di  Pugliese  da  s. 
Gimignano  di  inesser  Coppo.  Egli  ha  luogo  in 
in  queste  noti/i»',  nxiilre  nell'epoca  che  fioriva, 
cioè  nel  126G  .  era  tilolo  grande  quello  di  mes- 
sere. Nel  detto  anno  fu  assessore  del  potestà  ili 
Siena  e  vicario  del  capitano  «lei  popolo  ,  come 
apparisce  dal  libro  di  provvisioni  e  consigli  dal 
suo  tempo.  C-n.  v. 

Coppi  Giovanni  di  messer  Coppo  di  Lamberto 
di  Pugliese  Coppi  da  Sangimignano  dell'  orditi? 
di  s.  Domenico,  detto  Giovanni  da  s.  Gimiguan<  . 
pubblicò  molle  opere  ma  lutte  ascetiche,  Ira  le 

Si.    Tose.    Tom.    12.  Vx 


490  e  o  p. 

quali  sono  le  seguenti:,,  Summam  de  exemplis, 
et  rerum  similitudinibus  etc.  „  „.,*  Opus  variar  um 
rerum  „•,  „  Dialogum  inter  Latronem  et  Chri- 
stum  „}  „  Dialogum  inter  Caia  et  Abel  „/  „  Me- 
di tationes  in  Evangelia  „*,  Destinationes  et  de 
quator  novissimi  s  „/  „  Postillas  super  Ec- 
clesiasten  „}  „  Expositiones  super  Ecclesiasti- 
cum  „*,  „  Expositiones  super  epistolas  et  pro- 
phetias  totius  quadragesimae  ,,:  alcuni  di  questi 
scritti  sono  stampati,  altri  nò,  e  molti  altri  per 
brevità  si  tralasciali  di  rammentare  ,  i  quali  esi- 
stevano nella  librerìa  di  santa  M.  Novella  scritti 
in  pergamena.  C-n.  Ep.  v. 

Coppi  Giacomo  nacque  a  Peretola  nel  i5a3}fu 
coetaneo  del  Vasari,  e  forse  scolare  di  Michelan- 
giolo.  Dipinse  fra  gli  aiuti  del  Vasari  nelle  pittu- 
re di  Palazzo  Vecchio.  Di  sua  mano  è  la  storia  che 
rappresenta  la  famiglia  di  Dario,  e  Invenzione 
della  polvere  incendiaria,    come    vedesi  nel    R. 
scrittoio.    Bello   è   un  suo    quadro   in  Bologna 
dov1  è  il  Salvator   crocitisso  dagli  ebrei,  pittu- 
ra   del    1079.  Il  colorito  di  questo  artista  non  si 
discosta  gran  cosa  dal  languore  della  scuola  Va- 
sariana,  ma  non  gli  cede  se  non  lo  supera  nella 
proprietà  delle  invenzioni,  nella  varietà  delle  fi- 
gure, e  generalmente  nella  diligeuza.Finìdi  vivere 
Tanno  ifyi.E.g.  d.  F.  v,  vi. 

Corbinelli  Giacomo,  nato  a  Firenze,  andò  a 
Parigi  in  tempo  di  Caterina  de'Medici  di  cui  era 
parente.  Quella  principessa  lo  pose  presso  al  du- 
ca d'Angiò  suo  figlio  onde  invigilasse  alla  sua  e- 
ducazione.  Fu  stimato  <iai  grandi,  ed  amico  di  tut- 


COR.  49 l 

li  i  letterali.  Fu  spesse  volte  utile  ad  Enrico  IV, 
ed  a  lui  si  devono  l'edizioni  di  varie  opere  che  fa- 
ceva stampare  a  sue  spese,  come  il  Corbaccio  di 
Boccaccio  con  note  i56g,}  il  Trattato  di  Dante 
della  volgare  eloquenza  con  erudite  note,  Parigi 
i5?7}  ed  altre.  Ebbe  Bassompierre  per  suo  ini- 
mico, ma  molli  dotti  lo  vendicarono  delle  sue 
critiche.  B.  u.  Ep.  vi. 

Co  a  i  ll  a  Olimpica.  Ved.  Morelli  Ma  ria  Mad- 
dalena pistoiese. 

Corito  re  pelasgo  ebbe  in  moglie  Eleltra  figlia 
di  Atlante  l'Arcade,  dalla  quale  ebbe  vita  Dardano. 
Il  nome  di  Corito  ebbelo  anche  la  città  di  Cor- 
tona ov'ebbe  sepoltura  un  re  chiamato  Corito.  1. 

Corsacchini  Tommaso  d'Arezzo  medico^  in- 
segnò per  lungo  tempo  nell'università  di  Pisa,  e 
mori  nel  principio  del  secolo  XVII,  lasciando  una 
opera  mollo  utile,  intitolata  „  Tabulae  medicaee 
etc.%  Padova  i6od,  Venezia   1607  „.  Jft  u.         vi. 

CoRNAcciiiM  Marco  figlio  del  precedente,  fu 
anch'egli  professore  nell'università  di  Pisa,  che 
insieme  col  fratello  Orazio  aumentò  e  pubblicò 
l'opera  del  padre.  Venne  in  gran  reputazione  per 
aver  posto  in  opera  una  polvere  composta  dal 
conte  di  Warwick  di  cui  porla  il  nome,  ma  chia- 
mata comunemente  polvere  cornacchina,  volen- 
done alcuni  attribuire  ad  esso  l'invenzione.  Fu  di- 
scepolo di  Girolamo  Mercuriali,  e  nel  1607  pub- 
blicò i  commenti  di  quel  professore  intorno  ad 
alcuni  passi  d  ippocrale,  e  vi  ha  aggiunto  diversi 
opuscoli  „  Sulla  generazione  dell'uomo,  sul  vino 
e  l'acqua,  e  su  i  bagni  di  Pisa  „.  D.u.  vi. 


492-  COR. 

Corniole  Giovanni  (delle)^  così  detto  per  es- 
sere stato  eccellente  nell'intagliarle,  facendo  in 
esse  figure,  teste  e  istoriette  con  tal  perfezione, 
che  uguagliò  il  gusto  greco  e  romano.  Furono  al 
suo  tempo  stimate  le  opere  di  lui,  e  ora  sono  sti- 
matissime .  Nel  museo  del  signor  marchese  de 
Abrantes  in  Lisbona  si  vede  il  famoso  ritratto  del 
P.  Girolamo  Savonarola  fallo  da  lui  in  corniola 
grande  opera  bellissima  e  di  profondo  intaglio. 
Viveva  in  tempo  di  Lorenzo  il  Magnifico  pel  qua- 
le fece  molte  opere  egregie.  O-r.  Ep.  v. 

Corradi  ni.  Ved,  Curradini. 

Corsali  Andrea  marinaro  esperto,  cbe  dagli 
anni  più  teneri  attese  fino  alP  età  cadente  alla 
navigazione,  descrivendo  alcuni  paesi  particolari. 
Fece  un,,  Trattato  della  navigazione  del  mar  Per- 
siano „.  Scrisse  una  „  Lettera  a  IPilI  usi  rissimo  prin- 
cipe e  signore  Laurenzo  defedici  dura  d'Urbino 
ex  India  quinto  decimo  kalend.  octob.  i5i?  „, 
senza  nota  d'impressione.  Questa  è  nel  primo  to- 
mo dei  viaggi  del  Ramusio,  Venezia  i55o  ristam- 
pata a  carte  195  e  a  carte  199.  „  Discorso  sopra 
il  viaggio  delP  Etiopia  nello  stesso  tomo  primo 
dei  viaggi  del  Ramusio  ed  alcune  altre  notizie 
singolari  ,  come  quella  de**  Piccinacoli  delP  In- 
dia Orientale  che  si  legge  nel  Teatro  del  mondo 
d'  Abramo  Ortelio.  Scrisse  di  poi  alcune  altre 
„  Lettere  „  nominate  dal  Doni  nella  sua  libreria, 
come  anche  una  „  Lettera  all'  illustrissimo  si- 
gnor Duca  Giuliano  de'Medici  scritta  in  Chochin 
terra  dell'India  nell'anno  i5i5,  che  insieme  col- 
l'altra  a  Lorenzo  de'  Medici  sono  stampate  nel 


COR.  493 

primo  volume  delle  navigazioni  e  viaggi  detti 
volgarmente  del  Ramusio,  Venezia  i55o  „$  dalle 
quali  lettere  comparisce  ch'egli  fosse  assai  perito 
astronomo  per  queHempi.  La  lettera  al  duca  Giu^ 
liano  è  pure  stampata  a  Venezia  nel  1 588,  e  pri- 
ma in  Firenze  nel  i5i8.  Fiorì  nel  i56i.  B-s. 

Ep.  v. 
Corsetti  Francesco  nacque  in  Siena  da  one- 
sti parenti  che  lo  educarono  alla  religione  ed  al 
sapere.  Studiò  belle  lettere,  filosofia  e  teologia. 
Ottenne  la  laurea  in  divinità  e  fu  ascritto  al  col- 
legio teologico  nel  luglio  del  172,6,  e  fu  rettore 
del  seminario  di  s.  Giorgio.  Molte  accademie  d'I- 
talia si  onorarono  d'averlo  a  socio,  fra  le  quali  PAr- 
cadia,  in  cui  portò  il  nome  di  Oresbio  j4gieo.quel- 
la  de'Quirini,  e  le  due  patrie  de^Fisiocritici  e  dei 
Rozzi.  Cessò  di  vivere  in  patria  nel  marzo  del 
1774.  e  le  sue  opere  pubblicate  sono  le  seguenti: 
„Vita  di  Girolamo  Gigli  senese,  ec.  Firenze  1746  „; 
„  Il  Neemia  componimento  drammatico  ec,  Siena 
1747»}  »  Elegie  scelte  di  Tibullo,  di  Properzio,  e 
di  Albino  Vario  tradotte  in  terza  rima,  con  aiino*- 
tazioni  di  Giovanni  Girolamo  Carli.  Lucca  1746} 
Traduzione  in  versi  sciolti  delle  tragedie  intito- 
late l'Erode,  il  Saule,  i  Maccabei,  ed  il  iMeemet, 
Siena  1756.  Le  satire  di  Q.  Orazio  tradotte  in 
verso  italiano,  Siena  1769.  Le  pistole  di  Q.Ora- 
zio, Siena,  1765.  Le  Odi,  Ivi  1778}  oltre  un  nu- 
mero grande  di  Elegie,  cantate  per  musica  ed 
altri  componimenti.  T-p.  vii. 

Corsini  Andrea  carmelitano  vescovo  «li  Fie- 
sole santificato  nel  iG3a  ovvero  1629.  qual  Rtttl 

45* 


494  COR. 

fu  dal  Bommattei  con  figure  in  rame  descritta. 
Scrisse  molte  opere,  le  quali  appresso  i  padri 
Carmelitani  conservatisi,  per  quanto  Pietro  Lucio 
e .'1  Possevino  attestano.  Morì  nel  i33o,  ovvero 
i373  d'anni  yi.B-s.  Ep.  v. 

Corsini  cardinal  Pietro  si  avviò  di  buon'ora 
per  la  carica  ecclesiastica,  e  dalla  corte  ponti- 
ficia ottenne  i  primi  suoi  avanzamenti.  Fu  fat- 
to auditore  del  sacro  palazzo  apostolico.  Man- 
cato di  vita  Innocenzio  VI  ,  e  subentrato  al 
papato  Urbano  V  tosto  si  vede  il  Corsini  far  no- 
bile comparsa  nella  storia  di  quei  tempi.  Ottenu- 
to il  vescovado  di  Volterra  fu  immediatamente 
inviato  dal  papa  all'imperatore  Carlo  IV  e  ad  altri 
principi  della  Germania  con  la  gelosa  incombenza 
di  porli  in  amistà.  Poco  rimase  nella  sede  vesco- 
vile di  Volterra,  perchè  fu  trasferito  a  quella  del- 
la sua  patria.  Cercò  ed  ottenne  per  sé  e  i  suoi 
successori  il  titolo  di  principe  del  sacro  romano 
impero,  con  facoltà  di  addottorare:  cose  riconfer- 
mate nel  i5io  da  Leone  X.  La  benevolenza  del 
pontefice,  la  qualità  dei  servigi  a  lui  prestati  da 
Pietro,  ed  anche  qualche  altro  riguardo  mossero 
Urbano  a  crearlo  cardinale  col  titolo  di  s.  Lorenzo 
in  Daraaso,  lo  che  fu  nel  giugno  del  1370.  Da  Gre- 
gorio XI  pontefice  Tanno  1272  venne  dichiarato 
vescovo  cardinale  Porluense,  e  di  s.  Rufina.  La 
morte  di  papa  Gregorio  nel  137.8  aperse  una  fu- 
nesta scena  di  disordini  e  di  scandali  nella  chiesa 
di  Dio,  e  Pietro  Corsini  si  segnalò  coli  aver  so- 
stenuto il  pontefice  legittimo  contro  gli  antipapi} 
e  dichiarò  che  non  sarebbesi  restituita  la  pace  alla 


cor.  49*> 

chiesa,  se  prima  i  detti  papi  non  avessero  inco- 
minciato dal  rinunziare  alla  dignità.  Un  parlare  sì 
libero  ben  dimostra  che  il  cardinal  Corsini  più  dei 
suoi  impegni  amava  che  si  ponesse  (ine  alla  di- 
scordia. Di  lì  a  poche  settimane  terminò  il  Corsi- 
ni la  sua  terrena  carriera,  lo  che  seguì  nell'ago- 
sto del  i4o5.  E.  d"u.  i.  Ep.  v. 
Corsini  Amerigo  arcivescovo  di  Firenze 
scrisse  un  „  Compendlum  Vitae  Cosmi  Patris 
■Patriae  „  manoscritto  nella  libreria  Strozzi,  no- 
minato dal  Ficino  nel  lib.  ni  delle  pistole.  Cre- 
desi  ch'ei  componesse  un'al  l  doperà:  „  De  nativi- 
tate  Nabucodònosor  *  Viveva  nel  141  i,nel  qua- 
Tanno  fu  fatto  vescovo  di  Firenze.  Nel  passar  che 
fece  Martino  V  per  la  nosf  ra  città  nel  suo  ritorno  dal 
concilio  di  Cosfanza,dimorandofra  noi  due  anni,e 
veggendosi  dalla  repubblica  ben  trattato,  nel  14  18 
volle  onorarla  col  dichhrar  la  chiesa  arcivesco- 
vado, e  cosi  fu  Amerigo  il  primo  che  questa  digni- 
tà godesse.  IVIorì  nel  1434.  B-s.  v. 
Corsini  Bartolommeo  da  Barberino  di  Mu- 
gello, modestissimo  nelle  sue  azioni,  e  veramen- 
te nel  tradurre  con  proprietà  e  dolcezza  altissimo, 
trasportò  1'  Anacreonte  in  servi  toscani  molto 
elegantemente,  e  con  galanteria  più  che  ordina- 
ria, Parigi  1671.  „  Canzoni  ed  altre  poesie  w  che 
voleva  stampare  :  ma  da  morte  prevenuto  non 
potè  farlo,  che  manoscritte  presso  da'  suoi  »m«  li 
ritrovatisi  esse  composizioni,  fra  le  quali  è  „  T ofi- 
racchione  desolato,  poema  „.  Morì  nell'anno  iG?5. 

C-r?.  VL 


49<5  COR. 

Corsini  cardinale  Lorenzo,  Fed.  Clemente 
XII. 

Corteccia  Francesco  fiorentino,  canonico  di 
s.  Lorenzo,  armonico  eccellente,  organista  insi- 
gne, fu  maestro  di  cappella  del  Granduca  Cosi- 
mo I,  la  qual  carica  esercitò  per  lo  spazio  di  3o 
anni  con  molta  lode.  Compose  molti  madrigali, 
mottetti  ed  altre  composizioni  di  questo  genere, 
tenute  in  pregio  grande,  le  quali  soglionsi  cantare 
perle  solennità.  Compose  e  messe  in  musica  an- 
cora un1  alt r"1  opera  intitolata  „  Sacrae  modula- 
tiones  in  supplicationibus  per  vìgiliae  D.  Johan- 
nis  Baptistae^  Firenze  i6aa  „;  Scrisse  la  musica 
delle  lamentazioni  e  responsori  che  si  cantano 
nella  settimana  santa,  e  molte  altre  composizioni 
di  tal  genere,  ed  anche  musiche  per  feste  di  noz- 
ze ec,  Firenze  i54o.  Morì  nel  i5;7i.  C-n. 

Ep.  v,  vi. 

Cortesi  Paolo  nativo  di  s.  Girnigniano  nato 
nel  i465,  e  morto  nel  io  io.  Fu  vescovo  di  Urbino, 
teologo  eloquente,  che  seppe  far  parlare  alle  scien- 
ze ecclesiastiche  il  linguaggio  di  Roma  al  tempo 
di  Augusto.  Merita  particolare  menzione  il  suo 
„  Dialogo  su  i  dotti  dell'Italia  ,„  elegante  ed  utile 
produzione  per  la  storia  della  letteratura  dei  suoi 
tempi.  T-c.  v. 

Cortesi  Marmocchio.  Fed.  Marmocchini. 

Cortona  Pietro  Berrettini  (da)  fu  allievo 
di  Baccio  Ciarpi.  appena  cominciò  a  sfogare  le 
sue  vaste  idee  che  gareggiarono  a  vicenda  le 
più  rinomate  chiese  e  palazzi  romani  per  vedere 


cor.  497 

adorni  gli  altari,  i  muri,  le  volte  delle  bellissime 
invenzioni  di  lui,  come  sortirono  in  Roma  la  chie- 
sa nuova  e  il  gran  salone  dei  Barberini,  che  gli 
aprì  la  strada  di  Toscana  per  servire  delle  belle  sue 
opere  que'serenissimi  principi.  Al  serrarsi  della 
squola  caraccesca  spalancossi  quella  di  Pietro  da 
Cortona,  e  da  varie  parli  tirò  a  Roma  la  gioventù, 
condotta  dalla  voce  di  quella  fama  che  dappertut- 
to echeggiava.  Meritò  il  Berrettini  d'esser  per 
anagramma  chiamato  Corona  dei  pittori  .  Fed. 
Berrettini  Pietro. 

Cortona  Elia  (da).  Ved.  Elia  da  Cortona, 
Cor* aia  Guido  (da)  scrisse  latinamente  la 
storia  pisana.  Restano  di  lui  alcuni  frammenti, 
unode'quali  dall'anno  1271  al  1290.  R-s.  Ep.  v. 
Cosci  Francesco  nobile  senese  fu  uomo  di 
chiesi. perchè  ebbe  la  propositura  di  Grosseto,  e  fu 
vicario  generale  di  Marcantonio  cardinale  Cam- 
peggio vescovo  di  quella  città,  e  come  tale  dette 
il  priorato  della  terra  di  Tatti  a  Niccolò  d'Anto- 
nio dalla  Bocca  a  Tentennano  Tanno  i533.  Ed 
essendo  anche  canonico  della  chiesa  metropolita- 
na di  Siena  fu  poi  eletto  per  bontà  della  vita  e 
per  l'altezza  della  dottrina  decano  della  medesi- 
ma, che  è  la  prima  dignità  di  quel  capitolo,  e  nello 
stesso  anno  vicario  capitolare.  Professò  pubbli- 
camente la  legge  al  pari  d'  ogni  altro,  e  fece  as- 
sai buoni  discepoli.  Lesse  nell'università  di  Siena 
ed  in  quella  di  Pisa  legge  canonica  .  e  mentre 
quivi  leggeva,  gratissimo  a  Cosimo  dei  Medici, 
mandò  alle  stampe  in  Siena  Panno  i544  »  Pisana 
commentarla  arboris  consanguinitatis  et  affini- 


4<)8  cos. 

tatls.  Iteni  commentarla  inrub.  capltulum  etc.n 
ed  al  Ire  opere.  U-r.  E/?,  v,  vi. 

Cosimo  I  dei  Medici  granduca  di  Toscana 
nacque"  nel  giugno  delP  anno  1019  da  Giovanni 
Lodovico,  e  da  Maria  di  Iacopo  Salviali.  Era  an- 
cor bambino,  quando  suo  padre  volle  che  gli  fosse 
gettato  nelle  braccia  da  una  finestra  per  arguirne 
dall'esito  della  caduta  il  destino.  Cosimo  non  fre- 
quentava la  corte ,  ma  stava  sempre  in  villa ,  di- 
lettandosi di  uccellare  e  di  pescare,  ed  in  questo 
consumando  tutto  il  tempo  non  pensava  a  niuna 
grandezza,  e  stava  solamente  sotto  la  tutela  del- 
la madre,  povera  e  sconsolata  vedova.  Seguito  il 
caso  miserabile  degassassimo  del  duca  Alessan- 
dro ,  fu  dalla  buona  fortuna  chiamato  al  princi- 
pato, e  cosi  come  Alessandro  fu  fatto  duca  colla 
guerra  e  colla  forza,  all'incontro  Cosimo  perven- 
ne al  principato  per  vocazione.quiete  e  tranquil- 
lità .  Salito  questi  al  soglio  governò  i  suoi  stati 
con  incomparabile  giustizia  e  fu  protettore  delle 
lettere  ,  scienze  ed  arti.  Cosimo  fu  di  bella  pre- 
senza, e  di  portamento  grave,  parco  neiralimeu- 
tare  il  corpo,  splendido  e  liberale  nel  pascolare 
la  mente,  indefesso  nelle  fatiche  e  negli  esercizi, 
agile  nel  maneggiar  armi,  nei  torneamenti  dei 
cavalli,  e  nel  giuoco  della  palla  e  della  caccia  non 
Vera  chi  lo  superasse.  La  sua  ricreaziona  era  il 
pescare  ed  il  notare,  nel  qual  divertimento  spo- 
gjiavasi  d'ogni  autorità  e  dignità,  e  voleva  esser 
trattato  familiarmente,  cosa  che  non  faceva  fuori 
di  questi  esercizi.  Fu  insomma  principe  zelante 
della  propria   grandezza  ,  padre   premuroso   del 


cos.  499 

bene  dei  suoi  sudditi,  uomo  sottoposto  a  debo- 
lezze ed  attidi  crudeltà. ohe  adombrarono  alcuna 
volta  lo  splendore  delle  sue  rare  virtù:  morì  egli 
nel  1 573.  L~t.  Ep.  vi. 

La  ristrettezza  che  richiedono  i  biografici  ar- 
ticoli della  presente  opera,  e  l'avare  nell'epoca 
sesia  parlato  a  lungo  dei  principi  della  R.  casa 
Medici,  mi  dispensa  dal  diffondermi  qui  in  ulte- 
riori notizie  ad  essi  appartenenti,  mentre  in  vari 
punti  del  voi.  x  può  trovarsi  quanto  di  più  inte- 
ressante voglia  sapersi  di  questo  e  degli  altri  6 
Granduohi  Medicei. 

Cosmo  li  granduca  IV  di  Toscana.  Benché 
d'inferma  salute  attese  alle  matematiche  discipli- 
ne, conobbe  l'istoria,  la  poesia,  la  meccanica,  ed 
arricchì  la  mente  con  la  cognizione  di  varie  fa- 
velle. Sposò  Maria  Maddalena  arciduchessa  d'Au- 
stria sorella  di  Ferdinando  II  imperatore,  donna 
di  rara  virtù,  e  che  lo  fece  lieto  di  molti  tìgli. 
Agli  anni  suoi  giovanili  non  fu  soverchia  la  mole 
del  principato:  la  clemenza,  la  soavità  dei  costu- 
mi, l'amore  per  le  arti  e  per  gl'ingegni  lo  resero 
caro  ai  sudditi.  Il  genio  del  Fassignani,  del  Ci- 
goli, di  Cristofano  Allori,  del  Rosselli,  del  Tacca 
fu  animato  dalla  sua  liberale  protezione.  i>Ia  il 
primo  suo  vanto  fu  l'aver  richiamato  da  Padova 
rimmortal  Galileo  con  titolo  di  primo  matemati- 
co dello  studio  di  Pisa. senza  obbligo  di  leggervi  o 
risedervi,  e  suo  particola*  filosofo  e  matlematico. 
Cosimo  divideva  le  cure  di  stato  con  ozio  libe- 
rale, celebrando  di ■■munaliche  rappresentazioni, 
giostre  e  tornei}  ma  se  rs'M-citgva  la  gioventù  lo- 


5oo  cos. 

scana  io  tìnte  battaglie,  riportò  ancora  per  mezzo 
dei  cavalieri  di  s.  Stefano  segnalate  vittorie  con- 
tro i  barbari.  Dopo  fortunato  ma  breve  dominio, 
nella  fresca  età  di  3o  anni  fu  rapito  da  morte 
immatura.  G-n.  Ep*  vi. 

Cosimo  III  granduca  sesto  dei  Medici  salì  al 
governo  della  Toscana  nel  1870.  Egli  non  è  ram- 
mentato nelle  pubbliche  cose  d'Europa  che  per* 
la  spedizione  nel  168$  di  alcune  milizie  toscane 
in  soccorso  dell'imperator  Leopoldo  nella  guerra 
contro  il  turco}  e  quindi  per  le  prerogative  reali 
concedutegli  nel  1691  dalTimperatore,  il  che  re- 
stituì a  Cosimo  il  buon  umore,  giacché  non  sa- 
peva darsi  pace,  che  dal  1689  fosse  stato  confe- 
rito un  tanto  onore  alla  casa  di  Savoia  e  non  a 
lui.  Fu  però  sempre  dolente  di  non  poter  egli  as- 
sumere il  titolo  di  re  di  Sardegna,  che  a  lui  pa- 
reva si  competesse,  siccome  isola  un  tempo  di- 
pendente dai  pisani.  Nelle  guerre  dTtalia  de'suoi 
tempi  volle  serbare  la  neutralità,  ma  essendo  pic- 
colo principe  fu  ridotto  a  ricever  legge  da  tutti, 
sicché  fu  testimonio  di  ostilità  nel  porto  istesso 
di  Livorno.  Le  taglie  che  durante  la  guerra  d'Ita- 
lia le  vennero  imposte  dagli  imperiali  sotto  vari 
titoli,  lo  costrinsero  a  vender  per  fino  le  proprie 
gioie.Gravi  furono  le  inquietudini  che  Cosimo  do- 
vè soffrire  nei  seno  istesso  di  sua  famiglia,  cagio- 
nate da  Margherita  Luisa  d'Orleans  sua  consor- 
te.delle  quali  se  abbiamo  saputo  conoscere  i  tristi 
effetti,  non  abbiamo  per  altro  potuto  saperne  mai 
la  vera  cagione. Fece  egli  molli  viaggi  per  le  cor- 
ti d'Europa}  protesse  le  lettere  ed  i  talenti,  non 


cos.  5ot 

che  le  arti  e  le  scienze  ad  insinuazione  del  Redi, 
poiché  aprì  nuove  biblioteche,  procurò  il  vantag- 
gio e  l'onore  delle  università  toscane,  promosse 
la  botanica,  protesse  le  accademie  della  Crusca, 
degli  Apatisti  e  degli  Intronali:  ebbe  in  molta  ve- 
nerazione il  Magliabechi ,  e  destinò  onorevole 
luogo  alla  sua  librerìa  detta  la  Magliabechiana; 
mantenne  in  lontani  paesi  molti  giovani  toscani 
a  studiar  le  scienze  e  le  arti}  fece  introdurre  la 
Litotomìa  nell'Arcispedale  di  S.  M.  Nuova,  ar- 
ricchì la  galleria  Medicea,  e  fece  venire  da  Ro- 
ma la  famosa  venere,  statua  greca.  Fece  fare  nuo- 
ve fortificazioni  in  Livorno,  chiese,  e  monasteri. 
Pose  sotto  la  protezione  di  s.  Giuseppe  tutti  i 
suoi  slati,  e  per  tale  occasione  gli  fu  creata  una 
medaglia:  e  poiché  era  egli  religiosissimo,  amò  e 
prolesse  i  religiosi.  Mori  Cosimo  nel  1723,  la- 
sciando di  lui  successore  Gian  Gastone  suo.tiglio. 

Ep.  vi. 
Cosmo  Pier  (di),  cosi  detto  perchè  allievo  di 
Cosimo  Rosselli,  nacque  in  Firenze  verso  Panno 
i44 *•  Le  rare  disposizioni  che  mostrava  per  la 
pittura  persuasero  il  suo  maestro  ad  impiegarlo 
nel  dipingere  i  freschi  della  cappella  di  Sisto  IV 
nel  Vaticano,  di  che  esso  papa  l'aveva  incaricato. 
Le  prove  di  talento  che  Pietro  vi  delle,  il  posero 
nel  numero  dei  primi  pittori  di  quel  tempo.  Tor- 
nato a  Firenze  dipinse  per  alcuni  particolari  di- 
versi quadri  che  gli  ottennero  dal  governo  dei 
lavori  pubblici,  ue'quall  fece  brillare  il  suo  inge- 
gno. Dipinse  per  la  chiesa  dello  Spirilo  Santo  una 
visitazione,  in  cui  si  osservano  parecchie  figure  <!i 
SU  Tose.   Tom.  12.  46 


5  02  COS. 

santi,  degni  dei  più  grandi  artisti  dei  suoi  tempi. 
Eel  disegno  ei  si  mostrava  sublime:  aveva  un  co- 
lorito eccellente,  e  le  sue  figure  erano  di  una  fini- 
tezza che  avviciuavasi  a  quella  di  Leonardo  da 
Vinci.  Uomo  di  carattere  tetro  e  melanconico  non 
si  compiaceva  che  di  soggetti  terribili  e  lugubri, 
e  riusciva  eccellente  nell  imitarli.  Eia  di  tal  biz- 
zarria che  soffrir  non  poteva  persona  intorno  a 
sé:  e  quantunque  in  età  di  oltanfanni,  ricusava 
qualunqe  assistenza,  e  fu  trovato  morto  in  casa 
nel  i5ai.  Egli  si  rese  celebre  anche  per  una  ma- 
scherata che  inventò  pel  carnevale,  e  che  rappre- 
sentava il  trionfo  della  morte',  ma  si  afferma  che 
tal  bizzarrìa,  in  cui  venne  assistito  da  Andrea  del 
Sarto  di  lui  allievo,  alludesse  al  ritorno  della  fa- 
miglia defedici,  che  in  quell'epoca  era  esiliata 
da  Firenze.  Il  museo  di  Louvre  possiede  di  tale 
artista  un  quadro  slimato,  rappresentante  Tinco- 
ronazioue  di  Maria  Vergine.  Tal  quadro  dipinto 
sul  legno  era  stato  collocato  fino  dal  ijfó  ,n  una 
cappella  della  chiesa  soppressa  di  s.  Girolamo  e  s. 
Francesco  nella  Costa  a  Firenze,  e  dopo  nella 
foresteria  o  sala  degli  stranieri  della  comunità. 
Nel  181/}  soltanto  fece  parte  la  prima  volta  delle 
esposizioni  del  museo  di  Louvre,  B.  u.  Ep.  v. 
Cosimo  Silvio  da  Fiesole,  bell'ingegno,  capric- 
cioso poeta,  cantore,  armigero  e  scultore,  superò 
la  gloria  di  Andrea  da  Fiesole  suo  maestro  nelle 
statue  ,  nei  depositi,  nei  ritratti  e  nelle  bizzarrie 
di  uiajuiOj  dimodoché  piacendo  queir  operare  al 
Botfarroti  adoprollo  in  varie  occasioni.  Di  costui 
narrasi,  che  essendo  sagrestano  della  compagnia 


cos.  5o3 

della  Misericordia,  che  in  Pisa  accompagna  i  con- 
dannali al  patibolo,  una  notte  trasse  un  giusti- 
zialo dal  sepolcro,  e  dopo  averlo  disegnato  scorti- 
collo,  e  copiò  minutamente  ogni  parte  notomica. 
Fiorì  nel   i538.  V-s.  Ep.  v,  vi. 

Costa.glti  Roberto  livornese  nato  nel  giugno 
del  1732.  religioso  servita  passò  a  Pisa  fra  i  Ber- 
nabiti  per  educarvisi.  Di  la  a  Firenze,  dove  sì  ve- 
stì religioso,  e  dopo  si  portò  a  Siena  per  maggior- 
mente perfezionare  i  suoi  studi,  quindi  a  Siniga- 
glia,  ove  studiò  sotto  il  celebre  Bandiera  la  lingua 
greca,  e  divenne  rinomatissimo  oratore  evange- 
lico. Nel  i^5 7  andò  a  Mantova  lettore  di  matte- 
matiche,  come  lo  era  stato  di  Bologna  tino  dal 
ventesimo  anno  della  età  sua  .  Nel  1761  predicò 
in  Firenze  con  plauso  universale  per  modo,  che 
le  principali  accademie  scentifiche  e  letterarie 
lo  vollero  per  loro  socio.  Fu  poi  priore  e  reggente 
di  studio  a  Faenza  a  richiesta  del  vescovo  di  quel- 
la città.  I  prelati  e  pastori  italiani  fecero  a  gara 
per  averlo  nelle  loro  chiese  a  predicare.  Nel  r  766 
fu  dal  pontefice  incaricato  di  trattare  un  accomo- 
damento amichevole  fra  la  santa  sede  e  la  repub- 
blica genovese,  colla  quale  vertevano  differenze 
non  piccole.  Tornò  di  poi  a  Firenze  ad  occupare 
la  carica  di  priore  e  reggente  di  studio  nel  con- 
vento della  SS.  Annunziata.  Nello  stesso  anno 
partito  per  l'Isola  di  Malta  vi  predicò  l'avvento  e  la 
susseguente  quaresima,  e  vi  fu  ricolmato  di  favori 
dal  gran  maestro  Pinto,  e  dai  primi  dell'ordine 
gerosolimitano.  Egli  avea  cognizione  di  molte  lin- 
gue ed  era  bravo  poeta. Tornato  a  Malta  per  nre- 


5o4  cos. 

dicarvi  la  terza  volta  fu  incaricato  ri i  presedere 
alla  università  di  quelPisola,  e  di  compilarne  le 
costituzioni,  divenendo  anche  rettore  d'un  nuovo 
collegio.  Tornato  in  Firenze  secolarizzato,  fu  da 
Clemente  XIV  invitato  a  predicare  in  Roma  al 
Gesù.  Venuto  poi  in  Toscana  fu  decorato  del- 
la dignità  di  proposto  della  cattedrale  Gesolana, 
e  ripetutamente  predicò  allareal  corte  di  Tosca- 
na. Nel  1778  fu  eletto  vescovo  di  s.  Sepolcro,  e 
nel  1779  predicò  a  Vienna  a  richiesta  dell' augu- 
sta Maria  Teresa,  e  vi  ricevette  doni  ed  onori  in- 
finiti, il  profitto  dei  quali  divise  con  i  poveri  della 
sua  diogesi.Da  Ferdinando  III  fu  incaricato  della 
orazione  funebre  pie  ri?  esequie  di  Pietro  Leopol- 
do suo  padre.  Nel  (786  il  Gostaguti  difese  la  prò- 
vida  legge  della  soppressione  delle  confraternite 
con  una  lettera  pastorale,  nella  quale  fece  cono- 
scere il  vero  spirito  di  quella  savia  legge.  Nello 
ottobre  del  1808  perdette  intieramente  la  vista  e 
nel  1818  rese  l'anima  a  Dio.  H-g.  Ep.  vi,  vii. 
Costantino de'Servi  pittore,  intagliatore  e  ar- 
chitetto fiorentino,  imparò  alla  scuola  di  Santi  di 
Tito.  Viaggiò  per  la  Germania,  per  la  Spagnarper 
la  Sassonia,  e  per  la  Savoia:  con  privilegio  di  no- 
biltà ottenuto  da  Ridolfo  II  imperatore,  ritornò 
alla  patria,  dove  per  servizio -de'sooi  principi  na- 
turali fu  spedito  a  Roma  e  a  Napoli.  Passò  a  Lio- 
ne, e  a  Parigi}  ritornò  in  Germania;  rivide  la  pa- 
tria^ dal  Granduca  Cosimo  II  fu  mandato  al  gran 
Sofì  re  di  Persia,  e  in  ogni  luogo  servi  di  sue  pit- 
ture e  disegni  molti  monarchi  fino  alPanno  68  dì 
sua  etàj  corrispondente  al  i6/2,a,nella  quapepc*- 


cos.  5o5 

ca  morì  io  Lueignano,  ove  si  ritrovava  al  ser- 
vizio del  Granduca  in  qualità  di  vicario.  M-L 

Ep.  vi. 
Costanzo  Giovanni  (di).  Vedi  Giovanni  I. 
Coureil  (de)  Giovanni  Salvatore  nato  in  To- 
scana da  padre  francese  circa  Tanno  1760.  Fece  i 
suoi  sludi  a  Pisa  e  scrisse  liriche  poesie  con  gusto 
e  felicità.  Ammesso  tra  i  collaboratori  del  giornale 
d'i  letterati  di  Pisa  nel  1804  dette  prove  di  giu- 
diziosa critica  e  di  grande  ingegno.  Aveva  egli 
censurato  alcuni  versi  di  una  cantala  del  Monti  in 
onore  di  Napoleone  sotto  titolo  di  Tasio.  Monti 
per  vendicarsene  si  appigliò  al  partito  di  pubbli- 
care quattro  lettere  filosofiche  sul  cavallo  alato 
d'Arsinoe  di  cui  si  parla  nel  poema  di  Callimaco 
e  sulla  Chioma  di  Berenice.  Tali  lettere  erano 
corredate  di  note  ingiuriose  olire  ogni  misura 
contro  De  Coureil,  a  cui  rispose  molto  modesta- 
mente. Allorché  la  Toscana  fu  assoggettata  al  go- 
verno francese,  i  collaboratori  di  De  Cureil  si  vide- 
ro astretti  ad  escluderlo  dalla  compilazione  del 
giornale  di  Pisa,  ma  ciò  non  impedì  ciregli  scri- 
vesse duramente  a  Monti,  il  quale  non  si  degnò 
di  rispondergli,  quanluque  il  De  Cureil  pubblicas- 
se un  opuscoletto  contro  il  suo  Bardo  della  selva 
nera.  Propostosi  dal  governo  di  Lu^ca  un  premio 
per  la  migliore  soluzione  del  quesito  ,  intorno 
al  merito  delle  Tragedie  dell'Alfieri  in  confron- 
to di  quelle  dei  tragici  francesi,  la  soluzione  d.| 
De  Coureil  fu  coronata.  Egli  fecesi  difensore  di  Al- 
fieri, ma  all'ultimo  sostenne  esser  Voltaire  il  più 
gtàfi  tragico  dalla  Francia  ed  il  Maometto  la  sua 

46* 


5o6  C   R    E. 

miglior  tragedia.  La  di  lui  soluzione  fu  stampata. 
Tra  le  poesie  del  De  Cureil  trovansene  delle  bel- 
lissime, e  le  sue  prose  sono  scritte  con  forza  e  con 
gusto.  Mancò  alle  lettere  poco  prima  di  Vincenzo 
Monti.  C-r.  Ep.  vii. 

Credi  Lorenzo  (di),  così  detto  perchè  impa- 
rò T  arte  dell1  orefice  da  maestro  Credi,  nacque 
nell'anno  :494  da  Lorenzo  d'Andrea  Sciarpello- 
ni.  Essendosi  egli  posto  insieme  con  Pietro  Pe- 
rugino e  Leonardo  dà  Vinci  suoi  compagni  ed 
amici  all'arte  del  colorire,  sotto  la  disciplina  di 
Andrea  Verroochio  allora  celebre  pittore,  vi  fece 
mirabile  riuscita.  Così  grande  poi  fu  l'amore  tra 
Lorenzo  ed  Andrea,  che  morto  il  maestro  a  Vene- 
zia, andò  a  prendere  il  di  lui  cadavere  per  dargli  in 
patria  onorevole  sepoltura.  Dopo  aver  dimostralo 
Lorenzo  la  sua  riconoscenza  al  maestro,  fece  ve- 
dere al  pubblico  quali  fossero  gli  avanzamenti 
ch'egli  avea  fatti  sotto  la  di  lui  disciplina.  Mol- 
tissime furono  le  opere  ch'ei  fece  per  diversi  luo- 
ghi e  per  ogni  ceto  di  pie  persone,  occupato  sem- 
pre in  sacre  immagini.  Fra  queste  è  bella  oltre- 
modo la  tavola  che  dipinse  nella  compagnia  di  s. 
Bastiano  di  Firenze,  rappresentante  s.  Bastiano, 
.Maria  Vergine  ed  altri  santi;  e  quella  che  vedesi 
in  santa  Maria  Maggiore  all'altare  di  s.  Giuseppe 
esprimente  questo  gran  santo.  Dai  molti  lavori 
che  avea  fatti  avendo  accumulala  gran  somma  di 
denaro  per  vivere  più  quietamente  e  con  tranquil- 
lità maggiore,  si  commise  nel  regio  spedale  di 
santa  Maria  Nuova  di  Firenze,  dove  terminò  di 
vivere  in  età  d'anni  78  nel  i53o.  Diversi  furono  i 


C  R  e.  Soj 

suoi  scolari,  fra  i  quali  mentano  onorata  menzione 
Gio.  Antonio  Sogliani  e  Tommaso  di  Stefano. 
S.  dJ  u.  i.  Ep.  v. 

Crescenzio  inserito  nel  catalogo  dei  santi  fio- 
rentini per  essere  stato  di  gran  bontà  e  di  molle 
virtù  onorato,  di  pura  innocenza  rilucente,  di  fe- 
de stupenda  potentissimo,  di  conversazione  umile, 
dentei  letto  prudente,  di  buoni  e  retti  costumi,  e 
con  discrezione  perfetto,  dell'ardente  fuoco  del- 
l' amor  di  Dio  e  del  prossimo  infiammato,  sollecito 
alle  vigilie  ed  offici  divini,  frequente  a  servire  il 
suo  vescovo  in  tutte  le  cose  opportune,  ed  emu- 
latore perfetto  d'ogni  sua  virtù,  fioriva  come  pal- 
ma nella  speranza  delle  cose  future.  Dopo  aver 
fedelmente  servito  per  alcuni  anni  in  qualità  di 
suddiacono  la  chiesa  fiorentina,  carico  di  meriti 
nell'anno  42^  nel  mese  d'aprile,  alla  presenza 
del  suo  vescovo  Zanobi,  passò  a  godere  gli  eterni 
riposi.  B~r.  in. 

Cresci  Santo  martire  ebbe  per  compagni  On- 
nione  ed  Enzio,  e  s.  Cerbone  suo  discepolo  con 
Panfila  madre  di  questo  che  furono  martirizzati 
insieme  con  altri  loro  compagni  in  Valcava  di  Mu- 
gello. Le  notizie  più  antiche  delle  gesta  di  questo 
santo  sono  stale  ricavale  dagli  alti  del  medesimo, 
e  pare  in  sostanza  ch'ei  venisse  dal  Settentrione 
in  compagìa  d'altri  pi!  cristiani  per  visitare  i  san- 
tuari d'Italia,  ma  furouo  astretti  per  la  persecu- 
zione di  Decio  a  nascondersi  in  una  selva  pros- 
sima a  Firenze,  dove  oggi  è  la  chiesa  di  s.  Miniato 
«I  monte,  nel  qua!  luogo  furono  essi  santi  trovali 
«'  martirizzali.  La  più  nobile  perù  e  la  più  antica 


5o8  C  R  E. 

tra  tutte  le  chiese  dedicate  a  s.  Cresci  è  quella  ove 
riposano  in  Valcava  del  Mugello  le  reliquie  diluì 
insieme  con  quelle  de^suoi  santi  compagni.  B-r. 

Ep.  ni. 

Oresti  Domenico.  Fed.  Passionano  Doma- 
nico. 

Crinito  Pietro  fiorentino  alunno  del  Polizia- 
no, la  cui  memoria  Pietro  onorò  con  poetici  com- 
ponimenti e  ne  adunò  e  promulgò  le  opere  rima- 
ste inedite.  Apprese  nella  scuola  del  Poliziano 
eloquenza  e  gusto,  ma  non  modestia  né  sobrietà 
di  costumi.  Era  in  somma  un  amabile  libertino, 
e  perciò  la  di  lui  società  veniva  ricercata  dai  bril- 
lanti giovani  delle  primarie  famiglie  di  Firenze. 
Una  intemperante  giovialità  fu  a  lui  cagione  di 
contumelia,  e  di  poi  anche  di  morte.  Ritrovan- 
dosi egli  ad  un  geniale  stravizio,  venne  a  lui  per 
giocosa  rissa  versato  addosso  un  intiero  secchio 
d^acqua  che  gFirrigidì  le  membra.  Il  rammarico 
che  si  concepì  per  siffatto  affronto  unito  a  qual- 
che fisica  indisposizione  contratta  a  causa  del  so- 
verchio umidore,  lo  trasse,  secondo  il  Giovio,  al 
sepolcro.  Le  di  lui  opere  non  sono  in  gran  co- 
pia, poiché  morì  prima  d'aver  compiti  40  anni.  Il 
libro  „  De  honesta  disciplina  „  è  quello  che  an- 
cora conserva  qualche  nome  ai  nostri  giorni.  Que- 
sto libro  è  un  ammasso  indigesto  anzi  che  no  di 
un  infinito  numero  di  notizie  isteriche  e  fisiche, 
e  per  avventura  un  quadro  di  tutto  Io  scibile 
delPautore,  ov'egli  va  intracciando  non  tanto  del 
vero,  quanto  del  maraviglioso.Un  soggetto  che  ha 
esercitato  le  penne  di  alcuni  suoi  critici  è  sialo 


CRI.  5cX) 

il  sistema  della  mitologia,  in  cui  lor  parve  di  rav- 
visare i  dogmi  della  pagana  teologia.  Tale  fu  il 
sentimento  ancora  del  nostro  autore,  il  quale  lo 
appoggia  alla  filosofia  di  Pittagora.  Il  Crinito  si 
scagliò  contro  la  soverchia  estensione  del  celiba- 
to, allegando  la  legge  delle  XII  tavole,  la  quale 
incombe  ai  censori  di  non  permettere  che  ne  ca- 
valieri, ne  fanti  vivessero  celibi.  Egli  ha  poi  scrit- 
to latinamente  una  storia  composta  di  piccole 
vite  dei  poeti  del  Lazio  antico,  da  Livio  Andro- 
nico sino  a  Sidonio  Apollinare.  Le  „  Poesie  „  che 
abbiamo  di  lui  non  hanno  alcuu  pregio  secondo 
il  presente  gusto.  C-r.  Ep.  v. 

Cristiana  Beata  da  S.  Croce  di  Valdarno  di 
sotto  nominata  al  secolo  Oringa,  partì  di  casa  as- 
sai giovane  per  andare  in  pellegrinaggio  a  visitar 
santuari.  Fondò  un  convento  in  s.  Croce  ceri  no- 
me di  S.  Maria  Novella,  e  quivi  morì  Panno  i3io, 
e  settantesimo  dell'età  sua.  La  di  lei  vita  è  cavata 
da  un  libro  scritto  a  mano  delle  monache  di  s. 
Orsola  di  Firenze,  ed  abbreviata  dal  Razzi.  R-z, 

v. 

Cristina  Santa,  nobile  figlia  del  governato- 
re di  Tiro,  città  posta  sul  lago  di  Bolsena,  marti- 
rizzata con  moltissimi  tormenti  P  anno  295  es- 
sendo imperatori  Massimiano  e  Diocleziano.  Di 
ciò  fa  fede  il  Martirologio  romano,  al  di  24  di  lu- 
glio, il  Baronio  di  s.  Isidoro,  il  Beda,  il  Razzi,  il 
Dempstero,  ed  il  Sarzaua  della  capitale  de'Tusca- 
niesi  N.  1  1.  m. 

Caoix  Dimas  (de  la),  fedi  Tonelli  Iacopo. 

Cronaca  Simone  (detto  il)  architetto  tioreo» 


5  IO  C    R  o. 

tino  ebbe  il  suo  nascimento,  nel  1454.  Lavorò  nel- 
Finfanzia  il  legname,  poi  dettesi  all"architeltura 
che  studiò  in  Roma,ov'era  Antonio  Pollaiolo  suo 
parente;  e  studiò  i  ruderi  antichi  sì  abbondanti  in 
quella  città,  servendosi  degli  acquistali  lumi  nel- 
le fabbriche  da  lui  dirette.  Tornato  in  Firenze  col 
nome  di  valenie  architetto  istruito  nelle  regole 
di  Vilruvio,  e  nelle  pratiche  del  Brunellesco,  fu 
impiegalo  in  diverse  opere^  nelle  quali  riuscì  mi- 
rabilmente. Fra  questi  merita  parlicolar  rimem- 
branza la  sagrestìa  di  s.  Spirito  di  Firenze  fatta  a 
guisa  di  tempio  a  otto  facce^  nella  quale  ammira- 
si la  vaga  proporzione,  e  la  perfetta  disposizione 
delle  sue  parti.  Ma  di  quaPingegno  dotato  fosse 
all'architettura  appartenente,  Io  fece  altresì  co- 
noscere nella  gran  sala  del  consiglio  posta  nel 
palazzo  della  Signorìa  di  Firenze,  fatto  dalla  re- 
pubblica fiorentina  ,  la  quaP  opera  per  comun 
consiglio  di  Leonardo  da  Vinci,  di  IVI ichelangiolo 
Bonarroli,  di  Giuliano  da  s.  Gallo,  di  Baccio  di 
Agnolo  e  di  altri  fu  addossala  a  Simone  del 
Pollaiolo  detto  il  Cronaca,  come  riconosciu- 
to il  più  abile  per  l'esecuzione  della  medesima. 
Stando  in  Firenze  ebbe  occasione  di  terminare  il 
palazzo  Strozzi  fatto  erigere  da  Filippo  Strozzi  il 
vecchio  col  modello  di  Benedetto  da  Maiano,  e 
frattanto  il  Cronaca  ebbe  la  commissione  di  farvi 
il  cortile,  e^J  cornicione.  Fu  fatto  inoltre  questo 
palazzo  abbellire  dal  Cronaca  di  ferri  bellissimi, 
e  di  lumiere  poste  su  i  canti,  lavorati  con  somma 
diligenza  da  Niccolò  Grosso  celebre  fabbro  fio- 
rentino. Dopo  esser  vissuto  il  Cronaca  per  55  an- 


C    B    U.  ^  I  t 

ni  morì  nel  1509.  Fu  Simone  un  diligentissimo 
osservatore  delle  opere  altrui,  ed  un  felice  ese- 
cutore delle  regole  somministrate  dai  più  valenti 
maestri  dell'architettura.  S.tfu.  i.  Ep.  v. 

Crudeli  Tommaso  nato  da  comodi  parenti 
in  Poppi  Tanno  1703,  si  addottorò  in  Pisa  e  di- 
venne amatore  degli  ameni  studi  letterari,  e  spe- 
cialmente della  italiana  poesìa,  alla  quale  presta- 
vasi  cuu  particolare  altitudine  il  di  lui  ingegno 
vivace.  Era  in  reputazione  d'uno  fra  i  più  valenti 
poeti  dell'età  sua,  e  caro  e  apprezzato  presso  i 
migliori  letterati  della  capitale  di  Toscana.  Era 
desideratissimo  in  ogni  scelta  società,  e  nei  tran- 
quilli recessi  dei  liberi  sludi  non  udendo  rumo- 
re di  tempeste  politiche  e  di  privali  litigi  si  te- 
neva sicuro.  Quando  la  sera  del  9  maggio  del  1739 
essendo  egli  in  Firenze  venne  improvvisamente 
arrestalo,  e  tradotto  alle  carceri  della  inquisizio- 
ne, senza  che  siasene  saputo  il  perchè.  Durò  la 
sua  prigionia  fino  al  20  d'agosto  1740,  e  una  sa- 
lute già  per  lo  innanzi  inai  ferma  declinò  più  che 
mai,  e  preparò  l'immaturo  line  di  sua  vila  che 
avvenne  in  Poppi,  dove  lo  avevano  relegato  al- 
l'uscir dalle  carceri  il  di  27  marzo  del  174 5.  Fu 
d'integro  costume,  di  spirilo  vivo  ed  allegro,  d'a- 
nimo fermo,  ed  eguale  ad  ogui  variare  di  circo- 
stanze, vi,   vii. 

CuaaADi  Raffaello  scultore  fiorentino  scolare 
di  Francesco  Ferrucci,  dal  quale  imparo  il  se- 
greto di  lavorare  il  porfido:  dopo  aver  falle  molle 
opere  lodevoli  vesti  l'abito  religioso  dei  PP.  cap- 
puccini. D'I.  vi. 


5 12  C    U    R. 

Curradi  Taddeo  fiorentino  detto  il  Battilo- 
ro'^ d'ogni  arte  meccanica  fu  franco  possessore, 
maltemalico,  schermitore,  suonatore  di  lira,  arte- 
fice d^ogni  istrumento  da  musica  e  bravo  sculto- 
re. Con  i  precelti  di  Balista  Baldini  lavorava  si 
bene  i  Crocifissi  che  solea  dir  Giambologna  non 
aver  pari,  anzi  se  a  lui  n'erano  ordinati  soleva 
inviare  ognuno  al  Battiloro.  Era  uomo  pio,  carita- 
tevole, e  godeva  la  grazia  del  Granduca  Francesco 
I.  Aveva  tre  figli  il  primo,  dei  quali,di  nome  Fran- 
cesco, per  la  perfezione  del  dipingere  fu  creato 
cavaliere.Gli  altri  Pietro  e  Cosimo  furono  anche 
essi  pittori.  B-l.  Ep.  vi. 

Curradi  Francesco  nato  iu  Firenze  Tanno 
1670  visse  novantun  anno, e  fu  da  natura  disposto 
alle  belle  arti.  Affidato  pertanto  alla  cura  del  pit- 
tore Batista  Baldini,  sotto  di  lui  fece  tali  avan- 
zamenti nell'arte,  che  talvolta  unì  il  suo  pennello 
a  quel  del  maestro,  o  colorì  i  suoi  disegni.  Di- 
pinse ritratti  e  quadri  ad  ornamento  delle  nobili 
case,  ma  preferì  sempre  ad  ogni  altro  i  temi  sa- 
cri. Han  sue  tele  le  nostre  chiese,  e  tra  quesle  è 
assai  lodalo  il  s.  Francesco  Saverio  in  s.  Giovan- 
nino delle  scuole  pie.  Gli  si  dà  pur  vanto  d'aver 
ben  dipinto  in  piccole  proporzioni ,  nel  qual  ge- 
nere debbono  rammentarsi  con  onore  le  glorie 
della  Maddalena,  e  il  martirio  di  Santa  Tecla, 
opere  del  suo  miglior  tempo,  le  quali  conservansi 
nella  r.  Gallerìa  di  Firenze.  R.  g.  d.  F.  vi. 

Curradisi,  ovvero  Corradim  Tiburzio  ed 
Ascanìo  oriundi  dello  stalo  senese  in  Cbiancia- 
no  ,  furono  ambedue  prodi  nelle  armi  .  Nacque 


e  t   n.  5 1 3 

Tiburzio  nel  i553,  e  nella  fervida  eia  di  anni  io 
sentendosi  trasportalo  al  mestiere  delle  armi,  si 
portò  in  Fiandra  ove  bolliva  la  guerra  per  la  ri- 
voluzione delle  provincie  unite  .  ed  essendosi 
arruolalo  al  servizio  di  S.  M.  cattolica,  dai  gradi 
minori  passò  tosto  a  quello  di  capitano  d*  infan- 
terìa. Dando  egli  prove  di  suo  valore  e  d'  incor- 
rotta fedeltà  .  ottenne  1*  onore  di  sargente  mag- 
giore delle  armi  della  città  d'  Anversa  ,  ove  gli 
furono  affidati  i  più  importanti  passi,  e  P  edifica- 
zione di  alcuni  furti  tra  la  città  di  Anversa  e  Sper. 
Circa  il  1602,  da  Alberto  infante  di  Spagna  fu 
diebiarato  luogotenente  generale  del  gran  mae- 
stro d*  artiglieria,  con  sodisfazione  grande  di  S. 
Itti  che  egli  servi  per  35  anni  senza  mai  uscir  di 
Fiandra  .  3N"è  solo  godè  le  sopra  indicate  cariche  , 
poiché  comandò  pure  a  tutte  le  genti  di  Namur 
e  sua  contea  sotto  il  conte  di  Barlemont.  Le  sue 
virtù  lo  segnalarono  in  mudo  .  da  meritargli  di- 
stinta menzione  in  Cesare  Campana, e  iiellHgur- 
geri.  Osso  di  vivere  (inalmentie  in  Fiandra  nel 
i6iGj  Q?)  di  sua  età.  Il  dì  lui  fratello  Ascanio  lo 
aiuto  nelle  sue  cariche,  ed  anch'  egli  fu  capitano 
d'infanteria  fiamminga,  distinto  pel  suo  valore,  e 
lealtà.  Mg.  Ep.   vi. 


5D 


Duini  fimifinlo  p?ttore  aretino  discepolo  di 
Spinello,  fu   ascritto  nella   compagina  dei   pittori 
Si.    Tote.    Tom.    12.  47 


5l4  .D    A    G. 

di  Firenze  Panno  1 535,  e  dopo  aver  molto  dipinto 
in  quella  ciltà  mori  nel  1080.  O-r.         Ep.  v.  vi. 

Dagomari  Paolo  soprannominato  il  geome- 
tra, e  Paolo  delTabbaco,  perchè  di  quello  come 
degli  almanacchi  fu  reputato  inventore.  Nacque 
di  nobile  stirpe  in  Prato  nel  secolo  XIV,  e  s'ac- 
quistò nelle  matematiche  grandissimo  nome.  Fi- 
lippo Villani  fa  di  esso  molti  elogi,  e  dice  che  fu 
diligentissimo  osservatore  delle  stelle  e  del  mo- 
vimentode'cieli.  e  dimostrò,  che  al  moderno  tem- 
po le  tavole  loletane  erano  o  di  poca  o  di  niuna 
utilità,  e  quelle  di  Alfonso  in  alcuna  varietà  sen- 
sibile esser  varie.  Con  somma  lode  porla  di  lui 
anche  il  Boccaccio,  e  più  che  tra  i  suoi  era  in  al- 
tissima stima  presso  le  altre  nazioni.  Il  Manni  ci 
dice  che  egli  comandò  in  un  suo  testamento,  che  i 
suoi  libri  di  astrologia  si  conservino  nel  mona- 
stero di  santa  Trinità  sotto  due  chiavi,  una  delle 
quali  pressoi  frati,  Pallia  presso  gli  eredi,  e  che 
ivi  stiano  tinche  si  trovi  qualche  valente  astrolo- 
go fiorentino,  approvato  come  tale  da  quattro 
maestrij  e  che  allora  a  lui  si  consegnino.  B.  u. 
T  ed.  Abbaco  Paolo  (deW).  v. 

Daiberto  pisano  fu  eletto  pastore  dei  suoi 
concittadini  nel  1088.  A.  non  mediocre  dottrina 
unì  animo  grande  e  singoiar  destrezza  nel  ma» 
neggio  e  nella  esecuzione  dei  più  rilevanti  affari. 
Fu  il  primo  de'vescovi  di  Pisa  eh1  ebbe  il  titolo 
di  arcivescovo.  Era  condottiero  dell'armata  pisana 
nella  prima  crociata  contro  i  turchi}  fu  legato 
apostolico  e  quindi  patriarca  di  Gerusalemme. 
Morì  nel  1107.  G-s.  iv,  v. 


DAT.  5  I  5 

Dandim  Cesare  nacque  in  Firenze  intorno 
all'anno  1095.  bell'eia  di  dieci  anni  si  pose  a  stu- 
diar disegno  sotto  la  cura  del  cavaliere  Cui  rado 
per  tre  anni,  e  già  imitava  la  maniera  del  mae- 
stro al  segno  di  non  distinguersi  fra  di  loro  quale 
opera  fosse  dell'uno,  quale  dell"  altro.  Di  là  passò 
alla  scuola  di  Cristofano  Allori,  e  quindi  a  quella 
del  Passignani,  che  lo  condusse  a  Pisa  in  aiuto  ad 
un'opera  che  doveva  eseguire  nella  cattedrale  dì 
quella  citià.  Morto  il  Passignani  tornò  Cesare  a 
Firenze,  e  non  curando  più  lo  studio  si  dette  al 
bel  tempo; 'ma  ravvedutosi  tornò  a  studiare  ed 
operare,  spargendo  le  sue  pitture  in  più  luoghi. 
Sparsasi  la  fama  della  perfezione  de'suoi  dipinti 
ne  fece  ricerca  non  solo  la  corte,  ed  i  facoltosi 
fiorentini  .  ma  eziandio  i  dilettanti  d'altre  cit- 
tà e  castelli  di  Toscana*  Tra  le  mólte  op<  re  del 
Dandoli  che  non  s'_m  qui  d  annoverarsi  per  es- 
sere in  gran  numero,  io  ne  rammenterò  soltanto 
una  delle  più  applaudite,  quella  cioè  della  pit- 
tura e  della  poesia  sedenti  sopra  le  nubi  in  allo 
di  baciarsi:  quadro  che  donò  air  accademia  dei 
pittori  eli  Firenze.  Dipingeva  un  Mosè  allorché  fa 
scaturire  l'acqua  dalla  pietra  per  confortare  il  suo 
popolo  sitibondo,  quando  fu  sorpreso  dulia  mor- 
te nell'anno  i6f>8,  e  fu  assai  compianta  la  sua  per- 
dita. Molli  giovani  studenti  bramarono  d'esser  da 
lui  diretti  nell'arte  del  dipingere., fra  i  quali  \i\i~ 
cenzo  Dandiui  di  lui  fratello,  Stefano  della  Bella. 
Alessandro  Rosi,  Antonio  Giusti. Gio.  Domenico 
Ferrucci  0  Iacopo  Giorgi.  Or  diremo  esser  stato 
il  Dandoli  nei  suoi  componimenti  di  una  dolce  e 


5l6*  D    A    !{. 

delicata  maniera,  ed  aver  condotte  le  sue  pitture 
con  gran  diligenza  e  studio,  dando  alle  teste  una 
bell'aria  e  vaghezza,  e  talvolta  spargendo  sopra 
le  medesime  alcuni  vivi  riflessi,  che  invece  di  to- 
glier loro  la  somiglianza  del  naturale,  arrecarono 
anzi  che  nò  una  somma  grazia  ed  una  vaghezza 
particolare.  S.  d'u.i\  Ep.  vi. 

Bandi  ni  Pietro  nacque  in  Firenze  V  anno 
16475  ebbe  documenti  della  pittura  dal  zio  Vin- 
cenzo Dandini,  poi  studiò  in  Venezia,  in  Modena, 
in  Bologna  e  in  Roma,  dove  fatto  pratico  nel  ma- 
neggio dei  pennelli,  con  vaghezza  di  colori,  con 
forza  nel  tingere  e  con  abbondanza  d'invenzione 
più  volte  a  olio  e  a  fresco  comparve  pubblicamente 
in  patria,  dove  fu  tanto  gradito,che  furono  sparsi 
i  suoi  quadri  in  luoghi  diversi,  particolarmente 
in  Polonia.  IVIorì  in  Firenze  nel  novembre  del 
171  a  e  lasciò  Ottaviano  il  figlio  bravo  pittore  per 
il  pubblico  e  per  il  privato,  il  quale  al  pari  del 
genitore  si  fece  granile  onore  nella  sua  patria. 
O-r.  vi. 

Dandini  Vincenzo  nato  in  Firenze  Tanno  \  607 
imparò  Parte  del  disegno  da  Cesare  suo  fratello, 
dal  Passignano  ,  infine  da  Pietro  da  Cortona  in 
Roma,  sotto  il  quale  dopo  aver  molto  tempo  di- 
segnato ebbe  un  premio  di  concorso  all'accademia 
di  s.  Luca,  e  meritò  d'esser  dichiarato  principe 
di  quell'accademia.  Mentre  si  tratteneva  in  Roma 
studiò  fondatamente  i  rottami  d^architettura  e  gli 
antichi  bassirilievi.  Copiò  anche  statue  moderne 
e  specialmente  quelle  di  Michelangiolo,  né  tra- 
lasciò di  copiare  in  matita  e  in  acquerello  le  ope- 


D    A    >\  0  17 

re  ili  Raffaello  e  di  altri  valenti  artisti.  Mediante 
tali  applicazioni,  e  la  fida  scorta  del  valoroso  mae- 
stro ,  acquistò  Vicenzo  una  franchezza  tale  nel 
disegnare,  e  una  maniera  sì  vaga  e  corretta  nel 
colorire,  che  in  breve  divenne  bravo  imitatore 
di  quella  eleganza  di  stile,  e  di  quella  nobile  in- 
venzione, ond'era  il  Cortona  riccamente  dotato. 
Tornato  in  Firenze  aprì  squola  e  frequentò  Pac- 
cademia  del  nudo,  e  dettesi  frattanto  allo  studio 
dell'anatomia  su!  cadavere.  Studiò  molto  anche 
l'architettura  civile,  la  prospettiva  e  l'ottica.  Cor- 
redato di  queste  previe  e  interessanti  cognizioni 
si  accinse  a  dimostrare  in  pubblico  la  sua  gran 
perizia  nell'arte  e  la  franchezza  che  possedeva 
nel  colorire.  Questa  prima  opera  fu  uno  sfondo 
dipinto  a  fresco  nella  real  villa  del  Poggio  Impe- 
riale, dove  di  sotto  in  su  rappresentòT  Aurora  sul 
(occhio  accompagnata  dalle  ore,  lavorata  con  si 
bella  grazia  e  leggiadrìa  e  con  macchia  sì  elefan- 
te, che  resta  sorpreso  chiunque  la  vede.  I  grandn- 
cbi  di  Toscana  detlergli  a  fare  anche  altri  lavori. 
Tali  componimeli  incontrarono  talmente  l'uni- 
\crs'ile  applauso,  che  subito  ilDandini  fu  chiama- 
to a  lavorare  in  molti  luoghi,  e  molti  furono  i 
lavori  eseguili  per  particolari  persone  e  per  di- 
^  ersi  luo-lii  dello  stato:,  mando  i  suoi  quadri  anche 
Inori  «Iella  Toscana.  Finalmente  nel  1G7J  rese 
l'anima  a  Dio.  Fu  nel  dipingere  assai  mni^t,,, 
amorevolissimo  co'suoi  scolari  e  n'ebbe  molli.  V. 
d'u.  1.  Ep.   vi. 

Duri.   l'/ifm  il  maggiore  dei  ^',lf'  &*n  (h 

47* 


5  J  S  D    A    N. 

Dante,  attese  in  patria  alla  giurisprudenza,  e  dopo 
aver  seguitato  il  padre  a  Siena  nel  tempo  del  suo 
esilio,passò  in  Bologna  a  prendere  la  laurea  dotto- 
rale, quindi  a  Verona  ove  fu  nominato  giudice 
del  comune.  Era  amicissimo  de!  Petrarca,  che  in 
una  lettera  indirizzatagli  lo  chiama  Jlorentimun 
causidicum.  Coltivò  la  poesia,  ed  alcune  sue  ri- 
me inedite  si  conservano  nei  codici  delle  librerie 
Riccardiana  e  Strozziana.  Fu  egli  il  primo  ad 
esporre  in  latino  la  Divina  Commedia  del  padre, 
la  qual  fatica  sta  inedita  in  un  bel  codice  nella 
Laurenziana.  Morì  in  Treviso  nel  i36i,  mentre 
era  vicario  del  collegio  di  Verona  e  del  potestà 
Niccolò  Giustiniani.  B.  ti.  Ep.  v. 

Dante  da  Volterra  è  nominato  dal  Crescim- 
beni  fra  i  poeti  de"1  quali  fa  menzione  nel  secolo 
XIV.  Il  Redi  che  possedeva  le-  sue  rime  Io  ram- 
menta nelle  note  al  suo  Ditirambo  ,  e  ne  parla 
ugualmente  nelle  note  alla  voce  Sonetti,ove  cita 
il  suddetto  Dante  e  molti  altri  poeti  che  fecero 
sonetti   codati.  G-c.  v. 

Dante  Alighieri.  Ved.  Alighieri. 

Dante  da  Maiana  poeta  insigne  del  suo  tem- 
po, amicissimo  di  Dante  Alighieri,  ed  a  lui  per  sue 
doti  e  qualità  singolari  carissimo.  Compose  alcu- 
ne «Canzoni  e  sonetti  scritti  a  Dante,,,  i  quali  fu- 
rono tutti  inseriti  in  una  raccolta  di  poesie  di  di- 
versi poeti  intitolate  Rime  eli  diversi  poeti  antichi 
da  Giunti  stampate,  e  poi  ristampate  in  Venezia. 
Fiori  nel  i3ao.  Quest'opera  di  Dante  va  pur  sepa- 
rata con   questo  titolo  M  Sonetti   e    canzoni  di 


D   A   R.  5r() 

Dante  da  Maiano  »,  le  quali  son  contenute  nel 
settimo  libro  dei  sonetti  e  canzoni  della  vita  nuo- 
va di  Dante,  Firenze  1527.  C-n.  Ep.  v. 
Dardano  nativo  di  Cortona,  se  Virgilio  e 
Servio  non  errano,  spacciavasi  figlio  di  Giove, 
benché  più  verìsimilmente  si  dicesse  tìglio  di 
Corito  re  di  Etruria,  e  di  Elettra  pleiade,  che  pu- 
re spacciavasi  moglie  di  Giove.  Egli  secondo  le 
genealogie  di  Clemente  Alessandrino  dovea  re- 
gnare Tanno  i5io  av.  Gesù  Cristo  mentre  avea 
4o  anni.  A.  lui  si  appropriò  la  favola,  che  avendo 
ucciso  il  proprio  fratello  Jasio  fu  costretto  ad  u- 
scire  dall'Italia  ed  a  fuggirsene  in  Samotracia.  Di 
là  passò  nella  Frigia  per  fissare  colà  la  sua  dimo- 
ra. Ivi  sposò  la  figlia  del  re  Teucro.  II  suocero  e 
il  genero  regnarono  insieme  con  una  gran  con- 
cordia, e  gettarono  i  primi  fondamenti  della  città 
di  Troia  verso  l'anno  1480  avanti  Gesù  Cristo. 
Questa  città  venne  fabbricata  fri  vicinanza  dello 
stretto  dell'Ellesponto,  e  dal  suo  fondatore  ven- 
ne appellata  Dardana,  e  dette  il  nome  di  Da  rd  ari  Fa 
al  paese  che  faceva  parte  della  Troade ,  d"  onde 
poi  ne  venne  la  denominazione  de'Oardanélli.  />. 

s.  IT. 

Dati  Agostino  nominato  dal  Sansovino  nella 
sua  cronaca  per  letterato  che  fiori  circa  al  1460. 
Fu  figlio  di  Niccolò  di  Cecco  di  Matteo  Dati  no- 
bile senese  che  mori  nel  i{56,  nm  secondo  il  Fa- 
bricio,  nel  i479-  *'rn  eloquente  oratore  Vi  fi  lì 
lui  un  volume  di  „  Orazioni  latine  stampato  in 
Siena  nel  i'So3„;coti  altre  „  Orazioni  volgari  „.  Vi 
è  par  Unente  1111'impcrfelta  „  Storia  di  Siena  in  li- 


5ilO  DAT. 

bri  tre  „;  „  I/istoria  di  Piombino  n\  „  Straniata 
sive  miscellanea  critica  et  pliilosopliica  ^  un 
„  Trattato  imperfetto  deirim mortalità  dell'ani- 
ma „;  varie  „  Epistole  ^  un  libretto  intitolato 
»,  Augustini  Dati  senensis  Isagocicus  libellus 
in  eloquenti ae pvecepta  „  con  la  prefazione  di  Bo- 
naccorso  pisano,  Dlilano  1476.  Altra  edizione  pu- 
re del  secolo  XV  esiste  nella  i>la°liabeclnana  col 
titolo  „  Augustini  Dati  opera  omnia».  B-s.  Ep.v. 

Dati  Leonardo  tìglio  tV  Anastasio  frate  del- 
l'ordine dei  predicatori  umanista,  teologo,  poeta  e 
predicatore.  Fu  d'esemplari  costumi.  Godè  lutti  i 
gradi  di  sua  religione,  maestro  del  sacro  palazzo  e 
teologo  del  papa.  Era  pure  cardinale  in  petto  del 
papa  quando  mon.  Fu  presente  al  concilio  di  Co- 
stanza, e  fu  il  primo  degli  eletti  della  nazione  ita- 
liana per  soprannumero  al  collegio  dei  cardinali. 
Scrisse  sopra  le  Sacre  Scritture^  con  sì  grande 
spirito,  quanto  Tinterpelrasse  mai  altro  teologo 
illustre.  Compose  un1  opera  intitolata  „  Petitio- 
nes  ,.:  opera  molto  utile  peri  predicatori  e  teologi 
ma  finora  è  manoscritta  „  Conciones  de  tempore 
et  Sanctis  „y  „  Orationes  in  Costansiniensi  con- 
cilio habitus  n$  „  Sermones  de  passione  C liristi 
seu  dejlagellis  „/  ,.  Sermones  de  D.  M.  semper 
Virg.  „  Sermones  festivo?  „  .  Morì  nel  \^%o  . 
C-n.  v. 

Dati  Gregorio  di  Domenico  fratello  del  poeta 
Leonardo,  e  poeta  singolare  ancrTesso.  storico  ce- 
lebre, matematico  insigne  ed  astrologo  egregio, 
come  attesta  il  Monaldi-  nella  sua  storia.  Oltre  le 
opere  sue,che  apertamente  favellano,le  di  lui  virtù 


d  a  t.  5ai 

mostrando,  volgarizzò  e  messe  in  ottava  rima  la 
sfera  composta  da  messer  Leonardo  Dati, la  quale 
è  stampata  in  Firenze  più  volte.  Valerio  Massimo 
de'  detti  e  fa U i  memorabili  tradotti  di  latino  in 
toscano,  Venezia  1 547-  Gli  annali  di  Cornelio 
Tacito  de' fatti  e  guerre  de'romani  così  civili  co- 
me esterne,  seguite  dalla  morte  di  Cesare  Augu- 
sto per  fino  all'imperio  di  Vespasiano,  tradotti  di 
latino  in  lingua  toscana,  Venezia  1698.  Scrisse 
ancora  la  „  Storia  detta  del  conte  di  Virtù,,  la  quale 
è  divisa  in  tre  volumi ,  che  manoscritti  nella  li- 
breria di  s.  Lorenzo  conservansi.  Fiori  nel  1470. 
C-rc.  Ep.  v. 

Dati  Carlo  celebre  fra  gli  accademici  della 
Crusca.  Fu  onorato  con  regali  da  Lodovico  XIV 
re  di  Francia  pel  suo  merito  letterario.  Fece 
moili  componimenti  e  la  sua  prim'opera  fu  un 
„Discorso  intorno  agl'indovinelli  stampati  in  prin- 
cipio della  Sfinge  del  Malatesti  „,  di  poi  un  bel ,,  Di- 
scorso delPobblig>  di  ben  parlar  la  lingua  propria, 
Firenze  1G57  „.  Fece  stampar  le  prose*  fiorentine 
parte  1.  In  principio  di  esse  è  una  sua  lunga  pre- 
lazione indifesa  «Iella  nostra  lingua,  Firenze  166 15 
che  fu  una  raccolta  di  varie  lezioni  toscane*  pa- 
negirici „  Dello  Iodi  del  commendatore  Cassiano 
del  Pozzo,  Firenze  „•  „  Delle  lodi  del  re  Cristia- 
nissimo, Firenze  „:  „  Vite  delittori  antichi,  Fi- 
renze iC<Ì7  „:  „La  pace, selva  epitalamica,  i655  „; 
„  Lettera  al  Filaleti  sotto  nome  di  Timauco  An- 
ziiiio.  Firenze  iG63„.  Ma  di  questa  lettera  egli  pen- 
tivasi  d^  averla  data  troppo  immaturamente,  e 
senza  posato  esame.    .,  Fsequiedi  Luigi  \lll    ro 


522  DAT. 

di  Francia,  Firenze  i645„.  Lasciò  manoscritte  „Le 
Veglie  toscane,  che  poi  sono  slate  spezzatamente 
stampale  „:  „  Frammenti  del  capitolare  di  Lotta- 
rio  imperatore  tratti  da  una  carta  manoscritta  di 
Cosimo  della  Rena,  Firenze  i6;3  „}„Poesìe  diver- 
se „*  ed  un  volumetto  che  egli  donò  al  Magliabe- 
chi  ove  si  leggevano  „  Burle,  Motti,  ec.  „}„  Com- 
menti sopra  i  simboli  di  Pi tt agora  „;  „  L'amante 
piagnone, poesia  sopra  Girolamo  Signorelli  libraio 
bagnato  dalla  sua  dama.  Mori  circa  il  1678.  Non 
era  ignaro  né  trascurato  nemmeno  nell'accudire 
fruttuosamente  a  vari  rami  di  domestica  econo- 
mìa. Aveva  fondato  egli  slesso  un  negozio  di  ori- 
ficeria  e  v'invigilava  da  buon  padre  di  famiglia. 
Era  solito  ricrearsi  dalle  assidue  cure  con  deli- 
cali  notturni  simposi,  ove  in  compagnia  di  colti 
e  candidi  amici  si  abbandonava  ad  una  innocente 
allegria.  C-n.  C-r.  Ep.  vi. 

Dati  Giulio  scrisse  la  „  Storia  de'piacevoli  e 
piattelli,,.  Sta  manoscritta  nella  Magliabechiana. 
„  Lamento  di  Parione,  Firenze  1696  ,,.  Fu  stam- 
pato senza  sua  saputa,  e  per  ischerzo  mandato  a 
vendere  dai  ciechi  per  le  vie.  „  Satire  manoscrit- 
te,,, una  delle  quali  è  diretta  al  dottissimo  Lodo- 
vico delle  Colombe  „.  Visse  nel  1620  e  fu  gran^ 
dissimo  amico  del  Chiabrera.,,  llime„  MS.  cella 
Magliabechiana.  \  piacevoli  e  piattelli  erano  due 
accademie  di  cacciatori  che  facevano  a  gara  an- 
dando a  caccia  a  chi  fatta  avesse  maggior  preda, di- 
sfidandosi e  determinando  i  giorni  della  caccia. 
Quello  che  rimaneva  superiore  nella  preda  faceva 
l'entrata  solenne  iu  città  colla  caccia  illuminata  a 


d  a  v.  5a3 

granate  accese,  facendosi  di  notte.  Si  facevano 
quindi  vicendevolmente  l'intimazione  Tuna  l'altra 
del  luogo  dove  volevano  andare,  e  questa  perchè 
fosse  più  numerosa  di  cacciatori  si  faceva  sempre 
in  giorno  festivo  per  divertimento  della  gioven- 
tù. C-n.  JEp,  vi. 
Davakzati  Bernardo  uacque  in  Firenze  nel 
1529.  Mollo  giovane  impiegò  il  suo  ingegno  nello 
studio  delle  belle  lettere,  accompagnando  ad  es- 
so l'indignazione  per  la  mercatura  .  Coperse  le 
magistrature:,  amò  il  favellare  conciso,  saporito, 
e  sentenzioso^  sprezzava  le  lodi  delle  cose  sue, 
stimandole  sempre  imperfette,  e  gli  errori  altrui 
biasimava  più  col  tacere  che  col  riprenderli.  In- 
tese la  lingua  latina  e  la  greca,  e  sopra  lutti  gli 
altri  classici,  gli  piacque  Orazio  e  Tacito.  Fu  so- 
cio dell'accademia  degli  Alterati  e  della  Crusca^ 
scrisse  nel  nativo  idioma  con  eleganza,  brevità,  e 
giudizio,  e  scrisse  di  cose  utilissime.  Tradusse  gli 
annali  di  Caio  Cornelio  Tacilo  insieme  colla  sto- 
ria. Firenze  16$  1,  e  vi  fece  le  postille.  Fu  lavoro 
di  gara  perchè  volendo  un  francese  esaltare  la  sua 
liugua  sopra  lealtre.fece  vedere  Bernardo  in  que- 
sta traduzione  la  nostra  esser  più  breve  della  la- 
tina, ove  era  Tolto  percento  di  più  che  nel  tosca- 
no, e  nel  francese  intorno  al  60.  Scrisse  anche 
„  L'imperio  di  Tiberio  Cesare  di  Tacito  in  italia- 
no, Firenze  1600  „^„  Scisma  d'Inghilterra,  Fi- 
renze i638,  Roma  i6oa„.Vi  sono  anche  altre  suo 
operette  cioè  „  Notizia  dei  cambi  ed  una  lezione 
delle  monete  fatta  l'anuo  i588  „*,  „  Orazione  in 


524  D  A  v* 

morte  del  granduca  Cosimo  I,  recitata  nelPacca- 
demia  degli  Alterali,  Firenze  1 56 1  „*,  „  Epitaffio 
d'Andrea  del  Sarto  pittore,  descritto  nel  riposo 
del  Borghi  ni  „$  „  Vita  di  Giuliano  Davauzati  suo 
antenato  „:  la  prima  edizione  dello  scisma  fu  poi 
fatta  in  Roma  da  per  sé,  perchè  in  Firenze  non 
volevano  permetterne  la  slampa  .  Dalla  lezione 
delle  monete  si  vede  che  Bernardo  ebbe  cogni- 
zione della  circolazione  del  sangue,  dicendo  in  es- 
sa le  seguenti  parole:  —  perchè  siccome  il  sangue 
ch'è  il  sugo  e  la  sostanza  del  cibo  nel  corpo  na- 
turale correndo  per  le  vene  grosse  nelle  minute, 
annaffia  tutta  la  carne  ed  ella  il  si  bee  ec.  ,—  da  ciò 
si  cava  non  essere  invenzione  dell'Harveo,  bensì 
conosciuta  avanti  di  lui,  ma  non  considerala  che 
da  lui  solo  è  minutamente  esaminata  .  Vi  so- 
no anche  varie  lettere  dirette  a  Bellisario  Bulga- 
rini,  e  ad  altri.  Di  esso  parlano  molli  rinomati 
scrittori:  morì  nel  i6oG_neiretà  di  77  anni.  E. 
d'u.  i.  C~n.  Ep.  v.  vi. 

Davanzati  Francesco  poeta  fiorentino  com- 
pose molti  versi,  e  fra  essi  hanno  il  benefizio 
della  stampa  goduto  alcune»  Rime,,  stampate  fra 
quelle  di  diversi,  Venezia,  i55(»ed  Ivi  i586.  Co- 
me anche  alcuni  sonetti  nella  scelta  nuova  di 
Rime  dei  più  illustri  poeti  del  suo  tempo  falla 
da  Girolamo  Ruscelli,  Venezia  1373.  C-n.        vi. 

Davanzato  beato  nacque  nel  castello  di  Se- 
mifonte,  e  fu  discepolo  del  beato  Lucchese  dello 
ordine  dei  frati  minori,  e  portò  egli  pure  tutto  il 
tempo  di  sua  vita  l'abito  del  teiV  ordine  di  S3n 


d  a  v.  5a5 

Francesco:  fu  in  seguito  di  tempo  sacerdote  e  ret- 
tore di  santa  Lucia  e  vi  condusse  vita  ritirata,  ro- 
mitica  ed  esemplare.  R-z.  Ep.  v. 

David  beato  fiorentino  fiorì  intorno  al  principio 
del  secolo  XII.  Era  un  giovine  di  grandissimo  ta- 
lento e  di  ottimi  costumi.  Fu  mandato  agli  studi 
in  Parigi  secondo  l'uso  di  quei  tempi, ma  egli  im- 
battutosi nell'abate  di  Chiaravalie  s.  Bernardo,  e 
sentendo  con  quanta  energia  parlasse  egli  della 
vanità  derbeni  tcneni  e  della  eterna  durazione  dei 
celesti,  s'invogliò  subito  di  abbandonare  il  mon- 
do, e  consaciarsi  a  Dio.  Vesti  perciò  l'abito  cir- 
stercense,  e  divenne  un  esemplare  della  vita  mo- 
nastica. Fondò  per  ordine  di  s.  Bernardo  una  Ba- 
dia in  Emmairode,  ove  poi  visse  molli  anni  con 
gran  sani  ila  di  vita,  e  gran  penitenza.  Si  tiene 
ques'.o  santo  per  discepolo  di  s.  Bernardo,  e  morì 
Tanno  1 179   B-c.  v. 

Dazzi  Andrea  nacque  in  Firenze  nel  nov.  del 
i/}75,  e  divenne  chiaro  ed  illustre  ornamento  del- 
la sua  patria  e  della  fiorentina  accademia.  Giun- 
to appena  alTelà  capace  di  apprendere  le  liberali 
discipline,  fu  posto  sotto  la  direzione  del  dot- 
tissimo segretario  della  repubblica  fiorentina  Mar- 
cello Virgilio,  dal  quale  con  incredibile  progresso 
apprese  le  umane  lettere,  l'eloquenza  e  la  poesia. 
In  età  di  17  anni  compose  un  vago  poemetto 
divido  in  tre  libri,  intitolalo  „  Atluromyoiwi- 
rìiid  ,,.  pubblicato  da  Michelangiolo  Serafini.  At- 
tese pure  allo  studio  della  musica,  ed  imp:nu  sot-"] 
lo  il  famoso  Varino  le  lettere  greche.  Tanto  fu  il 
credito  di  sua  dottrina  nel  greco  idiomi,  che  di 

SL   Tose.   Tom,  12.  4* 


5a6  d  a  z. 

27  anni  fu  destinato  successore  al  soprniodato 
Marcello  nell'onorevole  dignità  di  professore  e 
d'interpetre  delle  greche  e  romane  scritture.  Fu 
il  primo  che  si  accingesse  alla  greca  letteratura, 
ed  espose  pubblicamente  Omero}  tradusse  nella 
latina  lingua  Diodoro  Siculo,  e  l'Argonautica  di 
Apollonio  Rodio}  molti  greci  epigrammi  di  cele- 
bri antichi  poeti  rendè  latini,  e  similmente  bel- 
lissimi epigrammi  greci  compose,  alcuni  dei  quali 
il  celebre  A.nlon  (Viaria  Salvini  si  era  preso  il  pia- 
cere di  tradurre  in  altrettanti  latini  epigrammi. 
Moltissimi  pure  sono  i  di  lui  latini  poetici  com- 
ponimenti, che  egli  in  vari  tempi  scrisse  a*suoi 
amici  ed  altri  illustri  personaggi,  e  che  il  di  lui 
figlio  Giovanni  pubblicò  e  dedicò  al  duca  II  Co- 
simo defedici,  In  età  di  anni  38  assalito  da  lun- 
ga e  pericolosa  malattia  restò  privo  della  vista, 
per  cui  abbandonò  le  pubbliche  lezioni, non  lascian- 
do però  di  coltivare  gli  ameni  studi.  Recitò  in  vari 
tempi  alcune  sue  lezioni;  e  ad  insinuazione  del 
prelodato  duca,  si  pose  ad  insegnar  di  nuovo  in 
patria  lettere  greche  e  latine,  JXelP  anno  1548, 
mentre  godeva  la  carica  di  censore  della  fiorentina 
accademia,  fu  rapito  dalla  morte  con  universale 
dispiacimento,  e  per  i  suoi  meriti  fu  pubblicamen- 
te onorata  la  di  lui  memoria.  E.  d'u.  i.  Ep.s,  vi. 
Dei  Giovanni  Battista  genealogista  di  To» 
scana  nato  in  Firenze  nel  1702,  ed  ivi  morto  nel 
feb.  del  1789.  Fu  direttore  dell*  archivio  segreto 
del  principe  Ferdinando,  e  non  solo  dotto  nella 
scienza  araldica  e  genealogica,  ma  istruito  altresì 
nella  storia  della  sua  patria.  V  antiquario  dello 


DEI.  527 

imperatore  Francesco  I  gli  fu  debitore  di  molti 
lumi  importanti,  ed  il  gabinetto  imperiale  di  Vien- 
na di  antiche  monete  rare .  Pose  in  ordine  i  più 
degli  archivi  di  Firenze,  e  formò  gli  alberi  genea- 
logici di  molte  famiglie  illustri.  Tra  quelli  che  gli 
fecero  più  onore  v'è  quello  della  casa  ducale  dei 
Medici  stampato  nel  1761.  B.  u.  Ep.  vi,  vii. 

Dei  Benedetto  diligente  osservatore  di  ciò  che 
alla  giornata  occorreva,  ond'è  che  con  assiduità 
scrisse  una  „  Cronica  fiorentina  manoscritta,,.  Nel 
fine  vi  sono  alcuni  ricordi  di  Firenze, nella  libreria 
del  Granduca  dall'anno  1400  fino  al  i5oo,  nel  qual 
tempo  la  città  fece  i  fatti  maggiori  e  più  grandi. 
„  Raccolta  dei  casati  nobili  di  Firenze  veduti  e 
seduti  finoairar.no  1476  „}  sta  nella  Biblioteca 
Magliabeehiana  „  Frammenti  della  storia  fiorenti- 
na  MS.  in  delta  biblioteca.  C-n.  v. 

D'Elci.  Fed.  ElcL 

Dello  pittore  e  scultore  fiorentino  ,  lavorò 
piccole  figure  sopra  le  tavole  e  sopra  gli  armari. 
Andò  nelle  Spagne,  e  fu  così  caro  al  re  che  nel  par^ 
tire  lo  dichiarò  cavaliere.  Ritornato  alla  patria  ebbe 
gran  contrasto  per  la  confermazione  dei  suoi  pri- 
vilegi, perlochè  scrisse  al  re  ,  il  quale  favorillo 
presso  quella  signoria,  e  ne  conseguì  il  suo  inten- 
to. Ritornò  poi  nelle  Spagne,  dove  dipingeva  co! 
grembiule  di  broccato  d'oro,  e  ivi  in  età  di  49  an- 
ni morì.  V-s.  r. 

Desidebi  Ippolito  gesuita  nato  a  Pistoia  nel 
1G84 ?  fu  niandato  nell'india  nel  1712.  fisMf]  In 
stato  destinalo  alla  missione  del  Tibet,  andò  a 
Goa  a  Surate  in  gennaio  del  1714.  Obbligato  a 


5a8  d  e  s. 

soggiornare  in  quella  città  v'imparò  la  lingua  per- 
siana. Recossi  in  seguito  a  Delby,  e  di  là  col  pa- 
dre Freyre  al  Cachemir.  Il  Desideri  voleva  scopri- 
re una  strada  onde  andare  alla  Chiua  dalla  parte 
del  Tibet.  Gli  si  parlò  di  due  Tibet,  il  piccolo  Ti- 
bet o  Baltistan  a  settentrione  di  Cachemir,  ed  il 
gran  Tibet  o  Boutan.  Partirono  i  missionari  del 
Cachemir ,  ed  in  quaranta  giorni  arrivarono  a 
Latac  capitale  di  un  regno  che  forma  parte  del  se* 
condo Tibet.  Il  Desideri  fu  considerato  dal  ree  dai 
suoi  cortigiani  per  un  lama  europeo,  e  gli  dissero 
che  il  loro  libro  somigliava  al  suo,  Cominciò  a  stu- 
diare la  lingua  del  paese,  sperando  di  fissare  il  sog- 
giorno a  Latac,  allorché  apprese  che  ei'avi  un  terzo 
Tibet,  chiamato  altresì  Lassa.  Deliberò  di  farne 
la  scoperta,  e  dopo  un  cam  mino  di  sei  mesi  per 
luoghi  deserti  i  missionari  entrarono  in  Lassa  nel 
marzo  del  1716 .  Ippolito  vi  rimase  fino  at  1727^ 
non  ostante  i  disgusti  d'ogni  genere  che  provava. 
Dopo  questo  tempo  fu  dal  papa  richiamato  a  Roma 
ove  morì  nel  1733.  È  sua  una  lettera  nel  tomo 
XII  delle  lettere  edificanti,  ed  uu  altra  che  Zac- 
caria ha  inserita  per  intiero  nel  libro  intitolato 
Biblioteca  pistoriensis  .  Il  Desideri  si  occupò 
ad  osservare  !a  conformità  della  nostra  religione 
con  quella  dei  Tibetani.  La  sua  strada  tiene  i»l 
mezzo  fra  quella  dpi  padri  d'Orville  e  Gruaber,  e 
quella  del  padre  Goes.  Essa  è  più  diretta  e  fa  co- 
noscere regioni  non  visitate  da''  viaggiatori  in- 
glesi, che  verso  la  fine  del  secolo  XVIII  andaro- 
no  dal  Bengala  al  Tibet.  Ha  tradotto  in  latino  il 
frangiar  0  Sa  borio,  lihro  che  presso  &li  abitanti 


D    E    S.  52Q 

del   Tibet  ha    la  medesima  autorità  delia  sacra 
scrittura  fra  i  cristiani.  B.  u.  Ep.  vi,  vii. 

Desiderio   da  Settignano.  Ved.  Settignano. 

Diacceto  Angiolo  (da)  domenicano.  Fu  cin- 
que volte  vicario  generale  del  suo  ordine,  e  due 
volte  per  atti  pubblici  rinunziò  il  vescovado  di 
Fiesole,  che  poi  il  papa  Pio  V  gli  fece  accettare 
per  santa  obbedienza,  e  in  fine  lo  rinunziò  al  ni- 
pote suo  Francesco.  Tn  gioventù  lesse  filosofìa 
tra"1  suoi  frali,  ed  avendo  vissuto  anni  81  venne  a 
morte  Tanno  1674,  a  s.  Domenico  di  Fiesole,  dove 
preso  aveva  Panilo.  B-s.  v,  vi. 

Divcceto.  Ved.  Cattarli. 

Dm  Francesco  di  Lucignano  avvocato,  au- 
ditore della  ruota  di  Perugia.  Bologna,  Genova  e 
Lucca,  scrisse  „  Antiquitatum  Etruriae,  seu  de 
fiitu  Clanarum  fragmenta.  historica,  deque  re- 
bus feliciter  gestis  ci  vitati*  aretinae,  clusinae 
ac  cortonensis  curii  senensibus,  Jlorentinis  e.r- 
terisque,  Siena  169G  ,,}  „  Fastorum  variorum- 
que  carminimi  lib.  FI/,  mira  carminis  elegan- 
tia  ac  ossidiana  facilitate  congesti  etc.  Venezia 
1701  .,:  „  De  antiquitntibus  umbrorum  ,  tu- 
scorumque  sede  ac  imperio,  deque  Oa/ttej'io  <t 
camertibus  a  Syllu  e or ci  sì s  dissertatio  /ustori- 
c.a  adversus  opiniones  Biondi.  Aldi^  Sigonii 
Cluveri  .  /'.  Papebrocliii  sor.  Jesu  ac  recen- 
tioriun,  in  qua pluics  inscriptinnes  gruterinnae 
stdidissimis  fundamentis  ad  rrisim  rrvnrantur 
e&fej  Venezia  1701  „.'  »  Ars  poetica  in  plurihn* 
ditsertationibus  comìcas^  pastoritins.  trnyiras. 

Il    KJU -nmir,is\    Tlissi,    tionerrlli.    l'etri   (ninniti. 

48* 


53o  D    l    !f. 

Guarirai ,  aliorumque  etc.  perquisita  et  indi~ 
cata^  Lucca  171$  ,,5  scrisse  anche  „  Findiciae 
auctorum  s.  Venantiiet  s.  Meletii  in  duabus  dis- 
sertai ionìbiis,  Venezia  1701  „/„  De  translatione 
s.  Bartolommaei  responsiva  eminentiss.  et  sa- 
pientiss.  D.card.  Ursinio,  Venetiis  ijoi  „:„ Poe- 
sie liriche  in  sua  assenza  stampate  in  Venezia 
1701  „  „;  Vita  di  Mecenate:  critica  di  Seneca,  Ve- 
nezia 1 702,  „  5  „  Responsiones  ad  eroides  0<>i- 
dii  iterum  impressae,  Fuligno  171 2-  „/  „  Deci- 
siories  rotae  bononiensis  :  Decisiortes  crimina- 
les,  Lucca  17 13  ».  P-s.  Ep.  v. 

Dino  da  Mugello  net  territorio  di  Firenze  , 
nacque  nel  secolo  XIII.  Oscurò  con  la  sua  ripu- 
tazione quella  di  tutti  i  giureconsulti  che  l'ave- 
vano preceduto.  Professò  il  dritto  a  Bologna,  e 
divenne  celebre  per  la  grande  facilità  deprimer- 
si, per  la  vivacità  del  suo  spirito  e  perla  chiarezza 
della  sua  dizione.  Bonifazio  Vili  papa  Io  adoprò 
insieme  con  Riccardo  da  Siena  nella  compilazione 
del  sesto  libr.  delle  decretati.  Morì  nel  i$i3$  al- 
cuni dicono  da  lento  veleno,  altri  dal  dolore  di 
non  avere  ottenuta  la  porpora  romana,  di  cui  vide 
insignito  Riccardo  suo  cooperatore.  B.  u.  v. 

DiOTisiLvi  sicuramente  italiano,  ma  probabil- 
mente pisano,  mentre  fu  Parchitetto  del  famoso 
battistero  di  Pisa  elevato  dai  fondamenti  fin  dal- 
l'anno 11 52.  Si  volle  da  qualche  scrittore  che  la 
sua  patria  fosse  Siena,  ed  egli  della  nobile  fami- 
glia Petroni  ,  (  padre  della  Valle  ;  lettere  senesi  ) 
ma  i  pisani  lo  rivendicano  tuttora  alla  lor  patria. 
(  Morrona  Pisa  illustrata  ).  La  celebrità  di   quel 


DOC.  53  E 

tempio  da  lui  architettato  lo  rendon  famoso  al 
pari  di  Kuschetto  ,  tP  Arnolfo  e  di  Giovanni  da 
Pisa  suoi  contemporanei    C-c.  Ep.  v. 

Docci  Tommaso  senese  prof.di  giurisprudenza 
nella  patria  università,  fu  uomo  meritevole  di  o- 
gni  lode,  dotato  di  ogni  virtù,  e  chiaro  per  1  a  sua 
dottrini,  giustizia  e  probità.  L'Italia  non  solo,  ma 
le  oltramontane,  e  oltra  marine  nazioni  tenevano 
in  stima  e  venerazione  Inscienza  legale  del  Doc- 
ci in  guisa  tale,  che  attratti  dati  a  fama  di  un  tan- 
t'uomo,  molli  francesi,  tedeschi,  spagnuoli,  ingle- 
si, e  da  altre  parti  del  mondo,  venivano  in  Siena 
ad  attingere  la  di  lui  dottrina.  La  sua  casa,  a  gui- 
sa del  delfico  tempio,  era  frequentata  sin  dagli 
abitatori  delle  più  lontane  parli  della  terra,  i  quali 
ad  esso  venivano  per  chiederle  consiglio  in  diffi- 
cilissimi affari,  le  di  cui  risposte  eran  giustamen- 
te stimate  come  risposte  d1  oracolo,  per  cui  si 
inerite  il  titolo  di  dottore  della  verità.  Sostenne 
il  Docci  i  più  eminenti  onori  della  repubblica.  Fu 
sommamente  accetto  a  Pio  II,  «lei  quale  fu  pre- 
rettore:  ed  il  dolore  generale  sentito  per  la  sua 
perdita,  prova  abbastanza  quanto  fosse  caro  an- 
che alla  patria.  La  morte  di  un  tanfuorao,  acca- 
duta nel  sessantesimo  anno  delPelà  sua,  fu  lut- 
tuosa ai  cittadini,  acerba  alla  patria,  grave  n  tutti 
i  buoni.  V-t.  v. 

Dolci  Carlo  e  per  vezzo  detto  Carlino  pfttor 
fiorentino:  mentre  seguiva  il  merito  del  Rosselli 
solto  Iacopo  Vignali  per  un  suo  pnrlicoHr  talen- 
to paziente  perfezionò  il  metodo  del  raposqu •>'  i. 
eolh'jiìsv»  il  maestro  colPestrema  diligenza  il 


532,  D   o   t. 

conilurre  a  termine  con  inesprimibile  amore,  non 
che  le  carni,  ma  anche  le  vesti  e  ogni  più  minu- 
to particolare  dei  suoi  dipinti.  Congiunse  a  que- 
sta molta  intelligenza  del  chiaroscuro,  e  dell'ar- 
monia, una  vaga  scelta  di  arie  gentili,  di  graziose 
forme,  un  disinvolto  carattere  di  disegno,  un  va- 
riar di  tinte,  e  ciò  che  più  sorprende  un  colorito 
franco,  e  nel  tempo  stesso  pieno  di  morbidezza. 
Or  chi  non  vede  un  cuore  che  anela  al  cielo  nel- 
la sua  s.  Maria  Maddalena  della  r.  Galleria  di  Fi- 
renze? Chi  non  ammira  la  verace  penitenza  di 
quelle  lacrime  del  s.  Pietro  che  ivi  pure  conser- 
vasi? Chi  non  ravvisa  il  desiderio  di  riunirsi  al 
suo  Dio  nel  s.  Andrea  della  R.  Galleria  de"  Pitti? 
Chi  in  somma  non  frova  in  ogni  opera  del  Dolci 
delineati  al  vero  i  dolci  sentimenti  di  un'anima 
ben  fatta?  La  ricerca  che  in  ogni  tempo  si  fece  di 
sue  opere  non  riuscivano  a  far  paghi  i  tanti  ama- 
tori che  ognora  ne  andarono,  e  ne  vanno  in  cer- 
ea, per  l'emozione  che  destano  nei  nostri  sensi. 
Lo  stesso  granduca  n'ebbe  tale  stima,  che  lo  spe- 
dì a  Ispruch  per  servire  colla  sua  arte  l'arcidu- 
chessa Claudia  Felice  destinata  sposa  all'impera- 
tore Ferdinando  I,  e  ne  fu  ricolmalo  di  benetieen- 
ze.  in  ultimo  è  nota  per  merito  la  poesia  del  Cor- 
sini, e'1  quadro  della  B.  Vergine  che  presenta  il 
ritratto  di  s.  Domenico  ai  religiosi  di  lui.  Tenne 
in  line  disgraziatamente  attaccato  da  una  fredda 
ipocondria,  che  non  servivano  a  trarnelo  né  le  te- 
nere cure  della  consorte,  dei  figli,  e  degli  amici, 
né  il  pietoso  interesse  che  i  grandi  e  persino  lo 
stesso    sovrano    prendevano  di  sua   saltile..  Per 


d  o  i.  533 

questa  perdendo  egli  a  poco  a  poco  le  forze  della 
vila,  e  le  facoltà  morali,  si  condusse  finalmente 
all'eternità  nel  1686  per  godervi  il  premio  di  sue 
virtù  praticate  pel  corso  di  70  anni.  Onorio  Mari- 
nari suo  cugino  si  accoslò  molto  al  suo  stile.  R. 
g.  d.  F.  Ep.  vi. 

Dolcibene  Buffone  il  quale  fu  sì  celebre  nel- 
le  facezie  e  sì  arguto  nelTinventarle,  che  si  rese 
a  Carlo  IV  imperatore  carissimo,  e  come  buffone 
regio  il  (e  coronare,  come  attesta  il  Villani  nelle 
vite  degli  uomini  illustri  manoscritte.  Fiorì  nel 
i35o.  C-u.  v. 

Domenica  suora  venerabile  figlia  di  un  orto- 
lano delle  monache  del  Paradiso  fuori  della  porta 
a  s.  Niccolò  di  Firenze.  Ebbe  in  animo  di  ritirarsi 
dal  mondo  con  altre  vergini,  e  fino  dalla  sua  fan- 
ciullezza Irattennesi  in  varie  case  e  monasteri,  e 
quand'era  in  Candeli  monaca  servigiala  passò  ad 
un  nuovo  monastero  fabbricato  con  limosine,  det- 
to poi  la  Crocetta,  ed  ivi  si  stabili  con  altre  undici 
fanciulle  vestite  nel  i5  16  coIPahito  di  s.  Dome- 
nico ,  avendo  per  loro  parlicolar  distintivo  una 
crocetta  rossa  nell'abito;  e  dopo  aver  fondato 
quel  monastero  suor  Domenica  del  Paradiso  ces- 
sò di  vivere  l'anno  i553,  avendo  vissuto  79  anni. 

n-z  vi. 

Domenico  di  Fililppo  fiorentino  si  distinse  nel- 
Tarte  d1  intagliare  in  legno  avendo  eseguiti  con 
Giovanni  da  Montepulciano  gl'intagli  del  coro,  i 
sedili,  il  seggio  e  le  sedie  dell'ebdomadario  virine 
all'aitar  maggiore  del  Duomo  di  Siena  l'anno  1 578. 
C-c.  vi,  vii. 


534  D   O  M. 

Domenico  Frate  da  Pistoia  e  Frate  Piero  da 
Pisa.  Questi  due  religiosi  domenicani  furono  ce- 
lebri stampatori  nel  secolo  XV,  e  le  loro  edizioni 
sono  adesso  in  grandissimo  pregio.  Una  comincia 
—  Al  nome  di  Gesù  Cristo  crucitixo  e  di  Maria 
dolce.  Comincia  el  prologo  della  infrascripta  le- 
genda della  mirabile  Vergine  Beata  Caterina  da 
Siena  suora  della  penitenlia  di  santo  Domenicho 
Anno  Domini  1477  al  monastero  di  s.  Iacopo  di 
Ripoli  delPordine  d^'frati  predicatori.  —  Stampa- 
rono ancora  il  libro  intitolato;  Donati  Acciaioli 
fiorentini  expositio  super  libro s  Etnicorum  A- 
ristotelis  in  novam  tradutionem  Argiropali  Bi- 
santii,  in  fine  al  quale  è  posta  la  nota  degl'impres- 
sori così:  Impressimi  Florentiae  apud  sanctum 
lacobum  de  Ripoli  i47$-  V'è  anche  il  proemio 
di  messer  Francesco  Petrarca  nel  libro  degli  im- 
peratori e  pontefici,  con  questo  titolo  —  Incomin- 
ciano le  vite  dei  pontefici  ed  imperatori  romani 
composto  da  messer  Francesco  Pelrarcha  ec.  fino 
alPanno  1478.  Impressimi  Florentiae  apud  san- 
etimi  lacobum  de  Ripoli  anno  Domini  ifo&.B-s. 

Ep.  v. 

Donatello  diminutivo  di  Donato  fiorentino 
scultore,  statuario,  pratico  stuccatore^valente  ar- 
chitetto e  prospettivista  nacque  dopo  il  1 383.  Fu 
il  primo  che  sopra'gli  altri  avanzandosi  a  questo 
nobil  segno  la  condusse  con  la  sola  scorta  delle 
proprie  osservazioni,  giacché  ne'suoi  tempi  le  più 
perfette  sculture  greche  eran  sepolte  fra  le  rovine. 
Perchè  nato  di  poveri  genitori  fu  protetto  dalla 
famiglia  Martelli,  e  posto  da  lei  sotto  la  direzione 


don.  5  35 

di  Lorenzo  di  Bicci  ad  imparare  il  disegno.  La 
prima  opera  che  rese  celebre  Donatello,  siccome 
per  lo  avanti  avea  lavorato  nelle  case  private,  fu 
un'Annunziata  di  macigno  posta  all'altare  e  cap- 
pella dei  Cavalcanti  in  santa  Croce.  É  bellissimo 
il  sepolcro  ohe  per  ordine  di  Cosimo  Padre  della 
patria  eresse  nel  tempio  di  s.  Giovanni  a  Giovan- 
ni Coscia.  In  duomo  vedonsi  statue  poste  nelle 
cappelle  della  tribuna  di  s.  Zanobi.  In  galleria  vi 
son  bassirilievi  rappresentanti  vari  cori  di  fan- 
ciulli con  carte  di  musica  in  mano  ed  in  atto  di 
cantare  con  molta  naturalezza  e  proprietà.  Dise- 
guò  pure  una  vetrata  colorita  nel  duomo  rappre- 
sentante l'incoronazione  della  B.  Vergine.  Lavo- 
rò poi  le  quattro  statue  di  braccia  cinque  l'una, 
che  sono  nella  parte  anteriore  del  campanile  del 
nominato  tempio.  É  famosa  la  sua  Giuditta  eh' è 
sotto  le  logge  de'Lanzi.  Son  poi  degne  d'ammira- 
zione le  statue  da  Donatello  eseguile  per  ornarne 
la  facciala  d'Orsanmichele.  Nella  basilica  di  s.  Lo- 
renzo ancora  si  ammirano  molte  belle  opere  di 
questo  valentuomo,  fra  le  quali  i  due  pergami  di 
bronzo  da  lui  disegnati  ed  eseguili  poi  da  Bertol- 
do suo  scolare,  e  molle  altre  opere  uscite  dalle 
sue  mani  .  Vari  lavori  fece  e  per  chiese  e  per  la 
casa  MeJici  e  .Martelli,  ne  solo  per  Firenze,  ma 
per  altrove,  come  il  pergamo  elfei  fece  pel  duomo 
di  Prato,  in  cui  è  maraviglio^  un  ballo  di  fan- 
ciulli intagliati  con  somma  grazia.  Ma  troppo  ande- 
rebbe  in  lungo  quest'articolo  se  vi  si  accennasse- 
ro le  moltissime  opere  di  questo  celebre  scultore 
da  lui  fatte  in  Toscana  e  fuori,  non  poche  delle 


536  don. 

quali  peraltro  perirono.  Chiuderò  dunque  col  di- 
re ch'ei  giunto  all'età  senile  di  85  anni  passò  nel 
1468  da  questa  all'altra  vita.  Fu  Donatello  di  co- 
slumi  illibaf issimi  e  talmente  disinteressalo,  che 
tenendo  i  denari  in  una  sporta  attaccata  a  una 
fune  dava  la  libertà  ai  suoi  lavoranti  di  prender- 
ne quanti  a  loro  ne  abbisognasse.  Ma  passando  a 
parlare  dell'abilità  che  ebbe  Donatello  diremo,  che 
fu  il  primo  che  nei  bassirilievi  e  nelle  statue  mo- 
strasse la  bellezza  delle  antiche  sculture  greche, 
facendovi  conoscere  la  molta  sua  perizia  nella 
prospettiva  e  nell'architettura,  giacché  sonoi  me- 
desimi ornali  di  ben  disposte  fabbriche,  e  di  pae- 
si egregiamente  delineati}  ed  in  questa  l'aggiusta- 
tezza  del  disegno,  la  morbidezza,  la  vivacità  nel- 
le attitudini  e  l'imitazione  del  vero.  In  une  diremo 
com'egli  fu  bravissimo  nel  far  lavori  d'argento. 
S.  d*  u.  ì.  Ep.  v. 

Donati  Corso,  capo  di  partito  a  Firenze  nel 
principio  del  secolo  XIV,  era  un  gentiluomo  del- 
la antica  famiglia  guelfa.  II  suo  ingegno  acquista- 
togli avea  un'alta  influenza  nei  consigli  della  re- 
pubblica, ed  il  suo  valore  aveva  molto  contribuito 
nel  1289  alla  vittoria  di  Campalriino  sugli  aretini. 
La  sua  gelosìa  contro  Vieri  de'Cerchi  dette  occa- 
sione al  partito  che  tra  queste  due  famiglie  si 
formò  chiamato  dei  negri  e  dei  bianchi.  Entrato 
egli  in  opposizione  col  governo  fu  nel  i3o8  ac- 
cusato di  aspirare  alla  signoria  ed  arrestato  men- 
tre fuggiva,  ma  si  sottrasse  al  supplizio,  lascian- 
dosi cadere  da  cavallo  e  spezzandosi  il  capo  in 
un  sasso.  B.  u.  v. 


d  o  n.  53 7 

Donati    Forese  \  poeta  fiorentino  ,  contem- 
poraneo di  Biodo  .   Le    sue  opere  sono  rimaste 
manoscritte  e  conservate  alcune  nelle  bibliote- 
che Cbisi ,   Strozzi  e  Redi  .  Da  parecchi  dei  suoi 
„  Sonetti  „  si  osserva  che  era   nemico  di  Dante. 
Le  sue  opere  offrono  tutti  i  difetti  dell'infanzia 
dell'arte;  Io  siile   ire  rozzo  e  sopraccarico  di  bar- 
barismi. L^utore  non  ha  perciò  meno  ottenuto 
un   grado  onorevole  fra  i  poeti  della  sua  patria, 
per*  aver  mostrata  la  strada  a  quelli  che  son  ve- 
nuti dopo  di  lui.  B.  u.  Ep.  v. 
Donati  Bixido^  era  figlio  di  Alessio  Donati 
gentiluomo  fiorentino,  ed  uno  dei  primi,  a  rela^ 
zione  di  Leone   Allacci ,  che  abbiano  composto 
versi  in  lingua  toscana.  Bindo  erede  del  gusto  del 
padre  per  la  poesìa,  acquistò  una  fama  molto  su- 
periore. Le  sue  opere  si    conservano  manoscritte 
nella  libreria  Cbisi.  li  di  lui  stile  non  manca   in- 
di correzione,  né  di  grazia,  e  può  essere  annove- 
rato fra  gli  scrittori  del  secolo  XIII,  che  contri- 
buirono a  spargere  sulla  poesia    volgare  quello 
splendore  di  cui  ella  brillò  nel  XIV:  si  accordano 
a  porre  la  morte  di  Binilo  verso  l'anno  i3oo.   B. 
a.  v. 
Donati  Alessandro^ gesuita  nato  a  Siena  noi 
i58{,  professò  la  reltorica  a  Roma  pel  corso  di 
la  anni  con    una    grande  considerazione,    l'in 
all'abilità  dell'eloquenza  quella  della  poesìa,   «ci 
una  profonda  cognizione  dell1  antichità.  Mori  a 
Roma  nell'aprile  del   i64o,  in  età  di  56  anni.  I 
suoi  scritti  sono  ,,  Ve  arie  poetica  libri  tres^  ll<> 
ma  i63o  „}  „  Roma  vetus  ac  recens*  Roma  iG°»'.». 
Si.   Tose.    Tom.   12.                                             49 


53  8  d  o  k. 

1689,  Amsterdam  1664  ?  1694  »}M  Constant hms 
lìomae  liberateti',  poema  heroicum,  Roma  1640, 
Francfort  i654  55,  oltre  varie  poesie  e  discorsi,  che 
pur  tutti  trovatisi  stampali.  B*  u.  Ep.  vi. 

Donato  santo  nativo  di  nobil  famiglia  nella 
isola  di  Scozia,  venne  pellegrinando  tino  a  Fie- 
sole, dove  vacando  la  sedia  vescovile  fu  eletto  ve- 
scovo dopo  i  tempi  d'Attila.  R-z.  ìv. 

Donato  santo  venuto  in  Arezzo,  fu  ivi  ordi- 
nato vescovo  da  papa  Giulio,  e  quindi  martiriz- 
zato sotto  Giuliano  l'Apostata.  Ciò  apparisce  dal- 
le annotazioni  del  Baronio  al  Martirologio  ove  è 
notata  la  festa  il  dì  7  agosto.  Di  esso  scrisse  Gre- 
gorio papa  esserglisi  rotto  il  calice  nel  celebrare 
per  essere  stato  di  vetro,  dopo  di  che  furono  usa- 
ti di  metallo.  R-z.  111. 

Doni  Anton  Francesco  fiorentino  frate  diser- 
tore dal  proprio  istituto,  scostumato  e  schiribizzo- 
so  fino  alla  follia.  Si  stabili  in  Venezia  per  ivi  po- 
ter condurre  sfrenata  vita,  ove  pure  attese  alla 
letteratura  ed  alla  musica  nella  quale  scriveva. 
Scrisse  un  „  Dialogo  sulla  musica  „  e  dedicato 
al  duca  d'Urbino  fu  da  lui  rimunerato.  Pensò  dun- 
que di  stabilirsi  nella  di  lui  corte.  Ciò  destò  l'in- 
vidia dell'Aretino,  quantunque  amico  del  Doni.  Si 
persuase  il  maledico  Aretino  di  avere  bastante  au- 
torità d'inibirgli  di  mandare  ad  effetto  il  suo  divi- 
samento  ,  minacciandolo  che  altrimenti  egli  lo 
avrebbe  dipinto  a  quel  duca  come  custode  d'ogui 
ribalderia,  cosicché  gliene  sarebbe  avvenuto  dan- 
no e  vergogna.  Usò  d'altronde simil  tratto  il  Doni 
contro  Lodovico  Domenichi  ,  accusandolo  di  va- 


DON.  009 

rie  malvagità  presso  ii  duca  Cosimo,  il  che  fruttò 
la  carcerazione  all'  accusato  Domenichi.  Usò  il 
Doni  stravagantissime  iperboli  di  cui  egli  abusò 
tanto  negli  scritti  d'ilarità  e  di  giuoco,  quanto  in 
quelli  d\)dio  e  di  furore.  Scrisse  un  libercolo  in- 
titolato la  „  Zucca  „*,  questo  è  diviso  in  cicala- 
menti,  baie  e  chiacchiere.  In  tutte  queste  parti- 
celle si  riporta  un  molto  ,  per  Io  più  insulso  e 
freddo,  e  poi  una  moralità,  cui  dimostrasi  allude- 
re qualche  proverbio  volgare.  Vi  ha  una  così  det- 
ta poscritta  di  lettere  missive  e  responsive  e  di 
sonetti  di  proposta  e  risposta,  in  cui  spregevoli 
autori  si  barattano  un  più  spregevole  incenso  di 
lode.  Quando  poi  volle  il  Doni  scagliare  la  sua  ira 
contro  il  di  lui  provocatore  aretino  scrisse  con  tito- 
lo di  „  Terremoto  del  Doni  fiorentino  con  la  rovi- 
na di  un  gran  colosso,  bestiale  anticristo  della 
nostra  età  ec.„  A  questo  primo  scoppio  ne  dovean 
venire  dietro  altri  sei  cioè  la  rovina,  il  baleno,  il 
tuono,  la  saetta,  la  vita,  la  morte,  l'esequie,  la  se- 
poltura^ ma  la  morte  dell'Aretino  estinse  un  tanto 
vulcano.  In  mezzo  a  sì  sfrenata  vanità  e  bizzarrìa 
d'immaginazione  fu  però  il  Doni  inventore  (V  un 
opera,  in  cui  si  ravvisano  i  germi  di  alcune  produ- 
zioni che  vi  si  riconobbero  in  progresso  di  tempo 
apportatrici  di  molta  utilità  alla  repubblica  della 
lettere;  vale  a  dire  la  sua  libreria.  In  essa  egli  re- 
gistra i  titoli  di  tutti  i  libri  italiani  a  lui  cogniti 
distribuendoli  per  materie.  Aggiunge  ai MÉèàetM 
alcune  notizie  or  relative  agli  autori  ora  alle  opere 
annunziate.  Sembra  quindi  ch'ei  possa  aver  sug- 
gerita Tidea  delle  biblioteche  e  cataloghi  ragio- 


54  o  d  o  R. 

tosati  e  dei  giornali  di  letteratura  che  s'intrapre- 
sero posteriormente.  Anche  ii  dottissimo  march. 
Maffei  inclina  a  questa  opinione  favorevole  al 
Doni.  Scrisse  egli  opere  tante,  che  lungo  sarebbe 
il  volerle  tutte  accennare:  alcune  dì  queste  dise- 
gno partito  in  più  ragionamenti,  ne*quali  si  tratta 
della  pittura,  della  scultura,  decolori,  de'getti  dei 
modelli  ec.  Venezia  i549  »\  »  Filosofia  morale  ec. 
Venezia  i552  „;  „  Pitture  nelle  quali  si  mostra  di 
nuova  invenzione,  amare,  fortuna,  tempo,  casti- 
tà, religione,  sdegno,  riforma,  morte,  sonno  e  so- 
gno, Padova  i564,j.  Mori  in  Sforiseli  ce  ragguar- 
devole terra  del  padovano  Tanno  i5?4-  £-tf« 

Fp.  v. 
Doni  Gio.  BattfstaAelteralo  nobile  fiorentino 
nato  nel  1594,  studiò  in  Bologna  in  tenera  età,  di 
poi  a  Roma  le  lingue  dotte,  la  filosofiate  mate- 
matiche sotto  i  gesuiti.  Richiamato  a  Firenze  nel- 
l'età di  19  anni  passò  in  Francia  a  studiar  giuri- 
sprudenza a  Burges.  Tornato  in  Italia  nel  1618 
si  addottorò  in  Pisa  nelle  leggi,  che  non  professò, 
applicatosi  per  proprio  genio  agli  studi  filosofici, 
alle  lingue  orientali  ed  all'antiquaria.  Tornò  poi 
in  Francia  con  monsignore  Ottavio  Corsini  nun- 
zio pontificio.  Nel  1622  lo  riebbero  i  suoi.  Con- 
sacratosi affatto  alle  geniali  sue  occupazioni,  al- 
lora fu  che  intraprese  la  gran  raccolta  delie  iscri- 
zioni. Entrò  poscia  alla  corte  del  cardinal  Fran- 
cesco Barberini,  dove  avea  tempo  e  comodo  di 
studiare  a  suo  genio.  Con  lui  tornò  in  Francia  e 
in  Spagna,  ove  il  cardinale  era  spedito  legato  pon- 
tificio per  sedare  le  turbolenze  già  insorte.  In  quei 


D    O    >\  54 1 

viaggi  raccolse  il  Doni  erudite  suppellettili,  e  strin- 
se amicizia  con  uomini  dottissimi.  Tornalo  a  Ro- 
ma scrisse  nel  1627  un  £  Epitalamio  per  le  nozze 
di  Taddeo  Barberini  con  A.nna  Colonna,,.  Nel  1629 
fu  eletto  dal  cardinale  suo  segretario  di  lettere 
Ialine.   L'anno   i638   fu  chiamato  il  Doni  dal  suo 
sovrano  Ferdinando   II  ad  occupare   la  cattedra 
delle  lettere  greche  in  Firenze,  ma  non  entrò  in 
cattedra  che  nel  i64o.Fu  accademico  della  Crusca, 
e  console  delPaccademia  sacra  Fiorentina,  e  si  ac- 
casò con  Margherita  Fiaschi.Nel  1642  recitò  «l'Ora- 
zione in  morte  di  Maria  de'Mediei  regina  di  Fran- 
cia,,. Pronunziò  molte  lezioni  alPaccad.  della  Cru- 
sca^ fu  bibliotecario  della  celebre  Laurenziana,  e 
ne  perfezionò  il   catalogo  de^suoi  codici.  Morì  di 
anni  52  nel  dicembre  del  1647.  Fino  a  1 33  opere 
di  questo  instancabile  letterato  si  annoverano  dal 
Bandini,  fra  quelle  però  cui  dette  T  ultima   mano 
e  quelle  che   intraprese  soltanto.  Conviene  scor- 
rere i  tit oli  delle  medesime,  osservare  le  difficol- 
tà ed  estenzione  di  alcune,  la  novità  di  altre  e  la 
scelta  degli  argomenti,  per  sentire  quanto  il  no- 
stro Doni  fosse  versato  nell'amena  letteratura,  e 
tutte  le  parti  di  lei  con  la  vastità  del  suo  talento. 
Le  opere  per  altro  che  più  dettero  celebrità  al 
nome  del  Doni  furon  quelle  colle  quali  egli  si 
accinse  ad  illustrare  la  mugica.  Seimila  iscrizioni 
antiche  furon  da  lui  adunate,  ed  erano  ignote  allo 
stesso  Grutero.  e  furono  molti  anni  dopo  la  mor- 
te del  Doni  pubblicate  dall'antiquario  Anton  Fran- 
cesco Gori.  Le  maggiori   tra  le  sue  opere  prep.i- 
rateerauole„l'aii(b*iteve  lo „  Biblioteca  universa» 


54^  DON. 

le,,.  Quelle  contener  dovevano  una  nomenclatura 
di  tutte  le  scienze  e  di  tutte  le  arti}  questa  una 
notizia  libraria  estesissima.  L'opera  stampata  do- 
po la  sua  morte  „  De  restituendo,  salubritate  ci- 
gli romani  „,  rese  gran  servizio  air  agricoltura. 
E.  (Tu.  i.  C-r.  Ep.  vi. 

Donoli  Francesco    alfonso  medico  toscano 
nato  nel  i635,  morto  a  Padova  nel  ìyi^.  Alcuni 
anni  dopo  d'aver  ricevuto  Ih  laurea  dottorale  nel- 
l'università di  Siena,  fu  eletto  professore  a  quella 
di   Padova,   dove  salì  in  gran  riputazione  come 
dotto,    e    specialmente  quaf  oratore  .  Dette  alla 
slampa  di  suo  „  Il  medico  pratico,  cioè  della  vita 
attiva,  colla  quale  può  regolarsi  ogni  medico  che 
intende  di  professar  medicina  pratica,    Venezia 
1 666  ,,5  „  Liber  de  iis  qui  semel  in  die  cibum  ca- 
piunt,  ivi  1674  „}  „  Bellum  civile  medìcum*  Pa- 
dova 1705  „.  B.  u*  vi. 
DoswGio.Jntonio  nacque  in  Firenze  nel  i533. 
D'anni  i5  andò  a  Roma,  e  si  pose  a  fare  l'orefice; 
poi  passò  sotto  Raffaello  da  IMontelupo  scultore: 
acconciò  molte  statue  in  Belvedere,  palazzo  ponti- 
ficio in  Roma:  fece  lavori  di  stucco  e  di  basso  ri- 
lievo} lavorò  vari  depositi  di  marmo  coi  ritratti,  ed 
operò  in  architettura.  B-g.  vi. 
Dovizi  Bernardo  d'origine  da  Bibbiena  terra 
del  Casentino,  nacque  in  Firenze  nel  147°-  fu 
segretario  di   Lorenzo  de'Medici,  e  da  lui  inviato 
ad  Alfonso  d'Aragona.  Giulio  II  sommo  pontefice 
molto  si  valse  della  opera  sua.  Leone  X  lo  fe- 
ce protonotario   apostolico  il  primo   giorno  del 
suo  pontificato ,  e  il  dì  seguente  suo  tesoriere,  e 


D    O    V.  ?^ 

dopo  sei  mesi  cardinale.  Andò  legato  a  France- 
sco M.  primo  duca  d'Urbino,  poi  per  concludere 
la  pace  ambasciatore  al  re  di  Francia.  Fu  legato 
dell'Umbria,  e  intervenne  al  concilio  lateranense, 
ove  die  saggio  de'suoi  talenti.  Compose  la  prima 
„  Commedia  „  che  fosse  fatta  in  prosa,  e  si  fu  la 
Calandra  di  molti  sali  ed  arguzie  ripiena  ed  abbel- 
lita per  modo.,  che  in  questo  genere  fu  detto  che 
avea  superato  lo  stesso  Plauto.  Fu  stampata  più 
volte  in  Firenze. Compose  come  buon  poeta  „Car- 
mìna  pi  uva»,  e  molte  „  Lettere  „  delle  quali  22 
stampate  ne' volumi  delle  lettere  de'principia'prin- 
cipi.  Francesco  Vettori  nella  sua  storia  trattando 
della  elezione  di  Leone  X  dice:  —  giovolli  ancora 
molto  ad  essere  eletto  la  destrezza  ed  industria 
di  Bernardo  da  Bibbiena  suo  segretario,  uomo  a- 
stutissimo  e  faceto,  e  che  era  stato  molti  anni  in 
quella  corte  e  sapeva  molto  bene  gli  umori,  non 
solo  de'cardinali,  ma  di  qualunque  loro  amico  e 
familiare,  in  modo  che  condusse  fuori  del  concla- 
ve alcuni  di  loro  a  promettere  e  nel  concedere 
acconsentire  a  detta  elezione  .  contro  tutte  le 
ragioni  —,  Fu  mandato  legato  nella  guerra  dTrbi- 
no.  Lo  stesso  Vettori  pag.  41  in  fine  —  Leone  a- 
vendo  notizia  di  questi  disordini  si  volse  a  man- 
darvi legato  il  cardinale  di  Bibbiena  uomo  mol- 
to destro  nelle  azioni  del  mondo,  ma  nella  guerra 
al  tutto  inesperto;  e  perciò  in  campo  non  condus- 
se seco  reputazione*  pure  lo  riordinò  alquanto. 
ma  non  di  qualità  che  i  nemici  non  pjigliatpei 
animo  a  uscire  dallo  stato  d'Urbino  ed  andare  ver- 
so Perugia  — .  Della  Calandra  commedia  di  que- 


544  D    R    A. 

sto  scrittore  dice  l'Allacci  nella  sua  Drammaturgìa 
a  pag.  53.—  Delle  scene;  macchine,  musiche  ed  al- 
tro apparato  con  che  si  recitò  questa  commedia  se 
hai  curiosità  leggi  la  lettera  del  conte  Baldassarre 
Castiglione  al  conte  Lodovico  Canossa  vescovo 
di  Trincarico  tra  le  lettere  facete  e  piacevoli  rac- 
colte da  Dionisio  Atanasio  ~-.  Morì  in  Roma  nel 
i520  (Tamii  cinquanta  con  sospetto  di  veleno. 
B-s.  C-n.  Ep.  v. 

Dragomanni  Cosimo  Gherardo  nacque  in 
Arezzo  nel  dicembre  del  1769,  e  fu  da  giovinetto 
collocato  dalla  madre  a  studio  nella  Badia  di  Fi- 
renze. In  principio  concepì  un  aborrimento  per  Io 
studio  e  pei  libri,  talché  i  religiosi  meditavano  di 
rimandarlo  a  casa,  ma  i  suoi  precettori  si  dettero 
ogni  cura  per  rendergli  caro  lo  studio,  e  ne  ot- 
tennero compiutamente  Teffetto,  giacché  d'allora 
in  poi  tinche  visse  fu  studiosissimo.  Terminato  in 
6  anni  il  corso  della  lingua  latina  ritornò  in  Arezzo 
per  fare  il  corso  degli  studi  allora  detti  filosofici, 
fi  di  là  passò  a  s.  Sepolcro  per  occupare  un  cano- 
nicato, e  quindi  all'università  di  Pisa,  dove  stu- 
diò le  scienze  mediche.  Venne  poi  a  Firenze  a  far 
pratica  di  medicina  a  santa  Maria  Nuova.  Porta- 
tosi quindi  nel  1796  a  Pavia,  studiò  storia  naturale 
sotto  il  celebre  Spallanzani,  e  di  là  si  trasferì  a 
Milano,  d'onde  ritornò  a  Firenze,  ricco  di  scelle 
cognizioni  ,  e  vi  trovò  protezione,  ma  non  dure- 
vole,per  essersi  convertita  in  odio  e  persecuzione, 
per  cui  fu  astretto  di  ritirarsi  a  Venezia,  dove  fe- 
ce ricca  collezione  di  preziose  notizie  storiche  \ 
ma  presto  tornò  a  Firenze  ad  occuparsi  di  storia 


D    B    A.  545 

e  di  medicina,  avendo  già  deposto  V  abito  clerica- 
le, e  presa  una  condotta  di  medico  in  maremma. 
Venuti  i  francesi  fecesi  giacobino,  di  ohe  presto 
ebbe  luogo  di  pentirsi,  perseguitato  aspramente  dai 
realisti.  Frattanto  dai  più  affezionati  al  governo 
del  buon  Ferdinando  III  si  organizzò  in  Arezzo  una 
spedizione  contro  i  francesi .  In  Pitigliano  pure 
si  ordinava  una  compagnia  che  dovea  far  parte 
della  spedizione  aretina,  e  ne  veniva  offerto  il  co- 
mando al  Dragomanni.  Egli  replicatamente  ricu- 
sava, dicendo  che  dopo  le  dimostrazioni  fatte  non 
gli  sembrava  di  potere,  senza  vergogna,  accettare 
tale  incarico,  ma  avendogli  gli  amici  fatto  cono- 
scere, che  contro  gli  stranieri  e  non  contro  i  pro- 
pri cittadini  si  andava  a  combattere,  egli  benché 
di  malavoglia  accettò  l'invito  ed  il  posto  di  capi- 
tano, e  partì  colle  sue  genti  verso  Perugia,  senza 
che,  via  facendo,  i  suoi  soldati  commettessero  i 
disordini  che  sogliono  accompagnare  tali  marcie. 
Questa  spedizione  costò  a  Cosimo  molte  fatiche 
ed  una  ragguardevole  somma  di  denaro,  ma  la  sua 
condotta  irreprensibile  e  la  sua  illibatezza  gli 
moltiplicarono  gli  amici  e  gli  ammiratori.  La  vista 
poi  di  tante  crudeltà,  di  tanti  vizi,  di  tante  conlra- 
dizioni  lo  nauseò  in  modo  delle  cose  politiche, 
che  mai  più  finche  visse,  benché  diverse  volte  sti- 
molato, volle  occuparsene.  Nel  1801  si  uni  in  ma- 
trimonio con  Anna  Giannetti  di  Siena.  Dei  suoi 
lavori  scientifici  e  letterari  fu  dato  un  accurato 
giudizio  nel  nuovo  giornale  dei  letterati  di  Pisa 
anno  i8a3  numero  7.  pag.  i^!)  '/-/'•  Bjfc  v"- 
Drusi  Lucia  pisano  fu  quegli  che  per  primo 


54^  D    R    U. 

concepì  l'ardimentoso  progetto  di  corrrggere  la 
volgare  lingua,  formando  da  questa  e  dalla  latina 
un  terzo  dialetto,  che  fu  il  primo  fondamento 
dell'italiana  favella.  Compose  due  opere  in  rime, 
a  fine  di  partecipare  alle  genti  le  più  lontane  que- 
sto suo  nuovo  dialetto  .  Gli  altri  popoli  ancora 
dltalia,  e  specialmente  i  siciliani,  combinando  il 
proprio  volgare  col  latino  ne  formarono  il  loro 
parlare,  e  di  qui  la  molliplicità  dei  dialetti  che 
durano  anche  ai  giorni  nostri.  Dobbiamo  al  Dm- 
si  la  giusta  denominazione  di  volgar  toscano  al- 
la lingua  che  a  rigore  italiana  dovrebbesi  nomi- 
nare. Fu  per  tanto  reputato  uno  dei  più  antichi* 
rimatori  dell'idioma  toscano,  ed  il  primo  che  con- 
giunse il  dialetto  siciliano  al  nostro.  Fiorì  sul 
cadere  del  secolo  XII  e  sul  cominciare  del  se- 
guente. Scrisse  in  rima  due  libri  uno  della  „  Vita 
amorosa  „;  l'altro  „  Della  virtù  „:  opere  che  per  di- 
sgrazia perdette  in  mare  ,  mentre  egli  stesso  le 
portava  in  Sicilia  per  offrirle  a  Guglielmo  II.  M. 
d^u.p.  Ep.  iv. 

Duccio  di  Boninsegna  da  Siena  scolare  del 
Segna  in  pittura.  Fu  inventore  d'un  nuovo  ge- 
nere di  pittura  con  pietre  vario-colorate,  detto 
a  rimessi  a  chiaro  e  scuro,  e  ne  fé  mostra  il  pri- 
mo nel  pavimento  della  cattedrale  di  Siena,  dan- 
dogli principio  fin  dal  i35o  colla  rappresentanza 
delinque  re  degli  amorrei  disfatti  e  giustiziali  per 
ordine  di  Gesuè.  Le  altre  storie  di  quel  pavi- 
mento furon  continuate  da  diversi  valenti  artisti 
tino  al  principio  del  secolo  XVI,  ma  con  diversi 
metodi.  Duccio  vi  ha  disegnato  sopra  il  marmo 


D    U    C.  547 

bianco  i  contorni  ed  i  tratti  interni  delle  figure 
per  mezzo  del  trapano.  Ebbe  molti  e  valenti  sco- 
lari tino  dal  1 3 1 1 .  Di  suo  pennello  v1  è  tuttora 
una  tavola  nella  casa  dell'Opera,  e  fa  quasi  epoca 
d'arte.  Essa  era  destinata  per  l'aitar  maggiore 
della  metropolitana,  ov'è  profusione  d'oro  e  d'ol- 
tremare onde  costò  circa  tremila  Boriili.  La  sua 
maniera  ritiene  del  greco  stile  di  que'lempi.  Duc- 
cio dipinse  per  più  città  di  Toscana,  ma  non  si  sa 
dove  nò  quando  morisse.  L-z.  Ep.  v. 


Elci  Conte  f(T)  senese  figlio  di  un  conte  Ra- 
nieri, fu  capitano  ardilo  ma  sfortunato.  Nell'anno 
1288  la  repubblica  di  Pisa  avea  fiera  guerra  con 
Nino  giudice  di  Gallura  suo  cittadino  fuoruscito, 
che  capeggiava  la  parte  guelfa,  onde  i  pisani  as- 
soldarono diversi  capitani,  tra  i  quali  fu  il  conte 
di  cui  qui  ragionasi,  e  che  dal  Villani  è  detto  il 
Conticino. Questo  assoldò  in  campagna  di  Roma 
aoo  cavalieri,  e  se  n'andò  alla  volta  di  Pisa,  ma 
ciò  saputo  da  Nino  che  si  trovava  in  s.  Miniato, 
l'andò  ad  incontrare  con  3oo  cavalieri  della  Ta- 
glia di  Toscana, *»d  azzuffatisi  insieme,  il  conte  so- 
verchiato dal  numero  maggiore  de'nemici  fu  rot- 
to, e  con  pochi  altri  del  suo  seguito  scampò,  a- 
vendo  perdute  con  la  maggio*  parte  delle  genti 
che  conduceva  ,  anco  le  insegne,  le  quali  furono 
portate  in  Firenze.  Nondimeno  seguitò  iiell'istcs- 
so   credito  presso    i  pisani ,  anzi  aumentandosi 


548  E  L  e. 

nella  fortuna  come  nel  valore,  fu  in  breve  tempo 
da  quelli  fatto  capitano  generale  delle  lor  genti, 
colle  quali  ridusse  in  grande  estremità  Nino  sud- 
detto, il  quale  avendo  tiralo  seco  in  lega  i  fioren- 
tini ed  i  lucchesi  contro  i  pisani,  e  ricevuti  rin- 
forzi considerabili  dai  collegali,  uscì  da  Calci  suo 
castello,  dove  s'era  ritirato,  e  andò  con  buon  nu- 
mero di  fanti  e  cavalli  all'1  assedio  d'  Asciano  , 
castello  vicino  a  Pisa  Ire  miglia,  ed  avutolo  ai 
patti  salve  le  robe  e  le  persone  voltatosi  all'im- 
provviso contro  il  conte  d'Elei  il  ruppe  e  ne  ri- 
porlo gloriosa  vittoria.  Ciò  fu  nell'anno  i3oo  se- 
condo il  Pigna.  U-r.  Ep.  v.. 
Elci  angiolo  senese  d'origine,  nacque  in  Fi- 
renze nell'ottobre  del  1764- Fino  dalla  più  tenera 
età  amò  lo  studio  dei  classici  greci  e  latini, non  che 
quello  dei  francesi  ed  inglesi.  Nel  1780  vestì  Tabi- 
Io  di  cavaliere  di  Malta,  e  militò  nelle  galere  del- 
Pordiue  come  voleva  quella  religione,  ma  non 
gli  piacque  di  giurarne  i  voli.  Viaggiò  in  Francia, 
in  Inghilterra  e  pressoché  per  tutta  l'Europa  ad 
oggetto  di  adunare  le  prime  edizioni  degli  scrit- 
tori greci  e  latini,  che  donò  alla  sua  patria  nell'a- 
gosto del  18  \  8.  Fatto  ormai  vecchio  previde  che 
non  avrebbe  Ira  gli  applausi  dei  suoi  concittadini 
sollevata  la  fronte  a  rimirare  i  preziosi  volumi 
accolti  in  quell'edificio,  che  sarà  lem  pio  della  sua 
gloria.  Non  era  serbato  a  quest'onore  il  capo  ve- 
nerando del  vecchio,  ma  lungi  dalla  patria  aggra- 
var lo  doveva  una  terra  straniera.  Il  suo  presagio 
si  avverò  nell'ottobre  del  1824,  tempo  in  cui  egli 
morì  in  "Vienna  con  quelle  speranze  che  dà  la  re- 


E    L    E.  549 

Jigione.  Per  gli  sludi  elisegli  avea  falli  su  Giove- 
nale, Orazio  ed  altri  poeti  di  lai  genere,  compose 
delle  „  Salire  „  più  volte  stampate, che  furono  da 
alcuni  ammirale,  da  altri  vilipese.  £  cosa  dolorosa 
ma  vera  che  in  Firenze  furon  più  i  detrattori  che 
i  critici.  La  sorte  medesima  incontrarono  i  suoi 
„  Epigrammi.»  e  le  sue  „ Poesie  latine,, per  la  pri- 
ma volta  pubblicate.  B.  u.  Ep.  vii. 

E  le  no.  Ved.  C  aleno. 

Elia,  da  Cortona  Frate  minore  osservante,  fu 
uno  dei  primi  discepoli  di  s.  Francesco.  Nacque 
nello  scadere  del  1200  dalla  famiglia  nobile  Cop- 
pi. Educato  nella  cultura  delle  lettere  si  acqui- 
stò fama  di  profondo  sapere.  Quando  fu  s.  Fran- 
cesco a  Cortona  lo  ebbe  a  suo  seguace ,  finché 
giunse  ad  essere  generale  dell'ordine  francescano, 
e  fu  eccellente  nel  maneggiare  gli  affari  senza  la- 
sciare di  trarre  una  santa  vita.  Mitigò  la  troppo 
srretta  regola  di  s.  Francesco,  e  fu  annullato  lo 
statuto  di  non  mangiar  carne.  Morto  s.  France- 
sco nel  1226,  restò  fra  Elia  ministro  generale  del- 
l'ordine francescano,  e  pensò  ad  erigere  una  ma- 
gnifica chiesa  in  Assisi,  che  fosse  il  deposito  delie 
sante  spoglie  del  fondatore  del  suo  ordine,  ed 
Arnolfo  di  Lapo  ne  fu  l'architetto,  ed  ivi  in  una 
chiesa  quasiché  sotterranea  fu  deposto  ascosamen- 
te quel  sacro  corpo  per  opera  d'Elia,  senza  che 
nessuno  l'abbia  mai  più  veduto,  se  non  che  po- 
chi anni  sono  fu  ricercato.  Ebbe  fra  Elia  molti  op- 
positori nell'ordine  che  disapprovarono  Pigiata 
sua  vita  e  il  cumulo  del  denaro,  quantunque  speso 
per  le  sacre  fabbriche,  sicché  fu  dal  papa  deposto, 
SU  Tose.  Tom.  12.  50 


55o  ELI. 

ed  ei  tornato  semplice  fiate  si  ritirò,  qual  romito, 
al  suo  primo  convento  delle  Celle  presso  Corto- 
na,  traendovi  una  vita  da  vero  penitente.  Facile 
il  papa  a  prestargli  fede  lo  ristabilì  nelle  antiche 
sue  cariche.  Allora  fra  Elia  colPaiuto  del  papa  si 
vendicòde'suoi  avversari  lino  a  carcerarne  diversi. 
Pervenuto  così  al  dispotismo,  Elia  propose  la  ri- 
forma della  troppo  austera  regola  di  s.  Francesco^ 
e  trovò  non  pochi  seguaci  del  suo  parere.  Mara- 
vigliosa  fu  la  quantità  di  conventi  e  chiese  dei 
frali  Minori  di  quel  tempo  in  quasi  tutta  l'Euro- 
pa. Ma  lo  spirito  di  vendetta  precipitò  fra  Elia  in 
atroci  crudeltà,  per  cui  fu  di  nuovo  dimesso.  Allo- 
ra  per  trovar  grazia  nuovamente  presso  il  pontefi- 
ce tentò  di  riunire  l'armonìa  tra  la  chiesa  e  l'im- 
pero,  ma  non  vi  riuscì.  Si  prevalsero  di  que- 
sta occasione  i  suoi  nemici  per  maggiormente 
perderlo  neir  animo  del  papa,  e  rappresentarlo 
come  aderente  all'imperatore  e  ribelle  alla  chie- 
sa, e  pervennero  a  farlo  scomunicare.  Elia  fug- 
girsene all'imperatore,  da  cui  ebbe  onori  e  pen- 
sioni, e  deposto  il  cappuccio  abiurò  l'istituto,  e  fu 
impixegato  dall'imperatore  in  premurose  commis- 
sioni a  varie  corti.  Morto  Federigo  imperatore 
nel  i2,5o,  Elia  si  ritirò  in  Cortona  in  una  casa  da 
sé  fabbricatasi,  dove  morì  nel  ia53  pentito  e  ri- 
benedetto. E.  d"u.  U  Ep.  v. 
Empoli  Iacopo  (da)^  così  detto  perchè  oriun- 
do di  quella  terra,  imparò  la  pittura  da  Tommaso 
da  s.  Friano.  Disegnò  tutte  le  opere  di  Andrea 
ilei  Sarto,  e  fu  valentissimo  nel  copiarle.  Welle 
nozze  della  regina  di  Francia  e  dell'arciduchessa 


£  m  p.  55  r 

Maria  Maddalena  d'Austria  fece  vedere  l'industria 
■e  l'invenzione  de^suoi  pennelli  negli  archi  trion- 
fali .  Ebbe  una  maniera  soda  con  buon  gusto  , 
con  disegno  senza  errori,  otlimopanneggiamen- 
(o,  belle  arie  di  teste  e  buon  colorito.  Voleva  es- 
ser pagalo  avanti  il  lavoro,  e  sino  che  duravano 
i  denari  non  era  possibile  fargli  toccare  i  pennelli. 
Dipinse  una  sol  volta  a  fresco,  perchè  precipitò 
dal  palco.  Si  trattava  lautamente,  e  gradiva  regali 
di  commestibili,  e  con  la  scusa  d'introdurre  uc- 
celli e  salvaggiume  nei  suoi  quadri  molti  ne  rice- 
veva in  dono,  dell'invecchiarsi  non  dicendo  più 
il  vero  la  mano  al  disegno,  consumò  gli  avanzi 
fatti,  onde  ridotto  agli  anni  86,  mantenuto  gran 
tempo  di  carità,  morì  nel  if>4o.  Nelle  ultime  ore 
del  viver  suo  lasciò  savissimi  consigli  ai  giovani 
artisti  che  circondavano  il  suo  letto,  di  non  imi- 
tarlo nella  condotta  della  sua  vita,  ma  di  valersi 
del  tempo  e  delle  occasioni,  e  di  pensare  al  futu- 
ro. O-r.  Ep.  vi. 

Empoli  Giovanni  (cT)  fiorentino,  agente  del- 
la marinerìa  del  re  ili  Portogallo,  ha  scritto  la 
relazione  del  primo  viaggio  d*1  Alfonso  d1  Albu- 
gnerque  alle  Indie. É  intitolata,, Navigazione  delle 
Indie  sotto  gli  ordini  del  sig.  Alfonso  d"1  Albu- 
gnerque  „:  una  qual  relazione  dà  idea  della  ma- 
niera di  navigare  e  dello  stato  delle  cognizioni 
geografiche  a  quell'  epoca.  1/  Empoli  in  questo 
viaggio  fu  impiegalo  in  varie  missioni.  B.  u. 

Enrico  Fra  o  Frate  minore,  calligrafo,  mu- 
sico e  miniatore  pisano,  che  fiori  nel  1238,  é  loda- 
to perchè  ai  suoi  tempi  sapeva  scrivere,  miniare, 


55a  e  r  r. 

comporre  e  cantare  in  musica  di  vario  genere, 
cioè  di  canto  fermo  e  modulato,  ed  ebbe  una  voce 
cosi  sonora  da  empirne  tutto  il  coro.  Questa  no- 
tizia è  tratta  dal  documento  xx  del  p.  Affo  relati- 
vo alla  dissertazione  della  pittura  dei  Ciampi  p. 
I41-  Ep.y. 

Erizzo  Beato.Si  suppone  da  alcuni  che  sia  dei 
Caponsacchi ,  valombrosano  circa  il  secolo  Xf  : 
il  suo  corpo  riposa  con  quello  degli  altri  dieci 
beati  nella  Badia  di  Valombrosa  nella  cappella 
deificati.  B-r.  iv. 

Ermengarda  figlia  d'Adelberto  II  duca  di  To- 
scana, e  moglie  in  seconde  nozze  <¥  Adalberto 
marchese  d'Ivrea.  Nel  secolo  X  Ermengarda  ci  è 
presentata  dallo  storico  Liutprando  per  una  delle 
principesse  le  più  intrigatrici  e  più  corrotte  del- 
l'Italia. Eccitò  quasi  tutte  le  guerre  civili  che  tur- 
barono la  fine  del  regno  di  Berengario  I.  Fece 
sempre  lega  con  i  suoi  competitori,  che  abbando- 
nava dopo  averli  esposti.  Sollecitò  la  rovina  di  Ro- 
dolfo di  Borgogna,  ed  in  vece  di  esso  innalzò  ne! 
926  al  trono  d'Italia  Ugo,  conte  di  Provenza,  suo 
fratello  uterino.  Ma  questi  più  abile  di  lei,  e  più 
assoluto  de'suoi  predecessori,  la  costrinse  final- 
mente a  starsene  cheta.  B-u.  iv. 

Eschirione  senese,  medico  empirico,  il  quale 
fu  per  detto  del  Mattioli  precettore  di  Galeno; 
gloria  in  vero  non  piccola  per  fa  città  di  Siena 
mentre  ciò  sia;  ne  fa  anche  memoria  nel  secondo 
libro  deMiscorsi  al  cap.  x,dove  tratta  de'Granehi\ 
C-w. 

Eteri  a  no  Tigone  e  Leone  fiorirono  nel  seco- 


e  u  f.  553 

lo  XII  lungi  da  Pisa  loro  patria.  Ugone  di  vasta 
erudizione  e  profonda  scienza  si  meritò  il  nome 
di  Eteriano,  o  sia  celeste,  e  fu  reputato  il  più  abi- 
le e  più  adattato  a  contribuire  alla  unione  delle 
due  chiese,  greca  e  latina.  „  Lo  stato  dell'  anima 
spogliata  dal  corpo  ,„  e  il  „  Trattato  sulla  proces- 
sione dello  Spirito  Santo  „  si  nolano  fra  le  sue 
opere  più  egregie.  Il  di  lui  fratello  Leone,  già  in- 
terpetre  deir  imperatore  Manuello,  gli  servi  di 
aiuto  in  tutti  i  suoi  lavori,  e  fece  anche  una  ver- 
sione in  latino  della  messa  degli  Onicocritici  gre- 
ci. Questi  due  fratelli  vissero  sempre  in  una  mi- 
rabile unione  di  sentimenti  e  concordi  d"1  affetti. 
R-s.  Ep.  v. 

Eufiioskno,  eLEOLino  Santi  vescovi,  i  quali  si 
suppongono  promulgalorio  piuttosto  propagatori 
del  Vangelo  in  questi  nostri  paesi,  intorno  n!  se- 
colo III  della  chiesa.  I  corpi  di  essi  si  credono  de- 
posti nelle  loro  principali  respettive  chiese,  dedi- 
cate già  da  molti  secoli  indietro  in  loro  onore. 
B-r.  in. 

Eugenio  Santo  nato  in  Firenze  circa  gli  anni 
Sfio.  figlio  d'un  ricco  mercante  fiorentino.  fa  rac- 
comandato dal  padre  a  s.  Ambrogio  per-hè  lo 
istruisse  e  lo  dirigesse  negli  atti  di  religione  e 
pietà.  S.  Ambrogio  l'ordinò  a  suddiacono,  ed  egli 
si  portava  sì  bene  ch'era  già  tenuto  per  santo. 
Venuto  s.  Ambrogio  in  Firenze  restituì  Eoig** 
nioal  padre,  il  quale  conspgnollo  I  s.  /niobi,  <he 
vedendolo  ornato  di  tante  virtù  lo  fece  suo  arci- 
diacono nella  chiesa  fiorentina.  Elevato  o  tal  di- 
gnità si  dedico  :ill.i  pie  li«;i/i<>ne  e  conferii  molti 

5o* 


f)5£  E    U    G. 

alla  vera  fede.  Mancò  di  fila  alla  presenza  dei  santi 
vescovi  Ambrogio  eZanobi  verso  la  fine  del  quar- 
to secolo.  Passati  trenta  giorni  dopo  la  morte  di 
s.  Eugenio,  spargendosi  la  fama  della  di  lui  gran 
santi  tà,  fu  dai  medesimi  santi  vescovi  Ambrogio 
eZanobi  edificata  in  suo  onore  una  chiesa  lontano 
dalla  città  di  Firenze  circa  otto  miglia,  la  quale 
tuttavìa  si  vede  nel  piviere  di  s.  Giovanni  a  Re- 
mole  vicino  al  ponte  a  Sieve,  intitolata  s.  Euge- 
nio a  Rosano.  B~r.  Ep.  m. 
Eugenio  III  fu  sommo  pontefice  della  nobil 
famiglia  pisana  dei  Paganelli  di  Monternagno,  ca- 
stello poco  lungi  da  Pisa:  tale  almeno  è  la  tradi- 
zione popolare,  mancanti  di  storici  documenti,  ed 
in  tale  posizione  i  lucchesi  Io  vogliono  nato  in 
altro  IVIontemagno  nel  loro  territorio,  ciò  che  è 
provalo  con  ben  più  ragione  .  Pietro  Rernardo 
Paganelli  (  tal'era  il  suo  nome  al  secolo  ),  nato 
verso  il  fine  dell'undecimo  secolo,  fu  vicedomino 
della  chiesa  pisana,  poscia  abate  di  s.  Zenone  in 
Pisa.  Quindi  passò  in  Chiaravalle  sotto  la  disci- 
plina del  gran  s.  Rernardo,  e  poco  dopo  abate  del 
monastero  dei  santi  Vincenzio  ed  Anastasio  in 
poca  distanza  da  Roma.  Renchè  non  fosse  del  col- 
legio dei  cardinali,  fu  proclamato  pontefice  mas- 
simo nel  u45  pei  veri  e  proprii  meriti  che  lo  di- 
stinguevano. S.  Rernardo  oltre  molte  lettere,  gii 
indirizzò  poi  quindici  libri  De  consideratione  , 
nei  quali  gli  suggerisce,  come  antico  suo  maestro, 
vari  riflessi  e  ricordi  non  meno  per  la  privata 
sua  direzione,  che  pel  pubblico  regolamento.  U- 
ditasi  dal  popolo  la  elezione  istantanea  d'Euge- 


E   U   G.  555 

ilio  III  al  pontificalo  senza  suo  assenso,  tumul- 
tuò acremente,  reclamando  »  pretesi  suoi  diritti  a 
tale  elezione,  e  minacciò  stragi  e  rovine,  ma  il 
prudente  pontefice  partì  privatamente  da  Roma, 
e  giunto  al  monastero  di  Farsa,  ov'erano  molti 
cardinali,  solennizzò  la  sua  pontificale  inaugura- 
zione. Dichiarò  quindi  aperta  guerra  a'romani^e  ne 
trionfò  fino  a  tornare  in  Roma  pieno  di  gloria  nel 
natale  del  u45.  IVon  per.  tanto  si  acquietarono  i 
tumultuanti  romani,  ma  egli  con  savia  e  cristia- 
na politica  seppe  tenerli  a  dovere.  Nei  pochi  in- 
tervalli che  le  turbolenze  dello  stato  e  le  maggiori 
cure  del  ministero  lasciavanli,  pensò  l'ottimo 
principe  a  render  felici  i  suoi  popoli,  a  promuo- 
vere le  arti  e  l'industria.  Frenò  con  severi  editti 
la  baldanza  dei  facinorosi,  e  l'impunità  dei  delitti: 
ristabilì  la  retta  amministrazione  della  giustizi.! 
ne'tribunali:  messe  in  onore  il  merito  e  la  virtù: 
richiamò  la  buona  fede:  ricuperò  alquante  città, 
terre,  pertinenze  e  regalie  usurpate  alla  s.  sede: 
immortalò  i!  suo  nome  con  più  suntuose  fabbriche, 
colle  quali  adornò  la  sua  capitale,  ed  abbellì  molti 
altri  luoghi  .  Sussistono  tuttavìa  pubbliche  me- 
morie e  monumenti  onorevoli  eretti  per  conser- 
varne presso  i  posteri  la  ricordanza.  Estere  na- 
zioni le  più  lontane  dal  suo  soglio  gP  inviarono 
legati  por  salutarlo  e  consultarlo.  >Ia  la  sua  leti- 
zi i  In  conversa  in  tristezza,  allorché  gli  infedeli 
mirarono  in  paesi  cristiani.  Edessa,  Antiochia  lu- 
rono  in  grave  pericolo,  ad  affrontare  il  quale  per 
Òpera  di  s.  Bernardo  i  cristiani  segnaronsi  della 
■  b<*  ti  i Magna  dei  loro  voti  e  del  loro  valore.  Il 


556  é  u  g. 

movimento  a  tale  oggetto  fu  universale  in  Euro- 
pa: il  papa  va  egli  stesso  a  fomentarne  in  Francia 
l'entusiasmo.,  e  intanto  passa  a  rivedere  per  pochi 
momenti  la  sua  patria.  Già  le  nazioni  cristiane 
coprono  il  mare  di  combattenti,  e  ne  impallidisce 
l'Oriente:  si  fiacca  l'idolatrìa.  Se  il  cielo  non  ar- 
rise ciò  non  ostante  al  trionfo  completo  di  quel- 
l'impresa, non  per  questo  fu  inutile  quanto  la  cri- 
stianità operò  a  difesa  della  buona  causa.  Euge- 
nio perseguitò  personalmente  in  Francia  l'eresìa 
che  vi  nacque  nella  chiesa  di  Poitiers  ed  altrove. 
Convocò  un  concilio  a  Reims  Tanno  1148,  e  di 
là  percorse  gran  parte  della  Francia  per  ristabi- 
lirvi la  sana  dottrina,  ed  approvò  gli  scritti  di  s. 
Ildegarda  religiosa  di  gran  reputazione,  accrebbe 
questo  papa  l'onore  delle  cose  sacre  e  la  maestà 
della  religione.  Protesse  le  lettere  ed  accolse  be- 
nignamente il  decreto  di  Graziano.  A  lui  dob- 
biamo la  versione  di  più  opere  ecclesiastiche.  Fu 
saggio,  pio,  magnanimo,  provvido,  vigilante,  in- 
corrotto e  generoso}  e  soprattutto  seppe  custodire 
l'onore  e  i  dritti  del  gran  sacerdote  senza  precipi- 
tazione e  senza  fasto.  Fu  in  somma  Eugenio  ITI 
uno  dei  più  illustri  papi  che  abbia  avuto  il  cri- 
stianesimo in  qualunque  aspetto  piaccia  di  con- 
siderarlo, o  come  principe,  o  come  gran  sacerdote 
di  Gesù  Cristo,  o  come  privato  soggetto.  IVIorì  in 
Tivoli  nel  luglio  del  n53  dopo  ott'anni  e  quasi 
cinque  mesi  di  glorioso  governo.  Nel  duomo  di 
Pisa  trovasi  un  quadro  o\'è  rappresentato  un  dei 
miracoli  da  lui  operati.  M.ctu.p.  Ep.  iv,  v. 
Eustachio  Frate  domenicano  miniò  i  libri 


É  o   r.  ahi  7 

che  sono  nel  duomo  di  Firenze,  come  c'informa 
il  p.  Richa,  ma  senza  indicarci  in  qual  tempo;  sic- 
ché solo  potremo  supporlo  circa  il  iìoo.  Ep.  v. 
Eutichiano  eletto  papa  il  5  gennaio  dell'anno 
275, successe  a  s.  Felice  I  di  tal  nome.  Era  nato  in 
Toscana,  e  quantunque  abbia  retta  la  chiesa  pel 
corso  quasi  di  nove  anni,  la  storia  non  ci  fa  co- 
noscere niuna  particolarità  importante  della  sua 
vita.  Parecchie  persone  credono  che  egli  soffrisse 
il  martirio.  Per  altro  l'antico  calendario  romano 
non  Io  pone  che  fra  i  vescovi  confessori  morii 
in  pace  per  la  fede ,  ma  preparati  a  soffrire  per 
essa.  Sotto  il  suo  pontificato  comparve  il  capo 
degli  eresiarchi  manichei,  di  cui  gli  errori  turba- 
rono per  lungo  tempo  la  pace  della  chiesa.  Eu- 
tichiano  morì  a  Roma  ai  7  di  dicembre  dell'anno 
a83.  B.u.  111. 


PIIfE    DEL   TOMO  XII. 


56o 


G-l.    . 

G-s.     . 

<;-u.  . 
Ut.  . 

I -m.  . 
L-t.     . 

L-z.  . 
Vl-c.  . 
M-d.  . 
M.   d'  u. 

M-g.  . 
M-l.  . 
M-m  . 
M-n.  . 
M-r.  . 
M-t.  . 
O-r.  . 
P-r.  . 
P-t.  . 
P-z.  . 
R.  g.  d 
R-s.  . 
R-z.  . 
S-d.  . 
S.  d\u. 

S-s.  . 
T.  e.  . 
T-g.  . 
T-l.  . 
T-p.  . 
T-s.  . 
T-z.  . 
Ti  b.  . 
U-g.  . 
U-r.  . 
V.   d.   a 

v-s.  • 
V-i.  . 

V-n.  . 
V-r.  . 
V-s.    . 


.  GaUuzzì. 

.  Grassi. 

.  Giuli. 

.  Lucchesini. 

.  Lami. 

.  Utta. 

.'  Ma'rreìli. 

.  Medici, 

p.  Memorie  storiche  di  più  uomini  illustri 

pisani. 

.  Maggi. 

.  Milizia. 

.  Marmi. 

.  Man  ni. 

.  Moreni". 

.  Muratori. 

.  Orlandi. 

.  Parigi. 

.  Potter. 

.  Patrizi. 

F.  R.  galleria  di  Firenze. 
.  Rossi. 

.  Razzi. 

.  SandraU. 

.  Serie  d'uomini  i  più  illustri  in  pitturar 

scultura  ed  architettura. 

.  Sismondi. 

.  Tavole  cronologiche. 

.  Targioni. 

.  Tolomei. 

.  Tipaldo. 

.  Tristiano  1'  eremila. 

.  Ticozzi. 

.  Ubaldini. 

.  Ughelli. 

.  Cgurgeri. 

.  Vite  (o  Notizie  istoriche  )  degli  arcadi 

morti. 

.  Virgilio. 

.  Villani. 
.  Vannucci. 

.  Vermiglioli. 


Vasari. 


DG       Inghirami,  Francesco 

736         Storia  della  Toscana 

15 

t. 11-12 


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